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09/09/19

il femminicidio non solo uccidere fisicamente ma con le parole sessiste. il caso di **** suicidatasi per i pesanti apprezzamenti sessisti e fare disinformazione

Noi tutti  , sottoscritto compreso  ,  dobbiamo tenere   a mente  che le  parole  e  gli apprezzamenti    soprattutto quelli sessisti   uccidono   di  più   di  un omicidio fisicamente  . Questa storia  l'ho trovata   sull'account  Facebook  di  un contato recente Enzo Comi







Maria Prisco
Segui già
31 luglio


Giulia si è suicidata a 29 anni.
Abbiamo trascorso insieme ogni vacanza dai 10 ai 24 anni. Oggi, mentre la madre lo raccontava alla mia, a 6 mesi dalla sua morte, ha detto:
"Giulia, aveva un sogno, diventare ingegnere edile. Dopo 3 anni di lavoro non retribuito, il suo datore di lavoro le ha detto che non valeva nulla e che al massimo avrebbe potuto fare l'aiuto cantiere, perché non aveva né competenza, né talento. E quando lei gli ha risposto a tono, lui le ha detto che avrebbe fatto più successo mettendo le tette fuori. Dopo 3 giorni, mia figlia si è suicidata. Non ha lasciato nessun messaggio, non ha voluto nemmeno darci una spiegazione.
L'immagine può contenere: testo

Ma io sono convinta, che quell'umiliazione, quel sogno spezzato, le hanno tolto la vita. E oggi Franca, prego per le ragazze come tua figlia, affinché i loro sogni siano più forti di chi li mortifica"
Mia madre non ha avuto la forza di risponderle, si sono abbracciate e non hanno più parlato.
In quell'abbraccio c'erano tutte le paure e il coraggio delle madri delle "figlie femmine".
Ora sono a lavoro e mia madre, forza della natura indiscussa, mi ha inviato questo messaggio.
Io lo dedico a Giulia.
Lo dedico a tutte le ragazze che rincorrono i loro sogni, non curandosi del maschilismo e del cinismo che le circonda.
Lo dedico alle ragazze e ai ragazzi , quelli fragili che si lasciano convincere di non valere nulla da dominus incapaci e disumani.
Lo dedico ai professori che non riconoscono i talenti e ammazzano i sogni e la creatività.
Lo dedico alle famiglie, a quelle più distratte e più superficiali. Alle madri fragili e timorose di chiedere cosa stia accadendo.
Lo dedico a mia madre, a mia sorella e a mia figlia. Alle donne che non mettono le tette in mostra ma riconoscono il loro valore.
Lo dedico a questa strage silenziosa, che in pochi conoscono. Alle 400 vittime di suicidio all'anno. Al disagio giovanile e ai tanti suicidi, che un messaggio come questo potrebbero evitare.
Per ogni persona che vi distruggerà un sogno, ci sarà sempre una madre pronta a ricostruirne mille.


  Il femminicidio  è anche  cattiva informazione ed uso spregiudicato e selvaggio della  tecnica  del  #clickbait  ovvero la miseria del giornalismo italiano online e  non solo  .

Infatti concordo con   questo articolo  della  pagina facebook  di Anonima femministe


Oh, non possiamo andare in vacanza 2 settimane senza che, fastidiosi come i moschitos, i giornalisti italiani de Il Giornale e de la Repubblica disinformino il pubblico quando si tratta di dare notizia di un #femminicidio, quello dell’assassino Massimo Sebastiani, che ha ucciso e abbandonato il corpo di Elisa Pomarelli.
Come disinformano?
Con titoli (di articoli) al limite dell’incredibile! Del grottesco!!
O meglio... del clickbait
Ormai ci preoccupa più la malafede che l’ignoranza maschilista. Ci spieghiamo meglio: questi titoli sarebbero stati scritti APPOSITAMENTE in questo modo per attirare l’attenzione, per essere cliccati e aprire l’articolo, come fossero un’esca (clickbait) per l’indignazione pubblica. Alle testate non interesserebbe che l’articolo venga letto, ma che venga cliccato e aperto, in modo da generare traffico, legato agli investimenti pubblicitari con le testate stesse.
È un mezzuccio, insomma, per raccogliere fondi, nonostante i fondi pubblici.
Ciò dimostra 1 la mala gestione nell’uso dei nuovi media da parte di testate “tradizionali” legate ancora alla carta stampata, e 2 la considerazione che queste testate danno a queste notizie di cronaca nera, visto che il clickbait è un trucco normalmente considerato scorretto, poco etico da sempre nel web. Il rispetto per la vittima, questo sconosciuto. L’etica giornalistica, cosa scusa?! Peggio che andar di notte.
Insomma, quello che pratica usualmente Libero, ma che è diventato talmente paradossale da far ridere più di Lercio. Il Giornale e la Repubblica, invece, sono disinformativi totalmente, perché ancora percepiti dalla massa con un qualche credito giornalistico. Perciò il dolo è doppio, perché fanno profitto sulla voluta disinformazione, perpetrando nella società una descrizione distorta e giustificativa della violenza.
👎🏾👎🏾
Questi bari digitali vanno radiati per non esercitare giornalismo mai più.


Un po' uro il finale , ma come non dargli torto visto che nonostante da dagli anni 90 , se non ricordo male , i Centri antiviolenza hanno richiamato i media ad una maggiore attenzione sulla narrazione distorta ( metaforicamente parlando ) del femminicidio e hanno offerto una lettura differente del femminicidio, forti dell’esperienza diretta con donne vittime di violenza. L’ attenzione è aumentata nel corso degli anni anche grazie all’attivismo di collettivi femministi e delle giornaliste della rete Giulia. Ed , secondo quanto dice ilfattoquotidiano in questo articolo di cui ne riporto sotto un estratto
[...] 
Dal 2014 l’Ordine dei giornalisti, la Federazione nazionale della stampa e i Corecom regionali hanno realizzato corsi di formazione e si contano diverse pubblicazioni e convegni organizzati sul tema. Nel giugno del 2018, D.i.Re ha organizzato il convegno Comunicare la violenza con una trentina di interventi fra cronisti, giornaliste, attiviste e attivisti per i diritti delle donne, operatrici dei centri antiviolenza, scrittrici, blogger, ricercatrici, sindacaliste che si sono confrontate sulle criticità del linguaggio e hanno indicato buone proposte sulla comunicazione (ho dato un piccolo contributo raccontando la mia esperienza di attivista attenta al linguaggio della stampa, nella pubblicazione scritta insieme a Luca Martini Le parole giuste. Come la comunicazione può contrastare la violenza maschile contro le donne).
L’attenzione sul tema è alta e ci sono reazioni sempre più forti contro le narrazioni che distorcono fatti fino alla menzogna; ma ancora non si riescono a innalzare argini forti, soprattutto quando avvengono crimini che colpiscono la collettività, perché la posta in gioco è alta: la scelta di come narrare un crimine è un atto politico.
A questo proposito Elisa Giomi, autrice di pubblicazioni sulla narrazione del femminicidio, formatrice e docente universitaria presso l’Università degli Studi Roma 3 ha scritto che non si tratta più di disinformazione: “Attenzione, non è incompetenza o meschinità. E’ un atto politico. E’ una dichiarazione di guerra. Una guerra mai cessata, che oggi come 40 anni, per chi conosce la storia, si chiama backlash“, perché “non sopportano che stia divenendo egemonica la lettura in chiave di genere e di ordine di potere di genere, che vuole il femminicidio come forma estrema di assoggettamento delle donne” e denuncia che così facendo sperano di marginalizzare l’analisi e le istanze femministe e di “silenziare la nostra lotta”.

17/08/19

woodstock rivoluzione o fine d'un epoca ? secondo me entrambe . secondo voi invece ?







da https://www.huffingtonpost.it/

15/08/2019 14:17 CEST

Joan Baez: "Woodstock? Non ne ho nostalgia. Fu un evento importante, ma non una rivoluzione"
La cantautrice ricorda il festival 50 anni dopo: "Mi sentivo un outsider. C'era chi cantava della guerra, ma in pochi pensavano alle questioni serie. Io non l'accettavo"


                                           By Federica Olivo








Aveva 28 anni ed era incinta di 6 mesi Joan Baez quando salì sul palco di Woodstock. Cantò per un’ora, di notte, ma poi restò lì fino alla fine del festival, portando qualche volta la sua voce e la sua chitarra sul palco più piccolo. E sentendosi una voce fuori dal coro, diversa dagli altri artisti e, forse, anche da una parte del suo pubblico. A un certo punto, mentre cantava il primo brano dal palco più importante, si fermò. Chiese al pubblico - con toni, ammette lei stessa oggi, quasi bruschi - di sedersi. Era un modo per dire ‘ascoltatemi, non pensate ad altro, sentite quello che canto, quello che ho da dire’. A lei, artista e attivista, non bastava suonare. In quell’estate del 1969 voleva parlare di politica e di attualità. Voleva mandare un messaggio e temeva che gli altri - sopra e sotto il palco - presi dal divertimento e dallo svago non lo stessero recependo: “Non avrei sopportato neanche che qualcuno girasse una pagina di un libro! E lo dico sul serio”, racconta a distanza di cinquant’anni da quel concerto che ha fatto la storia.
La celebre interprete del folk oggi ha 78 anni e una voce ancora bellissima. Si appresta a lasciare le scene, dopo aver finito il tour internazionale che l’ha portata anche in Italia a luglio, per dedicarsi a una mostra di ritratti, alla scrittura, e a un documentario sulla sua vita. Forse alcuni se ne stupiranno, ma di Woodstock non ha nostalgia. Non tornerebbe indietro, né a quel concerto né agli anni ’60, di cui è stata tra i protagonisti indiscussi.
In una recente intervista al New York Times, parlando del concerto dal quale nacque, tra l’altro, il nomignolo “l’usignolo di Woodstock” che l’ha accompagnata in questi decenni, dice: ”È stato un evento importante, ma non una rivoluzione”. La cantautrice parla del festival con sentimenti contrastanti: l’allegria quando ricorda episodi divertenti e il distacco quando ne fa un’analisi complessiva. Quella tre giorni di musica e condivisione è qualcosa da cui si sente, ormai, lontana. “C’era chi cantava della guerra - spiega a chi gli chiede perché dice che non fu una rivoluzione - ma in realtà fu un festival allegro. Nessuno, in verità, pensava alle questioni serie e io ero sfrontata a sufficienza da non accettare ciò. Una rivoluzione implica assumersi rischi, come andare in carcere subire ciò che succedeva a chi lottava nei movimenti per i diritti civili o disertava il servizio militare”.
Certamente qualcosa di inusuale in quel festival epocale accadde e Joan Baez non fa finta di dimenticarlo: “Fu rivoluzionario il momento in cui i poliziotti misero da parte le pistole e fumarono erba”, ricorda. Tiene, però, a ribadire che un cambiamento sociale non avviene senza l’assunzione di un rischio “e a Woodstock l’unico pericolo che correvi era non essere invitato”, sostiene parlando con il quotidiano statunitense.
Tornando con la mente a quei giorni, prima di ogni altra cosa ricorda quanto si sentisse diversa dagli altri. A pochi mesi dalla nascita di suo figlio era lì a esibirsi mentre il compagno di allora, David Harris, era in carcere perché si era rifiutato di imbracciare le armi. Cantare non le bastava. Voleva affrontare i temi politici, dibattere delle cose che, dice oggi, “succedevano fuori”. Ma non era solo questo che la faceva sentire in qualche modo un outsider rispetto agli altri protagonisti di Woodstock: “Innanzitutto ero donna e, seconda cosa - racconta ancora al New York Times - non bevevo alcool né assumevo droga. Ricordo di aver incontrato Janis Joplin un paio di volte e di averle detto ‘oh Janis, dobbiamo vederci per un the’. Mi rispose alzando una bottiglia (di alcool) da un sacchetto. Io ero un’attivista politica, e molti di quelli che erano lì con me non lo erano”. E se qualcuno le fa notare che ricordando in questi termini Woodstock dipinge se stessa come una moralista risponde: ”È una bella parola. Ero maledettamente timida. Sono sicura che, in realtà, avevo il terrore del palco”. Esattamente di quel palco che oggi in tanti, in tutto il mondo, ricordano e che lei non rinnega, ma non rimpiange.

secondo me entrambe . fu un eventi unico ed irripetibile  lo dice  anche  la stessa (  mi sta simpatica   come un riccio nelle  mutande  ) Rita pavone   nello speciale rai ( ila solita trasmissione   mista   nostalgia  \  revail  )     ad esso dedicato  andato in onda  a  giugno   . Infatti neppure il concerto celebrativo per il 30 anni e quello successivo per i 40 sono stati in grado ( ma questo è normale niente è uguale al precedente ) sono stati in grado di ricreare quell'atmosfera . Infatti , ed è meglio cosi , non si è riusciti ad organizzare il concerto celebrativo per i 50 anni . Ecco che secondo me secondo me , appartenente ma influenzato per via del revival ( sono delle generazioni intermedia fra gli anni 70 ed 80 entrambe . Rivoluzione rispetto al periodo precedente agli anni 60 fine di un epoca perchè fu il funerale ( era già in declino almeno in america in europa ed in italia si chiude negli anni 80 ) del movimento hippy e " ideologia " libertaria e di ribellione che aveva caratterizzato quel periodo . fu uno spartiacque
fra ribellione e riflusso . Voi che ne pensate ?

19/07/19

La scelta di Maria: “Io tornata sui banchi per mio figlio autistico” La mamma ha lasciato il lavoro per seguire Alessio nella sfida più grande Hanno conseguito insieme la maturità e ora pensano a un’azienda agricola

repubblica.it il primo e fanpage il secondo





L'altro giorno è andato in piscina con i compagni di classe. Sabato sera era alla festa di un amico che compiva 18 anni, come lui. È la bellezza veloce della giovinezza semplice: soli, mai. Il 27 giugno ha affrontato gli orali della maturità: perito agrario, voto finale 81. Accanto a lui, in classe, la mamma. Stesso banco: anche lei, 51 anni, alle prese con l’ultimo esame prima della seconda vita, quella sequestrata sempre dal pensiero di domani: 86 su 100. Alessio e Maria Gariup non sono solo madre e figlio. Sono i protagonisti, sportivamente parlando, di un’impresa. A lui, poco dopo i tre anni, i medici hanno diagnosticato l’autismo. Lei, ragioniera e contabile in un’azienda, cinque anni fa si è licenziata per «non condannarlo a crescere sepolto vivo». «Non è stata una scelta facile — dice Maria — mio marito Stefano fa il magazziniere. Il mio stipendio serviva. Per pagare le bollette, a volte, ci hanno aiutato i miei. Da una parte c’era una possibilità su un milione di far vivere un figlio come gli altri ragazzi. Dall’altra la sua condanna ad una malattia che ti isola. Abbiamo deciso di tentare l’impossibile».
La famiglia Gariup vive a Moimacco, in Friuli. Conosce l’emergenza nascosta che in Italia emargina 100 mila bambini e 400 mila adulti, ignorati dalla scuola, dalla sanità e dallo Stato. Tremila euro al mese, il costo medio dell’assistenza di una persona colpita dall’autismo: 500 euro al mese la pensione d’invalidità. Dopo i 16-18 anni si smette di esistere, inghiottiti in un limbo. Qualcuno fa debiti. Qualcuno vende tutto. Qualcuno si arrende. Alessio e Maria invece hanno imboccato un sentiero nuovo: studiare e superare i limiti grazie alla bellezza delle cose se si sanno. «Anche per denunciare — dice — un sistema che non finanzia i servizi che sulla carta attiva. In Italia 1 ragazzo su 150 soffre di patologie dello spettro autistico. Per queste persone manca però un progetto di vita, figure che le seguano a scuola e nell’inserimento al lavoro. Uno straordinario giacimento di talenti finisce semplicemente bruciato». L’autismo è un disturbo pervasivo dello sviluppo neurologico. Compromette le relazioni con gli altri e limita la capacità di comunicare. Alessio, una volta adolescente, ne è risultato colpito in modo grave. Problemi di comportamento. Comunica ma non articola un discorso, scrive al computer ma risponde solo scegliendo una delle risposte che gli vengono presentate. «Cinque anni fa — dice Maria — doveva iscriversi alle superiori. Assistenza e sostegno, fino alle medie, lo avevano aiutato. Entrato nell’Istituto tecnico agrario “Paolino d’Aquileia” di Cividale, sono emerse le difficoltà. Gli educatori continuavano a cambiare, le figure non erano formate, la scuola non poteva assicurare una presenza costante. Mancanza di fondi: ho capito che dovevo fare da sola». Per questo si è licenziata e si è iscritta a scuola, come un’allieva normale. Ha abbandonato il lavoro ed è tornata indietro di trent’anni. Si è messa in banco con il figlio e ogni giorno, per cinque anni, l’ha accompagnato in palestra, nelle aule-laboratorio, nel caseificio, nel frantoio e nella cantina vinicola dell’istituto.
La scelta di Maria: “Io tornata sui banchi per mio figlio autistico”
Maria e Alessio Gariup al lavoro

La scelta di Maria: “Io tornata sui banchi per mio figlio autistico”
Maria e Alessio Gariup nel caseificio dell'istituto agrario

Compagna di classe. «Con il tempo — dice — ho fatto una scoperta sorprendente: se vivi davvero, è bellissimo. All’inizio Alessio ed io eravamo soli. Presto ci siamo ritrovati vicini i compagni di scuola, i professori, il personale dell’istituto. Tutti lì, a dare una mano. Non ci hanno regalato niente, ma hanno voluto partecipare alla nostra scommessa». Superare la maturità sembrava una follia. Non ad Alessio, che sui libri ha scoperto la sua memoria prodigiosa. Fino all’autunno, quando Maria ha intuito che per farcela serviva qualcosa di più. Sono stati i docenti a proporle l’impossibile: affrontare anche l’ultimo esame, dopo quelli integrativi sostenuti da privatista, assieme al figlio. È successo, primo caso in Italia. Madre e figlio diplomati nella stessa classe, mentre tutti consigliavano di lasciar perdere perché «un ragazzo autistico non può avere dei sogni come tutti gli altri».
«Ho imparato — dice Maria — che se le famiglie non reagiscono vengono emarginate come i loro figli. Nessuno suona alla porta per chiedere come stai. È terribile. La scuola dell’obbligo finisce e migliaia di giovani vengono risucchiati nel buio. Per loro non esiste un pubblica piano esistenziale, l’affiancamento al lavoro, incentivi a chi assume, un sostegno medico». Oggi Alessio lavora in un’azienda vitivinicola. Pulisce e fa i lavoretti. Ma è come se frequentasse l’oratorio. Nessun incarico e nessun compenso, altrimenti perde l’indennità mensile. Prospettive zero. «È assurdo — dice Maria — ma la via d’uscita la troveremo un’altra volta noi. L’ultimo sogno è una piccola impresa agricola, tutta nostra. Questione di dignità: ci stiamo lavorando, so che ci riusciremo». Dopo l’esame, per la prima volta, Alessio ha sorriso. Aveva capito tutto, da molto tempo.



A 51 anni lascia il lavoro e torna a scuola per il figlio autistico: i due si diplomano insieme

La scelta coraggiosa di Maria, 51enne. La donna ha superato l’esame di maturità insieme al suo Alessio all’istituto tecnico agrario all’istituto Paolino d’Aquileia di Cividale. “Ci è stato detto che la scuola non era per lui, ma più mi dicevano così più io mi incaponivo. Dopo un po’ di fatica e molti incontri , il preside ha accettato di riprendere Alessio a patto che a seguirlo ci fossi anche io”, ha raccontato la donna


A 51 anni lascia il lavoro e torna a scuola per il figlio autistico: i due si diplomano insieme La scelta coraggiosa di Maria, 51enne. La donna ha superato l’esame di maturità insieme al suo Alessio all’istituto tecnico agrario all’istituto Paolino d’Aquileia di Cividale. “Ci è stato detto che la scuola non era per lui, ma più mi dicevano così più io mi incaponivo. Dopo un po’ di fatica e molti incontri , il preside ha accettato di riprendere Alessio a patto che a seguirlo ci fossi anche io”, ha raccontato la donna. Maria Gariup fino a 5 anni fa era ragioniera e contabile in un’azienda della provincia di Udine. Poi ha deciso di mollare tutto. Lo ha fatto per il figlio, Alessio, affetto da autismo. Il ragazzo si era appena iscritto all’istituto tecnico agrario all’istituto Paolino d’Aquileia di Cividale. La madre non poteva lasciarlo da solo. E così è tornata a sedersi su un banco di scuola, accanto al figlio. Il 27 giugno Alessio si è diplomato. E mamma Maria ha conseguito un secondo diploma. “Già finire le scuole medie è stato molto difficile per mio figlio, a causa dei continui cambi di educatori non qualificati e dell’inadeguatezza del sostegno che lo aveva seguito per tre anni e che lo aveva fatto regredire rispetto alle primarie. I servizi non hanno curato l’inserimento scolastico e il passaggio dalle medie alle superiori. Ci è stato detto che la scuola non era per lui, ma più mi dicevano così più io mi incaponivo. Continuavo a pensare che se lo avessi lasciato a casa, se avessi tolto a un ragazzo di 14 anni il diritto di frequentare la scuola, gli avrei tolto tutto. Dopo un po’ di fatica e molti incontri, il preside ha accettato di riprendere Alessio a patto che a seguirlo ci fossi anche io", ha raccontato la donna a Udine Today. Quando ha scelto di intraprendere questo percorso con suo figlio, Maria non ci ha pensato due volte: "Anche a me e a mio marito era parsa l’unica soluzione percorribile". Il primo anno, Maria ha provato a lavorare part-time. Ma si è accorta che non era facile. Così ha lasciato tutto e si è dedicata solo ad Alessio e alla scuola. "Una volta in classe mi sono sentita di invadere un territorio, non solo con i ragazzi ma anche con gli insegnanti. Arrivare così di botto è stata dura, non solo per me e Alessio, ma anche per i nostri compagni. Nel corso degli anni si sono accorti che ero ‘una di loro', non una mamma che rompeva le scatole e credo che mi abbiano voluto bene come sanno fare gli adolescenti", spiega. Ha seguito il suo Alessio anche davvero in ogni momento. "Abbiamo partecipato a tutti i diciottesimi – continua – siamo andati in discoteca e a tutte le gite. È stata un’avventura, a volte faticosissima. Alessio cambia continuamente la sua condizione, destabilizzando anche gli altri e credo che anche per i nostri compagni sia stata un’esperienza unica, a volte difficilissima e a volte bellissima… sono certa però che ora sappiano cosa significhi sacrificio e dedizione". "La cosa che mi preme di più, oltre al presente e al futuro di mio figlio, è dire agli altri genitori che non si scoraggino mai. Io ho studiato tantissimo e ho avuto la possibilità di lasciare il lavoro, so che non tutti se lo possono permettere, ma so anche che una soluzione, se si vuole davvero, si trova sempre. E, infine, vorrei che la nostra società capisse che i problemi non si possono ignorare, le persone autistiche o con disturbi non si possono escludere pensando di risolvere così la questione. Ci vuole impegno, certo.. ma il fatto che si parli tanto di autismo è perché i numeri sono importanti e allora bisognerebbe strutturare la nostra società in maniera che sappia dare una possibilità anche a loro", conclude. Maria ammette che al giorno d’oggi non sono semplici le cose per una famiglia nella sua stessa situazione. E i disservizi che ha dovuto incontrare non riguardano solo lei. "Le cooperative che mettono a disposizione gli educatori – racconta  la donna – vivono di appalti sempre al ribasso e questo fa sì che il personale cambi continuamente senza dare garanzia di una formazione adeguata".

12/09/18

esorcizzare i tuoi incubi o sogni con un app per fotoe video del cellulare altro che usare acidi o altre droghe


chi lo ha detto che per descrivere i propri sogni o esorcizzare i propri incubi ed ilproprionconscio sia necessario ricorrere agli acidi o ai paradisi artificiali .A volte basta anche un app del telefonino per creare un immagine che più lo rap.prresenta o gli sia avvicina . Ecco dele sperimentazioni fatte con il celulare Ecco le mie sperimentazioni fatte usando l'app effetto Ar " settore " favola sul mio il cellulare. Un app di realtà aumentata per la fotocamera del tuo smartphone. Con cui si possono creare magiche ambientazioni per foto, video e selfie da condividere con gli amici.


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L'immagine può contenere: testo e spazio al chiuso



07/02/18

Spopolamento, la sfida di Sarah Pischedda e del collegaTommaso Vagnarelli due neo architetti: azienda modello nel borgo fantasma in una tesi di laurea d'architetturaal politecnico di torino


Speriamo  che   tale progetto   prospettato in  una tesi di laurea non sia  il  solito  parlare  e scrivere  a vuoto   e  che  dale  parole   e dalle  propposte  si  passi ai fatti  . Parlarne  \  discuterne  e  proporre ,  va  bene ma  poi diventa    bla... bla  .. ovvero solo chiacchere  

 dalla  nuova  sardegna  del  5\2\2018   
Spopolamento, la sfida di due neo architetti: azienda modello nel borgo fantasma
La tesi di laurea sul borgo Badu Andria nel comune di Padru della giovane olbiese Sarah Pischedda e del collegaTommaso Vagnarelli è stata riconosciuta al Politecnico di Torino come il miglior lavoro nel settore dell'architettura sostenibile
                         di Gianna Zazzara

SASSARI. «Costruirci un futuro in Sardegna? Magari. È un posto unico in Europa con una identità ancora molto forte. E le opportunità non mancano. La Sardegna è piena di piccoli borghi dimenticati. Farli rivivere, ripopolarli porterebbe di nuovo fiducia nel futuro». Sarah Pischedda e Tommaso Vagnarelli, architetti, 25 anni lei, olbiese, e 26 lui, torinese, ne sono talmente convinti da averne fatto un caso di studio. “La rinascita dei borghi abbandonati dell’entroterra sardo: il caso studio di Badu Andria” è il titolo della loro tesi di laurea magistrale in Architettura per il restauro e valorizzazione del patrimonio al Politecnico di Torino. Una ricerca premiata con il massimo della votazione per entrambi, 110 e lode, e un riconoscimento da parte del Politecnico come miglior tesi di laurea nell’ambito dell’architettura sostenibile.
«Siamo veramente felici che il nostro lavoro sia stato riconosciuto – dicono soddisfatti i due architetti – È un messaggio a tutti i ragazzi. Abbiamo voluto dire ad alta voce che anche in Sardegna c’è la possibilità di costruirsi un futuro. Non bisogna fuggire». 


Il progetto. Badu Andria è un borgo abbandonato del comune di Padru, in Gallura, dove Tommaso e Sara hanno trovato uno stazzo abbandonato, della seconda metà dell’Ottocento. L’idea alla base della loro tesi è stata quella di trasformare lo stazzo in un’azienda agricola all’avanguardia, specializzata nella produzione di piante officinali. «In Sardegna ci sono tantissime strutture abbandonate che potrebbero essere recuperate e trasformate in attività produttive – raccontano i ragazzi – Noi abbiamo pensato a un’azienda di piante officinali perché la Gallura è il territorio ideale per le piante spontanee e perché questo è un mercato in forte crescita». Per il loro progetto basterebbero 100mila euro. «Finanziamenti che si possono facilmente ottenere anche grazie ai Fondi di sviluppo rurale: per la Sardegna fino al 2020 c’è quasi un miliardo di euro a disposizione». E poi come si fa a vendere le piante? «Ormai con la tecnologia le distanze sono annullate. Basta creare un sito e il gioco è fatto». Come spiegano gli architetti, il caso di Badu Andria può essere replicato in tutti gli altri borghi abbandonati sparsi in Sardegna. 

La lotta allo spopolamento. A ispirare i due giovani architetti è stato il desiderio di trovare una soluzione per salvare i paesi, condannati allo spopolamento. «I paesi, soprattutto quelli dell’entroterra, rischiano di morire anche perché sono sempre di più i ragazzi che decidono di andare via dalla Sardegna. Eppure le opportunità non mancano, basta cercarle». Secondo Sarah e Tommaso recuperare i vecchi borghi è un’occasione unica non solo per mettere in sicurezza il territorio, ma anche per creare nuove comunità. «I borghi e i piccoli paesi hanno cominciato a spopolarsi quando masse sempre più grandi di persone si sono mosse verso le aree urbane, con il miraggio di una vita più soddisfacente e meno dura. Oggi sta accadendo l’esatto contrario. L’insoddisfazione della vita nelle metropoli porta molti a ritornare nell’entroterra magari per aprire un b&b o un’attività di agriturismo. Il fenomeno ha anche un nome, amenity migration, a indicare la fuga dalle città e il ritorno alla campagna. Anche perché oggi, grazie al progresso tecnologico, è possibile tornare ad abitare questi luoghi, anche nel centro della Sardegna, senza per forza dover abbracciare uno stile di vita lontano dalla modernità». Ovviamente, nel progetto di Sarah e Tommaso i nuovi borghi sarebbero 2.0, con soluzioni architettoniche attente alla sostenibilità ambientale e alla autosufficienza in campo energetico: mini pale eoliche, pannelli solari, raccolta di acqua piovana per riscaldare le abitazioni. La fuga dei giovani. Sarah e Tommaso sanno bene che la causa dello spopolamento e della fuga dei ragazzi è la mancanza di opportunità lavorative nell’isola e l’assenza di politiche economiche adeguate. «Ma la Sardegna ha molti punti di forza – ricordano i ragazzi – Innanzitutto il settore agro-alimentare e il turismo costiero. I finanziamenti per avviare nuove attività non mancano: grazie ai fondi strutturali europei i giovani imprenditori possono ricevere incentivi per aprire nuove aziende nel settore agroalimentare, anche nelle zone rurali». 

Ritornare a vivere nei paesi e nei borghi abbandonati dell’isola, grazie all’avvio di nuove attività imprenditoriali, permetterebbe ai ragazzi di continuare a vivere in Sardegna. «Quando un giovane è costretto ad emigrare perché non trova lavoro, è una sconfitta. Lo dovrebbero capire i nostri politici. Andar via dovrebbe essere una libera scelta per i ragazzi. Non una soluzione obbligata». Il ripopolamento dei borghi, secondo i due architetti, porterebbe la Sardegna ad una nuova rinascita economica, culturale e demografica. «L’alternativa è una desertificazione sociale che condannerebbe definitivamente questa regione». 

Dopo aver conseguito la laurea magistrale Sarah e Tommaso hanno deciso di continuare i loro studi al Politecnico di Torino: «Ci stiamo specializzando in beni architettonici e del paesaggio». Ma voi sareste disposti a trasferirvi in Sardegna e realizzare il progetto della vostra tesi di laurea? «Perché no? Io sono torinese e ho scoperto la Sardegna grazie a Sarah con la quale sono fidanzato da 5 anni – dice Tommaso – È una terra meravigliosa. Sì, mi piacerebbe molto viverci». E Sarah? «A Olbia ci sono i miei genitori e sarei felice di tornare a vivere lì. Badu Andria, poi, è vicinissimo a Olbia». Sarah ha un esempio diretto di cosa voglia dire lasciare una grande città per andare a vivere in Sardegna. «Mia mamma è austriaca – racconta –. Quando ha conosciuto mio padre non ci ha pensato un attimo a lasciare Vienna per trasferirsi a Olbia. Ogni volta che le ho chiesto se si fosse mai pentita mi ha sempre risposto: Sei matta? Lo rifarei mille volte». In ogni caso Tommaso e Sarah sono decisi a restare in Italia. «Dopo la laurea molti nostri colleghi sono andati a lavorare all’estero. Comprendiamo le loro ragioni, in Italia è difficile trovare lavoro, e quando
c’è è precario. Però ci piacerebbe che i giovani di questo paese, invece di scegliere la via più facile, creino nuove opportunità e credano in questa Italia perché le cose possono essere cambiate. Noi con la nostra tesi abbiamo dimostrato che anche in Sardegna c’è un futuro possibile».

08/08/17

crisi esistenziale precoce di mezza età

colonna sonora


Nei  giorni scorsi,  forse  complice l'ondata  eccezzionale  di  caldo tropicale  , ho  fatto  tre  sogni , i più  strani  ( almeno fin ora ) che  abbia  mai  fatto  !  soprattutto  perchè  contenevano  tutto sommato  delle  cose   sensate .  forse  i tre  fantasmi  non avevano  tutti  i  torti  .  Un po'  come  i tre  fanmtasmi  del natale  ( I II  )  di C.Dickens  solo  che inve  di fami vedere  il presente  , il passato   , il futuro , mi  hanno mostrato   tre possibili vite   che  avrei potuto intrapendere ... . Non racconto 

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altro  perchè ho trovsato  tutto  fin troppo  bizzaro  persino per me    che  amo ( ovviamente  senza  esagerare  e prendere  per  buone   anche  davanti  a prove  e  certezze  che  le  smentiscono le  smontano  ) :  i  complotti, i misteri  ,  le  versioni alternative  , le  contro inchieste , le  verità  non ufficiali  ,  ecc,  insomma  le cose  bizzare  .  Posso solo dire  che  erano   sogni  parrticolari : 1) uno tragico , 2) un tranche  de  vie ,  3) un avventura leggera  . Sogni che   avevano  a  che  fare   con il mio vissuto e  di come  sarebbe stato  se   avessi intrapesao  quel bivio anzichè  quell'altro  .   Un buon mix  insomma  non c'è dubbio   . Al risveglio  
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ed    ancora  adesso ( ma  poi  lascio  cadere  la  domanda   perchè mi sono  già dato la  risposta   e    poi    come  ho  già detto in in un mio stato   di qualche  giorno fa   su  facebook   : <<  (...)  la vita vola via in fretta , (..) >> 

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da  google


.Infatti al rivesglio e  per tutta la mattina   , mi sono chiesto, : ma   la morale   qual è ?  che voigliono dire  anzi  dirmi  ?

Quindi   dopo aver passato una mattinata  a chiedermelo \  ad  elucrubarci  sopra cercando  a  tutrti i cositi  una riposta  immediata  , rendendo  i  poco  sul lavoro ( tali elucubrazioni  , devo allenarmi a farlo  , me le  dovrei  riservare il fine settimana😈😇😀) mi  sono reso conto ho  trovato la  risposta .
Crisi Di Mezza Età Dell Uomo Illustrazione di Stock
da
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più precisamente qui
La morale  ed  quindi il loro  significato   che la mia  vita \  opera  d'arte  avrebbe potuto essere migliore o peggiore  oppure né l'uno né l'altro ma semplicemente  diversa .... . Resta il fatto che quella  fin qui vissuta ( nel bene e  nel male  \  in positivo e  negativo ) è  stata  ed  tutt'ora la mia  vita  ed  l'unica  .
Devo  allenarmi acettare il fatto che ciò  che  è stasto  è stato  ed ciò  che è  fato  è  fatto , insomma quardare avanti  ( senza  ovviamente  dimenticare   chi sono  da  dove  gìvengo e cosa  ho :  fatto , scritto  , detto  ) , senza  più a  cosa sarebbe potuta essere se  avessi  preso quella  strada  o seguito  qul suggerimento, ecc.   smettere  di  ripensarci  continuamente e  rimurginarci sopra  perchè ormai  sono negli 'anta  e  tras  poco :-) nei   cinquanta  .e   devo  accettarlo

22/06/17


Buja: Non può comprare la Lamborghini: la costruisce con il compensato . dopo cinque anni di lavoro William Covasso ha realizzato a casa la propria auto di lusso. Dalla passione per la falegnameria alla realizzazione di un prototipo con pannelli di legno . Realizzando

da  http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2017/06/22/
Il sogno di William si avvera: chiamato dalla Lamborghini .
Il 43enne invitato nella sede della casa automobilistica. Aveva realizzato una riproduzione dell’auto in compensato
                                            di Piero Cargnelutti




BUJA. Dalla Lamborghini realizzata in compensato con le proprie mani, alla possibilità di visitare la sede centrale della nota casa produttrice dell’auto di lusso. Un sogno si avvera per William Covasso, 43 anni di Buja, che negli ultimi cinque anni ha realizzato nel casolare della sua casa in località di Tomba una Lamborghini in formato originale.

"Vi racconto come ho costruito la Lamborghini con il legno"C’è chi può permettersi la Lamborghini, e chi invece se la costruisce da solo. La storia è quella di William Covasso, 43 anni, residente a Buja, che, seguendo la sua passione, tanto per le automobili di lusso che per la lavorazione del legno, è riuscito a realizzare con le sue mani (in cinque anni di lavoro) una Lamborghini, utilizzando pannelli di compensato. (Foto Petrussi - Videoproduzioni, intervista di Piero Cargnelutti)
La sua storia, raccontata sulle pagine del Messaggero Veneto del 08 giugno 2017, è giunta alle orecchie della casa madre a Sant’Agata Bolognese che ha preso contatti con William, e lo ha invitato a visitare lo stabilimento a settembre, oltre che a condividere un pranzo con i lavoratori dell’azienda. E, ovviamente, per fare un giro su una Lamborghini vera: «È un’emozione grande per me – dice William Covasso – e ancora ora non me ne capacito facilmente anche perché io ho fatto tutto quello per semplice passione. Poi, finire sulle pagine dei giornali ed entrare in contatto con la ditta che realizza la mia auto preferita, è qualcosa che non mi sarei mai aspettato. Sono state notti di entusiasmo per me nelle ultime settimane». La Lamborghini ha contattato l’assessore comunale Silvia Pezzetta a cui William avevo voluto far vedere la sua opera: «Ho sentito personalmente – spiega l’assessore Pezzetta – Mario Vecchi, rappresentante dei rapporti istituzionali della Lamborghini, che ha fatto l’invito a William. Credo sia una bella soddisfazione per lui, che è anche un buon esempio dell’ingegno e delle capacità che ci sono sul nostro territorio». Nei contatti che ci sono stati nelle ultime settimane, pare che la Lamborghini abbia richiesto anche le foto laterali del modello realizzato da William e sia intenzionata a far visita a Tomba per vederla con i propri occhi. Non è dunque detto che anche l’opera di William Covasso entri in futuro a far parte del celebre museo che la Lamborghini ha avviato sempre a Sant’Agata Bolognese: «A quello non ci ho pensato ancora – dice William – anche perché ci sono voluti cinque anni a realizzarla. Ma ci penserò: se verranno dalla Lamborghini sono pronto a fargli vedere quello che ho fatto». Certamente, per la nota casa madre bolognese quell’opera testimonia la passione che il bujese William Covasso ha per la celebre Lamborghini, ma i suoi referenti saranno ancora più sorpresi quando verranno a Buja e scopriranno che quel modello è stato realizzato con pochi mezzi tecnici da un autodidatta del legno.

05/04/17

Luigi, 24 anni e pastore per vocazione: "Per il mio gregge ho rinunciato all'università"



Siamo a Carpino, in Puglia, sul Gargano. Luigi ha 24 anni e quando ne aveva 18 ha fatto una scelta radicale: fare il pastore come suo padre e suo nonno. "Dopo il diploma i miei genitori avrebbero voluto che mi iscrivessi alla facoltà di Veterinaria, ma sentivo che se avessi lasciato le nostre greggi sarebbe tutto scomparso nell'arco di pochi anni". Una scelta guidata anche da una visione innovativa della pastorizia, volta al biologico. Luigi aspetta che l'erba dei pascoli cresca in maniera spontanea, evitando l'uso di fertilizzanti, e per i suoi capi sceglie soltanto medicinali che non lascino residui nel latte o nelle carni. "Fare questo tipo di scelte - conclude - comporta più sacrifici e spese maggiori, ma io ho deciso di fare questo lavoro perché ho rispetto per la natura, per gli animali e soprattutto per gli uomini che mangiano i formaggi che produco"(di Lorenzo Scaraggi)

13/08/16

La malattia, è il business più grande della nostra macro-economia matteo tassinari

Di notte,
il dolore       è più gonfio

         di Matteo Tassinari
Alle due di notte fisso ancora il soffitto e ascolto i lamenti dei malati riempiono le stanze. Il mio amico di camera dorme di un sonno stanco e gravoso da sopportare. Sono i principi attivi (5) che gli circolano, contemporaneamente, nel sangue attraverso diverse sacche di flebo, da mattino a sera, che non l’aiutano e giustamente, lui, si lamenta dal dolore. E allora, con la forza di mille agonie, cerchi, ti sforzi di pensare che il dolore è un dono di Dio che ti fa capire questioni che altrimenti avrei certamente ignorato. E così è stato. Voi non potete capire il supplizio di questo volto che recita un malato di aids in un ottimo film, l'avverti fino in fondo e lo senti fino in fondo, fino a poter capire che l'accrescere il proprio sapere, equivale ed aumenta il dolore. Ve l'assicuro come è vero che dopo, vorrei parlarvi di ravanelli da "tociare" in pinzimonio!
 La malattia, è il business più grande 
della nostra macro-economia

Mlnotte abbonda  
la sua consistenza desolante con le sue freddezze e scheletriche immaginazioni. Tutto quel che ci circonda si dilata proprio quando un gemito si fa spazio fra i corridoi illuminati a neon spenti, gremendo spazi vuoti dove corrono le emergenze, perché è di notte che il tormento alza il volume dell'odissea e di notte il calvario fa più paura, non so perché.... Non so quanto tempo passa, che avverto l’amicizia del water. La prostata fa il suo lavoro, mentre impiego qualche minuto per arrivare ad espellere l’ultima goccia possibile d’urina dalla vescica, un lavoro assai impietoso per quello che m'invento di fare per raggiungere lo stimolo e espellere un poco di liquidi.

Questi sono gli orgasmi rimasti in un periodo affannoso per quanto difficoltoso. Ma la notte in ospedale non scema affatto le sue mestizie, semmai le aggrava, le allarga fino ai ponti dell'acutizzazione di ogni singola particella corporea malata rafforzando la pressione che il dolore complessivo provoca. La rafforza, l'ingrossa, l'addiziona, l'incrementa senza alcuna spiegazione se non vacua. A volte penso: chissà come moriva la gente prima dell’invenzione di tante malattie? Mi accontento del pensiero di Louis Pasteur: "Noi beviamo, mangiamo o respiriamo il 90 per cento delle nostre malattie". Ha ragione, non si scappa.
Sono le tre...
Quando parte imperturbabile il prurito su tutto il tessuto corporeo dovuto ad una forma di Vasculite a causa della riattivazione del sangue, prendo la spazzola comprata in ferramenta con setole coriacee, per assicurarmi un deciso quarto d’ora di pace pur sapendo che un quarto d’ora dopo il prurito alienante tornerà. Il sangue, come saprete, va dovunque.
Gli piace così, girare a zonzo, da una vena a un'arteria, da un tessuto ai suoi vasi. Solo che grattarsi al centro della schiena, bisogna essere artisti autentici e io ci riesco perché ho le braccia lunghe e la schiena pure, per una lunghezza di 185 cm. La stamina viaggia dappertutto alla stessa velocità di una qualsiasi connessione Internet senza intoppi. È la vita. A volte credi che due occhi ti guardino e invece non ti vedono neanche. A volte credi d'aver trovato qualcuno che cercavi e invece non hai trovato nessuno. Succede. E se non succede, è un miracolo. Ma i miracoli non durano. L’uomo può essere il capitano del suo destino, ma anche vittima della sua glicemia.
Nivea a volontà
Gratto. Gratto. Gratto, ma mi accorgo però che la cute che gratto non è più prurito, ma è diventato bruciore. Basta. Appoggio la spazzola sul comodino, altrimenti va a finire che compare il sangue emi tocca chiamare una infermiera. Con una spugna passo sul corpo acqua fisiologica e un pizzico di bicarbonato, i rimedi della nonna... cercando di lenire le parti più lese per poi darmi un poco di Nivea.
Del resto, il rapporto che ho con le creme, da il senso d'accesso alla solitudine, mentre una malattia immaginaria trovo che sia peggiore di una vera malattia. Continuando nel mio casino mentale, arrivo a pensare che ci sia tanta salute nella malattia, com'è vero che non è il medico ma un altro malato che riesce a capire la sofferenza di un altro malato.
Gli antistaminici 
sono acqua 
fresca. Solo il Cortisone metterebbe a tacer tutto, ma a causa di effetti collaterali talmente insopportabili che preferisco tenermi il prurito rinunciando al Cortisone e i suoi fuochi d’artificio. 
Passa il tempo. Non so quanto, intanto la scienza si consulta mentre il paziente può solo sopportare. 
Fu per questo, forse, che Sigmund Freud una volta disse: "Non si muore perché ci si ammala, ma ci si ammala perché fondamentalmente bisogna morire". Nulla di originale...
Un po’ dormo,
un po’ no.
Nel mezzo notturno, mangio un’arancia. Sono le quattro di notte o forse solo le tre e penso a Bowie e capisco ancora più profondamente che una generazione, con lui, se n’è andata per davvero. Penso a Gesù, l’unica risposta a tanta tribolazione. Pensieri anarchici, bakuniani, contestatori, ribelli e sovversivi, che sfiorano le meningi a 38 di febbre. Dormo un’oretta forse più.
La    sapienza
dei    malati
Sono le cinque e mi aspetto da un momento all’altro le luci del mattino e penso che tra un’ora, decisa, entrerà un’infermiera a prelevare un po’ di sangue da me e dal mio amico di camera, per vedere a che punto stanno i cd4 e la Viremia, e penso che gran parte di quello che i medici sanno è insegnato loro dai malati, consapevole del fatto che il miglior medico è colui che con più abilità sa infondere la speranza.
Diceva Jannacci, medico pure lui:"da medico ragiono esattamente così, la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa".
Giovane in ospedale a letto
mentre naviga in Internet
per ricercare informazioni
sulla sua malattia 
Come ho sempre pensato, ogni medico dovrebbe essere ricco di conoscenze e non soltanto di quelle che sono contenute nei libri, ma i suoi pazienti dovrebbero essere i suoi libri. In buona sostanza, la malattia è un conflitto tra la personalità di entrambi e le loro anime. Non solo. Si arriva, col passar degli anni, e decenni poi,  senza fare stupide e odiose apologie al suicidio, a pensare che la morte può essere una fonte di liberazione da una situazione che sai non potrà mai avere miglioramento, solo peggioramento.
Dallas Buyers Club: Matthew McConaughey dimagrito
e pallido nei panni Ron Woodroof, un malato di Aids
 Flebiti e farfalle
Mi metterà la “Farfalla”, un ago che s’infila nel braccio per non forare troppe volte la pelle e avere una via d’accesso costantemente pronta per gli aghi da dove passa tutta la chimica. E’ un condotto che mi porto attaccato alla perfezione al braccio per quattro o cinque giorni, per poi cambiarlo affinché non infetti la vena in questione. Che invenzione fantastica la “Farfalla”. Se non ci fosse saremmo pieni di flebiti, noi uomini spaventati. E quasi l’alba e l’infermiera di turno sta per iniziare il suo pellegrinaggio lungo la corsia. Eccola. Prima di vederla, vedo la luce al neon dell’anticamera, affinché troppa illuminazione non ci crei fastidio per noi esseri dormienti e stanchi di mille tempeste dove si sono persi senza domande. 
Buona notte a tutti
BUONGIORNO! E’ il caloroso saluto della nostra amica infermiera, la risposta è un po’ più sonnolenta e ciancicata. Si sente appena, impasticciata quanto mescolata a chissà quali sogni e speranze. E’ partita la giornata di un reparto per persone con malattie infettive e anche di più. La giornata passa, ritorna la notte, la storia e circa simile a quella precedente. Buona notte, ricomincia il calvario dopo una notte di merda e un giorno uguale.