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14.3.26

La denuncia «Bloccata a letto da 12 anni, non mi fanno votare da casa»: Referendum, la battaglia di una sassarese Storia di una ingiustizia, l’appello: «Voglio fare valere i miei diritti»

   Ci chiedono   e  c'invitano a    votare   al referendum       per   una     riforma  o contro riforma    dipende  dai  punti di vista    della giustizia   ma  poi    non  fanno  niente  per  i  fuori sede  o  per gli invalidi    che  non posso  muoversi     da  casa  . Ecco  un caso 

La denuncia
«Bloccata a letto da 12 anni, non mi fanno votare da casa»: Referendum, la battaglia di una sassarese Storia di una ingiustizia, l’appello: «Voglio fare valere i miei diritti»
                                                di Giovanni Bua



Sassari
«Voglio votare al referendum. Per sentirmi viva, partecipe. Non solo un codice a barre attaccato alle ricette e ai programmi di cura. Voglio votare perché il mio corpo va per conto suo, ma la mia testa funziona benissimo. E dentro ha un’opinione convinta».
Annalisa parla dal letto nel quale è bloccata dal novembre del 2013. Da dodici anni non può lasciare la sua casa. Eppure al referendum non potrà votare. Non perché non lo voglia. Ma per quella che lei definisce «la solita burocrazia fredda e lontana, che non capisce mai niente e che mi impedirà di esercitare uno dei miei diritti più importanti». La sua patologia è seria e invalidante. Negli ultimi dodici anni è uscita di casa solo due volte, entrambe nel 2020, per cure indifferibili. Troppo, però, per rientrare nelle maglie – strettissime – delle norme sul voto a domicilio, che consentono di portare l’urna a casa solo a chi è «affetto da gravissime infermità tali da rendere impossibile l’allontanamento dall’abitazione» oppure dipende in modo continuativo da apparecchi elettromedicali.
«Dovrei sentirmi rincuorata – scherza Annalisa – dal fatto di non essere in nessuna delle due condizioni. Anche se in realtà uscire di casa, soprattutto in questa stagione, per me sarebbe incredibilmente complicato e anche molto pericoloso. Come ha certificato subito il mio medico curante». Ed è proprio il certificato medico il primo passo dell’iter che Annalisa decide di intraprendere, aiutata dal suo compagno Giuliano per conquistare il suo diritto al voto. «Con quello Giuliano è andato all’ufficio elettorale – racconta – dove, con grande gentilezza, gli hanno spiegato che serviva un passaggio all’Asl, all’ufficio di igiene pubblica a Rizzeddu».
Quella che sembrava una formalità si trasforma in un piccolo esame. «Ci hanno detto che serviva una visita, nonostante mi seguano a domicilio da anni». La visita però non arriva. Arriva una telefonata. Annalisa risponde alle domande con la consueta lucidità. E “ammette” le sue due uscite nel 2020. Evidentemente abbastanza per chiudere la pratica.
«Dopo un paio di giorni – racconta Giuliano – sono andato a Rizzeddu e mi hanno detto che la pratica era chiusa». Solo che per Annalisa e Giuliano la questione non è affatto chiusa. «Non ce la prendiamo con i funzionari di Asl e Comune – chiariscono – tutti gentilissimi. Diamo per scontato che stiano applicando la legge. Ma questo non ci impedisce di dire che è una legge assurda. Che costringerebbe una persona malata, seguita a domicilio da dodici anni, a uscire di casa correndo rischi seri solo per esercitare un diritto garantito dalla Costituzione. Per non attivare un seggio a domicilio. Mandare un funzionario con una scatola di cartone e un foglio da firmare. Ho amici all’estero che voteranno per posta. Ci sono tante democrazie occidentali dove questo sistema esiste da tempo. Qui invece siamo sempre un passo indietro. Soffocati da una burocrazia senza cuore e senza senso». Qualcuno potrebbe pensare che non sia poi così grave. Che tanti italiani non andranno a votare: «Se mi tolgono un diritto – tuona Annalisa – mi tolgono tutti i diritti». Poi sorride. «Certo, c’è anche un po’ di puntiglio personale. Sto combattendo tante battaglie e ho bisogno di qualche vittoria. Ma più ci penso e più mi convinco che questa è una battaglia che riguarda tutti». Il 22 marzo, comunque vada, nella sua stanza una scatola di cartone ci sarà. «E dentro ci metterò una scheda con il mio voto. Io non sono una che si arrende. E nessuno mi metterà da parte».

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