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03/08/17

Studentessa di Medicina, aveva compromesso la sua salute con 'annoresia ma La promessa di un book fotografico l’ha convinta a guarire

un esempio di  come l'arte  , in questo caso la  fotografia  , possa  aiutarti  e   salvarti la  vita

da http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2017/08/03

Spenta dall’anoressia Francesca “risorge” davanti all’obiettivo


Studentessa di Medicina, aveva compromesso la sua salute La promessa di un book fotografico l’ha convinta a guarire

MONSELICE
Sono passati mesi da quando il fotografo Manuel Favaro, noto per i suoi meravigliosi scatti dei Colli Euganei, ha proposto alla giovane Francesca, in pieno periodo di cura per liberarsi dalla “bestia nera” dell’anoressia, di fare un servizio fotografico “come si deve” solo una volta ristabilita: questo piccolo incentivo alla guarigione ha funzionato e ora la ragazza, bella e solare come non mai, posa sorridente negli scatti che sono il coronamento di un percorso duro e difficile affrontato con forza e determinazione.



Non è stato di certo facile uscire da quel “tunnel” mentale che è l’anoressia ma la ventiquattrenne monselicense Francesca Bertazzo, studentessa di Medicina e Chirurgia, ce l’ha fatta, ha vinto la sua battaglia«Avevo cominciato a mangiare poco» racconta, «nel maggio-giugno 2015 in concomitanza di un esame importante e con la perdita del lavoro di mio padre. Ho iniziato con una banale dieta, iniziando a togliere quegli alimenti che consideravo iù calorici. Utilizzavo un’app conta calorie in cui annotavo ogni cosa e non andavo sopra le 1000 Kcal (il fabbisogno giornaliero è di 2000 Kcal). La cosa è stata piuttosto subdola e lenta e io non mi rendevo conto di mangiare poco e male fino a raggiungere i 42 chili
Tenendo conto che sono alta 1, 70 è poco, avevo un indice di massa corporea di 14, 8 e quindi un sottopeso grave». La salvezza di Francesca è stata rivolgersi al Centro Disturbi Alimentari di Padova, dove è stata seguita sotto il profilo psichiatrico e nutrizionale. «Ho avuto la fortuna» conferma, «di trovare medici competenti ed empatici che hanno saputo “prendermi” nella giusta maniera e con tanta pazienza indirizzarmi verso il riacquistare la salute fisica e mentale e un rapporto sano con il cibo». Le conseguenze dell’anoressia si ripercuotevano su tutto il corpo: «Avevo una pressione bassissima» spiega Francesca, «il mio cuore batteva lentissimo, soffrivo di parestesie, facevo veramente molta fatica a studiare e ricordare le cose perché non avevo energie. Ero diventata apatica, senza emozioni, l’unica mia ossessione era il cibo, come organizzare i miei pasti per non far preoccupare chi mi stava attorno ma al tempo stesso non aumentare le calorie».Francesca aveva notato da tempo gli scatti dei Colli Euganei pubblicati da Manuel nel gruppo social del paese (anche lui è di Monselice), e gli ha chiesto l’amicizia. «A un certo punto del mio percorso ho deciso di non vergognarmi» racconta la ragazza, «e di raccontare la mia storia su Facebook. Manuel mi ha notato in un post dove elencavo una serie di cose che volevo fare prima di morire, tra queste c’era un servizio fotografico. Lui si è scherzosamente offerto e io l’ho preso in parola aspettando di essere guarita, di avere bei capelli ricci - non i quattro peli sfibrati che mi ha regalato l’anoressia - delle forme femminili e soprattutto un sorriso sincero». Adesso Francesca pesa 10 chili in più (è quasi giunta al normopeso) ed è felice, il suo sogno è di diventare psichiatra per aiutare altri ragazzi che vivono condizioni di disagio.

20/03/17

«Così ho vinto la lotta contro l’anoressia» Erica Grazioli, 32enne di Magherno, nel suo libro “Cioccolato e cannella” ha messo nero su bianco la sua lunga lotta (vinta) contro la malattia


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Libro Cioccolato e cannella ...io e l'anoressia Erica Grazioli
https://www.ibs.it/
VOGHERA. A vederla adesso, il sorriso generoso e la voce squillante, non indovinereste mai cosa si nasconde nel passato di Erica Grazioli, trentaduenne di Magherno che alla libreria Ticinum di Voghera ha presentato il suo romanzo autobiografico “Cioccolato e cannella”. Nel libro edito da Selecta  (  copertina a destra  ) , Erica ha messo nero su bianco la sua lunga lotta contro una malattia insidiosa, di cui si parla raramente e spesso senza capirla appieno: l’anoressia. Per quasi sette anni ha combattuto per riuscire a sconfiggerla, e una volta uscita dal tunnel ha deciso di trasformare la sua esperienza in qualcosa che potesse essere d’aiuto a tante altre ragazze come lei, che ogni giorno cercano di vincere la battaglia contro il proprio corpo. 
Erica, come ci si ammala di anoressia?
«Per ognuna è diverso, non è vero quello che si dice che per lo più diventano anoressiche quelle ragazze che aspirano a un corpo perfetto, che desiderano raggiungere canoni di bellezza impossibile. Io mi sono ammalata relativamente tardi, in un periodo di stress: nel tentativo di accontentare tutti, di risultare sempre impeccabile, ho finito per dimenticarmi di me stessa, per annullarmi completamente. Fino a pesare trenta chili. Ci sono ragazze che si ammalano per carenza di affetto, per attirare l’attenzione della famiglia. In ogni caso si ammalano per lo più ragazze troppo sensibili e con una bassa autostima».
Sono tante?
«Tantissime, molte più di quanto non credessi. Nonostante durante la malattia abbia parlato spesso con altre ragazze con il mio stesso problema, non mi sono resa conto di quante fossero fino a che non ho pubblicato questo libro. Quando ne parlo con qualcuno, più o meno una persona su ciqnue mi confida di aver sofferto in prima persona di anoressia o di avere una sorella, una zia, un’amica con lo stesso problema. Spesso si crede che questa malattia riguardi solo le ragazze giovani ma non è così: anche se l’età media di chi ne viene colpito si sta abbassando, ci sono anoressiche di tutte le età, anche di sessant’anni».
Come ci si accorge che una persona è anoressica?
«Quando imbocchi la strada dell’anoressia, la malattia ti cambia. Non sei più tu. Io ero nervosa, scostante, in certi casi cattiva sia nei miei confronti che in quelli degli altri. Non uscivo più, non ridevo più, trascorrevo molto tempo da sola. Ciò non significa che chiunque si comporti così stia diventando anoressico, ma se notate un cambiamento in questo senso forse è il caso comunque di indagare: i disturbi alimentari, infatti, sono solo uno dei possibili esiti di un simile comportamento».
Come si cura?
«L’iter medico tradizionale prevede flebo e ricostituenti, ovviamente, e ricoveri in ospedale o in strutture riabilitative abbinati a una terapia psicologica individuale e di gruppo. E per lo più, anche la somministrazione di psicofarmaci. Io però non ne ho mai voluto sapere».
Di psicofarmaci?
«Sì, e anche della psicoterapia. Ho fatto una sola seduta in vita mia e mi sono resa conto subito che non faceva per me. Non me la sentivo di affrontare con un estraneo certi argomenti, di spiegargli cosa c’era che non andava in me. Così in larga parte ( fatto salvo per un periodo di un paio di mesi in ospedale quando proprio non ho potuto farne a meno) ho portato a termine da sola il mio percorso, ne sono uscita con le mie sole forze».
Cosa l’ha aiutata?
«Parlare con chi aveva il mio stesso problema è stato di grande aiuto, ed è anche per questo che ho scritto un libro sulla mia esperienza e continuo a frequentare ragazze malate di anoressia. I disturbi alimentari sono subdoli, difficili da comprendere. Uno pensa “che ci vuole a uscirne, devi solo mangiare”, e non si rende conto che è contro la tua mente che lotti, e che non ne riesci ad avere il controllo. Non è diversa da qualunque altra malattia mentale, in effetti».
E se ne esce davvero?
«Se ne esce, sì, ma non è detto che se ne esca per sempre. Nel mio caso, avendo avuto origine da un periodo di stress, torna a bussare alla porta quando aumentano le tensioni, sia a livello relazionale che a livello lavorativo. Ora però ho imparato a riconoscerne
i segnali e quando mi accorgo di essere a rischio, metto la mia salute al primo posto. Tiro fuori un po’ di sano egoismo, e lo faccio perché se c’è una cosa che questa malattia mi ha insegnato, è che devo voler bene a me stessa e al mio corpo».


                                           Serena Simula

05/03/17

anoresia , incoscienza , generosità , passioni ( non solo bimbiminkia ) , delle nuove generazioni

eccovi  alcune   storie  .  ne trovate altre  sulla mia  bacheca  di fb  e  o su quella di 
La Cronaca Italiana


La prima  è  la vittoria  (   uno su  mille   che la  fa    ) contro l'anoressia  

01 marzo 2017

CASTIGLIONE DELLE STIVIERE
Anna racconta la sua anoressia: «Così sono uscita dall’inferno»
A tredici anni i primi disturbi alimentari, poi il controllo delle calorie e infine il rifiuto totale del cibo I genitori l’hanno affidata a un’équipe dell’ospedale di Pieve: «A medici e assistenti dobbiamo tutto»





CASTIGLIONE DELLE STIVIERE. Una storia di gravi disturbi alimentari, di un’adolescente che porta con sé la consapevolezza che uniti si può vincere la paura degli altri e si può risalire la scala dell’inferno. Non senza impegno, ma uscire a rivedere le stelle è possibile. È la storia di una ragazzina che oggi ha quindici anni e che soffriva di anoressia da due anni (la chiameremo Anna, anche se non è il suo vero nome) e di una famiglia di Castiglione delle Stiviere che ha affrontato con lei un lungo calvario. E che ha saputo, non senza fatica, trovare una via d’uscita, un aiuto e una soluzione.
Tanto da arrivare alla guarigione di Anna, una cosa che sembrava impossibile. «Non è stato facile» dicono i tre componenti della famiglia, uniti in un racconto intimo che li ha visti prima separati e isolati e ora seduti attorno allo stesso tavolo a parlare del lungo percorso non ancora terminato.
«Vorremmo far conoscere la nostra storia per dare una mano a chi vive questa situazione – dicono in coro – abbiamo perso del tempo ma siamo riusciti a trovare il giusto percorso e questo ci ha permesso di essere aiutati. Non c’è nulla di male a chiedere aiuto, questo è il primo consiglio. Perché servono specialisti e perché da soli non si può fare nulla. Bisogna stare attenti alle piccole cose che sfuggono nella routine quotidiana o si camuffano nelle tensioni tipiche degli adolescenti verso la propria famiglia».
«Forse il tutto inizia così – racconta Anna, che ha cominciato ad avere disturbi alimentari a tredici anni – di preciso non so dire come sia iniziata. Forse alle scuole medie, con le amicizie, i primi discorsi sull’essere apprezzata, ma anche i primi rapporti con il cibo spazzatura». E allora ecco la dieta forzata, il vomito indotto, il corpo che si fa sempre più sottile, come il rapporto con gli altri.
Questa storia aggiunge un elemento, figlio della nostra epoca, molto spesso sottovalutato, il mondo dei social. Facebook, Tumbler, ma soprattutto Instagram. La colpa non è tutta loro, ma in questa vicenda (e non solo in questo caso) i social entrano da co-protagonisti.
«Arrivata alle scuole Superiori il confronto con le compagne, nel contatto diretto e via social, piano piano mi ha spinto alla ricerca di informazioni sul cibo e sull’essere sana. Questo volevo essere, una ragazza sana. Ho scoperto le cure proposte dai social, quella dell’acqua e limone e dell’acqua e fragole ad esempio, per purificare l’organismo. O quella del the verde. Bevevo litri di the verde. Poi sono arrivata alla fase vegetariana e alla fine vegana. Non volevo grassi, latticini, cibi animali. Poi sono passata alla fase dell’ortoressia, la scelta e l’eliminazione volontaria dei cibi. Poi al calcolo delle calorie, in ultimo sono arrivata a ingerirne solo 200 al giorno, fino alla scoperta di cibi con 5 calorie (le gallette) o con 1 caloria (la Coca-cola 0 o quella Light). Ero sola, per me esisteva solo la bilancia. Mi pesavo di continuo. Mangiare a tavola con i miei era una lotta. Mentivo di continuo, a me stessa e ai miei genitori. A loro dicevo che mangiavo di pomeriggio ma non era vero. Se facevo sport non volevo mangiare, avrei ripreso quello che avevo perso. Masticavo 80 volte prima di ingurgitare il cibo; mangiavo lo yogurt, ma poco e con il cucchiaio girato, sfiorandolo e basta. Tenevo un diario, i miei genitori lo hanno visto dopo. Ci scrivevo quello che mangiavo e che non volevo più mangiare. Ero in un nido, continuavo a perdere peso, esistevo solo io, chiusa in me stessa».
Non è una questione di piacere agli altri – continua Anna – ma solo di ossessione verso il cibo. Non è vero che non hai fame; ne hai, eccome. Qualcosa dentro di te, però, ti dice di non mangiare. Sono uscita da questo inferno con le unghie. Ho chiesto aiuto ai miei, e dopo una dura lotta con me stessa ho trovato nell’equipe di Pieve persone che sanno come si entra in quel nido costruito con tanta cura e tanto dolore. Voglio dire alle altre ragazze che quel nido non è vita, la vera vita è la libertà di non aver paura di mangiare. Nascondersi in quel nido non ci protegge, ma ci isola e tutto perde valore e si resta soli. Chiedere aiuto, anche se difficile, è fondamentale. Chiedere aiuto, uscire dal nido e riassaporare la libertà restituisce tutto, ma è un percorso lungo, bisogna aggrapparcisi con le unghie. E così torna il sorriso...».
«Abbiamo scoperto un mondo di cui non avevamo alcuna coscienza – raccontano i genitori – pagine e pagine sui social, foto, applicazioni, blog dove si parla di fantomatiche diete, di soluzioni per purificare il corpo e renderlo sano, dove vengono messi in mostra corpi scheletrici e l’autolesionismo come vetrina di esposizione».
In questo caso funziona il contrario di quanto insegna ogni personal trainer che si rispetti. E cioè: dividi il problema e affrontane un pezzo alla volta. La nascita di questo problema va guardata nella sua complessità, senza tralasciare nulla, senza poter separare una cosa dall’altra, perché tutti questi elementi concorrere insieme a genera e far esplodere il problema.
«Per questo è complesso – afferma la famiglia – serve l’aiuto di un’equipe preparata che lavori coordinata. Noi abbiamo avuto questa fortuna, ma non è stato facile. Il medico di base è spesso impreparato e inoltre, svuotato della sua funzione, non può essere di grande aiuto. Siamo stati a Gussago (Brescia) ma in quella struttura curano dai 16 anni in su. Siamo stati al reparto di neuropsichiatria al Civile di Brescia, ma anche in quel caso la struttura non è adatta a questi problemi, che sono di diversa natura. Ci sono stati mesi di attesa. Siamo stati anche da una psicologa, però non si è rivelata la persona giusta. Spesso il problema viene letto come causa di noia, indecisione se non di eccesso di possibilità, anche perché colpisce soprattutto ragazze con situazioni familiari e una situazione economica sicure. Dopo mesi di attesa siamo arrivati all’ospedale Poma, al reparto di Neuropsichiatria. E da lì, finalmente, ci hanno indirizzati a Pieve di Coriano dove, nel reparto di Pediatria, c’è un settore di neuropsichiatria, Qui abbiamo trovato l’equipe giusta, a cui va tutta la nostra riconoscenza. Da quel momento, lentamente, abbiamo iniziato una lunga risalita. L’équipe è formata e specializzata in disturbi dell’alimentazione ed è in grado di affrontare la situazione nella sua complessità. Dobbiamo tutto alle dottoresse Accorsi (primario), Bellissimo, Faldoni e Di Genni, alla coordinatrice Ferraresi e a tutto il personale infermieristico e agli Oss che hanno preso a carico la nostra situazione. Nostra figlia è stata ricoverata in una struttura che ha pochi letti e meriterebbe molto più spazio: purtroppo ci sono molte situazioni come la nostra. Il fattore tempo è decisivo, non serve perderne. Se fossimo arrivati qui prima, sarebbe stato meglio per tutti».
Il tempo gioca un ruolo decisivo in tutta la vicenda, sia sul fronte dei genitori – «abbiamo vissuto mesi duri, di lotte e di liti feroci, ma anche di attese alla ricerca di un aiuto che abbiamo trovato e che oggi ci vede frequentare un gruppo di genitori per parlare e confrontarci» sia sul fronte di Anna.


Luca Cremonesi



 la seconda  ( come la terza , non ricordo la  fonte  , ricordo solo che  è un dei tanti giornali  del gruppo GeoLocal (  pagina  fb La Cronaca Italiana ed  account  twitter  @gelocalcronacaitaliana

Empoli, il piccolo Gabriele ha chiesto ai genitori una colletta in favore dei suoi coetanei vittime del terremoto. Poi ha devoluto i soldi all'associazione di volontariato Misericordia. Il suo gesto non è rimasto innoservato tanto che L’Empoli calcio l'ha premiato con una maglia e invitato ad assistere ad un allenamento per farla firmare dai giocatori azzurri

Gabriele Bochicchio (a sinistra), accanto il fratellino Lorenzo e dietro i genitori Stefania e Massimiliano (Foto Agenzia Carlo Sestini)

EMPOLI. Un detto popolare dice che, dai bambini c'è solo da imparare. Il loro animo puro, il loro altruismo e la loro generosità devono essere presi da esempio da molti aduli La generosità e l'altruismo dei quali fare tesoro questa volta sono quelli del piccolo Gabriele Bochicchio. Un "pulcino" di 8 anni, ma con un cuore grande, anzi gigantesco che ha deciso di aiutare chi non è stato fortunato come lui. Gabriele vive a San Pantaleo, una piccola frazione collinare adagiata sulle colline di Vinci. Va a scuola e gioca a pallone nel Montalbano. Come tutti i suoi coetanei passa le giornate tra i banchi e in mezzo al campo di pallone.
A fine agosto era a casa con i genitori, quando sullo schermo della tv ha visto passare le terribili immagini del terremoto che ha colpito il Centro Italia. Case crollate, paesi straziati, piccole frazioni come quella dove abita lui completamente distrutte. Bambini, proprio come lui che hanno perso tutto quello che avevano. Scene che lo hanno impressionato e colpito, a tal punto che parlando con i genitori ha deciso di fare una scelta inconsueta e generosa. Pochi giorni più tardi, l' 8 settembre, sarebbe stato il suo compleanno, da festeggiare come sempre con amici e parenti e soprattutto con tanti regali. Ma lui ha detto no e ha chiesto a mamma e a papà di non ricevere regali ma di utilizzare i soldi che amici e parenti avrebbero speso per farlo felice per aiutare chi ha più bisogno.
«Di regali e giochi ne abbiamo già tanti a casa - racconta il papà Massimiliano - qualcuno in più probabilmente non lo avrebbe reso più felice».
Niente doni, ma un regalo ben più grande è prezioso lo ha fatto a quei bambini come lui, ai quali il terremoto ha strappato il sorriso. E così ha messo su una colletta con il denaro raccolto tra amici e parenti e che doveva essere utilizzato per i doni. Con la somma raccolta lui e la famiglia hanno effettuato un bonifico alla Misericordia di Empoli per aiutare l'Arciocnfraternita nei progetti di aiuto e sostegno alle famiglie terremotate. «Abbiamo scelto la Misericordia perché so quanto impegno mettono in queste iniziative - racconta ancora il papà - proprio alla Miserciordia di Empoli ho fatto l'obiettore». Ha spalancato le sue braccia a chi aveva più bisogno, il piccolo Gabriele, ma un gesto così nobile non poteva certo cadere nel vuoto. È così giovedì 2 marzo proprio la Miserciordia ha voluto donare a Gabriele, quei regali a cui lui aveva rinunciato per il suo compleanno.
Nella sede dell'Arcionfraternita in via Cavour il piccolo Gabriele è arrivato emozionantissimo insieme al papà Massimiliano, alla mamma Stefania e al fratellino Lorenzo. Ad accoglierlo Fabrizio Sestini - presidente della Misericordia - e Alessia Puccini responsabile locale della Onlus Empoli for Charity, l'associazione benefica dell'Empoli calcio che collabora proprio con la Misericordia nei progetti di aiuto alle popolazioni terremotate. Al piccolo Gabriele è stato consegnato un kit con zaino, quaderno e altro materiale dell'Empoli, oltre ad una maglia della squadra azzurra, con l'invito ad assistere ad un allenamento per farla firmare dai calciatori azzurri. «Sono molto contento» ha detto con un filo di voce un emozionantissimo Gabriele. Ma di tante parole questa volta non ce n'è bisogno. Questa volta a fare la differenza è stato un gesto. Semplice ma allo stesso tempo immenso.



Si fanno i selfie lungo i binari e bloccano il traffico dei treni

Protagonisti tre giovani di Montelupo che sono stati identificati dai carabinieri per aver mandato in tilt la circolazione sulla linea Empoli- Firenze



MONTELUPO. Mezz’ora di traffico bloccato sulla linea Empoli Firenze. Il motivo? Tre selfie di troppo che altrettanti giovani si sono fatti lungo i binari ignari o comunque non curanti del fatto che questo avrebbe provocato il blocco della circolazione ferroviaria. Con centinaia e centinaia di passeggeri bloccati nelle stazioni del tratto interessato. E in attesa per decine di minuti che la circolazione potesse ripartire.

L’allarme è scattato intorno alle 15,30 di venerdì 3: «Ci sono persone lungo i binari», questa la notizia data anche da “Muoversi in Toscana”. E si è subito pensato a un incidente, a qualcosa che giustificasse la presenza di persone poco prima della stazione di Montelupo venendo da Firenze, in un tratto vicino a una galleria.Da qui l’intervento della polizia ferroviaria di Empoli. Essendo, però, impegnati in un servizio vicino a Pisa, sul luogo sono giunti prima i carabinieri della stazione di Montelupo fiorentino. Che hanno perlustrato tutto il tratto fino a capire chi erano le persone che erano state segnalate da un macchinista di uno dei treni in transito.In pratica all’altezza di un’ ex vetreria abbandonata sono stati trovati i giovani che, dall’immobile abbandonato, aveva deciso di trasferirsi in prossimità dei binari per farsi selfie col telefono, come da loro stessi candidamente affermato.
Sono tre i ragazzi, giovani e italiani, che i carabinieri hanno trovato e identificato. Nel frattempo nelle stazioni i disagi si stavano accumulando. Con centinaia di pendolari e studenti in attesa dei treni e di notizie su quanto stesse accadendo lungo la linea.Alla fine il bilancio del loro svago è stato pesante. Hanno subito ritardo numerosi treni regionali: 3167 Firenze Santa Maria Novella – Livorno Centrale 30 minuti; 11779 Firenze SMN – Siena 30 minuti; 3115 Firenze SMN – Grosseto 20minuti; 23363 Firenze SMN – Pontremoli 30 minuti; 23384 La Spezia - Firenze SMN 30 minuti; 3156 Livorno Centrale - Firenze SMN 20 minuti; 6876 Siena - Firenze SMN 25 minuti.
Non solo: grazie ai selfie Rete ferroviaria italiana è stata costretta anche a due cancellazioni: la corsa numero 11724 Empoli –Firenze Porta a Prato e la
11725 Firenze Porta a Prato – Empoli.Il traffico ferroviario è ripreso a scorrere regolarmente dopo le 16. Per quanto riguarda i responsabili dei disagi, dopo la loro identificazione, bisognerà capire ora se i carabinieri proseguiranno con una denuncia per interruzione di pubblico servizio.


Mezzana Bigli, il maestro delle campane ha solo 14 anniIl campanaro più giovane d’Italia è di Mezzana Bigli e ha solo 14 anni. Riccardo Stabilini, studente del primo anno del corso per geometri, ha la passione delle campane, dei campanili, delle chiese. Suona ogni domenica le cinque campane della parrocchiale del paese; manovra con le corde quelle della chiesa della frazione di Cascine nuove; è un abile “tastierista” del suono a percussione e ha una collezione di oltre cinquanta campane che conserva in ogni angolo della sua casa. L'ARTICOLO
«Si dice che campanari si diventa – dice Riccardo – ma nel caso mio, pare che campanaro sia nato per pura vocazione. A soli due anni mi portavano sotto il campanile del paese e, al suono delle campane, dicono che rimanevo estasiato». Riccardo Stabilini cominciò da piccolo a disegnare, a mano libera, campanili e chiese ed imparò a distinguere i vari rintocchi di campane: dai concerti festosi ai suoni funebri, fino ai rintocchi battesimali.
«A otto anni – dice – imparai a suonare utilizzando le campane che mi regalavano genitori e parenti, sino alle prime esperienze da campanaro nella chiesa del mio paese. A Mezzana c’è una centralina computerizzata che, attraverso una tastiera, fornisce gli impulsi alle cinque campane in Fa-crescente che dominano dall’alto il paese. Ho imparo a comporre anche diverse melodie».Ogni domenica, prima della messa, Riccardo si esibisce nella chiesa del paese, poi si dedica al suono a corde, cioè alla vecchia maniera, delle due campane della chiesa di Cascine Nuove. «Sono un autodidatta sia con il suono a computer sia con l’uso tradizionale a corde, ma l’ultimo passo l’ho fatto imparando il suono delle tastiere a percussione – spiega il 14enne –. E a Castelnuovo Scrivia, sulla chiesa di San Desiderio, è ancora funzionante una tastiere che si aziona a colpi di palmi delle mani: un suono straordinario di cinque campane in Mi bemolle. Mi sono esibito già alcune volte sotto le indicazioni di alcuni campanari del Monferrato. È stata una vera emozione destare la gente con un concerto a distesa».Riccardo ha anche una collezione di campane: «Tra le varie campane metalliche che negli anni ho ricevuto in regalo, ne spiccano alcune di valore storico tra cui una in bronzo risalente a metà ‘800, comprata da un antiquario, un’altra altrettanto antica, anche se più piccola, che ho inserito nella torre campanaria del mio modellino di chiesa antistante la casa, una nuova e di ottimo valore realizzata l’anno passato dalla celebre fonderia di Reggio Emilia. È una collezione destinata a crescere».Intanto Riccardo pensa al suo futuro. «Dopo il diploma di geometra, vorrei specializzarmi in “campanologia”, la scienza che studia i suoni delle campane e i loro restauri – dice -. A Mezzana Bigli, due delle cinque che svettano dal campanile sono rovinate e potrebbero essere proprio le prime su cui intervenire. E poi il restauro delle chiese. Per ora ho disegnato a mano libera le facciate delle parrocchiali di Mezzana, Sannazzaro, Pieve del Cairo, Mede, Castelnuovo».Dinanzi casa il modellino della chiesetta in legno costruito da papà Paolo e mamma Raffaella con quattro piccole campane ben accordate: «Le uso per esercitarmi con un allenamento ormai quotidiano». E, quando Riccardo non è a scuola, suona anche il mezzogiorno per l’intero rione con un ben accordato scampanio.

Paolo Calvi 


22/11/14

La sexy barista di Nuoro Valentina Loddo contro l'anoressia

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Leggendo   questa  storia   secondo me la verità sta nel mezzo  .
Ma ultimamente è moda tirare in ballo le malattie più disparate per appagare il desiderio di notorietà? Prima quell'idiozia delle secchiate d'acqua contro la SLA, poi quelli che si fotografavano con un calzino sul pene contro il cancro ai testicoli, l'altra settimana i selfie con i baffi contro il cancro alla prostata, ora questa che si denuda contro l'anoressia....qualcuno mi spiega che c'entra l'anoressia con queste foto da calendario sexy per camionisti  , meccanici e  calzolai  ? Sinceramente non capisco.
 Inizialmente   ho pensato come un commento al post  della pagina fb dela  nuova  sardegna  : << 
Beh se voleva farsi notare ok..ma farsi pubblicita con una malattia come l' anoressia..>> Mai   poi  ho  sentito Maria Grazia Loddo   che  ha raccontato al Tg di Videolina la sua nuova iniziativa per aiutare le donne con problemi di anoressia.E mi e  sembrata  sincera  ed  emancipata  , provocatoria

video
Sempre a come si dice  in tali commenti  Sarà una brava persona...ma queste foto tendono o  sono molto  vicine  i   al porno... non vedo cosa possano centrare    le tette in bella vista con completi succinti ..mutande stile vedo non vedo, pizzi e balle varie con l'anoressia. Foto un po'   troppo spinte . Poi che sia una brava persona non ci metto becco perché non la conosco personalmente .
 Essa   -- sempre  secondo  l'unione sarda  -- I moralisti, le donne invidiose, gli ipocriti: li mette a tacere subito.
Maria Grazia Loddo, barista, curvy model, ovvero fotomodella non certo pelle e ossa. Riconosciuta a furor di popolo dai social network dispensa messaggi di incoraggiamento rivolti all'universo
E ora, la familiarità con la macchina fotografica vuole metterla, però, al servizio di chi allo specchio non riesce a guardarsi.
Dopo l'alluvione ha anche realizzato un calendario per la raccolta fondi. Oggi deve comunque combattere ancora tanto con i pregiudizi.
Troppe donne soffrono di disturbi alimentari e allora Maria grazia ha iniziato e portare avanti la sua personalissima battaglia contro anoressia e bulimia.
femminile.
 Mi chiedo a  che situazione  siamo arrivati    se  per  una giusta  causa  bisogna  usare il proprio corpo  ( vedere  l'url  citato  all'inizio del post ) .

03/05/13

Sciacalli della moda a caccia di anoressiche e cacciatori di ladri d'opere d'arte

 all'origine  del post  d'oggi   c'è  una  interessante  discussione avuta  tempo  fa  , scaturita  dalla lettura   di questo suo  articolo  , poi ripreso  sul blog  ,   con il mio vecchio  compagnodistrada    di splinder    recuperato  poi su facebook   Fiore leveque

  • Fiore Leveque

    perché trovi interessante l'aver postato il dialogo?
  • Giuseppe Scano

    perchè nonostante abbia studiato glottolofgia e filologia romanza dimenticavo l'origine di tale parola e l'uso proprio ( il tuo articolo ) e improprio che si fa nei media . vedi il libro manomissione dele parole di g.Carofiglio
  • Fiore Leveque

    ah capisco
    son molti anni che mi dedico alla rivalutazione e alla rivalorizazione delle parole
    a poche persone interessa
    perché stiamo tutti inglobati in una banalizzazione della parola
  • Giuseppe Scano

     e fai bene perchèp come dice moretti le parole sono impotanti http://www.youtube.com/watch?v=qtP3FWRo6Ow
    esatto
  • Fiore Leveque

    ogni parola ha dietro un discorso e una etica
  • Fiore Leveque

    cui oggi non si da importanza
    e per qusto le parole son come gioie falsifificate
Giuseppe Scano

purtroppo

  (....)  





è da questa discussione che riporto due articoli interessanti sul molteplice uso della parola caccia

IL Primo  è tratto da  repubblica  online del 30\4\2013  

Sciacalli della moda a caccia di anoressiche





QUANDO una modella muore di anoressia ne parlano tutti. Si scandalizzano, si indignano, protestano. Si decide che non è più possibile continuare con questa storia della magrezza a tutti i costi, e che il mondo della moda deve essere il primo a reagire in modo drastico. E talvolta si prendono anche decisioni importanti, come in Spagna o in Israele dove, dopo la morte nel 2006 della top model brasiliana Ana Carolina, si è deciso di non far più sfilare le ragazze troppo magre. 
Ma dopo l’emozione del momento, tutti (o quasi) ricominciano a vivere tranquillamente dimenticandosi dell’accaduto. Anzi, ci sono anche coloro che continuano a sguazzare nel mare di dolore di molte ragazze che soffrono di disturbi del comportamento alimentare e che ne approfittano. Al punto da non esitare a “reclutare” modelle tra le pazienti di una clinica svedese specializzata proprio nella cura dell’anoressia. 
È quello che si apprende in questi giorni, dopo la denuncia fatta dai medici del Centrum för Ätstörningar di Stoccolma, che hanno deciso di non permettere più alle proprie pazienti di uscire ed entrare liberamente dalla clinica. «Alcuni agenti che lavorano nel mondo della moda abbordavano queste ragazzine di 14-15 anni proponendo loro di lavorare come modelle», denuncia una dottoressa del Centrum. «Come si fa a far prendere loro coscienza della propria malattia, quando c’è chi le corteggia proponendo loro di diventare famose?» 
Uno dei problemi più grandi, per chi soffre di anoressia, è quello di capire e accettare che il proprio rapporto con il cibo è problematico e pericoloso. Molte ragazze sono convinte che il fatto di non mangiare le renda più forti e più sicure. Dietro il sintomo dell’anoressia, c’è sempre il bisogno di controllare il cibo per controllarsi, di negare la fame per sentirsi più forti e indipendenti. Anche se poi si dipende talmente tanto dal giudizio degli altri, che si preferisce morire piuttosto che smetterla di cercare di fare di tutto per corrispondere alle aspettative altrui. 
Come fa allora una ragazzina che ha una frattura narcisistica di questo tipo a capire che sta per distruggere la propria vita quando qualcuno le si avvicina e le dice che è “talmente bella che può diventare una modella”? 
I medici del centro di Stoccolma denunciano questi sciacalli della moda e chiudono le porte della propria clinica. Ma non è giunto il momento di smetterla una volta per tutte con queste pratiche immorali e con questo mito falso e bugiardo del “corpo-moda”? Quante altre vittime innocenti devono ancora esserci prima che la società si renda conto che la vita di una ragazza vale molto di più di qualche foto patinata in prima pagina di una rivista femminile? 


Il secondo  sempre  da repubblica  del 28\4\2013


La crociata dei Rosenberg a caccia di opere d' arte saccheggiate dai nazisti


NEW YORK - Era una delle (tante) ossessioni dei gerarchi nazisti: rubare opere d' arte. Secondo un calcolo approssimato per difetto, ne saccheggiarono oltre centomila nei paesi occupati per un valore attorno ai 10 miliardi di dollari. Avevano creato una divisione apposta che aveva il compito di setacciare musei, case d' aste e collezioni private. Come quella della famiglia Rosenberg, che da allora, da oltre settant' anni, da tre generazioni, insegue il suo tesoro perduto con pazienza, tenacia e incredibile capacità, tanto da aver recuperato quasi il 90 per cento dei quattrocento pezzi originali. La loro avventura sembra un film, e in effetti - benché solo come spunto - lo è già: "Il treno". Una pellicola di guerra con Burt Lancaster dove si racconta il tentativo di un colonnello delle SS di mettere in salvo, in Germania, il suo bottino di tele pregiate (e rubate). Ed è anche un libro, 21 rue La Boetie, della giornalista francese, nonché ex moglie di Dominique Strauss-Kahn, Anne Sinclair che è la nipote del capostipite, Paul Rosenberg.(  foto  a  sinistra presa  da http://intranews.sns.it/intranews/20130429/SIL1048.PDF  )
La storia, raccontata dal New York Times, inizia a Parigi negli anni Trenta, dove il giovane Paul fonda una galleria d' arte che diventa presto una delle più importanti. Amicissimo e confidente di Picasso, il quale cerca una casa a due passi da lui: "Ciao Rosi", "Ciao Pic", è il saluto dei due ogni mattina, il mercante crea una rete di rapporti con i migliori pittori e, di conseguenza, una collezione prestigiosa: Matisse, Braque, Cézanne e poi ancora Renoir, Van Gogh. La notte scende quando arriva la guerra e con i nazisti alle porte Paul Rosenberg decide, per sfuggire ai campi di concentramento, di andare negli Stati Uniti, destinazione New York, dove apre subito un' altra galleria nell' Upper East Side. Prova a spostare anche le sue opere d' arte ma è impossibile, non c' è più tempo. Prima di scappare, le nasconde inutilmente in una banca e in una casa di Bordeaux, ma soprattutto, cosa che si rileverà molto più efficace, mette per iscritto con amore maniacale un inventario completo. Nei giorni confusi della Liberazione, nell' agosto del 1944, Alexandre, il figlio maggiore, entra nella capitale al comando dell' esercito francese e dopo un breve scontro a fuoco fa irruzione nel treno numero 40044 (quello del film) diretto verso la Germania e nei vagoni trova decine di sculture, oggetti preziosi e quadri, molti di quelli che lui aveva imparato a conoscere sulle pareti della casa paterna. La caccia parte da qui.


 La piccola lista è ora un archivio monumentale con oltre 250mila documenti che occupa un intero piano della casa di famiglia a Manhattan. E a portare avanti "la crociata dei Rosenberg", c' è Marianne la figlia di Alexandre che fa l' avvocato: «Non lasceremo mai perdere, non dimenticheremo: è la nostra missione». Per anni, leiei suoi parenti hanno spulciato i cataloghi dei musei, le pubblicazioni delle case d' aste, gli archivi dell' Interpol e quelli delle associazioni - come quella del Getty di Los Angeles o dell' Holocaust Memorial Museum- che hanno messo online l' elenco delle opere rubate dai nazisti. Un dipinto di Braque viene trovato nel negozio di Josée de Chambrun, guarda caso la figlia di Pierre Laval uno dei leader del governo di Vichy. Un Matisse viene individuato durante un' esposizione temporanea al Centre Pompidou, un altro viene scovato, proprio in questi giorni, in Norvegia. E via così, quadro dopo quadro, scoperta dopo scoperta. Ogni volta è una battaglia legale, ogni volta è una sfida contro le leggi dei paesi, che nonostante ripetuti accordi internazionali spesso intralciano il recupero. Difficoltà che non fermano i Rosenberg: «Paul sarebbe andato sino alla fine del mondo per ritrovare e portare a casa i suoi adorati quadri», dice un amico. E gli eredi hanno lo stesso sangue: «Adesso toccherà alla quarta generazione finire la caccia», giura Marianne. Tanto, manca ancora poco prima dei titoli di coda con il lieto fine e la scritta missione compiuta

20/03/13

il lungo volo di una farfala che non vuole diventare crisalide . la storia di Iris un caso di Mtf

poichè  due  poarole sono trpppe  e una è troppo  lascio che a raccontare  la stroia  de post d'oggi sia lo  stesso   la stessa  protagonista  sia  attraverso  il video e  la dicitura  riportato in questo post 

video

Iside, il bruco diventa farfalla", racconta la storia di Iside, giovane transessuale MtF e del suo percorso per diventare veramente ciò che è sempre stata: una donna. Dalla realtà incementata di pregiudizio di un piccolo borgo rurale, alle aule spesso troppo grandi, dell'università. Il lungo volo di una farfalla che non vuole rimanere crisalide.




per chi volesse approfondire l'argomento

16/05/12

se a dire basta al'annoressia è un fumetto come topolino vuol dire che il fenomeno è sempre più grave

strano  a me  avevano detto   che  sono troppo grande  per  i fumetti  e  i fumetti   sono solo fantasia  e    ti estraniano dalla  realtà invece :
 da  http://www.topolino.it/blog/post/


14/05/2012
Pubblicato da CLARABELLA
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Non faccio che leggere e sentire parlare della famigerata prova costume, di cosa fare o non fare per affrontare il temibile verdetto dello specchio indossando il costume da bagno. Non faccio che ricevere le lagnanze di amiche alle prese con i rotolini (o rotoloni) accumulati durante l'inverno, terrorizzate di doverli mostrare in spiaggia. Non vi sembra che si stia un po' esagerando? Cerchiamo di stare calme, care amiche: sinceramente non mi sembra un dramma.
Smettiamola di disperarci e cerchiamo di fare in modo che lo specchio non diventi la nostra quotidiana ossessione. Rimettersi in forma è prima di tutto una questione di salute, lasciamo perdere gli scontati modelli di riferimento di cui, lo abbiamo detto tante volte, non ci importa un fico secco. Lasciamo perdere le diete che servono solo a deprimerci. Scegliamo invece uno stile di vita più fresco, che ci accompagni fino all'arrivo dell'estate: il risultato è garantito. Via libera a frutta e verdura, riso e pesce. Limitiamo il pane, la pastasciutta e la carne rossa. Bandite le merendine, gli snack e le patatine. E poi tanto buon yogurt, da bere o da mangiare, da tenere sempre a portata di mano quando viene voglia di uno spuntino. Camminate molto, pedalate ancora di più, fate sempre le scale a piedi. Dopotutto è molto semplice, non vi pare? A questo punto, eccovi in forma smagliante! Ricordatevi che siete uno schianto proprio perché quella è la vostra forma. E se la saprete valorizzare con un bel costume perfetto per voi, la potrete esibire in tuta tranquillità, perché speciale e unica.

Infatti



quindi  smettela di vedervi  grasse oltre il normale  ed accettatevi e  vogliatevi bene e  mandatene affanculo a  quel paese  le mode  e  i modelli di  linea  perfetta  fino all'estremo

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