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13/01/19

adesso dopo Battisti tocchera' all'altro criminale Delfio Zorzi rifugiatosi in Giappone ?

Il giorno della cattura di Cesare Battisti in Bolivia non dimentichiamo chi come Ex esponente di Ordine Nuovo ... esecutore materiale della strage di Piazza Fontana a Milano e di Piazza della Loggia a Brescia.ANCORA LIBERO e non PERSEGUITATO se la "gode" in Giappone ! . Per le nuove generazioni ecco chi è

Delfo Zorzi, noto anche come Roi Hagen (波元路伊 Hagen Roi?) (Arzignano, 3 luglio 1947), è un imprenditore, attivista ed ex terrorista italiano naturalizzato giapponese.
Ex esponente di Ordine Nuovo, fu accusato, dai collaboratori di giustizia Carlo Digilio, Martino Siciliano e Edgardo Bonazzi, di essere l'esecutore materiale della strage di Piazza Fontana a Milano e di Piazza della Loggia a Brescia ma, dopo un tortuoso percorso giudiziario fu definitivamente assolto da entrambe le accuse[1]. La sua colpevolezza fu definita solo, pur se prescritta, per alcuni attentati minori commessi dalla cellula veneziana di Ordine Nuovo, in quanto «Zorzi a Trieste e Gorizia collocò candelotti di gelignite» che non detonarono (mentre in piazza Fontana fu usato «un esplosivo diverso e di maggiore potenza»)[2], sia per la partecipazione alle riunioni in cui la cellula padovana di ON di Franco Freda organizzò gli attentati ai treni dell'estate 1969, che non fecero vittime ma solo feriti[3]. La sentenza definitiva di assoluzione per piazza Fontana precisa inoltre che «la cellula veneziana di Maggi e Zorzi» nel 1969 organizzava attentati terroristici, ma riguardo ai due imputati «non è dimostrata la loro partecipazione alla strage del 12 dicembre»[2][4].
Nativo di Mestre, dove la sua famiglia commerciava in pellami, figlio di un geologo dei servizi segreti[5] aderì al Centro Studi Ordine Nuovo di Pino Rauti nel 1966, ma nel 1968 si trasferì a Napoli per studiare Lingue orientali all'Istituto Universitario Orientale dove si laureò poi nel 1974[6] con una tesi sul Bushidō, una forma di cultura giapponese legata all'etica marziale e sapienziale dei Samurai, con relatore l'orientalista Pio Filippani Ronconi. All'Università nel 1968 iniziò a frequentare la giovane Annamaria Cozzo la quale, iscritta al FUAN, aveva preso parte alla battaglia di Valle Giulia[7].
Il 9 ottobre 1968, con Giampietro Mariga e Martino Siciliano prese parte all'assalto della sede del Partito Comunista Italiano di Campalto a Mestre. L'obiettivo, secondo le rivelazioni dello stesso Siciliano, era l'asportazione dell'elenco degli iscritti per individuare taluni che svolgevano opera di controinformazione nei confronti di Ordine Nuovo[8]. La sede fu devastata e fu prelevata la bandiera del PCI[8].
Il 17 novembre del 1968 fu arrestato con Giampietro Mariga perché sorpreso dalla polizia in possesso di un mitra, un elmetto, una tuta mimetica e una piccola quantità di esplosivo. A seguito dello scioglimento del Centro Studi aderì a Ordine Nuovo, di cui divenne capo cellula a Mestre[9] città dove era maestro di judo nella palestra di via Felisati.
Secondo il pentito Siciliano, implicato contemporaneamente anche in un tentativo di rapimento dell'editore e attivista di sinistra Giangiacomo Feltrinelli, Delfo Zorzi (con Siciliano stesso) fu protagonista attivo di molte azioni del gruppo, compreso il furto di 30 chilogrammi di esplosivo alle cave di Arzignano e Chiampo, cosa affermata anche da Carlo Digilio. Siciliano lo descrive come duro e con tendenze violente: «Zorzi era un tipo deciso e determinato e voleva la distruzione dell'avversario. Un giorno, per dimostrare la sua virilità ariana ha strozzato con le sue mani un gatto davanti a tutti noi. Ha pestato a freddo diversi militanti che si erano resi colpevoli di qualche debolezza. Ad uno, dopo averlo picchiato, gli ha strofinato il viso contro un muro di cemento. Lui pensava che i camerati dell'Msi potevano sbagliare per debolezza ma non quelli di Ordine Nuovo»[10].
Nel novembre 1969, il gruppo di Ordine Nuovo guidato da Zorzi, in occasione del progettato viaggio del Presidente della RepubblicaSaragat nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia pianificò degli attentati dimostrativi contro la scuola slovena di Trieste e contro il cippo di confine jugoslavo[11]. Il gruppo di cui faceva parte, oltre a Zorzi stesso, pure Martino Siciliano e la Cozzo, poco prima di mezzanotte si portò sugli obiettivi e lasciò un ordigno sulla finestra della scuola e un altro presso il cippo di confine posto davanti alla stazione di Goriziama in territorio jugoslavo. Entrambi gli ordigni programmati per esplodere a mezzanotte, al fine di non provocare alcuna vittima,[12][13] però non deflagrarono e nel giro di alcuni giorni furono rinvenuti dalle forze dell'ordine. La mancata esplosione fu determinata dal mal funzionamento della batteria dell'orologio[14].
«Non era che doveva scoppiare quando la scuola era piena di bimbi slavi e provocare una strage, quando ripartimmo con la macchina erano passate da poco le undici di sera. Era stato previsto un margine di quarantacinque minuti per la fuga. Quando stavamo uscendo da Trieste io mi aspettavo il botto. E invece niente.»
(Testimonianza del pentito Martino Siciliano ai magistrati[14])
Nel dicembre avvenne il primo fatto che avrebbe coinvolto Zorzi in una lunghissima vicenda processuale: la strage di piazza Fontana a Milano, mentre nel 1974 il secondo avvenimento, la strage di piazza della Loggia a Brescia.
Appassionato di cultura nipponica, nel 1974 Zorzi si trasferì grazie ad una borsa di studio in Giappone, dove cominciò ad insegnare italiano all'università[15].
Nel dicembre 1975 gli fu richiesto, da parte di alcuni esponenti della Democrazia Cristiana di contattare Nakayama, leader della frangia più conservatrice del Partito Liberal Democratico[6]. Nel 1980 ritornò in Italia dove a Marghera si sposò con la giapponese Yoko Shimoji, originaria di Okinawa[16]. Grazie alle ingenti disponibilità economiche della moglie pose le fondamenta della ditta di import export che lo portò al successo come imprenditore[17]. Nello stesso periodo conobbe Ryoichi Sasakawa, uno dei più influenti finanziatori della Destranipponica[6].
A seguito del matrimonio nel 1989 ottenne anche il passaporto giapponese, opportunità raramente concessa dal Giappone[17]. Con la nuova nazionalità assunse il nuovo nome di Hagen Roi (波元路伊), il cui cognome in giapponese significa «origine delle onde»[15], oltre a essere il nome di un personaggio della Canzone dei Nibelunghi ed è in assonanza col tedesco Haken-kreuz (pronuncia aken-cròiz); in italiano «croce uncinata»[18].
Nel 1995 Martino Siciliano, che si era da tempo trasferito a Tolosa dove si era ricostruito una vita, vide il suo nome saltare fuori nell'ambito delle indagini su piazza Fontana. Siciliano perse quindi il proprio lavoro e chiese aiuto all'amico Zorzi che si impegnò ad assumerlo in una sua azienda a San Pietroburgo[19]. Siciliano si recò in Russia ma per motivi non appurati rientrò immediatamente in Italia. Lo Stato italiano ne comprò il pentimento con 50.000 dollari e Siciliano iniziò a fare rivelazioni[20]. Siciliano raccontò in particolare di una riunione tra i due veneziani Carlo Maria Maggi e Zorzi e i padovani Franco Freda e Giovanni Ventura in cui si sarebbe delineata la strategia inerente agli attentati ai treni e di una presunta confessione di Zorzi in merito alla strage di piazza Fontana[21].
Nel 1993, già il pentito Carlo Digilio, l'unico ordinovista mai condannato in via definitiva per aver partecipato alla strage di piazza Fontana, seppur con un ruolo marginale, aveva iniziato a rilasciare dichiarazioni ma un ictus, che lo colpì poco dopo, quasi lo uccise. Digilio sostenne di essere un agente della CIA infiltrato in Ordine Nuovo e di aver raccolto la confidenza di Zorzi in cui avrebbe sostenuto di aver preso materialmente parte all'attentato[22][23].
Il magistrato Guido Salvini diede il via al settimo processo per la strage di piazza Fontana[24] che vide stavolta sul banco degli imputati: Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni[25]. Zorzi e Maggi guidavano la cellula veneziana-mestrina di Ordine Nuovo mentre il milanese Rognoni era accusato di aver fornito la logistica per l'attentato. Nel frattempo Martino Siciliano decide di interrompere la collaborazione accusando la magistratura italiana di non aver mantenuto fede alle promesse fattegli e di pagarlo una «miseria»[26]. Significativo il fatto che nel 1995 il giudice veneziano Felice Casson avesse inserito Salvini nel registro degli indagati poiché secondo l'accusa di Maggi un ufficiale dei ROS gli avrebbe offerto una cospicua somma in cambio di rivelazioni importanti, somma che sarebbe invece stata accettata da Siciliano[27]. Nel 1995, durante l'iter giudiziario, Digilio fu invece colpito da un ictus che ne diminuì sensibilmente le capacità mnemoniche[25] e le sue testimonianze, anche del 1993 e 1994, furono considerate inattendibili. Vincenzo Vinciguerra in tribunale il 3 marzo 1993 dichiarò di come Zorzi fu arruolato, dopo il primo arresto nel 1968, da Elvio Catenacci nell'Ufficio affari riservati del Ministero dell'Interno, per il quale già il padre geologo aveva lavorato.[5]. Sempre Vinciguerra, già nel 1984, testimonia di come Zorzi gestisse i contatti di Maggi con i funzionari di Polizia e che Zorzi era "perfettamente integrato nella struttura di Polizia".[5] Per quanto riguarda Siciliano furono accertati in seguito avvenuti contatti tra quest'ultimo e Zorzi e di versamenti di denaro[26][28].
Il 13 aprile 2000 il neo fascista Edgardo Bonazzi si unì a Digilio e Siciliano e dichiarò che Guido Giannettini dei servizi segreti gli indicò Zorzi come autore materiale del fatto.[29]
Tutti e tre i presunti responsabili furono condannati all'ergastolo il 30 giugno 2001 con sentenza di primo grado. Il governo italiano richiese l'estradizione al Giappone dove Zorzi in cui si era trasferito diversi anni prima, ottenendone un rifiuto poiché, avendo alcuni anni prima ottenuto la cittadinanza nipponica (pur conservando anche il passaporto italiano), la legge giapponese esclude l'estradizione di propri cittadini, anche in virtù del fatto che il reato di strage, secondo la legge del paese orientale, si prescrive in soli 15 anni[30][31]. Lo stesso Zorzi dopo la condanna all'ergastolo dichiarò la sua indisponibilità a rientrare in Italia definendo «inaffidabili» i giudici italiani[30].
Successivamente, il 12 marzo 2004, la Corte d'assise d'appello di Milano ha ribaltato il verdetto ed ha assolto Zorzi e gli altri due imputati «per non aver commesso il fatto»[32]. La Cassazione il 3 maggio 2005 ha inoltre rigettato il ricorso proposto contro tale sentenza e le spese processuali sono state imputate ai familiari delle vittime che si erano costituiti parte civile[32].
Nel giugno 2005, al termine dell'ultimo processo su piazza Fontana, riaperto negli anni '90 a Milano ha indicato la responsabilità di «terroristi di destra del gruppo padovano di Ordine Nuovo»[2] e quindi, come la sentenza afferma esplicitamente, di Franco Freda e Giovanni Ventura(in quanto capi della cellula di Padova) in ordine alla strage, anche se non sono più processabili in quanto assolti in via definitiva. Secondo la Cassazione, così come per la Corte d'appello, anche la cellula veneziana di cui erano parte Maggi e Zorzi organizzava attentati nel 1969, ma «non è dimostrata la loro partecipazione alla strage del 12 dicembre»[4]. La Cassazione giudica così inattendibile il pentito di Ordine Nuovo Carlo Digilio, che nel frattempo era morto il 12 dicembre 2005, che secondo la Corte le sue testimonianze «non erano quasi mai corredate da necessari elementi esterni di verifica»[28] mentre certifica veridicità e genuinità di quanto dichiarato da Martino Siciliano, ossia che «Siciliano ha partecipato alla riunione con Zorzi e Maggi dell'aprile '69 nella libreria Ezzelino di Padova» in cui «Freda annunciò il programma degli attentati ai treni». Tuttavia, poiché tali bombe non provocarono vittime, non è dimostrato il coinvolgimento di Maggi e Zorzi nella strategia stragista di Freda e Ventura[3].
Nuovamente, basandosi esclusivamente sulle dichiarazioni di Carlo Digilio[33], Zorzi fu indagato e rinviato a giudizio anche per la strage di Piazza della Loggia. Nel 2002 il pentito Martino Siciliano, già teste chiave nel processo per la strage di Piazza Fontana scagionò Delfo Zorzi da ogni accusa ma venne poi indagato per favoreggiamento[34] così come il legale di Zorzi Gaetano Pecorella[35]. A Siciliano sarebbero andati 500.000 euro per ritrattare la testimonianza e per il trasferimento in Colombia.[36]. Le indagini sul presunto favoreggiamento si conclusero con l'archiviazione nel 2010[37].
Il 16 novembre 2010 la Corte d'assise di Brescia assolse per insufficienza di prove tutti e cinque gli imputati[38][39]. Nella motivazione dei giudici di Brescia, la testimonianza di Carlo Digilio, «provato da debolezza fisica e psichica dovuta all'ictus», fu giudicata inattendibile come già lo fu nel caso della strage di Milano[40]. Tra questi furono assolti anche il generale Francesco Delfino accusato di aver depistato le indagini nella prima fase[41] e Pino Rauti per non aver commesso il fatto su richiesta della stessa accusa[42].
Tutti gli imputati furono nuovamente assolti anche in appello[43], in seguito la ricorso della Procura generale di Brescia contro l'assoluzione in appello, Zorzi fu definitivamente assolto dalla Cassazione nel 2014 insieme a Delfino (per Pino Rauti intervenne l'estinzione del procedimento, essendo questi deceduto nel frattempo)[1].
Al termine del processo Zorzi dichiarò la propria solidarietà ai parenti delle vittime: «Sento sinceramente il bisogno di sottolineare l'empatia che provo nei confronti dei parenti delle vittime della strage di Brescia in quanto posso ben comprendere la loro sofferenza avendo, in maniera e misura molto diversa, sofferto moltissimo anch'io, sotto tutti i profili personali e professionali»[44]. Aggiungendo che «un'oscura regia ha voluto a tutti i costi ricercare per le stragi un colpevole che fosse rigorosamente 'fascista' e, sottolineo, non 'il colpevole'.»[44] e dicendosi certo dell'innocenza di Carlo Maria Maggi, la cui sentenza di assoluzione, come quella di Maurizio Tramonte, era invece stata annullata dalla medesima sentenza della Cassazione[45]. Sia Maggi che Tramonte saranno condannati all'ergastolo nel 2015.
Nel 2002 il corrispondente de Il manifesto e della RAI Pio D'Emilia pubblica un'inchiesta in Giappone sulle sue vicende giudiziarie e svela retroscena sulle pratiche non ortodosse con le quali Zorzi avrebbe ottenuto la cittadinanza giapponese. Zorzi denunciò D'Emilia chiedendo 10 milioni di euro come risarcimento morale, difeso da Takeshi Takano, avvocato difensore di diversi criminali di guerra giapponesi.[36]
Nel settembre del 2005 il settimanale L'Espresso[46] pubblica una lunga inchiesta di Alessandro Gilioli sugli affari che Zorzi intratterebbe nel mondo del pellame e dell'alta moda, tramite la Grup.p. Italia e altre società anonime in Svizzera, Lussemburgo, Isola di Man, con la malavita giapponese e coreana, riportando accuse di riciclaggio, denunce per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e usura insieme a Daniela Parmigiani, amministratrice della Gru.p. Italia, ai danni di Maurizio Gucci nel 1995.[47] L'unico negozio della Grup.p al di fuori dell'Italia è a Bogotà, dove tuttora vive Siciliano.[47] Gilioli rivela inoltre l'amicizia che lo lega agli ex-militanti di estrema destra e imprenditori di pellame Paolo Giachini e Massimiliano Fachini e della vicinanza all'ex ufficiale tedesco nazista Erich Priebke.[47]
Sotto società anonime, Zorzi è il proprietario di Oxus a Milano, con sede in Galleria Vittorio Emanuele II, in un fondo di proprietà del comune meneghino, di un altro negozio della stessa catena in Piazza Fiume a Roma[48] Il giornale ha ottenuto una querela da parte della società detentrice del marchio[49].
Ad oggi Zorzi vive a Tokyo, nel quartiere di Aoyama e da quando è stato assolto da tutte le accuse in via definitiva, terminando così la sua latitanza, ha potuto dare nuovo impulso imprenditoriale alle sue attività grazie a frequenti rientri in Europa e in Italia.
Zorzi è intervenuto nel corso della trasmissione televisiva Porta a Porta condotta da Bruno Vespa. La telefonata è stata in parte ritrasmessa durante la trasmissione Blu notte, condotta da Carlo Lucarelli, in una puntata dedicata alla strage di piazza Fontana. Dopo l'assoluzione in Cassazione, ha rilasciato una lunga intervista a Stefano Lorenzetto de il Giornale[50].
Dal Giappone Zorzi, coadiuvato dal nipote, ha continuato la sua carriera imprenditoriale in Italia, tessendo una vasta rete di aziende operanti nel settore tessile e dell'alta moda con filiali in molteplici Paesi.










Ma credo che sia un desiderio illusorio . Infatti non credo proprio lo faccia e ne abbia l'interesse non può toccare la base elettorale, che rimpatri o almeno lo faccia interrogare per rogatoria internazionale li

22/12/17

chi lo ha detto che il natale vada celebrato con una messa . la storia del cappellano carcerario Salvatore Bussu e del vescovo di Giovanni melis fois ( 1916-2009 ) il cui gesto porto alla lege Gozzini


da legge prima o  dopo  quiesta  storia    date  vi   per evitare  casi becero  populismo e scrivere  \  dre  cazzate   alla  salvini   senza  sapere    il contesto  e  leggere il testo  della  legge 





Essendo troppo piccolo  per riportare   una testimonianza  diretta   su tale  episodio  avvenuto nerl  1983     e  sconosciuto  (  infatti anch'io  ignoravo  lo  appreso da  un articolo uscito in questi giorni    sula  pagina della  cultura   \  speciale  natale     dell'unione sarsa ,   solo cartaceo  l'online    free   non è  prevvisto  , ai  più   riporto alcuni articoli trovsato online . 

Il primo  è    un intervita   di Luciano Piras  che trovate  qui   sotto  presa da https://www.tpi.it/2017/04/26/salvatore-bussu-prete-lotta-diritti-terroristi-carcere/




Il prete che si è battuto per i diritti dei terroristi in carcere

La storia di Don Bussu, il prete giornalista che ha difeso i diritti dei carcerati, nell'intervista a Luciano Piras, autore del libro “I terroristi sono miei fratelli”

26 Apr. 2017

   
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Salvatore  Bussu     dalla rete  
A  dicembre  1983 Giovanni Paolo II fa il suo ingresso nel carcere di Rebibbia per stringere la mano al suo attentatore, il turco Ali Agca. Lo stesso mese un umile prete di provincia, cappellano del carcere nuorese di Badu e’ carros, si autosospende dal suo mandato sacerdotale. Piccolo di statura ma gigante nel coraggio, Don Salvatore Bussu [ foto a  destra   ]  viene da Ollollai, un piccolo paese all’interno della Sardegna, in provincia di Nuoro.Don Bussu si è schierato senza timore in difesa dei reclusi, che da tempo stanno attuando lo sciopero della fame. Oltre a essere un prete, è anche un giornalista, cosa che l’ha aiutato non poco nella sua battaglia. Quella del 1983 è la prima rivolta pacifica nella storia delle carceri italiane a denunciare le condizioni disumane in cui vivono i reclusi. Alcuni dei carcerati hanno un passato da brigatisti, come Franco Bonisoli e Alberto Franceschini. Il cappellano parla apertamente di “terrorismo di Stato”, facendo da catalizzatore per una tempesta di polemiche che fa addirittura intervenire l’allora ministro di Grazia e Giustizia Mino Martinazzoli per attenuare il regime di massima sicurezza in cui i brigatisti sono reclusi.                                                             
Quella del 1983 è la prima rivolta pacifica nella storia delle carceri italiane a denunciare le condizioni disumane in cui vivono i reclusi. Alcuni dei carcerati hanno un passato da brigatisti, come Franco Bonisoli e Alberto Franceschini. Il cappellano parla apertamente di “terrorismo di Stato”, facendo da catalizzatore per una tempesta di polemiche che fa addirittura intervenire l’allora ministro di Grazia e Giustizia Mino Martinazzoli per attenuare il regime di massima sicurezza in cui i brigatisti sono reclusi. 
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Don  Giovanni  Melis  Fois   1916-2009  )  da  
http://blogs.dotnethell.it/Oristano/ShowImage.aspx?ID=6326
Il parlamento si mette a lavorare sul caso e arriva alla stesura della legge Gozzini, dando attuazione al dettato costituzionale che prevede il divieto di detenzione senza il rispetto dei diritti umani. Il provvedimento supera una legge del 1975, che prevedeva la possibilità di far prevalere esigenze di sicurezza sulle norme di rieducazione e di trattamento umano. 
Le legge Gozzini diventa allora bersaglio di attacchi, così come lo stesso Don Bussu che la difende sempre a spada tratta. Con il gesto di schierarsi dalla parte dei brigatisti reclusi il sacerdote non vuole certo appoggiarne l’operato – cosa di cui spesso viene accusato – ma lottare per un trattamento degno di una società civile. Don Bussu cerca il giusto equilibrio fra la pena da scontare e l’aspetto rieducativo per il recluso, facendo leva sul concetto del perdono nella fede cristiana. 
La vicenda è stata raccontata nel libro “I terroristi sono miei fratelli” di Luciano Piras, giornalista del quotidiano La Nuova Sardegna. Il titolo è provocatorio come le parole che il cappellano del carcere ha utilizzato per manifestare la sua posizione. Il libro ricostruisce la storia con l’aiuto dello stesso Don Bussu.
Quanto è stata decisiva la battaglia di Don Bussu nella riforma carceraria italiana?
Dire che la battaglia di un umile prete della periferia sarda è stata decisiva, può sembrare un’ esagerazione. Eppure, quella lontana e clamorosa “rivolta” partita da Nuoro è stata determinante nella storia d’Italia, tant’è che ha segnato il definitivo tramonto del vecchio ordinamento penitenziario fermo al 1975, anche se ormai nessuno sembra più ricordarsene.
Era stato lo stesso senatore Mario Gozzini, padre della riforma del 1986, del resto, a sottolineare che gli scioperi della fame nel supercarcere di Badu ‘e Carros e il cosiddetto “sciopero della messa” del cappellano don Salvatore Bussu segnarono uno spartiacque nella vita carceraria: prime rivolte, salite sui tetti, violenze anche estreme; dopo, simili fatti sono diventati rarissimi. Tant’è vero che il parlamento dimostrò presto di aver recepito la “sollecitazione” arrivata dalla Barbagia. 
Don Bussu è stato inizialmente visto dalle istituzioni sia politiche che clericali come un ingombrante peso. Va inoltre aggiunto che allora non si avevano certo gli stessi mezzi di comunicazione di oggi per poter promuovere una simile battaglia. Quali sono i suoi meriti nell’essere stato persuasivo e abile anche nella comunicazione?
Ingombrante? Mite e pacifico, persino timido, ieri come ancora oggi, don Bussu è stato addirittura additato come sovversivo. È stato bollato come “il cappellano delle Br”… roba da matti! Ha avuto comunque la fortuna di avere dalla sua parte un grande vescovo, monsignor Giovanni Melis, che non condivise le “dimissioni” di don Bussu, e soprattutto non condivise le parole dirompenti che don Bussu usò per “dimettersi” da cappellano, ma lo sostenne ugualmente perché certo che il suo prete agiva in pace con la coscienza, da vero cristiano senza steccati. 
Ma se è vero che don Bussu è un prete che ha avuto una parte non marginale nella sconfitta del terrorismo italiano (Gozzini lo ha ribadito più volte), altrettanto vero è che don Bussu è battagliero nato, direttore del settimanale diocesano L’Ortobene. Un giornalista inquieto per Cristo, che proprio per questo ha saputo usare uno dei più popolari e diffusi canali di comunicazione di massa di allora: l’agenzia Ansa.
È all’Ansa che consegnò la sua lettera di dimissioni, è l’Ansa che spinse la notizia ovunque. Sempre attento al mondo dell’informazione, probabilmente oggi don Bussu affiderebbe quella sua lettera ai social, a Facebook… anzi, no… credo che si affiderebbe più a Twitter. 
Da uomo di Chiesa Don Bussu si è spesso appellato alla laicità della Costituizione italiana, che prevede che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Quanto nella pratica oggi un carcere italiano può garantire questo diritto costituzionale?
da http://iltaccuinodellevoci.blogspot.it/2014/10/un-prete-e-i-terroristi-di-salvatore.html

Purtroppo l’Italia, quanto a sistema penitenziario, è ancora ferma allo stato delle caverne. Le violazioni dei diritti umani nelle carceri italiane sono quotidiane. Violazioni della legalità accertate in giudizio anche davanti a corti interne, tanto che ormai si parla di una giurisprudenza costante. E non sono io a dirlo, sia chiaro: sono gli stessi dati ufficiali del ministero della Giustizia, a testimoniarlo, e – cosa ancora più grave – le ripetute sentenze di condanna inflitte allo Stato italiano dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
La Corte di Strasburgo ha detto più volte che il primo colpevole, spesso, è lo stato che costringe i detenuti a scontare pene inumane e illegittime. Diversi sono i casi emblematici che fanno della Repubblica italiana uno stato “fuori norma” e parecchio lontano dal rispetto dei diritti fondamentali della persona e dagli impegni assunti formalmente con la sottoscrizione di atti e convenzioni internazionali.

Ancora oggi, dunque, le carceri italiane presentano standard molto bassi. Spesso la Corte di Strasburgo ne ha evidenziato la gravità. Qual è lo stato delle carceri italiane adesso rispetto agli altri paesi? 
In una parola: pessimo. Basti pensare che appena qualche anno fa, mentre nella Repubblica Ceca la percentuale dei detenuti in attesa di primo giudizio era ferma all’11 per cento, in Italia toccava la soglia del 42 per cento. Una vera e propria cancrena che lascia l’Italia indietro rispetto al resto dell’Europa e al mondo occidentale.
Una misura eccezionale – la “custodia cautelare” o “detenzione preventiva” – che invece diventa sistematica, “perché in Italia non si riesce a concludere i processi in tempi ragionevoli”, come denunciava già nel 1991 Mario Gozzini. Significa che oggi quasi il 20 per cento dei detenuti è in carcere da innocente, visto che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”, come recita l’articolo 27 della Costituzione repubblicana. 
Che uomo è oggi Don Bussu? Si sente ancora, nonostante l’età, un combattente sacerdote?
Don Bussu resta il leone di sempre, anche se “la vecchiaia avanza e le forze non sono più quelle di prima”, scherza con la sua tipica autoironia. A quasi novant’anni, dopo essersi ritirato dalla vita pubblica è in cerca del meritato riposo. Ma è comunque sempre pronto a rifare quello che ha fatto, se ci dovessero essere le stesse condizioni di quel Natale 1983, quando uscì dal supercarcere nuorese di Badu ‘e Carros sbattendo i cancelli, mentre quasi in contemporanea papa Wojtyla entrava in una cella di Rebibbia per visitare il suo attentatore Alì Agca. 




A dihttps://www.tpi.it/2017/04/26/salvatore-bussu-prete-lotta-diritti-terroristi-carcere/#r a don Salvatore Bussu cappellano del supercarcere Badu ‘e Carros dal 1981 al 1984 e autore del libro “Un prete e i terroristi. Attraverso Badu ‘e Carros un viaggio nel mondo dell’eversione” qui http://iltaccuinodellevoci.blogspot.it/2014/10/un-prete-e-i-terroristi-di-salvatore.html un ottima recensione con alcuni estratti . E gli articoli della nuova sardegna del 

07 gennaio 2004 

«Vogliamo riappropriarci della nostra dignità di uomini»


NUORO
.Domenica 11 dicembre 1983. Don Bussu, cappellano a Badu 'e carros da appena due anni, ha un colloquio con sei detenuti politici. Sono stati loro, Alberto Franceschini, Claudio Pavese, Massimo Gidoni, Rocco Micaletto, Franco Bonisoli, Roberto Ognibene, capi dele Brigate rosse rinchiusi nel carcere speciale, a chiedere l'incontro. Gli annunciano di avere cominciato tre giorni prima uno sciopero della fame: «Non vogliamo semplicemente protestare contro le disumane condizioni di esistenza cui ci costringono, e che tu ben conosci perchè le devi sperimentare anche sulla tua persona quando ti viene persino impedito di entrare in sezione a parlare con noi - gli spiegano -. Con questa scelta vogliamo innanzitutto riappropriarci di qualcosa che ci appartiene in modo veramente inalienabile: la nostra identità di uomini, la nostra vita vera, profonda». Qualche giorno più avanti si affiancò a loro anche Giuseppe Federigi.
Don Bussu prova con insistenza a farli desistere, senza successo. Sollecita l'intervento del vescovo Giovanni Melis, che si impegna senza riserve. Parla con Franceschini ma ottiene un cordiale e deciso rifiuto: lo sciopero andrà avanti anche a costo della vita. Dopo la messa della vigilia di Natale il cappellano torna a casa: «Furono ore terribili, dovevo fare qualcosa, a tutti i costi». La decisione fu immediata, impetuosa. Scrisse una lettera di fuoco che mise a rumore l'Italia: «Mentre dei miei fratelli - perchè tali me li sento, chiunque essi siano e qualunque reato abbiano commesso - muoiono lentamente, non posso continuare a esercitare il mio ministero a pochi passi di distanza, come se nulla stia avvenendo. Da oggi perciò interrompo il mio servizio pastorale a Badu 'e carros». Fu subito un caso nazionale e soprattutto politico. Si apri la strada alla modifica dell'articolo 90 della legge di riforma delle carceri del 1975 (l'approdo sarà la legge Gozzini), che fu all'origine del malessere e dello sciopero poichè prevedeva l'isolamento totale della struttura penitenziaria in caso di particolari esigenze di sicurezza.
Badu 'e carros, inaugurato nel settembre del 1969 cominciò nel '77 a ospitare i nomi più importanti del terrorismo. Nell '80 fu teatro di una rivolta guidata dai brigatisti Valerio Morucci, Alberto Franceschini, Mario Rossi e Roberto Ognibene.

  e   del 14\4\2008
«Vogliamo riappropriarci della nostra dignità di uomini»NUORO.Domenica 11 dicembre 1983. Don Bussu, cappellano a Badu 'e carros da appena due anni, ha un colloquio con sei detenuti politici. Sono stati loro, Alberto Franceschini, Claudio Pavese, Massimo Gidoni, Rocco Micaletto, Franco Bonisoli, Roberto Ognibene, capi dele Brigate rosse rinchiusi nel carcere speciale, a chiedere l'incontro. Gli annunciano di avere cominciato tre giorni prima uno sciopero della fame: «Non vogliamo semplicemente protestare contro le disumane condizioni di esistenza cui ci costringono, e che tu ben conosci perchè le devi sperimentare anche sulla tua persona quando ti viene persino impedito di entrare in sezione a parlare con noi - gli spiegano -. Con questa scelta vogliamo innanzitutto riappropriarci di qualcosa che ci appartiene in modo veramente inalienabile: la nostra identità di uomini, la nostra vita vera, profonda». Qualche giorno più avanti si affiancò a loro anche Giuseppe Federigi.
Don Bussu prova con insistenza a farli desistere, senza successo. Sollecita l'intervento del vescovo Giovanni Melis, che si impegna senza riserve. Parla con Franceschini ma ottiene un cordiale e deciso rifiuto: lo sciopero andrà avanti anche a costo della vita. Dopo la messa della vigilia di Natale il cappellano torna a casa: «Furono ore terribili, dovevo fare qualcosa, a tutti i costi». La decisione fu immediata, impetuosa. Scrisse una lettera di fuoco che mise a rumore l'Italia: «Mentre dei miei fratelli - perchè tali me li sento, chiunque essi siano e qualunque reato abbiano commesso - muoiono lentamente, non posso continuare a esercitare il mio ministero a pochi passi di distanza, come se nulla stia avvenendo. Da oggi perciò interrompo il mio servizio pastorale a Badu 'e carros». Fu subito un caso nazionale e soprattutto politico. Si apri la strada alla modifica dell'articolo 90 della legge di riforma delle carceri del 1975 (l'approdo sarà la legge Gozzini), che fu all'origine del malessere e dello sciopero poichè prevedeva l'isolamento totale della struttura penitenziaria in caso di particolari esigenze di sicurezza.
Badu 'e carros, inaugurato nel settembre del 1969 cominciò nel '77 a ospitare i nomi più importanti del terrorismo. Nell '80 fu teatro di una rivolta guidata dai brigatisti Valerio Morucci, Alberto Franceschini, Mario Rossi e Roberto Ognibene.



Quando don Bussu chiamò «fratelli» le Br

Testardo, don Bussu. Nella rossa Reggio Emilia c'erano i Nomadi e Pierangelo Bertoli decisi a mettere in piedi un megaconcerto pur di portare alla ribalta pubblica la brutalità del regime carcerario cui erano costretti i brigatisti detenuti: l'arcivescovo della città, Camillo Ruini, tuttavia, condannò aspramente l'iniziativa e il progetto musicale mori sul nascere. A Nuoro, invece, il cappellano di Badu 'e Carros, don Salvatore Bussu, andò avanti come un trattore, ascoltò soltanto la voce della sua coscienza di uomo e di prete, chiamò i terroristi «miei fratelli» e per loro usci allo scoperto provocando un ciclone talmente potente che costrinse il ministro di Grazia e Giustizia Mino Martinazzoli ad intervenire.
«Quel giorno don Salvatore non se la sentiva di dire messa come se niente fosse. Era il giorno di Natale del 1983. Con il suo vescovo, monsignor Giovanni Melis, aveva parlato a lungo di ciò che stava accadendo a Badu 'e Carros, il supercarcere di Nuoro, di cui era cappellano. Sei e poi sette brigatisti avevano cominciato lo sciopero della fame». È cosi che prende avvio la ricostruzione della prima rivolta pacifica nella storia dei penitenziari italiani.
«In passato le rivolte erano sempre state molto accese, con uso di bombe artigianali, esplosivi, con scontri diretti, feriti e qualche morto» scrive Annachiara Valle nel suo libro appena uscito con la Rizzoli, 'Parole, opere e omissioni. La Chiesa nell'Italia degli anni di piombo" (266 pagine, 17 euro). «Adesso, invece - prosegue l'autrice, giornalista di Jesus e collaboratrice di Famiglia Cristiana -, si sceglie una via diversa e, due giorni dopo l'ultimo incontro tra Franceschini, Bonisoli e il cappellano, il 7 dicembre, comincia lo sciopero della fame». Alberto Franceschini e Francesco Bonisoli non erano due detenuti qualsiasi: il primo era considerato lo stratega del terrorismo rosso, capo incontrastato delle Br, assieme a Renato Curcio; il secondo era stato nel comitato esecutivo che gesti il rapimento di Aldo Moro. Nati entrambi a Reggio Emilia, venticinque anni fa sia Franceschini sia Bonisoli erano rinchiusi nelle celle del 'braccetto della morte" di Badu 'e Carros. E con loro c'erano tanti altri terroristi della vecchia e della nuova guardia.
Giovani sottoposti a un regime speciale che don Bussu non esitò a bollare come «terrorismo di Stato, non meno condannabile del terrorismo delle Brigate rosse». È questa frase che scatenò il putiferio. È grazie a questa frase, tuttavia, che il Parlamento accelerò la discussione della riforma, arrivata poi con la Legge Gozzini. Avvenimento, quello nuorese, che Annachiara Valle focalizza nel quinto capitolo del suo libro freschissimo di stampa. Avvenimento emblematico e decisivo, nel più vasto panorama del ruolo assunto dalla Chiesa nella triste stagione della lotta armata e nella confusione che ne derivò negli anni seguenti. Una testimonianza coraggiosa, quella di don Bussu cappellano, che la Valle giustamente inserisce nella sua inchiesta, un viaggio spesso doloroso tra i conflitti e le lacerazioni che misero alla prova la tenuta dello Stato democratico e che soprattutto durante il sequestro Moro non risparmiarono neppure gli ambienti ecclesiastici.
«Specchio del mondo che la circondava, la Chiesa accoglieva in sé una pluralità di anime, diverse per sensibilità e visione strategica, e alternava aperture e arrocamenti, rigore e coraggiosa disponibilità all'ascolto». Da un lato le alte gerarchie mediarono tra lo Stato e le Br per il rilascio del giudice genovese Mario Sossi, dall'altro invece sposarono la linea della fermezza nel caso di Aldo Moro. Sul fronte delle parrocchie, intanto, non si fermò mai e poi mai l'opera instancabile e magari silenziosa di sacerdoti semplici come padre Ernesto Balducci o don Salvatore Bussu. «Sono certo - ha raccontato Bonisoli ad Annachiara Valle - che la storia del terrorismo sarebbe stata diversa se a Badu 'e Carros, e in tante altre carceri italiane, non ci fosse stato qualcuno in grado di accogliere il nostro grido e di trasformarlo in positivo».

Luciano Piras

17/09/13

che brutta bestia l'oblio . Neppure una targa nella sua città ( bonorva ) per ricordare il poliziotto Antonio Niedda, ucciso il 4 settembre 1975 a Padova dalle Br

Péur  non condividendo  il  tono retorico  : <<  Pochi si ricordano di un eroe.>>  dell'articolo sotto riportato  sulla muova sardegna del  16\9\2013 ,  dico che  bisogna  ricordare   , e   ben venga  la dedica  , se  pur  tardiva dl sindaco  del suo paese natale  (  Bonorva )   di intitolargli il Palasport appena ristrutturato 
La sua città ha dimenticato
la terza vittima in divisa delle Br
di Antonello Palmas 

SASSARI Pochi si ricordano di un eroe. Perché nei suoi luoghi di origine da 38 anni nessuno sembra avere interesse a farlo e il suo nome resta chiuso nelle polverose raccolte di giornali degli anni di piombo, quando morire per lo Stato era troppo facile. Pochi sanno chi era Antonio Niedda, un agente della polizia stradale di Padova, ucciso nella città veneta il 4 settembre 1975 dalle Brigate Rosse, all’età di 44 anni. Niedda era nato a Bonorva nel 1931, ma ben presto si era trasferito a Sassari, e si sentiva sassarese, anche se per lavoro si era dovuto trasferire nel Veneto, dove aveva messo su famiglia. Eppure né Sassari né Bonorva hanno mai sentito il dovere di dedicargli una via, una piazza. Né di ricordarlo in qualche modo. Così la Sardegna non sa che un suo figlio ha dato la vita per tutti. Altrove non è così: a Padova ogni 4 settembre il sacrificio di Niedda viene ricordato con una cerimonia: anche all’ultima vi hanno partecipato un centinaio di persone, gente che lo ha conosciuto e ne ha apprezzato l’umanità, autorità, colleghi. Ad Albano Laziale, luogo che non ha nulla a che fare con i suoi trascorsi, gli hanno intitolato la sede della Polizia di Stato. Sempre a Padova tra un mese gli sarà intitolato un grosso centro sportivo, perché Niedda era un atleta che faceva parte delle Fiamme Oro. Il presidente Ciampi conferì alla sua memoria la Medaglia d'Oro al valor civile. Nella sua terra, niente. Sino a pochi giorni fa. A una richiesta dei parenti ha infatti risposto il sindaco di Bonorva, Gianmario Senes: non ci sono nuove strade a disposizione, così l’amministrazione ha deciso che a breve intitolerà a Niedda il nuovo palasport. Niedda era stato designato al servizio antirapina dal comando della polizia stradale. Aveva terminato dei controlli al casello autostradale di Padova Est e con un collega si era diretto a Ponte di Brenta, una zona di Padova. In via delle Ceramiche aveva notato la presenza di una Fiat 128 bianca ferma con due persone a bordo. Decisero di controllare i documenti e lui si accorse che la patente di uno di loro, il 25 enne Carlo Picchiura, era contraffatta; l’altro, Pietro Despali, era senza documenti. Mentre il collega si dirigeva verso il mezzo della polstrada, Picchiura scese dalla macchina e aprì il fuoco. Niedda, raggiunto da cinque proiettili, stramazzò a terra, l’altro agente si salvò per miracolo: la pistola si inceppò, il terrorista (che risulterà appartenere alle Br) tentò la fuga ma venne arrestato. Per la famiglia (Niedda lasciò la moglie, Francesca Ciscato, e due figli di 8 e 11 anni, Salvatore e Francesco) fu un dramma, anche tra i parenti sassaresi furono momenti terribili e ancora li ricordano come un incubo nonostante siano passati tanti anni. Anche perché tutti erano affezionati a zio Antonio, persona di grande bontà. Si trattava della terza vittima del terrorismo tra le forze dell’ordine. Ai suoi funerali a Padova ci fu una folla di 5.000 persone, addirittura anche una rappresentanza della comunità nomade della zona: si scoprì solo così che Niedda aiutava personalmente i bambini rom portandogli regali nei campi. Le cronache dell’epoca dicono di quando risuonarono le note del “Silenzio” e la vedova scoppiò in lacrime tra la commozione generale. Vennero fatte delle collette per consentire ai ragazzi di studiare. E da allora ogni anno Niedda viene ricordato, in particolare con manifestazioni organizzate dall’Anps, l’associazione dipendenti della polizia di Stato. Sassari invece ha perso la memoria su quel gesto eroico. Un fatto di cui i parenti veneti non si capacitano e che crea dispiacere. È stata proprio una nipote, Salvina Mura, figlia anc’essa di un poliziotto, a contattare il Comune di Sassari per aprire il problema. «Nel novembre del 2011 _ dice _ ho consegnato un dossier, con gli articoli di giornale che ricordavano il sacrificio di mo zio. Mi dissero che si sarebbe dovuta riunire la commissione toponomastica, e che ci avrebbero fatto sapere. Nel novembre 2012 sollecitai una risposta, ma furono piuttosto vaghi, parlando di tempi non brevi ma confermando l’intenzione di muoversi per intitolare una strada. Poi più niente. Ho contattato anche il Comune di Bonorva, più di recente: ho scoperto che nemmeno sapevano chi fosse Niedda, mi dissero che noi parenti abbiamo ragione. L’altro giorno mi hanno richiamata annunciandomi la decisione di inttitolare il palasport».Finalmente un sorriso. Pochi giorni fa, a fine agosto, frattanto, è morto Carlo Picchiura: aveva contratto la Sla. «Non si è mai pentito _ dice Salvina _ e non ha mai sentito il bisogno di chiedere il perdono alla famiglia»