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06/04/17

il politicamente corretto è l'ipocrisia linguistica , circolare dell'amministrazione penitenziaria sul gergo carcerario

le parole sono importanti come dice questa  famosa  scena   di un famoso  film  da me   citato  più  volte qui sul  blog 
e per citare  don Lorenzo Milani (  1923-1967 ) : <<  una parola non imparata  oggi  è un calcio in culo  domani  >>    che  
L'immagine può contenere: sMS


Ma  soprattutto   che   il potere  usa  la lingua  e le  parole  per   assoggettarci     come mettono benissimo in evidenza  questi due  libri

Il  primo

La manomissione delle parole
In un mondo in cui le parole vengono manipolate e travisate, Gianrico Carofiglio ci ricorda in questo saggio che restituire loro il senso è il primo, indispensabile passo per fondare la verità: dei sentimenti e delle idee. La sua indagine si concentra su. una selezione di parole-chiave – “vergogna”, “giustizia”, “ribellione”, “bellezza”, “scelta” - e su un ambito a lui familiare, quello del linguaggio dei giuristi, che più di altri produce conseguenze concrete sulle persone e sul mondo. È un'indagine a un tempo linguistica, letteraria e storica - e dunque, inevitabilmente, critica e civile - che si dispiega attraverso il confronto con grandi autori e grandi testi: da Tucidide a Victor Klemperer, da Cicerone a Primo Levi, da Dante a Kavafis, da Italo Calvino a Piero Calamandrei alle pagine esemplari della Costituzione italiana.

















il  secondo



La fabbrica del falsoIL LIBRO CHE SPIEGA COME FUNZIONA E A COSA SERVE LA MACCHINA DEL FALSO Se un tempo le verità inconfessabili del potere erano coperte dal silenzio e dal segreto, oggi la guerra contro la verità è combattuta sul terreno della parola e delle immagini. Perché chiamiamo democratico un Paese dove il governo è stato eletto dal 20 per cento degli elettori? Perché dopo ogni “riforma” stiamo peggio di prima? Come può un muro di cemento alto otto metri e lungo centinaia di chilometri diventare un “recinto difensivo”? In cosa è diversa la tortura dalle “pressioni fisiche moderate” o dalle “tecniche di interrogatorio rafforzate”? Perché nei telegiornali i Territori occupati diventano “Territori”? Perché un terrorista che compie una strage a Damasco diventa un ribelle? Che cosa distingue l’economia di mercato dal capitalismo? Rispondere a queste domande significa occuparsi del grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo: la menzogna. Vladimiro Giacché ha studiato nelle università di Pisa e di Bochum (Germania) ed è stato allievo della Scuola Normale di Pisa, dove si è laureato e perfezionato in Filosofia. È partner di Sator e presidente del Centro Europa Ricerche (Roma), autore di numerose opere e saggi. I suoi libri più recenti: Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato (2012), tradotto in lingua tedesca; Anschluss - L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa (2013), tradotto in tedesco e francese; Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile (2015).

Cosi pure   che  le  parole  fanno   male  in quanto  : <<  non esistono parole sbagliate  .Esiste un uso sbagliato delle parole  >>   e  che   come  evidenza  l'intenzione del portale i http://www.parlarecivile.it/home.aspx

il   cui progetto  

 è volto a fornire un aiuto pratico a giornalisti e comunicatori per trattare con linguaggio corretto temi sensibili e a rischio di discriminazione. È il primo in Italia che affronta in una cornice unica i seguenti argomenti: Disabilità, Genere e orientamento sessuale, Immigrazione, Povertà ed emarginazione, Prostituzione e tratta, Religioni, Rom e Sinti, Salute mentale.
Il progetto consiste in un libro dallo stesso titolo (edito da Bruno Mondadori, 2013) e nel presente sito web, che contiene oltre 200 schede su parole chiave redatte alla luce dell’etimologia, dell’uso corrente, dei dati, di innumerevoli esempi di buono o cattivo uso nella comunicazione, di alternative praticabili.

Parlare civile è un’opera di servizio, di documentazione e formazione. Le schede sono compilate con lo sforzo di essere didattiche e informative, e non censorie o prescrittive, nella consapevolezza che il linguaggio non è statico ma in continua trasformazione. I casi giornalistici citati a mo’ di esempio non indicano il nome della testata o dell’autore dell’articolo, ma soltanto la tipologia (quotidiano nazionale, sito internet, data di pubblicazione ecc.). Per la spiegazione dei termini, le schede si basano sull’uso scientificamente certificato e più accreditato, quello più accettabile e in cui non è insita una possibile discriminazione o un’offesa.

ma  il  politicamente   corretto    a  tutti   costi    di    cui  parla,  e  di cui  mi trova  completamente   d'accordo  ,  Michele  Serra   nella sua  rubrica     su   repubblica   d'oggi  6\4\2017   
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Infatti   come  dice   su https://www.facebook.com/AmacaMicheleSerraRepubblica/  il  commento  di  
Antonio Aiosa

L'ipocrisia del linguaggio esonera dal problema, dal farsene realmente carico, anche solo moralmente!
Se lo chiami "non vedente" invece di "cieco" lo avrai rispettato così tanto da potertene fottere delle barriere architettoniche!
Se parli di "alternanza scuola/lavoro" (ipotizzando che dei ragazzini di ginnasio siano in grado di ipotizzare una azienda, fare il business plan, metterla in esercizio e portare il bilancio in utile) puoi fregartene che di lavoro vero per i giovani poi non ce ne sia affatto!
Parole, parole, parole... cantava Mina!

E poi scusate Nelle carceri la parola assistente si usa da molti anni, mentre la cella è e resta cella, senza che per questo qualcuno si senta offeso come persona. Ci si sente offesi sempre per questioni di diritti e dignità negati. La camera di pernottamento sovraffollata col quarto materasso sotto il letto a castello e un bagno per nove persone rendono la "camera di pernottamento" insopportabile, non la parola che la descrive. L'edificio penitenziario possiamo chiamarlo come vogliamo, ma come disse un detenuto "la galera è galera e la capisce solo chi la fa", con buona pace degli sforzi retorici ministeriali. Esistono parole obsolete nel nostro linguaggio ed è giusto che ce ne occupiamo per cambiarle se le nuove portano ad una maggiore accettazione dell'altro. Ad esempio mi chiedo da molti anni perché non ci sia un dibattito sull'eliminare le parole patrigno e matrigna portatori a priori di una connotazione linguistica negativa che finalmente potremmo abbandonare. Nel frattempo le camere di pernottamento con le sbarre si possono continuare a chiamare con una sola parola, celle.  Infatti  



Franco Cascio Come se descrivendola con parole migliori e positive, la situazione carceraria potesse cambiare in quanto a confort e rispetto.Continueranno ad essere 5 in una cella, anche se la chiamassero "suite", continueranno a verificarsi pestaggi e suicidi e qualche uccisione. Nessuno avrà nessun vantaggio dal cambiamento delle parole, neanche i piantoni o guardie carcerarie o "assistenti alle persone" e i carcerati continueranno ad essere galeotti, ladri ed assassini, almeno quelli che lo sono veramente. Gli unici ad averne una gratifica saranno i membri della Amministrazione Penitenziaria, pieni di ipocrita gioia per avere migliorato le apparenze. Cosi ,come spesso avviene in Italia, ci si convince di avere risolto un problema, emanando una norma nuova.






Un esempio di grande attenzione e sensibilità dell'Amministrazione penitenziaria e dello stato ... a parole .






Anna Kratter E il suicidio, molto diiffuso tra gli ospiti delle camere di pernottamento, come lo dobbiamo chiamare?
Orietta Tami Ha disdetto la camera?





la soluzione , vi chiederete .L'avevo proposta in questi due articoli ( chi mi segue dalle origini o mi conosce già perchè lege anche i mie extra su sui social : facebook e twitter può saltarli e passare direttamente al video sotto riproposto sotto che riassume la situazione in particolare nell'intervallo 25.30 -32.58\33


  1. http://ulisse-compagnidistrada.blogspot.it/2013/07/un-timido-elogio-della-parolaccia-con.html
  2. http://ulisse-compagnidistrada.blogspot.it/2013/10/basta-con-la-volgarita-gratuita.html






 non  so     più che  altro dire  alla  prossima  










 

22/04/12

come chiedere un documento in italia

  Leggo   questo post 
Oggi la "politica" costa a ogni cittadino 646 euro l'anno e impiega il 12,6% dell'Irpef impiegato dallo Stato, per una spesa totale di 24,7 miliardi ogni 12 mesi. È questo il prezzo di un sistema composto da istituzioni nazionali e locali, enti, agenzie pubbliche, aziende controllate o partecipate dai Comuni e dalle Regioni, consorzi, associazioni di Comuni, Comunità montane e grandi società per azioni a capitale in tutto o in parte statale. Certo diverse di queste istituzioni sono i pilastri della democrazia e non si può certo farne a meno. Ma i costi sono gonfiati in maniera pazzesca ... ( continua qui sul  blog eccellente  ed utile   I segreti della casta di Montecitorio ) .


Infatti ecco domani o dopo che devo andare in ufficio saprò come richiedere un documento in italia





              La casa che e rende folli, episodio tratto dal cartone animato Asterix e le 12 fatiche .

Secondo me, anche se girato 35 anni fa è pura satira dell'Italia attuale. c'è tutto: dalla  prima republica  , al Caf , a  Prodi , Berlusconi, a Monti ( chi più  ne ha  più ne metta  con le escort alla "formalità burocratica" degli uffici amministrativi (vada di qui, vada di li, e poi ti ritrovi a girare per ore ed ore senza ottenere niente) dalle piantine del palazzo che ti scombinano le cose, a chi lavora negli uffici (vedere " le centraliniste del call center "dal minuto 1.45 ovviamente senza generalizzare perché c'è anche chi sa fare il proprio lavoro anche se sono sempre meno ) .

14/02/12

passione per il proprio lavoro o dedizione esagerata ? Controcronache dalla Regione Sardegna, vita d'un «animale da scrivania»



 Dall'unione sarda del 12\2\2012
Controcronache dalla Regione, vita d'un «animale da scrivania»
di GIORGIO PISANO ( pisano@unionesarda.it )





Nel suo ambiente - Regione autonoma della Sardegna, seimila dipendenti - è una leggenda. Sa tutto: cita a memoria leggi, decreti e circolari con la stessa disinvoltura di una chiacchierata di calcio al bar sport. Per anni 44 e mesi undici è andato puntuale in ufficio: assunto quand'era presidente Giuseppe Brotzu, ne è uscito (si fa per dire) quando al timone è arrivato Mauro Pili. I giorni d'assenza - causa malattia vera e non fittizia - si contano sulle dita delle mani. Ferie, godute naturalmente: a metà però. Non ne ha mai fatto più di venti giorni. «Un mese intero è troppo».
Farlo andare in pensione non è stato facile, nel senso che è rimasto appeso agli amatissimi timbri finché ha potuto. Era il 2002. Da allora torna spesso sul posto di lavoro, incontra gli ex colleghi che lo chiamano per consulenze-express, discute sulla interpretazione delle norme, suggerisce, consiglia, propone.
Dovessero aggiungere un simbolo dell'Autonomia, magari affianco agli storici Quattro Mori, starebbe d'incanto la sua faccia, rassicurante, burocratica e conscia d'essere un'enciclopedia vivente in campo giuridico-economico-previdenziale. Come lui nessuno mai. Nino Tucci (  foto in alto a destra   )   settantasei anni, non arriva a dire La Regione sono io ma si capisce che lo pensa. Due figlie («a carico», precisa per deformazione professionale come se a qualcuno potesse interessare) parla la lingua fredda dei certificati, quella documentale su cui cade vanamente la polvere del tempo. Si scusa dicendo d'essere un «passionale, lavorativamente parlando» e cita, giusto per dare un'idea, «quei carabinieri che si fanno seppellire in divisa».
Perché, lei vorrebbe farsi tumulare in grisaglia?
«No, quando mai. Però».
Smentita debole, senza convinzione. Se gli chiedete qual era la sua collocazione risponde citando ruolo, incarico, numero di collaboratori e assessorato di riferimento. Poi, per farsi capire meglio, sintetizza: «Lavoravo nel cuore dell'amministrazione passiva della Regione». Passiva?, passiva in che senso? Tucci allarga un sorrisetto di compatimento, deve essere duro spiegare sempre tutto a tutti, la sua croce. «Amministrazione passiva è quella che si occupa dell'organizzazione interna».
È la persona giusta, ideale, per parlare di una categoria - i regionali - molto citata dal popolo non sempre con entusiasmo (assenteismo al 30 per cento fino alla cura-Brunetta). Lontano dai partiti politici e dai sindacati, ha servito la Regione come un figlio con mammà tenendo un piede in casa anche da sposato. Per stare più vicino alla ditta, ammesso che si possa dire così, è entrato nell'associazione che raccoglie i colleghi andati in pensione. Ha un ufficietto ingombro di fascicoli, carte e manuali. Lo scaffale a fianco schiera graffette, scotch, forbici, colla e tutto l'arsenale da sfoderare in caso di bisogno. Al centro del tavolo il suo breviario, pagine ormai ingiallite e piene di memorandum volanti. Si intitola Ruoli di anzianità del personale . «Purtroppo ora non lo pubblicano più», sussurra scoraggiato. Senza aggiornamenti, si deve navigare a vista, sul filo della memoria. Difficile anche per chi si definisce, senza arrossire, un «animale da scrivania».
Nient'altro?
«Mi sento umilmente orgoglioso d'essere un dipendente lavoratore, e sottolineo lavoratore, della Regione autonoma della Sardegna».
A proposito: la fama di fannulloni da dove nasce?
«I regionali hanno, avevano, questa nomea perché considerati poco facenti e molto guadagnanti. Capita la battuta?»
Quasi.
«Si dice che su dieci lavoratori, otto guardano e due lavorano. Ma questo vale per tutti gli impiegati pubblici e non solo per la Regione».
Ma per quelli della Regione...
«Vogliamo dirla la verità, tutta la verità? Manca lo stimolo a migliorare la professionalità. Talvolta alcuni, non avendo progressione di carriera, si addormentano. Posso usare questa espressione?»
Quale?
«Si addormentano. L'amministrazione non valorizza le risorse come si deve, si muove con la politica dei premi a pioggia e questo scoraggia anche i più motivati».
Pare abbiate la pausa-caffè più lunga d'Italia.
«Mi onoro di essere un rompicoglioni: la legge, la legge, la legge. Ovviamente non scriva rompicoglioni, trovi una formula più consona».
Va bene però non ha risposto.
«Probabile che il caffè... insomma quella storia della pausa. Mi risulta che la regione Toscana e la regione Sicilia abbiano tempi ben più dilatati dei nostri. Per favore, non generalizziamo... anche se io avevo un collega che il caffeuccio andava a prenderselo ogni ora».
Vede.
«D'accordo ma era uno che aveva idiosincrasia per l'ufficio, mica sono tutti così. Io lo richiamavo bonariamente all'ordine, visto che era un mio collaboratore, dicendogli: se non hai voglia di lavorare, cambia struttura».
E quello?
«Lasciamo perdere. Ma tengo a dire che quando mi hanno proposto di fare il segretario particolare di un assessore, ho risposto no grazie».
Perché?
«Avrei creato dei problemi. Io sono per i fatti, per le regole».
Su seimila regionali quanti assunti con una spintarella?
«Il cinquanta per cento. Dico uno su due e forse sto arrotondando per difetto. Tuttavia mi piace dire che ci sono figli di onorevoli capaci, ovvero raccomandati che lavorano con scrupolo e coscienza».
Quanti veramente competenti?
«In certe materie, l'ottanta per cento. In altre, zero. Difatti non è casuale che spesso si chieda aiuto a colleghi di buona preparazione indipendentemente dal fatto che siano in organico oppure già in a erre. Cioè a riposo».
Asini in ruoli apicali?
«Ce n'erano ai miei tempi e ce ne sono ancora oggi. Per pura ignoranza erogano danaro pubblico a chi non spetta. Col pericolo che se ne accorga la Corte dei Conti e rilevi un danno all'erario».
La somma dei vari asini che guai ha comportato?
«Quello che negli anni Ottanta si chiamava sfascio. Si ricorda?, sfascio di qui, sfascio di lì. La non accorta valutazione delle pratiche in itinere ha scatenato un terremoto».
Cioè?
«Attualmente la Regione è sommersa da una marea di ricorsi, ci sono migliaia di cittadini che contestano le decisioni dell'amministrazione. Prima, e quando dico prima mi riferisco alla mia giovinezza, il contenzioso non esisteva. Questo significa che, sia pure con lentezza, si adottavano scelte corrette».
Qual è stato il capolavoro di un asino in ruolo apicale?
«Farsi nominare dirigente qualche settimana prima di andare in pensione. Questo ha comportato una liquidazione di circa trecentomila euro più alta di quella che avrebbe dovuto ricevere».
E voi?
«Noi, cosa? I colleghi onesti e lavoratori, che sono la maggior parte, possono soltanto prendere atto e chinare la testa. D'altra parte, la nomina a dirigente era legittima e di conseguenza lo diventava anche la liquidazione».
Privilegi.
«Luogo comune: non è vero che i regionali hanno chissà quali privilegi. È una falsità madornale. Almeno dopo l'anno 1970».
Perché, prima?
«Fino ad allora un impiegato regionale aveva il 60 per cento in più dello stipendio di un pubblico dipendente a parità di qualifica. Mio fratello, direttore dell'Ufficio delle Imposte, mi invidiava».
E i campi da tennis?
«Qui volevo arrivare. Ne avevamo uno in terra battuta a Villa Asquer: fatto da noi, con le nostre mani».
Quelli del Poetto, pure?
«Lì, quando ci hanno assegnato l'area dietro l'ex albergo, ne abbiamo realizzato quattro. Ma abbiamo lavorato sodo: ci hanno dato una specie di foresta e ne abbiamo fatto un'oasi. Riconosco che il nostro Dopolavoro funzionava».
Molto e bene.
«Guardi, io ho cancellato la mia iscrizione quando mi sono accorto che era diventato un'agenzia di viaggi transoceanici».
A prezzi stracciati per i regionali.
«Che Cral sarebbe se non cercasse condizioni di miglior favore?»
Poi ci sono quelli del Consiglio regionale. Privilegiati tra privilegiati.
«Lo chieda a loro, ho smesso di occuparmene negli anni '60. Pensi che non siamo mai riusciti a scoprire con precisione l'entità del loro trattamento economico. Sappiamo che è il doppio del nostro ma la prova provata non c'è. Per capirci: al Consiglio hanno gli stessi stipendi dei colleghi di Camera e Senato».
E sono riusciti a rifilarvi i portaborse.
«Non sono portaborse ma funzionari che fanno capo ai gruppi politici presenti in Consiglio. Una sessantina di persone in tutto che, da qualche anno a questa parte, grava sul bilancio della Regione. Insomma, li paghiamo noi».
Sprechi.
«Me ne ricordo uno clamoroso agli inizi degli anni Duemila. La Regione aveva finanziato l'acquisto di moltissime barche a Santa Teresa di Gallura. Barche che poi sono state lasciate a marcire sui moli»
Licenziamenti?
«Pochi, a cominciare da quello di un impiegato che - durante l'orario d'ufficio - svuotava i portafogli dei colleghi. Per incapacità professionale, mai. Scarso rendimento, mai. Inosservanza dell'orario di lavoro, mai. In altri periodi...»
... erano tutti bravi, onesti e puntuali.
«No, voglio dire soltanto che era diverso il clima. Giuseppe Brotzu, che veniva a piedi in ufficio, vigilava in silenzio sull'ingresso dei dipendenti. E quando alle 10,30 del mattino trovava un direttore generale ancora immerso nella lettura del giornale, beh, interveniva. Ci mancano politici e funzionari di quel temperamento».
Nino Tucci è provato: non era questa l'intervista che si era immaginato. Incarnando il regionale-tipo ed essendo un primo della classe, si aspettava un altro genere di colloquio. «Di carattere previdenziale», confessa. Spesso diventa necessario rivolgergli tre volte la stessa domanda: un'irresistibile propensione diplomatico-corporativa lo spinge a deviare in fallo laterale sotto un acquazzone di dati. La legge numero, la circolare del, il decreto presidenziale, la nota esplicativa: è una mitragliata di burocratese. Fortuna che in suo aiuto interviene a più riprese il tesoriere dell'associazione dei pensionati regionali. Altra stoffa: risposte pronte e sovrapposte, anche se non vengono raccolte. La pausa-caffè più lunga d'Italia? «Non diciamo fesserie». Impiegati competenti e incompetenti? «Né più né meno dei redattori di un giornale». Asini in ruoli apicali? «Dobbiamo parlare solo di quelli regionali?»
Si può fare carriera attraverso il sindacato?
«Certo che si può. Non faccio nomi ma potrei citare il caso di un rappresentante di categoria diventato direttore generale».
La meritocrazia, sia pure in un angolino, sopravvive?
«Non esiste più. Il mondo è capovolto. E quando qualcuno, come il sottoscritto, tenta di ricomporla, gli incollano addosso l'etichetta di rompicoglioni».
Miglior presidente, peggior presidente?
«Il migliore sicuramente Brotzu, il peggiore Italo Masala».
Assessori indimenticabili, assessori impresentabili.
«Felicetto Contu è stato tra i pochi che conosceva bene la materia di cui si occupava, l'agricoltura. Impresentabili? Non ne ricordo».
Faccia uno sforzo.
«La memoria, certe volte, non aiuta. Lei mi capisce, vero?»


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