Visualizzazione post con etichetta ©Daniela Tuscano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ©Daniela Tuscano. Mostra tutti i post

27/06/18

VIVERE È FATICA Retrospettiva su My beautiful laundrette di © Daniela Tuscano

Un pomeriggio del 1985, al cinema Eliseo di Milano. In cartellone un titolo bislacco, My beautiful laundrette, intraducibile in italiano se non a costo d'imbarazzanti associazioni: "La mia bella lavanderia". La trama: l'anglo-pachistano Omar (Gordon Warnecke) è spinto dal padre, intellettuale socialista alcolizzato (Roshan Seth, il Nehru di Gandhi), a lavorare per qualche tempo presso lo zio Nasser (Saeed Jaffrey), ricco proprietario d'imprese lecite e illecite, con moglie trascurata e amante inglese (una scintillante Shirley Ann-Field). L'intraprendente giovanotto rileva una lavanderia dello zio e assume Johnny, un ex-amico d'infanzia, biondo, sfaccendato, punk, omosessuale e, in passato, fascista e razzista. Ne diviene l'amante e, assieme a lui, trasforma il negozio in locale di lusso. In mezzo, traffici di droga, scontri fra lavoratori e disoccupati, inglesi e immigrati, colori acidi e catapecchie rancide, luci al neon e valzer di Waldteufel, alcool a fiumi e odore d'appretto, rovistio di vesti dismesse, binari assordanti, vie di fuga e angoli in penombra. Locandina altrettanto indovinata: due ragazzi belli e strani, tra i più belli (e strani) mai visti, uno bianco e nordico, l'altro bruno e asiatico, che fissano l'obiettivo con timida strafottenza. Una coppia irregolare e interetnica nella Londra di Margaret Thatcher. 
Ma chi interpretava Johnny? Nientemeno che un tormentato, irresistibile Daniel Day-Lewis. E nessuno, fra gli sparuti spettatori dell'Eliseo nel 1985, sapeva di trovarsi di fronte alla riuscita performance del più grande attore degli ultimi decenni. Nell'asciutta possanza dei suoi 27 anni (ma ne dimostrava meno), il futuro sir DDL si muoveva con una spontaneità talmente viscerale da sconvolgere. Ma, d'altronde, il co-protagonista Warnecke non era da meno e in una intervista rilasciata al "Guardian" nel 2015 ha ricordato con molta vivezza quel partner così intenso e impegnativo, ma anche lieve ("un vero gentleman"). Warnecke, tuttora in attività - la sua ultima prova è stata presentata anche a Milano, nel corso del Festival Mix, il 24 giugno - avrebbe meritato maggior fortuna artistica: nato a Londra da madre indoguyanese e padre tedesco (un Ayeye Brazov d'Oltremanica...), risulta credibile come pachistano e regge egregiamente il confronto con l'illustre collega. Forse quel suo personaggio, così trasgressivo e imprevisto, era troppo in anticipo sui tempi, anche per la disinvolta Europa. My beautiful laundrette era mercuriale e non concedeva nulla alla furbizia. Vi si trovava solo lo schietto, ribaldo sperimentalismo dei 16 mm. - venne concepito per la TV come un serial sulla falsariga de Il Padrino - e la pirotecnia di due artisti: Hanif Kureishi alla sceneggiatura, Stephen Frears alla regia. 
La pellicola è indubbiamente figlia del suo tempo, a tratti datata, anzi, situazionista; eppure non invecchia. MBL è uno di quei film che si conficca nel cuore e non ne esce più. Puoi dimenticarlo, poi un bel giorno, o più probabilmente un pomeriggio - un altro - lo ritrovi lì, intatto, a riprendere il filo del discorso. Come tutti i classici, piove dove capita, con la precarietà dell'esistenza, ma sempre autentico, graffiante. 
La Londra anni '80 anticipava l'Italia del terzo millennio. Il suburbio rimane inchiodato a un'atemporalità senza scampo. Il resto è oggi: la politica truce e fosca, l'irresolutezza dei progressisti - il padre di Omar è forse il personaggio più patetico del film, con la sua cultura insipiente e la delusione poco comprensiva verso la "working class"; questione (anche) di linguaggio, lo tengano presente soprattutto gli insegnanti -, i nuovi "fascisti", in realtà dei poveri sciagurati, il fallimento del melting pot e la globalizzazione che esclude i singoli privilegiando il branco ("Non tagliarti fuori dalla tua gente, perché nessun altro ti vuole davvero" è il monito doloroso rivolto a Johnny da uno dei suoi ex-compagni di scorribande). Poi la guerra, immancabile: con gli extracomunitari, presi all'ingrosso, ma pure all'interno delle stesse comunità, che di comune hanno solo i bisogni materiali, o esigenze, o delinquenza. 



Tornare alle origini, come vorrebbe il padre di Omar nell'estrema illusione, non si può, sono bruciate e... su quelle ceneri, s'è innestata la malapianta del fondamentalismo. "Il Pakistan di oggi è stato fagocitato dalla religione", gli replica uno sconsolato Nasser. Nell'originale inglese, il verbo è ben altrimenti crudo: "sodomizzato". E la questione si ripresenta, sempre uguale: quando le religioni, nate per liberare l'uomo, hanno finito per incatenarlo? Chi le ha sequestrate? L'istituzione? Il potere? I preti o gli imam o i rabbini, tutti rigorosamente maschi? La nostra stessa prepotenza? La paura, il denaro? Se pensiamo che il peccato di Sodoma è il rifiuto dell'altro, non si ricompatta tutto in un unico, terribile atto d'accusa? Del resto, il mondo di MBL è senza Dio, ma certamente non più libero: semmai liberista; un ammonticchiare disordinato di piccole soddisfazioni, un vivere alla giornata afferrando un tragico attimo, privo di gioia. "La società non esiste. Esistono gli individui e io voglio cambiare le loro anime" proclamava la Lady di Ferro, ma cambiare l'anima è impossibile senza mettere in cortocircuito la stessa umanità. La quale, priva di riferimenti sicuri, trova sfogo nella violenza, nelle velleità o nella mitizzazione d'un mondo manicheo, esaltato, simmetricamente diviso tra bene e male. Liberismo e fondamentalismi - politici, religiosi - sono frutti d'un unico ceppo. Questa filosofia, o meglio, idolatria del denaro - che mai come qui assume connotati drammatici, al contrario di quanto frainteso da malaccorti osservatori - viene esplicitata da Salim (Dennis Branche), l'ambiguo e brutale cugino di Omar e, fra tutti, il più apertamente "mafioso", il quale riserva al ragazzo poche frasi taglienti: "Tuo padre era un intellettuale di spicco, in Pakistan. Tutti quei libri scritti e letti. I politici che andavano a cercarlo. Era intimo amico di Bhutto. Ma in Inghilterra senza soldi non siamo niente". 
Però la vita è anche un eterno passeggiare; si può sorridere fra le macerie, e infischiarsene, perfino commuoversi. L'amoralità dei protagonisti - di Omar, soprattutto - è forse dettata da autodifesa. Egli incarna un coacervo d'irriverenti contraddizioni: non bianco ma in alto nella scala sociale, dolce e appassionato (nell'intimità l'iniziativa spetta sempre a Johnny e mai a lui: altro sovvertimento degli stereotipi, che assegnano il ruolo predominante al non-occidentale) ma pure arrampicatore, rancoroso e dispotico. Concreto fino al cinismo e al tempo stesso entusiasta e melanconico, scherzoso e irrisolto. Lo si perdona, Omar, perché non ha scelta. All'adultità è costretto benché, come osservato da un critico dell'epoca, Leonardo Autera, unisca "all'astuzia dell'arrivista le tensioni e i sogni di un poeta". Ma nell'oclocrazia non c'è spazio per i poeti e al Nostro non resta che riversare tutta la poesia su Johnny. Segretamente, si capisce, in un alternarsi di sarcasmo e ipocrisia: mentre infatti la famiglia di Omar, chiamato amichevolmente (?) Omo, briga per combinargli un matrimonio con Tania (Rita Wolf), volitiva figlia di Nasser, lo zio, e perfino lo svaporato padre, nelle loro chiacchiere non mancano di additare lui e Johnny con un termine non esattamente corretto, "buggers" - equivalente al nostro "buggerare" -, tout court. Certo, i due rimangono uniti, magari sopportandosi, come sembra suggerire il finale, volutamente sottotono, che li ritrae sorridenti in un momento di lasciva banalità. Paiono già adulti, nel tratto se non nel fisico, due zitelloni gay che hanno imparato chissà come a barcamenarsi. D'altro lato questa intesa pare sempre sul crinale d'un burrone, per la crudeltà del mondo (non sono abbastanza cattivi), disagio esistenziale, finta virilità, mancanza di prospettiva, fragile dipendenza. Se non si teme di riconoscere, umilmente, i nostri abissi di finitudine, è facile identificarsi nei due amici, che nei non rari momenti di tensione sanno sempre sfoderare una risata sopra le righe. Non esistono, in MBL, personaggi del tutto buoni né completamente malvagi; ognuno ha le sue miserie e i suoi picchi di lirismo, pur nello squallore circostante. Ed è questo il fascino maggiore del film, lo stare al passo col disarmato fardello della vita.

assente nella più castigata versione italiana e che oggi farebbe gridare all'omofobia i tanti apologeti dell'equanimità a buon mercato. Ma MBL non è equo e, proprio perché così aderente alla realtà, rifugge i compromessi e gli accomodamenti della letteratura edificante, o letteratura 
Tuttavia, nella loro solitudine totale, o totalizzante, le più arrischiate risultano le donne, o alcune di esse. In particolare Tania, sposa mancata di Omar, riuscito miscuglio fra tradizione decaduta e necessità d'emancipazione. Ama (o desidera) il giovane parente, ma vorrebbe anche, con la complicità di lui, liberarsi da una famiglia detestata, e subisce la violenza più cruda quando Johnny, per mandare all'aria il matrimonio - l'amico non pensa nemmeno un attimo a confessare la verità - la seduce, facendole così perdere la reputazione agli occhi dei suoi. Tania se ne va, naturalmente, sparendo sui binari della ferrovia, quegli stessi su cui si era gettata anni prima la madre di Omar, depressa per le vessazioni subite dal figlio da parte dei bianchi, il fallimento economico del marito e la propria emarginazione in quanto moglie d'un "paki". Ma non vogliamo vederla come una sconfitta definitiva. Solo Tania può ripartire da se stessa azzerando un intero mondo, eterna apolide sempre di passaggio. È donna sotto qualsiasi latitudine, in tragitti mai concepiti per lei, e la fede, se arriva, è tutta da inventare. Nel manoscritto, Kureishi la ritrae seduta al finestrino con in mano un libro, l'unico che compaia in tutto il plot se si esclude la biblioteca del papà di Omar, segno d'erudizione vana. Può indurirsi per sempre, Tania. Oppure maturare, in quell'eremitaggio del cuore che, fra un treno e l'altro, gli anni ancora le concedono.

15/02/18

CHIUNQUE di © Daniela Tuscano


Lorenzo Pianazza non è certamente un eroe, ha fatto quel che doveva in pochi e dinoccolati gesti, immortalati dalla telecamera a circuito chiuso della metropolitana milanese.

L'immagine può contenere: una o più persone e persone che camminano

 È avvenuto tutto in pochi secondi. Un bambino senegalese si divincola dall'abbraccio della madre e rotola sui binari del treno. Seguono il panico, la confusione e l'apparire di quel ragazzone ciondolante, che anche di spalle immagini svagato, perso nella sua imprecisione adolescenziale. E che invece ha già visto e registrato tutto, e va dritto, chirurgico, elementare come un passero in volo, si cala nella buca, recupera il piccolo e lo ridona alla madre. Poi balza di nuovo su, con la svelta grazia della giovinezza. Non è eroismo perché tutto si risolve così, nel pudore di cui è capace solo un ragazzo. Qualcosa d'incontaminato, sfuggito chi sa come alle incrostazioni della storia. Ogni tanto riaffiora, per poi inabissarsi e spuntare di nuovo. Giunge senza pensarci, o senza pensar troppo, o avendo ragionato al millimetro, poliedricamente. È la nostra umanità ordinaria, non l'eccezione. E non poteva che svelarla un uomo del domani, semplice e grande nei suoi sogni segreti. Solo, magari, ma non inerme. Lorenzo lo ignorava ma, mentre rischiava la vita, qualcun altro gliela salvava. Claudia, agente di stazione dell'Atm, s'è accorta di quanto accadeva e, con altrettanta prontezza, ha bloccato l'arrivo del treno. Un angelo terreno per quel giovanotto che, dopo il diploma, vorrebbe entrare nelle forze dell'ordine. Pure Claudia è giovane, già una donna, nel suo culmine e al suo inizio. E poi c'è Milano, il mondo dentro tutto. Voragine di vita, sotterraneo che inghiotte e azzera le esistenze, ma sa recuperarle inopinatamente, riscattandole dall'anonimato. Il buio è morte ma anche grembo, scintillio, refolo. E basta poco, per riappropriarci di noi stessi. "Ho fatto una cosa che avrebbe fatto chiunque", ha concluso Lorenzo. Grazie a te Lorenzo, grazie Claudia, grazie per essere chiunque, per averci rammentato la forza della normalità. Grazie per non essere eroi, ma un uomo e una donna che, nelle Ninivi attuali, sanno rifulgere, e trionfare.

                                © Daniela Tuscano

10/02/18

GENTILIANI ILLUMINATI con © Daniela Tuscano


di cosa stianmo parlando

“Qui niente poveri né disabili”: le pubblicità discriminatorie dei licei
Sul sito del ministero le presentazioni con cui le scuole superiori cercano di attrarre nuovi studenti. E c'è chi parla di "difficile convivenza" tra ricchi e figli dei portinai
La prosa con cui alcune scuole del Paese, spesso i licei più prestigiosi e selettivi, si sono offerti alle famiglie per attrarre l'iscrizione dei loro figli è da censura. Nell'ansia di far apparire un istituto privo di problemi, pronto a fornire la migliore didattica senza impacci con gli adolescenti stranieri o i ragazzi bisognosi di sostegno, i dirigenti scolastici hanno licenziato rapporti di autovalutazione classisti.


Ci fu, in Italia, un periodo di sogni e di lotte, in cui l'escluso doveva essere incluso. E le porte degli istituti si spalancarono a tutti, almeno formalmente. In realtà si trattava d'un ingresso secondario, possibilmente senza dar troppo nell'occhio. Invece d'incoraggiare i "capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi", a "raggiungere i gradi più alti degli studi" (art. 34 della
( Nella foto: © R. Mauri, "Cultura incatenata" )
Costituzione), alcuni indirizzi rimanevano, di fatto, fortezze inespugnabili. Però si conservava un certo pudore, nel dirlo. Lo si sussurrava a mezza bocca, quasi scusandosene, perché si avvertiva, in questo, una sconfitta della scuola, lo sgretolamento di quei sogni e quelle lotte, il tedio e la delusione.
Oggi, essere "scuole de-disabilizzate", "de-pauperizzate" o simili ne attesta il prestigio. E le auto-valutazioni di numerosi licei classici italiani giungono a gloriarsene: "Non sono presenti né studenti nomadi né provenienti da zone particolarmente svantaggiate", "Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile [...]. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento", "Il contesto socio-economico e culturale complessivamente di medio-alto livello e l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale (come, ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia, nonché all’analisi delle specifiche esigenze formative nell’ottica di una didattica davvero personalizzata".
Soffermarsi sugli aspetti più manifestamente classisti di queste presentazioni è superfluo. Consideriamo piuttosto certi avverbi e sostantivi. Si legge di "specifiche esigenze formative" e di "didattica 'davvero' personalizzata". Dunque, l'assenza di "studenti con caratteristiche particolari" favorirebbe la didattica? Addirittura personalizzata? Davvero? Per davvero?
Magari essere un po' meno perentori, ecco. Al posto di "davvero", usare "forse". Lo so, la vaghezza è roba da poeti, non da burocrati. Ma da quando la precisione computistica è sinonimo di veridicità? Un tempio della cultura non dovrebbe ignorarlo. Perché la didattica davvero personalizzata la facciamo noi, docenti sfigati. Quelli che i nomadi, gli stranieri e gli svantaggiati li vedono tutti i giorni, spesso in intere classi. E li seguono oltre, e l'occhio mentale s'insinua nelle loro case. In ognuna di esse. In quella zona aliena dei paesi che si portano dentro, dei giorni senza storia, o di troppe storie. Negli addii a monti concreti, in vie dai nomi odiosamente eguali, dove i pomeriggi sono muri, o ricettacoli d'azzardo, o noia d'appartamenti e tecnologia dozzinale. La didattica, per noi, non s'esaurisce in una lezione. La didattica è educare. E-ducere, tirar fuori. E da tirar fuori, in questi alunni, c'è davvero molto.
Tempo te ne portano via. Davvero. No, forse. Ti tolgono il tempo dell'orologio, questo è sicuro. Ti tolgono pure il fiato mentre le "buone scuole" pensano a toglierti il resto: soprattutto le residue risorse per fornir loro gli strumenti culturali di cui hanno diritto e bisogno. Però tu non li cambieresti con nessun altro al mondo.
Perché esiste la strada, non l'"università della strada". Semmai, esiste una strada che conduce all'Università. Ma per percorrerla devi capirla, decriptarla, non semplicemente esserci. E questo è esattamente il compito della didattica.
Ma la strada occorre pure viverla. "Convien essere popolare", come da folgorante sintesi machiavellica. Altrimenti rimane mero esercizio retorico o, peggio, narcisismo velleitario. Abile contorno, bella prosa, eloquio fluido ed elegante. A quanto pare alcuni presidi concepiscono in tal modo la "didattica davvero personalizzata". Che certo non fa "perdere tempo". La rettifica - peggiore del danno, come spesso avviene - della preside d'un liceo finito al centro della polemica non poteva essere più illuminante: "Volevo dire che la didattica ordinaria, così, è più semplice: recuperare l’italiano di uno straniero chiede risorse e tempo. Credo che tutti gli studenti, ricchi e poveri, debbano crescere insieme e credo nella multiculturalità".
Fantastici, vero?, questi intellettuali, progressisti nella forma e gentiliani nei fatti, che credono gli studenti debbano crescere insieme tenendoli però separati, cui la "multiculturalità" sta tanto a cuore ma per i quali lo "straniero" chiede "risorse e tempo" (chi l'avrebbe mai detto!). E non oso addentrarmi nella "semplicità" della didattica "ordinaria": immagino s'intendesse "facilità", benché non siano sinonimi e stupisce che in istituti di alta reputazione si ricorra a un lessico così sfilacciato. Ma dalle nostre parti non c'è nulla di semplice né di ordinario; e la didattica, nella fattispecie, non lo è mai. Gli è che questi allievi modello, questi giovani italiani doc costituiranno la futura classe dirigente. Li immaginiamo schierati nell'emiciclo sinistro del Parlamento a concionare di accoglienza, ius soli, inclusione e integrazione. C'inviteranno ad "abbracciare i fratelli Rom" come l'alunno Derossi col figlio della Calabria di deamicisiana memoria, ad accantonare la "didattica" (per come l'hanno appresa, ordinaria, quindi libresca, quindi inutile) in favore di "progetti" realizzati da "esperti" di qualche club antidiscriminazione. I docenti, è noto, sono impreparati verso le "nuove criticità", quindi meno Dante e più corsi d'empatia, il ludo come depensiero, la fatica da aborrire, lo smartphone per lezioni "easy". E poi ammettiamolo, ai nostri scalcagnati alunni cosa è riservato, se non un destino da Prolet? Non pretendessero troppo. Poi dice che uno li manda a farsi un giro.

                                            © Daniela Tuscano

04/02/18

cosa è la vita ? di © Daniela Tuscano

Cosa è la vita? Forse il mio passo incerto. L'occhio frugale. Il ticchettio d'una pendola. Un davanzale fiorito. Una scoperta, un rimprovero e una tenda. È uno smarrimento perché son qui, a quest'ora del giorno. E mi oltrepassa, a volte immensa, a volte chiusa in una mano. O in un stanza rosa. O in un silenzio senz'attesa, colmo solo di sguardi. 
Non so che sia lavita. Lo saprò domani, quando s'allontana. Larimpiangerò, mormorando un addio. O forse non lo capirò mai. Le sarò dentro. Un lungo mare senza ricordo.

© Daniela Tuscano
Commenti

03/01/18

R. B di © Daniela Tuscano



E va bene, definirlo apollineo non è originale. Semmai, tautologico. Ma abbiamo alternative? Roberto Bolle è una metempsicosi artistica, la materializzazione dei sogni di Winckelmann. Non la Grecia, ma un'idea di essa. Una bellezza pensata che taluni scambiano per freddezza.
Ma Roberto vive, sublimando le passioni. Chi l'ha visto all'opera, anzi all'impresa, ne percepisce la fisicità possente e travagliata. C'è sofferenza dietro il genio, l'impossibilità di sentirsi normale, la severa armonia. Bolle quando tocca, quando bacia, è un fremito mediterraneo. Sa gestirsi, adesso che ha raggiunto - di slancio - il termine della carriera. Vuol essere popolare senza scadere nel pop. Immancabilmente ecumenico, ineccepibile nelle evoluzioni. Cosicché gli si possono perdonare i peccati. Eventuali, nascosti, occulti. 
L'immagine può contenere: 1 persona
È una gloria italiana, Roberto. Lo è realmente, nato gigante in una provincia nebbiosa, agra e senza fantasia. Niente bassifondi, nessuna tinta forte, solo sbiadite risaie. Però bastava lui. Gli è rimasta, di quei luoghi, una concretezza padana, una generosità vera. 


Sa, o vuol essere, cameratesco. L'opportunità a un talento addolorato come Ahmad Joudeh la dà. E sarebbe davvero bello che un musulmano siro-palestinese ne raccogliesse l'eredità. Per ora basta quell'abbraccio, mitologico e umano. Una sfida di corpi all'intolleranza delle ideologie. 
Con Ahmad non ha bisogno di esibire nudità, è già intimo. Con Paulina, partner storica, propone l'origine della coppia umana, e il corpo ci vuole, supplisce a un coinvolgimento altrimenti troppo cerebrale. E la pioggia sottolinea la tempesta perfetta, le conferisce un respiro canoviano.
È anche televisione, certo. Quella che vorremmo. Giustamente - e modernamente - didascalica. Furba, talora, il giusto. Un eccitante per la curiosità. La sera di Capodanno qualcuno s'è sentito librare in tersi cieli. Cosa desiderare di più?

© Daniela Tuscano

08/11/17

26 di © Daniela Tuscano


Forse arrivo a capirlo, perché nessuno abbia pensato a disfarsi dei cadaveri di quelle 26 ragazze nigeriane. Perché non c'era niente da pensare e, soprattutto, da faticare.
L'immagine può contenere: nuvola, cielo e spazio all'apertoQuelle 26 non li riguardavano. Cancellare le tracce del delitto? Ma quale delitto, scusate. È dura dirlo, ma solo la morte ha restituito dignità a quelle disperate. Solo le bare stagliate nel cielo di Salerno, un cielo barocco, d'antichi furori, solo l'apparire in involucri lignei, appese - impiccate? - all'enorme gru nera, ci hanno fatto realizzare ch'era accaduto qualcosa di tremendo. Che erano esistite, in qualche sterro d'Africa, ragazze giovanissime, spogliate, derubate, stuprate, uccise poi gettate lontano, povere larve d'un giorno, l'occhio novello spalancato sull'orrore.
Solo ora, quelle voci che non hanno avuto il tempo d'urlare, le avvertiamo concitate e reali, solo adesso, nel silenzio dei flutti, possiamo udire il loro pianto negletto, eguale dall'inizio del mondo, ed è sempre troppo tardi, ed è sempre, e lacera il cuore.
© Daniela Tuscano

06/11/17

la resa






L'immagine può contenere: 2 persone, sMSDunque no, niente razzismo, niente fanatismo religioso, solo una parente rompigliona, come se questo bastasse a ingentilire dei corpi straziati, come se il sangue sparso fosse meno rosso e le lacrime consolatorie.
Sapere che l'uccisore non ha urlato "Allahu akbar" ma, forse, "solo" qualche bestemmia - pare fosse satanista - ci rassicura?
Venire a conoscenza che era stato congedato dall'esercito con disonore per violenze gravi su moglie e figlio tranquillizza le nostre coscienze?
Aver contezza che a un individuo simile fosse consentito tenere in casa un arsenale, anzi, come s'è subito affrettato a precisare il presidente Trump, che "tutto quanto non è collegato al commercio d'armi", ci conforta ?
Se continuiamo a reputare bagattelle la morale del pistolero, la paranoia machista, l'oblio di Dio e, di conseguenza, l'obnubilamento dell'umano; se rifiutiamo di considerarle, anch'esse, manifestazioni di quel fanatismo religioso e razzista che tanto volentieri imputiamo all'estraneo, al diverso, allo straniero, non illudiamoci di poter sconfiggere le cause profonde del Male.
È ora di ritenere la vendita sconsiderata di armi da fuoco un crimine contro l'umanità.
È ora di denunciare i delitti verso donne e bambini come espressioni di razzismo.
È ora di riconoscere l'odio religioso anche all'interno d'una stessa comunità. Nemici del cristianesimo provenienti da questa cultura esistono, son sempre esistiti; e vanno definiti senza ipocriti eufemismi.
È ora di proclamare che nelle stragi efferate i "moventi familiari" NON sono MOVENTI.
Pertanto la narrazione che si ostina a presentarli come tali, evitando ogni contestualizzazione e problematizzazione, di fatto fornisce loro alcune attenuanti; e un'aura, quasi, di rispettabilità.



                                            © Daniela Tuscano














































L'immagine può contenere: 2 persone, sMS

























Dunque no, questa volta non si può incolpare il solito terrorista islamico. L'assassino del Texas è un bianco, wasp. Dunque no, non si tratta di razzismo, non ci sono moventi religiosi, bensì problemi familiari. Esattamente: "problemi familiari". Tali vengono descritti, senza vergogna, dalle principali testate italiane [qui alcuni esempi, ndA] e temiamo anche estere. Il killer "aveva manifestato odio per la suocera" e, si sa, le suocere sono tremende. Insomma a chiunque, con una suocera petulante in casa, possono girare i santissimi e da qui a imbracciare un fucile, recarsi in una chiesa, sterminare 26 persone fra cui alcuni bambini e anziani (il più piccolo di 18 mesi, il più vecchio di 77 anni), una ragazzina 14enne (figlia del pastore) e una donna incinta il passo è breve...
Dunque no, niente razzismo, niente fanatismo religioso, solo una parente rompigliona, come se questo bastasse a ingentilire dei corpi straziati, come se il sangue sparso fosse meno rosso e le lacrime consolatorie.
Sapere che l'uccisore non ha urlato "Allahu akbar" ma, forse, "solo" qualche bestemmia - pare fosse satanista - ci rassicura?
Venire a conoscenza che era stato congedato dall'esercito con disonore per violenze gravi su moglie e figlio tranquillizza le nostre coscienze?
Aver contezza che a un individuo simile fosse consentito tenere in casa un arsenale, anzi, come s'è subito affrettato a precisare il presidente Trump, che "tutto quanto non è collegato al commercio d'armi", ci conforta?
Se continuiamo a reputare bagattelle la morale del pistolero, la paranoia machista, l'oblio di Dio e, di conseguenza, l'obnubilamento dell'umano; se rifiutiamo di considerarle, anch'esse, manifestazioni di quel fanatismo religioso e razzista che tanto volentieri imputiamo all'estraneo, al diverso, allo straniero, non illudiamoci di poter sconfiggere le cause profonde del Male.
È ora di ritenere la vendita sconsiderata di armi da fuoco un crimine contro l'umanità.
È ora di denunciare i delitti verso donne e bambini come espressioni di razzismo.
È ora di riconoscere l'odio religioso anche all'interno d'una stessa comunità. Nemici del cristianesimo provenienti da questa cultura esistono, son sempre esistiti; e vanno definiti senza ipocriti eufemismi.
È ora di proclamare che nelle stragi efferate i "moventi familiari" NON sono MOVENTI.
Pertanto la narrazione che si ostina a presentarli come tali, evitando ogni contestualizzazione e problematizzazione, di fatto fornisce loro alcune attenuanti; e un'aura, quasi, di rispettabilità.
                                            © Daniela Tuscano

04/09/17

VIOLENZA ALLE DONNE, CI STIAMO SBAGLIANDO © Daniela Tuscano

L'immagine può contenere: sMS
- preclusione ad alcune professioni, fra cui quella di giudice (fino al 1963), per tendenza all'emotività e debolezza di pensiero o, per dirla con la descrizione lombrosiana del prof. avv. Orfeo Cecchi dell'Università di Milano: "La donna è a uno stadio intermedio tra il bambino e l’uomo, come si rileva anche dalla fisionomia, dalla mancanza di peli sul viso, dal tono della voce, dalla debolezza organica e dalla psicologia a base istintiva, sentimentale e spesso capricciosa… Ha, soprattutto quando è giovane, scarsissimi scrupoli e freni morali. Ha spiccatissime attitudini per l’intrigo, per la simulazione, per il mendacio e per lo spionaggio… E’ tremenda nell’odio e nella vendetta. E tutto giudica dal lato sessuale… Orbene, è a un essere simile, dominato e sopraffatto della simpatia o antipatia sessuale, che si vuole affidare… anche le difficilissime e delicate funzioni di magistrato?”;
Penso che uno dei primi errori di fronte alla cosiddetta "emergenza stupri" sia, appunto, quello di considerarla un'"emergenza" cioè, come suggerisce il vocabolario, una difficoltà imprevista o, comunque, qualcosa d'eccezionalmente grave; mentre nello stupro, o anche nelle semplici molestie, d'imprevisto o eccezionale non c'è proprio nulla, anzi, si tratta d'una tragica normalità, che da millenni si perpetra sulle donne.
Si è giunti a reputarlo "emergenza" per la sensazione d'un limite ormai intollerabilmente superato. Ma è un altro errore, non meno serio del primo. Nessuno stupro, infatti, è "tollerabile". Non esistono limiti, perché non c'è nulla da moderare; la violenza contro le donne va considerata per quel che è, uno dei più disgustosi crimini contro l'umanità, secondo, e nemmeno sempre, solo all'assassinio.
La domanda vera è: ma ne siamo convinti?
UN ESSERE SIMILE. Davvero ci rendiamo conto della portata d'uno stupro? Se scorriamo la giurisprudenza la risposta non può che essere negativa. Già in passato ho messo in risalto la spaventosa disparità di trattamento della legge italiana verso uomini e donne. Qui la ricordo sommariamente:
- mancato riconoscimento del diritto di voto fino al 1946;
- ius corrigendi (abrogato nel 1968);
- diritto di famiglia con l'uomo capo indiscusso (riformato nel 1975);
- adulterio punito col carcere solo per la donna, mentre riguardo all'uxoricidio la pena prevedeva l'ergastolo per la moglie, ma non sempre per il marito, anche grazie all'attenuante del famigerato "delitto d'onore" (abolito nel 1981);
- ed eccoci alla legge sulla violenza sessuale, annoverata, fino al 1996, fra i reati contro la morale, cioè alla stessa stregua degli spettacoli inverecondi e degli atti osceni in luogo pubblico.
Ovviamente, durante i processi per stupro, la vera imputata risultava la donna, provocatrice per antonomasia. E poiché le leggi riflettono la cultura, sembra possibile che un essere simile fosse sufficientemente tutelato?...
FEMMINISTA SARÀ LEI. Nella programmazione scolastica poco o nessuno spazio viene dato alle donne nelle varie discipline: la letteratura, la storia, le scienze, le religioni si declinano esclusivamente al maschile e le poche figure femminili cui si elargisce un minimo cenno, spesso distratto e lasciato alla discrezione dell’insegnante, non fanno che rafforzare lo stereotipo: eccezioni che confermano la regola. L’appellativo “femminista” viene usato nella stragrande maggioranza dei casi a sproposito e quasi a mo' d'insulto, quando una docente tenta di ristabilire un minimo d'equità dedicando maggiore attenzione all’apporto delle donne negli ambiti del sapere (non va dimenticato, infatti, che il 90% dei professori delle scuole medie di primo e secondo grado sono di sesso femminile; percentuale che si capovolge in ambito universitario, l’unico a godere di prestigio sociale... ed economico).
Il femminismo insomma, l’unica rivoluzione del Novecento riuscita senza degenerazioni dittatoriali o spargimenti di sangue, viene ignorato, deriso o ritenuto espressione di gruppuscoli d’esagitate virago. Sullo sfruttamento del corpo femminile da parte dei mezzi di comunicazione di massa abbiamo già speso fiumi di parole; a esso, di recente, si sono aggiunte nuove forme di reificazione di stampo neoliberista – dalla prostituzione “volontaria” e persino “umanitaria”, come l’assistenza sessuale ai disabili, alla compravendita d’organi, dalla deprivazione della maternità alla coercizione di donne povere - le quali, in nome dell’individualismo più spinto, si presentano sotto l’aspetto di diritti e non sono altro che manifestazioni inedite del vecchio patriarcato.
IPOCRISIA. Il “grido di dolore” s’è levato, all’improvviso, a causa dei recenti episodi di violenza commessi da immigrati. Ma è un grido che somiglia più a una canea, a un farneticare strozzato, a un gorgoglio d’umori ancestrali, sub-umani (o, forse, pre-umani). È un grido, ancora una volta, inutile, un bronzo che risuona di disonestà intellettuale, razzismo, strumentalizzazione. È un ennesimo grido contro le donne, incurante della loro dignità.
Possiamo permetterci di respingerlo, quel grido, perché lo conosciamo bene. In precedenza abbiamo gridato noi, ma nel deserto; senza tuttavia perdere, parafrasando Testori, il nostro proprio latino.
Non occorrevano le sciagurate frasi d’un Abid Jee (il quale, vogliamo sperare sia espulso dall’Italia al più presto) per rendersi conto del violento sessismo di cui sono impregnate molte tradizioni non occidentali; un vero e proprio jihad di genere. Uso il termine non in senso tecnico, ma in quello popolarmente inteso; i seviziatori di Rimini possono infatti essere sia musulmani sia cristiani o altro.
A stupire e indignare, semmai, dovrebbe essere la miopia della sinistra liberal, la sua frusta retorica terzomondista, il senso di colpa infantile, e capriccioso, verso i popoli ex-coloniali che in nulla ricorda la vera solidarietà. Quell'idealizzazione regressiva del politicorretto, ipocrita e priva di basi filosofiche, artistiche, religiose.
ALLE RADICI. Questa miopia, anzi, cecità, ha impedito un dialogo maturo e paritario coi rappresentanti di culture diverse (ma non sempre, e non necessariamente, opposte). L'edonismo neolaico preconizzato da Pasolini - "ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane" - di cui la nuova sinistra s'è ammantata, non è in grado di produrre una cultura che non sia meramente tecnologica e pragmatica, e impedisce all'uomo autentico di svilupparsi; ne consegue, conclude il poeta, "una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali".
E una confusione in primo luogo linguistica. In tal senso, la democrazia viene svuotata di significato per coincidere esclusivamente col benessere materiale, la soddisfazione immediata dei piaceri dei singoli - o dei solitari - che fanno massa ma non società; e i diritti, da comuni e condivisi, diventano pretese individuali. E siccome ognuno ha le proprie, il neolaico le accoglie all'ingrosso, in nome d'un malinteso rispetto dell'altro che cela goffamente un altezzoso e irritante paternalismo - o, per dir meglio, indifferenza -. Essendo privo di cultura e avendo rinnegato in primis la propria (questi liberal sono tutti profondamente anticristiani), non è in grado di comprendere quella altrui e non sa distinguerne i momenti umanisti dalle degenerazioni fondamentaliste e intolleranti. La democrazia così intesa si presenta quindi come il non-luogo dell'edonismo amorale, dove tutto è lecito perché nulla ha senso.
Soprattutto i maschi provenienti da esperienze estreme recepiscono tale devastante messaggio. E l'apparente libertà di cui qui gode la donna, da essi disprezzata, viene facilmente interpretata come spudoratezza perché, l'abbiamo visto, nemmeno il neoliberismo le riconosce una vera dignità. La "libertà" femminile nelle nostre contrade è strumentale al consumo e non intacca quindi i pregiudizi profondi. Non combatte, in particolare, il maschilismo, causa prima d'ogni violenza. Come acutamente annota Wael Farouq, "esclude la persona a vantaggio della forma".
Sorvoliamo poi, per amor di patria o meglio di matria, sulle vetero-laiciste secondo cui la causa d'ogni sfascio è sempre e solo delle religioni e l'ateismo militante la necessaria palingenesi; teoria, questa, ampiamente smentita dai fatti ancor prima che dalla storia (gli uomini dei paesi ex-comunisti non brillano per galanteria).
NON SOLO ABID JEE. Chi accusa gl'immigrati di particolare efferatezza mente sapendo di mentire. È stato forse meno truculento il femminicidio perpetrato da Vincenzo Paduano, l'assassino non pentito (non si pente nessuno) di Sara Di Pietrantonio? O quello di Raimondo Caputo, aguzzino della piccola Fortuna? O di Saverio Nolfo, che trucidò la moglie Marianna malgrado quest'ultima l'avesse denunciato (invano) ben 12 volte? O di Francesco Mezzega, cui sono stati subito concessi i domiciliari? O dello stupratore pedofilo e incestuoso di Manfredonia? E ci limitiamo agli ultimissimi casi poiché, da inizio anno, sono morte o brutalizzate da maschi italiani più di cinquanta donne; la narrazione dei mass-media, sempre indulgenti coi criminali, le ha poi uccise due volte.
Non risulta che la politica se ne sia preoccupata. La destra, che adesso riesuma una pubblicistica da Ventennio e invoca stermini, vendette sommarie e deportazioni ad Auschwitz, è la stessa che un paio di mesi fa ha bloccato il ddl sugli aiuti agli orfani di femminicidio, sdoganato le Olgettine e incitato a sua volta a violare le parlamentari avversarie. Ciò che le importa davvero non sono le vittime, ma la legge della tribù (gli "stranieri" non devono permettersi di toccare le "nostre" donne: sono nostra esclusiva proprietà). Quanto ai Cinque Stelle... risultato non pervenuto. Evidentemente, hanno altre priorità.
Raffrontare il numero di delitti commessi da extracomunitari con quelli italiani è dunque un'operazione, se non peregrina, certo insoddisfacente. Non per giustificare i primi a scapito dei secondi. Al contrario. Non si tratta di giustificare, si tratta di giustizia. Si tratta di capire che, fin quando il patriarcato non verrà sconfitto a ogni latitudine, episodi come quelli di Rimini sono destinati ad aumentare.
QUALE PROGRESSO? Una democrazia vera non può tollerare al suo interno il proliferare di idee antidemocratiche. Fra i suoi capisaldi c'è l'uguaglianza tra i sessi; chi non la rispetta perde il diritto di cittadinanza e va perseguito con la massima severità.
Ma è un principio che deve valere per tutti. E lo si instilla con l'educazione sistematica, ontologica, fattiva, con gli esempi concreti, dai primi anni alla vecchiaia. Perché, per un Abid Jee che si è esposto, ci sono dieci Mario Rossi che sotto sotto, ma non sempre, ne condividono l'impostazione mentale. Perché troppe volte i tribunali italiani hanno scarcerato gli stalker, condonato gli uccisori, stabilito che i jeans sono un alibi per lo stupro. Perché nelle scuole italiane il genio femminile non trova accoglienza. Perché le religioni devono essere purificate dalle incrostazioni patriarcali. Perché la stessa laicità viene vanificata se sconfina nel laicismo, dove qualsiasi persona - e, quindi, ogni donna - è ridotta a oggetto. Perché proprio le donne possono e devono essere il terreno d'incontro di tradizioni diverse. Perché dove le donne stanno meglio, non sono gli uomini a perdere, ma l'umanità a progredire.
© Daniela Tuscano

01/06/16

SBAGLIATA di © Daniela Tuscano

 
 
 
 ·
SBAGLIATA

 (Immagine: G. Badari, "Donna crocifissa")
 

 


E poi ci son quelli che “madri di maschi, educate i vostri figli”.
E son quelli e quelle.
(La misoginia è interiorizzata dalle vittime, si sa.)
Perché se lui è così cattivo, la colpa è della madre.
Non è stata attenta.
Non è stata brava.
Non gli ha insegnato a rispettar le donne.
L’ha servito troppo.
Gliele ha date tutte vinte.
L’ha considerato il suo bambino.
Il suo re.
Il suo mondo.
Sì, la colpa è sua.
Della madre, ancora della madre, sempre della madre.
E ci son quelli, e quelle, che dimenticano:
che la madre è stata figlia.
Ed è stata bambina, scolara, studentessa.
Forse laureata.
E a scuola, sui libri, sui media
Ha imparato che doveva servire il maschio.
Che bisognava dargliele tutte vinte.
Che era un re.
E tutto il mondo.
Così fanno le donne per bene – le hanno detto.
Altrimenti.
Una donna senza un uomo è incompleta.
Anzi, inutile.
Perché nei testi scolastici, nei libri di grammatica, nelle vie e nelle piazze, nella grande storia
Ricorrono solo nomi maschili.
Lei non c’è - non deve esserci.
Lei è, al più, un’appendice muta.
Questo ha imparato, quella madre di maschi.
Questo doveva imparare.
Ma adesso ci son quelli, e quelle, che glielo rimproverano.
Non sei stata brava, non sei stata attenta.
Gli hai impartito i valori che noi ti abbiamo inculcato.
Dovevi farlo.
Ma dovevi pure insegnargli a rifiutarli.
(Senza farti scorgere, sia chiaro; sia mai tu sovverta l’ordine stabilito; sia mai ti diano della femminista.)
Non sei stata onnipotente.
Senza la forza dell’onnipotenza.
Vergogna, madre di maschi.
La madre, ancora la madre, sempre la madre.
E ci son quelli, e quelle, che mai si volgono ai “padri di maschi”.
I padri sono innocenti a prescindere.
I padri sono i capi.
I padri sono i re.
Eppure sono stati i padri
- Padri di maschi, figli di maschi –
Che nei secoli hanno costruito un mondo
Di escluse e privilegiati.
Sono stati i padri
- Padri di maschi, figli di maschi –
Che hanno redatto libri, fondato scuole, predicato, edificato
Una società fondata sul disprezzo della donna,
Sulla sua assenza e il suo asservimento.
Dovrebbero trovarsi loro, oggi,
Sul banco degli imputati.
Almeno, accanto alle madri.
Ma non funziona così.
L’educazione è roba da madri. (Ma non chiamatela pedagogista, quel titolo è riservato agli uomini.)
La colpa è delle madri.
La colpa è delle donne.
Non sono i maschi a doversi rieducare, sono le donne a doversi difendere.
“Donne, denunciate i vostri aguzzini!”
(Anche se non vi credono mai, anche se gli basta simulare l’infermità mentale, anche se li rilasciano subito, anche se li assolvono col cuore e con le parole: parole maschili: raptus, eccesso d’amore, passione, ecc.)
Solo quando vedrò i padri
Richiamati alle loro responsabilità
Allora sì, potrò credervi.
Ma finché leggerò le accuse alle madri, ancora alle madri, sempre alle madri
Vi chiamerò ipocriti e ipocrite,
Servi e serve del sistema,
Sepolcri imbiancati,
E le vostre figlie e i vostri figli
Torcano il viso da voi.
© Daniela Tuscano
(Immagine: G. Badari, "Donna crocifissa")

17/05/16

occhi di © Daniela Tuscano


Il piccolo Giovanni da Modica che, prima di morire a sette anni, chiede ai genitori di lasciare i suoi risparmi all'ospedale, non è figura patetica. È seria, tremendamente seria. Dramma. Le manca l'elusività, la sovrastruttura.
 I bambini rifuggono dagli aggettivi. Sono nomi, franchezza allo stato puro. Giovannino, nelle poche immagini che restano di lui, va diritto al cuore e ci resta. È la sua stessa bontà a non lasciar scampo. Riconduce alla nudezza del primo uomo, frantumando ogni ipocrisia. Da quello sguardo verremo giudicati. Sguardo rigoroso, assoluto. Ma, ancor prossimo a Dio, anche misericordioso. Ci salverà per grazia, non per nostro merito. E solo allora, nell'attimo supremo del dolore e della contrizione, apriremo gli occhi. Solo allora capiremo il senso dell'esistere.

© Daniela Tuscano

30/04/16

IN MEMORIA di © Daniela Tuscano


Mohammed avrebbe voluto una famiglia e dei figli ma non immaginava ne avrebbe avuti tantissimi. Non in quel modo. O forse sì. Forse, a un certo punto, ha smesso d’immaginare, perché la realtà travalica i nostri piccoli sogni, anche quando sono grandi. Quello di Mohammed il pediatra, anzi, l’ultimo pediatra di Aleppo (e come titolo d’un moderno "feuilleton" suonerebbe pure bene) era indubbiamente immenso, la sua realizzazione umana. Ma ne ha raggiunta un’altra, rimanendo nella sua martoriata città, assieme ai suoi fratelli, tutti medici, tutti ancor vivi, tutti con famiglia. Lui no, lui la sua l’aveva rimandata, perché i bambini li aveva già: erano quelli altrui, ormai di nessuno. Li aveva in cura e per loro non sognava, ma agiva. Era già un padre e lo capiamo dalla tenerezza compresa e pudica con cui posava lo sguardo sui piccoli pazienti.


 
L’ospedale di al-Quds, dove prestava servizio, è crollato sotto l’ennesima bomba infame seppellendo lui e i suoi “figli”. Mohammed era un padre, un medico, un mistico, un dottore dell’anima e del corpo. Solo in questi giorni, mentre ci sfuggiva, abbiamo scoperto la sua eroica normalità. Di quanti, e quante, non conosceremo mai nulla, quanti volti resteranno sepolti al mondo? Quanto ancora durerà l’odio, la divisione? Ricorderemo sempre Bin Laden o il macellaio di Bagdad autoproclamatosi califfo, mentre chi fa risplendere la bellezza dell’uomo, a ogni latitudine, sono gl’innumerevoli Mohammed e i loro sguardi silenziosi e pazienti. Anche questa è la guerra, la sua idiozia totale. Ma vorremmo rivolgere un pensiero a qualcun altro che non vedremo mai. La misteriosa fidanzata di Mohammed. È rimasta la donna dell’attesa e la immaginiamo frugale, discretamente graziosa, una ragazza come tante al giorno d’oggi. Normale anch’essa, malgrado tutto. Malgrado noi, ché della guerra ognuno a suo modo è responsabile, fosse pure con la sua indifferenza. È il nostro essere distratti, affaccendati. È quel senso d’impotente noia. È quel nostro percorso tutto assurdo, tutto sbagliato.

© Daniela Tuscano