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2.5.26

Addio Alex Zanardi, l'inno alla vita di chi ha perso tutto e ne ha fatto una forza rendendoci orgogliosi di essere italiani

Sono talmente scosso  e triste in quanto , sarà pure una frase fatta \ retorica ed abusata ma. spessissimo  contiene un fondo di verità ,  sono sempre i migliori quelli che  se ne vanno . Infatti  è. grave. alla. sua.  leggenda   e alla sua storia se  vado avanti  e non mi deprimo per i miei problemi  di salute  e se mi sono appassionato alle paraolimpiadi . Ecco perché   certe volte  mi arrendo a creare qualcosa  di mio \ d'originale e preferisco delegare  gli altri  a farlo per me cioè a farlo con articoli o post d'altri . 
 


da eurosport

DI
MAXIME DUPUIS
A 02/05/2026

La notizia della morte di Alex Zanardi ci rattrista ma i suoi valori e il suo esempio non sono destinati a spegnersi perché questo straordinario uomo con la sua tenacia, la sua tempra e il suo carattere indomito ha saputo guadagnarsi la nostra stima incondizionata e il nostro affetto. Per questo è doveroso raccontare tutto quello che Zanardi ha rappresentato: una lezione di vita.


Alex Alex Zanardi alza il pugno al cielo dopo una delle sue vittorie alla Paralimpiade di Rio 2016Credit Foto Getty Images


Alex Zanardi non c’è più ma come accade per i grandi cantanti, pittori, scrittori o artisti: i suoi valori e il suo esempio continuerà ad ardere e a riecheggiare ogni volta che vedremo un uomo o una donna che a bordo di una handbike si mette alla prova o semplicemente uno di noi si farà beffe della sfortuna o della sventura che gli è occorsa e sceglierà di non darsi per vinto ma di reagire e cogliere tutto questo come un’opportunità per mostrare il proprio valore e la parte migliore di sé. Per celebrare questo straordinario italiano che con le sue gesta ci ha reso tutti più orgogliosi di essere figli dello Stivale e travalicare lo sport ergendosi ad esempio di vita, vi riproponiamo questo ritratto dei colleghi che i colleghi della redazione di Eurosport Francia, scrissero nella primavera del 2018. Il racconto di una persona eccezionale.Lo sport piange Alex Zanardi: l'atleta che non si arrendeva mai
Questa storia inizia un 15 settembre. Una data nella quale il mondo non ha molto da condividere con l'automobilismo. Quel 15 settembre, il mondo ha gli occhi rivolti verso un'America scioccata e annebbiata dal fumo macabro che ancora emerge dalle macerie del World Trade Center, crollato 4 giorni prima sotto i colpi dell'attacco terroristico più grave della storia. Colpita al cuore dei suoi poteri economici, politici e militari, l'America sente il terreno franare sotto i suoi piedi. Ma la vita continua. O almeno, così sembra.


Quello che sta per succedere 6.500 chilometri più a est è un asterisco nella storia del mondo e di questo settembre che ha simbolicamente dato il via a un ventunesimo secolo nato nel peggiore dei modi. Ma nella storia di una vita, quella di Alex Zanardi, è un capitolo intero. Quello di un'esistenza che sta per chiudersi e di un'altra che si apre.
Il signor nessuno
Quel 15 settembre 2001 Zanardi si trova in Germania per partecipare al 15esimo Gran Premio della stagione del campionato di Formula Cart, sulla pista del Lausitzring. La gara, ribattezzata The American Memorial 500, viene confermata per rendere omaggio alle vittime degli attentati dell'11 settembre. Vengono coperti gli sponsor e le monoposto sono tappezzate con bandiere a stelle e strisce. Alex Zanardi non è particolarmente entusiasta all'idea di gareggiare. E non è l'unico. Ma, come si dice in questi casi, The Show Must Go On. La prima tappa europea nella storia della Cart va in scena in un'atmosfera pesante. Con un epilogo drammatico per Zanardi.
Zanardi in Formula 1 è un signor nessuno. Un anonimo del volante. Approdato alla Jordan nel 1991 per disputare le ultime tre gare della stagione, lascia la scuderia con un bilancio onesto: si piazza al 9° posto a Barcellona al debutto, è costretto al ritiro a Suzuka e chiude con un altro 9° posto ad Adelaide. Insomma. Non abbastanza per alzarsi la notte, soprattutto se si ricorda l'entrata in scena di un certo Michael Schumacher che, anche lui alla guida di una Jordan, aveva fatto faville nelle qualifiche del Gran Premio del Belgio.
Zanardi in Formula 1 è un signor nessuno. Un anonimo del volante. Approdato alla Jordan nel 1991 per disputare le ultime tre gare della stagione, lascia la scuderia con un bilancio onesto: si piazza al 9° posto a Barcellona al debutto, è costretto al ritiro a Suzuka e chiude con un altro 9° posto ad Adelaide. Insomma. Non abbastanza per alzarsi la notte, soprattutto se si ricorda l'entrata in scena di un certo Michael Schumacher che, anche lui alla guida di una Jordan, aveva fatto faville nelle qualifiche del Gran Premio del Belgio.
Queste prime tre gare lasciano un retrogusto amaro. Rimasto senza volante nel 1992, Zanardi sostituisce per tre gare a stagione in corso Christian Fittipaldi, vittima di un grave incidente sul circuito di Magny-Cours. Tre piccole apparizioni. Nel 1993 diventa pilota (titolare) della Lotus dove rimane due anni. O quasi. Durante il Gran Premio del Belgio, uno schianto contro le barriere del Raidillon lo priva di un finale di stagione che fino a quel momento l'aveva visto buon protagonista, e che gli aveva regalato un 6° posto a Interlagos e un punto nella classifica piloti. Rimarrà quello l'unico punto in carriera di Zanardi in Formula 1.
Zanardi, che all'epoca ha 26 anni, riprende possesso della sua Lotus al quinto Gran Premio del Mondiale 1994, il più nero nella storia moderna della Formula 1. Pedro Lamy si rompe entrambe le gambe nel corso di una sessione di test a Silverstone. Ma la mitica scuderia ormai è a fine corsa e presto metterà la chiave sotto la porta. Zero risorse, zero punti. Addio Formula 1.



Alex Zanardi ai tempi della sua militanza con la Jordan F1 ad inizio anni '90Credit Foto Getty Images

The Pass, storia di una follia
Alex Zanardi prende a quel punto la migliore decisione della sua carriera. L'Europa non lo vuole? E lui va a vedere cosa succede negli Stati Uniti. Lì un pilota di Formula 1 non dovrebbe avere troppi problemi a trovare un volante, pensa. Ebbene, è esattamente il contrario. L'America lo guarda dall'alto in basso. Dopotutto il suo curriculum non è più spesso della carta di una sigaretta. Non è che vicecampione di Formula 3000 e nella categoria regina dell'automobilismo non ha fatto vedere nulla. Trascorre un anno a vivacchiare tra GT e Porsche Supercup.
Poi viene a sapere che la Ganassi Racing, scuderia faro del campionato Cart, sta cercando un secondo pilota da affiancare a Jimmy Vasser. Zanardi si presenta, supera il test prova e viene ingaggiato. Nessuno è convinto della scelta effettuata da Chip Ganassi, specialmente Mo Nunn, futuro ingegnere capo di Alex. Nunn non vede di buon occhio i piloti italiani, troppo irruenti a suo parere. Eppure lui e Zanardi diventeranno ben presto inseparabili.
Dopo un breve e comprensibile periodo di ambientamento, Zanardi si sente perfettamente a proprio agio. Qui prevale lo spettacolo e le differenze tra le macchine non sono così colossali come in Formula 1. Piste e circuiti cittadini diventano il suo pane quotidiano. Fin dalla sua prima stagione Alex mostra gli artigli: alla sua seconda gara centra la pole position a Rio de Janeiro e termina la stagione al 3° posto della classifica piloti (con gli stessi punti del 2°, Michael Andretti) con un bilancio di 3 vittorie, il titolo di rookie dell'anno e una manovra entrata nella leggenda.
Ultimo giro dell'ultima corsa della stagione. Laguna Seca. Zanardi è alla ruota di Bryan Herta. L'americano ancora non lo sa, ma sta per diventare vittima del sorpasso più folle nella storia della categoria. Nel cavatappi, la famosa curva sinistra-destra del mitico tracciato californiano, Alex Zanardi tenta una manovra pazza. Herta, come ogni pilota dovrebbe fare (e fa) affronta la curva dall'esterno e frena per prendere la corda: non ha ancora dato il minimo colpo al volante che vede un Ufo passarlo dolcemente all'interno.
Zanardi ci è andato alla cieca, a capofitto. In maniera po' audace il bolognese e il suo bolide scarlatto attraversano la pista come una palla fino a sfiorare il muretto. Con entrambe le ruote nella sabbia, Alex riesce a raddrizzare la sua monoposto all'ultimo momento e a conservare il vantaggio conquistato in modo così sfacciato. Ha vinto, e gli americani hanno adorato questo sorpasso. E come ogni volta che si affezionano a qualcosa, gli danno un nome. Questo, per tutti, sarà The Pass (Il Sorpasso). Per sempre, ma mai più. Perché da quel momento la manovra in quel punto della pista sarà vietata.

"Avevo elaborato un piano diabolico, ma devo ammettere che l'esecuzione era un po' diversa nella mia testa. La differenza tra un eroe e un idiota è minima. Questo ha cambiato la mia carriera", dirà Zanardi che dopo quel sorpasso diventa un altro uomo. Diventa una star. Perché ha già iniziato a vincere. I due titoli Cart 1997 e 1998 saranno suoi. Ma anche perché brilla anche fuori dalla sua monoposto.
Gli spaghetti alla bolognese da David Letterman
In conferenza stampa o in tv, Alex diverte e si diverte. È ironico e sa sempre trovare le parole giuste. "Le conferenze stampa di Zanardi erano travolgenti - spiegherà Robin Miller a Sports Illustrated qualche mese dopo l'incidente -. Avrebbe potuto parlare per ore, si capiva che amava essere in quel posto e in nessun altro. La sua felicità era contagiosa. Nel 1998 era diventato l'anima della Cart". Dotato di una presenza e di uno spirito unici, Zanardi si presenta una sera anche al Late Show di David Letterman dove cucina gli spaghetti alla bolognese. Ormai è una vera e propria stella.
Tutti sognano un giorno di essere profeti in patria. Anche quando si è riusciti a conquistare il Nuovo Mondo. Zanardi non fa eccezione alla regola. Quando Frank Williams lo tira per la manica per riportarlo in Europa e in Formula 1, il richiamo è troppo forte. Soprattutto nella fase dei primi contatti, nel 1997, la scuderia britannica è ancora al top. Grazie a Jacques Villeneuve, anch'egli proveniente dalla Cart, e a Heinz-Harald Frentzen, vince i suoi ultimi titoli mondiali, sia piloti che costruttori.
Zanardi firma un contratto di tre anni da 15 milioni di dollari e precipita. Problema: tra l'inizio delle trattative e l'approdo di Alex alla Williams, la scuderia britannica ha perso la sua supremazia. La McLaren si è improvvisamente rialzata e in casa Ferrari sta per avere inizio l'era Schumacher. Zanardi convive con un altro Schumacher, Ralf, che descrive come "tanto veloce quanto sgradevole".


Alex Zanardi insieme a Ralf Schumacher durante la presentazione della Williams F1 nel 1999
Credit Foto Getty Images

Alla fine della stagione, il "fratello di Michael" totalizza 35 punti. Zanardi zero. Il vuoto abissale. La Williams e Zanardi si lasciano dopo un solo anno che, a parte un settimo posto a Monza, per il pilota bolognese si rivela un incubo. La Formula 1 non è fatta per lui, così come lui non è fatto per la Formula 1.
2001. Ritorno al punto di partenza. 
Zanardi torna negli Stati Uniti, anche se non più da Chip Ganassi. Si sente comunque un po' a casa perché gareggia per Mo Nunn, con cui ha lavorato dal 1996 al 1998, e che è all'origine dell'ananas che adorna il suo casco fin dall'inizio della sua carriera americana. Perché un ananas? Per le questioni spinose che Alex aveva posto a Mo all'inizio della loro proficua collaborazione. La Mo Nunn Racng non ha la potenza di Chip Ganassi, ma vuoi mettere il piacere di tornare?
Uno scontro a 320 km/h
15 settembre 2001. Sono quasi le 15.30 quando Zanardi imbocca la corsia dei box. Per la prima volta da quando è tornato nella Cart, è al comando di una corsa pur essendo partito dal 22esimo posto. Mancano 13 giri alla fine e poi la sua 16esima vittoria in carriera sarà realtà. Dopo circa 5 secondi di stop, riparte. Come centinaia di altre volte. Solo che stavolta la sua accelerazione non piace molto alle gomme nuove. La sua monoposto parte in testa coda e, dopo essere finita nell'erba, si ritrova in mezzo alla pista.
Zanardi e la sua macchina sono un birillo su una pista da bowling. Solo che questo birillo è da solo di fronte a una ventina di palle scagliate a tutta velocità. Patrick Carpentier evita miracolosamente l'impatto: "Ho visto che (Zanardi, ndr) perdeva il controllo della vettura, ho pensato di passare sotto di lui ma andava troppo veloce. Di colpo ho sterzato sulla destra e l'ho sfiorato. Mi è passato a un dito di distanza...".
Il suo connazionale Alex Tagliani avrà meno successo. L'impatto è di una violenza eccezionale, nel senso letterale del termine. "Sono passato attraverso la sua macchina - racconterà Tagliani -. L'ho colpito nella parte più fragile del posto di guida. Pochi centimetri più in là ci sono i radiatori e la scocca è più spessa. Se avessi sterzato a destra invece che a sinistra saremmo morti entrambi".
Non è morto nessuno. Tagliani ne esce tutto sommato bene fisicamente. Ma la vita si è fermata. Quattro giorni dopo l'11 settembre, l'America si risveglia in quel sabato mattina con altre immagini terribili che provengono dalla Germaia. La monoposto di Zanardi è stata polverizzata dalla Forsythe di Tagliani, lanciato a più di 320 chilometri orari. Tranciata in due. Così come Zanardi. "La potenza dell'impatto fu talmente violenta che non gli tagliò le gambe - spiegherà un anno più tardi Steve Olvey, responsabile medico della Cart -. Gliele fece esplodere. Quello che accadde a Zanardi è praticamente identico a quello che succede ai soldati che mettono un piede su una mina".
In un silenzio quasi religioso, intorno alla macchina immobile e distrutta di Zanardi i soccorritori cercano di salvare quello che può essere salvato. Zanardi si svuota letteralmente del suo sangue. Terry Trammel, chirurgo ortopedico della Cart, è il primo ad accorrere sul posto. Racconterà a Sports Illustrated di essere scivolato e di pensare che fosse colpa dell'olio sulla pista. Era sangue. Zanardi sta per morire. Le sue gambe non ci sono più, letteralmente. Bisogna solo cercare di salvarlo fermando l'emorragia dagli arti recisi. Ci si riesce in qualche modo, con una particolare cintura.
Si prende subito la decisione di trasportare il pilota all'ospedale di Berlino, distante 37 minuti di elicottero. Tra il momento dell'incidente e l'arrivo al centro medico della capitale tedesca, Alex Zanardi ha 7 arresti cardiaci, perde tre quarti del suo sangue e riceve l'estrema unzione.
Sono trascorsi 56 minuti dall'incidente e il pilota è in sala operatoria. Tre ore di intervento ed entrambe le gambe amputate: la destra a partire dal ginocchio, la sinistra dalla coscia. È vivo. E non ricorda nulla, naturalmente. Parlando dell'incidente, Alex è consapevole di una cosa: "Non avrei dovuto sopravvivere. Sono rimasto quasi 50 minuti con meno di un litro di sangue. La scienza dice che è impossibile".



Zanardi l'ha fatto. La voglia di vivere è stata più forte. Si è decuplicata.
Due vite al prezzo di una
Sua moglie, che non è stata subito informata della gravità di quanto accaduto, si renderà presto conto che il corpo di Alex è segnato in maniera terribile dall'incidente. Una settimana di coma e al suo risveglio, sotto un dolore immenso, la grande lezione di vita: "Non vedo quello che mi manca, ma tutto quello che mi resta", le prime parole di Zanardi. E anche la voglia di scherzare è tornata: "Quando mi sono svegliato Daniela avrebbe dovuto dirmi 'ho una buona e una cattiva notizia'".
Quando mi sono risvegliato non mi sono detto 'come farò a vivere senza le gambe?'. Ma mi sono chiesto 'come riuscirò a fare tutto quello che devo fare senza le gambe?'. Non voglio darmi alcun merito per questo, ma ero più curioso che depresso. E questo mi ha aperto a una nuova vita.
Quando ne parlerà con i suoi figli, Zanardi potrà dire loro di avere vissuto due vite al prezzo di una. Desiderata la prima, sofferta la seconda. Perché non si è mai piegato sotto il peso del dramma. Fin da subito non ha avuto che un unico sogno: tornare a vivere normalmente. Quello che faceva prima, in pratica.
"Non considero il mio incidente e quello che mi è accaduto come una tragedia perché, in fondo, le conseguenze sono semplicemente due gambe di metallo", spiegava Zanardi nel 2003 al momento di riprendere il volante. "Tutto il resto è ok. Se 2 o 3 anni prima avessi visto qualcuno nella mia situazione avrei provato per lui una grande pena e una profonda ammirazione, e mi sarei detto 'al suo posto mi suiciderei'. Ma ora che ho vissuto questa esperienza, è molto lontana da me l'idea di togliermi la vita. Al contrario, sono molto felice di essere qui".
Con due protesi in titanio appositamente progettate per lui e una lunga riabilitazione a Budrio, nella sua Emilia Romagna, Zanardi ricomincia a camminare. A vivere, molto semplicemente. Senza pensare a quello che succederà. Riuscire a stare in piedi è una prima vittoria. E prova una soddisfazione che nemmeno poteva immaginare. Quale? Eccola: "Con le mie gambe artificiali sono più alto di prima".
E le gare automobilistiche in tutto questo? I primi mesi non sono che un miraggio. "Quando ho ritrovato un po' di energie, me lo sono chiesto spesso ma non riuscivo a darmi una risposta. Anche perché era una questione irrilevante: non potevo nemmeno andare in bagno da solo. E la mia priorità era recuperare la mia indipendenza. Sapevo che tutto il resto sarebbe stato possibile, ma dovevo aspettare".


Alex Zanardi Credit Foto Getty Images

Il richiamo di Londra
Un giorno Max Papis lo chiama al cellulare. Lui è in macchina, che controlla manualmente. "Cosa stai facendo", gli chiede Papis. "240 chilometri in un'ora", gli risponde Zanardi. È quasi pronto. La molla è scattata nel maggio 2003. Invitato dalla Cart a completare la corsa che non ha potuto né finire, né vincere il giorno dell'incidente, Zanardi si mette alla guida di una monoposto e percorre simbolicamente quei 13 giri che mancavano. "Volevo essere autorizzato a spingere e gli organizzatori mi diedero l'ok - ricorda Alex -. E fui io il primo a sorprendermi di quelle sensazioni e di quegli automatismi ritrovati così rapidamente". Il suo giro più veloce gli avrebbe consentito di occupare la quinta posizione sulla griglia di partenza in una gara vera.
Zanardi ricomincia a correre. E lo fa bene, anche con le sue gambe artificiali. Vince 4 gare di WTCC (il Campionato del mondo turismo) ma, soprattutto, si lancia in una sfida nuova e un po' folle: l'handbike. Nel 2007 partecipa alla maratona di New York, conquistando una quarta posizione molto incoraggiante soprattutto se si considera che si allena da meno di un mese. E un'idea inizia a girargli in testa: partecipare alle Paralimpiadi di Londra. Lo annuncia nel 2009. Zanardi all'epoca ha 42 anni e si è appena piazzato 15esimo nella crono Mondiale.
Ancora una volta il tempo gioca contro di lui. A Londra Alex avrà 45 anni e avrà a che fare con giovani nel pieno della loro forza. Ma i mesi passano e il suo sogno prende forma. Vince la maratona di Venezia nel 2009, quella di Roma nel 2010 e quella di New York nel 2011. Vince anche la sua prima medaglia a un Mondiale ed è pronto a conquistare Londra l'estate successiva. Cosa che farà.
Brands Hatch, un simbolo
Il caso a volte fa le cose per bene. Il giorno in cui Zanardi si arrampica in cima all'Olimpo lo fa a Brands Hatch, il mitico circuito automobilistico che ospita la gara a cronometro delle Paralimpiadi. Alex non aveva mai vinto su questa pista al volante di una macchina, l'ha fatto con una bicicletta tra le mani. "Qui ero già arrivato secondo e terzo, ho dovuto tornarci con una bici per vincere. Provo una sensazione straordinaria". Non ne ha piena consapevolezza, anzi forse è convinto del contrario, ma la sua avventura non è che all'inizio. A Londra 2012 lo attendono ancora un oro nella gara in linea e un argento nella staffetta. Poi 4 anni di pazienza, prima di Rio.
A 49 anni, passato dalla categoria H4 (posizione sdraiata) alla categoria H5 (posizione inginocchiata), Zanardi si impone nella gara a cronometro, vince la staffetta a squadre e aggiunge alla sua collezione di medaglie un bell'argento nella prova in linea. Poi continua a stupire. Batte il record del mondo nell'Ironman e nel 2018 a Cervia si piazza 5° (su quasi 3mila partecipanti) con il tempo di 8 ore, 26 minuti e 6 secondi, nuovo primato del mondo per la categoria disabili.
Nel 2011, prima dei successi olimpici a Londra 2012, a un giornalista che gli chiedeva se quel terribile incidente fosse stata una benedizione per lui, Zanardi aveva risposto così: "Non mi spingerei così lontano. Ma il modo migliore per rispondere a questa domanda è questo: se un mago mi avesse offerto la possibilità di ridarmi l'uso delle mie gambe senza dirmi cosa sarebbero stati per me gli ultimi dieci anni, credo che mi gratterei la testa diverse volte prima di dare una risposta".
Questa storia inizia un 15 settembre. Una data nella quale il mondo non ha molto da condividere con l'automobilismo. Quel 15 settembre, il mondo ha gli occhi rivolti verso un'America scioccata e annebbiata dal fumo macabro che ancora emerge dalle macerie del World Trade Center, crollato 4 giorni prima sotto i colpi dell'attacco terroristico più grave della storia. Colpita al cuore dei suoi poteri economici, politici e militari, l'America sente il terreno franare sotto i suoi piedi. Ma la vita continua. O almeno, così sembra.


Quello che sta per succedere 6.500 chilometri più a est è un asterisco nella storia del mondo e di questo settembre che ha simbolicamente dato il via a un ventunesimo secolo nato nel peggiore dei modi. Ma nella storia di una vita, quella di Alex Zanardi, è un capitolo intero. Quello di un'esistenza che sta per chiudersi e di un'altra che si apre.
Il signor nessuno
Quel 15 settembre 2001 Zanardi si trova in Germania per partecipare al 15esimo Gran Premio della stagione del campionato di Formula Cart, sulla pista del Lausitzring. La gara, ribattezzata The American Memorial 500, viene confermata per rendere omaggio alle vittime degli attentati dell'11 settembre. Vengono coperti gli sponsor e le monoposto sono tappezzate con bandiere a stelle e strisce. Alex Zanardi non è particolarmente entusiasta all'idea di gareggiare. E non è l'unico. Ma, come si dice in questi casi, The Show Must Go On. La prima tappa europea nella storia della Cart va in scena in un'atmosfera pesante. Con un epilogo drammatico per Zanardi.
Zanardi in Formula 1 è un signor nessuno. 
Un anonimo del volante. Approdato alla Jordan nel 1991 per disputare le ultime tre gare della stagione, lascia la scuderia con un bilancio onesto: si piazza al 9° posto a Barcellona al debutto, è costretto al ritiro a Suzuka e chiude con un altro 9° posto ad Adelaide. Insomma. Non abbastanza per alzarsi la notte, soprattutto se si ricorda l'entrata in scena di un certo Michael Schumacher che, anche lui alla guida di una Jordan, aveva fatto faville nelle qualifiche del Gran Premio del Belgio.
Zanardi in Formula 1 è un signor nessuno. Un anonimo del volante. Approdato alla Jordan nel 1991 per disputare le ultime tre gare della stagione, lascia la scuderia con un bilancio onesto: si piazza al 9° posto a Barcellona al debutto, è costretto al ritiro a Suzuka e chiude con un altro 9° posto ad Adelaide. Insomma. Non abbastanza per alzarsi la notte, soprattutto se si ricorda l'entrata in scena di un certo Michael Schumacher che, anche lui alla guida di una Jordan, aveva fatto faville nelle qualifiche del Gran Premio del Belgio.
Queste prime tre gare lasciano un retrogusto amaro. Rimasto senza volante nel 1992, Zanardi sostituisce per tre gare a stagione in corso Christian Fittipaldi, vittima di un grave incidente sul circuito di Magny-Cours. Tre piccole apparizioni. Nel 1993 diventa pilota (titolare) della Lotus dove rimane due anni. O quasi. Durante il Gran Premio del Belgio, uno schianto contro le barriere del Raidillon lo priva di un finale di stagione che fino a quel momento l'aveva visto buon protagonista, e che gli aveva regalato un 6° posto a Interlagos e un punto nella classifica piloti. Rimarrà quello l'unico punto in carriera di Zanardi in Formula 1.
Zanardi, che all'epoca ha 26 anni, riprende possesso della sua Lotus al quinto Gran Premio del Mondiale 1994, il più nero nella storia moderna della Formula 1. Pedro Lamy si rompe entrambe le gambe nel corso di una sessione di test a Silverstone. Ma la mitica scuderia ormai è a fine corsa e presto metterà la chiave sotto la porta. Zero risorse, zero punti. Addio Formula 1.


Alex Zanardi ai tempi della sua militanza con la Jordan F1 ad inizio anni '90 Credit Foto Getty Images

The Pass, storia di una follia
Alex Zanardi prende a quel punto la migliore decisione della sua carriera. L'Europa non lo vuole? E lui va a vedere cosa succede negli Stati Uniti. Lì un pilota di Formula 1 non dovrebbe avere troppi problemi a trovare un volante, pensa. Ebbene, è esattamente il contrario. L'America lo guarda dall'alto in basso. Dopotutto il suo curriculum non è più spesso della carta di una sigaretta. Non è che vicecampione di Formula 3000 e nella categoria regina dell'automobilismo non ha fatto vedere nulla. Trascorre un anno a vivacchiare tra GT e Porsche Supercup.
Poi viene a sapere che la Ganassi Racing, scuderia faro del campionato Cart, sta cercando un secondo pilota da affiancare a Jimmy Vasser. Zanardi si presenta, supera il test prova e viene ingaggiato. Nessuno è convinto della scelta effettuata da Chip Ganassi, specialmente Mo Nunn, futuro ingegnere capo di Alex. Nunn non vede di buon occhio i piloti italiani, troppo irruenti a suo parere. Eppure lui e Zanardi diventeranno ben presto inseparabili.
Dopo un breve e comprensibile periodo di ambientamento, Zanardi si sente perfettamente a proprio agio. Qui prevale lo spettacolo e le differenze tra le macchine non sono così colossali come in Formula 1. Piste e circuiti cittadini diventano il suo pane quotidiano. Fin dalla sua prima stagione Alex mostra gli artigli: alla sua seconda gara centra la pole position a Rio de Janeiro e termina la stagione al 3° posto della classifica piloti (con gli stessi punti del 2°, Michael Andretti) con un bilancio di 3 vittorie, il titolo di rookie dell'anno e una manovra entrata nella leggenda.
Ultimo giro dell'ultima corsa della stagione. Laguna Seca. Zanardi è alla ruota di Bryan Herta. L'americano ancora non lo sa, ma sta per diventare vittima del sorpasso più folle nella storia della categoria. Nel cavatappi, la famosa curva sinistra-destra del mitico tracciato californiano, Alex Zanardi tenta una manovra pazza. Herta, come ogni pilota dovrebbe fare (e fa) affronta la curva dall'esterno e frena per prendere la corda: non ha ancora dato il minimo colpo al volante che vede un Ufo passarlo dolcemente all'interno.
Zanardi ci è andato alla cieca, a capofitto. In maniera po' audace il bolognese e il suo bolide scarlatto attraversano la pista come una palla fino a sfiorare il muretto. Con entrambe le ruote nella sabbia, Alex riesce a raddrizzare la sua monoposto all'ultimo momento e a conservare il vantaggio conquistato in modo così sfacciato. Ha vinto, e gli americani hanno adorato questo sorpasso. E come ogni volta che si affezionano a qualcosa, gli danno un nome. Questo, per tutti, sarà The Pass (Il Sorpasso). Per sempre, ma mai più. Perché da quel momento la manovra in quel punto della pista sarà vietata
"Avevo elaborato un piano diabolico, ma devo ammettere che l'esecuzione era un po' diversa nella mia testa. La differenza tra un eroe e un idiota è minima. Questo ha cambiato la mia carriera", dirà Zanardi che dopo quel sorpasso diventa un altro uomo. Diventa una star. Perché ha già iniziato a vincere. I due titoli Cart 1997 e 1998 saranno suoi. Ma anche perché brilla anche fuori dalla sua monoposto.
Gli spaghetti alla bolognese da David Letterman
In conferenza stampa o in tv, Alex diverte e si diverte. È ironico e sa sempre trovare le parole giuste. "Le conferenze stampa di Zanardi erano travolgenti - spiegherà Robin Miller a Sports Illustrated qualche mese dopo l'incidente -. Avrebbe potuto parlare per ore, si capiva che amava essere in quel posto e in nessun altro. La sua felicità era contagiosa. Nel 1998 era diventato l'anima della Cart". Dotato di una presenza e di uno spirito unici, Zanardi si presenta una sera anche al Late Show di David Letterman dove cucina gli spaghetti alla bolognese. Ormai è una vera e propria stella.
Tutti sognano un giorno di essere profeti in patria. Anche quando si è riusciti a conquistare il Nuovo Mondo. Zanardi non fa eccezione alla regola. Quando Frank Williams lo tira per la manica per riportarlo in Europa e in Formula 1, il richiamo è troppo forte. Soprattutto nella fase dei primi contatti, nel 1997, la scuderia britannica è ancora al top. Grazie a Jacques Villeneuve, anch'egli proveniente dalla Cart, e a Heinz-Harald Frentzen, vince i suoi ultimi titoli mondiali, sia piloti che costruttori.
Zanardi firma un contratto di tre anni da 15 milioni di dollari e precipita. Problema: tra l'inizio delle trattative e l'approdo di Alex alla Williams, la scuderia britannica ha perso la sua supremazia. La McLaren si è improvvisamente rialzata e in casa Ferrari sta per avere inizio l'era Schumacher. Zanardi convive con un altro Schumacher, Ralf, che descrive come "tanto veloce quanto sgradevole".



Alex Zanardi insieme a Ralf Schumacher durante la presentazione della Williams F1 nel 1999

Credit Foto Getty Images
Alla fine della stagione, il "fratello di Michael" totalizza 35 punti. Zanardi zero. Il vuoto abissale. La Williams e Zanardi si lasciano dopo un solo anno che, a parte un settimo posto a Monza, per il pilota bolognese si rivela un incubo. La Formula 1 non è fatta per lui, così come lui non è fatto per la Formula 1.
2001. Ritorno al punto di partenza. Zanardi torna negli Stati Uniti, anche se non più da Chip Ganassi. Si sente comunque un po' a casa perché gareggia per Mo Nunn, con cui ha lavorato dal 1996 al 1998, e che è all'origine dell'ananas che adorna il suo casco fin dall'inizio della sua carriera americana. Perché un ananas? Per le questioni spinose che Alex aveva posto a Mo all'inizio della loro proficua collaborazione. La Mo Nunn Racng non ha la potenza di Chip Ganassi, ma vuoi mettere il piacere di tornare?
Uno scontro a 320 km/h
15 settembre 2001. Sono quasi le 15.30 quando Zanardi imbocca la corsia dei box. Per la prima volta da quando è tornato nella Cart, è al comando di una corsa pur essendo partito dal 22esimo posto. Mancano 13 giri alla fine e poi la sua 16esima vittoria in carriera sarà realtà. Dopo circa 5 secondi di stop, riparte. Come centinaia di altre volte. Solo che stavolta la sua accelerazione non piace molto alle gomme nuove. La sua monoposto parte in testa coda e, dopo essere finita nell'erba, si ritrova in mezzo alla pista.
Zanardi e la sua macchina sono un birillo su una pista da bowling. Solo che questo birillo è da solo di fronte a una ventina di palle scagliate a tutta velocità. Patrick Carpentier evita miracolosamente l'impatto: "Ho visto che (Zanardi, ndr) perdeva il controllo della vettura, ho pensato di passare sotto di lui ma andava troppo veloce. Di colpo ho sterzato sulla destra e l'ho sfiorato. Mi è passato a un dito di distanza...".
Il suo connazionale Alex Tagliani avrà meno successo. L'impatto è di una violenza eccezionale, nel senso letterale del termine. "Sono passato attraverso la sua macchina - racconterà Tagliani -. L'ho colpito nella parte più fragile del posto di guida. Pochi centimetri più in là ci sono i radiatori e la scocca è più spessa. Se avessi sterzato a destra invece che a sinistra saremmo morti entrambi".
Non è morto nessuno. Tagliani ne esce tutto sommato bene fisicamente. Ma la vita si è fermata. Quattro giorni dopo l'11 settembre, l'America si risveglia in quel sabato mattina con altre immagini terribili che provengono dalla Germaia. La monoposto di Zanardi è stata polverizzata dalla Forsythe di Tagliani, lanciato a più di 320 chilometri orari. Tranciata in due. Così come Zanardi. "La potenza dell'impatto fu talmente violenta che non gli tagliò le gambe - spiegherà un anno più tardi Steve Olvey, responsabile medico della Cart -. Gliele fece esplodere. Quello che accadde a Zanardi è praticamente identico a quello che succede ai soldati che mettono un piede su una mina".
In un silenzio quasi religioso, intorno alla macchina immobile e distrutta di Zanardi i soccorritori cercano di salvare quello che può essere salvato. Zanardi si svuota letteralmente del suo sangue. Terry Trammel, chirurgo ortopedico della Cart, è il primo ad accorrere sul posto. Racconterà a Sports Illustrated di essere scivolato e di pensare che fosse colpa dell'olio sulla pista. Era sangue. Zanardi sta per morire. Le sue gambe non ci sono più, letteralmente. Bisogna solo cercare di salvarlo fermando l'emorragia dagli arti recisi. Ci si riesce in qualche modo, con una particolare cintura.
Si prende subito la decisione di trasportare il pilota all'ospedale di Berlino, distante 37 minuti di elicottero. Tra il momento dell'incidente e l'arrivo al centro medico della capitale tedesca, Alex Zanardi ha 7 arresti cardiaci, perde tre quarti del suo sangue e riceve l'estrema unzione.
Sono trascorsi 56 minuti dall'incidente e il pilota è in sala operatoria. Tre ore di intervento ed entrambe le gambe amputate: la destra a partire dal ginocchio, la sinistra dalla coscia. È vivo. E non ricorda nulla, naturalmente. Parlando dell'incidente, Alex è consapevole di una cosa: "Non avrei dovuto sopravvivere. Sono rimasto quasi 50 minuti con meno di un litro di sangue. La scienza dice che è impossibile".
Zanardi l'ha fatto. La voglia di vivere è stata più forte. Si è decuplicata.Due vite al prezzo di una
Sua moglie, che non è stata subito informata della gravità di quanto accaduto, si renderà presto conto che il corpo di Alex è segnato in maniera terribile dall'incidente. Una settimana di coma e al suo risveglio, sotto un dolore immenso, la grande lezione di vita: "Non vedo quello che mi manca, ma tutto quello che mi resta", le prime parole di Zanardi. E anche la voglia di scherzare è tornata: "Quando mi sono svegliato Daniela avrebbe dovuto dirmi 'ho una buona e una cattiva notizia'".Quando mi sono risvegliato non mi sono detto 'come farò a vivere senza le gambe?'. Ma mi sono chiesto 'come riuscirò a fare tutto quello che devo fare senza le gambe?'. Non voglio darmi alcun merito per questo, ma ero più curioso che depresso. E questo mi ha aperto a una nuova vita.
Quando ne parlerà con i suoi figli, Zanardi potrà dire loro di avere vissuto due vite al prezzo di una. Desiderata la prima, sofferta la seconda. Perché non si è mai piegato sotto il peso del dramma. Fin da subito non ha avuto che un unico sogno: tornare a vivere normalmente. Quello che faceva prima, in pratica.
"Non considero il mio incidente e quello che mi è accaduto come una tragedia perché, in fondo, le conseguenze sono semplicemente due gambe di metallo", spiegava Zanardi nel 2003 al momento di riprendere il volante. "Tutto il resto è ok. Se 2 o 3 anni prima avessi visto qualcuno nella mia situazione avrei provato per lui una grande pena e una profonda ammirazione, e mi sarei detto 'al suo posto mi suiciderei'. Ma ora che ho vissuto questa esperienza, è molto lontana da me l'idea di togliermi la vita. Al contrario, sono molto felice di essere qui".
Con due protesi in titanio appositamente progettate per lui e una lunga riabilitazione a Budrio, nella sua Emilia Romagna, Zanardi ricomincia a camminare. A vivere, molto semplicemente. Senza pensare a quello che succederà. Riuscire a stare in piedi è una prima vittoria. E prova una soddisfazione che nemmeno poteva immaginare. Quale? Eccola: "Con le mie gambe artificiali sono più alto di prima".
E le gare automobilistiche in tutto questo? I primi mesi non sono che un miraggio. "Quando ho ritrovato un po' di energie, me lo sono chiesto spesso ma non riuscivo a darmi una risposta. Anche perché era una questione irrilevante: non potevo nemmeno andare in bagno da solo. E la mia priorità era recuperare la mia indipendenza. Sapevo che tutto il resto sarebbe stato possibile, ma dovevo aspettare".



Alex ZanardiCredit Foto Getty Images
Il richiamo di Londra
Un giorno Max Papis lo chiama al cellulare. Lui è in macchina, che controlla manualmente. "Cosa stai facendo", gli chiede Papis. "240 chilometri in un'ora", gli risponde Zanardi. È quasi pronto. La molla è scattata nel maggio 2003. Invitato dalla Cart a completare la corsa che non ha potuto né finire, né vincere il giorno dell'incidente, Zanardi si mette alla guida di una monoposto e percorre simbolicamente quei 13 giri che mancavano. "Volevo essere autorizzato a spingere e gli organizzatori mi diedero l'ok - ricorda Alex -. E fui io il primo a sorprendermi di quelle sensazioni e di quegli automatismi ritrovati così rapidamente". Il suo giro più veloce gli avrebbe consentito di occupare la quinta posizione sulla griglia di partenza in una gara vera.
Zanardi ricomincia a correre. E lo fa bene, anche con le sue gambe artificiali. Vince 4 gare di WTCC (il Campionato del mondo turismo) ma, soprattutto, si lancia in una sfida nuova e un po' folle: l'handbike. Nel 2007 partecipa alla maratona di New York, conquistando una quarta posizione molto incoraggiante soprattutto se si considera che si allena da meno di un mese. E un'idea inizia a girargli in testa: partecipare alle Paralimpiadi di Londra. Lo annuncia nel 2009. Zanardi all'epoca ha 42 anni e si è appena piazzato 15esimo nella crono Mondiale.
Ancora una volta il tempo gioca contro di lui. A Londra Alex avrà 45 anni e avrà a che fare con giovani nel pieno della loro forza. Ma i mesi passano e il suo sogno prende forma. Vince la maratona di Venezia nel 2009, quella di Roma nel 2010 e quella di New York nel 2011. Vince anche la sua prima medaglia a un Mondiale ed è pronto a conquistare Londra l'estate successiva. Cosa che farà.
Brands Hatch, un simbolo
Il caso a volte fa le cose per bene. Il giorno in cui Zanardi si arrampica in cima all'Olimpo lo fa a Brands Hatch, il mitico circuito automobilistico che ospita la gara a cronometro delle Paralimpiadi. Alex non aveva mai vinto su questa pista al volante di una macchina, l'ha fatto con una bicicletta tra le mani. "Qui ero già arrivato secondo e terzo, ho dovuto tornarci con una bici per vincere. Provo una sensazione straordinaria". Non ne ha piena consapevolezza, anzi forse è convinto del contrario, ma la sua avventura non è che all'inizio. A Londra 2012 lo attendono ancora un oro nella gara in linea e un argento nella staffetta. Poi 4 anni di pazienza, prima di Rio.
A 49 anni, passato dalla categoria H4 (posizione sdraiata) alla categoria H5 (posizione inginocchiata), Zanardi si impone nella gara a cronometro, vince la staffetta a squadre e aggiunge alla sua collezione di medaglie un bell'argento nella prova in linea. Poi continua a stupire. Batte il record del mondo nell'Ironman e nel 2018 a Cervia si piazza 5° (su quasi 3mila partecipanti) con il tempo di 8 ore, 26 minuti e 6 secondi, nuovo primato del mondo per la categoria disabili.
Nel 2011, prima dei successi olimpici a Londra 2012, a un giornalista che gli chiedeva se quel terribile incidente fosse stata una benedizione per lui, Zanardi aveva risposto così: "Non mi spingerei così lontano. Ma il modo migliore per rispondere a questa domanda è questo: se un mago mi avesse offerto la possibilità di ridarmi l'uso delle mie gambe senza dirmi cosa sarebbero stati per me gli ultimi dieci anni, credo che mi gratterei la testa diverse volte prima di dare una risposta".



30.1.25

Monica Giorgi, ex tennista anarchica: 'Per gli ideali finii in galera. Lea Pericoli? Gemelle diverse. Ho dato del fascista a Panatta'


  da msn.it 

Se fossi morta, mai avrei cambiato idea». La porta del condominio di Giubiasco, distretto di Bellinzona, si spalanca sugli accadimenti più misconosciuti dello sport italiano. Sulla soglia di questa storia densissima e a tratti drammatica, lei, Monica Giorgi in Cerutti per matrimonio dichiaratamente di


convenienza con un cittadino svizzero, classe ’46, livornese, anarchica, atea, ex talento del tennis immolato all’attivismo politico negli anni in cui per l’ideale si poteva finire in galera con l’accusa (friabile) di aver partecipato a un rapimento di matrice politica. Aveva calpestato i courts con gli amici Lea Pericoli e Adriano Panatta e giocato a Wimbledon quando il 30 aprile 1980, la stagione terribile dell’omicidio di Piersanti Mattarella, del sangue nelle università (Bachelet a Roma, Galli a Milano), per le strade (Tobagi) e della strage di Bologna, Monica venne arrestata. Due anni dentro, sognando il blu delle sue onde («Domani si va al mare» è il bel titolo di un libro appassionato scritto per Fandango con Serena Marchi), una condanna a 12 derubricata per «associazione sovversiva», il capo d’imputazione di cui Giorgi va fiera. «Me lo tengo stretto, non discuto. È quello che volevo fare: sovvertire il potere. Con gli anarchici di Livorno, i volantini, i discorsi, l’attivismo: nulla più. Oggi non sarei così testarda: la vita mi ha cambiata. Non direi più ad Adriano che è un fascista perché ha scelto di andare a giocare la Davis da Pinochet».

Le radici a Livorno contano nel suo romanzo, Monica?
«Eccome! Livorno è la mia carne, il mio sangue, le mie parole. Mi chiedo se dopo tanti anni in Svizzera dovrei tornarci a morire. Dell’Italia mi attraggono gli odori, i sapori, le scritte sui muri. Ci vado volentieri, da quando le mie pendenze con la giustizia sono risolte. Però lascio anche che le cose accadano».


Ne sono accadute di cose, eccome: gli anni gioiosi del tennis, l’avvicinamento ai movimenti non violenti, le campagne a difesa dei diritti dei carcerati, l’esilio in Francia, la tranquillità in Svizzera.


«Le cose più belle sono quelle che capitano. Sono stocastica, aleatoria: qualcosa succederà. Preferisco essere illusa, piuttosto che pregiudizievole. Certo rischio la delusione, ma è da lì che scaturisce consapevolezza. Il processo mi ha fatto scoprire la mia dabbenaggine: siccome sono presuntuosa, ci sono passata sopra. Vede, io penso in livornese, che non è una lingua, è un vernacolo: viene da verna, schiavo, e lo schiavo subisce».


I primi guai quando la Federtennis italiana la squalifica per aver indossato a Johannesburg, in pieno apartheid, una T-shirt con un nero e una bianca che fanno l’amore.

«Indegna di rappresentare l’Italia, scrissero nella lettera con cui mi fermavano un anno. Ci sono cose che sono sfuggite di mano alla gioventù dell’epoca, ma eravamo pieni di entusiasmo. Il libro è stato un lavoro di espiazione catartico: ha riaperto le ferite, lascio che sanguinino. Da ragazza mi piaceva provocare il potere, a 79 anni invece lo comprendo: lo vedo come parte necessaria per cui certe cose devono finire o cominciare. Non mi giudico: ho fatto quello che mi sentivo».


In vacanza con Lea Pericoli imbrattò di escrementi lo yacht del vicino di banchina.
«Lea lo detestava: fu un gesto d’amicizia. La vera ingiustizia di quegli anni è la morte di Pinelli che vola giù dalla finestra della Questura di Milano. Quello è stato il mio ’68. Lea ed io eravamo agli antipodi solo all’apparenza. La divina e Monicaccia, come mi chiamava lei: che coppia»

Cosa vi legava?

«Ti muove quello che non hai. Io ero la parte che Lea teneva sopita. Erano i tempi in cui per farti un complimento ti dicevano: brava, giochi come un uomo. Sarà un uomo che gioca bene come me, ribattevo! Kant scrive che il cielo stellato è sopra di noi ma la donna il cielo stellato ce l’ha dentro. Lea mi chiedeva di Kafka, Gandhi, delle mie letture filosofiche, della rivista anarchica “Niente più sbarre”. Ci siamo volute molto bene. Tra tanti bifolchi qualunquisti, l’unico maschio con cui potevo parlare era Panatta. Quando giocavamo il doppio insieme e ci facevano un lob, fermava la palla: alt, qui lo smash lo faccio solo io!».

A Lea fece un gran regalo: la lasciò vincere in semifinale agli Assoluti ’71. Perché?
«Il regalo lo feci a me: volevo mettermi alla prova. Ero già incasinata con la politica, mi scrivevo con i detenuti anarchici, ritirarmi mentre stavo vincendo fu la mia personalissima protesta contro il sistema. C’era dell’autolesionismo? Non credo. Avevo consapevolezza dei miei limiti: sapevo che la Bassi in finale non l’avrei mai battuta. Lo rifarei mille volte. È un’economia un po’ perversa, lo riconosco. Sono vissuta di ideali, anche alla rovescia. Nell’ideale non c’è un sopra e un sotto, una destra e una sinistra. L’ideale, quando ci credi, è l’eterno. Ecco, io sentivo di dover seguire solo quello».


Ma a chi dava noia, in fondo. Se lo è chiesto?

«Molte volte. Eppure mi bastavano il mio tennis, il mio mare, una motocicletta, i miei libri, 100 mila lire al mese. Andavo a trovare in carcere l’anarchico Fantazzini e mi arrovellavo: che male faccio? Ma a quei tempi la controinformazione infastidiva tantissimo, e io mettevo in dubbio che Pinelli fosse caduto da solo dalla finestra. Sì, davo fastidio. E schiacciando un moscerino di 45 chili come me il potere dimostrò tutta la sua debolezza».


Ci ha messo del suo.

«Ammetto il gusto di esibirmi, anche in campo mi piaceva giocare con il fuoco. Mi chiami a rete? E io ti faccio una palla corta. Le valchirie rimanevano ferme sul posto. Ero agile, velocissima, rimandavo tutto. Per battermi dovevano sopraffarmi con la potenza, ma anche in quel caso le costringevo a farmi il punto due volte».


Da chi ha preso?

«Da mio padre l’estroversione, a costo di fallire per troppa esuberanza. Da mia madre l’essere parca: non tirchia, parca. È lei, con le sue imperfezioni e i nostri conflitti, ad avermi autorizzato a essere libera: se fosse stata perfetta, non me ne sarei mai andata. Invece si lamentava di me, terzogenita dopo due gemelle, in continuazione. Si è resa insopportabile: un dono. Quando lessi “L’ordine simbiotico della madre” di Luisa Muraro fu un’illuminazione».


Qual è stato il giorno più felice della sua vita?

«Il 29 aprile 1982, un giovedì. È il giorno della lettura della sentenza che mi riduce la pena a due anni, già scontati. Nell’aula del tribunale lancio un urlo belluino: domani si va al mareeeeee!».


Come fa a vivere a Bellinzona, tra le montagne?


«Eh ma torno spesso. E poi il mare preferisco andarlo a cercare: quando ce l’ho lì a disposizione, mi viene a noia».


L’incontro più forte?
«Giovanni, il custode della federazione anarchica livornese. Autodidatta, nudo davanti alla vita, miope, ma anche un accademico senza titolo di studio. Fu il primo a parlarmi delle fosse di Katyn, il massacro dell’intellighenzia polacca da parte dell’Urss. Quando morì Francisco Franco si fece un volantino. Volevamo scriverci: viva la morte. Intervenne Giovanni: macché, scriviamo viva la libertà!».


Rifarebbe tutto?

«Paro paro. Forse correggerei la mia ingenuità, ma è un puro esercizio retorico».


Anche le cose che le hanno provocato più dolore?

«Il dolore lo metto nello stesso paniere della felicità».


È vero che nel ’76 in Cile Panatta, memore delle vostre discussioni su Pinochet, propose a Bertolucci di indossare la maglietta rossa nel doppio di Davis anche come omaggio alla militanza dell’amica Monica Giorgi?
«Non lo so, non credo. Dovrebbe chiederlo a Adriano».


E la sua, di maglietta, quella della coppia mista che fece indignare il Sudafrica e la Federtennis, che fine ha fatto?


«Forse era a casa di mia madre ma con la sua morte è andata persa».


Segue il tennis, oggi? Jannik Sinner e i suoi fratelli l’hanno riportato in auge.

«Sì, questa generazione di giocatori mi ha riavvicinata al mio sport. Però non gioco più: mi fanno male le ginocchia. I miei preferiti sono Federer e Alcaraz, che è molto più divertente di Sinner. Adesso non gli serve per vincere, ma Jannik dovrà imparare a scendere di più a rete».


Oltre al tennis, chi è stato il suo più grande amore?

«Manrico, un uomo bellissimo che mai avrei immaginato potesse innamorarsi di uno sgorbio come me. E Maddalena, incontrata in carcere: con lei c’era molto più del sesso, che in una relazione non è necessario».


E la rabbia, motore potente, dove l’ha messa a quasi ottant’anni, Monica?

«Con quel fisichino dove vuoi andare? mi dicevano. Alle feste nessuno mi invitava mai a ballare. Mi sentivo inadeguata: ho fatto di tutto per riscattarmi. Ha ragione, la rabbia è una forza potente. Ma la mia, soprattutto, è stata passione di vivere».

30.12.23

mai 4 di copertina è cosi galeotta e veritiera . Madaleine Miller la canzone di Achille


 Lo  so     che    si  dovrebbe    e  sarebbe  più  giusto  aspettare   a  leggere  tutto il libro, per recensirlo    cioè   poter definirlo valido   o meno  . Ma se  una persona  -- come suggeriva Nicola Tanda  il mio  compianto  prof    universitario di letteratura   italiana  --  ha    gli  strumenti  critici o  s'informa  cioè  legge la  trama oppure   sente   dal  vivo l'autore ad  una  presentazione    della  sua opera  , lo sente  o legge  su  media  ,  o ha  la fortuna     ad intervistarlo  per  il suo sito  \  blog  ,  ecc  dovrebbe   essere  in  grado   gia   dalla  quarta  di copertina  o da primi  capitoli  farsi  al  90 %   un idea  in merito a  ciò  che  s'appresta   a  leggere  o regalare  \  farsi regalare 
Io  ho  appena     iniziato    a leggere  i primi  due  capitoli  fin ora   ( trovate  a sinostra la foto dell'autrice e sotto la  copertina      )  di  La  canzone  di  achille  di  madeline   Miller , dopo averne sentito parlare e letto la quarta di coperina
Mi sta già , dalle recensioni , speciali di giornali , ricerchè web , ecc prendendo ed spronando ad andare avanti nella lettura Infatti mi sono  ritornati   alla mente  e ho niziato un viaggio pindarico alla mia infanzia ed giovinezza cioè agli studi scuola media  con racconti Omerici (  Illiade   e Odissea  )  e Liceali \ universitari l'Eneide  di Virgilio . Ma  soprattutto  la bellissima e toccante canzone : Eurialo e Niso  di Massimo Bubola  - Gang e    la recente lettura i qualche anno fa ( 2017 se no ricordo male ) del fumetto Bonelliano il sangue dei mortali --- copertina sotto al centro --- ovvero il n° 58 pe essere più precisi della collana Le Storie Bonelli, racconta le vicende della guerra di Troia da un punto di vista attualizzante e abbastanza originale.  <<   Niente “riassunto esaustivo”, ovviamente, ma una chiave interessante che giustifica pienamente l’operazione di rilettura. ......    continua  sull'articolo     :  Una rilettura pacifista (e fantasy) della guerra di Troia: 'Il sangue dei mortali'    di Fumettologica  >>

Il lavoro è firmato da Giancarlo Marzano, sceneggiatore di Dylan Dog dal 2004, per i disegni di Tommaso Bianchi, al suo esordio presso la casa editrice di Via Buonarroti.
Infatti  mi  sa  che     dovrò  fare  come      suggerisce appunto la  4  di copertina   del libro citato     regalato   da  zio per  natrale    a  mia  madre  


Dimenticate Troia, gli scenari di guerra, i duelli, il sangue, la morte. Dimenticate la violenza e le stragi, la crudeltà e l'orrore. E seguite invece il cammino di due giovani, prima amici, poi amanti e infine anche compagni d'armi – due giovani splendidi per gioventù e bellezza, destinati a concludere la loro vita sulla pianura troiana e a rimanere uniti per sempre con le ceneri mischiate in una sola, preziosissima urna. Madeline Miller, studiosa e docente di antichità classica, rievoca la storia d'amore e di morte di Achille e Patroclo, piegando il ritmo solenne dell'epica alla ricostruzione di una vicenda che ha lasciato scarse ma inconfondibili tracce: un legame tra uomini spogliato da ogni morbosità e restituito alla naturalezza con cui i greci antichi riconobbero e accettarono l'omosessualità. Patroclo muore al posto di Achille, per Achille, e Achille non vuole più vivere senza Patroclo. Sulle mura di Troia si profilano due altissime ombre che oscurano l'ormai usurata vicenda di Elena e Paride.

 

 concludo   lasciandovi alla versione  audio    il  primo  capitolo  nella  bellissima  interpretazione   del curatore    deo  canale   youtube Storia&Storie!  dove  se  volete    trovate   gli altri  capitoli   dell'opera   in questione  

 



scusate  la  brevità ,  ma  scapppo   la lettura    del  3  capitolo  m'attende  


19.8.23

Perché mi piaceva #giannirivera? Di Daniela Tuscano

  Beh, innanzi tutto perché mio padre tifava #inter: la rivalità era scontata, anzi doverosa. Poi perché #mazzola mi era antipatico mentre Gianni aveva lo stesso sorriso ironico e rassegnato del mio primo flirt, suo corregionale (lui di #vercelli, Rivera di #alessandria). Terzo perché quando calciava non pareva un calciatore ma un poeta. Gli altri giocatori, anche eccelsi, stavano tutti lì, nel rettangolo verde, al massimo nelle #figurinepanini, rigidi e spesso aggrondati. Rivera - benché talvolta nel nominarlo lo confondessi con #riva - aveva qualcosa di più e di diverso. Una vita sfuggente e sbarazzina - a #sanremo nella mia spiaggia veniva #elisabettaviviani, grande scandalo all'epoca, il #goldenboy allevato dai preti che aveva una figlia da una soubrette... e non intendevano sposarsi! -, non priva di interessi intellettuali, e poi lo sport, certo. Potevi fregartene del calcio - io ero fra quelli - ma non di Rivera, che se avesse studiato forse si sarebbe affermato in campo artistico. Sempre in punta di filo, come un azzurro #rococó, ma dentro, sangue caldo; sangue rosso(nero). Il #milan di Rivera non era americano come quello di #berlusconi: era un Milan di case e #barsport, ma tanta roba, tanta #italia: il Milan di #nereorocco, con la stella e quel nome da dio greco, da polverizzare qualsiasi spacconata a suon di quattrini. Anche tanta #famiglia, sì, pure Rivera ne ha avuta più d'una, ma non ne ha mai disgregato l'idea, tutt'al più ne ha messo in piazza la complessità, senza nascondersi. Oggi compie 80 anni. Non è "vecchio", nel bene e nel male, e meno male.

5.1.23

Pelé e il ‘non-gol’ più bello della storia del calcio: la magia senza tempo che incantò il mondo

 


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Lo  so  che  non si  può    sempre  stare  a parlare  di  Pelè   e  che  ci saranno  i benaltristi       che  giustamente     diranno   ci sono  cose  più  importanti   . Ma     certe  imprese    sono  talmente  memorabili   anche  una generazione    che   non lo  ha    conosciuto  quando  giocava     e soprattutto    non hanno  tempo  . Infatti  un n giocatore che ha segnato più di 1.000 gol  ,  ma    anche   no  ,   può essere ricordato positivamente per averne mancato uno  . Si   se   è  un grande   come  Lui  

  da  https://www.fanpage.it/sport/calcio/



Pelé è morto all'età di 82 anni e tutti gli stanno rendendo omaggio con tributi di vario tipo da ogni parte del mondo. Il fuoriclasse brasiliano era una leggenda vivente e l'affetto con cui viene ricordato ne è la riprova.




In queste ore stiamo ammirando, nuovamente, tanti gol e tante giocate che lo hanno reso O Rei ma c'è un episodio che rende bene l'idea del perché questo ragazzo nato a Três Corações è diventato il simbolo del calcio carioca. Guadalajara, Messico, è il 17 giugno 1970. Italia e Germania Ovest poche ore prima avevano dato vita alla ‘Partita del secolo' e la Seleçao vinse 3-1, raggiungendo gli Azzurri in finale.



Il numero 10 non segnò contro la selezione allenata da Juan Hohberg ma quel giorno nacque il ‘non-gol' più bello della storia del calcio. O Rei fu protagonista di una giocata favolosa, in cui ha dribblato il portiere avversario senza toccare il pallone.
Il passaggio di Tostao dalla sinistra mise Pelé solo davanti a Ladislao Mazurkiewicz, portiere della Celeste che provò ad anticipare il movimento e ad uscire sulla traiettoria del pallone: per questo motivo il fuoriclasse brasiliano decise continuare la corsa verso di lui ma di lasciare passare la palla e recuperarla pochi istanti più tardi in una posizione più defilata. Una giocata complicatissima da pensare, figuriamoci metterla in atto.



L'estremo difensore uruguagio rimase spiazzato da quel movimento e vide il pallone passare, con il suo avversario che stava già correndo per riprenderlo: Pelé arrivò sulla palla e, di prima intenzione, incrociò il tiro sul secondo palo senza controllarlo nuovamente ma la conclusione terminò di pochissimo fuori, tra l'incredulità dei presenti per quello che avevano appena visto.



La bellezza della giocata ha eclissato il fatto che non fosse finita con il gol e lo stesso Pelé in un'intervista di qualche anno più tardi ha ammesso di ripensare spesso a quel momento: “Sarebbe stato più bello se fosse entrata. Sogno ancora che la palla finisca in rete".
Un giocatore che ha segnato più di mille gol in carriera può essere ricordato positivamente per averne mancato uno? Sì, se si chiama Pelé.
Pelé non segnò in semifinale ma quel "non-goal" è entrato nella storia del calcio. Nella finale firmò il primo gol della  Seleçao ‘ contro l'Italia con un colpo di testa fantastico e aprì la strada alla vittoria del terzo titolo mondiale del Brasile di Mario Zagallo, dopo quelli del 1958 e del 1962.

28.5.22

da dove nascono le storie ? Cosa serve per scrivere una buona storia? Dove si trovano le idee migliori?

La curiosità dei bambini non ha limiti, soprattutto quando si tratta d'indagare realtà molto distanti da loro. Per trasmettere la passione per i libri e per la lettura, sarebbe bellissimo se i bimbi, oltre a frequentare librerie e biblioteche con spazi a loro destinati e con libri di qualità, potessero incontrare, di tanto in tanto, chi quei libri li scrive e li illustra, chi li dà alla luce.Infatti   La prima  risposta  che  ho  dato  alla figlia  (  ha  15  anni  )  di mio cugino che  incuriosita dall'ultimo numero  di Dylan Dog  (  copertina  a sinistra  ) che innesta sulla vicenda principale una riflessione metanarrativa sul concetto di idea e una sorta di seduta di analisi leggera e brillante sul lavoro dello scrittore e sui meccanismi della scrittura è   : << Forse dalla primavera  ,  dai bei  sogni  , dai  fiori di pesco  e   di ciliegio , dalle passioni che ci  avvolgono  dall'amore     che   ci unisce  dal sangue  e dalla carne  >>( AntoAngelo Liori    ) . 
    Ma  in verità per  parafrare ,  sucusatemi  se mi ripeto  , ma  purtroppo  per  me  è  cosi  (  sfido  qualcuno\a  a dimostrarmi il contrario  ) ,  questa bellissima  canzone  



le storie   siamo   noi  .
Infatti è proprio dall’esplorazione del proprio Immaginario e del proprio Mondo Interiore, che  ovviamente    va  sviluppato  con il  <<  potenziare le proprie risorse creative. I PERCORSI DI DNLS prevedono una pratica guidata dei processi creativi, che grazie alla mediazione di molteplici codici artistici favoriscono la scoperta e lo sviluppo del principio creativo proprio di ciascun essere umano e lo sviluppo di nuovi linguaggi e codici con cui esprimersi, per un miglioramento globale della consapevolezza di se stessi e delle abilità comunicative e relazionali.>>  come   fa il progetto di Pratiche Artistiche per il Benessere, che propone laboratori espressivi di DRAMMATERAPIA, TEATRO CREATIVO, STORYMAKING e ARTE. qui  su  Dove nascono le storie



Bisogna aspettare che l’ispirazione giunga a illuminarci la mente, come facevano i poeti romantici dell’800, oppure è meglio lanciarsi in esperimenti di scrittura automatica come i surrealisti? Dipende tutto dal subconscio? Calma, gente: forse per trovare una buona storia non è necessario fare troppe peripezie.
Per scatenare la fantasia può essere sufficiente esplorare il quartiere come se fossimo turisti appena atterrati da Saturno, fare quattro chiacchiere con il vicino di casa che ci sembra un po’ matto, masticare una Big Babol, o mettere sul giradischi un LP che non ascoltavamo da anni. In poche parole, dribblare l’abitudine e cambiare, anche di poco, l’angolazione da cui guardiamo il mondo. Ogni piccola cosa diventerà la miccia capace di far partire una storia, ogni giorno sarà un’avventura.

Dove nascono le storie? Nascono dal ventaglio del caso o del destino, sgorgano come acqua dalle sorgenti delle famiglie, sorgono come alberi svettanti dalle insidie della vita come afferma ques articolo : Dove nascono le storie (tantestorie.it) .



 Oppure dai racconti inventati o mescolasti di realtà come faceva mio nonno paterno con me e mio fratello quando eravamo piccoli , come dimostra anche il libro di H.Kuresishi riportsto a sinistra ( vedi Da dove vengono le storie? di Hanif Kureishi - Cronache Letterarie ) Ogni essere umano ha un suo patrimonio di esperienza di vita e di immaginazione, una ricchezza di storie che non chiede altro che essere sprigionata e portata alla luce.
Scrivere significa ampliare queste potenzialità, allenare il vostro sguardo ad osservare il movimento della vita. “Le cose che accadono”, come diceva Virginia Woolf.
Le grandi storie ci emozionano e ci appassionano perché parlano di noi, dei nostri drammi, dei nostri conflitti. Siamo noi Raskolnikov e Madame Bovary, Shylock e il giovane Holden.


Come scrittori il vostro compito principale è restare attaccati alla vita, alla realtà quotidiana, che non è mai misera, ai nostri desideri, alle nostre paure.
Le storie nascono da questo costante esercizio di osservazione che non deve venire mai meno: lo scrittore è un uomo che si preoccupa degli altri uomini, del suo tempo e del suo destino, delle ingiustizie
che patisce e delle gioie che prova.
Ogni storia che ci è stata raccontata, in un fiato da nostra madre   dai nostri nonni  \e che ci ha parlato dei suoi ricordi della guerra, o di un amico prima di partire per un viaggio, è uno spunto per una
narrazione.L’unico modo che esiste per scrivere e raccontare una storia è alzarsi e cominciare a farlo.Ma anche la nostra stessa diversità ha una storia ed è contenitore di storie Alcune diventate patrimonio universale come L'illiade e l'Oddisea . Concordo con quest articolo di (ferrucciogianola.com) :  << Come nascono le storie 
 Ci sono cose che sono in grado di condizionarci la vita in maniera profonda. Magari per tutta la vita e non lo sappiamo neppure. A volte sono cose che riteniamo senza importanza e rimangono sepolte nell'inconscio, poi in determinate condizioni si risvegliano e ci si trova di colpo ad avere delle risposte a quesiti che prima di quel momento sembravano insormontabili. Magari anche riguardo a come nascono certe storie che scrivo.
Difficilmente mi chiedo da dove vengono certe idee che metto nei miei racconti. Di solito parto da un'immagine e da esperienze del mio passato ben presenti nella mente o da un fatto che mi colpisce o che mi ha colpito. A volte magari da studi. Insomma le casistiche sono tante.
Ci sono però alcuni racconti talmente fuori da questi schemi e dai contesti miei abituali che più di una volta mi sono domandato del perché li ho scritti e cosa, sopratutto, li ha ispirati.
A volte tuttavia riesco a darmi una risposta...
Un paio di settimane fa, per esempio, mi sono passati davanti agli occhi dei video musicali e tra questi c'era un video con una canzone delle Orme. Ricordo di come questa canzone mi


piacesse molto quando ero bambino, tanto che fu una delle prime che imparai gli accordi per la chitarra. Ma fondamentale è il testo di quella canzone, Felona.
Dico fondamentale perché mi ha fatto capire, riascoltandola, che le sfere contenute nel mio racconto Buio all'alba che cadono dal cielo dopo un buio improvviso, sono molto simili alle sfere di luce del brano firmato da Aldo Tagliapietra, Antonio Pagliuca e Gian Piero Reverberi.
Luci che hanno dato vita a un racconto fantastico e metafisico, magari un po' diverso dalla mia produzione ma che non mi sento di ripudiare proprio perché il punto di partenza di questa storia era situato nel profondo del mio inconscio, finalmente decifrato.Be' forse, qualche colpa ce l'ha pure il quadro di Nino di Mei che ho inserito.


che  altro aggiungere    se  non  che   la  storia  siamo  noi .   sta  a noi   prendere  i nostri pensieri    , i nostri sogni  e  le  nostre  fantasia e     fermarle  o   in  uno scritto  o  in qualunque  altra  forma  

Giornalismo. d'accatto e sempre più trash il caso Garlasco

 Lo so che  come me ,  che  seguo il  caso  fin dall'inizio tale  caso di mala. giustizia .  e  seguo la. cronaca nera soprattutto  quel...