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04/04/17

anche l'uccisione di una prostituta è femminicidio ? per i media no è solo una ..... prostituta

potrebbe  interessare 
 http://www.parlarecivile.it/home.aspx

la   storia  di Ana Maria Stativa, 30 anni uccisa la settimana scorsa a Bologna.  sembra  di  si  .da  http://invececoncita.blogautore.repubblica.it/  del  4\4\2017

Un poliziotto cerca tracce dopo l'assassinio di Ana Maria Stativa




Grazie alla mail di un cliente di Ana

Mi scrive il cliente di una donna che si prostituiva, uccisa la settimana scorsa a Bologna. Via Varthema, due passi dai giardini Margherita. Meno di quarant’anni lui, meno di trent’anni lei. Un uomo e una donna giovani, entrambi sposati, figli piccoli. Mi scrive, quest’uomo e racconta in modo semplice e crudo di quando la frequentava: di come lui si togliesse la fede, prima, e lei sorridesse guardando quel gesto. Delle parole corse tra loro, del dolore per la sua morte.  (....)
“Ho quasi 40 anni, vivo e lavoro a Bologna. Bel ragazzo, buoni rapporti sociali, buon lavoro, una famiglia meravigliosa. Tutto buono, insomma. Come milioni di persone, ogni tanto, commetto peccati. Ho pagato per il sesso. Un mese fa chiamo una ragazza che ha pubblicato un annuncio su internet. Le foto mi piacciono, la ragazza sembra gentile. Vado, pago, ricevo le prestazioni per cui ho pagato, mi rivesto e mi rimetto la fede, che avevo tolto per chissà quale falso pudore. La ragazza nota il gesto e mi dice: perché l'hai tolta? Non si fa! Balbetto: per rispetto... Lei sorride e mi dice: ‘Non è così che la rispetti, guarda (mi fa notare la sua, di fede) mi ha lasciato ma io non l'ho mai tolta. È il padre dei miei figli’".
"Capita alle volte che tra cliente e ragazza ci sia voglia di parlare. Racconta. È stata sposata. Il marito se n'è andato ma le ha lasciato due figli. Dico: se sei un uomo non te ne vai se hai figli. Risposta: e che faccio? Lo lego? Ana Maria ha spalle grandi. Ha fatto ginnastica a livello agonistico quando era giovane, dice. Non ha neanche 30 anni".
"Un giorno è partita per l'Italia. All’inizio qualche lavoro…Ma c'è l'affitto, due figli in età scolare e una madre anziana. C'è la vita insomma. Anzi, c'era. Pochi giorni fa un cliente l'ha uccisa con una pistola per maiali arrugginita. Un colpo alla testa, un chiodo".
"In questi mesi ho visto le pagine dei giornali riempirsi delle parole "femminicidio", slogan, cortei, numeri verdi. Per Ana Maria la quinta pagina della cronaca locale, dopo la Virtus. Era solo una puttana. La parola femminicidio non compare. Il nome solo verso la fine, dopo averla chiamata sei volte prostituta. Al mondo sta bene così, il palazzo, i vicini del quartiere "bene" non sapevano nulla. 
















Io ho le mie colpe e me le tengo, le conosco. Gli altri hanno le loro. I più buoni fischietteranno

05/01/17

IL VERBO SI FECE SCARNO © Daniela Tuscano

L'immagine può contenere: 2 persone
                                             IL VERBO SI FECE SCARNO
Detesto l'esibizione di bambini laceri, denutriti, mutilati per suscitare un rapido e ipocrita pietismo, buono solo ad acquietare le nostre coscienze. Ma, in tal caso, corro il rischio. Perché l'autore dello scatto a sinistra, Sebastiano Nino Fezza, di professione fa il reporter, ma nell'animo è un missionario - o un poeta, o entrambi. È compenetrato dal senso del dolore, lo dipinge; e colpisce, scuote. Forse sarebbe questa l'immagine più adatta a celebrare l'Epifania 2017. Un bimbo che, a differenza della pur commovente statuina della mangiatoia, non ha nemmeno la forza di giunger le mani, e sa pregare solo col corpo. Il suo giaciglio è un materassino-sudario, lo sguardo erra in un vuoto senza speranza, già vizzo. È un'Epifania senza comete né gloria. E per questo, così simile all'Epifania reale, in un angolo di mondo, duemila anni fa. I Magi venuti da lontano videro molto probabilmente un bimbo in queste condizioni, anonimo e disperato. Noi abbiamo tramutato le feste natalizie in una sceneggiata dolciastra, ma ogni nascita presuppone una fine. Un ciclo naturale, logico. Ma la fine del Natale è la croce, che non mancava mai sullo sfondo dei presepi stellati d'un tempo. E la croce non ha nulla di logico e naturale. La croce la produciamo noi. Il bambino siriano sembra già attenderla, vinto, con le braccia fragili e tese, e la resurrezione non ci sarà.
© Daniela Tuscano

25/11/16

secondo voi gli insulti sessisti alla Boldrini sono libertà d'espressione ? una manifestazione contro la violenza sulle donne da sola non basta

premetto che giudico  la  Boldrini   demagoga ma  tali  insulti ,  da lei riportati (  la  punta  dell'iceberg )  sulla  sua  pagina  fb







e tale << [---] fenomeno sempre più frequente e inaccettabile: l’utilizzo nei social network e non solo di volgarità gratuita , di espressioni violente e di minacce, nella quasi totalità a sfondo sessuale. [---] ( dalla pagina fb , qui il testo originale , eccetto le parole non in corsive che sono mie ) sono vergognosi e disgustosi .Infatti questi sono reati, non sono libertà di espressione .E l'unica cosa da fare è una denuncia per ingiuria, non minacciare di abolire la libertà di espressione. .. perché nell'intervista all'unità e nel suo comunicato ( vedere collegamento righe precedenti ) si legge velatamente questo.
Ora poiché Tutti i cretini che usano ( ma anche no ) mezzi potenti di divulgazione per insultare e minacciare secondo me non vanno né tutelati né lasciati impuniti. Le conseguenze di questi beceri e malpancisti comportamenti possono essere enormemente gravi (un esempio a caso... Tiziana Cantone).
Allora  come ne  uscirne ? 
  1. Iniziando a smettere  di  vedere   il bullismo  e l'educazione di genere   come  un tabù ( basti  vedere  come: la parte  della trasmissione presa diretta -- ne  ho parlato   qui  sul blog  -- in cui  si  parlava  di  tale tema   era stata spostata  d'orario  .,  il  programma #maipiùbullisdmo cosi tanto  pubblicizzato     viene mandato  in onda  alle  23.15  )
  2. fare  come   fanno  negli altri paesi  europei a  forte trazione  cattolica  e protestante  ( vedere  la puntata  citata   di  presa  diretta  )   dove ormai  s0insegna  d'anni   nelle  scuole ad  iniziare  dall'asilo    cioè rendere  obbligatorio  indipendentemente    dall'autonomia   dei singoli istituti  scolastici   (lo so che  😢  sarà  da  stato etico   \  demo cradura   😈 ma    a mali estremi estremi  rimedi  )
e  fanculo  ai  teocon italiani Il cui : termine è <<   stato usato anche in Italia a partire dal 2004, fuori dall'ambito culturale statunitense di riferimento primario del termine, per indicare alcuni movimenti cattolici o persone di orientamento cattolico e conservatore. Tra questi, Comunione e Liberazione, l'Opus Dei e i Legionari di Cristo.È stato usato anche in riferimento ad alcune personalità del mondo politico e culturale, come il filosofo ed ex-Presidente del Senato Marcello Pera, il giornalista e direttore della testata Il Foglio Giuliano Ferrara, la scrittrice e giornalista fiorentina Oriana Fallaci (nonostante il termine primigenio usato al loro riguardo fosse "ateocon"[senza fonte]), il politologo Ernesto Galli della Loggia, il parlamentare UdC Ferdinando Adornato e il cantautore Giovanni Lindo Ferretti   >> ( da https://it.wikipedia.org/wiki/Teocon )  d'aggiungere  a questa  lista    anche   . Mario Adinolfi   che   dicono  che cosi   si  inserisce nella  sulle scuole la  teoria  gender . In quanto  Sono 116 le donne uccise nei primi dieci mesi del 2016. Il 53,4% dei femminicidi del 2016 si è registrato al nord, il 75,9% in ambito familiare. L'età media delle vittime è di 50,8 anni. In un caso su tre l'arma più usata è quella da taglio. Chi uccide nel 92,5% è maschio. Sono 3,5 milioni le donne hanno subito stalking almeno una volta, più di 2 milioni sono state vittime di un ex partner. Meno della metà ha denunciato

.

14/08/16

le origini dell femminicidio e dello stalking sono nel linguaggio e s'incomincia d'appena s'inizia a parlare

 sottofondo la  colonna  sonora  del film basilicata  coast  to  coast
Musica  a tema  Le mie parole -Samuele Bersani -


Ecco  un altra  forma    di censura  più  subdola    di  quella     classica
censura s. f. [dal lat. censura «ufficio di censore; giudizio, esame»]. – 1. Grado e dignità di censore (nella Roma antica), e tempo che durava la carica. 2. a. Esame, da parte dell’autorità pubblica (c. politica) o dell’autorità ecclesiastica (c. ecclesiastica), degli scritti o giornali da stamparsi, dei manifesti o avvisi da affiggere in pubblico, delle opere teatrali o pellicole da rappresentare e sim., che ha lo scopo di permetterne o vietarne la pubblicazione, l’affissione, la rappresentazione, ecc., secondo che rispondano o no alle leggi o ad altre prescrizioni. Con sign. concr., l’ufficio stesso che è addetto all’esame  (....) 
presa  dalla  voce  omonima del  dizionario  http://www.treccani.it/vocabolario/

  cioè  se  parla ,  ma  non ti  metto in  evidenza   in prima  pagina ma  ti   riporto  in  fondo  econ un piccolo trafiletto    magarti quasi nascosto  , o nelle  edizioni locali   . per  giunta  da  zona  a zona  della  stessa   regione vedi esempio la  nuova  Sardegna che  ha   ben      4   edizioni ( ridotte  poi  a  3  )  locali    e  quindi  , esempio  , uno di Sassari  non  sa  (  salvo  casi gravissimi  che  compaiono  nella sezione  generale )     quello    che succede  iniziative  culturali  comprese   in Gallura   .  Quindii chiedo  ma  è possibile  che   certi articoli cosi importanti    vengano relegati  ,  come   questo  , nelle edizioni locali  di  un grande  quotidiano nazionale  .  

  Ora  dopo lo sfogo   un ulktima  cosa  prima di  riportare  il post      d'oggi tratto da  http://firenze.repubblica.it/cronaca  del  4\8\2016

le parole non  solo sono importanti
ma  sono  anche  come pietre e  del passo da li alla violenza   a seconda  dei soggetti  può essere  sottile 



Ora   il post

La studiosa Irene Biemmi: "Iniziano alle elementari gli stereotipi che dividono" di ILARIA CIUTI


Corpi bruciati, bastonati, violentati, uccisi. Corpi da possedere, domare, eliminare se non si possono avere, se dietro questi corpi spunta una testa, una volontà, una libertà. È orrenda la lista delle donne uccise, è misera quella dell’impotenza di maschi che per esistere uccidono. Basta: lo si vorrebbe gridare, soprattutto fare. Ma fare, non si fa. «Non serve niente se non si comincia da lontano, da una cultura rovesciata rispetto a quella di oggi, da una nuova generazione che abbia una concezione diversa dei ruoli di genere». Dice Irene Biemmi, ricercatrice all’università di Firenze e autrice del libro «Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri del elementari» (Rosenberg & Sellier) da cui è stato tratto lo spettacolo- conferenza tra Biemmi e Daniela Morozzi, «Rosaceleste », che inaugurerà il 13 ottobre al Puccini la rassegna “Una stanza tutta per le».

I libri delle elementari spiegano il femminicidio?
«Non solo, ma hanno una parte fondamentale nel costruzione degli stereotipi e di ruoli complementari e non interscambiabili. Perfino le parole sottolineano la negatività del discostarsene: maschiaccio per le femmine vivaci, femminuccia al bambino che non fa il duro. Nei libri di lettura scolastica le madri trascorrono la giornata in casa attendendo marito e figli, raramente lavorano e caso mai da maestre, parrucchiere, estetiste. E non sono libri degli anni ’50 ma degli anni 2000. Per gli uomini ho contato ben 50 professioni: geologi, astronauti, esploratori, giornalisti, medici, scienziati e i padri sono raffigurati fuori e al lavoro. Le bambine giocano in camera, i bambini in affascinanti e avventurosi grandi spazi esterni».

Dopodiché?
«Si insinua la percezione che il troppo uscire, soprattutto di notte e da sole, debba essere per le donne pericoloso. Il mondo si spacca in due e la relazione tra i generi diventa un problema. La violenza è problema complesso ma la disparità sociale si riproduce anche nelle relazioni private: relazioni mancate basate su archetipi di uomo forte, prevaricatore, aggressivo, tutte caratteristiche su cui fondare la virilità, e di donna docile, sottomessa».

Da dove cominciare?
«Si è sempre pensato a liberare dagli stereotipi le donne perché discriminate. Certo. Ma bisogna anche giocare d’anticipo e agire sull’educazione dei futuri uomini. Gli aggettivi usati nei libri scolastici per i bambini sono: forti, audaci e coraggiosi, a tratti irosi e violenti. Senza critiche ma con la legittimazione di un’immagine di virilità che fa tutt’uno con la violenza. I bambini devono avere atteggiamenti di sopraffazione sia per farsi intendere tra maschi che con l’altro genere. Ragionare su quale educazione dare ai bambini significa scardinare il principio che virilità sua uguale a forza. I ragazzini hanno paradossalmente un fardello sulle spalle più opprimente delle bambine con cui ormai da anni le mamme ragionano di come svincolarsi».

che  le  parole    sono  importanti lo  dimostra  anche questa  storia 

Appello   di Carolina  B.  ora  17  enne  ex  vittima  di  bullismo  . "fate  come  me  ribellatevi "


qui presa     da  repubblica  del  14\8\2016.  Inizialmente volevo  riportare direttamente  l'articolo  con la  slide  \  cattura  schermata  ma poi  invece   ho deciso di fare  copia ed  incolla 

BRESCIA

Poi  l'altra Carolina ha deciso che la partita con i bulli doveva vincerla lei. «Ma non provo odio, alla fine sono vittime anche loro». Mentre Carolina di Brescia si tagliava le braccia per provare a lenire il dolore dell’anima col dolore del corpo, a 140 chilometri dalla sua cameretta,Carolina di Novara — Carolina Picchio, stessa classe‘99, 14 anni all’epoca — iniziava a dare segni di resa: fino al gesto finale. Il lancio dal terzo piano di casa. Tra lei e i giovanissimi aguzzini che l’avevano filmata ubriaca
mentre in 5 la violentavano, per poi pubblicare i video e sfotterla su Facebook, hanno la meglio loro.
ErA il 5 gennaio 2013,ma «di quella storia ho saputo solo a marzo di quest’anno.
Quando ero in fase di rivincita. Per me e anche per lei che non c’è più». Adesso che ha 17 anni Carolina B. dice che inizia a volersi «un po’ bene», ad accettare il suo corpo e il suo viso che tutto
sono fuorché sgradevoli alla vista.
E che ha smesso di incidersi la pelle con lamette e coltelli. «Guardi qua», sorride seduta in
veranda nella villetta di Costalunga, pochi minuti dal centro di Brescia. Carolina mostra i segni
bianchi lasciati dalle cicatrici delle ferite che s’è inflitta per due anni. Mamma e papà — ex
sportivi — un po’ la coccolano con lo sguardo e un po’ riprendono i più piccoli degli altri
quattro fratelli perché non si scollano dagli smartphone. «La rovina di questi ragazzi è il telefonino
», annuisce Domenico Geracitano, agente di polizia della questura di Brescia. È impegnato
da anni in campagne di sensibilizzazione sul cyberbullismo nelle scuole: è lui che
ha agganciato l’“altra Carolina”. In uno degli incontri con i ragazzi, la 17enne racconta la
sua vicenda: da allora, era lo scorso anno, diventa una piccola testimonial della lotta contro
le violenze psicologiche giovanili.
Come è iniziata la sua storia di vittima dei bulli?
«Ad aprile 2012, fine della seconda media. Ero al Parco Castelli con la parrocchia: quattro
giorni di evangelizzazione. Chi voleva saliva sul palco e raccontava la sua esperienza di fede.
Vado su, e parlo. Il giorno dopo mi dicono che hanno postato il video su Fb. Da lì in poi iniziano
a dirmi di tutto: sfigata, cesso, sei grassa, sei piena di brufoli, fai schifo, sei una troia obesa...
Insulti nelle chat di gruppo della classe».
E lei?
«All’inizio rispondevo, ma era peggio. Andavano giù ancora più pesanti. Arrivavo a casa,
sbloccavo il telefono e trovavo gli insulti: ammazzati, buttati dalla finestra... Se ti dicono che
sei grassa, ti vesti larga. Se ti dicono che sei un essere inutile, ti rendi ancora più inutile. Se ti dicono
che devi morire il tuo unico desiderio è la morte. E il peggio e che ti senti in colpa, vorresti
punirti ma non sai come fare Fino a che...».
Che succede?
«Trovo su Internet immagini di braccia tagliate. Penso che quella è la soluzione; provo una volta, mi sembra di avere pareggiato i conti con il mio essere sbagliata. Diventa un’ossessione: mi tagliavo ogni giorno, anche piu’ volte. In camera, in bagno, in doccia. In giro non alzavo mai le maniche».
Intanto diventa anche lei social-dipendente.
«Ero convinta che la vita vera fosse quella che passa dalle chat. I bulli erano sempre lì,qualcuno lo conoscevo, altri no.
È facile insultarti su Ask in anonimo. Ti infossi e inizi a “sfollare” (dare di matto, ndr). Capisco
Carolina (di Novara). La sua rovina è stata un video. Anche per me tutto è iniziato con un video. Poi viene il giudizio della rete, ecco. La cosa peggiore è il giudizio».
Aveva un pensiero fisso, oltre al senso di inadeguatezza da insulti?
«La morte. Alla ricerca di un aiuto postavo questa ossessione di morte ovunque. Coi miei genitori ci scontravamo sempre.
Quando scoprono che mi taglio, vanno in confusione. Al primo anno di superiori (istituto professionale) divento scontrosa,menefreghista, incazzata con tutti. Provo a fumare qualche
canna. Bulletta per reazione ».Trentun dicembre 2014.
Che data è?
«Litigo coi miei e mi chiudo in camera. Faccio un bilancio della mia vita a 15 anni. Risento le voci dei compagni delle medie:“Sfigata”, “cicciona”. Mi sento una fallita, e cosi prendo l’Ipod e una lametta e scappo dicasa. Mi siedo sopra un ponticello,inizio a tagliarmi. Poi mi butto giù. Mi risveglio su un’ambulanza. Mio padre arriva in neuropsichiatria: nonostante il parere dei medici, rifiuta di farmi ricoverare».
Toccato il fondo cosa succede?
«Smetto di tagliarmi, ma a scuola avevo spesso attacchi di panico. Mia madre ogni volta che stavo male in classe mi portava in posti belli e pieni di pace per farmi ritrovare la calma».
I bulli?
«Ho iniziato a fregarmene. Ho acquistato più sicurezza, adesso mi voglio bene. Ho capito che sono vittime anche loro.
Che per curare le vittime bisogna curare i bulli. Prima mettevo solo felpe nere e larghe. Oggi mi compro anche i tubini, ogni tanto metto scarpe con il tacco ».
Come si sente oggi?
«Sopravvissuta a una guerra. La mia guerra con i bulli. Carolina Picchio non l’ho mai conosciuta,
ma so che sarebbe fiera di me. Aveva ragione quando diceva “le parole fanno più male
delle botte”. Ma oggi so che le botte si possono curare, basta rivolgersi a chi hai vicino e non
cercare di fare tutto da soli».
























































































































































21/12/15

Esploriamo il significato del termine: L’ISLAM IN ITALIA L’INCHIESTA Le nostre vite normali da musulmani «Ma non chiamateci moderati»


E' vero che  la  lingua si  evolve  , ma  è anche vero che le parole sono  importanti  come si diceva  un tempo 






Infatti   da  questo momento  farò il possibile  per  evitare  tale frase  \  espressione di cui si  parla sotto trattato dal corriere  della sera  del 17\12\2015   , speriamo di   riuscirci  come ho fatto  con l'espressione   donna  con le palle 








Le nostre vite normali da musulmani
«Ma non chiamateci moderati»
L'Islam visto dai musulmani tra riformismo, convinzioni e pregiudizi: «È un sistema di vita. Non è una barba o un foulard in testa. Chi non si comporta da buon musulmano non è praticante»

di Alessandra Coppola


Lo scrittore di orgini algerina Amara Lakhous, l'ingegnere italo-egiziano-sudanese Akram Idries, Youssry Alhoda (imprenditore di origine egiziana), La studentessa della Cattolica Shereen Mohamed, Il videoblogger veronese di origine pakistan Burhan Mohammad
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Si potrebbe forse provare con il «test del maiale»: chi lo mangia non è musulmano, oppure non lo è abbastanza. È una provocazione, una delle argute invenzioni che tessono i romanzi di Amara Lakhous (nello specifico, «Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario», e/o). Ma contiene una questione seria e attuale, sulla quale lo scrittore continua a interrogarsi: come si distingue un islamico moderato? «Nel caso di una donna, per esempio, non porta l’hijab? Fuma? Ha relazioni fuori dal matrimonio? Dice le parolacce? E se invece è velata e prega con regolarità, si tratta di un’integralista?». 
Nato nel 1970 ad Algeri, dove si è laureato in Filosofia, Lakhous nei suoi studi alla Sapienza si è dedicato anche alla comunità musulmana italiana. Ha scritto quattro romanzi sullo «scontro di civiltà» che alla fine è incontro di pregiudizi, manie e abitudini tra condomini, mercati e stazioni ferroviarie. Ha vissuto a Roma, a Torino, in Francia, e ora risponde al telefono da New York. «Il concetto di moderato è pieno di trappole - ragiona -. Perché è stato importato da un altro contesto, di relazioni internazionali. A un certo punto, i Paesi a maggioranza musulmana sono stati classificati come fondamentalisti o moderati. In base alle convenienze. L’Arabia Saudita, per esempio, fondamentalista nel senso peggiore della parola, è collocata tra i moderati perché ha appoggiato la guerra in Afghanistan contro i sovietici, e così via. Questo concetto ora è applicato ai musulmani tout court , ai quali viene chiesto di prendere una posizione moderata. Non ha senso. Perché mai dovrei giustificarmi per qualcosa che hanno fatto altri, lontanissimi da me?». 
Se il termine moderato risulta inadeguato, però, se sembra un’etichetta ritagliata per tranquillizzare le coscienze occidentali e creare un «musulmano su misura» dall’aspetto gradevole e poco dissonante, come si può correttamente riferirsi a chi, per esempio, non va in moschea e non si attiene rigidamente a tutte le prescrizioni del Corano, e alla fine rappresenta la maggioranza del milione e settecentomila fedeli in Italia? «Nato musulmano, non praticante», suggerisce Youssry Alhoda. Non è un intellettuale, ma è un uomo conosciuto a Milano per la sua straordinaria serietà e competenza, 53 anni e 5 figli, titolare di una ditta di ristrutturazione, responsabile delle attività culturali di uno dei centri islamici col timbro «moderato», la moschea di Segrate. «Per me è un dovere inserirmi nel modo giusto e regolare nel posto in cui vivo - spiega -: l’Islam è questo, non si limita a una preghiera. È ricevere aiuto e aiutare, è un sistema di vita. Non è una barba o un foulard in testa». Degli oltre seimila versetti, dice, la maggioranza indica come comportarsi da buon musulmano. E chi non lo fa alla lettera? «Non è praticante». 
Nulla di male, ma neanche un ragazzo giovane come Burhan Mohammad, arrivato bambino dal Pakistan a Villafranca di Verona, concede molto spazio alle sfumature: «Fino a due anni fa ero il tipico trasgressore, mi ubriacavo, andavo in discoteca, portavo le ragazze nei privé». In una vacanza in Tunisia è stato folgorato dalla frase di un amico, alla vista di un uomo anziano col turbante bianco sul ciglio della strada: «Guardalo, se morisse adesso non avrebbe problemi». Ha cominciato a riflettere, racconta, poi ha anche avuto dei guai, ha perso il lavoro da metalmeccanico, il papà è stato male: «Un momento di crisi, e non potevo parlarne con nessuno. Un conoscente mi ha proposto di andare in moschea. Fino a vent’anni non ci avevo messo piede». E da allora neanche una birra? Ride. «Non è che si possa essere praticante a metà...». Non è neanche che abbia smesso di divertirsi, sostiene. Ha trovato, anzi, un modo piuttosto originale di rendere pubblica la sua svolta: registra un video blog in cui scherza anche sui difetti degli islamici («Sempre pronti a puntare il dito contro i peccati degli altri») o cerca di smontare pregiudizi. «Che cosa non vuoi più sentirti dire come musulmano?». Con una certa tenerezza, uno dei suoi intervistati, adolescente, confessa: «Non voglio che i miei compagni di scuola mi gridino Allah u akbar ». 

Resta la questione più seccante per i fedeli di tutte le età oggi in Italia: dover continuamente spiegare di non avere contiguità coi terroristi. «Mi sento umiliata quando mi chiedono di dissociarmi - dice Shereen Mohamed -. Io lo faccio anche, ma in quanto essere umano dotato di logica. L’Islam non è l’Isis. È dura doverlo ripetere: io sono italiana, musulmana, europea». Nell’immagine ideale di islamico «moderato», Shereen rientra perfettamente: lodigiana, 22 anni, genitori egiziani, diligente studentessa all’Università Cattolica di Milano, anima uno spazio di confronto con coetanei copti (e non solo) che si chiama Swap ( Share with all people). Strano? Per nulla. Molti musulmani frequentano scuole cattoliche, tanti genitori non chiedono per i figli l’esonero dall’ora di religione, gli oratori milanesi sono pieni di bimbi musulmani. Secondo una ricerca dell’anno scorso, il 26,9% dei ragazzi di origine straniera che frequentano le parrocchie è islamico. E i momenti di preghiera comune, con cattolici ed ebrei, sono tanti: è facile che tra praticanti ci si intenda. 
Più faticoso pare, forse, lo spazio per i «laici», o «non praticanti», o ancora come propone Akram Idries, per i «riformisti». Ingegnere trentenne, italo-egiziano-sudanese, collaboratore del blog La Città Nuova sul Corriere.it , Idries rivendica di essere musulmano anche se la sua immagine non corrisponde allo stereotipo: «Gli islamici sono fatti anche come me...». Cioè fedele, ma critico: «Questo modello di Islam ha fallito, non c’è bisogno di essere a favore né contro, non ha senso parlare di moderati: servono riforme», che aggiornino una serie di partiche e consuetudini consolidate in tempi remoti. È una linea che non scandalizza l’orientalista Massimo Campanini, docente a Trento, massimo esperto di Islam e politica: «Il riformismo fa parte del Dna dell’Islam, e individua una corrente ben precisa di approccio innovativo alle fonti». Bocciata anche dal professore, invece, l’etichetta «moderato»: «Sarebbe come dire che l’Islam è violento, e poi ci sono i moderati che non lo sono...». 
Assodato che esiste una possibilità riformista nell’Islam, e che ha anche precedenti storici, chi potrebbe oggi realizzarla? Amara Lakhous ha una risposta: «La diaspora. Nel mondo musulmano esistono due poteri: dittature e fondamentalisti. Che sembrano avversari, ma alla fine sono giocatori della stessa squadra. Le riforme richiedono libertà, e la libertà si trova in Europa e negli Usa». È tra i musulmani «occidentali», dunque, che si producono le condizioni ideali per un Islam riformato, dice Lakhous. Ma attenzione, «tra partiti xenofobi e socialisti che vogliono forgiare il musulmano su misura, si perde anche questa opportunità».


 .


03/05/13

Sciacalli della moda a caccia di anoressiche e cacciatori di ladri d'opere d'arte

 all'origine  del post  d'oggi   c'è  una  interessante  discussione avuta  tempo  fa  , scaturita  dalla lettura   di questo suo  articolo  , poi ripreso  sul blog  ,   con il mio vecchio  compagnodistrada    di splinder    recuperato  poi su facebook   Fiore leveque

  • Fiore Leveque

    perché trovi interessante l'aver postato il dialogo?
  • Giuseppe Scano

    perchè nonostante abbia studiato glottolofgia e filologia romanza dimenticavo l'origine di tale parola e l'uso proprio ( il tuo articolo ) e improprio che si fa nei media . vedi il libro manomissione dele parole di g.Carofiglio
  • Fiore Leveque

    ah capisco
    son molti anni che mi dedico alla rivalutazione e alla rivalorizazione delle parole
    a poche persone interessa
    perché stiamo tutti inglobati in una banalizzazione della parola
  • Giuseppe Scano

     e fai bene perchèp come dice moretti le parole sono impotanti http://www.youtube.com/watch?v=qtP3FWRo6Ow
    esatto
  • Fiore Leveque

    ogni parola ha dietro un discorso e una etica
  • Fiore Leveque

    cui oggi non si da importanza
    e per qusto le parole son come gioie falsifificate
Giuseppe Scano

purtroppo

  (....)  





è da questa discussione che riporto due articoli interessanti sul molteplice uso della parola caccia

IL Primo  è tratto da  repubblica  online del 30\4\2013  

Sciacalli della moda a caccia di anoressiche





QUANDO una modella muore di anoressia ne parlano tutti. Si scandalizzano, si indignano, protestano. Si decide che non è più possibile continuare con questa storia della magrezza a tutti i costi, e che il mondo della moda deve essere il primo a reagire in modo drastico. E talvolta si prendono anche decisioni importanti, come in Spagna o in Israele dove, dopo la morte nel 2006 della top model brasiliana Ana Carolina, si è deciso di non far più sfilare le ragazze troppo magre. 
Ma dopo l’emozione del momento, tutti (o quasi) ricominciano a vivere tranquillamente dimenticandosi dell’accaduto. Anzi, ci sono anche coloro che continuano a sguazzare nel mare di dolore di molte ragazze che soffrono di disturbi del comportamento alimentare e che ne approfittano. Al punto da non esitare a “reclutare” modelle tra le pazienti di una clinica svedese specializzata proprio nella cura dell’anoressia. 
È quello che si apprende in questi giorni, dopo la denuncia fatta dai medici del Centrum för Ätstörningar di Stoccolma, che hanno deciso di non permettere più alle proprie pazienti di uscire ed entrare liberamente dalla clinica. «Alcuni agenti che lavorano nel mondo della moda abbordavano queste ragazzine di 14-15 anni proponendo loro di lavorare come modelle», denuncia una dottoressa del Centrum. «Come si fa a far prendere loro coscienza della propria malattia, quando c’è chi le corteggia proponendo loro di diventare famose?» 
Uno dei problemi più grandi, per chi soffre di anoressia, è quello di capire e accettare che il proprio rapporto con il cibo è problematico e pericoloso. Molte ragazze sono convinte che il fatto di non mangiare le renda più forti e più sicure. Dietro il sintomo dell’anoressia, c’è sempre il bisogno di controllare il cibo per controllarsi, di negare la fame per sentirsi più forti e indipendenti. Anche se poi si dipende talmente tanto dal giudizio degli altri, che si preferisce morire piuttosto che smetterla di cercare di fare di tutto per corrispondere alle aspettative altrui. 
Come fa allora una ragazzina che ha una frattura narcisistica di questo tipo a capire che sta per distruggere la propria vita quando qualcuno le si avvicina e le dice che è “talmente bella che può diventare una modella”? 
I medici del centro di Stoccolma denunciano questi sciacalli della moda e chiudono le porte della propria clinica. Ma non è giunto il momento di smetterla una volta per tutte con queste pratiche immorali e con questo mito falso e bugiardo del “corpo-moda”? Quante altre vittime innocenti devono ancora esserci prima che la società si renda conto che la vita di una ragazza vale molto di più di qualche foto patinata in prima pagina di una rivista femminile? 


Il secondo  sempre  da repubblica  del 28\4\2013


La crociata dei Rosenberg a caccia di opere d' arte saccheggiate dai nazisti


NEW YORK - Era una delle (tante) ossessioni dei gerarchi nazisti: rubare opere d' arte. Secondo un calcolo approssimato per difetto, ne saccheggiarono oltre centomila nei paesi occupati per un valore attorno ai 10 miliardi di dollari. Avevano creato una divisione apposta che aveva il compito di setacciare musei, case d' aste e collezioni private. Come quella della famiglia Rosenberg, che da allora, da oltre settant' anni, da tre generazioni, insegue il suo tesoro perduto con pazienza, tenacia e incredibile capacità, tanto da aver recuperato quasi il 90 per cento dei quattrocento pezzi originali. La loro avventura sembra un film, e in effetti - benché solo come spunto - lo è già: "Il treno". Una pellicola di guerra con Burt Lancaster dove si racconta il tentativo di un colonnello delle SS di mettere in salvo, in Germania, il suo bottino di tele pregiate (e rubate). Ed è anche un libro, 21 rue La Boetie, della giornalista francese, nonché ex moglie di Dominique Strauss-Kahn, Anne Sinclair che è la nipote del capostipite, Paul Rosenberg.(  foto  a  sinistra presa  da http://intranews.sns.it/intranews/20130429/SIL1048.PDF  )
La storia, raccontata dal New York Times, inizia a Parigi negli anni Trenta, dove il giovane Paul fonda una galleria d' arte che diventa presto una delle più importanti. Amicissimo e confidente di Picasso, il quale cerca una casa a due passi da lui: "Ciao Rosi", "Ciao Pic", è il saluto dei due ogni mattina, il mercante crea una rete di rapporti con i migliori pittori e, di conseguenza, una collezione prestigiosa: Matisse, Braque, Cézanne e poi ancora Renoir, Van Gogh. La notte scende quando arriva la guerra e con i nazisti alle porte Paul Rosenberg decide, per sfuggire ai campi di concentramento, di andare negli Stati Uniti, destinazione New York, dove apre subito un' altra galleria nell' Upper East Side. Prova a spostare anche le sue opere d' arte ma è impossibile, non c' è più tempo. Prima di scappare, le nasconde inutilmente in una banca e in una casa di Bordeaux, ma soprattutto, cosa che si rileverà molto più efficace, mette per iscritto con amore maniacale un inventario completo. Nei giorni confusi della Liberazione, nell' agosto del 1944, Alexandre, il figlio maggiore, entra nella capitale al comando dell' esercito francese e dopo un breve scontro a fuoco fa irruzione nel treno numero 40044 (quello del film) diretto verso la Germania e nei vagoni trova decine di sculture, oggetti preziosi e quadri, molti di quelli che lui aveva imparato a conoscere sulle pareti della casa paterna. La caccia parte da qui.


 La piccola lista è ora un archivio monumentale con oltre 250mila documenti che occupa un intero piano della casa di famiglia a Manhattan. E a portare avanti "la crociata dei Rosenberg", c' è Marianne la figlia di Alexandre che fa l' avvocato: «Non lasceremo mai perdere, non dimenticheremo: è la nostra missione». Per anni, leiei suoi parenti hanno spulciato i cataloghi dei musei, le pubblicazioni delle case d' aste, gli archivi dell' Interpol e quelli delle associazioni - come quella del Getty di Los Angeles o dell' Holocaust Memorial Museum- che hanno messo online l' elenco delle opere rubate dai nazisti. Un dipinto di Braque viene trovato nel negozio di Josée de Chambrun, guarda caso la figlia di Pierre Laval uno dei leader del governo di Vichy. Un Matisse viene individuato durante un' esposizione temporanea al Centre Pompidou, un altro viene scovato, proprio in questi giorni, in Norvegia. E via così, quadro dopo quadro, scoperta dopo scoperta. Ogni volta è una battaglia legale, ogni volta è una sfida contro le leggi dei paesi, che nonostante ripetuti accordi internazionali spesso intralciano il recupero. Difficoltà che non fermano i Rosenberg: «Paul sarebbe andato sino alla fine del mondo per ritrovare e portare a casa i suoi adorati quadri», dice un amico. E gli eredi hanno lo stesso sangue: «Adesso toccherà alla quarta generazione finire la caccia», giura Marianne. Tanto, manca ancora poco prima dei titoli di coda con il lieto fine e la scritta missione compiuta

24/08/12

le parole

Foto: Con le parole uno non sta mai abbastanza in guardia, hanno un'aria di niente le parole, non un'aria pericolosa di sicuro, piuttosto dei venticelli, piccoli suoni buccali, né caldi, né freddi, e facilmente assorbiti quando arrivano attraverso le orecchie all'enorme noia grigio molle del cervello. Uno non fa attenzione a loro, alle parole, e la disgrazia arriva. 
Di parole, ce ne sono che si nascondono in mezzo alle altre, come dei sassi. Non si riconoscono a prima vista e poi eccole lì che però ti fanno tremare tutta la vita che hai, tutta intera, e nel suo debole e nel suo forte... Allora è il panico... Una valanga... Resti lì come un impiccato, sopra le emozioni... E' una tempesta che è arrivata, che è passata, troppo forte per te, così violenta che non l'avresti mai creduta possibile solo con dei sentimenti... Dunque, non si diffida mai abbastanza delle parole, è quel che concludo .


( Louis-Ferdinand Céline - " Viaggio al termine della notte " )
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17/03/12

le parole sono importanti . l'espressione donne con le palle non è un complimento cpome vogliono farci credere


Inizialmente consideravo   l'espressione   donnne  con le palle  un modo di  dire  per  donne coraggiose  . Ed avevo lasciato  tale  categoria  sul vecchio blog  di splinder  (  cdv.splinder  per chi ancora , anche   se  credo lo sappiano anche i muri   , lo sapesse  ) perchè  vuoi per  : 1)  per  pigrizia mentale , 2) accettazione passiva  delle amiche  , l'unica  che  me lo abbia fatto notare   è stata la  nostra  utente   ed  amica  Daniela  Tuscano  . Poi  dopo aver  sentito  la littizettto  



 che  l' espressione in questione    usata  dai media  (  e non solo ) nel senso di capaci di collaborare costruttivamente con gli uomini per realizzare progetti...senza per questo dover rinunciare alla loro autonomia è odiata  da molte   donne , mi  chiedo  (  e vi chiedo  )     ma perchè ..... non lo dite  apertamente invece di far  finta  di niente ( e qui mi ricollego  ala mia elucubrazione precedete  )   ho deciso , visto che non riesco a cancellare  tale  categoria    di non usarla pèiù e  di sostituirla  come suggerito da  Daniela ( non  mi sto   piegando  o  facendo il lachè , ma avevo intenzione  di fare  una cosa  del genere   già da prima   ma non riuscivo a  trovare nè il coraggio nè un termine  equivalente  in quanto le parole  sono importanti 



una parola non imparata oggi è un calcio nel culo domani Don Lorenzo Milani  (  Firenze27 maggio 1923 – Firenze26 giugno 1967 )    di usare  almeno  fin quando  non  riusciro  a cancellare  le categorie dooppie   o  inutili   questa  espressione   uomini  \ maschi con la  fica perchè   : <<   (...) Ripulire il proprio linguaggio da derivazioni razziste non è un concetto di "buona educazione" o riservato a "radical chic", ma un'idea di giustizia che parte dal linguaggio e intreccia il pensiero . >> (   da  http://www.saveriotommasi.it/blog/articolo.php?id=773 )

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