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14.3.26

La denuncia «Bloccata a letto da 12 anni, non mi fanno votare da casa»: Referendum, la battaglia di una sassarese Storia di una ingiustizia, l’appello: «Voglio fare valere i miei diritti»

   Ci chiedono   e  c'invitano a    votare   al referendum       per   una     riforma  o contro riforma    dipende  dai  punti di vista    della giustizia   ma  poi    non  fanno  niente  per  i  fuori sede  o  per gli invalidi    che  non posso  muoversi     da  casa  . Ecco  un caso 

La denuncia
«Bloccata a letto da 12 anni, non mi fanno votare da casa»: Referendum, la battaglia di una sassarese Storia di una ingiustizia, l’appello: «Voglio fare valere i miei diritti»
                                                di Giovanni Bua



Sassari
«Voglio votare al referendum. Per sentirmi viva, partecipe. Non solo un codice a barre attaccato alle ricette e ai programmi di cura. Voglio votare perché il mio corpo va per conto suo, ma la mia testa funziona benissimo. E dentro ha un’opinione convinta».
Annalisa parla dal letto nel quale è bloccata dal novembre del 2013. Da dodici anni non può lasciare la sua casa. Eppure al referendum non potrà votare. Non perché non lo voglia. Ma per quella che lei definisce «la solita burocrazia fredda e lontana, che non capisce mai niente e che mi impedirà di esercitare uno dei miei diritti più importanti». La sua patologia è seria e invalidante. Negli ultimi dodici anni è uscita di casa solo due volte, entrambe nel 2020, per cure indifferibili. Troppo, però, per rientrare nelle maglie – strettissime – delle norme sul voto a domicilio, che consentono di portare l’urna a casa solo a chi è «affetto da gravissime infermità tali da rendere impossibile l’allontanamento dall’abitazione» oppure dipende in modo continuativo da apparecchi elettromedicali.
«Dovrei sentirmi rincuorata – scherza Annalisa – dal fatto di non essere in nessuna delle due condizioni. Anche se in realtà uscire di casa, soprattutto in questa stagione, per me sarebbe incredibilmente complicato e anche molto pericoloso. Come ha certificato subito il mio medico curante». Ed è proprio il certificato medico il primo passo dell’iter che Annalisa decide di intraprendere, aiutata dal suo compagno Giuliano per conquistare il suo diritto al voto. «Con quello Giuliano è andato all’ufficio elettorale – racconta – dove, con grande gentilezza, gli hanno spiegato che serviva un passaggio all’Asl, all’ufficio di igiene pubblica a Rizzeddu».
Quella che sembrava una formalità si trasforma in un piccolo esame. «Ci hanno detto che serviva una visita, nonostante mi seguano a domicilio da anni». La visita però non arriva. Arriva una telefonata. Annalisa risponde alle domande con la consueta lucidità. E “ammette” le sue due uscite nel 2020. Evidentemente abbastanza per chiudere la pratica.
«Dopo un paio di giorni – racconta Giuliano – sono andato a Rizzeddu e mi hanno detto che la pratica era chiusa». Solo che per Annalisa e Giuliano la questione non è affatto chiusa. «Non ce la prendiamo con i funzionari di Asl e Comune – chiariscono – tutti gentilissimi. Diamo per scontato che stiano applicando la legge. Ma questo non ci impedisce di dire che è una legge assurda. Che costringerebbe una persona malata, seguita a domicilio da dodici anni, a uscire di casa correndo rischi seri solo per esercitare un diritto garantito dalla Costituzione. Per non attivare un seggio a domicilio. Mandare un funzionario con una scatola di cartone e un foglio da firmare. Ho amici all’estero che voteranno per posta. Ci sono tante democrazie occidentali dove questo sistema esiste da tempo. Qui invece siamo sempre un passo indietro. Soffocati da una burocrazia senza cuore e senza senso». Qualcuno potrebbe pensare che non sia poi così grave. Che tanti italiani non andranno a votare: «Se mi tolgono un diritto – tuona Annalisa – mi tolgono tutti i diritti». Poi sorride. «Certo, c’è anche un po’ di puntiglio personale. Sto combattendo tante battaglie e ho bisogno di qualche vittoria. Ma più ci penso e più mi convinco che questa è una battaglia che riguarda tutti». Il 22 marzo, comunque vada, nella sua stanza una scatola di cartone ci sarà. «E dentro ci metterò una scheda con il mio voto. Io non sono una che si arrende. E nessuno mi metterà da parte».

11.3.26

chi l'ha detto che solo la vittoria emozioni il caso di Giuseppe Romele, per tutti “Beppe pluri atleta paraolimpico

 



Nato 34 anni fa con una rara patologia congenita, ha primeggiato in molti sport, partecipando a Parigi 2024 nel paratriathlon ed a Milano Cortina nello sci di fondo sitting

Gazzetta dello  sport  11 marzo - 15:28 
                                             Simone Corbetta






Una storia di cambiamenti, adattamenti e nuovi inizi che rappresentano l’essenza stessa dello spirito paralimpico. Giuseppe Romele, per tutti “Beppe”, è un atleta che ha saputo trasformare la sua disabilità in una sfida continua con cui mettersi alla prova. 34 anni, nativo della Val Camonica, Beppe è venuto al mondo con una rara patologia congenita, l’ipoplasia femorale bilaterale, che impedisce lo sviluppo degli arti inferiori. Conosce la carrozzina sin da piccolo, ma ciò non gli ha mai impedito di vivere la vita, lo sport e le sue tante passioni. Poliedrico, nell’infanzia pratica atletica, tennis e vela, ma è nel nuoto che trova la sua vocazione. A soli 14 anni conquista il titolo italiano nei 50 metri stile libero. In acqua trova un ambiente dove potersi misurare ad armi pari e dimostrare che la disabilità non ha limiti. Poi la delusione. La mancata convocazione ai Giochi Paralimpici di Rio 2016 segna profondamente le sue scelte e il suo percorso sportivo: “Mi ha creato grandi difficoltà, ma non mi sono dato per vinto e ho continuato ad allenarmi. Questo episodio mi ha insegnato a essere più forte”. “Mai pora”, ovvero mai paura, è il motto nel suo dialetto che Beppe utilizza più spesso e che meglio caratterizza il suo atteggiamento nella vita e nello sport. L’incontro con lo sci di fondo giunge per caso, quando Cristian Toninelli, attuale compagno di nazionale, gli propone di provare questa disciplina. Sulla neve scopre una sensazione nuova, una libertà che lo conquista immediatamente. Con la slitta e i bastoncini inizia un percorso che nel giro di pochi anni lo porta ai vertici dello sci di fondo paralimpico nella categoria sitting: “Ho provato una sensazione fortissima di libertà, qualcosa che nel nuoto non avevo mai provato. Nel fondo mi sento come fluttuare sulle nuvole”. I risultati non tardano ad arrivare. Beppe conquista infatti medaglie mondiali e importanti vittorie in coppa del mondo che culminano con il bronzo ai Giochi di Pechino 2022 nei 10 chilometri sitting. Sceglie poi di provare nuove sensazioni e si cimenta nel paratriathlon, disciplina che unisce nuoto, handbike e carrozzina da corsa. Primeggia anche in questo sport, arrivando a disputare le Paralimpiadi di Parigi 2024: “Amo gli sport che richiedono resilienza, mi completano”.
Ritorna allo sci di fondo in vista dei Giochi in casa e oggi, nella stessa gara di Pechino, giunge ai piedi del podio. A vincere il russo Golubkov, non presente 4 anni fa per via delle sospensioni: “Stimo tantissimo Ivan e sono felice che sia rientrato. È un atleta come tutti noi e lo sport deve unire e non dividere. Se non ci fosse stato lui probabilmente avrei vinto il bronzo, ma non è finita qui!”. Tante le passioni, tra cui i motori e le automobili, ha anche lavorato come meccanico. I suoi idoli sono Alex Zanardi e Valentino Rossi. Poi la famiglia e gli affetti, che lo hanno sempre accompagnato. Su tutti sua nonna: “È una santa perché mi ha sopportato da piccolo: ero molto, forse troppo, vivace”, e la sua compagna Nadia: “Devo ringraziarla per quello che fa ogni giorno. Mi ha dato molta serenità in questi anni. Un giorno gliela dovrò restituire”. Il percorso di Beppe proseguirà domenica, tentando di conquistare una medaglia nei 20 chilometri di fondo, sicuramente alla sua portata.

1.3.26

VALENTINA TOMIROTTI DENUNCIA L’IA CHE CANCELLA LA DISABILITÀ: “LA MIA IMMAGINE NON È UN ERRORE DA CORREGGERE”

Valentina Tomirotti, foto  a  sinistra  giornalista e attivista del mondo disability, racconta un episodio che apre
interrogativi profondi sul rapporto tra tecnologia, inclusione e rappresentazione dei corpi. Dopo aver caricato una propria fotografia su un’app diventata virale sui social, incuriosita dalla promessa di migliorare immagini vecchie o sfocate, ha ottenuto un risultato che definisce “agghiacciante”. L’intelligenza artificiale non si è limitata a ottimizzare la qualità della foto: ha cancellato completamente la sua disabilità fisica e motoria, eliminando la carrozzina e modificando la sua conformazione corporea. Nelle immagini generate, il suo corpo è stato “normalizzato”, reso filiforme, privo di quei tratti che fanno parte della sua identità. Secondo Tomirotti, non si tratta di un semplice errore tecnico ma di un segnale più ampio. L’algoritmo, addestrato su milioni di immagini provenienti dal web, tende a riprodurre e rafforzare standard di bellezza stereotipati, spesso escludendo o invisibilizzando la disabilità. Un meccanismo che rischia di alimentare modelli culturali pericolosi, dove ciò che esce dalla norma viene corretto o cancellato. La giornalista sottolinea come il problema si sviluppi su due livelli. Da un lato quello personale: per chi fatica ad accettare la propria immagine o vive una percezione distorta di sé, vedere una versione “aggiustata” e normalizzata può avere effetti devastanti sull’autostima. Dall’altro quello sociale: la disabilità è ancora poco raccontata e spesso marginalizzata nello spazio pubblico, e un’intelligenza artificiale che elimina sedie a rotelle o modifica i corpi contribuisce a rafforzare questa invisibilità. Tomirotti evidenzia come gli algoritmi riflettano inevitabilmente l’immaginario collettivo da cui sono stati alimentati. Se i database sono composti prevalentemente da immagini che privilegiano corpi conformi a determinati canoni estetici, il risultato sarà una tecnologia che replica quegli stessi pregiudizi. La sua denuncia non è una battaglia contro l’innovazione tecnologica, ma un invito a interrogarsi sulla direzione che si sta prendendo. “Io non ho bisogno di essere ritoccata per esistere. La mia immagine reale non è un errore”, afferma, sollevando una domanda più ampia: che tipo di società stiamo costruendo se la diversità viene percepita come qualcosa da correggere? L’ALGORITMO E LO SGUARDO: LA SFIDA DELL’INCLUSIONE NELL’ERA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE La vicenda raccontata da Valentina Tomirotti non riguarda soltanto una fotografia modificata. È lo specchio di una tensione culturale che attraversa il nostro tempo: il conflitto tra progresso tecnologico e rappresentazione autentica della realtà. L’intelligenza artificiale viene spesso descritta come neutrale, oggettiva, capace di analizzare dati senza pregiudizi. Eppure ogni algoritmo nasce da scelte umane: dai dataset selezionati, dai parametri impostati, dalle priorità stabilite in fase di progettazione. Se l’immaginario dominante è costruito su standard ristretti di bellezza e normalità, la tecnologia non farà che amplificarli. Il rischio non è soltanto estetico. Quando un sistema “aggiusta” un corpo disabile, il messaggio implicito è che quel corpo sia un errore, una deviazione da correggere. È una forma sottile ma potente di esclusione, che può incidere sulla percezione individuale e collettiva della diversità. In una società che fatica ancora a rappresentare pienamente la pluralità dei corpi e delle esperienze, l’IA diventa un moltiplicatore di ciò che già esiste. Se la disabilità è poco visibile nei media, negli spazi pubblici e nelle narrazioni dominanti, rischia di esserlo ancora meno nei mondi digitali generati dagli algoritmi. La questione sollevata da Tomirotti invita a una riflessione più ampia: l’innovazione non può essere separata dall’etica. Investire risorse nello sviluppo tecnologico significa anche interrogarsi su inclusione, rappresentazione e responsabilità sociale. Non basta rendere le immagini più nitide o più “belle”; occorre chiedersi quali corpi e quali storie stiamo scegliendo di mostrare. Forse la vera rivoluzione non sta nel perfezionare i volti nelle fotografie, ma nel cambiare lo sguardo con cui osserviamo la realtà. Accettare la diversità non come eccezione, ma come parte costitutiva dell’esperienza umana. Perché un algoritmo può riflettere i pregiudizi di una società, ma può anche diventare uno strumento di trasformazione. Dipende dalle scelte che compiamo oggi, dal coraggio di includere, dalla volontà di costruire un futuro in cui nessuno debba essere “corretto” per essere riconosciuto.

28.2.26

ecco perchè guardo e guarderò continuando con quelle paraolimpiche le olimpiadi . anched se sono un business ed un circo ci danno lezioni e ci regalano emozioni

ecco   come  dicevo  nel titolo    perchè  guarderò anche  le paraolimpiadi   .In attessa  d'esse   un nuovo sunto con  aggiunte  a quanto   ho riportato   nei  post  precedenti       su queste olimpiadi  invernali  

 


1. L’importanza di ammirare altre donne. In piedi Federica Brignone, vincitrice stellare dalla seconda medaglia d’oro, nel gigante. Ai suoi piedi le seconde a pari merito: Sara Hector, svedese, Thea Louise Stjernesund, norvegese, che si inchinano a lei in segno di omaggio. Come diciamo sempre “Ammirare altre donne è un fattore determinante per essere sé nel mondo”.
2. Fermarsi non è sempre arrendersi. Alysa Liu ha vinto la medaglia d’oro nel pattinaggio di figura. Lei pattina fin da piccola. Raggiunge grandi risultati. Poi, a 16 anni, si ritira. È il 9 aprile 2022. Sente che non è la vita che desidera, che sono gli altri a decidere per lei. Quattro anni dopo torna. Stavolta perché lo vuole davvero. La gioia conta. Fermarsi a volte non significa arrendersi. Ma prendere la rincorsa.
3. Riscrivere l’età dell’eccellenza. A 35 anni e sull’orlo del ritiro, la pattinatrice di velocità Francesca Lollobrigida ha realizzato la prestazione della sua carriera: vincendo due medaglie d’oro olimpiche. In una cultura ossessionata dal successo precoce, ha dimostrato che la maestria si approfondisce con il tempo e che l’età dell’eccellenza sportiva di può riscrivere.
4. La forza di provare strade nuove. Prima di diventare campionessa olimpica, Erin Jackson era una pattinatrice d’élite senza alcuna esperienza sul ghiaccio. Ha cambiato disciplina ed è arrivata ai vertici di uno sport completamente nuovo. La capacità di trasferire le competenze, adattarsi rapidamente e ricominciare è un talento.
5. Vincere è aprire la strada. Tallulah Proulx è diventata la prima filippina a competere alle Olimpiadi invernali, rappresentando un Paese senza tradizione negli sport invernali. Il suo successo va oltre i risultati: amplia ciò che gli altri credono possibile. La leadership non significa sempre vincere; a volte significa aprire la strada.




6. Dissentire ridendo. Eileen Gu, la più titolata campionessa di freestyle, che scoppia a ridere dopo che un giornalista le chiede se, avendo vinto l’argento, non sente di aver perso l’oro. ‘La tua prospettiva è ridicola, ma grazie lo stesso’. Non bisogna accettare tutte le domande. E si può farlo ridendo. 
7. Declinare un invito (sebbene importante) se chi ti invita ti manca di rispetto. Hanno vinto l’oro alle Olimpiadi di Milano Cortina. Sono le ragazze della squadra di hockey degli Stati Uniti. E non si sono recate alla Casa Bianca per partecipare ai festeggiamenti in corso. Il “no grazie” arriva dopo l’ennesima battuta misogina di Trump,“A causa dei tempi e degli impegni accademici e professionali già programmati dopo i Giochi, le atlete non sono in grado di partecipare”. 
 8. Non avere paura di essere chi sei. Amber Glenn, una delle poche atlete dichiaratamente LGBT nel pattinaggio artistico, ha dimostrato che l’identità è un punto di forza da possedere. Più sei autentica, più potente diventa la tua presenza. 
9. L’unico rimpianto è non provarci. Dopo anni di lontananza dalle competizioni, Lindsey Vonn torna sulle piste nonostante infortuni, battute d’arresto e rischi. E vince. Poi, cade di nuovo. Si fa male. Dall’ospedale scrive: “La vita è troppo breve per non rischiare. Perché l’unico fallimento nella vita è non provarci”. 
10. Le prime che festeggiano l’ultima. Regina Martinez Lorenzo, prima atleta messicana nello sci di fondo, ha finito la sua gara con oltre undici minuti di scarto dalla prima, la svedese Frida Karlsson. Che, magnifica, la aspetta all’arrivo con Ebba Andersson e Jessica Diggins. E poi l’abbraccio. “Vederle lì è stato meraviglioso”

21.2.26

Non ce l’ha fatta.



Non c'è stato bisogno dell'eutanasia almeno quest' ulteriore dramma è stato evitato ai familiari già provati per la durissima vicenda

dovuto al grossolano (𝐌𝐞𝐭𝐚𝐟𝐨𝐫𝐢𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐧𝐝𝐨😭😌 ) errore di chi si occupa della catena dei trapianti
Il piccolo Domenico è morto. La notizia è di poco fa, la più tragica, ma anche la più attesa.
Ora questo bambino ha anche un nome, oltreché una storia che ci ha commosso e lacerato come padri, come madri, forse prima ancora come cittadini.
È una storia sbagliata, cominciata il 23 dicembre scorso con quel trapianto di un cuore già danneggiato, ma che come tutte le storie può servire a raccontarne altre, dall’epilogo diverso.
Il mio pensiero oggi va alla madre, Patrizia Mercolino, alla enorme dignità con cui l’ha vissuta e testimoniata, mai usata come arma contro qualcosa o qualcuno ma sempre per suo figlio, per costruire.
E ora, come ha chiesto lei, una fondazione dedicata a Domenico.
Non c’è oggi modo migliore per ricordarlo.

 Domenico è morto a soli due anni, al termine di una battaglia clinica complessa e dolorosa contro la miocardiopatia dilatativa, una patologia che indebolisce progressivamente il muscolo cardiaco fino aNon ce l’ha fatta. comprometterne la funzione vitale. Per mesi la sua vita è stata scandita dai ritmi della terapia intensiva, dalle valutazioni di specialisti, da decisioni prese sul filo sottile che separa la possibilità dal limite.Il trapianto aveva riacceso la luce. L’arrivo di un cuore compatibile aveva restituito alla famiglia e ai medici una prospettiva concreta. Ma quell’organo, durante il trasporto, sarebbe stato conservato con ghiaccio secco, esposto a temperature estremamente basse e non conformi ai protocolli previsti per la preservazione cardiaca, che richiede condizioni controllate attorno ai +4 gradi. Il freddo eccessivo può causare lesioni irreversibili ai tessuti, compromettendo la funzionalità dell’organo prima ancora che possa battere nel nuovo corpo.Dopo l’intervento, Domenico è stato sostenuto con l’ECMO, la macchina che sostituisce temporaneamente cuore e polmoni ossigenando il sangue all’esterno del corpo. Un presidio salvavita, ma anche una terapia estrema, che nel tempo può esporre a complicanze severe. Il quadro clinico si è aggravato con infezioni importanti, emorragie, un fegato progressivamente indebolito, polmoni compromessi e una sofferenza multiorgano che ha ridotto sempre più i margini di intervento.La medicina ha tentato tutto ciò che era possibile tentare. Ma il corpo di un bambino così piccolo, già provato dalla malattia e dalle complicazioni, non ha retto oltre.Due anni sono un tempo brevissimo. Eppure in quel tempo si è concentrata una storia che interroga, che pesa, che non può essere archiviata come un semplice caso clinico. È la storia di una battaglia combattuta fino all’ultimo istante, di una speranza accesa e poi consumata, di un cuore che non ha mai smesso di essere atteso.

14.1.26

Luca Vergallito, Tommaso Giacomel e una filosofia di allenamento comune tra ciclismo e biathlon: “Alleniamo l’endurance puro”

Il 28enne ciclista milanese e la stella del biathlon azzurro hanno parlato con Olympics.com di tanti aspetti legati ai miglioramenti nei rispettivi sport e dei grandi obiettivi del futuro prossimo.

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Di Michele Pelacci12 gennaio 2026 09:44



Foto di 2024 Getty Image




Prima dell’inizio del Giro di Lombardia dell’11 ottobre 2025, ultima Classica Monumento del calendario ciclistico, uno dei ciclisti italiani più fermati dai tifosi e richiesto per autografi è Luca Vergallito.
La partenza della Classica delle Foglie Morte, da Piazza Cavour a Como, è molto vicina alla sua Milano e tante persone lombarde appassionate di ciclismo supportano “Il Bandito”, suo soprannome di vecchia data.
La sua storia è piuttosto peculiare: oggi Vergallito è arrivato a gareggiare nel massimo livello del ciclismo professionistico, il World Tour, ma non è sempre stato scontato che ci arrivasse. Anzi: a un certo punto della propria giovane carriera, Vergallito aveva detto addio al sogno di diventare un professionista.
Vergallito è laureato in Scienze Motorie e ha un approccio moderno e scientifico alla preparazione psicofisica. Di temi legati alla prestazione sportiva parla anche in un podcast, “Ciclismo KOMpetente”, che registra con Mattia Gaffuri (altro ciclista lombardo appena entrato nel World Tour).
Svariate volte ospite del podcast di Vergallito e Gaffuri, la stella del biathlon italiano Tommaso Giacomel è a sua volta grande appassionato e studioso di scienza applicata allo sport. I tre si conoscono, si stimano a vicenda e riflettono spesso di tutto ciò che sta attorno al complicato mondo della prestazione sportiva.
Ciclismo e biathlon sono due sport molto diversi, eppure le metodologie di allenamento sono “praticamente identiche”, ha detto Giacomel a Olympics.com in occasione del FISI Media Day di metà ottobre.
A differenza di chi va in bicicletta per lavoro, però, Giacomel e i biathleti devono anche allenare “il tiro, che porta via tantissimo tempo” continua Giacomel.
Due sport differenti, due atleti italiani con gran voglia di emergere. Ecco le nostre interviste con Vergallito e Giacomel.



Luca Vergallito: gli obiettivi del “Bandito” del ciclismo italiano
Fino ai 17 anni Luca Vergallito non andava nemmeno in bicicletta a tempo pieno. Praticava il triathlon, e solo nel 2014 ha iniziato a concentrarsi a tempo pieno sul ciclismo.
Fin da subito la scelta si rivela azzeccata. Nel maggio 2015 Vergallito vince il Campionato provinciale bergamasco con la squadra giovanile nella quale correva allora, il Team F.lli Giorgi.
Poi, nel 2017, qualcosa si rompe. Pur continuando ad andare in bici, al secondo anno nella categoria U23 Vergallito non si diverte più come prima a gareggiare. Riduce sempre più gli allenamenti, preferendo dedicarsi alla carriera accademica.
Come scrive lui stesso sul suo sito, per sei mesi all’inizio del 2022 ha svolto un tirocinio accademico a Leuven, in Belgio, per “approfondire le mie conoscenze relative alla fisiologia dell’esercizio fisico, e alla teoria e metodologia dell’allenamento”.
Nel frattempo è tornato a gareggiare. Tra 2020 e 2022 vince diverse corse amatoriali, tra cui alcune delle Granfondo più importanti d’Italia. In questo la sua storia è simile a quella di Monica Trinca Colonel (i due peraltro sono molto amici).



La grande occasione, per Vergallito, capitò quando vinse un concorso organizzato dall’allora Alpecin-Deceuninck. Si trattava di pedalate non in strada, bensì su rulli smart (che registrano cioè potenza espressa sui pedali e altri valori): parteciparono oltre 160.000 ciclisti dilettanti. Vergallito ottenne un posto nella squadra che ora si chiama Alpecin-Premier Tech e in cui sta dimostrando di andare forte.
Una tappa sfiorata alla Vuelta a España e piazzamenti in corse World Tour di una settimana dimostrano che in salita i suoi valori sono di altissimo livello. Gli obiettivi per il 2026 sono chiari: “Fare un piccolo salto di livello. Ma è ciò che provano a fare tutti, e molti ce la fanno. Per cui il livello si alza sempre di più ogni anno” ha detto Vergallito a Olympics.com prima della partenza del Giro di Lombardia 2025.
La crescita di Luca Vergallito nel ciclismo mondiale, tra scienza e allenamenti
L’ascesa di Vergallito è stata molto seguita da chi s'interessa di ciclismo e lo pratica. Oltre a quanto fa in bici, tante persone sono incuriosite dalle tante informazioni utili che lui e Gaffuri danno sul loro podcast: una di queste riguarda la possibilità di avere notevoli benefici durante l’allenamento semplicemente aggiungendo zucchero semplice nella borraccia.
Vergallito, che ha citato la nutrizione (“un po’ un tabù”) tra i motivi per cui smise di gareggiare da adolescente, ne parla spesso come del “protocollo”: nel ciclismo di oggi si devono ingerire sempre più carboidrati. La sua colazione prima del Giro di Lombardia 2025 ?
“Riso con miele e Nutella, tutto assieme. Un piatto unico, da provare. Sul serio! Poi mi sono bevuto una bevanda energetica” ha detto Vergallito a Olympics.com.

Gaffuri (Campione italiano gravel) e Vergallito sono stati tra i primi in Italia a parlare in modo semplice ed efficace di concetti complessi come il VO2max, test del lattato, zone di potenza e heat training.
I due condividono spesso paper scientifici che hanno letto e su cui fondano le proprie opinioni. E allenano in prima persona: Vergallito è il preparatore del Campione italiano Filippo Conca, ad esempio.
Diversi atleti che fanno sport di resistenza simili al ciclismo, come il biathleta Tommaso Giacomel, condividono la filosofia di fondo e sono diventati subito ascoltatori del podcast.
Tommaso Giacomel sulle differenze tra biathlon e ciclismo: “Tutti i giorni è una cronometro”
Secondo Giacomel, che dopo il weekend di gare di Oberhof è al comando della classifica generale di Coppa del mondo 2025-2026 di biathlon, tra ciclisti e biathleti è “simile il modo in cui alleniamo l’endurance puro”.
Le differenze non mancano: “Per noi è come fare una prova a cronometro sempre. Non è come fare una tappa di trasferimento in un Grande Giro di cinque ore, durante la quale magari va via la fuga. È come fare una cronometro: a tutta, tutti i giorni” ha detto Giacomel a Olympics.com.
“Nel ciclismo – continua il 25enne della Valle del Primiero –, avendo la possibilità di misurare la potenza meccanica tramite il misuratore di potenza, è abbastanza semplice analizzare e vedere numeri precisi. È tutto misurabile, hai sempre un riscontro. Cosa che da noi [nel biathlon] non c’è. A volte è brutto: vorresti delle risposte che non ci sono. Ma è anche il bello del nostro sport”.
Nel biathlon è molto difficile avere dati oggettivi. La prestazione sugli sci è “estremamente influenzabile dal tipo di neve che c’è, dal vento, dal materiale che hai sotto i piedi” e da altri fattori.
A proposito di misurabilità, Giacomel (come Vergallito e Gaffuri) conosce bene il cosiddetto “manifesto” di Nils Van der Poel, un documento nel quale il pattinatore svedese due volte oro Olimpico ha racchiuso tanti consigli sui suoi allenamenti. In poco tempo, “How to skate a 10K” è diventato un riferimento imprescindibile per chi studia le prestazioni sportive.
“Sempre di ripetibilità si parla – commenta Giacomel –. Nel pattinaggio di velocità le variabili sono molto poche. Il volume di lavoro che faceva Nils era impressionante, per il resto lui sapeva che, ad esempio, doveva metterci 30 secondi a giro. Quindi si è allenato per girare su quel ritmo. Chiaramente servono talento e motore”.
Biathlon: Tommaso Giacomel parla dell’importanza del tiro  Proprio nel podcast di Vergallito e Gaffuri, Giacomel ha raccontato che spesso non usa nemmeno il
cardiofrequenzimetro quando gareggia d’inverno, perché lo intralcerebbe nell’imbracciare la carabina con cui scia sulle spalle.
I movimenti di un biathleta, infatti, sono condizionati dal peso di circa cinque chili del fucile che si portano sulle spalle. Non avendo watt e rapporti watt/chilo con cui paragonarsi, i biathleti devono affidarsi molto di più alle sensazioni. Che diventano ancora più effimere quando si parla di precisione e freddezza al poligono.
“A volte, nel tiro, più cerchi qualcosa e meno riesci a ottenerla. Più cerchi di fare zero errori, meno volte lo farai. È uno sport che richiede mano ferma, tranquillità e molta lucidità, quindi secondo me la cosa migliore è essere spensierati. E negli ultimi tempi mi sta riuscendo molto bene” ha detto Giacomel, che nella stagione 2025-2026 sta sparando con l’87% per terra e l’85% in piedi. Mai prima d’ora ha tiratomeglio in una stagione intera di Coppa del mondo.
Il tiro può sparigliare le carte, nel biathlon. Negli ultimi mesi, Giacomel ha dimostrato di essere in grado anche di forzare un po’ sui tempi di rilascio, per cercare di perdere il meno tempo possibile al poligono. “Sapendo che avrei potuto fare un piccolo passo indietro e sparare comunque bene”. Un segnale di grande maturità tecnica, psicologica ed emotiva.
L’importante è non stare mai fermi, ma progredire sempre testando in prima persona cose nuove: “Gli allenatori mi hanno detto che facevo bene: sennò diventa estremamente monotono se fai sempre la stessa cosa”.
È anche questa grande voglia di migliorarsi dopo essersi compreso a fondo che fa di Giacomel uno dei favoriti per le medaglie ai Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026.

30.12.25

Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio. gli attacchi a Morena Manfreda madre i un figlio autistico

Come non condividere le parole di madre di un figlio autistico .Infatti usare la supponenza in queste situazioni è sinonimo di cattiveria pura !!! soprattutto quando essa viene persone che dovrebbero capire di più perché vivono, seppur nella diversità e nell'individualita' di ognuno, situazioni analoghe.Sono figure che invece dovrebbero sostenere e questo, oltre a sconfortare, è un atto molto grave.  No si che  altri  aggiungere   alle  parole    di  (  avevo  già  raccontato  la   sua  storia  su questo  blog  circa  6 mesi fa ) di


I social stanno diventando un tribunale.E i giudici peggiori sono spesso altri genitori.

Vedo pagine piene di sorrisi, risultati, progressi sbandierati come medaglie.E poi leggo commenti di supponenza, di superiorità morale, di chi dice — più o meno velatamente —“se tuo figlio non ce la fa èperché tu non fai abbastanza”.Ma voi…ma cosa ne sapete davvero?Cosa ne sapete di una diagnosi più grave della vostra.Cosa ne sapete di una madre che cade in depressione.Cosa ne sapete di chi non dorme da anni.Cosa ne sapete dei problemi economici, familiari, della solitudine, della paura, della stanchezza che ti spezza le ossa e l’anima.Cosa ne sapete di chi fa tutto quello che può,ma quel “tutto” oggi è solo sopravvivere.Non esistono genitori migliori.Non esistono genitori peggiori.Esistono genitori diversi, con storie diverse, figli diversi, risorse diverse.E no:nessuno ha il diritto di giudicare le lacrime di un altro genitore.Nessuno ha il diritto di usare i social per sentirsi più bravo degli altri.Nessuno.I social, così, non sono aiuto.Sono una rovina.E fanno più male del silenzio.VERGOGNATEVI.Un genitore non ha bisogno di lezioni.Ha bisogno di rispetto.Di ascolto.Di umanità.Il resto è solo ego travestito da buoni consigli.( parleremo anche dell’uso dei figli con disabilità per monetizzare… dal punto di vista giuridico ….) .
Infattti essa lotta non solo contro chi : << Si sa che la gente dà buoni consiglisentendosi come Gesù nel tempio,\si sa che la gente dà buoni consiglise non può più dare cattivo esempio.>>(  cit  bocca  di rosa di de  andrè  )  ma   anche  conro  quelle    << [...] persone utilizzano la disabilità dei propri figli come contenuto, come mezzo per fare engagement o visibilità. E lo dico chiaramente: questo non è tutelare, non è divulgare, non è professionalità.[...  segue qui sul suo istangram ]
proprio  mentre  finivo  di riportare  il  suo  post    fb reels  mi  propone   questo  video  

  che conferma    il  post  di Morena  

4.11.25

Dieci anni fa l’orrore in Sud Sudan, Annet: «Vidi morire mio padre, ora rinasco a Cagliari»

   da  l'unione  sarda 4\11\2025 


 Era una ragazza quando i guerriglieri gettarono nel dramma la sua famiglia: «Sogno il dottorato, poi aiuterò l’Africa»





L’unico modo è raccontarlo come se fosse successo a un’altra. Altrimenti, le parole si soffocano in gola. Così Annet parla, ma dalla mente scaccia le immagini di quella tragedia: «Era il 2015, entrarono a casa all’improvviso, uccisero mio padre quasi subito. Avevo 15 anni e da noi in Sud Sudan la guerra civile spargeva tanto sangue. Erano in abiti civili e armati, nemmeno capimmo a quale fazione appartenessero. Volevano le cinquanta mucche con cui si sostentava la nostra famiglia di dieci persone. Mio padre rifiutò, significava cadere in miseria, e gli spararono davanti a noi: l’ho visto morire per terra. Poi chiesero alla nostra sorella maggiore se preferiva che i guerriglieri uccidessero mamma e tutti gli otto figli o andare in camera da letto con il capo. Non ci pensò nemmeno: si sacrificò per tutti. I guerriglieri se ne andarono con le nostre mucche, lasciandoci solo dolore e miseria. E papà morto per terra. E mia sorella umiliata».
Juan Annet Poni Micheal è una ragazza timida, dolce e garbata. Ora ha 26 anni e racconta quell’orrore con un filo di voce: «Dopo il raid fuggimmo in Uganda, in un campo per rifugiati». Annet, una roccia gentile, non si è lasciata andare: intelligentissima, vince tutte le borse di studio cui partecipa, a partire da quella del campo per rifugiati. L’ultima, in questi giorni, l’ha condotta a Cagliari: così come un ragazzo eritreo, si è aggiudicata la borsa di studio di Unicore (“Corridoi universitari per rifugiati”) per l’Università inclusiva bandita dall’Agenzia Onu per i rifugiati Unhcr e utilizzabile in 33 Atenei italiani, tra cui Cagliari. È un’iniziativa di Farnesina, Caritas diocesana di Cagliari diretta da monsignor Marco Lai, associazioni e fondazioni, oltre che dell’Ateneo anche attraverso l’Ersu. Un’iniziativa che l’arcivescovo del Capoluogo, monsignor Giuseppe Baturi, anche da segretario della Conferenza episcopale italiana, sostiene con forza. E di cui i sardi sanno troppo poco: un loro aiuto economico alla Caritas diocesana consentirebbe di accogliere altri studenti con storie difficili come Annet e Musie, il ragazzo eritreo giunto con lei in città. Da sabato sono ospiti del Campus “Sant’Efisio” nel Seminario arcivescovile in via Cogoni, dove conseguiranno la laurea magistrale: quarto e quinto anno. Per Annet è la terza vita: la prima finì a 15 anni con il blitz di guerriglieri e l’uccisione del padre, la seconda si è conclusa ora con la partenza dal campo di rifugiati in Uganda («sono tanto grata al Paese che ci ha accolti»), la terza inizia ora. In Sardegna.

Com’è capitata a Cagliari?

«L’ho chiesto: è uno dei pochi Atenei che offre il mio corso di studi in inglese e io l’italiano devo ancora impararlo. La mia gratitudine verso la città, l’Ateneo, la Caritas è grande».

Che cosa studia?

«Mi sono iscritta al corso di laurea magistrale in Economia, finanza e analisi dei dati, che conseguirò qui a Cagliari. Voglio anche un Phd, un dottorato di ricerca. Essere una rifugiata non significa che la mia vita è finita: devo farla ripartire. La borsa di studio che ho vinto in Uganda, la Dafi Scholarship, se l’aggiudicano 60 studenti su duemila. Chi ha ucciso mio padre, stuprato mia sorella e reso la mia onestissima famiglia un gruppo di rifugiati, non riuscirà a fermare anche la mia vita. Vado avanti, malgrado quel che ho dietro le spalle».

Lo dice con un filo di voce.

«Perché non è una rivalsa: lo studio è un diritto fondamentale, consente il riscatto e la riconquista della libertà. Ci credo e lo faccio, non mollerò mai, abiterò nei libri fino a quando non otterrò i risultati che mi prefiggo. Lo farò anche grazie a Cagliari, alla sua Università e alla Caritas» .

Possiamo scommetterci. Quanto è stata dura?

«Durissima, ancora lo è, ma devo farcela. Lo devo a papà che ha tentato di proteggerci anche se era impossibile, agli altri miei familiari, a chi mi aiuta qui e a chi l’ha fatto in Uganda, il Paese che ha accolto l’intera mia famiglia. Lo devo a mio cugino che, finché ha potuto, in Uganda ha pagato i miei studi con quel che riusciva a guadagnare, e l’ho ricambiato col massimo impegno. Lo devo a voi che mi ospitate e mi aiutate. Lo devo a me».

Studia per fare che cosa, dopo che avrà la laurea e anche il Phd?

«Non lo so di preciso, ma certo qualcosa che possa aiutare l’Africa, considerato che lo fanno in pochi nel mondo: le nostre guerre hanno meno seguito rispetto ad altre, anche se tutte sono terribili per le popolazioni: ovunque siano. Non sono mai più tornata in Sud Sudan da quando sono una rifugiata, quindi da una decina d’anni. La guerra civile è finita ma ormai è un Paese allo sbando senza legge né polizia. Ora studio, poi utilizzerò il mio sapere e la posizione che mi consentirà di conquistare per impegnarmi anche per il mio Paese e il mio continente. Adesso tanti aiutano me, poi toccherà a me aiutare e certamente non mi nasconderò. Anzi».

Sarà il frutto che verrà grazie a chi ha deciso di investire su di lei.

«Certamente. E poi faccio di tutto per essere un esempio per le persone che hanno perso tanto, a volte tutto: il riscatto è sempre possibile e sto cercando di dimostrarlo prima di tutto a me, con la speranza di motivare anche altri. Non è mai finita, se non lo consenti».

Dovunque studi, lei è tra i migliori. Ad esempio, seconda durante il college.

«Rientra in quel di cui abbiamo appena parlato. Anche al campo dei rifugiati ugandese, dove sono tornata dopo il college, esistono le borse di studio e io, che non ho più niente, ho fatto di tutto per ottenerla. E adesso si è aggiunta quella che mi ha condotto fin qui, a Cagliari, che si avvia a diventare una delle mie patrie. Nel mio futuro vedo senz’altro l’Uganda, così accogliente con i rifugiati. Cercherò di ricambiare quanto ho ricevuto da quel Paese, ma anche da voi».

Annet non è d’acciaio: i momenti difficili ci sono ma ha deciso che, oltre che il padre, i guerriglieri non avrebbe ucciso anche lei: nell’anima. Allora vive, sogna, progetta: non c’è allegria, ma forza sì. L’entusiasmo della Caritas diocesana, dell’arcivescovo e dell’Università nel sostenere il progetto sono energie, e soldi, be n spesi. Da sei anni, ogni anno un ragazzo e una ragazza rifugiati vengono a studiare all’Università di Cagliari (quella di Sassari non aderisce al progetto) e si salvano, cambiano le loro vite con la qualifica di “dottori”. «Caritas e Università di Cagliari hanno scommesso su di me», sospira Annet, «devo dare un senso a questo aiuto. Solo così continueranno a darlo anche ad altri giovani che vivono un inferno. Devo vincere anche per loro».

26.4.25

Fu uccisa, uomo condannato ma per lo Stato è ancora viva. L'assurdo caso del giallo di Guerrina



è vero ed comprensibile che se un corpodi una persona , uccisa inquesto caso , non viene trovato , bisogna aspettare un tot di tempo per sbloccare le attività che essa aveva . Ma 11 anni , soprattutto dopo che l'assasino è stato condannato , mi sembra : esagerato , frustrante , poco decoroso ed irrispettoso verso i familiari . E' questo in sintesi il caso in questione



Fu uccisa, uomo condannato ma per lo Stato è ancora viva. L'assurdo caso del giallo di Guerrina


Il suo corpo non è mai stato ritrovato.Questa anomalia burocratica ha conseguenze concrete: il conto corrente bancario della donna, aperto presso un istituto di credito a Novafeltria, in provincia di Rimini, risulta ancora bloccato

TiscaliNews   





Sono trascorsi undici anni dalla scomparsa di Guerrina Piscaglia, la donna di 49 anni originaria di Cà Raffaello, frazione di Badia Tedalda (Toscana), per la cui morte è stato condannato in via definitiva a 25 anni di carcere il frate congolese padre Gratien Alabi. Nonostante la condanna confermata anche in Cassazione, Guerrina, il cui corpo non è mai stato ritrovato, risulta ufficialmente non deceduta per lo Stato italiano.
Questa anomalia burocratica ha conseguenze concrete: il conto corrente bancario della donna, aperto presso un istituto di credito a Novafeltria, in provincia di Rimini, risulta ancora bloccato. Senza un certificato di morte, la banca non può procedere alla chiusura del conto né consegnare le somme ai familiari.
Il quotidiano Il Resto del Carlino torna oggi sulla vicenda che, oltre al dramma umano, si intreccia con un paradosso legale. Guerrina Piscaglia scomparve il 1° maggio 2014, dopo essere uscita di casa per incontrare padre Gratien, con il quale avrebbe intrattenuto una relazione. Accusato di omicidio e occultamento di cadavere, il frate sta scontando la pena nel carcere romano di Rebibbia, continuando però a professarsi innocente .
Nel frattempo, la famiglia di Guerrina continua a chiedere giustizia. Attraverso i propri legali, il marito Mirco Alessandrini rinnova l'appello: "Padre Gratien dica la verità: vogliamo sapere dove si trova il corpo di Guerrina per poterle dare un degno funerale".
Parallelamente, si avvicinano alla conclusione le cause civili avviate contro la Diocesi di Arezzo. Il marito e il figlio di Guerrina, trasferitisi a Sansepolcro, chiedono un milione di euro di risarcimento, somma richiesta anche dalle sorelle della vittima.
La vicenda di Guerrina Piscaglia continua a rappresentare una ferita aperta per la sua famiglia e per l'intera comunità di Badia Tedalda, che non ha mai smesso di cercare la verità.




14.4.25

Papà perde due figlie (per cause diverse) e compra 21 ettari di terreno da dedicare a loro: «Vivono attraverso il Campus dei Campioni»

 dalla  pagina facebook    Cronache Dalla Sardegna 

 



Nella foto Massimo Di Menna con le tre figlie: a sinistra Mia, l'unica ancora in vita e a destra le figlie decedute Micol e Maia.
Massimo Di Menna è un ingeniere di 56 anni. Era padre di tre figlie:Maia, Mia e Micol, la maggiore. Nel 2020 Maia allora 12enne si ammala di un tumore al cervello. I genitori provano a curarla con i migliori medici, rivolgendosi anche all'estero, ma Maia muore nove mesi dopo.Durante il ricovero in ospedale di Maia, Di Menna domanda ad una specialista come può affrontare il lutto. Il consiglio che gli danno è quello di far vivere la figlia facendo del bene al prossimo.Di Menna fonda una società di ingegneria e con il ricavato, in silenzio, crea progetti per aiutare gli ultimi. Ex prostitute, senza tetto, disoccupati, ragazzi disagiati.Nel 2023 la figlia maggiore di Menna, Micol, si reca in Marocco per festeggiare il suo primo contratto di lavoro con il fidanzato. Micol resta coinvolta in un incidente stradale e perde la vita. Il padre per ricordarla crea un'attivita' in Rwanda per i bambini che non possono pagarsi la scuola. Attualmente è impegnato nella creazione di un Campus per le due figlie decedute, all'interno del quale è prevista la creazione di un ristorante con 352 posti a sedere, che sarà gestito da persone fragili.Il Campus si estendera' su un'area con 12.000 alberi tra Bologna, Castenaso e Medicina che prevede tra le altre cose un teatro per bambini disabili e sarà "ad uso gratuito di associazioni e cooperative sociali", dice l'ingeniere.La moglie di Di Menna e madre delle sue figlie decedute, Margherita Lanteri, sta scrivendo un libro che uscira' a giugno intitolato "Dopo torno", in memoria delle figlie."Avevo tre figlie", dice Di Menna, "me ne è rimasta una". La figlia studia Medicina, grande passione del padre. Un padre, due genitori esemplari che hanno trasformato due lutti in solidarietà e generosita' verso chi ha bisogno e dei quali Maia e Micol non possono che essere orgogliose.


poi su msn.it trovo quest altro articolo





Massimo Di Menna aveva tre figlie. Oggi ne ha una sola. In cinque anni ha perso prima Maia, la più piccola, stroncata da un tumore cerebrale a soli 12 anni, e poi Micol, la maggiore, morta in un incidente stradale in Marocco a 23 anni, mentre festeggiava il suo primo contratto di lavoro. Due lutti devastanti che avrebbero spezzato chiunque, ma che Massimo ha trasformato in un progetto di vita e memoria: il «Campus dei Campioni ( Home - Campus dei Campioni | Ristorante sociale ) ».
Ingegnere con il sogno mai realizzato di diventare medico, Di Menna ha scelto di reagire al dolore costruendo qualcosa di concreto. Ha acquistato un’area verde di 21 ettari tra Bologna, San Lazzaro, Castenaso e Medicina, un bosco con 12mila alberi dove sta nascendo un centro multifunzionale: ristorante, palestra, teatro, centro sociale, officina per cooperative e molto altro. Il tutto gratuito e aperto alla cittadinanza, con una particolare attenzione a fragilità e disabilità.Il Campus è anche un modo per tenere viva Maia, la figlia più piccola. «Un giorno, mentre ero in ospedale nelle ultime settimane di vita di Maia, chiesi alla psicologa che segue le famiglie in questi casi come avrei potuto fare per sopravvivere: mi disse che potevo portare mia figlia dentro di me. Io l’ho portata dentro il Campus».
I vincoli paesagistici
E mentre alcune attività sono già partite, come l’asilo nel bosco, altre si aggiungono giorno dopo giorno, in un’area ricca di natura e potenzialità, ma anche di complessità: «È un progetto molto difficile – confessa lui – è un’area piena di vincoli paesaggistici. Cercavo una cosa che mi desse sollievo, ma devo ammettere che è stato un progetto davvero impegnativo. Abbiamo acquistato l’area di 5 ettari dove sorgeranno palestra, ristorante, centro sociale e preso in concessione altri 16 ettari di terreno: lì dove c’erano solo ruderi e molto abbandono, ci sarà un luogo aperto alla cittadinanza, dove tutte le attività saranno accolte gratuitamente. Sarà un’area importantissima per Bologna».
Il ricordo di Micol e il libro della madre
Anche Micol ha lasciato un segno: in Rwanda, una scuola per bambini in difficoltà porta avanti il suo nome. A lei e Maia è dedicato anche il libro “Dopo torno”, scritto dalla madre Margherita Lanteri Cravet, in uscita a giugno. Le loro foto sono custodite sotto due archi del portico di San Luca, a Bologna, affacciati sulla città: un omaggio silenzioso ma potente, a due vite spezzate troppo presto. E un segno che da un dolore senza fondo, può nascere qualcosa che parla ancora di vita.

9.12.24

Un sogno di carriera interrotto per scegliere DIO la storia di Chiara Franco









Chiara Franco, una giovane di 22 anni originaria di Sapri, stavavpreparando il suo futuro come membro dell’Arma dei Carabinieri, seguendo le orme del padre, comandante della stazione di Torchiara.




 La sua vita sembrava tracciata: un percorso di studi dedicato, un fidanzato con cui sognava un matrimonio e una famiglia. Tuttavia, il destino ha preso una piega inaspettata. Durante un viaggio con il suo compagno, Chiara ha sentito un richiamo interiore che l’ha spinta a riconsiderare le sue scelte. La vocazione religiosa, che fino a quel momento era rimasta in secondo piano, ha iniziato a farsi strada nel suo cuore
La vocazione che cambia tutto
Il 8 dicembre, una data simbolica per molti, è diventata il giorno della sua prima professione religiosa come suora delle Piccole Ancelle del Sacro Cuore. Questo passo ha segnato un cambiamento radicale nella sua vita. Chiara ha deciso di abbandonare i sogni di una carriera nei Carabinieri per dedicarsi completamente al servizio degli altri e alla sua fede. La sua scelta, sebbene sorprendente per molti, è stata accolta con rispetto e ammirazione da chi la conosce. La giovane ha trovato nella vita religiosa una nuova dimensione di realizzazione personale e spirituale, un cammino che promette di essere ricco di significato.
Un esempio di coraggio e determinazione
La storia di Chiara è un esempio di coraggio e determinazione. In un’epoca in cui le aspettative sociali spesso spingono verso carriere tradizionali e successi materiali, la sua scelta di seguire una vocazione religiosa rappresenta una sfida alle convenzioni. La giovane suora non solo ha abbandonato un percorso professionale promettente, ma ha anche scelto di dedicare la sua vita al servizio degli altri, incarnando i valori di altruismo e dedizione. Chiara è diventata un simbolo di speranza e ispirazione per molti giovani che si trovano a un bivio nella loro vita, mostrando che la vera realizzazione può trovarsi in luoghi inaspettati.
 

17.7.24

Da Ossi alla serie A: Simone Solinas torna in Sardegna e giocherà nel Tempio

 



Certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano. Simone Solinas, ex calciatore del Cagliari classe ’96, originario di Ossi, ritorna in patria dopo 15 stagioni lontano dalla Sardegna. L’esordio in serie A con la maglia del Cagliari, dopo aver indossato maglie prestigiose come quella della Triestina, Solinas si prepara a vestire la maglia del Tempio nella prossima stagione. Abbiamo fatto due chiacchiere con lui per scoprire di più sul suo percorso e sui suoi progetti futuri.

Dove ha iniziato a calciare i primi palloni?
“I primi calci al pallone li ricordo sicuramente al mare, con il mio babbo. All’età di 4 anni ho iniziato la scuola calcio nella squadra del mio paese, la Polisportiva Ossese.”

È cresciuto nelle giovanili del Cagliari. Com’è stato crescere lì?
“Ho iniziato con i giovanissimi nazionali per finire con la primavera e l’esordio in Serie A. Sono stati anni che mi hanno dato tanto: conoscenza, competenza, passione, sogni, gioie e anche qualche delusione. È difficile descrivere ciò che è stato in poche parole. Ho imparato il calcio e tutto ciò che lo circonda, per la squadra e insieme alla squadra. Crescere a Cagliari è stata l’esperienza più importante della mia vita, sia dal punto di vista personale che calcistico.”

Ha esordito in Serie A con la maglia del Cagliari contro l’Atalanta. Cosa significa per un calciatore esordire nella massima serie?
“Significa coronare il sogno di ogni calciatore che ama questo sport come lo amo io. Ricorderò per sempre le lacrime di gioia di quel giorno e il battito del mio cuore.”

Come mai poi non ha più calcato quei palcoscenici?
“Il calcio, oltre che di qualità proprie e lavoro sodo, è fatto anche di fortuna, di scelte, di visioni di gioco. Purtroppo non ho sempre avuto questi ultimi fattori dalla mia parte.”

Chi è la persona a cui tiene di più in questo ambiente?
“Tanti dei compagni di squadra e di vita, degli staff che ho conosciuto in tutti questi anni vissuti nel mondo del calcio. E anche chi mi ha dato l’opportunità di vivere un sogno, l’esordio in Serie A, mister Lopez.”

Ha passato tanti anni fuori dalla Sardegna. Racconti la tua esperienza.
“È stata sicuramente dura vivere lontano dalla mia famiglia e dalla mia terra. Tuttavia sono stati anni che mi hanno insegnato tanto. Sono cresciuto come persona, ho avuto modo di confrontarmi con tante persone diverse, in luoghi diversi, e tutto mi ha dato qualcosa che mi porto dentro.”

Quest’anno ha deciso di rientrare in patria. Come mai e perché proprio Tempio?
“Ho deciso di ritornare in patria perché dopo tanti anni fuori casa ho sentito il senso di appartenenza, di portare avanti i miei progetti qui, dove sono nato. Tempio ha una grande storia dietro, presenta una piazza importante, e ce la metterò tutta per onorare la loro maglia.”

Quali sono i programmi per il futuro?
“Attualmente sono in procinto di laurearmi in scienze motorie in modo sinergico al calcio. Il futuro chi lo sa, ciò che è certo è che sarà sempre colorato da ciò che più amo, il pallone.”

Quando un parlamentare della Repubblica spiega apertamente come usare il clientelismo per orientare un voto di Ely Kyle Chio Carotti

    strano che   nessuno  del fronte  avverso    e i  giornali   non  s'incazzano   Quando un parlamentare della Repubblica spiega apert...