Visualizzazione post con etichetta oblio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta oblio. Mostra tutti i post

02/09/19

cosa è il viaggio ? è ascoltare e condividere storie di gente , di mestieri , di passioni

Riporto  quello che  ho scritto  per  la  pagina e  l'account  di  fb  ,  visto che molti nei  commenti    e  in messanger    mi reputano strano  ne  approfitto  per   rinnovare  ed  aggiornare  le  FAQ 

Compagnidistrada
Pubblicato da Giuseppe Scano19 min

 trovate nei post continua qui nel blog oppure clicca sopra per poter continuare a leggere ) e nella sua appendice https://www.facebook.com/compagnidistrada/ ) non raccontiamo e non riportiamo le solite favole, ma storie vere, storie di persone, di paesi, di città ai margini dei media ufficiali o d'esse
strumentalizzate \ usate politicamente per scopi elettorali e di propaganda . Ma anche Storie che stanno sbiadendo nelle nebbie della memoria o che anche resistono al martellare costante degli avvenimenti quotidiani che cancella immediatamente la memoria del giorno precedente. Infatti molto spesso n on sappiamo più da dove veniamo, quale è stato il nostro passato e lentamente la nostra storia si cancella. Queste pagine parleranno di persone comuni che nel loro piccolo hanno contribuito a costruire la nostra società. Perché è vero la storia è fatta dai grandi personaggi, ma è altrettanto vero che la storia siamo noi con le nostre piccole o grandi scelte scelte.
Storie che stanno sbiadendo nelle nebbie della memoria. Non sappiamo più da dove veniamo, quale è stato il nostro passato e lentamente la nostra storia si cancella. La storia siamo noi con le nostre piccole o grandi scelte nel bene e nel male , con rimpianti e sensi di colpa .

14/02/17

Roberto Baggio, il campione diverso rimasto tra noi con la sua assenza

N.b
 stavolta   non ho nessuna  colonna sonora o musica  consigliata , se  non questa  che mni ritorna  all'orecchio e  mi evoca   ricordi  d'infanzia



  da proporre in quanto  ci sono già le belle canzoni  di  : Cesare Cremonini ,  Tiziano Ferro , Lucio  Dalla presenti  nel filmato   sotto    riportato


Non è necessario essere  onnipresenti   sui media  o  in rete  ( infatti  la  sua pagina ufficiale su  fb non  viene aggiornata  dal  2  settembre  2014 precisamente  da  questa  foto   riportata sotto ) 

L'immagine può contenere: 5 persone, persone che sorridono, persone in piedi e vestito elegante

   da http://www.repubblica.it/  del   13\2\2017


A 50 anni Roberto Baggio è fuori: dal gioco, dal calcio, da ogni falò delle vanità.
Infatti secondo    Ha smesso da oltre dieci anni di misurare il mondo con le righe del campo. Non rilascia interviste, non parla di calcio, non presenzia. Gli è riuscita la magia di scomparire dal palcoscenico, di evitare l'invenzione della nostalgia, niente più c'era una volta in America. Se n'è andato senza avere conti in sospeso con i ricordi, fedele all'idea che un addio è un pallone che non torna indietro. Via la luce, i crucci, e niente più finte. Eppure è stato il pre-Messi e il pre-Neymar, l'ultimo attaccante italiano Pallone d'oro ('93), e l'anno dopo poteva ripetersi (secondo dopo Stoichkov), l'unico azzurro ad aver segnato in tre mondiali diversi ('90, '94, '98), due figli in coincidenza: Valentina ('90), Mattia ('94), l'ultimo, Leonardo, nato invece nel 2005. Miglior marcatore (9 gol) con Rossi e Vieri. Selezionato in nazionale con cinque squadre diverse: Fiorentina, Juventus, Milan, Bologna e Inter. Convocato da 4 ct: Vicini, Sacchi, Maldini e Zoff. Osteggiato e contestato da molti di più, spesso trattato da zoppo, da numero 10 dimezzato, banale portatore di male.






Un diverso, un atipico, uno col codino, poco macho, e per di più buddista. Un coniglio bagnato, per l'avvocato Agnelli. Un nove e mezzo per Platini. Un asso rococò che mette il dribbling anche nel caffellatte, per Gianni Brera. Un involontario agitatore sociale, sempre per l'avvocato Agnelli. "Una volta scendevano in piazza per protestare contro la Fiat, oggi perché Baggio non vada alla Juve. Direi che il paese è migliorato". Questo prima che Baggio si rifiutasse in maglia bianconera di battere un calcio di rigore contro la Fiorentina, ma soprattutto contro la sua ex città Firenze, che per tenerlo era scesa in piazza, come una madre che non si lascia strappare il figlio, scontrandosi con la polizia, con le vecchiette che dalle terrazze di piazza d'Azeglio gettavano i loro vasi di gerani e di limoni contro gli agenti. Baggio per la città era un bene culturale, un quadro degli Uffizi, un Michelangelo moderno, fa niente se nato in Veneto, era comunque un fratello rinascimentale, pure la sua ricerca del tiro a giro sul secondo palo. Tanto che il questore definì la rivolta "una psicosi di folla", senza capire che il calcio nelle sue geometrie distribuisce sentimenti e che il cuore non sempre può essere dribblato.

Baggio è uscito dal campo il 16 maggio 2004, dopo sedici anni di sorrisi, ma anche di dolori e di ginocchia sfasciate, con una sola frase: "Ho dato tutto". E non è più rientrato se non un tentativo federale di farlo presidente del settore tecnico, incarico di facciata lasciato dopo tre anni. L'uomo sbagliato al posto sbagliato. Baggio non ha mai preteso, né comandato, né commentato. Soprattutto dopo la sua conversione buddista: "Tutto arriva dentro di me a mia insaputa". È rimasto un figlio della società contadina, un principino della zolla, uno che amava giocare a calcio, non parlarne, tutto quello che rotola attorno al pallone non gli interessa. Tv, conferenze, visibilità: no grazie. E nemmeno fare l'ambasciatore tra i fili d'erba. Non ha più rimesso gli scarpini. Non guarda più le partite, fa eccezione solo per la squadra argentina del Boca Juniors. Non ha mai voluto costruire un impero, gli bastava essere il cavaliere della passione, il Crociato del divertimento. Si è sottratto da quel "da quando Baggio non gioca più non è più domenica", come canta Cesare Cremonini. Però il calcio italiano anche a Sanremo è ancora quel suo rigore calciato alle stelle nello stadio di Pasadena nel '94, a undici metri dalla felicità, anche se non è detto che l'Italia senza quello sbaglio avrebbe

vinto il mondiale (prima di lui avevano fallito Massaro e Baresi). Come se quella grande illusione contasse ancora di più della grande impresa del 2006.


Nel 2010 a Hiroshima, votato dai premi Nobel, ha avuto il World Peace Award, primo caso di un calciatore che vince il titolo di Uomo di Pace per i suoi assist alla difesa dei diritti umani. A 50 anni la vita è fatta di altre partite. E si può segnare in altri modi. Conigli bagnati si asciugano e corrono felici.


Infatti   egli è un calciatore (o vip se preferite  )  modesto  , anche  troppo ,  riservato .   che ha  dato  tutto (  vedere  scheda  al lato presa dalla sua voce  di   https://it.wikipedia.org/ 
Una  vita   da  mediano (  per  parafrasare  l'omonima  canzone )  insomma 
Roberto Baggio - Italia '90.jpg
Roberto Baggio in maglia azzurra nel 1990
NazionalitàItalia Italia
Altezza174[1] cm
Peso72[1] kg
Calcio Football pictogram.svg
RuoloAttaccantecentrocampista
Ritirato1º luglio 2004
Carriera
Giovanili
1974-1980600px Rosso e Granata.png Caldogno
1980-1982L.R. Vicenza
Squadre di club1
1982-1985L.R. Vicenza36 (13)
1985-1990Fiorentina94 (39)[2]
1990-1995Juventus141 (78)
1995-1997Milan51 (12)
1997-1998Bologna30 (22)
1998-2000Inter41 (9)[3]
2000-2004Brescia95 (45)
Nazionale
1984Italia Italia U-164 (3)[4]
1988-2004Italia Italia56 (27)
Palmarès
Coppa mondiale.svg Mondiali di calcio
BronzoItalia 1990
ArgentoStati Uniti 1994
1 I due numeri indicano le presenze e le reti segnate, per le sole partite di campionato.Il simbolo → indica un trasferimento in prestito.
Concordo con questo articolo  del sito   http://www.ilbianconero.com riportato  sotto e   da  cui ho  estrapolato i pezzi più significativi  

Roberto Baggio, sulla soglia dei suoi primi cinquant’anni, è buddista. Il secondo dei principi fondamentali dettati dal Buddha sostiene che il ciclo vitale di ciascun individuo e di ogni elemento terreno si risolve nei passaggi  obbligati del nascere, crescere, decadere e scomparire. Roberto Baggio è scomparso. Non lui come individuo, naturalmente, ma la sua immagine di cartapesta che i Mangiafuoco del mondo del pallone gli avevano costruito addosso immaginando che, così facendo, avrebbero dato vita ad un bellissimo e affascinante “mostro” usabile e sfruttabile ogni oltre ogni legittimo confine temporale. Il mito. La leggenda. Il pifferaio magico. Illusi che avevano capito niente.
Roberto Baggio, volutamente e coscientemente, dopo essere nato e cresciuto eppoi aver consumato nel dolore fisico e morale la propria decadenza alla fine è scomparso esattamente come impone la regola cardine della sua religione che è anche filosofia oltreché legge immutabile dell’universo. (...) Con felicità e con serenità. Nessuna intervista. Nessuna comparsata televisiva. Nessuna interferenza a commento di un mondo professionale che pure gli appartenne per competenza e per qualità. Nessuna notizia da “vendere” alle copertine del suo presente, di quello di sua moglie e dei suoi figli. Nessuna attenzione alle cronache di quello che per lui è stato e sempre sarà soltanto un gioco. Una piccola e brevissima illusione, soltanto. Quando viene chiamato in Federazione per, dicono, ricoprire un ruolo importantissimo e utile all’educazione sportiva dei bambini. Una balla spaziale. Se ne accorge nel giro di tre mesi. Se ne va. Anzi, forse lì non c’era mai stato.(....)Lui che si guarda bene dal prendere incarichi ufficiali da “ambasciatore” il cui compito sarebbe quello di produrre denaro vendendo la sua immagine di icona del pallone. Poi in Argentina dove va a caccia senza uccidere e dove soddisfa le ultime voglie di calcio andando a vedere qualche partita del Boca che è la sua squadra del cuore. Neppure nel paese di Caldogno lo vedono più di tanto. Vive nella sua “facenda” veneta la sua nuova età del contadino a tempo pieno nel nome e nel rispetto dei suoi antenati che lavoravano la terra. Non è più il simbolo del rigore sbagliato a Pasadina e neppure di quello non calciato a Firenze. Non è più il “Nove e mezzo” di Platini o il “Coniglio bagnato” dell’Avvocato. Erano stereotipi, quelli. Sovrastrutture create da altri per lui il quale di tutta quella baraonda intorno non aveva mai provato il bisogno. Un prato, un pallone e una porta dove metterlo dentro. Anche soltanto due sacchi a fare da pali e la luna a illuminare l’erba. Questo e basta ha sempre voluto. Il resto gli è stato dato perché lui lo ha meritato. Non richiesto. Resterà nelle canzoni di Cremonini e di Ferro. Nelle fotografie degli archivi di tutto il mondo. Negli articoli scritti per narrare le sue avventure. Resterà il mito. Non Roberto Baggio che, scegliendo di non esserci più, ha dato l’esempio più clamorosamente bello e pulito a quella parte di mondo che pur di esserci ad ogni costo venderebbe l’anima al diavolo


 mi piace concludere  questo articolo con una frase   dello stesso baggio  , lui  che  ha  sbagliato   il rigore decisivo  (  secondo  alcuni )  di Italia-Brasile  finale  mondiali   1994 « I rigori li sbagliano soltanto quelli che hanno il coraggio di tirarli. » Roberto Baggio










01/11/15

Cimitero di Bonaria Cagliari , tra le tombe abbandonate anche quelle di Jenny ed Efisino Nurchis



per approfondire oltre al sito di wikipedia citato nell'articolo che segue


http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/5384/la-storia-delle-donne-del-cimitero-di-bonaria.html
http://www.sardiniapost.it/culture/cattivo-perche-non-ti-svegli-memorie-cagliaritane-nel-cimitero-monumentale-di-bonaria/
il libro ‘Bonaria, il cimitero monumentale di Cagliari’, edizioni Tam Tam, 2000

per chi volesse visitarlo ( news tratta dal comune di cagliari qui probabilmente soggetta a cambiamenti o mutamenti informarsi via email o via telefono )

Indirizzo: Piazza Cimitero
Telefono: +39 070 300205
eMail: direzione.cimiteri@comune.cagliari.it
Proprietà: Comune di Cagliari
Orario: Lunedì chiuso - Mattina: 8.00-13.00 dal martedì alla domenica / Pomeriggio: 14.30-17.30 giovedì (da novembre a marzo ) / 15.30 -18.30 giovedì (da aprile a ottobre)
Prezzi: Libero








Leggo sconfortato sull'unione sarda online del 1\11\2015 che



Sono dodici le cappelle del cimitero monumentale di Bonaria di cui il Comune, nel settembre scorso, ha dichiarato decaduta la concessione.Tombe requisite dall'amministrazione perché le famiglie non se ne occupavano più e i sepolcri stanno cadendo a pezzi 





Infatti da https://it.wikipedia.org/wiki/Cimitero_di_Bonaria













Cenni storici

L'attuale cimitero sorge su un'area utilizzata come necropoli[1] già dai punici, dai romani e dalle prime comunità cristiane di Cagliari; a testimonianza di ciò restano diverse grotte scavate nella roccia calcarea del colle, utilizzate anticamente come sepolture, dove sono stati ritrovati numerosi reperti archeologici oggi conservati nel museo di Bonaria. Il cimitero di Bonaria venne costruito nel 1828 ad opera del capitano del Genio militare Luigi Damiano e aperto dal 1º gennaio 1829. Trent'anni dopo venne ampliato su progetto di Gaetano Cima.
Il viaggiatore francese Gaston Vuiller, a Cagliari nel 1890, nel suo libro Les îles oubliées: les Baléares, la Corse et la Sardaigne, impressions de voyage (pubblicato nel 1893), riporta le impressioni derivate dalla visita al camposanto cagliaritano. Scrisse Vuiller: "Qui i monumenti funerari sono di rara ricchezza. Bianche statue simboliche appaiono attraverso i cipressi neri e gli enormi mazzi di fiori, le corone, portate in occasione della recente festa dei morti, hanno conservato parte della loro freschezza. Non c'e niente di funebre in quest'asilo. Si può finanche credere che il culto eccessivo con cui si onorano i defunti ha per causa veritiera la passione per il lusso e l'orgoglio dello sfoggio. Le statue sono manierate: tale, per esempio, questa giovane donna, vestita con la ricercatezza più estrema, che si lancia, le mani giunte, incontro ad un morto rimpianto, raffigurato da un busto. Le iscrizioni funerarie, di stile ampolloso, sono incise con lettere d'oro, od in rosso, su cartelli di marmo bianco. E tutto questo profana la pace delle tombe. Non si ha il cuore stretto, in mezzo a tutta quest'orpellatura, in codesto luogo superficiale, per il pensiero dell'ora delle ultime separazioni. Il più umile, il più solitario dei cimiteri di paese s'addice maggiormente agli amari pensieri del brusco distacco, dell'eterna separazione, e per dirla con una parola: alla morte."[2]
Dal 1968 le sepolture si effettuano solo nel Cimitero di San Michele, aperto nel 1940; attualmente vengono permesse solo sepolture in cappelle private o in loculi acquistati prima del 1968. Il cimitero monumentale di Bonaria, col suo ricco patrimonio storico e artistico, versa attualmente in stato di degrado.[----] continua su wikipedia




Riprendendo il video articolo dell'unione sarda


Tra queste la tomba della famiglia Nurchis dove sono sepolte le sorelle Amina e Jenny, figlie dell’avvocato Antonio Nurchis e di Giuseppina Nonnis, spirate l’una nel 1884, l’altra nel 1886.
La più piccola, Amina, morì diciassettenne, e pur così giovane era già una celebrità in Sardegna poiché fu la prima giovane a conseguire la licenza ginnasiale nella scuola pubblica, studi al tempo permessi solo ai ragazzi.
Studi fatti anche dalla maggiore, morta suicida due anni dopo perché travolta dalle malelingue e abbandonata dal fidanzato.
Tra le tombe requisite anche quella di Efisino Devoto, il piccolo di tre anni il cui monumento funerario, firmato dallo scultore Giuseppe Sartorio nel 1887, è uno dei più ammirati. “Cattivo, perché non ti risvegli?” è l’epitaffio ai piedi della seggiolina in cui dorme il bambino di marmo, confortato ormai solo dalla polvere del tempo. «Qui si avverte il distacco generazionale, e non solo perché è un luogo che, per quanto riguarda le concessioni di spazi, si è come cristallizzato al 1968.
Non c’è la sofferenza che si vede al cimitero di San Michele, dove il dolore si vive quotidianamente. C’è serenità e, appunto, oblio». Nicola Castangia, 52 anni, è il coordinatore dei Servizi di valorizzazione del cimitero monumentale di Cagliari. Conosce il camposanto come le sue tasche, studia, si documenta, cerca e rintraccia documenti d’archivio. È la memoria di chi, qua dentro, dai parenti non riceve neanche più un fiore, figurarsi una preghiera. «Il dolore, le tragedie familiari - spiega Castangia -, spesso finiscono per essere dimenticati dai discendenti. Ma tante volte accade perché una discendenza non c’è più». Le famiglie, cioè, sono estinte. Come, appunto, le famiglie di Jenny ed Efisino.
Nell’intervista-video ( se non   riesco  a  riprenderla downloadhelper con   di mozzila fire fox    ne    c'è  un codice  embed  per  riportala  qui    chi la vuole la  trova    qui sulll'url da cui ho preso l'articolo
Nicola Castangia ci accompagna dentro la cappella di Amina e Jenny Nurchis, aperta per la prima volta ai visitatori.


 di Piera Serusi




Mi chiedo come   Gessica Lai  (  sulla pagina fb del quotidiano  )  Perché per recuperare un po di soldi e sistemarle non fanno un ingresso a pagamento con guida per i turisti ?  Visto che  ormai   moltas  famiglie     che  qui  sono  sepolti sono estinte    Infatti  esso  è  storia   ,  come  si  può notare dai link riportati non solo della  città di Cagliari ma dell'intera sardegna  . Insomma  un patrimonio  che   storico   \  culturale  che  andrebbe salvaguardato  come avviene    con il cimitero di Il cimitero del Père-Lachaiseprimo dei cimiteri civili di Parigi

                               

10/02/14

Le foibe? In Italia vincono solo : l'oblio , i ricordo a senso unico , la mancanza di rispetto verso le vittime

musica  d'accompagnamento  Giuseppe Tartini - Sonata per violino in sol minore - 'Il Trillo del Diavolo'



per i primi due effetti rimando a quanto ho già scritto in precedenza nel post 10 febbraio giorno del ricordo o giorno dell'amnesia di stato ? io ricordo tutto
Perchè :  

[---]
"Addirittura - denuncia Cristicchi - oggi c'è chi va in giro con la maglietta 'i love foiba', gente che scrive sulla mia pagina Fb 'le foibe sono ancora aperte per voi, ti ci accompagno io'. Insomma c'è uno scontro violentissimo su questa vicenda". Reazioni "che, in parte, mi aspettavo - argomenta Cristicchi - poiché con questo testo andiamo a toccare dei nervi ancora scoperti e quando si nasconde una verità, è come una pentola a pressione: prima o poi esplode. Devo dire, però, che queste accuse e queste polemiche nei miei confronti sono giunte solo dalle fazioni più estreme, sia da destra, sia da sinistra, addirittura da un'associazione di esuli. Quindi mi rifaccio a Oscar Wilde, secondo il quale quando un artista viene criticato da entrambe le parti vuol dire che sta facendo bene il suo mestiere".
[----] 
da  http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/speciali/2014/02/10/Foibe-giornata-ricordo_10045249.html

per   l'ultimo fatto invece , nonostante  sia  contrario alla celebrazione per  i motivi  detti e ridetti nei miie post  precedenti   , ma  favorevole  al ricordo , di tali avvenimenti  perchè  bisogna  impedire che l'ignoranza e l'indifferenza abbiano la prevalenza e perché tali orrori non si ripetano mai più e restino un ammonimento perenne contro ogni persecuzione e offesa alla dignità umana. E' un dovere nei confronti dei sopravvissuti, dei familiari delle vittime . Mi  da  fastidio   vedere  fatti come questi  Venezia  ( da  la stampa  )   il primo   e  roma www.ansa.it/  (    il  secondo  

POLITICA
Venezia, imbrattato il monumentoin memoria dei martiri delle Foibe  Vernice rossa sulla statua nel giorno del ricordo. Il sindaco Orsoni: “Atti vili”

 ANNA MARTELLATO                                                          

“Deploro questo continuo accanimento contro il monumento ai Martiri delle Foibe a Marghera”. Falce e martello, spruzzati da ignoti vandali con vernice rossa nella notte sul monumento in memoria dei Martiri delle Foibe, posto nell’omonima piazza a Marghera, in provincia di Venezia. Come a sfregiare, marchiare, giustificare quello che è, a tutti gli effetti, un genocidio. Non è la prima volta: sin dalla sua prima posa, e sempre in occasione della ricorrenza, il monumento è stato oggetto di gesti vandalici.  
(.....) 




 il mancato delle  vittime  perchè  d'essi qualunque  sia la  causa \la parte  per  cui siano morti  , da  colpevoli o da  innocenti  , o barbaramente uccissi    da qualunque  dittatura    e  democrazia  \  democradura  , vanno sempre  rispettati  perchè  essi sono sempre  morti . 


06/11/13

Iosefa idem il coraggio di rincominciare partendo dalla fine e M.Tyson partendo dall'inzio e arrivando alla fine

musica consigliata Bill Conti - Gonna fly now (Rocky)

In questo caso, come  le  altre  , cerco di  appplicare  il  : << Nolite iudicare, ut non iudicemini (Vangelo secondo Matteo 7, 2)>> oppure  << Nolite iudicare, et non iudicabimini" (Luca 6,37)  >> oppure ancora  "Chi sono io per giudicare?" (Papa Francesco).
Dico solo che l'articolo su tysn me lo fa sentire vicinissimo come l'imperatore indiano Ashoka che dopo tante guerre e strage di uomini si converti' al buddismo e prese ad erigere templi e non piu' eserciti e guerre



dal'unione sarda del 3\11\2013


Iosefa Idem, gloria poi dimissioni E il coraggio di ripartire dalla fine
di LUCA TELESE


Quel giorno, il 24 giugno del 2013, se lo ricorda bene: «Ero sul volo Dusseldolf-Roma. Ero andata in Germania per il matrimonio di mia sorella. In Italia esplodeva la polemica sulla mia casa. Quel giorno sono morta. Ero la ministra affondata, imprigionata nella fila numero otto. Piangevo. Le mie dimissioni erano diventate inevitabili». Non ne ha parlato a lungo, adesso lo racconta. Non ha voluto rispondere a nessuna domanda, adesso spiega.
IL PIANTO SOLITARIO Quel giorno Iosefa Idem, campionessa tedesca prima e italiana poi, quindi senatrice del Pd e infine ministra se lo ricorda bene: è il giorno in cui in quel pianto silenzioso nella
poltrona di un volo di linea è finita una delle sue tre vite. Il giorno dell'addio al governo. Oggi, pubblicando l'autobiografia, con il coraggio che i campioni veri hanno, ha deciso di partire da quella sconfitta, per raccontare (anche) le pagine più belle della sua carriera. Iosefa, per gli amici “Sefi”, ha intitolato il proprio libro Partiamo dalla fine (Mondadori, 245 pagine), proprio per dire questo: chi vince deve sempre saper ripartire dal fondo, da quello che non va, dalla cifra che non torna. Quando l'ho incontrata per intervistarla le ho fatto rivedere le immagini di quella sua ultima conferenza stampa a Palazzo Chigi, quella con cui - prima di quel viaggio in Germania - si era difesa ruggendo: «Mi hanno chiamata Sefi la furbetta dell'Imu... Mi hanno dato della puttana...». Per un attimo la Idem di oggi è rimasta interdetta guardandosi: «Non mi ero mai riguardata. E - ammette - oggi rivedendomi non mi piaccio. Non ero me stessa, non ero io. Ero una persona che si sentiva accusata ingiustamente e braccata dai media. Era vero che mi hanno braccata. Ma ho dato il peggio di me».
IL CASO IMU Adesso invece può parlare di quella vicenda: dell'Imu agevolata sulla sua seconda casa, delle polemiche feroci, della palestra che c'era dentro, dell'accusa di abuso edilizio. «Il giorno in cui ho visto Maradona fare il gesto dell'ombrello - mi dice - ho pensato: non posso sembrare nemmeno lontanamente come lui. Ho tutte le mie ottime ragioni, la mia spiegazione, ho pagato l'ammenda di tremila euro che mi hanno comminato, ma non posso confondermi con lui. Oggi dico: sulla casa ho sbagliato. Ma ho sbagliato perché non ho controllato abbastanza, non perché ho mentito. Ho sbagliato perché ho commesso una leggerezza e non ho controllato i miei collaboratori, non perché volessi nascondere qualcosa. Sulla vicenda della palestra - spiega la Idem - non sono stata incastrata da qualche indagine, ma dalla mia stessa richiesta di sanatoria, la Scia, che ho depositato perché ammettevo una irregolarità e mi offrivo di sanarla. Per la vicenda della residenza sono stata leggera - dice ancora - ma sarei pazza se, come ha ipotizzato qualcuno, avessi fatto figurare la mia residenza sotto un tetto diverso da quello di mio marito per risparmiare duecento euro l'anno!». Fa una pausa. «In ogni caso - conclude - posso essere orgogliosa di questo: in un paese in cui non si dimette nessuno, io per tutto questo ho pagato: ho lasciato un posto da ministra». E poi: «Fino a quella polemica la gente mi vedeva con l'aureola. Dopo per mesi ho sentito il peso di una gogna. Adesso sono in pace».
VITA COME UN ROMANZO Se però oggi vi parlo della Idem, è perché il suo Partiamo dalla fine non è solo uno slogan, ma anche il racconto avvincente di chi dopo aver raggiunto traguardi impensabili si volta indietro e prova a spiegare come ce l'ha fatta. È un viaggio intrigante, questo percorso a ritroso, anche per chi non è appassionato di sport o di atletica. Perché Iosefa ha una vita che pare un romanzo, o uno di quei film americani che partono male e finiscono con un lieto fine. Prima di vincere trentotto medaglie, infatti, prima di diventare l'unica donna (fino ad ora nessuna meglio di lei) che è riuscita a partecipare a otto diverse olimpiadi, la Idem è stata una ragazza capace di dubitare cento volte del proprio talento. Una atleta di cui a 24 anni, e prima che battesse ogni record di longevità, il suo allenatore tedesco arrivò a dire: «Iosefa ormai sei troppo anziana per diventare campionessa». Lei stessa dice di sé: «Ho un cuore da 56 battiti a riposo: certi campioni ne contano la metà. Ho una soglia anaerobica normale. L'emoglobina bassa, l'ematocrito di una casalinga». E ride. Dopo i primi anni di gare, il padre, uomo di provincia e di buonsenso arriva a dirle: «Senti, fai il concorso per diventare poliziotta: se con lo sport non riesci a combinare nulla, almeno un lavoro sicuro lo hai». E lei il concorso, quando era una atleta tedesca, lo fa e lo vince pure.
È vero però che la Idem ha cambiato paese, e cittadinanza, perché sente che il mondo, e la mentalità in cui è cresciuta non le bastano più. Ma il cuore di tutto sono quelle benedette partenze false. «Io, in tutta la mia vita, ho avuto sempre la partenza lenta: sono un diesel». La partenza lenta è quella che la frega in tuta la prima parte della carriera, nelle prime due olimpiadi combattute portando il tricolore tedesco. Il suo allenatore tedesco la tempesta di allenamenti, le impone uno stile da caserma, le fa crescere dentro insicurezze e dubbi.
SCEGLIE L'ITALIA Poi la svolta. Conosce il suo futuro marito, Guglielmo, un romagnolo che allena una squadra di pallavolo. Sceglie insieme lui e l'Italia. Insieme inventano un nuovo metodo. La Idem prende la cittadinanza italiana. Cambia il lavoro sul corpo, ma soprattuto quello sulla sua testa: «Sono quello che sono perché ho sommato al rigore tedesco la fantasia italiana. Oggi so che l'agonismo sportivo è come un muscolo: se vai in canoa pensando solo al risultato sei sempre in lotta tra i tuoi muscoli e la tua volontà. Ma il muscolo contratto - osserva la Idem - è un muscolo che fatica di più, e alla fine si spezza». Cambiare paese significa cambiare vita: trovare un nuovo metodo di allenamento con Guglielmo, dire addìo ai ritiri-prigione, fare dei figli, e portarseli sorridendo in giro per il mondo come pochi altri. «In una olimpiade mio marito si arrabbia: non puoi rimanere concentrata se ti svegli la notte per il piccolo. Lo farò io». Così la Idem riesce a partire più veloce, a passare dal bronzo all'oro, ad arrivare a quella ultima olimpiade, nel 2012: «A Londra sono arrivata quinta- sorride - ma alla mia età per me è stato come prendere un oro». Perché questa è l'ultima lezione: «I traguardi non sono tutti uguali». Adesso la Idem fa la senatrice. Sa che il suo difetto è sempre partire lenta. Ma ha imparato che sulla sua canoa - come nella vita di tutti - chi non perde il controllo e l'equilibrio arriva sempre lontano.




da repubblica del 4\11\2013












Mike Tyson a 47 anni è un uomo diverso dalla “belva” campione del mondo dei pesi massimi. Ora si confessa in un libro. Emanuela Audisio l’ha incontrato a New York



Mike Tyson, c'era una belva: "Cerco solo tranquillità gettatemi nella polvere"
Mike Tyson Arrogante, rabbioso e violento, picchiatore sul ring, disperato fuori: una vita di pugni e droga, alcol e solitudine. L'ex pugile si confessa mentre esce la sua autobiografia
dalla nostra inviata EMANUELA AUDISIO






Mike, c'era una belva Cerco solo tranquillità gettatemi nella polvere

NEW YORK - La sua arroganza sul ring era splendida. Una rabbia genuina, i sottotitoli non servivano. Un mostro attraente. Brutto, sporco, cattivo. Ora ha gli occhi bui, le cosce grosse, e sbadiglia spesso. Un animale stanco che sbatte tristemente la coda. Da campione dell'eccesso a uomo dimesso. Letargico, cloroformizzato. Chiede un piatto di spaghetti con gamberetti. La solita voce da gattina. Il tatuaggio maori che copre metà del viso non mette più paura, un vecchio graffito stinto. Più vere le cicatrici sulle sopracciglia. Mike Tyson, 47 anni, tanti soprannomi, da King-Kong al Cannibale, da Iron Mike a conte Ugolino della boxe. Ma anche tanta sostanza: il più giovane campione mondiale dei massimi della storia a soli 20 anni. Un picchiatore, il re dei ko: 44 in 58 incontri. Vi staccava la testa senza problemi. Pure l'orecchio, masticato e sputato come un chewing-gum. Se soffrivate, meglio. A lui non fregava. Un bruto. Molto bravo e very fast. Ci sono cattivi mediocri, lui non lo era. Puntava al bersaglio grosso. Era ripagato: vita da nababbo, 300 milioni di dollari in tasca. Tutti bruciati. In bancarotta dal 2003. Come e dove lo racconta nella sua autobiografia "True" (Piemme edizioni, dal 19 novembre in Italia) scritta con il giornalista Larry Sloman. Una vita pesante: droghe, pugni, alcol, dolore, solitudine, tradimenti. Un angolo disperato. Da cui oggi implora di uscire. Vuole una mano.
La sua arroganza sul ring era splendida. Una rabbia genuina, i sottotitoli non servivano. Un mostro attraente. Brutto, sporco, cattivo. Ora ha gli occhi bui, le cosce grosse,e sbadiglia spesso. Un animale stanco che sbatte tristemente la coda. Da campione dell'eccesso a uomo dimesso.



Letargico, cloroformizzato. Chiede un piatto di spaghetti con gamberetti. La solita voce da gattina. Il tatuaggio maori che copre metà del viso non mette più paura, un vecchio graffito stinto. Più vere le cicatrici sulle sopracciglia.
Mike Tyson, 47 anni, tanti soprannomi, da King-Kong al Cannibale, da Iron Mike a conte Ugolino della boxe. Ma anche tanta sostanza: il più giovane campione mondiale dei massimi della storia a soli 20 anni. Un picchiatore, il re dei ko: 44 in 58 incontri. Vi staccava la testa senza problemi. Pure l'orecchio, masticato e sputato come un chewing-gum. Se soffrivate, meglio. A lui non fregava. Un bruto. Molto bravoe very fast. Ci sono cattivi mediocri, lui non lo era. Puntava al bersaglio grosso. Era ripagato: vita da nababbo, 300 milioni di dollari in tasca. Tutti bruciati. In bancarotta dal 2003. Come e dove lo racconta nella sua autobiografia "True" (Piemme edizioni, dal 19 novembre in Italia) scritta con il giornalista Larry Sloman.
Una vita pesante: droghe, pugni, alcol, dolore, solitudine, tradimenti. Un angolo disperato. Da cui oggi implora di uscire.
Vuole una mano. «Sono diventato vecchio troppo presto e intelligente troppo tardi». Ha otto figli, una, Exodus, è morta a quattro anni nel 2009 strozzandosi per sbaglio con una corda.< Tyson, è stata una fatica scrivere? «È stata una sofferenza, riandare indietro a tutto quello che mi è successo. E non mi sono nemmeno censurato. Non ne esco per niente bene. Un egoista, un porco, un arrogante, un bullo, una merda, troppo ubriaco, quasi sempre drogato.
Erba e cocaina, insieme. Morfina. Allucinogeni. Malato di sesso. Abbonato alle orge, se non eravamo in venti non mi divertivo. Un manesco che sragionava. Per dirla con uno slogan: boxing, bitches and babies. Pugni, puttane,e bambini. Non mi sono mai sentito amato, a quel punto chissenefregava di comportarsi bene. Sono stato a Saint-Tropez, belle feste e yacht da sogno, ma c'erano solo bianchi. Mi sono sentito a disagio, io sono un topo da strada, vengo dal ghetto. Da ragazzo non sapevo nemmeno cosa fosse l'igiene, nessuno mi aveva detto che bisognava pulirsi il sedere. Nel libro non ci faccio una bella figura. Ma non mi importa: io rivendico il ghetto, gli appartengo, non mi vergogno».

Però Hollywood veniva ai suoi incontri.

«Adoro Barbra Streisand, anche lei è di Brooklyn. È sempre stata carina con me, le ho anche detto che ha un naso molto sexy. Con Naomi Campbell ci siamo attratti, eravamo tutti e due agli inizi, mi hanno subito detto che dovevo lasciar perdere, lei stava diventando una modella importante. Sono andato a Neverland da Michael Jackson che continuava a ripetermi quanto fosse importante riposarsi la notte e mi chiedeva: tu dormi? Come potevo sapere che si faceva fare delle pere micidiali per prendere sonno? Magic Johnson venne a testimoniare per me quando si trattò di ridarmi la licenza dopo il morso a Holyfield, ma le sue parole non mi piacquero per niente. Disse che voleva insegnarmi a diventare un uomo d'affari, che conoscevo i soldi, ma non li capivo, e li davo via.

Che c'è da capire sui soldi?
 O li hai o non li hai».

E John Kennedy Jr. arrivò a trovarla in carcere.

«Nel '99 quando ero rifinito in prigione nel Maryland per un tamponamento, anche umano. Cinque mesi in cella. Conoscevo John da quando andava in bicicletta a New York, mi aveva invitato nell'ufficio dove pubblicava "George". John venne in aereo con l'istruttore.
Mi pregò di non dire alla sua famiglia della visita, non ero ben visto. Mi spiegò che era male aggredire verbalmente e fisicamente qualcuno. E che il mondo è pieno di stronzi da mandare a quel paese, ma dentro di te, senza urlare davanti alla gente.
Diceva che ero lì solo perché nero. Voleva portami con lui ad Aspen. Ma non ci sono neri ad Aspen, gli dissi. Ne convenne.
Allora gli chiesi di raccomandarmi a una sua cugina, governatrice del Maryland. Avevo già fatto quattro mesi, me ne aspettava un altro. Non la conosco, mi rispose. Ma se giocate insieme a football ad Hyannis Port, replicai. Sorrise e se ne andò.
Guarda caso, poco dopo fui liberato».

 Le sue prigioni però non sono state un dramma.

«Tre anni per uno stupro non commesso. Ho fatto sesso sì, ne ero malato, ma in tante si sono approfittate e mi hanno fatto causa. Ho anche filmato i miei incontri a letto, ho comprato video porno nei negozi, usato il Viagra, dormito negli stripclub, ho tradito e ritradito, preferivo le spogliarelliste, già nude. Non ne vado fiero, ma l'ho fatto. In carcere mi incontravo con una donna, varie volte al giorno, usavo lo stratagemma del vestito allacciato con dei bottoncini. Ordinavo i pasti fuori, pure per gli altri. Se qualcuno aveva bisogno, risolvevo io. Pagavo anche i funerali dei miei amici che nel frattempo venivano uccisi. Chiamavo al telefono a carico del destinatario, poi mi sono anche procurato un cellulare. Il carcere non riabilita, anzi disabilita, diventi paranoico. Larry King venne ad intervistarmi, mi lamentai, non potevo mica dirgli la verità che Versace mi mandava gli inviti.Sono sempre stato un material boy». Tanto, tutto, troppo.

«Cafone, volgare, miserabile.

Ce l'ho scritto in faccia. Entravo nei negozi e compravo tutte le Rolls, le amplificazioni dentro costavano più dell'auto. Presi la casa più grande del Connecticut: 13 cucine, 19 stanze da letto, volevo metterci 19 ragazze, la mia camera era di oltre 600 metri quadrati, mi sembrava di essere Scarface. Per più di una settimana ho dimenticatoa terra una sacca con 100 mila dollari. Mi piaceva la storia dei grandi pugili: Jack Johnson, campione dei massimi, avvolgeva un fazzoletto attorno al pene per farlo sembrare più grande e suscitare l'invidia sessuale dei bianchi. Joe Louis si faceva di coca e di donne. Ma di lui nessuno parla male. Il cattivo sono sempre stato io, non i falsi buoni. In tutte le cliniche di disintossicazione che ho frequentato c'erano attori, cantanti artisti. Di loro non si sarebbe mai detto, eppure venivano da me a cercare roba. Io avevo tutto del tossico, ero riconoscibile, loro no. E questa è la gente che vuole insegnarmi come vivere? Si fottano con le loro belle maniere. Io sono scoppiato ogni volta che hanno tentato di rendermi mansueto. Non è la mia identità fare la scimmia ammaestrata. Prendete Holyfield: sul ring mi ha dato 15 testate, ma per tutti era un santo perché cantava i gospel. Mi hanno dovuto tenere in cinquanta. Ero una belva, molto più della mia tigre».

Che fine ha fatto Kenya?
 gelosa di me. Dormivamo a letto insieme, la portavo ai miei incontri, la lasciavo in albergo e lei distruggeva la stanza. Ho dovuto comprare un camion con 18 ruote per trasportarla. Si è mangiata il tetto di una mia Maserati e ha mozzicato anche una signora che era venuta ad ammirarla. Gli animali sono strani, ti fanno avvicinare, e un bel giorno decidono che ne hanno abbastanza».

Las Vegas non è il posto migliore per una tigre.

«Nemmeno per un leone, stava in giardino, metteva pauraa tutti. Mi ha morsoa un braccio, all'ospedale mi hanno dato sei punti, non ho detto che era stato lui, anche se l'avrei ammazzato». Più bello stare lassù, in cima al mondo, o a terra? «Meglio ora. Senza gloria.

Non bevo più champagne, non ho la Ferrari ma sono più consapevole. Cerco di stare lontano dai guai, di non avere problemi, di non tradire mia moglie, di fare una vita normale. Mi sveglio presto, alle 4-5, faccio ginnastica, accompagno i bimbi a scuola, vado in palestra nel pomeriggio e la sera a nanna alle sette. Mi mantengo facendo l'ospite, documentari, pubblicità. Guardo avanti, ringrazio di non essermi preso l'Aids, con tutti i rapporti non protetti con professioniste del mestiere. Ho avuto fifa quando ho iniziato a perdere peso, anche perché io sono ciccione di natura, ho tempestato i dottori, invece era solo un'intossicazione alimentare presa a Cuba».

La boxe di Ali aveva altre letture. La sua?
 «Non ero Ali. Sono un depresso cronico, lo era anche mia madre, morta alcolizzata, mia sorella, obesa, si è fatta un tiro di coca sbagliato, e non si è più risvegliata, io ho fumato l'eroina da ragazzo, da piccolo mi addormentavo con un bicchiere di gin Gordon, a 11 sono passato alla cocaina. Di cosa stiamo parlando? La mia lista di farmaci è stata sempre lunga: Decapote, Neurontin, Zyprexa, Abiligy, Cymbalta, Wellbutrin XL, Tricor, Zocor. A parte qualcosa per il colesterolo sono tutte droghe, stabilizzano l'umore. Mi battevo per me, per chi non ha soldi, ho rubato per comprarmi i vestiti per il funerale di mia madre, buttata lì senza una lapide. Mia madre non mi ha mai baciato, picchiava i suoi uomini, mai vista dare una carezza. Quando il reverendo Jackson mi ha ribattezzato, da grande, io mi sono portato a letto una corista, che avevo subito adocchiato. Volevate discorsi intelligenti sulla società?». Il pugilato l'ha salvata o condannata? « La boxe mi ha dato una grande opportunità. Non è colpa sua. Ancora non capisco come Cus D'Amato, che mi ha preso dal riformatorio e che per me è stato come un padre, abbia potuto vedere in me un campione del mondo. Avevo solo 13 anni, e nessuna autostima. Ma nella boxe ci sono squali e profittatori. Gente che si avvantaggia e guadagna su dolori e debolezze umane. I pugili sentono, mica sono scemi, D'Amato agli inizi mi aveva perfino portato da un ipnotizzatore». Come va la disintossicazione? «Sono pulito da due mesi e mezzo. Cerco tranquillità.
Quando muoio voglio una lapide con la scritta: Ora sono in pace. Chiedo il funerale più povero del mondo. Nessun abito bello, nemmeno la bara voglio, buttatemi nella polvere. Ma sono sicuro che i pugili del futuro verranno a trovarmi, così come io sono andato sulle tombe dei grandi del passato. Prima ero qualcosa. Ora mi basta essere qualcuno. Per me e la mia famiglia»..