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01/03/20

I sovranisti non demordono: fiumi di tweet razzisti contro i cinesi per dare ragione a Zaia


A cominciare dalla sovranista Radio Savana, twitter è pieno di video di cinesi che mangiano topi vivi per dare ragione al presidente veneto
Zaia

ed  alle  sue   ............   


In risposta a
Un paese come la Cina dove in molti paesi sono ancora all'età della pietra non ci puo dare lezioni di civiltà !
 tra  le poche  risposte    dei nonseguaci  ma   di gente  che  ha   ancora  un cervello    c'è  questa  
Per la verita mangiamo anche gatti e cose orribili o sporche come lumache, rane, aragoste e via dicendo.. e animali ormai da compagnia come i conigli.a Cina conta 1 miliardo ( o forse qualcosa in più ) di persone e un territorio grande e diversi stili di vita.Da metropoli all'occidentale e per certi versi piú avanti a zone rurali ancora con stili piú antichi e zone http://povere.Al solito,dovete fare discorsi semplicistici e demagogici e slogan

Prima     di   guardare    all'estero  e a  cosa  mangiano all'estero    guardassimo   cosa mangiamo noi     








































Infatti mentre Luca Zaia (non) si scusa con i cinesi per le storie sui topi vivi e dice, come sempre, di essere stato frainteso e strumentalizzato, grazie a Twitter torna in mente una vecchia storia che risale al 2015 e vede protagonista Mirco Lorenzon, assessore provinciale alla caccia e alla pesca, che si offrì come volontario per il primo banchetto a base di nutrie. Raccontava all’epoca Oggi Treviso: Dall’antipasto ai secondi. Al forno, arrosto o in umido. Nutria (sì, avete capito bene) per tutti i gusti alla cena organizzata sabato sera a Pieve di Soligo, a base, naturalmente, di nutria. A far da apripista 



l’assessore provinciale Mirco Lorenzon, vero appassionato che già lo scorso marzo aveva dato vita alla prima cena a base di nutrie. Ai fornelli la signora MariaGrazia, esperta cuoca, che ha preparato i piatti per i commensali: un gruppo di oltre 50 persone che da qualche tempo si dedica alla riscoperta gastronomica di questo animale. E insomma, de gustibus non est disputandum, nevvero?

<< Ora è  vero  che  ci  sono  anche  dei video  (  salvo che  non   siano originali  e   non modificati  o  montati ad  arte corsivo  mio )  >> e   --- secondo questo articolo di  https://www.globalist.it del 29.2.2020 ----   sono piuttosto impressionanti. E ovviamente, da ieri stanno facendo la loro comparsa in moltissimi account di sovranisti e sostenitori della Lega, che per dare ragione a Zaia stanno riempiendo twitter e  non solo 
Ma  sono dei piatti in teoria proibiti, bisogna ricordarlo. E giudicare un popolo da quello che mangia potrebbe essere un boomerang: i topi fanno più impressione a noi occidentali perché più abituati ad associarli alla sporcizia, ma ci sono molti piatti che prevedono l'uccisione di animali appena nati (pensiamo ai maialini da latte, impiegati in moltissime ricette italiane, o alle uova di pesce o a moltissimi frutti di mare) o  larve  . Senza contare che, essendo piatti proibiti, su twitter c'è chi sta spiegando - con anni di vita in Asia alle spalle - che si tratta di 'stravanganze di pochissimi' e che la maggior parte dei cinesi la reputa una pratica disgustosa.  >>.
Ma sopratutto la verità credo sia rappresentata dal fatto che l’Occidente (che letteralmente significa Tramonto) sostanzialmente abbia formulato un parere sulla Cina, legandolo al suo buio passato pre e maoista. Chi critica in maniera molto prossima all’odio, sicuramente non conosce la Cina degli ultimi 20 anni, la quale benché debba fare ancora un percorso verso l’appropriazione di maggiore Cultura Moderna (che nel frattempo sta abbandonando l’Occidente...), si è trasformata al punto da essere irriconoscibile se vista con gli occhi del passato.... 
Ciò che ai sovranisti sfugge è che Zaia potrebbe anche aver detto una verità, e i video lo dimostrano. Ma  essa  viene   usata  per  nascondere  le  contraddizioni  politiche   ed  amministrative   di come  le  istituzioni regionali   abbiano   agito  a casaccio  . e che   l'Italia è un momento di difficoltà, decine di migliaia di persone stanno annullando i loro viaggi in un paese che di turismo vive, gli alberghi sono vuoti, i ristoranti chiusi. E allora, dare la colpa del Coronavirus a un popolo che 'non si lava e mangia topi vivi', un popolo che - di contro - ha gestito l'epidemia limitandola per moltissimo tempi solo all'interno dei suoi confini e che ha la funzionalità di costruire ospedali in 8 giorni per gestire l'emergenza,soprattutto  sta aiutandoci   a caro  prezzo   per  lo studio di  un antidoto 

  corriere  della  sera  online  del  29,2.2020  


La Cina punisce il professor Zhang che ha scoperto la sequenza del virus

Il suo laboratorio di Shanghai è chiuso dal 12 gennaio: il giorno prima, quando Pechino negava l’epidemia, aveva divulgato i risultati sul genoma e raccomandazioni sui contagi


La Cina punisce il professor Zhang che ha scoperto la sequenza del virus
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La Cina ha chiuso il laboratorio di Shangai che per primo ha isolato e messo a punto la sequenza del genoma del nuovo coronavirus. Il laboratorio del Centro di salute pubblica dove lavoravano i ricercatori coordinati dal professor Zhang Yongzhen è stato chiuso per una non meglio precisata «rettifica» il 12 gennaio scorso, all’indomani della pubblicazione online della loro scoperta: strano modo di «premiare» una divulgazione che ha aiutato la messa a punto di kit diagnostici da parte di diverse società nel mondo.

La chiusura del laboratorio, disposta dalla Commissione per la salute di Shangai, pare sia dovuta al fatto che il laboratorio ha pubblicato i dati prima di essere autorizzato, ricostruisce il South China Morning Post. I ricercatori sarebbero stati «puniti» per aver agito in modo unilaterale.

Poco importa che non abbiano aspettato il via libera da Pechino, per non perdere tempo prezioso.

Zhang e la sua squadra avrebbe insomma interferito con i tempi lunghi della politica, in un primo tempo restia a creare allarme intorno al virus.

Il suo laboratorio aveva riferito dell’esito delle sue ricerche alle autorità alla Commissione di salute nazionale il giorno stesso in cui erano state conseguite: il 5 gennaio, precisa il giornale di Hong Kong. Nell’informativa il professore raccomandava anche «misure di controllo e prevenzione del virus» da adottare subito nei luoghi pubblici. Questo due giorni prima dell’annuncio ufficiale di Pechino sul legame tra i misteriosi casi di polmonite di Wuhan e un nuovo coronavirus, quando ancora il contagio da uomo a uomo era messo in discussione.
I ricercatori di Zhang, non ricevendo alcun riscontro dalle autorità, sei giorni dopo, l’11 gennaio, hanno divulgato su alcune piattaforme scientifiche online i loro risultati. La direttiva di Xi con le misure per arginare la diffusione dell’epidemia arriverà soltanto il 20 gennaio.

Ora che l’emergenza è globale e che la Cina ha superato il picco dei contagi, il professor Zhang e i suoi speravano di poter tornare al lavoro. Invece no. «Hanno inviato quattro richieste di permesso per riaprire il laboratorio, tutte rimaste senza risposta — riporta il giornale di Hong Kong citando una fonte vicina ai ricercatori —. La chiusura ha avuto un grande impatto sugli scienziati e le loro ricerche proprio nel momento in cui dovrebbe esserci una corsa contro il tempo per trovare dei rimedi contro il virus».

   non è una saggia mossa diplomatica. È, a dirla fuori dai denti, una scemenza colossale, nonché una grande mancanza di rispetto. In Cina è tradizione mangiare topi vivi: ognuno si tenga i suoi commenti schifiltosi per sé, specie se rappresenta un'istituzione del paese. Dare la colpa agli altri in un momento di difficoltà fa apparire l'Italia, quella che è tanto cara ai sovranisti, come un paese permaloso e debole. 


10/09/19

Ferrara, Albrindisi l’antica osteria che si difende dagli spritz: «Qui niente intrugli»

Per un giorno basta  parlare di  femminicidi e stupri   parliamo di  cose più allegre    anzi beviamoci su  visto che  la storia d'oggi  riguarda proprio un osteria  antica    di Ferrara  . Ne trovate la storia   nell'articolo  sotto ( e nei  link   citati sotto    nell'asterisco * )  preso da https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/ristoranti-locali/ del 31 agosto 2019


Ferrara, l’antica osteria che si difende dagli spritz: «Qui niente intrugli»
«Al brindisi» è il posto più antico del mondo nel suo genere. E si beve solo vino

                                     di Natascia Celeghin




FERRARA «Ci provano sempre a chiedere intrugli. Il segreto? Non cedere mai, mai a cole e cose varie». All’ombra del castello estense di Ferrara sorge l’osteria più antica del mondo, “anti-spritz” e altri intrugli moderni. Si chiama “Al brindisi” e può vantare e raccontare quanto ha visto accadere e bere in secoli e secoli di storia nella città della nobile famiglia Estense.


Federico Pellegrini (foto dal sito dell’osteria)


Il suo oste, Federico Pellegrini, ha fatto la scelta dichiarata di non servire nello storico locale l’aperitivo rosso mixato al prosecco (made in Veneto e celebrato nella medesima regione, cosi come in buona parte d’Italia) o altri cocktail con super alcolici di aggiustamento moderno. E proprio Pellegrini, sui social, non manca mai di rispondere puntualmente (e con ironia) a quanti intervengono sul tema Nemmeno il caffè. La proposta delle bevande è principalmente concentrata su un’offerta di vini, bianchi o rossi con un occhio di riguard al territorio. Non perché Federico Pellegrini, il titolare, abbia qualcosa contro lo spritz, la vodka, il mojito o il caffè. La piazza del castello cosi come quella della Cattedrale e dintorni offre già, con altri locali, proposte più contemporanee. La volontà dell’osteria “Al brindisi” è quella di celebrare la storia e il territorio dove da sempre questo suggestivo e folkloristico locale sorge.
Il miscelar vini è l’unico gesto contemplato da Federico Pellegrini, visto i prodotti vitivinicoli che il territorio ferrarese e non solo, propone. L’osteria più vecchia del mondo, fondata nel 1435, all’epoca l’insegna in legno portava il nome di “ Hostaria al Chiucciolino” la si può scorgere imboccando via Guglielmo degli Adelardi, un’altra viuzza intrisa di storia, collocata dietro al Duomo di Ferrara. Il locale a un tempo lo si poteva raggiunger con la barca, oggi tranquillamente a piedi con una passeggiata immersa nel fascino del Medioevo ferrarese. Attualmente è una meta ricercata dai turisti, ma anche un’abituale frequentazione di tanti ferraresi. Di proprietà della famiglia Pellegrini dalla fine degli anni Cinquanta, la tradizione è portata avanti da Federico, oste soprattutto per vocazione, visto che lo erano già i nonni. Un punto di forza dell’enoteca è proprio la mescita di vino al calice e la scelta di vini diversi abbinati alla gastronomia. I vini localissimi sono quelli delle sabbie, prodotti nella costa tra le province di Ferrara e Ravenna, nella zona del Bosco Eliceo. E ancora, solo per citarne alcuni dell’ampia carte dei vini, Vermentino nero e Massaretta dalla Toscana, Pignolo dal Friuli, Malbo gentile e Ancellotta dall’Emilia, Majere dal Trentino, Pallagrello dalla Campania
Molte le “star” del passato che hanno sostato nell’Hostaria della famiglia Pellegrini, che vanta anche il record da Guinness dei primati ed è inserita nella lista dei 215 locali storici d’Italia. Un red carpet di artisti e poeti al pari, e forse anche di più, di quello della Mostra del cinema di Venezia. Nel locale infatti si dissetarono la poliedrica mente di Benvenuto Cellini, il pittore della Scuola Veneta Tiziano Vecellio, il celebre poeta Torquato Tasso, l’astronomo Niccolò Copernico, che qui soggiornava. E poi Ludovico Ariosto che a Ferrara tutt’ora vi riposa. Per loro niente selfies, storie di istagram o video propagandistici e pubblicitari ma un bicchiere di vino e il chiacchiericcio dei viandanti.

Inizialmente  dopo    aver letto  tale  articolo  ,  visto che  a " pelle "  cioè  apriori mi sembrava una scelta  da  snob , da  sovranità  cioè nazionalista    dall'identità chiusa   avrei voluto intervistarlo  ma  lui    in maniera  lapidaria     ( anche se  comprensibile   ) mi ha  replicato  : << Salve Giuseppe..non sono abituato ,ne mi trovo a mio agio nella parte dell intervistato difatti i vari articoli si basano su copia /incolla di mie risposte a commenti di amici o frequentatori decennali del mio locale ..o di chiacchiere raccolte durante il servizio... .
Se si desidera approfondire ..; sono aperto tutti i giorni dalle 11 alle 24 escluso il lunedì. Da una, o più visite ,Potrai decidere autonomamente che tipo di forma mentis c' è dietro la mia gestione. Buon Tutto Fred  >>. Ora come  ho gli risposto   :   <<  ok se capito da quelle parti visto che sono del nord Sardegna  volentieri  .>> Visto che     condivido   (  come potete notare dal  mio twitter  e  dell'account  e  pagina  facebook )     e  piace chi pensa globale ed agisce locale *  che  non significa    nazionalismo " estremo  ovvero  fascismo  e  razzismo ma  identità    aperta   ( trovate  maggiori dettagli     nei link  sotto  * seguite l'asterisco   )    <<   cercherò >>    come  ho scritto al proprietario   <<  di raccontare il più obbiettivamente possibile la tua storia sul mio blog lo stesso anche senza intervistarti >>

Infatti   letto  i suoi canali internet ,  soprattutto la  voce   del suo sito " dicono di Noi "   e le  recensioni   di  https://www.tripadvisor.it/ ovviamente prendendole  con le pinze perchè  si  sa   che spesso su tali siti  possono infiltrarsi   rivali  ,    gente  a cui sta   antipatico  ,   o  gente  permalosa  e pignolissima   o   anche l'inverso      mi sono fatto l'idea  che   non sempre  le cose  stanno come sembra   Infatti   si  può essere tradizionalisti  senza perdere il contatto  con il mondo e  vendersi  alle mode  del momento   ovvero il classico  Pensare  Globale   Agire locale  e  puntando  sulla  qualità . Spero un giorno di capitare da quelle parti per  confermare o smentire   questo mi  giudizio  

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04/07/17

CIBO , CAFFE' ,AMORE , MORTE ED ALTRE STORIE

CIBO E  CAFFE'

Ciccio Sultano: "Io, cuoco siciliano, sfido la burocrazia per difendere i sapori più veri"
Sultano all'ingresso del ristorante Duomo in via Capitano Bocchieri

Ragusa, 15 anni a mettere costantemente a punto la sua idea di gastronomia, dal Duomo ai Banchi all'Aia Gaia. Anche a costo di entrare in conflitto con regolamenti e cavilli.
di ELEONORA COZZELLA

.La bottarga di tonno preparata e stagionata con le sue mani, così come la toma fresca. Si può? No, non si può. “Ma lo faccio lo stesso. Il futuro della cucina è "l’illegalità", un’arma che uno chef deve a volte usare. Perché dobbiamo difendere non solo i prodotti tradizionali ma anche il gesto che ci sta dietro. C'è competenza-storia-magia nel portare il latte, naturalmente crudo, alla temperatura giusta, versare il caglio, aspettare che diventi quasi solido e col bastone rompere la cagliata in frammenti, mescolare… Il gesto è storia, è cultura. Dunque è un valore da difendere”.
Ciccio Sultano controlla la stagionatura della bottarga di tonno

Ciccio Sultano è il signore della gastronomia di quel continente che è la Sicilia. Da quindici anni ha costruito a Ragusa Ibla con il suo “Duomo” una tavola dove la storia millenaria della cucina siciliana, le sue stratificazioni frutto del susseguirsi di dominazioni – spagnoli, arabi, normanni – e il ruolo baricentrico nelle comunicazioni di un’isola chiave del Mediterraneo, trovano insieme la strada della contemporaneità. Facendo dialogare preparazioni antiche con la leggerezza richiesta da palati odierni, la qualità delle produzioni artigianali selezionate con la ricerca filologica di un sapere. Ed ecco allora la sua provocazione dei prodotti illegali: battaglia culturale più che una pratica diffusa, ovviamente.
Ciccio Sultano spiega la preparazione della bottarga di tonno nel suo laboratorio

“Una cucina moderna che guarda al territorio, che vuole esprimerne la storia e l’identità, deve sapere che dietro un prodotto di qualità c’è un sapere che è fondamentale per realizzarlo. E l’eccesso di norme omologanti, il ruolo di una burocrazia spesso un po’ ottusa, tolgono la storia al modo di produrre che vuol dire togliere, con il sapore, l’essenza. Ecco, la mia difesa della cucina siciliana passa anche da qui”.
Perché un grande chef oggi è proprio anche questo: un attrattore di un mondo produttivo – dalla pesca all’agricoltura all’allevamento – che deve perseguire la qualità per consentire di restituire in tavola, grazie alla tecnica del cuoco, la migliore sintesi di sapore e storia che guarda al futuro.
E così Ciccio Sultano non si ferma, come individuo, come professionista, come essere legato alla sua terra. E riassume tutti i suoi progetti e i suoi obiettivi in tre parole cariche di senso di responsabilità: "Io, cuoco, siciliano". Spiegando che da ogni punto di vista è impegnato a mettersi al servizio dei clienti, della cucina, della comunità di cui fa parte, con un contributo di idee personali, competenze professionali, cultura siciliana.
Una delle sale del ristorante, ricavato in un antica abitazione borghese di 300 anni fa

Che di idee a frullare in testa ne avesse parecchie si era capito da subito, idee diventate sostanza e confermate attraverso le tappe del suo percorso. A luglio 2015, per esempio, nel cuore di Ibla ha aperto I Banchi, un locale no stop, dalla prima colazione con pane e granita (soave quella di mandorle) al cocktail del dopo cena (un progetto di mixology in collaborazione con Velier), passando per l’aperitivo (da non perdere il Sicilian Spritz: Almerita Brut, spremuta di arancia fresca di Sicilia e Campari Bitter), dove la cucina del Duomo arriva in pillole, come nel caso dello spaghetto zafferano e salsa moresca - la pasta di semola di grano duro si fa in casa - o dell'uovo della nonna al Marsala - un piatto sapido dolce che riporta alla mente lo zabaione arricchito che si dava ai bambini -.
Spaghettone Sultano (fresco, di semola di grano duro) in salsa moresca "Taratatà" con bottarga di tonno e succo di carote

Idee, frammenti, suggestioni che portano in tavola, dal mattino a notte fonda, una “cucina educata – come dice lo chef – che può guardare dritto negli occhi l’alta cucina, puntando anzi sull’aspetto informale e conviviale, sull’allegria del trascorrere tempo in un luogo che si dà tutto il tempo possibile”.
E poi ecco l’Aia Gaia, una fattoria come dice il nome felice, dove in collaborazione con due agronomi sono allevati polli e galline ovaiole: all’aperto, razzolano in due ettari e mezzo di fondo, per cibo quanto trovano nel terreno, integrato da mangimi selezionati e certificati. Anche qui alla ricerca del gesto tradizionale dentro la modernità che la conoscenza consente.

Ciccio Sultano, Triglia maggiore ai gelsomini, salsa di tenerume, sorbetto di sanapo e croccante di salsiccia


Ma per il monsù di Ragusa tutto questo non basta. In fondo a pedalare forte è abituato da ragazzo. Da quando a quindici anni iniziò come apprendista a Vittoria nella bottega di Vincenzo Corallo. Un padrone ma molto di più: perché a Ciccio passa il senso di una professione completa – girando dalla pasticceria alla gastronomia al bar – ma anche la voglia di crescere, suggerendo letture, dai romanzi ai saggi, raccontando viaggi ed esperienze. Ciccio pedala in bicicletta, avanti indietro, per muoversi tra Vittoria, Ragusa, Marina di Ragusa, in quello splendido angolo di Sicilia. Poi si sposa giovane e con la moglie italo-americana sfida le regole e forse anche il buon senso eparte per gli Usa dove riesce ad arrivare a lavorare con Lidia Bastianich. Quando, dopo un paio d’anni, fa marcia indietro per ragioni familiari e torna a Ibla, la bella casa borghese di via Capitano Bocchieri diventa la sua nuova casa. Il luogo dove provare a costruire qualcosa di suo .

Ciccio Sultano, il Tortino mediterraneo al cioccolato, arancia candita e "ficupala" (ossia il cladodio del fico d'india)

Suo nella gestione, nell’idea di cucina, nella filosofia di gestione. E due stelle Michelin dopo (la prima nel 2004, la seconda subito nel 2006), una nuova organizzazione societaria e una nuova vita familiare, con al fianco, fuori e dentro il Duomo, Gabriella Cicero che fa il general manager della brigata, Ciccio Sultano svolta ancora. “Sentivo forte il bisogno di un’ulteriore crescita, di dare ai miei clienti un senso di benessere ancora più grande”, racconta aprendo un documento dove foglio dopo foglio tutto il progetto è disegnato. E’ il progetto del nuovo Duomo che prenderà forma a partire da gennaio 2018. Gli schizzi dell’architetto mostrano i nuovi colori delle pareti, le luci, i mobili. Ma anche il nuovo spazio acquisito – i locali a fianco all’attuale sede – destinato alla cucina di produzione. L’obiettivo è trasmettere sempre di più quell’atmosfera rilassata di una splendida casa borghese, costruita oltre trecento anni fa, dove in piccole stanze, calde e silenziose, la cucina di Ciccio Sultano arrivi in tavola portandosi dietro il fascino della sua storia. Con una brigata di sala puntuale e cordiale che si muove con delicatezza in quelle stanze, guidata dal restaurant manager Giuseppe Di Franca, da un anno a dettare lo stile di un servizio garantito da uno staff rafforzato.

Ciccio Sultano, Merluzzo baccalà, con salsa allo zafferano e insalata di arance e finocchio


Così, in questo luogo solido e rassicurante, da marzo 2018 Ciccio Sultano punta ad offrire all’esperienza di un pranzo o di una cena al Duomo una marcia in più (aspirando magari a una stella in più?). Osannato dal Wall Street Journal e dal Financial Times, arrivano da tutto il mondo per sedersi ai suoi tavoli impreziositi di lino. Lui li accoglie forte di una cucina che è la quintessenza della Sicilia, la sua sublimazione in chiave contemporanea. Solo alcuni esempi: l'Ostrica a beccafico, omaggio alla classica ricetta regionale con la sarda, opulenta di pangrattato alla palermitana, uvetta e pinoli, maionese leggera di soia, insalatina liquida di limoni, è insieme moto d'orgoglio per le preparazioni e i prodotti dell'Isola ("c'è anche la sarda e possiede l'ostrica" dice lo chef) e funambolico gioco di sapori, aromi, consistenze, carnosa e golosissima; le Polpettine fritte al sugo di pomodoro servite con nastri di seppioline quasi crude e salsa della carbonara, piatto apparentemente illogico che è invece squisita celebrazione della tipica salsiccetta di Gela che si fa con suino e seppie e si cuoce alla griglia per poi essere condita di diverse salse; il Volevo essere fritto, un gambero rosso crudo, la cui parte fritta è invece un cannolino siciliano, ripieno di ricotta e guarnito di caviale, a cui si appoggia, come fosse una croccante pastella esterna, servito con un boccone di anguria marinata.
E peccato per questo vizio che ultimamente ha fatto usare l’aggettivo barocco in un’accezione negativa. Altrimenti sarebbe proprio da usare per parlare della cucina di Sultano: ricca, generosa, sontuosa, asimmetrica, tonda, dorata, che in un apparente affastellamento di elementi diversi si rivela sempre coerente, colta, elegantemente citazionista, volutamente trasgressiva.




Sorseggiare un Van Gogh: barista disegna capolavori nel cappuccino


Dalla 'Notte stellata' di Vincent Van Gogh ai cartoni animati della Disney, dall'urlo di Edvard Munch ai Pokemon. Sono solo alcuni dei capolavori disegnati nel cappuccino appena servito da Lee Kang Bin, barista 26enne che vive in Corea del Sud. Proprietario del Cafe Through a Seul, Bin non è un artista professionista: come lui stesso ha dichiarato, abbina "la passione per il disegno al lavoro". Il ragazzo ha iniziato a decorare la bevanda nel 2007, riscuotendo grande successo nel corso degli anni. Grazie alle sue decorazioni, la caffetteria ha guadagnato popolarità in tutto il Paese.

AMORE 

Una promessa di matrimonio fatta all'asilo: dopo vent'anni Matt e Laura si sposano



Matt e Laura sono due ragazzi americani. Lui, all'asilo, a soli tre anni, ha promesso di sposarla. Vent'anni dopo - la maggior parte dei quali trascorsa insieme - i due sono diventati marito e moglie

MORTE 

Vivere tra i defunti. Gli ultimi di Manila che sono al sicuro solo fra le tombe

Manila, una tavola apparecchiata sul marmo di una lapide. .

Una giornata qualunque per i bimbi che vivono tra le tombe del cimitero della capitale filippina. Piscine improvvisate all’interno dei mausolei, amache agganciate agli alberi che fanno ombra alle tombe su cui riposano i genitori con i figli tra le braccia, e ‘ tavole apparecchiate’ sui marmi delle lapidi, su cui si consumano i pasti quotidiani. Tutti i reportage fotografici di R2 di ADAM DEAN*

Le ossa di un defunto.

Una giornata qualunque tra le tombe del cimitero della capitale filippina


Una piscina improvvisata all’interno del mausoleo

Lorgen Lozano, 14 anni, guarda una soap opera alla televisione, dentro alla cripta in cui vive con la sua famiglia

Parenti in visita alla tomba di un proprio caro

Un uomo lavora a una lapide

Una giornata qualunque tra le tombe del cimitero della capitale filippina


Inaugurato nel 1904, il cimitero di Manila Nord è uno dei più antichi ed estesi delle Filippine. I suoi mausolei riccamente decorati e le fila interminabili di loculi ospitano circa un milione di morti. E qualche migliaio di vivi. In questo luogo, dove sono sepolti presidenti, star del cinema e glorie della letteratura, vivono infatti alcuni dei più poveri abitanti della capitale filippina. Alcuni di essi occupano le cripte e i mausolei delle famiglie ricche, che custodiscono e curano in cambio di un piccolo compenso. Altri trovano soluzioni alternative per beneficiare dell'economia che ruota attorno alla morte e alle sepolture.
"All'interno del cimitero non c'è lavoro. Ecco perché nel 2007 ho imparato questo mestiere", afferma Ferdinand Zapata mentre è intento a scolpire il nome di un defunto su una lapide di marmo riccamente lavorata. "È il lavoro migliore che si possa svolgere qui aggiunge - perché non hai nessuno che ti dà ordini". Zapata, 39 anni, ha due figlie ed è cresciuto nel cimitero. Circa un quarto dei dodici milioni di abitanti di Manila sono "residenti atipici". Chi vive nel cimitero preferisce la tranquillità e la relativa sicurezza di questo luogo all'atmosfera pericolosa delle baraccopoli cittadine. Tuttavia, vivere qui richiede intraprendenza e ingegnosità. Le famiglie trascorrono le giornate tra mausolei e alloggi di fortuna costruiti sopra le tombe. Chiacchierano, giocano a carte e guardano soap opera su televisori che poggiano tra lapidi e croci ornamentali. "Vivere qui può essere difficile", dichiara Jane de Asis, che ha 26 anni e occupa un mausoleo di stile classico insieme a suo figlio, due sorelle, i figli delle sorelle e sua madre, pagata per prendersi cura del luogo. "La corrente elettrica va e viene, e non abbiamo acqua corrente. In estate col caldo tutto diventa particolarmente difficile ". Di notte gli abitanti del cimitero dormono sopra le tombe. In questo Paese così religioso, la linea che separa i vivi dai morti è considerata assai labile.
Isidro Gonzalez ha 74 anni. Ama parlare con sua madre. Mentre fa le parole crociate volge la schiena alla sua tomba: "Forse mi risponde, ma fino ad oggi non lo ha mai fatto".
In una mattina di qualche giorno fa, da un angolo remoto del cimitero giungeva l'odore acre del fumo di metanfetamina, o shabu, come la chiamano i filippini. Una donna di mezza età stava fumando da un pezzo di carta di alluminio, mentre sua figlia teneva tra le braccia un neonato. Poco lontano, alcuni adolescenti si erano addormentati su pietre tombali e amache per smaltire l'effetto degli stupefacenti. I residenti del cimitero raccontano che droga e criminalità sono in aumento. Anche il violento giro di vite messo in atto dal presidente Rodrigo Duterte contro gli spacciatori e i tossicodipendenti ha avuto delle ripercussioni qui a Manila Nord, dove lo scorso settembre tre uomini sono stati uccisi nel corso di un'operazione antidroga. Pare che stessero cercando di vendere dieci dollari di shabu. Al calare della sera molti consigliano a me e al mio interprete di andarcene, spiegando che aggirarsi per questi luoghi dopo il tramonto può essere rischioso.
I defunti rimangono sempre una presenza costante. "Talvolta sento dei rumori o delle voci, e faccio silenzio perché so che sono le voci dei morti", spiega la signora Javier. I numerosi bambini che giocano festosamente tra le tombe non sembrano preoccuparsi dei fantasmi. Qui e là sorgono degli spacci improvvisati: vendono merendine e oggetti di prima necessità. Non mancano nemmeno le macchine per il karaoke: un passatempo che di sera è molto in voga. Pur non abitando nel cimitero il signor Gonzalez, il settantaquattrenne che fa le parole crociate, trascorre spesso la notte nella cripta della sua famiglia. Possiede un appartamento in città, ma si trova in un quartiere più pericoloso del cimitero. "Almeno - dice - i morti non possono fare del male".

© 2017 New York Times News Service (Traduzione di Marzia Porta)

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 L’AUTORE
Adam Dean è un fotografo freelance che vive tra Bangkok e Pechino. Collabora con il New York Times, Time Magazine, New Yorker e il National Geographic Magazine. Nel 2011, Pdn ( Photo district news), prestigioso mensile di fotografia, lo ha selezionato tra i trenta fotografi emergenti dell’anno.