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giovedì 27 novembre 2008

Don Farinella: Il Papa benedice liberalismo e teocon


Grassetti nostri.



Come sicuramente sapete, il papa ha scritto una lettera prefazione ad un saggio del sen. Marcello Pera [colui che fra l'altro, in un'applauditissima lectio magistralis al Meeting ciellino del 2005, si era scagliato con veemenza contro il "meticciato culturale", n.d.r. ], in cui dichiara che il liberismo e il cristianesimo sono intrinsecamente coerenti e il primo senza il secondo crolla. Nella lettera il papa declama il De profundis per ogni forma di dialogo tra religioni (e/o fedi), dicendo che il dialogo a questo livello è negazione della propria fede, mentre approva il dialogo tra le culture... il papa sposa le tesi del Pera e mettendosi in contraddizione con il Vaticano II (non è una novità), con Giovanni Paolo II e con se stesso perché in altre occasioni ha fatto affermazioni diverse.

Resto scandalizzato dal fatto che un papa si presti al gioco dell’instaurare una religione civile dal vestito cristiano e non si rende conto che è caduto in una trappola, smentendo anche molti esimi vescovi e cardinali impegnati sul fronte del dialogo interreligioso, come i cardinali Martini, Tettamanzi, Scola, il vescovo Paglia, ecc. ecc. ecc. insieme alle centinaia e migliaia di migliaia di operatori pastorali che sparsi nel mondo operano in diuturno e proficuo dialogo di rispetto e di ricerca con tutte le donne e gli uomini di buona volontà. E’ la prima volta che un papa si presta a scrivere una prefazione ad un ateo devoto, avallandone le tesi e quindi dandogli il peso dell’appoggio papale. Chi fermerà più l’orda dei lanzichenecchi che assaltano il cristianesimo per risucchiargli l’anima e svuotarlo del suo contenuto originario che è la Persona di Gesù Cristo? Il papa che si scaglia contro il relativismo, con questa lettera prefazione ha fatto del cristianesimo l’evento più relativo che più relativo non si può.



A questo proposito ho preparato un documento di una pagina che oggi [ieri, n.d.r.] ho inviato al Corriere della Sera, nella speranza che vogliano pubblicarlo, dicendo che attendo un giorno, cioè domani giovedì 27, e dopo lo metto in internet invitando chi vuole a firmarlo: viene un tempo in cui non si può tacere e chi inorridisce della situazione che è davanti a noi, può firmare come testimonianza. Non intendo inviare le eventuali firme raccolte a questo o a quello. Desidero solo porre un segno di distanza anche dal papa, perché verrà un giorno in cui si dovrà distinguere tra chi è rimasto fedele al Vangelo e chi «ha sfriculiato» col potere e con i finti religiosi che usano la religione e la fede per idolatrare un sistema liberista che è il padre e la madre del capitalismo di mercato che ha generato e sta generando nel mondo la strage degli innocenti: i poveri la cui povertà è il sostegno più sicuro della ricchezza dei pochi.

 


A sinistra: la copertina di Senza radici, libro che nel 2004 l'allora card. Ratzinger scrisse con Marcello Pera.


Se consideriamo la forma del testo della lettera, si evince che il papa ha scritto da solo la lettera senza nemmeno la mediazione della segreteria di Stato, segno che è un atto strettamente personale e poiché su questa materia, secondo la teologia tradizionale della Chiesa, il papa esprime sue opinioni personali opinabili, io le contesto, le rifiuto e le ripudio come estranee al mio patrimonio culturale e religioso di credente cattolico.


Nella chiesa cattolica vige l’uso, di stampo sovietico, del culto della personalità che riguardo al papa raggiunge vertici parossistici: anche chi dissente radicalmente non critica mai, non si espone mai, ma sottovoce fa scorrere lamentele e dissapori. Non così impone il vangelo che esige un parlare chiaro del tipo «sì, sì; no, no». Già la sala stampa vaticana oggi si è arrampicata sugli specchi per fare coincidere il cerchio col quadrato, ma quando le uova sono rotte, solo una cosa può venire buona: la frittata.


Spero e prego che il papa si renda conto di quello che ha scritto, si converta e chieda scusa.






Paolo Farinella, prete - Genova






lunedì 16 giugno 2008

Parco giochi della mia infanzia

Parco giochi della mia infanzia, quando hai perso le stagioni? Quando i tuoi prati, oasi alate d'un circoscritto paradiso, hanno smesso di risuonare di voci tinnanti? Dove l'erba ha assorbito muta il cilestrino colore di garruli giochi? Eravamo uno sciame, allora, figli svettanti d'un futuro assolato. La bicicletta e gli schettini, il rapido vortice di pantaloni scampanati, beatamente implumi e frondosi, tra boom e austerity. La certezza d'una vacanza al mare, e tuttinpiedi davanti alla maestra. Qualcuno già nutriva un pensiero nascosto, un sottile e inquieto rigo musicale tra i risvolti delle casacche a quadri. Il saggio di danza, e ragazzine sparute più che aggraziate. Le lezioni di judo per i maschi, poi qua e là, circondati da un'ebollizione di generi, scompigliati fra barbe lunghe, camicioni colorati, e già qualche tocco di trucco su guance ruvide, si assaporava il fermento d'una porta arcana, d'una primavera sovvertita. Ma nessuno ci cancellava il sorriso. Niente poteva turbare il nostro coraggio fresco e lacustre.


Parco giochi della mia infanzia, perché ora giaci abbandonato? Inutile come un cerino umido, lasci vagolare, distrattamente, una desolata famigliola. Si riapproprino del cielo, riafferrino le tue stinte altalene. S'illudano ancora, questi figli del Duemila, ignoti bambini, obsolete novità. Riprendano il loro giorno, godano delle tue albe germinali, tornino a riempire, con cirri luminosi, il nostro cielo di città.


                     Daniela Tuscano

mercoledì 4 giugno 2008

Cittadini di Emmaus

Il tempo pasquale è ormai trascorso, ma mi capita di ripensare spesso al suggestivo episodio della Cena in Emmaus (a lato, il dipinto del Caravaggio). Questa lettura, e una frase di don Antonio Mazzi a proposito delle assassine di suor Maria Laura Mainetti, che presto assurgerà agli onori degli altari" Stanno redimendosi, ma il significato della beatitudine è totalmente estraneo alla loro cultura") mi hanno spinta a formulare qualche domanda in libertà, forse illogica, confusa. ( La Resurrezione è un evento ineffabile, è, per dir così, la gnosi della fede, l'abbandono all'assurdo. Avviene di notte, dona luce al cuore, ma si cela agli occhi e alla mente. Non posso crederci. Ma, forse per questo, m'insegna il valore del silenzio, della fissità. E' stato notato che nelle opere d'arte soprattutto occidentali domina la figura del Crocifisso. Molto meno quella del Risorto. L'uno è solo umano e, nello scandalo dell'attesa tradita, assolutamente logico. Ognuno fa esperienza della morte. Ma nessuno trapassa davvero. O, forse, varca muto la soglia, luce su luce, completo e ciclico come un'immensa Fine. In ogni caso, non ci abbiamo mai creduto davvero. La morte, in Occidente, e nell'Occidente dell'anima, spegne tutto e per sempre. In Occidente è di scena la terra, il corpo, l'azione. Cammina, senza pace né gioia, lavora verso il nulla, attende miserie, percorre sentieri che lo riconducono alla terra. Emmaus è passaggio continuo e doloroso, spazio precario, periferia irrisolta. L'Occidente venera, o meglio venerava, Gesù, ma fino a che punto gli è lecito dimenticarsi di Cristo? Cristo che non ha annullato il primo, Cristo coi segni della Passione.
Abbiamo tutti presente il maestoso PantocratorDuomo di Monreale: la rappresentazione musiva del Vangelo di Luca. Ieratico, solenne, eppure ancor solido corpo,d'una dignità costantiniana dietro lo sguardo amorevolmente severo.                                                  Nel Pantocrator (=onnipotente) di Monreale affascina l'ibridismo mistico. Le braccia allargate rievocano la croce che unisce le due sponde del mondo.O l'arditezza fantasmagorica di Grünewald (a sinistra): una preveggenza, un'irruzione nello spazio alieno, nel cosmo senza nome e senza Dio. Un extraterrestre del Cinquecento dietro un sommosso pulsar, nell'infinito universo et mondi. Con l'ingenuo calore d'una nuova, perenne notte di Natale. Quello di Grünewald è davvero un crocifisso risorto. Emerge dalla notte con le braccia spalancate come sulla croce, là come segno d'amore prostrato, qui come abbraccio trasfigigurante. Ma sono le icone orientali, l'essenzialità senza prospettiva degli sfondi dorati, lo sguardo ossuto e millenario, senza vento, la vera immagine del silenzio esausto e primitivo. Un'idea cromatica. Non un ritratto. Non una spiegazione. Preghiera visiva.
La Resurrezione non si comprende né si discute, s'irradia misteriosa in noi, senza che ce ne accorgiamo. Dal nulla scintillante emerge una rilettura di vita, in cui noi, gli altri, restiamo trasfigurati e scoperti, orme del divino amico.                                                           
Dovremmo domandarci cosa significa per noi resurrezione. Come la viviamo, dove la trovate, chi per noi è Dio: una divinità, un'idea, una persona cara... Scoprire se e quale sia il linguaggio della fede oggi, nelle nostre Emmaus attuali.










venerdì 25 aprile 2008

mercoledì 25 aprile 2007

Senza titolo 1781

Dopo  un bel po' di tempo  d'assenza  ritornano  le  rubriche  riprese dal lunedi della  nuova sardegna persone & paesi ed   il silenzio e la parola . Assenza  dovuta  :1) sia  a problemi  con il nik e la password  del sito ., 2) sia perchè, mi  sono fatto  condizionare  con  un allocco  sdai miei ed altre persone  via email  mi aveva detto  che ero troppo provinciale e dalla  assenza di commenti  a tali  post  . Ma poi  osservando la  referti list  m'ero accorto che    molta gewnte arrivava al nostro blog   proprio cercando  cose sulla sardegna  e  tali articoli 


Una “ guida” sarda tra statue e dipinti dei musei capitolini Anna Mura Sommella ( foto a  sonistra ) dirige con orgoglio la struttura romana visitata da 500 mila turisti provenienti da tutto il mondo
E se la Lupa Capitolina fosse davvero sarda, fusa cioè con piombo e rame dell’Iglesiente o di Funtana Raminosa sotto il Gennargentu o - sostiene con più precisione l’archeologo Claudio Giardino - delle miniere di Calabona, a sud di Alghero in base alle analisi degli isotopi del piombo? E se - come più d’uno studioso ipotizza - l’avesse realizzata un artigiano con dna nuragico trasferitosi OltreTevere?
 Certo che l’emblema per eccellenza di Roma può essere un prodotto del made in Sardinia, opera in grande sullo stile dei nostri piccoli bronzetti o navicelle votive. Gli esperti non si sbilanciano, barcamenandosi tra le fucine della nostra isola, le botteghe etrusche o quelle della Magna Grecia. Fatto sta che, rientrando dal recente viaggio in Cina (Pechino-Tianjiin-Xian), il sindaco di Roma Walter Veltroni - mentre sorvolava l’Asia - ha voluto scherzare con la direttrice dei Musei Capitolini, Anna Mura Sommella, ribadendo che «c’è tanta Sardegna in Campidoglio» e aggiungendo, con un sorriso, «sta per profilarsi un conflitto di interessi artistici».
 C’è un antefatto. Intanto un’iscrizione sepolcrale per Caius Claudius Sardus Praefectus classis, cioè un maggiordomo del Campidoglio. E poi qualche mese prima della trasferta orientale, Veltroni e Mura avevano discusso di una placchetta (una “tessera hospitalis”) dove compariva l’iscrizione etrusca “Silketenas” il che riportava dritto dritto a qualche “ospite” della Sardegna giunto dal Sulcis.
 Vada quindi per un passante approdato da Monte Sirai e dintorni, ma adesso anche la “lupa sarda” fa salire le quotazioni isolane e dà comunque un senso diverso, se non alla storia politica delle colonizzazioni, certamente alla storia dell’arte.
 Nei Musei Capitolini, parte integrante del Campidoglio, l’arte si manifesta a cinquecentomila visitatori di tutto il mondo con le competenze e la grazia di una donna sarda, Anna Mura, attorno alla quale si muovono turisti ed esperti che ammirano la grande statua equestre di Marco Aurelio e si incantano fra la Sala degli Orazi e Curiazi, la Sala del Fauno e quella degli Imperatori, e quella Pinacoteca che vi fa godere della vista del San Giovanni Battista del Caravaggio, la Presentazione al Tempio di Bartolomeo Passerotti, il Ratto d’Europa del Veronese per non parlare del Palazzo detto “Nuovo” solo perché edificato dopo il Palazzo Senatorio e quello dei Conservatori, ma progettato da Michelangelo anche se costruito dopo la sua morte.
 Orgogliosa del suo incarico, Anna Mura è “felice” della splendida vista sulle cupole e sui tetti romani: «Roma è l’unica città d’Italia ad avere una sua Sovrintendenza, attorno a queste sale c’è la storia dell’Occidente, la grandiosità della Roma imperiale. Qui si respira la storia dell’umanità intera. È un Museo unico perché vissuto, i visitatori osservano e si entusiasmano, passano qui intere giornate».
 Sarda, eccome. Lei nasce in piena Barbagia, «in una casa di granito» a Orotelli, il paese di Salvatore Cambosu e dei “thurpos”. Il padre, Luigi, era un «bellissimo ferroviere» giunto da Ussassai, cuore dell’Ogliastra dei tacchi calcarei, delle sue vallate profonde e dei suoi sterminati silenzi. La casa di una zia, Gina Mulas, è ancora utilizzata per il rito di “Sa coia antiga”, l’antico matrimonio riportato all’attualità dalla voglia di fare della presidente della Pro Loco Maria Serrau, anima moderna di un paese antico e isolato. La mamma, Antonina Angioi, era di Orotelli. Genitori e antenati dinamici. Il nonno gestiva un bazar, la nonna - Giovanna Giagu, di Pattada - era non solo una provetta amazzone ma così emancipata da guidare lei il calesse tra Orotelli, Nuoro e Macomer. «E Nonna Giovanna Giagu, visto il mestiere maschile, viaggiava ovviamente con la pistola».
 Le statue della sala del Gladiatore fanno da cornice al racconto della carriera scolastica della direttrice dei Musei Capitolini. Ecco il Satiro in riposo, statua donata da papa Benedetto XIV nel 1753, ceduta ai francesi in seguito al trattato di Tolentino e poi restituita col Congresso di Vienna. Ecco l’Amazzone, scolpita negli anni di Fidia, ha gli stessi fregi delle statue del Partenone. Le scuole elementari a Sassari, e così medie ginnasio e liceo, maturità classica all’Azuni dei Segni, dei Togliatti e dei Berlinguer, in una «sezione rigidamente femminile», docente di Italiano un giovanissimo Manlio Brigaglia («era un piccolo grande genio, il più vivace, il più comunicatore fra i docenti, tra i quali Margherita Sechi Manconi, una allieva di Ettore Paratore»). Ricorda le compagne di classe, Angela Maria Falchi, Vanna Cao, Caterina Virdis, Veronica Arru («affiatate, un bel gruppo, felici di studiare Platone e Alceo»). L’università alla Sapienza di Roma, facoltà di Lettere, si appassiona alla filologia classica «poi mi converto alla Etruscologia, effettuo uno scavo vicino a Santa Severa, al Porto Pirgy di Cerveteri, con un tempio con terracotte, iscrizioni etrusche e bilingue, anche nella variante fenicio punica». La tesi è su una città enclave latina in ambito etrusco - Capena. Centodieci e lode concessa - anno 1965 - da uno dei numi della storia dell’arte, Massimo Pallottino. Sposa Paolo Sommella, docente di Topografia antica. D’estate «regolarmente in Sardegna, tra Orotelli e Ussassai, alla Cavalcata Sarda di Sassari, a ritrovare e rinsaldare le radici, a studiare quel grande patrimonio che è la nostra archeologia». Ma non solo. A Orotelli, «invitata dal sindaco entro a far parte della Fondazione Salvatore Cambosu», uno dei grandi letterati della Sardegna. Sulla scrivania di Anna Mura c’è ben in vista “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta: E poi, ovviamente, Miele Amaro del 1954, Lo zufolo del 1932, Una stagione a Orolai. Legge il brano di un articolo pubblicato da Cambosu su Rinascita Sarda nel 1957. Il tema è quello degli incendi. Ecco un brano di alta letteratura: “Oggi, domenica, gran funerale. Le bare le hanno volute trasportare uomini dell’uno e dell’altro villaggio con una lettiga preparata con rami e intessuta con frasche d’elce del bosco di Talavà. C’era tutto Irille, c’era tutto Marganai, con i testa i loro sindaci. I più hanno dovuto attendere fuori dal cancello il loro turno prima di gettare un po’ di terra sul tumulo... Seppelliti insieme, vittime dell’incendio che Irille e Marganai spensero come una sola famiglia. Avvertimento di Dio a spegnere i rancori, restituendo averi e animi alla concordia antica”. Ripete: «Cambosu va rivalutato, proposto e direi imposto nelle scuole».
 E così - conversando tra statue e dipinti, tra centinaia di turisti soprattutto cinesi e giapponesi - si parla della Sardegna di oggi. Verso la quale Anna Mura manifesta ottimismo. «Quasi per miracolo la Sardegna ha capito quale grande patrimonio sia la sua storia, la sua archeologia, il suo ambiente. È una tendenza destinata a rafforzarsi, da queste radici d’arte che può essere costruito il futuro prossimo venturo. La scorsa estate ho visitato l’Iglesiente, che non conoscevo. È un museo a cielo aperto, con le sue testimonianze minerarie, con i reperti punici, il grande patrimonio di Carbonia e di Sant’Antioco. Certo, ancora oggi non si è innescato un meccanisno virtuoso di sviluppo, ma la crescita è nelle cose, in alcune cooperative culturali, l’associazione delle Domus amigas che sanno proporre un modo alternativo di residenze estive. È la Sardegna delle diversità a imporsi. La proposta del presidente della Regione Renato Soru di creare il museo della Cultura nuragica e quello dell’Arte contemporanea intercetta un vasto segmento di interessi culturali che nel mondo si vanno diffondendo e consolidando. Immaginare Cagliari o le altre città sarde come epicentro dell’Arte Mediterranea è straordinario. Vedo, con questi progetti, una Sardegna proiettata in avanti, fuori da clichè logori. Anche il voler portare architetti noti nel mondo è geniale, si cresce col confronto, con fughe in avanti, non con su connottu, è necessaria l’acqua che scorre, non quella che stagna».
 Così parlando si arriva alla Pinacoteca Capitolina. La pittura barocca di Pietro da Cortona e i cortoneschi, un olio parlante di Pier Francesco Mola, rappresenta Diana ed Endemione, realizzato per Bonaventura Argenti, musico della Cappella Pontificia. Davanti al pastore che dorme un cane bianco-marron accucciato con stella bianca sulla fronte. Ed ecco il Palazzo Senatorio, il Tabularium, l’Archivio dell’antica Roma.
 Con la Roma di ieri si ritorna alla Sardegna di oggi, a quella di domani, a quella di ieri. Anna Mura è al centro della sala dello Spinaio, con bronzo del bambino che si toglie una spina dal piede. È facile parlare adesso della Sardegna di ier l’altro ed andare, davanti a questo marmo originale greco della fine del sesto secolo avanti Cristo, alla cronaca e parlare di Costantino Nivola, il grande artista di Orani-Manhattan, eccellenza sarda. La Mura è davanti alla statua originale di Marco Aurelio. Dice: «Nivola era morto da qualche anno. Ai Mercati di Traiano avevano organizzato una mostra. Le sculture di Costantino contrastavano con i mattoni rosso pompeiano, era sta un successo. Ora faccio parte anche della Fondazione Nivola e, a breve, dobbiamo valutare i progetti per l’ampliamento del Museo di Orani. È un Museo che può richiamare molti gruppi di turisti in Barbagia, occorre solo organizzarsi e organizzare, le potenzialità di crescita col turismo culturale sono tante».
Un po’ di ottimismo non guasta in una Sardegna dipinta spesso a tinte fosche, con terremoti sociali ed economici prossimi venturi. Ottimismo - potremmo davvero dire - della ragione. Perché Anna Mura le sue competenze le ha. Direttrice dei Musei Capitolini, ma non basta. È il ministro dell’Arte romana, la responsabile del Medagliere, del Museo della civiltà romana, dell’Antiquarium comunale, della Centrale Montemartini e del Museo Barracco. È membro corrispondente del Deutsches Archaeologisches Institut di Berlino, ufficiale dell’Ordine Alouita con nomina di Hassan II re del Marocco e, ovviamente, componente del Consiglio direttivo dell’Associazione romana dei sardi “Il Gremio”. Importante l’attività scientifica, editoriale e di ricerca: l’area sacra di Sant’Omobono, l’introduzione di Eracle all’Olimpo, il monumento di Marco Aurelio in Campidoglio e la trasformazione del Palazzo Senatorio alla metà del Cinquecento. E vanno citati gli scritti in onore di Massimo Pallottino in “Etrusca Italica” dal titolo “Inter duos lucos: problematiche relative alla localizzazione dell’Asylum”.
 Ed eccoci, ancora, davanti alla statua originale della Lupa Capitolina, quella che potrebbe avere il marchio Sardegna non solo per i materiali usati per la fusione ma anche per il progetto e la realizzazione artistica del suo autore. Anna Mura: «In questa sala si assiste spesso a un silenzio quasi religioso. Era una loggia che si apriva con tre archi sulla città, ornata dagli affreschi appartenenti alla prima decorazione pittorica dell’appartamento dei Conservatori». Sul soffitto uno splendente cassettone ligneo rimesso in luce da un recente restauro. Tutti ammirano, flash e telecamere, piacciono molto i due gemelli attribuiti al Pollaiolo. E se tutto ciò fosse davvero sotto il segno della Sardegna? «Gli studi continuano, certo che se i bronzetti sono nuragici anche la Lupa Capitolina...».
 E qui la direttrice di Orotelli-Ussassai si ferma. Anche perché al telefono la chiamano proprio dalla Sardegna. «Prossime riunioni a Orani e Orotelli, per Costantino Nivola e Salvatore Cambosu». Due grandi di un altro Pantheon. Quello sardo .







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Isili, dalle trame dei tappeti un ponte di luce sulla storia  Parla Piero Zedde, l’artista che ha creato il museo della tessitura

ISILI. Lana, cotone, argento, oro, rame. Già in nuce, l’innovazione è evidente quanto la tradizione. Fili di rame nella creazione degli arazzi? «Certo. L’idea mi è venuta una ventina d’anni fa durante una tosatura a Gavoi, dove ho visto un pastore legare con fili di rame i sacchi pieni di lana appena tosata. Qualche tempo dopo sono stato a Isili al museo del rame e d’istinto mi è tornata in mente quella scena di fine tosatura a Gavoi: allora ho pensato di mettere insieme questi due saperi profondi della comunità isilese, legati a due materie diverse ma comunque presenti da secoli nella manualità artigiana del Sarcidano».
 Piero Zedde è l’artista che ha dato vita al museo della tessitura di Isili - unico nel suo genere in Italia - nei locali del convento degli Scolopi, un edificio che risale al Seicento. Un’apprezzata studiosa di arte contemporanea come Simona Campus l’ha definito «un luogo unico al mondo, una costellazione di trame e di orditi gettati come un ponte di luce sulla storia». Più precisamente, siamo in quello che si chiama «Museo per l’arte del tessuto, memoria e innovazione» di Isili. Premette Zedde: «Iniziamo da qui. I motivi che caratterizzano questo arazzo nascono da una mia ricerca fatta negli anni Ottanta per l’Isola, l’istituto per l’organizzazione del lavoro artigiano in cui ho operato per trentacinque anni. Il progetto era preciso: individuare nei paesi una serie di manufatti che avessero corrispondenza reale con la tradizione del territorio. Nella ricerca su Isili mi sono trovato a fare un lavoro specifico proprio su questa zona».
I motivi ornamentali all’interno degli arazzi sono tipici del territorio. Come mai, allora, queste gallinelle senza testa?
Non mi interessava tanto completare la figura della gallinella quanto dare interesse progettuale a un particolare grafico: anche questa è un’innovazione all’interno della tradizione. Tutti gli altri motivi verticali che si vedono sono gli elementi basilari della gonna plissettata
Da dove viene questa visione di ruggine?
È il colore della quercia da sughero appena decorticata, il colore chiaro è quello della lana. La policromia viene esclusivamente dalle erbe del territorio».
In che cosa consiste la peculiarità del museo di Isili?
L’idea è il risultato di una lunga stagione di impegno nel mondo della tessitura in Sardegna, dopo molte verifiche in diversi musei della tessitura in Europa. Quasi tutti i siti museali europei sono etnografici. Non esistono musei legati a una progettualità che parta dalla memoria storica del territorio. La singolarità di Isili è proprio questa
Una strada spinosa?
Innanzi tutto occorreva aggirare l’ostacolo di un vizio di fondo: la progettualità artigiana legata ai capricci della clientela, commercianti in testa, soprattutto in tema di colori. Molti clienti facevano discorsi di questo tipo alle artigiane: tu gli arazzi me li fai con i colori che stanno meglio sulle pareti di casa mia. Grave errore: ha portato alla folclorizzazione dei manufatti e li ha allontanati dalla realtà del territorio in cui venivano prodotti».
Come ha proceduto ?
La mia idea-guida, fortificata dall’esperienza di aver progettato manufatti per Giba, Sant’Antioco, Mogoro, Nule, Sarule e Aggius, è stata questa: rimettere ordine all’interno dei motivi tipici sarcidanesi. Progettualità e manualità strettamente legate alla memoria storica del luogo
Sì, ma le spine?
Capisco che agli accademici l’innovazione possa causare delle perplessità. Ma sono certo che fra mezzo secolo anche questo sarà un museo etnografico e documenterà l’evoluzione di un sapere artigianale raffinato
Può spiegarlo con un esempio?
Prendiamo i manufatti che Tavolara ha creato cinquant’anni fa, ci rendiamo conto che per quel periodo erano fortemente innovativi. Oggi sono manufatti storici a pieno titolo proprio perché seguono la strada della piena corrispondenza con il luogo: nei materiali usati, nella tecnica e nel ricorso alle erbe per i colori. I trenta arazzi oggi esposti nel museo sono il risultato di ben 150 progetti».
Si è imposta una scelta?
Sì. C’era un problema di risorse: bisognava realizzare i manufatti, le strutture del museo, la scenografia e l’uscita di un volume che raccontasse l’esperienza. Nel realizzare i manufatti sono state coinvolte diverse artigiane di Isili. Si doveva capire esattamente quali erano le operatrici migliori.
Selezione obbligata?
Certo. La tecnica è difficile, tessitura al rovescio detta gergalmente ’a tenturaì. Oggi purtroppo anche a Isili diverse artigiane usano un procedimento più semplice, detto ’a pibiones’: tessitura in rilievo. Ma chi lavora con la tecnica antica ha capacità manuali superiori
Vuol dire che il malumore può nascere anche da qualche esclusione?
Sì. Avrei accettato una critica costruttiva sulla ricerca e l’esecuzione dei manufatti. Invece nulla: significa che non hanno elementi né culturali né tecnici, critica fine a sé stessa, perciò meschina. Non ho niente contro la riproduzione fedele del manufatto antico, per salvaguardare la continuità storica. Ma da operatore culturale del Duemila non posso continuare a proporre manufatti del Settecento. Che senso avrebbe, oggi»?
 Di più Piero Zedde non dice. Ma in queste storie di ordinaria miseria lo conforta il parere di molti studiosi. Ha scritto Bachisio Bandinu: «I colori sono quelli della terra, delle stagioni, delle pietre, testimoni di una fedeltà antropologica al territorio. Il museo dell’arazzo è memoria storica e creazione innovativa insieme, custodisce molti segreti antichi e lancia prospettive moderne». E più avanti: «Questi arazzi, nella loro esposizione verticale, sembrano rinnovare una tradizione rituale e festiva quasi recitassero una formula di augurio e di preghiera

Secondo Simona Campus, «la lettura che Zedde fa dell’artigianato tradizionale è totalmente inedita, originale. Non solo, ma è l’unica lettura possibile, se è vero che l’arte contemporanea ha senso soltanto se la si storicizza. Chi non lo capisce si limita all’etichettatura, senza alcuna capacità di distinguere il folclore dal recupero dei valori tradizionali». Per Giorgio Pellegrini, Piero Zedde «ha aggiunto alla tradizione del passato remoto lo scatto di idee nuovissime, la sintesi di forme moderne, la sorpresa elettrizzante di materiali inconsueti».
Il curriculum di Piero Zedde artista, del resto, è fra i più ricchi. In un articolo sulla rivista «Nae» - il cui ultimo numero dedicato a Gramsci, da pochissimi giorni in edicola, è illustrato proprio da venti opere di Zedde - Alessandra Menesini ne traccia un profilo lusinghiero, con l’aiuto di belle immagini poetiche. Ma i mormoratori, avvezzi al buio, forse non hanno modo (tempo, voglia ?) di leggere alcunché .

Tale progetto  ha  trovato d'accordo Il sindaco e il suo predecessore .



ISILI. Il livido color della petraia con cui Dante nel canto XIII del Purgatorio colorò lo scenario della penitenza di chi si macchia di uno fra i vizi capitali più devastanti - l’invidia - resiste ai secoli e non ha confini di luogo. Avviene dunque che raffinati studiosi del livello di Bachisio Bandinu, Simona Campus, Alessandra Menesini e Giorgio Pellegrini, da un lato, spendano parole di chiarezza solare a favore del Museo per l’arte del tessuto di Isili e dall’altro ci sia chi - lanciando la pietra e nascondendo la mano - remi ostinatamente contro, senza avere il coraggio di uscire allo scoperto, con le armi subdole del risentimento.
 Vizio antichissimo («S’imbìdia a s’òmine est che-i su ruinzu a su ferru», per l’uomo l’invidia è come la ruggine per il ferro, recita un proverbio dei nostri antenati), nello specifico diventa un ostacolo obiettivo alla valorizzazione in chiave contemporanea dei saperi locali consacrati.
 Orlando Carcangiu, il sindaco di Isili che otto anni fa realizzò l’opera, l’aveva addirittura previsto. «Tutto nasce da nomi grossi, o presunti tali, dell’università che spesso fa rima con blablablà. Il padre di questo casino è un noto accademico, al quale abbiamo revocato un incarico per accertata inconcludenza e che si è poi servito di un giovane forestiero suo allievo per seminare zizzania. Ma c’è anche un figlioccio locale del padrino, una sorta di grigio bronzetto nuragico che trama nell’ombra». Non fa nomi, Orlando Carcangiu, ma precisa: «A Isili questi personaggi sono conociuti da tanti: nominarli sarebbe una pubblicità gratuita».
 Il sindaco in carica, Tore Pala (vice di Carcangiu nel 1999) è sulla stessa linea sostanziale del suo predecessore. «Ancora prima di fare un appello alla pacificazione, voglio essere molto chiaro: per me l’operazione museale non solo è un’iniziativa validissima ma è anche così innovativa che ha precorso i tempi», dice. «Tanto più se consideriamo che oggi ormai non esiste il tessere per le sole esigenze della famiglia. Non c’è più chi fa bisacce, il tessuto è diventato un momento di arredo di case importanti. Il nostro museo ne dà un’idea molto eloquente. La prova? Le nostre artigiane, che fiutano anticipatamente il vento in maniera istintiva, stanno già operando in questa direzione».
 Uomo di pace, Pala auspica «una riflessione seria» da parte di chi ancora si ostina a fare opera di boicottaggio silente, di modo che «si possa camminare tutti insieme nella stessa direzione, una volta per tutte». E se il suo invito cadesse nel vuoto? «È una eventualità cui non voglio neppure pensare», risponde il sindaco. «Ma se la situazione dovesse perdurare, mi vedrei costretto a prendere provvedimenti adeguati alle necessità obiettive».




lunedì 4 dicembre 2006

Senza titolo 1518

Oltre  alla canzone  che  trovate tra la prima  e la  seconda risposta  un'altra  canzone  che  rappresenta  il  mio perchè mi schiero ed  a volte mi considero  tale , con i  perdenti\i vinti   ed è  L'ombelico Del Mondo di  jovanotti  alias  Lorenzo Cherubini

Questo è l'ombelico del mondo
dove si incontrano facce strane di una bellezza un po' disarmante
pelle di ebano di un padre indigeno e occhi smeraldo come il diamante
facce meticce da razze nuove come il millennio che sta arrivando
questo è l'ombelico del mondo e noi stiamo già ballando
questo è l'ombelico del mondo.
questo è l'ombelico del mondo dove non si sa dove si va a finire
e risalendo dentro se stessi alla sorgente del respirare
è qui che si incontrano uomini nudi con un bagaglio di fantasia
questo è l'ombelico del mondo senti che sale questa energia
questo è l'ombelico del mondo.
questo è l'ombelico del mondo è qui che c'è il pozzo dell'immaginazione
dove convergono le esperienze e si trasformano in espressione
dove la vita si fa preziosa e il nostro amore diventa azioni
dove le regole non esistono esistono solo le eccezioni
questo è l'ombelico del mondo.
questo è l'ombelico del mondo è qui che nasce l'energia
centro nevralgico dell'universo da qui che parte ogni nuova via
dalle province del grande impero sento una voce che si sta alzando
questo è l'ombelico del mondo e noi stiamo già ballando
questo è l'ombelico del mondo.


Con l'apertura dela nuova  categoria " aggiornamento faq " intendo  non solo come  dice  la parola stessa aggiornare   la serie dele  Faq  , ma risposndere   a chi mi dice  che  le risposte  sono invcomplete  ma  rispondere ad altre domande  che mi arrivano via   email o via  sms o  da altri amici  conoscienti  aiu quali   ho publicizzato il mio blog  .
In particolarte  in questi giorni  mi  è arrivata  l'ennesime domande  : 1) come mai ami prediliggi i  vinti  \ i perdenti ovvero   gli  sfigati come si desume  dalla canzone 
[ l'inno di frigidaire    che prima o poi mi deciderò  a rimettere   ]  che apre il tuo  blog  ?  sei anche  tu  uno  sfigato  , hai una esistenza  fallita  ? ; 2)  come  fai ad uccidere  l'io  insmma  a viaggiare conla mente e co il pensiero  senza usare  alcool e  droga  ? 

Prima domanda 
E'  vero e innegabile  ho  sempre avuto una certa simpatia  e predilezione perdenti\vinti  ( overo quelli che   vengono chiamati   sfigati  )  perchè  spesso sono migliori di noi e  << (....)  i perdenti più adatti ai mutamenti  (...)  >>   per parafrasare  una  canzone  da me citata  più  volte  e che  è all'origine di questo blog  (  trovate qui  il testo con gli accordi ) e poi  perchè    l'ultima puntata   della  serie i  Bis  bis  di Pippo   saranno stati pure  ai margini della storia  ma non hanno creato   guerre ( salvo  che per  guere  non s'intenda rivolte e ribellioni contro il potere   e le prepotenze  ) , hanno sempre  avuto buoni rapporti  rapporti con il loro prossimo  , anzi spesso  possono averlo  (  come  è il casoi di Max Stirner  ) aiutati ad a concvepire grandi idee . E se tutti avessero fatto   comer loro la storia sarebbe  diversa  dsaa quekllo che  è stata  oggi .
Tale affermazione   troverebbe conferma  in  molta  letteratura  in  particolare : 1) il ciclo dei vinti ( malavoglia  e mastro don gesualdo ) di  Giovanni Verga   Una sorta di operazione analoga - su una tematica leggermente diversa - verrà compiuta molti anni dopo, nel Novecento, negli Stati Uniti dallo scrittore statunitense Erskine Caldwell con quello che verrà definito il suo Ciclo del Sud ( La via del tabacco,ecc.) ; 2 ) in Manzoni  nella storia della colonna infame  e nei i  promessi sposi  : 3) L'italo - americano    John Fante   o la  Beat generation
Un altro esempio  di questa  mia identificazione con gli ultimi che  è nata   si è originata  (  insieme al passaggio da una cultura  bellica  a una   pacifista  e non violenta   )   con la lettura  e  con lo studio   scolastico --- ai miei tempi   ce le faccevano studiare  a memoria ---  della poesia  la  guerra  che verrà  Di bertold brecht trovate sotto testo originale  e una traduzione

Der Krieg, der kommen wird


Ist nicht der erste. Vor ihm
Waren andere Kriege.
Als der letzte vorüber war
Gab es Sieger und Besiegte.
Bei den Besiegten das niedere Volk
Hungerte. Bei den Siegern
Hungerte das niedere Volk auch.


La guerra che verrà


Non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
C’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente


e che  si  è  ampliata  \ estesa  con  lo studio sul  West e sugli  indiani d'america ( ueccovi un sito interessantissimo www.farwest.it/  ) fatto fare dal prof  di storia alle  superiori    per  il 500  anniversario dela  scoiperta   delle americhe    la lettura  del fumetti della   Bonelli ed in particolare di Mister No,Dylan Dog,Ken parker Con i cartoni animati ( che ancora con mio cuginetto di 2  grado o quando  non c'è niente in tv  li guardo ancora  )  e   le storie\i fumetti  della disney  in particolare tutte quelle che hanno per protagonisti o comprimari Paperino,Paperoga,Ciccio,Pippo,Gambadilegno,Amelia  perchè hanno in comune  con me  la testardagine , la sfiga  ,  la tenacia , il  raporto ossessivo con il cibo --  di cui prima o poi   ve ne  parlerò --  l''essere una  frasca (   imbranato  nel mio dialetto )  , l'avere  sempre la testa fra le nuvole , ecc .                                            Inoltre ci sno  anche i cartoni di Tom&jerry  e quelli   Willy  Coyote ed infine   la lettura  ( e le riduzioni tv  cartoini e film  )  di Le Avventure Di Tom Soyers'' e  ''Le Avventure Di Hack Berry Finn ''  di  Mark Twain ;   con un bellissimo anime Conan il ragazzo del futuro (in giapponese: 未来少年コナンMirai Shōnen Konan)  diretto da Hayao Miyazaki e trasmesso per la prima volta nel 1978 e il  romanzo dizo di fantascienza  da cui  è tratto  (The incredible tide, tradotto in italia dalla Kappa Edizioni ) di Alexander Key.
Essa  ha avuto la conferma   dal fatto che  molto spesso chi è considerato un fallito  perchè  non  è classificabile  secpondo detterminatwe categorie  ed  anticonformista  (  maledetto )  e quindi  un minore  , molto spesso , come il caso di Friedrich Nietzsche e  del filosofo  che sto studiando  per l'esame di storia dela filosofia   Max Stirner  autore   de l'unico e  la sua proprietà  che
ha lasciato  la sua   impronta , come dice  il prof Enrico Ferri nel  suo libro  la città degli Unici  (  trovater sotto la destra la  foto dela copertina )   influenzando i filosofi  successivi  ( Marx ed Engels  o Bakunin   in questo caso)  insieme ad  altri pensatori scomodi  del  secolo scorso  considerati  sfigati o pazzi perchè s'erano schierati dalla parte degli ultimi   ( Gioovanni  XXII  Giovanni paolo  II don primo  mazzolari , don  tonino bello ,  padre ernesto  balducci  don lorenzo  milani  , malcomnx  , madre terresa   di calcutta , gandhi  martin luter king , peppino impastato , il capitanoi ultimo  ecc  )   . Ecco  che questo mio interesse può essere risassunto  da  questa creaziopone aertistico letteraria  trovata   cercando  nel motore di ricerca  di splinder più precisamentre  su questo  discreto ( almeno  ad una prima occhiata  ) http://modulo.splinder.com/ che  s'intitola appunto 





I perdenti


Nella società dei vincenti,quella odierna,
un posto sotterraneo, in galleria,
occupa la schiera di chi invece perde.
Subiscono offese, minacce,castighi,
forse provano a ribattere,
ma senza forza né coraggio.
E’ dunque una lotta impari,
che termina ben presto
sul pavè di una strada di periferia,
in una casa fatiscente,
nei bordi della società delle chimere.
Chi perde, dunque,sembra non aver compreso.
E invece,povero,ricurvo,ha già un accesso:
quello dell’oltremondo dove ancora
sarà diverso.


Io seguo  il detto delle sacre scriutture : << beati gli ultimi perchè saranno i primi >> . E poi   io , come tutti  ,  ho un esistenza che alterna fasi di  sfiga e  fasi di fotuna   . Mi ha descritto  bene  nel commento  cancellato insieme al post    in  quanto era in word  progres  ( me ne  scuso con tutti\e  ed in particolare con l'autore il  cdv  comicomix  ) : <<  Ricordiamoci de: La città vecchia, del grande De André Buon tutto !  >>   le quali insieme ad alcune canzoni di   Brasens  ,  Boris vian  , Mustachi  fatte  studiare  a scuiopla  dal prof  fidi francese   e  A Gaber  , Mia martini  , ecc hanno costituito la base  per questa mia passione  . Proprio  , quando avevo finito  di rispondere alla prima domanda  casualmente    viene trasmessa  dalla radio proprio in sifatto momento e  che  può essere colonna sonora del post  d'oggi


La città vecchia
Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d'altri paraggi,
una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia.
E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l'esperienza
dove sono andati i tempi di una volta per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po' di vocazione.
Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.
Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d'esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l'ombra di un sorriso tra le braccia della morte.
Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie.
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.
Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette
quando incasserai delapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire "micio bello e bamboccione".
Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell'aria spessa carica di sale, gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.
Se tu penserai, se giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.


Rispondo alla seconda   domanda
Dopo  le esperienze negative  dovute  alle sbronze  e alle canne e alla  bulimia , mi sono accorto che mi stavo distruggendo ovvero  stavo  toccando il fondo   e che avrei potuto   scivolare giù con facilità  allla fine non è successo  per fortuna  . Infatti il mio non volermi arrendere ed  andare in analisi  oltre il caso ( fra cui quello d'aver prima fatto una  ML\Nw  insieme all'ex Cdv  danny  che si chiamava  Danny-beppe  una  sorta di cenacolo  e  poi l'aver  aperto questo  blog  )   mi sono venuti in aiuto  e mi hanno  fatto scegliere  la strada   delo scrivere e dela fantansia  .  Infatti  , dopo aver letto  La leggenda del santo bevitore di  Joseph Roth  ( qui news  sull'autore e sul libro ) e  dell'esperienza  con gli AA (alcolisti anonimi ) fatta  da  Tiziano  Scalvi il padre del fumetto Dylan Dog  , mi sono accorto  che mimstavo  buttandfo via  e iniziai a chiedermi che senso avesse  un esperienza diventata solo distruttiva  . Fu allora   che Incominciai  a capire  che le porte  dela  percezione << Se le porte della percezione fossero sgomberate, ogni cosa apparirebbe così com’è, infinita . >>  scriveva William Blake (  senza sapere che influenza avrebbero avuto anni dopo queste parole sul giovane Jim Morrison, che di li a poco avrebbe dato vita all’esperienza letterario-musicale dei Doors )  che  possonoi essere aperte con la fantasia  e l'immaginazione  . unico neop  e che devo anche  impoarare a dosarla  perchè : 1)  a volte  ironizando  sui tutto\i , me compreso , la gentee parenti   ( ma non  è questo il problema principale perchè alla fine  ti abitui  )  mi prende sul serio  e mi giudica scemo ,  e  ferisco le persone nei loro sentimenti  profondi    ( è questo il problema  )  ; 2)   uso  l'immaginazione  ovvero  fantastico un po'  troppo   a volte  azzeccandoci altre  volte  prendendo fischi per   fiaschi e  facendo  figure   barbine e  meschine metaforicamente parlando   e vengo accusato  di  dietrologia   o preso  in giro  cercate  sulla reteed inm particolare    nei Ng   l'ispettore  scanau /( ma  ormai ci ho fatto il callo )  .
Scommetto che vi e  mi chiederete  come faccio   a mettere in pratica  cio   , la risposta  è semplice  con un po' d'allenmamento  mentale  e  
cercando di mettere in pratica: << Immagina, certo. Ma non è come dirlo.Immaginare vuole dire che le immagini te le devi fare tu. E come fai a fartele tu, le immagini, se di solito te le ritrovi bell’e pronte, confezionate dagli immaginatori di professione che te le mitragliano addosso? Le immagini che ti fai tu in principio sono timide e fuggevoli, hanno bisogno di una camera oscura e tiepida, una specie di incubatore, per venire fuori. Hanno bisogno di silenzio e di qualcuno che faccia lo sforzo amoroso di vederle e ascoltarle. Ma se vengono scaraventate subito in mezzo alle altre immagini, quelle sgargianti e rumorose fatte in ditta e in serie, allora si dileguano in fretta >>  Marina Terragni in  >> "Un'immaginazione dietro l'altrascritto per  Smemoranda 16 mesi 2006 che ha  come  tema Immagina che...  << Il problema è che quando non puoi immaginare perché vieni immaginato dagli altri, allora la scorza della realtà diventa talmente dura che non si può neanche scalfire, e ti sembra di non potere mai cambiare niente di quello che c’è, del già dato una volta per tutte, anche se non ti piace. Se invece continui a immaginare, tieni la scorza della realtà morbida e malleabile, non le dai il tempo di ispessirsi, la puoi lavorare e perfino bucare e farci passare dentro le cose più strane. Le immagini fatte in serie, quelle preconfezionate, non sono come le immagini dell’immaginazione, non fanno che riprodurre la realtà all’infinito e moltiplicarla e farla sembrare più reale e di quello che è. Come gli specchi, senza mai il minimo scarto, contribuiscono a indurire la realtà e a farla apparire invincibile.
Immagine è una parola di etimologia incerta, il che vuol dire che non si sa molto bene da dove viene e quale sia precisamente la sua storia.
Ma quando una parola ha un’etimologia incerta può essere anche più bello seguirne il filo a ritroso, perché allora fai lavorare l’immaginazione, rompi la scorza dura della parola e provi a fecondarla con altre parole, la smuovi e la fai crescere.
Si può immaginare anche sulla parola immaginazione. A me per esempio piace immaginare che immaginazione abbia la stessa radice di mago e di magia, e che l’immaginazione sia una specie di impollinazione della realtà con la magia, e dunque di ciò che è con ciò che potrebbe essere. Una specie di lievito che cambia la forma della realtà.[proprio come l'immagine di Chito  sotto riporta  tratta come   questo articolo dall'agenda  smemoranda  2006  il cui archivio si trova  online  sul  sito  di smemoranda  , più precisamente  snipurl.com/14cbf ]

Qualcosa dentro di me prende misteriosamente forma, nutrito dai bisogni e dai desideri, dal corpo e dall’anima, che poi sono una cosa sola. Qualcosa di istintivo e di magico si affaccia timido a quella che chiamiamo mente, che le dà una forma intelligibile e comunicabile.
E poi di lì, dai marchingegni della mente, viene spinto fuori, come un bambino che nasce, e che non può essere scaraventato nudo e inerme nel mondo. Bisogna accompagnarlo, stare attenti che le immagini bell’e fatte e invidiose non se lo mangino, proteggerlo e irrobustirlo.
Ma quando sarà pronto ad andare con le sue gambe non somiglierà a nessun altro, avrà in sé la magia e la forza dell’aurora.
Ci vuole pazienza, in principio, ma dopo un po’ si impara, un’immaginazione dietro l’altra, ed è come avere dentro un crogiolo sempre attivo che crea nuove realtà a ciclo continuo, ed è come svegliarsi in un mondo nuovo ogni mattina.
Dopo un po’ dentro di te prende forma una realtà talmente viva che quella fuori comincia ad apparirti meno reale, sbiadita, non più invincibile. E dopo ancora un po’ è la realtà fuori ad apparire assurda e fantasmatica, e la tua immaginazione la sbaraglia.
Per alimentare questa rivoluzione continua e non violenta bisogna essere un po’ pazzi, un po’ artisti e un po’ bambini, il che in fondo è sempre la stessa cosa.
Ma è necessario anche essere vigili e pronti, e spegnere la tv ogni volta che appare la contessa De Blanck. >> .
3)  usando  cuore&mente   anche se non sempre ci riesco  essendo refretario  e dire sempre  anche a costo di ferire   quello che penso  senza usare  filtri o giri di parole  .

Non so  più  che altro dire  anche perchè mi calano le palebre  e  morfgeo  mi   chiama 
 


LINK

Max stirner



 
Conna  sonora 


 Libri

  • ce ne srebbero tanti  per il momento  mi viene  in mente  questo noir  che mi hanno regalato ( e amncora non ho letto  per intero  )   il manulae del  perdenti  qui maggiori  news


  • Le vene aperte dell'America latina  di Eduardo  Galeano snipurl.com/14bfc




  • tutti i libri  di Pino Cacucci




  •  i libri  di  fantozzi scritti da Paolo Villagio




  • i libri di Peppone e  don camillo dio Giovannino Guareschi




Film 
 queli che  in questo momento  ,  mentre  iniziano a calarmi le palebre degli occhi   sono  :


  • I vinti (Traumulus), film diretto da Carl Froelich (1936)

  • I vinti, film diretto da Michelangelo Antonioni (1953

  • La saga di Fantozzi  qui ( recensione  dei vari episodi della saga ) e qui news   sul suo personaggio

  • la saga di Peppone e don camillo  qui la filmografia  e il rapporto con i tresti del guareschi  ed altri anedoti


N. B  a causa dei  soliti  probelmi   con  linux    imsiti sottolineati  in neretto sono dei collegamenti ipertestuali   potewte cliccarci sopra  se volete vciagiare 

martedì 31 ottobre 2006

Senza titolo 1488

continuando con il post  precedente su hallowen  volevo segnalarvi che ho   ho dimenticato di parlare delle tradizioni   sarde    dei morti   , lo  faccio  qui , giocando d'anticioo   ,  verso tutti  quelli i m'accuseranno    di non essere completo   .

ecco cosa  sta  facendo  l'Isre. ( Istituto Superiore Regionale Etnografico)   locale

'NUORO. Dolcetto, scherzetto! Macché... molto meglio “Su mortu mortu”. Halloween non è roba che può attecchire in terra di Barbagia. E se radici giallo-arancioni ci sono che tentano di insidiarsi in zona Ortobene, bisogna estirparle subito. Perché una cosa deve essere chiara: a Nuoro e dintorni mai si dovranno vedere streghe che volano sulle loro scope magiche.

 L’orizzonte del Redentore non è adatto neppure per i mostri che saltano fuori dalle tombe allo scoccare della mezzanotte, per i lupi mannari che ululano puntando la luna, per gli gnomi che escono come formiche dalle querce. Niente di tutto questo potrà succedere nel cuore della Sardegna, soprattutto adesso che l’Isre ha deciso di dare battaglia alle dilaganti zucche d’importazione, quelle di Halloween appunto. Battaglia: nel senso che l’Istituto superiore regionale etnografico punta tutto sul patrimonio locale, lascia alle spalle ogni forma di globalizzazione di massa e valorizza gli aspetti nostrani della festa di Ognissanti. Il Museo deleddiano apre così a “Su mortu mortu”. «Da domani e fino al 7 novembre - annuncia Paolo Piquereddu, direttore dell’Isre, l’istituto che oltre a quello deleddiano gestisce in città il Museo del costume - tutti i bambini che entreranno nella Casa natale di Grazia Deledda avranno l’occasione di rivivere l’antica tradizione della questua-dono».
 Per una settimana intera, insomma, i piccoli nuoresi potranno bussare al vecchio portone di Cosima, in pieno centro storico, con spirito diverso dal solito. E quando verrà chiesto loro «chi è?», risponderanno: «Su mortu mortu». Nella cambusa che fu della famiglia Deledda, poi, il personale dell’Isre consegnerà ad ogni bambino un sacchetto pieno zeppo di caramelle, cioccolattini, noci, nocciole, castagne e persino un pappassinu. In omaggio, inoltre, anche una “Guida breve” al Museo deleddiano. «L’iniziativa durerà una settimana intera - spiega ancora Piquereddu - per permettere a tutte le scuole cittadine di potersi muovere in comitiva». Uno strappo alla tradizione, dunque, che invece celebrava “Su mortu mortu” nella sola giornata di Ognissanti.
 «Quella che a Nuoro è chiamata “Su mortu mortu”, è una tradizione che nei paesi del circondario assume nomi diversi» racconta il direttore dell’Isre. A Siniscola, per esempio, rito identico è quello di “Su petti coccone”, mentre Orgosolo celebra “Sa candelaria”, seppure alla vigilia del Capodanno.
 Dal 1989 alla guida dell’Istituto etnografico, 57 anni da compiere, Piquereddu sottolinea che comunque sia, al di là delle singole varianti, «in fondo tutte le questue hanno un significato analogo: i bambini in qualche modo rappresentano il mondo dei morti». È ai piccoli, infatti, che spetta il compito di mettere in collegamento la sfera quotidiana con la sfera dell’eternità. «Tutte queste feste vengono celebrate tra l’autunno e l’inverno, ossia in un periodo in cui la terra è morta, in attesa della primavera» continua il direttore dell’Isre. Il che non era certo cosa da niente nella società agropastorale della notte dei tempi. «Per il mondo contadino, era un lungo momento di ansia, pieno di interrogativi sulla nuova annata. Perciò la gente cercava di superare questo periodo propiziando i morti con un buon trattamento ai bambini che chiedevano la questua» parla sempre Piquereddu. I morti che per una notte tornano nel mondo dei vivi, infatti, sono destinati a rientrare presto sotto terra. E sotto terra potranno influire, eccome se potranno influire!, sulla fertilità dei campi coltivati a grano. Questo, in soldoni, il retroscena recondito di “Su mortu mortu”.
 «Ma anticamente anche a Nuoro si celebrava, come a Orgosolo, “Su candelariu” - aggiunge Paolo Piquereddu -. È la stessa Grazia Deledda che ce lo ricorda nei suoi scritti sulle tradizioni popolari». Allora, il 31 dicembre, ai bambini veniva donato un piccolo pane, “Sa candeledda”. E se qualcuno osava andare contro l’antica usanza, i questuanti come rispondevano? Con la minaccia. «Non no dazes sa candeledda? Cras manzanu in terra nighedda». Cioè: non ci date il pane? Domani finirete nella tomba. Che in fondo in fondo, manco a dirlo è la stessa minaccia di «dolcetto, scherzetto» by Halloween. Ora come ora, tuttavia, i due riti sono ben lontani l’uno dall’altro, anche se l’uso della zucca e delle candele accese all’interno non è poi una novità neanche in Sardegna: «Vedi la tradizione di Sant’Andrea a Bono» dice il direttore dell’Isre.
 Ognissanti come pure “Su mortu mortu”, comunque, a differenza della festa celtica, sono appuntamenti religiosi, un modo per celebrare i morti, una ricorrenza che va a beneficio dei defunti. Halloween, invece, è una minaccia incombente sui vivi, chiamati a proteggersi (con una zucca in testa) dalle grinfie del diavolo. Lo stesso diavolo che a Nuoro può soltanto piangere: contro


NUORO. Dolcetto, scherzetto! Macché... molto meglio “Su mortu mortu”. Halloween non è roba che può attecchire in terra di Barbagia. E se radici giallo-arancioni ci sono che tentano di insidiarsi in zona Ortobene, bisogna estirparle subito. Perché una cosa deve essere chiara: a Nuoro e dintorni mai si dovranno vedere streghe che volano sulle loro scope magiche.
 L’orizzonte del Redentore non è adatto neppure per i mostri che saltano fuori dalle tombe allo scoccare della mezzanotte, per i lupi mannari che ululano puntando la luna, per gli gnomi che escono come formiche dalle querce. Niente di tutto questo potrà succedere nel cuore della Sardegna, soprattutto adesso che l’Isre ha deciso di dare battaglia alle dilaganti zucche d’importazione, quelle di Halloween appunto. Battaglia: nel senso che l’Istituto superiore regionale etnografico punta tutto sul patrimonio locale, lascia alle spalle ogni forma di globalizzazione di massa e valorizza gli aspetti nostrani della festa di Ognissanti. Il Museo deleddiano apre così a “Su mortu mortu”. «Da domani e fino al 7 novembre - annuncia Paolo Piquereddu, direttore dell’Isre, l’istituto che oltre a quello deleddiano gestisce in città il Museo del costume - tutti i bambini che entreranno nella Casa natale di Grazia Deledda avranno l’occasione di rivivere l’antica tradizione della questua-dono».
 Per una settimana intera, insomma, i piccoli nuoresi potranno bussare al vecchio portone di Cosima, in pieno centro storico, con spirito diverso dal solito. E quando verrà chiesto loro «chi è?», risponderanno: «Su mortu mortu». Nella cambusa che fu della famiglia Deledda, poi, il personale dell’Isre consegnerà ad ogni bambino un sacchetto pieno zeppo di caramelle, cioccolattini, noci, nocciole, castagne e persino un pappassinu. In omaggio, inoltre, anche una “Guida breve” al Museo deleddiano. «L’iniziativa durerà una settimana intera - spiega ancora Piquereddu - per permettere a tutte le scuole cittadine di potersi muovere in comitiva». Uno strappo alla tradizione, dunque, che invece celebrava “Su mortu mortu” nella sola giornata di Ognissanti.
 «Quella che a Nuoro è chiamata “Su mortu mortu”, è una tradizione che nei paesi del circondario assume nomi diversi» racconta il direttore dell’Isre. A Siniscola, per esempio, rito identico è quello di “Su petti coccone”, mentre Orgosolo celebra “Sa candelaria”, seppure alla vigilia del Capodanno.
 Dal 1989 alla guida dell’Istituto etnografico, 57 anni da compiere, Piquereddu sottolinea che comunque sia, al di là delle singole varianti, «in fondo tutte le questue hanno un significato analogo: i bambini in qualche modo rappresentano il mondo dei morti». È ai piccoli, infatti, che spetta il compito di mettere in collegamento la sfera quotidiana con la sfera dell’eternità. «Tutte queste feste vengono celebrate tra l’autunno e l’inverno, ossia in un periodo in cui la terra è morta, in attesa della primavera» continua il direttore dell’Isre. Il che non era certo cosa da niente nella società agropastorale della notte dei tempi. «Per il mondo contadino, era un lungo momento di ansia, pieno di interrogativi sulla nuova annata. Perciò la gente cercava di superare questo periodo propiziando i morti con un buon trattamento ai bambini che chiedevano la questua» parla sempre Piquereddu. I morti che per una notte tornano nel mondo dei vivi, infatti, sono destinati a rientrare presto sotto terra. E sotto terra potranno influire, eccome se potranno influire!, sulla fertilità dei campi coltivati a grano. Questo, in soldoni, il retroscena recondito di “Su mortu mortu”.
 «Ma anticamente anche a Nuoro si celebrava, come a Orgosolo, “Su candelariu” - aggiunge Paolo Piquereddu -. È la stessa Grazia Deledda che ce lo ricorda nei suoi scritti sulle tradizioni popolari». Allora, il 31 dicembre, ai bambini veniva donato un piccolo pane, “Sa candeledda”. E se qualcuno osava andare contro l’antica usanza, i questuanti come rispondevano? Con la minaccia. «Non no dazes sa candeledda? Cras manzanu in terra nighedda». Cioè: non ci date il pane? Domani finirete nella tomba. Che in fondo in fondo, manco a dirlo è la stessa minaccia di «dolcetto, scherzetto» by Halloween. Ora come ora, tuttavia, i due riti sono ben lontani l’uno dall’altro, anche se l’uso della zucca e delle candele accese all’interno non è poi una novità neanche in Sardegna: «Vedi la tradizione di Sant’Andrea a Bono» dice il direttore dell’Isre.
 Ognissanti come pure “Su mortu mortu”, comunque, a differenza della festa celtica, sono appuntamenti religiosi, un modo per celebrare i morti, una ricorrenza che va a beneficio dei defunti. Halloween, invece, è una minaccia incombente sui vivi, chiamati a proteggersi (con una zucca in testa) dalle grinfie del diavolo. Lo stesso diavolo che a Nuoro può soltanto piangere: contro ormai, ci si mettono pure quelli dell’Isre. Che con questa iniziativa va avanti nel programma legato al Museo deleddiano. Una nuova politica museale («museografia viva» la chiama Piquereddu) che vuole fare della Casa Deledda una casa da frequentare, che oltre all’allestimento stabile propone novità legate a quanto succede fuori dalle mura del cortile. La cucina e la dispensa mostreranno i segni del tempo: ogni stagione avrà i suoi frutti. E anche le tradizioni scandiranno il calendario. Come questa edizione di Ognissanti, un rito che a dire il vero sopravvive ancora nel rione Santu Predu come pure in qualche quartiere periferico. Da domani, invece, “Su mortu mortu” tornerà su tutta Nuoro.



ed  ecco  tutte le tradizioni   che rischiano dio scomparire  a causa   della moda  importata   dall'america  cioè  halloween 

 di Manglio Brigaglia


Arriva la notte di Halloween. I bambini l’aspettano con ansia. Preparano le zucche, svuotate e intagliate per accenderci dentro una candela che evochi uno spaventoso teschio dagli occhi ardenti, preparano le maschere da streghe, fantasmi e maghi cattivi per andare a bussare alle porte imponendo l’aut aut hollywoodiano: dolcetto, scherzetto. Ormai questi preparativi si fanno nelle scuole, le maestre mettono in campo tutta la loro fantasia per preparare la gran mascherata dei bambini. Ai bambini, ma neanche - ahimé - alla maestra, nessuno gli ha detto che questa usanza importata pari pari dall’America esiste già da secoli in tutta Europa. In Sardegna non era neppure un’usanza: era quasi un obbligo, una di quelle tappe legate alle tradizioni popolari attraverso cui i bambini sperimentavano la loro prima socializzazione in contatto con la comunità dei grandi. Il Giorno dei Morti (e in parte anche i giorni vicini, cominciando dalla notte fra l’ultimo di ottobre e la Festa dei Santi) aveva due fondamentali fili di tradizione: da una parte quello più triste e orroroso del ricordo dei morti di famiglia, dall’altro quello lieto e scherzoso dedicato ai bambini. In ogni paese della Sardegna si credeva che, nel giorno dei morti, loro, i defunti, tornassero silenziosi a visitare la casa e quelli che ci abitavano. A sera si mangiavano “sos maccarrones de sos mortos”, e un piatto di maccheroni di preparava per loro, che di notte sarebbero venuti silenziosi a gustarli. Il grande piatto era uno solo, ma per ogni morto bisognava mettere una forchetta, avendo cura di non infilarla nei maccheroni: sennò, diceva la tradizione, la mattina i parenti distratti si sarebbero svegliati con le forchette infilzate nelle cosce (anche se non ha notizia di neppure uno di questi infilzamenti, evidentemente perché la gente faceva molta attenzione a rispettare la regola). A Mores - scriveva G. Calvia Secchi, studioso di queste tradizioni - si credeva che “certe macchie verdastre, che si presentano alle volte sulla pelle di certi individui, fossero morsi dei morti”. C’erano, per quel giorno, un pane e dei dolci speciali. A Ghilarza, per esempio, si faceva un pane morbido, detto “moddizzosu”, che la panificazione sarda conosce anche per altre occasioni. A metà fra il pane e il dolce c’era il “pane e saba”, o il pane di sapa, in cui si metteva a frutto il mosto della vendemmia recente per confezionare un pane dolce, che poteva poi durare sino a Natale. Il dolce dei morti erano i “pabassinos”, che la Deledda, in un suo famoso scritto giovanile sulle tradizioni popolari di Nuoro, descrive così: “Dolci di uva passa, di mandorle, di noci e di nocciole, riunite in una specie di poltiglia impastata con sapa e con acqua inzuccherata. I più aristocratici vengono ricoperti da uno strato, sa gappa, di zucchero e di treggea (microscopici confetti, che da qualche parte chiamavano “diaulinos”, diavolini). “Se ne fanno anche - aggiungeva - di pino e di pasta gramolata con uova e manteca”. Il “pabassino” era il dolce essenziale della cerimonia di “su mortu-mortu”, l’Halloween sardo, di diversi secoli più vecchio di questo che da un decennio in qua stiamo importando via tv. Era al centro della questua che in origine veniva fatta, la sera di Tutti i Santi, dai sacrestani e dai chierichetti: giravano per il paese armati di un campanello. ognuno con la sua bisaccetta, e bussavano a ogni porta chiedendo “su mortu-mortu”. In altri paesi si diceva “sos mortos”, in Gallura “li molt” e molti”. «Il frutto di questa bizzarra raccolta - è sempre la Deledda che ne parla - i sagrestani se lo spartiscono in santo amore, e lo divorano allegramente, durante la notte, mentre suonano i tristi rintocchi mortuari». Ai sagrestani seguivano i bambini, approssimativamente mascherati: bussavano, gli veniva aperto, i regali erano pane, fichi secchi, mandorle e noci. Sciamavano a gruppi per il paese, erano felici e non lo sapevano. I bambini di questo Halloween saranno felici anche loro, ma ai grandi gli si stringe il cuore.

le  fonti dei due  articoli sono dela nuova sardegna  del 31\11\2006

sabato 1 luglio 2006

Senza titolo 1360






Per quanto riguiarda la colonna  del postr  d'oggi oltre a  quella di uno dei miei primi post  la terra  la  guerra una  questione privata "  ( che  ovviamete  parafrasa l'album live omonimo  degli ex Csi dedicato a  Beppe Fenoglio  ) ecco una  canzomne adatta  a questa situazione  situazione  una  canzone di qualche  anno fa di Elio e le  storie tese 




la terra dei cacchi
 elio le storie tese




Parcheggi abusivi, applausi abusivi,
villette abusive, abusi
sessuali abusivi; tanta voglia
di ricominciare abusiva.
Appalti truccati, trapianti truccati,
motorini truccati che scippano
donne truccate; Il visagista
delle dive e' truccatissimo.
Papaveri e papi, la donna cannolo,
una lacrima sul visto: Italia si',
Italia no.
Italia si' Italia no Italia bum,
la strage impunita.


Ma  ora  dopo questra disgressione musicale veniamo al post vero e pèproprio






Da quando in un post precedente  ho riiportato quellì'articolo sulla svendita dele miniere sarde , ho ricevuto oltre email a favore ma anche email contrarie oltre che le solite d'insulti ma fin qui niente di nuovo sotto il sole dato che esse non contenevano altro d'interessante ripetevano la stessa cosa : sei comunista , ecc . Pero fraquelle contrarie e una d'insulti c'erano scritto più o meno : sei contro il progrresso , vuoi che la sardegna rimanga arretrata , e quelle zone abbandonate , che la sardegna vive di turismo e cosi lo si bloca , che sono razzista verso i continentali ( come noi sardi chiamiamo quelli del resto d'italia ecc .
Lo so che dovrei lasciare perdere e cestinare come faccio con un detterminato tipo d'email , ma !) mi piace la polemica e soprattutto far capire a gente come questa che qui si tratta del nostro futuro e di quello dei nostri figli . 2) e poi una risposta a lettere contrarie , cordiali( anche se rare ) o abbastanza non si nega mai . Inolt
Da Sardo ( fra quei pochi che non si sono venduti ... ehm caduti nei miragi e nelle illusioni facili ) sono d'accordo nell'affermare che il turismo sia una risorsa da sfruttare ma non sono o d'accordo quando lo sfruttamento diventa ABUSO !!! e quando la richeza investita non nva in sardegna ma va fuori o quando utilizzano le agevolazioni dele leggi regionali senza darci niente in cambio . Quando si finge di NON SAPERE che se il TURISMO IN SARDEGNA tira... è perchè, grazie a Dio.... buona parte dell'ambiente è ancora "INTEGRO" e lo è a livelli elevati !!!!DISTRUGGERE la VERA RISORSA (l'ambiente) di questa risorsa "parassitaria" ( vdi costa smeralda e turismo d'elite ) equivale a DISTRUGGERE il TURISMO STESSO .....!!!
IL TURISMO è oggi un "minerale" che, per poterlo estrarre, esige un costo troppo elevato: la distruzione del PAESAGGIO E DELL'AMBIENTE...a favore di POCHI ELETTI....(continentali e sardi) con la promessa di BENESSERE per tutti (posti di lavoro) ecc..!!!!
E' UN INGANNO !!!! STIAMO INGANNANDO I NOSTRI FIGLI !!!! . Permettetemi una citazione : << L'illusione porta al desiderio, il desiderio genera attaccamento, per cui non rimane altro che la delusione !!! ( Drubwang Paljin Rinpoche )>>. Inoltre  condivido  la  risposta  data  da
Budoni ambiente ad  andrea atzori  Promotore italiano del Global Antigolf Movement , giornalista  pubblicista  che  da  anni  pratica battaglie  ambientaliste  e morali: << ANDATE A VEDERE COSA E' OGGI QUELLA PARTE DI SARDEGNA CHE UN TEMPO FU "RICCA"....(non sembra vero) he SI CHIAMA, oggi come ieri, SULCIS-IGLESIENTE...!!!! Vedrete un esempio di come una ILLUSIONE (fondata sulla distruzione dell'ambiente) porti, inesorabilmente al DESERTO..... AL NULLA !!!!!Per noi sardi che amiamo la Sardegna, consapevoli del vero valore della terra nostra, Andrea Atzori è uno dei tanti paladini moderni, coraggiosi e tenaci, che mettono a disposizione di tutti  e gratuitamente il proprio sapere per la Grande Causa : la salvaguardia della dignità di un popolo: il popolo sardo ! >>
Io non sono razzista ma odio e sono miei nemici : << Sei uno che combatte contro gli stessi "nemici" ... di sempre che nei secoli dei secoli, convinsero/costrinsero i nostri avi, ...con il ricatto della fame....., a svendere la propria terra al "ricco continentale di turno"... permettendogli di sventrare colline e montagne.... .per fargli estrarre carbone, argento, rame, argento, galena.... marmo, granito, caolino, ...e addirittura l'ORO...."in tracce"! Avendone in cambio, per se e per i propri cari: un sacco di "avena" o (nei casi fortunati) di "grano" !!! Lasciando ai posteri..... distese di deserto, inquinamento e IRREVERSIBILE... povertà infinita !!!! (Vedi Sulcis......- ecc. ) !!! >> da un email di un rappesentante dell' IRS uno dei gruppi - grupposcoli  indipendentisti sardi
Quindi
dico No al turismo irresponsabile e distruttivo Si a quello responsabile ( equo e solidale ) ; No alle speculazioni e alle svendite della mia terra sia che le facciono i sardi sia che le facciono come in questo caso i continentali .Chiamatemi pure : << ...
partigiano, bandito oppure illuso \ Soldato di una guerra persa prima del suo inizio ... >> ( il ballo d'ureliano modenna city ramblers in terra e libertà ) . Ma non mi piace che la mia terra sia opggetto di speculazioni e che poi finiscono a riciclare capitali sporchi o in mano a faccendieri , mafiosi , piduiasti come Sindona  ,  Carboni  , Calvi (  amici del cavalier bellachionma o  se preferite  cavalier crescina  ) nefli anni  ' 80  nel nord sardegna più precisamente  nelal zona  di Olbia    ( poer chi volese saperne di più   tropva news  qui  e qui
oppure fatevi una ricerca  con goggle cercando  : << faccendieri piduisti and speculazioni nord sardegna >> e  oltre  i link da  me segnalati nei collegamenti  delle righe precedenti troverete   delle cose  allucinanti



Quindi concludo con la citazione del manifesto di un blog bellissimo  e sempre aggiornato su tale battaglia  << Un vero "spettacolo della natura", che, per una cifra irrisoria, ci si appresta a regalare alle multinazionali del mattone. Un vero "spettacolo della natura", "scampato all'edificazione", afferma la Regione, è destinato all'edificazione, afferma la Regione. Basta! La Sardegna ha già dato! Inquinamento, sfruttamento selvaggio delle coste, distruzione del patrimonio storico e ambientale! La Terra Sarda è dei Sardi: nessun presidente di Regione può permettersi di regalarla ad altri. Per farne cosa, poi? Alberghi e campi da golf! Di proprietà delle multinazionali, gestiti dalle multinazionali, dove l'unica funzione dei Sardi sarebbe ancora una volta quella di cameriere. In una zona delicatissima da un punto di vista ambientale, dove tutti possono ammirare il cervo sardo in libertà o le bellissime dune di Piscinas, le magnifiche rovine di Naracauli, e degli altri siti in svendita, plastificate e trasformate in albergo di lusso, permetterebbero solo a Lorsignori di fruire dello "spettacolo della natura" che fino a ieri era dei Sardi. Ma il Presidente, non "ragionava" diversamente? I campi da golf, specie in regioni con scarsità d'acqua, sono un'autentica bestemmia ambientale! Si vuole perseverare? Nel bando si parla della necessità di effettuare una bonifica ambientale, salvo spiegare che sarebbe a carico della Regione. Noi ci prendiamo l'onere della bonifica, mentre il compratore si prende lo "spettacolo della natura"! Privatizzazione dei benefici e socializzazione dei costi. Niente male! Perché, tutto questo? E' l'ennesima dimostrazione dell'atavica incapacità della nostra classe politica di esercitare una pratica amministrativa che non sia svendita della dignità, della cultura e della storia dei Sardi o c'è dell'altro? Perché si vuole regalare una zona tra le più belle della nostra bella isola, per farne altri alberghi e campi da golf? Se si è già devastato buona parte delle coste, se proprio si sentisse il bisogno di devastare ancora, e solo per creare pochi posti di lavoro subalterno, stagionale e ipersfuttato, non si potrebbe costruire in zone ormai compromesse? E se lo si dovesse fare, ma altrove, non sarebbe meglio effettuareuno studio, coinvolgendo università e associazioni ecologiste, di "riconversione ambientale" anche finalizzata alla creazione di redditi, che incentivasse la costituzione di cooperative o imprese di giovani, e le supportasse e indirizzasse, piuttosto che vendere al palazzinaro di turno? Si creerebbe vero benessere, visto che i Sardi verremmo coinvolti nel processo imprenditoriale, e non ridotti a manovalanza salariata. Si avrebbe un maggiore, totale, rispetto dell'ambiente, visto che le strutture sarebbero utilizzate solo per il loro richiamo archeologico minerario, e non trasformate in centri benessere per miliardari. Ma la Regione vuole vendere. Perché? [....] >>  continua qui

con questo  è tutto meditate

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