21/09/11

La dura vita del necroforo

il  dellamorte sardo

unione sarda
Provincia Medio Campidano

Villacidro. 

«Il sindaco vuole confrontarsi con i dipendenti e mi fa piacere»

La dura vita del necroforo

Gianni Onidi: neppure grazie da certi funzionari

Lunedì 19 settembre 2011
«Non voglio essere seppellito in un cimitero. Voglio essere cremato e le ceneri sparse al largo di Capo Boi dove nella mia vita ho pescato dei ricci buonissimi».
 dal nostro inviato Paolo Paolini VILLACIDRO «Certe volte basterebbe un grazie per ripagarmi del lavoro enorme che faccio quotidianamente».
Gianni Onidi,
sessant'anni, regna su quattro ettari disseminati di lapidi e cipressi. Un passato da cuoco in alcuni hotel di Villasimius e Saint Moritz, ha gestito anche due ristoranti, a Cagliari e Milano, prima di diventare un dipendente comunale: «Sono stato assunto come cuoco per la scuola materna. Poi magazziniere, autista e, dieci anni fa, con un ordine di servizio sono stato trasferito in cimitero».
LA STORIA «Due sindaci a fine mandato si sono complimentati, il dottor Fanni ha fatto lo stesso durante i tre anni del suo mandato. Rispetto a quando ho iniziato a lavorare nel camposanto ci sono quasi duemila posti letto in più. Li chiamo così, dopotutto cosa sono i loculi? È dura, nonostante l'impegno del collega e mio. C'è sempre da fare, in ogni momento. Due anni fa hanno tirato per le lunghe un funerale, era buio e mi è caduto il tappo di un loculo sulla schiena, ho rischiato di lasciarci le penne. Nonostante le difficoltà quest'area è ordinata e pulita come un giardino. Cosa desidero? Un grazie da parte di qualche funzionario che finge di non vedere».
I FUNERALI «Nel 2009 sono stati 139, nel 2010 130: il 31 dicembre è stato celebrato quello del sindaco. Lavoro dalle 7 alle 13 con due rientri settimanali. Non c'è la moda di rubare i fiori, anche perché stiamo attenti. Certo, se sono in un punto non posso essere da un'altra parte. Il sindaco attuale quando si è insediato ha chiesto il dialogo con i dipendenti e questo mi ha reso felice. Ho intenzione di chiedere un incontro».
LA PAURA «I primi tempi restare con un morto nell'obitorio oppure di notte nei viali non mi metteva addosso una grande allegria. Mi sono abituato. Siamo fatti di materia ed energia che si consumano più o meno in fretta. Quando finiscono significa che è arrivato il tuo turno tra i cipressi. Non farò questa fine: voglio essere cremato e le ceneri sparse al largo di Capo Boi dove ho pescato ricci buonissimi».
I DETTAGLI In cimitero sfila tutto il paese, si capiscono tante cose. Per esempio: la tomba di Giuseppe Dessì ha sempre un fiore fresco, la curiamo quotidianamente. Ci sono paesani che tutti i giorni salutano i loro cari e lasciano le tombe lucide come specchi. Per il funerale i villacidresi mostrano una vera nobiltà d'animo, nessuno fa la corsa alla bara più bella. Do una mano a tutti, quando posso. Qualcuno mi ringrazia con una confezione di caffè. In futuro vorrei aprire un'agenzia funebre, lavoro ce n'è tanto, almeno guadagnerei qualcosa in più di 1200 euro al mese. Chissà, magari ci riuscirò».


Non può prendere la patente ma può pilotare un aereo. Irja Vaittinen, cagliaritana, origini finlandesi, frequenta il corso per pilota privato.

Cronaca di Cagliari unione sarda del 19\9\2011 

La storia. Irja Vaittinen 

è la più giovane allieva dell'Aero club

Pilota aerei a sedici anni

L'auto non può ancora guidarla, i velivoli sì


Non può prendere la patente ma può pilotare un aereo. Irja Vaittinen, cagliaritana, origini finlandesi, frequenta il corso per pilota privato.
N on può prendere la patente ma può pilotare un aereo. Irja Elina Vaittinen, sedicenne cagliaritana con origini finlandesi, ha iniziato da qualche settimana il corso per ottenere il brevetto di pilota privato all'Aeroclub di Cagliari. Al termine delle quarantacinque ore di lezione pratica e duecento di lezioni teoriche, potrà guidare veivoli da due o più posti. Tra qualche mese così potrà andare in giro per i cieli con le sue amiche in attesa, quando diventerà maggiorenne, di poter guidare l'auto.
La passione per il volo le è stata trasmessa dal padre, che fin da quando era bambina portava Irja all'Aeroclub ad ammirare i decolli e gli atterraggi dei piloti dell'aria.
«Appena ho compiuto sedici anni», racconta la ragazza, «mio padre mi ha proposto di fare il corso di volo. Mi piaceva l'idea e ho accettato di provare». A quell'età basta avere il consenso firmato dei genitori per pilotare un aereo. La prima volta è stata un'emozione che non si dimentica.
LA PRIMA VOLTA «Era l'otto agosto», ricorda Irja, «ed ero tutta sola su un Cessna 152 a due posti. Non avevo paura, ero tranquilla: forse solo un po' tesa all'atterraggio perché si era alzato il vento. Alla fine il più preoccupato era mio padre che la notte prima non era riuscito a chiudere occhio».
Da quel giorno i voli sono diventati routine e adesso la ragazza si prepara a pilotare i velivoli a quattro posti.
«Irja, che a livello nazionale è una delle allieve più piccole, è un pilota bravissimo e attento in volo», sostiene il suo istruttore Pierpaolo Manca. «Il giorno del primo decollo ero più emozionato di lei. Il primo volo è un momento importantissimo che non si scorda mai».
«NON VOGLIO SMETTERE» E adesso Irja è pronta a proseguire. «Ottenuto il brevetto», racconta entusiasta, «non voglio smettere. Ho iniziato per gioco ma adesso mia piace troppo pilotare, non voglio rinunciarvi». Tra l'altro, aggiunge, «Non soffro nemmeno di vertigini, quindi là sopra mi sento davvero a mio agio».
L'AEROCLUB CAGLIARI All'aeroclub di Cagliari attualmente ci sono una decina di allievi. Quattro di questi sono giovanissimi tra i diciassette e i diciotto anni. Il gentil sesso oltre che da Irja è rappresentato anche da una ragazza trentasettenne. Tra gli allevi inoltre c'è un generale dell'Esercito. Il brevetto ottenuto alla fine del corso ha valore in tutta Europa. Fino ad oggi la scuola ha formato un migliaio di allievi. Un centinaio di questi, ha spiegato il presidente dell'Aeroclub Vincenzo Anelli, «guida oggi gli aerei delle più grandi compagnie».
Giorgia Daga

09/09/11

Rifiutano di affittargli l’appartamento quando lo vedono in sedia a rotell

dalla  nuova  sardegna del 08 settembre 2011  a  voi   ogni commento


 OLBIA. Roberto è un eroe. Un superuomo inchiodato in una carrozzina da otto mesi. E per sempre. Un giorno la sua aorta è esplosa, scoppiata come un palloncino. Il suo corpo si è spento e solo per caso è sopravvissuto alla morte. La sua fortuna gli ha regalato una vita a rotelle. Paralizzato dal torace in giù. Lui che a 45 anni mangiava la vita, con una moglie e tre figli piccoli. Un lavoro. Ora riesce a sorridere anche in questo tratto in salita dell’esistenza. Roberto Murgia non ha tempo per disperarsi. Deve affrontare un altro paradosso della sua nuova condizione. Deve trovare casa in affitto. Nella città con 3mila appartamenti sfitti, nessuno è disposto a dare un letto e un tetto a lui e alla sua famiglia. «Da sei mesi vado alla ricerca di una casa, ma succede sempre la stessa cosa - racconta Roberto -. Al telefono sono disponibili, ma appena mi vedono scatta uno strano meccanismo. Sono gentilissimi e cortesi. Ma quando richiamo per chiudere l’accordo l’appartamento è già stato affittato. In sei mesi ho visto 15 case, ed è sempre accaduta la stessa cosa. Le prime volte non ci ho badato. Ho creduto alla buona fede, poi la coincidenza mi è sembrata sospetta. Continuavo a vedere nelle riviste specializzate gli stessi annunci. Così ho fatto chiamare qualche mio conoscente. E come per miracolo la casa che per me era affittata, per chi arrivava sulle proprie gambe all’appuntamento era disponibilissima. Nei mesi mi sono quasi abituato a questa pratica selvaggia. Qualcuno è arrivato anche a tirare dritto al luogo dell’appuntamento, senza fermarsi. I soldi non sono un problema. Sono in condizione di pagare un prezzo di mercato. Ma non trovo nessuno disposto a darmi una casa in affitto. Non credo che non ce ne siano». Poi ruvido aggiunge. «Tutti pensano che se fai entrare un handicappato in casa, non lo butti più fuori. Anche se nessuno ha il coraggio di dirlo in modo schietto».
 Per un atroce destino Roberto fino a novembre assisteva le persone bloccate in casa da patologie gravi. «Lavoravo in una ditta che faceva ossigeno-terapia a domicilio per conto della Asl - spiega -. Un’azienda di Cagliari. Vivevo là e per un lungo periodo ho viaggiato ogni giorno verso Olbia. Lavoravo come un disperato. 17 ore al giorno. Poi ho deciso di trasferirmi, ho preso una casa a Cugnana, sulla campagna che si affaccia sul golfo. Ma per arrivare nella villetta in cui ancora oggi sto bisogna fare tre chilometri di strada bianca. Una via accidentata in cui anche chi mi fa assistenza fa fatica a domare. Per questo sono alla ricerca di una nuova casa». Roberto ricorda il giorno che ha cambiato la sua esistenza. La rottura dell’aorta ha creato un’emorragia devastante che ha causato una lesione spinale irreversibile. «Ero qua, alle 7 del mattino mi sono sentito male - racconta -. Sono arrivato alla strada principale, là c’era l’ambulanza. Poi mi hanno salvato la vita a Sassari. Ma sono rimasto paralizzato». La sua voce è limpida, con l’entusiasmo di chi ritorna alla vita. Neanche un’ombra di paura di chi deve affrontare una esistenza inchiodata. «Sono fortunato - spiega -, ho una famiglia stupenda. Accanto a me ho una persone fantastica, e o tre figli. Il più grande ha 9 anni, i gemelli ne hanno 7. Mi secca solo non riuscire a rispondere alle loro domande. Mi chiedono perché nessuno voglia darci in affitto una casa. Se devo essere sincero non so cosa dire. Non voglio pensare che questa magnifica città sia capace di tanto cinismo. Io non mi arrendo. Sono combattivo per carattere».
 Il volto scavato trasmette serenità, come se non ci fosse spazio nella sua mente per la sfiducia, l’abbattimento. Come chi vive in modo ordinario una condizione straordinaria. «Spero che qualcuno mi possa venire incontro. Non ho grandi pretese - conclude Roberto -. Certo mi serve una casa al piano terra con un piccolo giardino che possa essere raggiunta in modo semplice. Una casa in cui ci possa stare la mia famiglia. E possa ritrovare la serenità per andare avanti. Ma non mi sembra qualcosa di troppo complicato». Viene avanti e saluta tutti con un sorriso, con la forza di un superuomo più forte di qualsiasi diversità.

08/09/11

Un vescovo-madre

Dopo nove anni di episcopato, il card. Tettamanzi lascia la Cattedra ambrosiana





A Bresso, dietro il Parco Rivolta, al confine con la strada, si trova uno spazio vuoto, in marmo bianco, circondato da un cancelletto. Un rettangolo dalle linee severe eppur addolcite dalle dimensioni domestiche, dal colore stesso, candido, certo, ma tenue, e leggermente venato di rosa. È un limite sospeso, che presto sarà occupato da un monumento. Ai caduti? alle donne del Risorgimento? Ancora lo ignoriamo.






Tettamanzi festeggiato dai fedeli della Valbiandino. Sotto: con Madre Maria Vittoria Longhitano, parroca della Chiesa veterocattolica ambrosiana; in basso: in mezzo ai Rom del Triboniano.






Mentre, ieri, costeggiavo quell’opera in divenire, ricordavo l’ingresso a Milano del cardinale Tettamanzi, la difficile eredità che si accingeva a raccogliere. Ricordo quella partenza a piedi da Renate, la sua città natale, immersa nella Brianza lussureggiante e devota: terra di parroci, di oratori, di processioni. All’epoca, il prelato aveva già sessantotto anni e mi venne spontaneo compiangerlo un po’: “Poveretto, che fatica”. Ma non alludevo solo al disagio fisico. Era il peso morale che, in realtà, mi spaventava. Tettamanzi arrivava a dirigere la diocesi più grande d’Europa, retta fino ad allora dal “monumento” Carlo Maria Martini. So che quest’ultimo non amerebbe esser definito così; l’aura sepolcrale e fredda che comunemente associamo a tale vocabolo non rende giustizia a un principe della Chiesa dimostratosi pastore attento e solerte, vivo, “prossimo”. Eppure, pensando a Martini, viene quasi spontaneo. Nel senso migliore. Lo era per il tratto solenne, asciutto, grave e lieve della persona e dell’apostolato. Per il misticismo lombardo ed essenziale, lui nato ad Alessandria. Ripenso a Martini e vedo una marcia trionfale. Guardo Tettamanzi e lo associo al trotterellare un po’ ansioso del curato di campagna, che chiede permesso quando varca la soglia di casa. Una presenza familiare, anche troppo. Al punto, quasi, di non badarvi. Ma senza la quale ci si sente persi. Perché quella presenza lavora, è indispensabile. Se, come hanno scritto nel loro saluto i preti bressesi, il vescovo è anche madre, Tettamanzi è stato sicuramente una madre: operosa, ma discreta. Una che c’è sempre stata, e che al momento giusto appare come un’epifania. Tettamanzi e la fatica. Un’altra caratteristica che lo associa alle madri. Non solo gli toccava subentrare a Martini. Ma entrava in una Milano livida, frastornata, rancorosa e impaurita. A ridosso dell’11 settembre. Il senso dell’accoglienza nei confronti dello straniero, tipicamente meneghino, si era eclissato. L’altro, il diverso era ormai solo un nemico, di un’altra razza, addirittura d’una diversa umanità o – ciò ch’è peggio – di nessuna. La politica alimentava questo ritorno alla barbarie, anzi, lo ergeva a valore; altri brianzoli, di corta veduta e di fragile fede, brandivano crocifissi di legno per bastonare i crocifissi della società. E qualche vescovo, nemmeno tanto copertamente, li benediceva.


Erano i tempi dello scontro di civiltà, di Oriana Fallaci che dalla terza pagina del “Corriere” scagliava truculente invettive contro il nemico islamico. E qualcuna ne toccò proprio a lui, al nuovo arcivescovo, appena questi individui, che non mancavano di professarsi ad ogni occasione atei devoti (un assurdo logico prima che linguistico), realizzarono che non stava dalla loro parte.

Il parroco di campagna, erede d’una lunga tradizione di solido cattolicesimo, iniziò subito con la ricerca del dialogo con i musulmani e gli immigrati in genere. Innanzi tutto, con Dio. Tettamanzi era ed è uomo di preghiera, un mistico anch’egli, non di folgoranti lumi, ma della quotidianità, come la protagonista della dramma perduta. Ma non per questo meno profondo e, oseremmo dire, voraginoso. La preghiera è azione e Tettamanzi l’aveva compreso bene. La preghiera gli permise di vedere non in un’astratta entità, ma nella vita di ognuno, il volto di Dio. Fermo nella fede, non temeva quella degli altri, che anzi sentiva parte integrante della propria. Fu solo, disperatamente solo. Lo amavano le associazioni, non solo cattoliche; lo stimavano e vi erano affezionati i credenti di altre fedi e confessioni: penso non solo ai protestanti, ma pure alla piccola e nuova (per Milano) realtà veterocattolica, la cui presbitera è stata ricevuta in diverse occasioni dall’arcivescovo e ha concelebrato con altri ministri nel corso della settimana per l’unità dei cristiani. Ma la politica trionfante e aggressiva, e i potenti fondamentalisti lombardi, nutrivano per lui un odio inestinguibile. Cristianisti ringhiosi e sguaiati giunsero ad appioppargli l’epiteto, per loro sommamente ingiurioso, di “imam” quando auspicò la costruzione d’una moschea e d’un centro culturale islamico. La giunta comunale del tempo, dietro i sorrisi di circostanza, si guardò bene dall’ascoltarlo. In anni di sgomberi di campi rom, egli era lì, in mezzo a loro, a celebrare la Messa di Natale. Poi venne il caso Englaro. E nuove solitudini e amarezze per il nostro cardinale. Egli non approvava la decisione del papà di Eluana. Ma non gli uscì una parola di condanna nell’omelia ch’egli dedicò, pastoralmente, al senso dell’esistenza umana, e al termine della quale esortò, ancora una volta, alla preghiera. O meglio, alla contemplazione. Al tabernacolo. Ai cristianisti, analfabeti dei più elementari dettami del Vangelo, parve una posizione rinunciataria; e ignoravano che solo la dimensione contemplativa della vita (come, non casualmente, s’intitolava la prima lettera pastorale del predecessore Martini) può permettere ai nostri atti un respiro vasto, un segno che si configge e resta cristallino: roccia, guida.

Tettamanzi era un moralista, curava la pastorale familiare. Come un altro grande lombardo, Angelo Roncalli divenuto poi Giovanni XXIII, aveva in mente le riunioni umane delle sue valli, i padri, le madri, i nonni e la numerosa prole. L’amava; e, per questo, vedeva la famiglia includente. Lui, che considerava il divorzio una grande ferita per la società ancor prima che per la persona, fu il primo a pubblicare una toccante lettera indirizzata a chi aveva perduto quella felicità. E a chi, come pastore, avrebbe dovuto accoglierlo. I divorziati risposati – amava ripetere – non devono sentirsi fuori della Chiesa. In fatto di dottrina era intransigente, ma se le parrocchie hanno cominciato una pastorale per le famiglie disunite, lo si deve soprattutto a lui.

La felice intuizione della Chiesa “famiglia cellula della società” per Tettamanzi non rimase lettera morta o, peggio, occasione per inefficaci e perbenistici strali contro gli “irregolari”. Capì che la famiglia non poteva esser difesa solo a parole. Che molte si disfacevano, o non si componevano proprio, per una crisi sociale che si allungava nel nostro “ricco” mondo. Mentre qualche governante allegrone assicurava per l’Italia fiumi di latte e montagne di marzapane, Tettamanzi nel 2008 scriveva: “In questo Natale già segnato dalle prime ondate di una grave crisi economica, un interrogativo mi tormenta: io, come Arcivescovo di Milano, cosa posso fare? Noi, come Chiesa ambrosiana, cosa possiamo fare?”. Io-Noi. Se Martini si trovò ad operare in tempi di edonismo nascente, a Tettamanzi toccò un’altra fatica, quella di fronteggiare l’egotismo deflagrato, ormai in agonia, e perciò ancor più feroce e invasivo. L’Io, anzi l’Ego tanto celebrato, non poteva esistere senza il Noi, privo cioè di relazione. “Non è bene che l’uomo sia solo”: non per sé, ma nemmeno per il mondo ch’egli ha costruito a sua immagine. E l’uomo diuturno fu colto, questa volta, dall’illuminazione rovente, quel Fondo Famiglia-Lavoro che, destinato a famiglie e singoli colpiti dalla crisi economica, ha finora messo a disposizione quasi tredici milioni di euro e che continuerà a operare fino al 31 dicembre prossimo.

Due giorni fa, l’ultimo affondo: sulla questione morale. “In politica – ha denunciato – dai tempi di Tangentopoli non è cambiato nulla”. Troppo, decisamente, per certe orecchie foderate. “Non vedono l’ora che arrivi ‘quel’ giorno, i grandi elettori meneghini del centrodestra – ha scritto qualche mese fa una rivista on line. – aspettano con ansia il pensionamento, per raggiunti limiti d’età, di un vescovo mai vissuto come la propria guida spirituale. Mugugnarono quando Dionigi Tettamanzi aprì il Duomo, durante una messa dell’Epifania, alle comunità straniere in nome della multiculturalità, si irrigidirono quando prese le difese delle associazioni laiche e cristiane a sostegno dei diritti civili delle popolazioni romanì contro gli sgomberi e non nascondono tutta la loro irritazione ogni volta che il porporato alza la voce contro il degrado della politica”. Ora “quel” giorno è arrivato, Tettamanzi verrà sostituito dal vescovo ciellino Scola. Ma non ci s’illuda: la lezione di Tettamanzi non andrà perduta, perché s’innerva nella grande tradizione ambrosiana, di Ambrogio, di Carlo Borromeo, il quale, come si sa, fece un po’ di tutto: dalle scuole per ragazze povere ed ex-prostitute, alle case per l’infanzia, agli ospizi per i poveri. E bastonò i potenti.


Io, comunque, preferisco associarlo a un vescovo ancor più remoto, che già nel nome, con lui, condivideva la sollecitudine e la fatica: Materno, oggi ricordato da una chiesa e una piazza in Lambrate, periferia della città, angolo della storia. Respiro di Dio.



06/09/11

Il fabbro siciliano: «Così ho costruito e visto crollare le Torri» di G. R.

di Giuseppe Rizzo | tutti gli articoli dell'autore
nino schifano 11 settembre
Due immagini si sono saldate alla retina degli occhi di Nino Schifano nel corso della sua vita: la seconda è la nevicata del 1962 a Palermo. «Avevo diciannove anni e lavoravo ai cantieri navali – racconta – eravamo nelle stive di una nave, avevamo lavorato tutta la notte e la mattina, una volta sul ponte, non credevamo ai nostri occhi: tutto era bianco, ricoperto di neve». Chiunque sia nato a Palermo, ovvero vi abbia passato un po' di anni della propria vita, ha in qualche modo la sua nevicata da raccontare – e non sono molte, e pochi i fortunati. Le palme che si colorano di bianco, Montepellegrino che magia, il Teatro politeama una nuvola di zucchero nel traffico impazzito. Nino, la nevicata del 1962: «Un'immagine indimenticabile», dice. La seconda per il carico di stupore e sbalordimento che i suoi occhi riescano a ricordare.

FOTOGALLERY: LE IMMAGINI SCATTATE
DA NINO AL WTC DOPO GLI ATTACCHI


La prima sono le Twin Towers che crollano. Tra le due immagini si srotola la sua intera esistenza. Quella di un ragazzo che a ventidue anni sale su un aereo per New York per raggiungere la ragazza che ama, che trova lavoro come fabbro nella Grande Mela, che partecipa alla costruzione delle Twin Towers e che anni dopo le vedrà crollare per poi essere richiamato a sgombrarne le macerie. A dieci anni da quella mattina feroce la sua memoria corre ai primi giorni trascorsi nella Grande Mela.

IN AMERICA
«Furono momenti durissimi, pensavo di tornarmene in Sicilia: troppo grande la città, troppo dura la vita», dice. A salvarlo sono due cose: l'amore per la moglie, Maddalena, che in America lo ha trascinato nelle speranze di un destino meno storto di quello che spettava loro in Sicilia, e l'abilità con cui sa lavorare il ferro. Inizia a lavorare, paghe da fame, sfruttamento continuo, ma le cose pian piano si aggiustano.

IL LAVORO NEL 1969
La prima volta che mette piede al World Trade Center è il 1969, e subito la vertigine progettata dall'architetto Minoru Yamasaki lo incanta e paralizza. L'edificazione sulla roccia, le fondamenta oltre i 20 metri sotto il suolo, il cuore di acciaio e alluminio della struttura: per un fabbro catapultato dalle case popolari di Palermo al centro di una delle più grandi metropoli dell'Occidente è un continuo capogiro. Nino e la sua squadra sono chiamati a sistemare gli ambienti che avrebbero ospitato uffici di multinazionali, hotel, ristoranti, centri della finanza globale e studi di avvocati.

«Era anche un lavoro delicato – spiega Schifano – perché oltre alla sistemazione basilare dei locali, dovevamo metterli in sicurezza: erano gli anni degli attentati dei Weathermen», i bombaroli dell'estrema sinistra americana da qualche tempo terrorizzavano gli Stati Uniti. Billy Ayers, uno degli elementi di spicco del movimento, a misura del fatto che raramente si sopravvive alle proprie idee scellerate, parlò di quei giorni un'intervista rilasciata al New York Times. Il titolo suonava così: «Nessun pentimento per la passione degli esplosivi». La data di pubblicazione, per un capriccio del destino, era l'11 settembre del 2001.

IL CROLLO DELLE TORRI

Un giorno di cui Nino ricorda ogni particolare: «Ero nella Diciannovesima Strada, Settima Avenue, nel West Side. Le Twin Towers lì vicino, il solito straordinario spettacolo». Per anni Schifano ci è passato davanti, incollando il naso alla punta delle Torri ogni volta che ha potuto. «Mi ricordo che all'inizio ci fu un gran silenzio – dice – scesi in strada e dall'angolo dove mi trovavo alzai gli occhi al cielo, verso il World Trade Center, e non mi resi subito conto di quello che stava succedendo». Nel 1974 era stato nominato vicepresidente del sindacato Iron Workers Local 40. Restò in carica per quattordici anni, e le prime persone che sentì la mattina degli attacchi furono proprio i suoi capi. L'ordine fu di dirigersi verso le Torri e controllare cosa fosse successo.

«Quando arrivai a Canal Street, però, trovai un muro di Blue – racconta, riferendosi alle decine di poliziotti che intanto avevano recintato l'area – fu impossibile superarli». La scena intanto si riempiva di tutti quei particolari da apocalisse urbana che negli anni la retorica delle immagini ripetute ossessivamente avrebbe trasformato nei grani di un rosario di cui tutti conosciamo i passaggi: le Torri in fiamme, i vetri esplosi, il volo disperato di decine di persone dalle finestre dei grattacieli, il crollo, i superstiti che si aggirano come fantasmi, la nube bianca che si alza sulla testa di tutti.

L'ODISSEA DEL RITORNO A CASA
Nino osserva la scena dal Manhattan Bridge assieme ad altre decine di migliaia di persone. Sta provando a tornare a casa, non sente la moglie e i figli da un po', e non li sentirà per tutta la durata della sua piccola odissea – sei ore per lasciare Manhattan e arrivare a Brooklyn.

«Decisi di andare a East – racconta – sopra il ponte la gente andava a East, ma guardava verso il West. La nube biancastra veniva spinta verso East, come noi sul ponte. Brooklyn era dall’altra sponda. Pensai ai terroristi nascosti sotto il Manhattan Bridge con l’esplosivo pronto. Continuai verso Est, verso l’altra sponda». Dal ponte Nino realizza per la prima volta cosa è successo. Si gira verso Manhattan: le Torri non ci sono più. A casa abbraccerà la moglie, sentirà i figli e si attaccherà alla televisione. I giorni e i mesi successivi saranno i giorni e i mesi della rabbia.

AL WTC, TRA LE MACERIE
«Tempo dopo mi chiamò il sindacato, mi chiedevano di ritornare al Wtc per partecipare allo sgombero delle macerie: in fondo, quella era roba nostra», dice. Ferro e acciaio e quel che restava di ferro e acciaio: roba loro. «La prima cosa che mi colpì una volta lì fu l'odore. Era impressionante. Un odore di morte, di cadaveri. Un giorno fui costretto a tornarmene a casa perché non ce la facevo più a sentirmelo addosso », dice. «Ma la cosa più dolorosa per me, che sono un fabbro, fu vedere quel ferro, che fino a poco prima ti sembrava un materiale invincibile, accartocciato come fosse uno spaghetto. Pensavamo che quelle Torri non sarebbero potute crollare mai, e invece sono andate giù come fuscelli».

Ne tagliarono i pezzi in piccole parti perché fosse più semplice portarle fuori. Giornate intere con il rumore delle seghe negli orecchi e l'odore di morte nel naso. A interrompere il lavoro, il suono della campana che suonava ogni volta che venivano ritrovati dei corpi – o pezzi di.

LA CROCE PER LE VITTIME
«Venivano i parenti delle vittime, e noi, se erano credenti, gli regalavamo delle piccole croci che avevamo ricavato dai resti delle Twin Towers». Una di quelle croci Nino se la porta ancora dietro, anche ad Alimena, piccolo paese arroccato sulle Madonie, in Sicilia, dove ogni estate ritorna per qualche mese. Quest'anno, per la festa della Maddalena, quando la banda del paese è passata sotto casa sua e lui come da tradizione gli ha offerto acqua e arancine e panini l'hanno vista tutti. I musicisti hanno suonato l'inno di Mameli e quello americano. Senza retorica. Nino ne è stato contento.
5 settembre 2011

02/09/11

ORA E' UFFICIALE. Scienziati Usa confermano esplosivi per demolire le Twin Towers






Ora è ufficiale.Tracce di esplosivi di nano-termite sono stati raccolti dai detriti del WTC poco dopo il loro crollo dell'11/9/2001. Alla Brigham Young University, il professore di fisica, il dottor Steven Jones, ha fatto la scoperta dell'esplosivo insieme ad un team internazionale di nove scienziati.Grazie quindi alle prove di laboratorio più estese, gli scienziati hanno concluso che i campioni analizzati, hanno mostrato che si tratta di esplosivi nano-termite, generalmente usati per scopi militari.
Gli scienziati trovano Nano-termite (stimata in oltre 10 tonnellate)
presso il World Trade Center
Dopo un rigoroso processo di peer-review, il loro documento è stato pubblicato nella Bentham Chemical Physics Journal, una delle riviste più accreditate negli USA e che ha approvato alcuni Premi Nobel, essendo rispettata all'interno della comunità scientifica. Primo autore dello studio è Dr. Niels Harrit di 37 anni, professore di chimica all'Università di Copenaghen in Danimarca e un esperto di nano-chimica, che dice: "Il conto ufficiale messo avanti dal NIST viola le leggi fondamentali della fisica."
Il Governo ora sa delle prove che confermano la presenza di Esplosivo Nano-Termite, utilizzati per far cadere tutte le tre Torri del WTC l'11 / 9
Adesso come la mettiamo? Questo è stato pubblicato ufficialmente da un’autorevole giornale di Chimica e Fisica i cui membri hanno assegnato anche parecchi Nobel, recensito dagli stessi esperti accademici:“Active Thermitic Material Discovered in Dust from the 9/11 World Trade Center Catastrophe” a cura di Niels H. Harrit, Jeffrey Farrer, Steven E. Jones, Kevin R. Ryan, Frank M. Legge, Daniel Farnsworth, Gregg Roberts, James R. Gourley and Bradley R. Larsen.
Il documento termina con la seguente affermazione: “Sulla base delle precedenti osservazioni, concludiamo che lo strato rosso dei frammenti rosso-grigi rinvenuti tra le ceneri del WTC è materiale termitico attivo, inesploso, assemblato secondo tecniche di nanotecnologia, e rappresenta materiale ad alto potenziale pirotecnico e/o esplosivo”.
In breve, il documento cancella la versione ufficiale secondo cui “non esistono prove” per dimostrare la presenza di materiale esplosivo/pirotecnico negli edifici delle Torri Gemelle.

Cosa ci fa una notevole quantità di materiale esplosivo/pirotecnico di alta tecnologia tra i resti del WTC? Chi ha prodotto tonnellate di quella roba, e perché? Per quale motivo gli investigatori si sono rifiutati di cercare residui di esplosivo subito dopo il crollo al WTC?
Si tratta degli interrogativi essenziali sollevati da questo studio scientifico.
Il dibattito tra gli specialisti è logorante, ci sono pagine di commenti. Le impegnative domande sollevate dagli esperti hanno condotto a mesi di ulteriori esperimenti, col risultato di aggiungere approfondimenti al documento, incluse l’osservazione e gli scatti di sfere arricchite di ferro e alluminio prodotte quando il materiale viene infiammato all’interno di un Calorimetro a Scanning Differenziale.
I nove autori hanno intrapreso un esame dettagliato degli insoliti frammenti rosso-grigi trovato nella polvere generata dalla distruzione del WTC l’11 settembre del 2001. L’articolo dichiara: “L’ossido di ferro e l’alluminio sono strettamente mescolati nel materiale rosso. Quando vengono bruciati in un DSC (Calorimetro a Scanning Differenziale) i frammenti mostrano composti esotermici ampi ma ravvicinati che si formano ad una temperatura di circa 430°, decisamente al di sotto della normale temperatura di combustione relativa alla termìte normale. Si osservano chiaramente numerose sfere arricchite di ferro nei residui della combustione di tali particolari frammenti rosso-grigi. La porzione rossa dei frammenti citati si scopre essere materiale termitico non reagente ed altamente energetico”. Le immagini e le analisi statistiche meritano grande attenzione.

Alcune osservazioni sulla stesura del documento:

1) Il primo autore è il Professor Niels Harrit dell’Università di Copenhagen in Danimarca, professore associato di Chimica. E’ un esperto di nano-chimica. Le ricerche in corso che sta conducendo, insieme alla sua foto, possono essere trovate qui: http://cmm.nbi.ku.dk/

Strutture molecolari su scale cronologiche corte ed ultracorte

Un Centro della Fondazione per la Ricerca Nazionale Danese

Il Centro sui Movimenti Molecolari è stato inaugurato il 29 novembre del 2005, all’Istituto Niels Bohr, presso l’Università di Copenhagen. La nascita del Centro è stata resa possibile da un sussidio di 5 anni della Fondazione per la Ricerca Nazionale Danese (vedi ad esempio www.dg.dk ). Miriamo ad ottenere immagini in tempo reale di come si muovono gli atomi mentre sono in corso i processi molecolari e nei materiali solidi, utilizzando impulsi accelerati di raggi laser e raggi X. Lo scopo è comprendere e al momento opportuno influenzare, a livello atomico, le trasformazioni strutturali associate a tali processi.
Il Centro combina le conoscenze e le capacità acquisite dal Riso National Laboratori, dall’Università di Copenhagen e l’Università della Tecnica della Danimarca, nella ricerca strutturale relativa alle tecniche di accelerazione atomica a raggi X (raggiunta con il sincrotrone), la spettroscopia a radiazioni ultraveloci (al ritmo di un milionesimo di nanosecondo), lo studio teoretico dei processi a radiazioni ultra-veloci, e l’abilità di plasmare materiali, progettando sistemi a campione per condizioni sperimentali ottimali.
Il nome del decano del College da cui proviene il professor Herrit, Niels O Andersen, è il primo a comparire nell’elenco di quelli del Consiglio di Consulenza Editoriale del Bentham Science journal dove il lo studio è stato pubblicato.
2) Il secondo autore è il Dr. Jeffrey Farrer della Brigham Young University (BYU).
http://www.physics.byu.edu/images/people/farrer.jpg
3) Il Dottor Farrer è descritto in un articolo a pagina 11 della rivista Frontiers della BYU, in un numero della primavera del 2005: “Dr Jeffrey Farrer, direttore del laboratorio TEM (TEM sta per Microscopia di trasmissione a elettroni ). L’articolo annota: “I microscopi a elettroni presso il laboratorio TEM contribuiscono a fornire alla BYU competenze virtualmente uniche…che non hanno confronto con quanto costruito nel resto del mondo”. L’articolo è intitolato: “Rari e potenti microscopi svelano nano- segreti”, il che è sicuramente vero per quello che riguarda le scoperte del documento di cui si discute.
4) Onore e gloria alla BYU per aver permesso ai Dottori Farrer e Jones e allo studente di fisica Daniel Farnsworth di intraprendere la ricerca descritta nel documento e aver condotto una recensione interna dello stesso. Il Dr Farrer era in principio il primo autore del documento. Ma a seguito della recensione, gli amministratori della BYU gli hanno evidentemente proibito di porre il suo nome per primo su QUALSIASI documento relativo alle ricerche sull’Undici Settembre (questa almeno sembra la loro priorità, ma forse lo spiegheranno). Nonostante tutto, la pubblicazione del documento è stata approvata col nome del DR Farrer e la citazione nella lista, e noi ci congratuliamo con la sua Università per questo. Siamo dalla parte del DR Farrer e ci complimentiamo per la sua carriera scientifica di ricercatore che questo documento testimonia.
5) Forse ora verrà finalmente il momento di un esame critico sui DATI SCIENTIFICI indagati dai professori Harrit e Jones, dai dottori Farrer e Legge e dai loro colleghi, come ripetutamente da loro richiesto. Noi sfidiamo QUALUNQUE università o gruppo di laboratorio a produrre un tale esame. Questo documento sarà un ottimo punto di partenza, insieme ad altri documenti, sempre recensiti da esperti, pubblicati da giornali autorevoli e che coinvolgono molti degli autori succitati:

Quattordici Punti di Accordo col Governo Ufficiale
Resoconti sulla Distruzione del World Trade Center

Autori: Steven E. Jones, Frank M. Legge, Kevin R. Ryan, Anthony F. Szamboti, James R. Gourley
The Open Civil Engineering Journal, pp.35-40, Vol 2
http://www.bentham-open.org/pages/content.php?TOCIEJ/2008/


Anomalie Ambientali al World Trade Center: Prove di Materiale Energetico

Authors: Kevin R. Ryan, James R. Gourley, and Steven E. Jones
The Environmentalist, August, 2008
http://dx.doi.org/10.1007/s10669-008-9182-4

6) James Hoffman ha scritto tre saggi che spiegano ulteriormente le implicazioni ed i risultati del documento. Grazie, Jim, per il tuo lavoro! http://911research.wtc7.net/essays/thermite/index.html

7) Importanti aspetti dello studio sono stati confermati, in piena indipendenza, da Mark Basile nel New Hampshire e dal fisico Frederic Henry-Couannier in Francia, a partire dai primi resoconti scientifici su queste scoperte (per esempio, quelli del prof. Jones ad un seminario al Dipartimento di Fisica dell’Università della Utah Valley, tenuto lo scorso anno). Pensiamo che ulteriori dettagli verranno ad aggiungersi da parte di questi ricercatori indipendenti.


Ora non vi resta che leggere il documento, e fare passaparola sui risultati di queste scoperte! http://www.bentham.org/open/tocpj/openaccess2.htm, poi cliccate su “Active Thermitic Materials Discovered…” Questo è il link diretto: http://www.bentham-open.org/pages/content.php?TOCPJ/2009

Fonte : 911Blogger
Traduzione per EFFEDIEFFE.com a cura di Milena Spigaglia