mercoledì 21 marzo 2012
Primavera
domenica 4 marzo 2012
Fotografia
Testimone, dov'è il testimone?Nel passato remoto della gioventù,
in quei tratti nervosi, nelle schegge degli occhi,
o nella sapienza dolente dei passi stanchi?
E' ritratta, in voi, la musica.
La fine dei padri. Le generazioni complicate.
Il sussulto dell'incerto domani.
L'ansia d'un Dio rinnegato e sfuggito.
L'età della perdita. Un diamante folle.
Troppo prezioso e fulgido per noi,
poveri carboni spenti.
Sopra: Renato Zero e Lucio Dalla davanti alle immagini di Tenco ed Endrigo. Sotto: Montreux, 29 febbraio 2012, l'ultimo concerto di Dalla, a poche ore dalla morte.
giovedì 1 marzo 2012
Lucio Dalla, la vita che finisce
Morte? Impossibile. Uno scherzo del web, abbiamo subito ipotizzato, ormai assuefatti alla banalizzazione d’un evento divenuto anch’esso liquido, evanescente, irreale. “È la vita che finisce, ma lui non ci pensò poi tanto”, cantava Lucio in quello che è considerato il suo capolavoro assoluto, Caruso. La tragedia contemporanea consiste appunto in questo: nel non pensarci poi tanto. Ma la morte giunge, radicalmente grave, incredibilmente volatile: prende e rapisce, lasciandoci dentro un pesante vuoto. Il vuoto del rammarico, del rimpianto. Dell’inafferrabile.
Ma Lucio era così cattolico. E da cattolico, per lui, non era la morte a giungere, ma la vita a finire; e, come il suo Caruso, non ci pensava poi tanto perché aveva molto amato. Perché la vita naturalmente e ovviamente finiva, e finisce così, per tutti noi, per ognuno di noi.
Abbiamo eluso una verità così semplice? Colpa nostra.

Era immenso, questo piccolo-grande uomo. E lo dico senza retorica alcuna. Da quanti secoli mi manca? Gli chiedo scusa, scusa per non aver assimilato del tutto quel suo messaggio di vita che finisce, ciclica, spontanea, profumata d’erba, di mare.
Lucio Dalla era un meticcio marino. Non si capiva bene da quale parte iniziasse, o finisse, il suo corpo basso e stortignaccolo. Un mozzo irsuto? Un Querelle italiano? Un avventore di bar di provincia? Tutto questo, e molto di più. Un periferico che come nessuno aveva saputo scrutare la mia Milano. Quella degli anni ’70, truce e concitata, di Corso Buenos Ayres. Odiava quella frenesia da calibro 9, il bolognese Lucio, e lo urlava, lo digrignava anzi, sempre con un lampo di ferrigna ironia, ma sapeva anche accarezzare così bene, e delicatamente, la città nuda e tentacolare: “Milano lontana dal cielo, tra la vita e la morte continua il tuo mistero”.
Ancora mare, profondo, ovviamente. Quella sì, era la sua traversata biblica. Con qualche accento disperato, degno d’un moderno Giobbe: “Frattanto un mistico, forse un aviatore, inventò la commozione, che li mise d’accordo tutti, i belli con i brutti, con qualche danno per i brutti che si videro consegnare un pezzo di specchio così da potersi guardare”. Insomma: la religione ci ha lasciati più inguaiati di prima, quando si è istituzionalizzata. E chi ne ha fatto le spese è sempre stato il povero diavolo. Lo stesso concetto nell’altro suo eroe marino, Ulisse: “Mi sono immaginato la protesta d’un marinaio: senta signor Ulisse, lei parte, va, conquista mondi, seduce le donne più belle, e quando si trova nei guai, tracchete! Ecco un dio che la salva. I suoi sbagli, però, siamo noi a pagarli, noi non protetti da nessuna divinità, noi che abbiamo solo una casa e una moglie e un misero stipendio”. Con queste parole, una volta, Dalla spiegò la genesi di Itaca, con quel magnifico coro “fuori sincrono” maschile e pure femminile; coro di mondine e di operaie, perché Itaca era la metafora, anche, della violenza del potere sulla classe oppressa; forse, persino del capitalista illuminato. Come nell’”orazion picciola” dell’Ulisse dantesco, infatti, alla fine anche il marinaio di Lucio resta sedotto dal fascino ambiguo dell’eloquio itacense: “Anche la paura in fondo, mi dà sempre un gusto strano: se ci fosse ancora mondo sono pronto, dove andiamo”.
Mi è impossibile elencare tutte le canzoni di Lucio che hanno segnato il mio cuore. Sono davvero tante. Troppe. Oggi, un Dalla sarebbe improponibile, ed è un pessimo segnale. Ha amato, dicevamo all’inizio: proprio per tutte le perle disseminate in questo lungo e fulmineo cammino. Non riesco ad ascoltarlo, adesso. Le lacrime mi chiudono la gola. Un brano però, quello sì, è pianto per eccellenza, è puro vento. Lo vedo nelle varie tonalità del blu, dal celeste all’oltremare. Mare, ancora una volta. O meglio, La casa in riva al mare. Una sola, bianca, sotto un sole greco, e quel prigioniero che sogna la donna, lo vedo relegato in uno stambugio levantino, anch’esso chiaro, ma d’un silenzio di calce, spoglio, vano. Che aspetta, aspetta, inutilmente e disperatamente, con un certo sorriso sciocco, baluginato, sotto palpebre vetrose. E poi lo sai, che… fu solo in mezzo al blu. Morto il prigioniero con un’allegria (Quale allegria?) azzurra d’illusione, ma forse ambiguamente rappacificato, accarezzato da un’ala di misericordia. La voce di Lucio è anch’essa leggera mentre lo racconta, quasi buttata lì, fischiettata in semitono. Era una vita che finiva, nel peggiore dei modi, perché non c’eravamo accorti che era quella d’un uomo. Voglia di ribellione. Di dignità. Ci ha insegnato questo e molto altro, Lucio Dalla. Malasorte, il perderti così.
giovedì 23 febbraio 2012
Definitivo
Lui travalicava i muri. Lo poteva fare con l'eccesso cromatico delle parole, con quegli assoluti propri della gioventù. Con qualche vezzo, anche. Romantico, decadente. Una nuvola rock. Suonare in una band, giocare a calcio, come milioni di altri ragazzi cui mancava una domanda. La sua vasta casa era la città, il giardino pubblico. E oltre. Un viaggio spericolato e morbido, le vette innevate, le isole calde dell'India. Solo lì, inconsapevole, poteva fissare il sogno scarlatto dell'eternità, quell'appagamento mai sazio di sé. Lei era tutto, la tenera esploratrice dei desideri più reconditi, e l'amava sconsideratamente. Era la mèta raggiunta, che non si stancava di contemplare. Ma già la superava, con l'agilità sfuggente dei cerbiatti, un che di selvaggio e d'imprendibile, mai del tutto convinto, sempre sicuro e veloce. Ignaro e gracile dei suoi pochi anni, figlio dorato della fortuna.
domenica 1 gennaio 2012
mercoledì 9 novembre 2011
Senza nome
Quel giorno proprio non ne poteva più. Fradicio fino al midollo per le cateratte che mai e poi mai volevano richiudersi. Scuro tra gli alberi scuri, fra le foglie che sembravano anch'esse liquefarsi come gelido piombo. Pioveva, e pioveva, e pioveva. Era la sua vita, si avvicinava il momento in cui non avrebbe più trovato, tra i solchi abbandonati o tra i rami fioriti, una briciola, un seme, un insetto di cui cibarsi. Lui, uno dei tanti passeri clandestini e al tempo stesso familiari in quel nugolo di comignoli, vegetazione, tombini e budelli che gli umani chiamano città. Dalla scorsa estate lui, lo zingaro volante, aveva un appuntamento fisso sul balcone di alcuni umani. Sebbene sapesse che di loro non ci si poteva fidare, vi si avventurava egualmente. Il gusto del brivido, la fame, la consapevolezza della propria velocità gli avevano infuso un coraggio guascone. Anche perché lì aveva conosciuto due nuovi amici.
Alati come lui, ma con un nome. Cipria e Fiammetta, una coppia di canarini, maschio e femmina. Quando gli avevano chiesto quale fosse il suo, non aveva capito.
Cipria e Fiammetta vivevano prigionieri. In una strana scatola che a loro sembrava confortevole e ampia. In effetti, il vitto era abbondante; l'avevano invitato diverse volte a condividerlo, e lo straniero non si era fatto pregare. Beccuzzava con piacere sia i semi di canapa, sia la succulenta spiga di panico sporgente dalla gabbia. E Fiammetta, col suo sguardo vezzoso e rosato, gli piaceva proprio. Non avrebbe mai offeso il suo ospite, si capisce. Ma si era accorto che il suo fascino randagio aveva colpito la bella reclusa. Ma il nome, che significava avere un nome?
In seguito, capì. Il nome era la prigione.
Cipria e Fiammetta! Sillabe astruse, aliene, impossibili da riprodurre. Loro preferivano modulare trilli, in quel modo leggiadro che anche lui gl'invidiava. Il loro canto oltrepassava le grate della cella, echeggiava nei cieli superni, invocava fratelli sconosciuti, immemore e remoto, limpido e aereo come le ardimentose virate dello straniero. La voce erano le ali che qualcuno aveva loro tarpato, e che adesso gli ricadevano sui fianchi, candide e vane. Il nome li possedeva e li delimitava, perché era un nome umano, scelto dagli umani.
Uh, gli umani! A questa parola, un frizzo più gelido del rigore invernale gli sibilò attraverso le ossa cave.
Eppure, gli aveva spiegato Fiammetta, a loro non mancava nulla: cibo sempre abbondante e di ottima qualità, pulizia, tepore, persino un bagnetto tiepido tutti i giorni. E, d'estate, lunghi tragitti su un oggetto meccanico e tenebroso, un po' terrificante, ma, alla fine, ecco un altro balcone, un altro giardino, un nuovo sole, l'aria marina.
Lo zingaro crollò il capo bruno. Lui conosceva sia il sole dei tramonti urbani sia le albe del Madagascar, e la brezza marina lo conduceva tra eriche e corbezzoli e nuove avventure, trascinato e folle, e aveva spezzato cuori, alimentato speranze, disseminato figli, fuggito paurosi animali. Cipria e Fiammetta vivevano di balcone in balcone, lui era preda dell'aria, cioè di nessuno. Perché non aveva nome.
Certo, però... quella volta, il vento e l'acqua s'erano scatenati come un immenso drago bigiognolo. E i suoi amici lo aspettavano, non più sul balcone, ma nella stanza accanto, al riparo, asciutti e soffici come un nido vaporoso. Fiammetta era più seducente che mai. Li raggiunse. Sorrise. Becchettò. Fece appena in tempo ad avvertire uno strano, circonfuso calore di legno e di spigo.
Ma un'ombra lunga apparve. Un'ombra umana. Lo straniero ebbe un ansito. - Non scappare! - supplicò Fiammetta - Ci vuole bene, ci porta da mangiare...
Ma lui le lanciò un'occhiata triste e fulminea. Il sole, fuori, tornava a rischiarare l'orizzonte. Era nato senza nome, senza patria, senza cibo. Ladro di vita, la vita lo attraversava tutto.
In un attimo, fu di nuovo nell'aria di cristallo. Scappa, fuggi, e salva qualche cosa in te.
domenica 30 ottobre 2011
Questo nostro amore

Questo nostro amore
venerdì 22 luglio 2011
La morte di Lucien Freud
Lo sguardo di Lucien Freud non c'è più. E' venuto a mancare il suo occhio implacabile, chirurgico ma partecipe, non sofferto come quello di Bacon, cui difettava una strana delectatio per le carni disfatte. Anglosassone, Freud, lo era in quell'ambigua maestria di maltrattare il pennello, per ritrarre una vita piena, rotonda, completa, nuda di sapori. Per questo, più che una Commedia, Freud ci ha lasciato un Decameron in pittura, privo di retrogusto amorale, cristallino e lucente malgrado le colorità fangose. L'arte di Freud è stata un immenso fiat, non tanto di creazione, quanto di contemplazione. In ogni suo dipinto sembra dirci: "Tu sei questo, e nient'altro". Radiografandoci.
ane bianco, dal seno cadente, estenuato,
nziale
a di donna. Egli ha offerto su un vassoio, come cibo, l'immagine profonda della società occidentale. Era, probabilmente, l'ultimo artista di respiro universale; ma questa è solo un'immensa periferia di mondo. Nuovi colori e suggestioni oggi ci attraversano, e avanzano, dall'Africa e dall'Asia, a suggellare la parabola dell'esistenza così potentemente innervata in Lucien Freud.domenica 3 luglio 2011
Mi svelo

lunedì 4 aprile 2011
Principe timido
Ecco cosa succede quando si vuol recensire De Gregori: non si sa da che parte iniziare. Dannazione, le sue canzoni sono tutte belle.
Simile modo d'imprecare ricorre nel lessico dell'artista. E sembra d'udirvi uno stridore, un frizzo d'ira compressa, un tentativo di slegarsi, di togliersi di dosso una patina d'aurorale levità. Le sue origini aristocratiche, forse. Ho scelto un De Gregori ai primordi. Privo di barba. Con un'aria nebulosa da cherubino slungagnato, in un paesaggio più simile alla Bassa che alle campagne laziali. Ha un sentore di pioggia. E' un cowboy di periferia.
De Gregori è il Novecento e il suo contrario. Basterebbe un brano a confermarlo: I muscoli del capitano (tratto da uno dei suoi capolavori, il più che evocativo Titanic).
Voce atona, s'è detto di lui. Esile come filo di lana, monotona, persino un po' svogliata, nasale, monocorde. Ne siamo sicuri?
Ne I muscoli del capitano, la voce di Francesco è semplicemente perfetta.Epica, diremmo. Manifesta una sorta d'illune stupore, malinconia e scetticismo tipico degli degli esclusi dalla storia. Che assistono silenti all'avanzare sicuro e splendente del capitano vittorioso, emblema d'un'umanità superiore, scagliata come turbine verso radiose giornate. "I signori, si sa, hanno tutti un po' del matto" (A. Manzoni). Ed Edward Smith, il comandante del Titanic, moderno Ulisse dai baffi a manubrio, perde immediatamente la goffaggine ottocentesca per dar spazio a un monumento futurista e marinettiano, che "si leva l'ancora dai pantaloni e la getta nelle onde". E la voce di Francesco veramente vola: ci par quasi di vederla compiere una giravolta e accompagnare le braccia nerborute del superuomo. Dominio sui mari e sulla terra, su uno sfondo art nouveau che riechieggia danze, sicurezza, scintillii, guerre lampo, poesie, e il procedere muto di milioni di schiavi. Ma nel silenzio della notte, o meglio, quando quest'ultima si sperde, avanza un bagliore freddo, che tutto riduce, per lasciar spazio a una pietrificata timidezza. Tutto è concluso.
De Gregori ha celebrato la semplicità del genio (Pablo), l'atrocità della guerra (Generale , il pezzo preferito da mio padre), o l'elegia d'un paese fastoso e grottesco (Viva l'Italia) da osservatore interno, ma schivo e dimesso, improvvisandosi di volta in volta soldato, operaio, impiegato, studente. Adottando un lessico accuratissimo e al tempo stesso scevro da intellettualismi - dei quali, pure, è stato agli inizi accusato -. De Gregori è un viaggiatore. Un avventuriero gracile e indefesso, un po' brigante un po' giocoliere, in bilico su pezzi di vetro. "E, se devo esser ricordato, spero di esserlo per Buffalo Bill". Uno dei suoi pezzi più giustamente celebri. Non stupisce quest'affinità con l'uomo delle vaste praterie innevate, poco dissimili, in fondo, dai cascinali di campagna, dove si trascorrevano pomeriggi interi, in inverno, a leggere le avventure di Tex Willer.
Una delle prime registrazioni di Buffalo Bill. Alla chitarra, Ivan Graziani.
Pomeriggi che ritornano in Diamante, il brano scritto per Zucchero. Con un video ben studiato: ambientazione bertolucciana, la sapida e grassa provincia padana, il sesso tra filari di pioppi e saliceti, castagne e peccato. E ancora militari, divise grigioverdi, foglie calpestate, nebbie. Aria tumida. Fertilità familiare. Il romano De Gregori, cavaliere pallido, sembrava trovarsi così a suo agio nella guazza emiliana.
Ed ecco la femminilità. Totale, densa, piena, scandagliata e assaporata fino a stordirsene. Il suo proclama d'amore più intenso e definitivo è stato l'inno per una "diversa": La donna cannone, dedicata (e regalata) a Mia Martini, protagonista dell'altrettanto intensa Mimì sarà . Spesso mi son chiesta cos'avessero in comune un raffinato corsivista come De Gregori con la figlia sgangherata d'un professore di lettere calabrese, scura, limacciosa, destinata a soccombere, e forse a immolarsi, in nome di quel disadattamento, di quell'andar sempre in direzione ostinata e contraria. La fatica, probabilmente. La tenerezza, sentimento tremebondo e ambiguo.
Ma Roma non manca; non può mancare. De Gregori non riesce mai a mostrarla totalmente sguaiata. Resta pur sempre un principe timido. E' Roma, senz'altro, La leva calcistica della classe '68; ma è, nel contempo, Zanzibar, Tunisi, o Harlem. E' la fine della guerra, è ricostruzione. Un paio di ginocchia puntute. Non oltrepassiamo quella soglia. Pasolini resta dietro l'angolo. Osserva. Francesco ne è consapevole, ma si arresta al prima. A un paio di guance sbaffate di terra.
Oggi il "principe" compie sessant'anni. Abbandonate le evoluzioni liceali dei primordi, si è fatto ancor più evanescente e riservato. Credo gli piaccia molto ridere in compagnia. D'una moglie mai vista e di due gemelli ormai adulti, e altrettanto invisibili. Mai un uomo pubblico è stato tanto privato.
E, se forse non è lecito attendersi le folgoranti intuizioni d'un tempo, percepiamo che può regalarci ancora qualche diamante grezzo, o frutto selvatico, ormai dimenticato dagli uomini. Così Volavola è diventato strenna poetica. I vasci strascicati e lascivi delle ruvide terre abruzzesi sono un tocco appena accennato, un sorriso in punta di pennello. Saggezza indulgente. Tranquilla. Buona.
giovedì 17 marzo 2011
Giovine Italia

iastica. Ventre molle d'eterna madre, per una figlia mai svezzata. Italia che oggi vorremmo tornare a definire patria; vocabolo scrostato dagli orpelli nazionalistici e reazionari in cui l'aveva confinato il fascismo e scandito - assieme al celebre Inno del giovane Mameli - nei cori di chi, oggi, si batte per salvare lo Stato di diritto, l'eguaglianza delle leggi, la parità tra i cittadini. Italia che, per questo, sarebbe molto più Matria, e se lo fosse, oggi, ci troveremmo in un grembo adulto, cosmopolita, fecondo. E l'avevano compreso non solo le grandi figure di Garibaldi, Cavour e Mazzini, ma le stesse protagoniste di quegli anni, ancora integre per la scoperta: Anita Garibaldi Ribeiro , prima rivoluzionaria che moglie dell'Eroe. Prima brasiliana che italiana, e per questo, più fortemente nostra. L'unica donna tumulata nel Gianicolo, emblema dell'Indipendenza, è un'extracomunitaria, consorte di un uomo forse troppo vasto per un mondo solo: gliene occorsero, in effetti, addirittura due. Italia terra d'oppressi e perciò in prima fila accanto agli oppressi di tutti i tempi: lo affermava Mazzini e oggi quell'Italia dovrebbe stare accanto ai rivoluzionari arabi e a tutti i popoli che si battono per la democrazia. Non stupisce che a quest'idea di nazione, ma non di nazionalismo, siano del tutto estranee la sindachessa
di Milano Moratti e la sua alleata Lega, che l'altro ieri ha preferito rimanere alla buvette mentre in Consiglio comunale, si eseguiva l'Inno di Mameli; mentre la cosiddetta prima cittadina si esibiva dalla sgallettata Barbara D'Urso, a Pomeriggio Cinque, ballando una sfrenata Waka waka. A quest'ultimo personaggio non dedichiamo una riga in più. La sua stretta e particolaristica visione, del resto, è arcitaliana, anzi, italiota: di quell'altra Italia che si rifiuta di crescere, di quell'Italia pargoletta, ineducata, afasica, di quell'Italia levantina e pigra, malgrado si fregi di sano realismo padano. L'Italia adulta, invece, è ancora accennata. In Anita, ma anche in Cristina Trivulzio di Belgiojoso , femminista, politica, scrittrice, e in un uomo, quel Salvatore Morelli , mazziniano, che condivideva col suo maestro, l'insegnante che amava la chitarra, l'idea che una nazione non può essere davvero libera senza il contributo delle donne.N. B.: Nelle foto di questo servizio, alcuni momenti della mostra Italia Donna, realizzata dall'associazione Riciclando e ospitata a Bresso (Milano), nei locali dell'ex-ghiacciaia.
(Pubblicato anche da MenteCritica)


