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24/03/17

ma dobbiamo andare fuori per realizzare il nostro talento ? il caso di Gangalistics alias di Gabriele Mario Ganga, dj e producer sardo, 33 anni, sassarese

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"Noi sardi? Originali, senza rendercene conto". L'intervista a Gangalistics

Oggi alle 13:10 - ultimo aggiornamento alle 15:56

Gangalistics
Un videoclip, girato per le strade di Liverpool, di notte. E il lato oscuro della città che ne emerge, mescolato a una musica profonda come i battiti del cuore. Scuri, rallentati, riflessivi, come la linea dettata dal singolo che quelle immagini rappresentano, un pezzo pubblicato a firma Gangalistics. Una sigla dietro cui si cela Gabriele Mario Ganga, dj e producer sardo, 33 anni, sassarese trasferitosi da qualche tempo in Inghilterra per dare fondo alla sua arte. Un percorso - racconta lui - "iniziato da ragazzino, grazie all'hip hop e al giradischi".
Sembra un'epoca fa, quando si parla di dischi e vinile...
"Avevo 16 anni quando ho acquistato il mio primo giradischi e già seguivo la scena. Erano gli anni Novanta ed ero molto affascinato dal rap, come molti ragazzini".
E lei come ha affinato la tecnica?
"Ci ho dedicato molto tempo, molto. Ho cominciato a fare delle battle, le sfide tra dj, e in una, anche piuttosto importante, a Palermo. sono arrivato secondo".
Nel frattempo andava a scuola?
"Sì, certo. Ho fatto il liceo scientifico a Sassari, nonostante la propensione alla creatività e all'arte".
E la svolta?
"Quando ho iniziato a suonare live, tra il 2004 e il 2005, con i Malos Cantores. Lì è cambiato l'approccio perché, oltre ad aver partecipato al loro secondo disco, mi sono reso conto di cosa voleva dire suonare dal vivo. Abbiamo girato tutta la Sardegna".
Gangalistics
Gangalistics
Gangalistics quando nasce?
"Quando con Quilo – Alisandru Sanna, ex Sa Razza, fondatore dell'etichetta Nootempo e mc dei Malos Cantores – abbiamo deciso di fare uscire il mio primo disco, alla fine del 2009".
Viveva ancora in Sardegna?
"Sì, facevo la spola, come sempre, tra Sassari e Cagliari. Ho suonato forse più spesso in Campidano che al nord. Poi ho ampliato la mia visione sulla musica".
In che modo?
"Ho dovuto studiare un po' la musica. Il giradischi e il campionamento ti limitano nella produzione. Con grande sacrificio mi sono fatto un mio studio, ho comprato il primo synth, uno Yamaha Motiv, che non era tutta 'sta gran cosa, ma se sai come usarlo...".
E lei ha saputo farlo?
"Ho imparato a comporre, a sperimentare. Con il primo disco sono andato fuori dall'hip hop, con pezzi un po' bossa, elettronici, trip hop. Massive Attack, Tricky, Dj Krush, dj Shadow, quelli erano i miei riferimenti di allora".
Il video di "2Shy"
Quanto ha contato la famiglia in questa crescita?
Vengo da una famiglia di persone creative. Mio padre, architetto, ha insegnato per una vita all'istituto d'arte, mia madre ha sempre dipinto e insegna pittura all'università della Terza età. Siamo cresciuti in questo contesto.
Vi hanno spinto all'arte?
Sempre, mai ostacolati. Io sono stato writer, breaker, dipingo, disegno. Mio fratello - in arte Flub - ha approfondito di più questo aspetto. Ci siamo influenzati sempre uno con l'altro.
Il singolo "2Shy"
Il singolo "2Shy"
Quando decide di lasciare la Sardegna e andare a Liverpool? E perché?
"La musica. È stato uno dei motivi principali. Ho deciso di spostarmi perché volevo studiare qui. Questo è un mondo in cui si deve essere molto specializzati".
È cambiato il suo sguardo sull'Isola stando lì?
"Il mondo della musica e dell'elettronica è sempre uguale e si muove con le medesime dinamiche. La differenza tra noi e gli artisti internazionali sta nel fatto che loro sono influenzati da molti più stimoli e peccano a volte in originalità, per colpa di un mercato più vasto e forse più omogeneo".
E noi sardi?
"Noi abbiamo atteggiamento molto più originale e spesso non ce ne rendiamo conto perché non abbiamo un confronto vero con l'esterno. Ma le cose non sono cambiate sotto ai miei occhi, con Nootempo la "factory" di cui faccio parte non solo come artista, produciamo cose che suscitano interesse e che riusciamo spesso a diffondere. E questo vuol dire che, forse, stiamo facendo bene".

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