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18/11/18

il cuore cambia gioco : l'esordio letterario del medico renato gigante recensione di Emiliano Morrone

L'amore può sorprendere e rapire quando meno te lo aspetti. Dietro la luce corrusca di eros resta però l'ombra pericolosa di thanatos. Dopo la separazione dalla moglie, Marco Costantini vive la sua ordinaria esistenza tra il lavoro d'internista e quegli hobby utili a mantenere tracce di senso e relazioni amicali. ... Google Books



UN LIBRO DA LEGGERE, UNA STORIA D’AMORE, DI FEDE, DI VITA NUOVA

Risultati immagini per ilcuore cambia gioco"Il cuore cambia gioco" Iuppiter Edizioni, Napoli, 2018, è la storia di una catarsi personale: di un uomo, di un medico che realizza il senso della vita attraverso la malattia che gli ha spento un erotismo ignifero e donato una fede divampante; di un padre separato che riscopre la figlia dopo anni di appiattimento borghese in cosciente solitudine, spezzata dall’incontro con una donna carnale che si fa oggetto del desiderio e ragione di una possibile prospettiva di coppia; di un’anima in pena che rivede e ripassa i tempi, il film della sua esistenza, in attesa del miracolo della guarigione. UN LIBRO DA LEGGERE, UNA STORIA D’AMORE, DI FEDE, DI VITA NUOVA

"Il cuore cambia gioco", Iuppiter Edizioni, Napoli, 2018, è la storia di una catarsi personale: di un uomo, di un medico che realizza il senso della vita attraverso la malattia che gli ha spento un erotismo ignifero e donato una fede divampante; di un padre separato che riscopre la figlia dopo anni di appiattimento borghese in cosciente solitudine, spezzata dall’incontro con una donna carnale che si fa oggetto del desiderio e ragione di una possibile prospettiva di coppia; di un’anima in pena che rivede e ripassa i tempi, il film della sua esistenza, in attesa del miracolo della guarigione. Mia recensione del volume al link http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5905 . Cordiali saluti, Emiliano Morrone

07/10/18

cosa c'è dietro QUEL PUGNO ALZATO DEL COMPAGNO LUCANO di Emiliano Morrone


Vi posto una mia riflessione sul CASO LUCANO che va ben oltre il dibattito in corso. In particolare, mi soffermo sulla sovrastruttura che SFRUTTA l'immagine, costruita, del "povero" sindaco di Riace.
"Le armate della propaganda sono già sul campo di guerra, a seminare terrore e disinformazione, a produrre allineamento e restaurazione agitando lo spettro del regime, che in realtà sta nel sistema dell’euro e che, delegata una classe dirigente ben propensa a vendersi, ha contribuito a indebolire il parlamento, agli illeciti arricchimenti delle banche, alla sudditanza dei lavoratori, al suicidio di piccoli imprenditori, all’impennata del lavoro nero, all’aumento dei manovali delle mafie, alla crescita dei disoccupati, ai drammi delle famiglie e al declino degli enti locali, della sanità e della scuola pubblica". [...  continua    su   https://www.emilianomorrone.it/quel-pugno-alzato-del-compagno-lucano/ ]

02/01/18

FRANÇOIS-XAVIER NICOLETTI, ALIAS FRANCISCU A VURPA di Emiliano Morrone

Conosco François-Xavier Nicoletti (in foto, ndr), alias A Vurpa«La Volpe», da quasi 30 anni. Ne ho condiviso – e in larga parte condivido – l’inguaribile attaccamento alla Calabria, lo spirito dell’emigrato (di successo) che non accetta lo spopolamento della regione, i disservizi in aumento e il clientelismo che ancora oggi, forse più di sempre, la identificano e caratterizzano.
di Emiliano MORRONE
François è un ex banchiere, brillante, geniale, affabile, di cuore e dalla testa dura come ogni calabrese doc. Per me è una specie di zio: ho avuto il privilegio di discutere a lungo con lui, per telefono e nella sua bellissima casa del rione Fulippa, a San Giovanni in Fiore, paese di cui siamo entrambi figli. Non solo. Ci unisce l’ironia ostinata, il senso della frassia, la leggerezza nel buttarla in commedia e una comicità istrionica che ci ha spesso visto ridere a crepapelle, malgrado il tragico, cioè l’inadeguatezza dei vari governanti, la loro impreparazione e le sofferenze causate alla povera gente da una politica autoreferenziale e falsa, quasi per intero. Dal lontano 2002 abbiamo cercato insieme, non di rado tra nette divergenze, a volte con contrasti perfino aspri a causa dei suoi “pruriti” da accentratore, dicontribuire all’emancipazione della nostra San Giovanni in Fiore, della nostra Calabria, da cui si continua a partire nell’indifferenza generale.
Potrei scrivere la storia di questo personaggio inquieto e scomodo, cui mi lega un affetto speciale, una riconoscenza che non riesco a raccontare bene, vinto dai ricordi. Lo ammetto con candore: François continua a essere, per me, una sorta di istigatore necessario, una specie di alter ego, uno che la canta senza peli sulla lingua e che mi offre spunti per riflessioni, scritti corsari e fame di giustizia sociale.Parto con le somiglianze. Sia lui che io non riusciamo a capacitarci di un fatto, di come sia possibile che l’intelligenza, il talento e la tenacia di tanti calabresi trovi scherno e muri da una massa contenta di subire e patire in locoCome ha osservato, a ragione, l’avvocato Alfonso Luigi Marraoggi la società non sopporta la differenza, non la tollera perché la ritiene pericolosa, destabilizzante, rivoluzionaria. Pensarla diversamente significa, soprattutto in Calabria, attirarsi le antipatie, l’odio di tanti soggetti che campano grazie al sistema e che non avrebbero combinato un bel nulla, se non avessero avuto protettori e appoggi politici. Ne è convinto anche l’amico Mauro Francesco Minervino, antropologo e scrittore che, con coraggio impressionante, ha denunciato in largo logiche e costumi di una terra, la Calabria, in cui la ‘ndrangheta, per quanto capillare e potente, resta un alibiper non ammettere omissioni, corresponsabilità e miopie della classe dirigente, da Roma a Catanzaro e Reggio Calabria.François è un uomo di mondo, che ha vissuto la miseria e la ricchezza estrema; che si è fatto dal nulla partendo da ragazzino col suo parlato sangiovannese crudo; che ha raggiunto traguardi alti con volontà e sacrificio, costruendosi una posizione senza piegarsi e rammollirsi, cosciente che avrebbe potuto contare soltanto sul suo cervello fine e sulla propria capacità di persuadere investitori e padroni della finanza di vertice. Ciononostante, non si è lasciato comprare né ha perduto il suo legame con la terra madre. Anzi, ha impiegato una vita intera a inseguire per missione il riscatto della sua, della mia gente, rimasta a guardare, ad attendere il corso (immutabile) degli eventi.Avevo in animo di scrivere un pezzo di cronaca sull’ultima Consulta degli Emigrati calabresi, tenutasi a inizio dicembre presso la sede della Regione Calabria, a Catanzaro. Poi mi sono detto che sarebbe stato sterile, se non ripetitivo. Vi parlo di François perché, come me, egli non sopporta la finzione né la retorica del potere, che, in occasione della Consulta di fine anno, ha dipinto la Calabria come la California, rinunciando all’equilibrio e al pudore.La Calabria è ancora, purtroppo, l’ultima regione d’Europa: per dati economici, indicatori sociali e qualità della vita. Qui la rassegnazione impera come le vecchie glorie della politica, che assicurano sviluppo e diritti sapendo di mentire, di avere le mani legate e di voler mantenere la situazione attuale, che garantisce proventi e benessere a una ristretta minoranza di palazzo.François vive a Ginevra, ma continua a girare per il globo. Fondatore dell’associazione Heritage Calabria, si impegna per stringere patti di amicizia e gemellaggi con luoghi storici dell’emigrazione o della cultura calabrese; per esempio Clarksburg, in West Virginia, o Paola (Cosenza), la città di san Francesco, caritatevole e miracoloso, con l’omaggio, di Nicoletti, di un meraviglioso arazzo tessuto a mano dal maestro Mimmo Caruso.All’inizio del nuovo millennio, Nicoletti consentì al Comune di San Giovanni in Fiore di beneficiare di fondi europei per il Programma di sviluppo urbano, mettendo sul piatto oltre 100mila euro in contanti per la ristrutturazione di casette, nel centro storico, in cui ospitare residenti all’estero. Un progetto fortunato e poi ampliato, con l’acquisto e la risistemazione di altre dimore abbandonate. Il benefattore non fu compreso, anzi venne deriso da un manipolo di, direbbe Francesco Guccini,«perbenisti interessati», con un’ingratitudine più unica che rara, come gli ripetemmo con l’esemplare direttore di Il CrotoneseDomenico Napolitano, presso il quale mi formai da giornalista.Negli anni altre attività utili, di Nicoletti, di conservazione della memoria e di promozione del rapporto tra concittadini ed emigrati; ad esempio la traduzione in italiano e altre lingue del bellissimo Bread, Wine and Angels, della scrittrice, oriunda sangiovannese, Anna Paletta Zurzolo. Quindi la battaglia politica, nel senso nobile della parola, per l’istituzione della consulta comunale degli emigrati, ad oggi inattiva, nonché un lavoro a tutto campo per creare ponti culturali ed economici tra la Calabria e gli Stati, non solo europei, in cui vivono generazioni di calabresi. E, non da meno, il sostegno diretto dell’ex banchiere alla candidatura di Gianni Vattimo quale sindaco di San Giovanni in Fiore, nel lontano 2005; un diffuso documentario in italiano e in inglese sul pensiero di Gioacchino da Fiore, diretto dal compianto regista Max Cavallo, e lo sforzo di aprire, al posto del locale Istituto Alberghiero, chiuso da un bel pezzo e abbandonato al silenzio del tempo, una scuola internazionale per professionisti della ristorazione e del turismo, di cui né la Regione di centrodestra né quella, attuale, di centrosinistra hanno voluto sapere, preferendo sciupare i fondi (europei) per la formazione professionale.
Infine l’impulso alla nascita del club Unesco di San Giovanni in Fiore e, poiché nemo propheta in patria (sua), la donazione di un’opera di metallo, simbolica e maestosa, al Comune di Soveria Mannelli (Cz): l’albero della pace (in foto appena sopra, ndr), realizzato dal maestro Francesco Talarico e rifiutato alla chetichella dal Comune di San Giovanni in Fiore.Di recente ho avuto il piacere di incontrare ancora François, che non è ancora rincoglionito, nonostante i suoi 80 anni suonati. Tante volte riesco a parlare molto meglio con emigrati come lui – e l’amico Pippo Marra, patron di Adnkronos originario di Castelsilano (Kr) –, che non hanno mai smesso di sognare un futuro migliore per la Calabria, croce e delizia del loro animo da sognatori.

27/12/17

LA STORIA DELL’ORAFO SALVATORE CRIVARO, CALABRESE DI RARO TALENTO che continua nonostante una rapina feroce e brutale a fare il suo mestiere e non abbandona la sua terra


lo so che la storia , segnalatami dall'amico e compagno di strada di vecchia data ( l'ho intervistato per il blog , quando esso era ancora su splinder ) Emiliano Morrone , che mi presto a condivedere potra sembrare normale visto che ormai le rapine alle attività lavorativer ( ma anche non ) son la norma . Ma la storia di Salvatore Crivaro, eccellente orafo di San Giovanni in Fiore, è l'esempio di come si possano superare le difficoltà in una regione meravigliosa ma depredata, abbandonata, mortificata, avendo passione, talento e tanta ricchezza interiore. Ma soprattutto di come si resiste e non si fugge ha scelto di fare ( vedere precedente post ) Battista Liserre partito da Cosenza per fare un dottorato a Marsiglia e non è più tornato. “ .



Immagine del profilo di Salvatore Crivaro, L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono, occhiali, primo piano e spazio al chiuso Inoltre  come dice  lo stesso  Emiliano  << Il pezzo l'ho scritto di getto, colpito e affascinato dalla vicenda umana di Crivaro: dal prestito per aprire bottega sino alla rapina ad opera di una banda di criminali, alla rinascita dell'artista. Vi invito a CONDIVIDERE il più possibile, perché la vita di questo artigiano del Sud ci insegna a non mollare mai. Lo massacrarono  >>  --  continua  Emiliano  ----  << poi riprese a creare con successo. Una storia di periferia, bella, di speranza. Una storia di sacrifici, passione, orgoglio e forza interiore, in una regione, la Calabria, in cui l'emigrazione continua nel silenzio del potere.>>. Un ultima  cosa  prima d'essere  accusato  di'essere panegirista  , vedendo  le sue  creazioni     riportate  sul  suo account   di  facebook   alcune le trovate  sotto   concordo con questo commento lasciatoli 

Gianni Ambrosio                                                                                                                   Questi sono esempi di come chi crede in se stesso e in quello che fa riesce a realizzare i propri sogni.... Dobbiamo crederci nella nostra terra e farla crescere....


  Adesso lasciamo   la parola  alla storia  di Emiliano  

 https://www.emilianomorrone.it/


Un ragazzo “d’oro” rimasto nella sua terra, nonostante le logiche, i limiti e i condizionamenti della Calabria. Nonostante il dramma dei finanziamenti alle nuove imprese e una rapina che l’ha segnato per sempre.Anelli di forma inedita ricordano monumenti, simboli remoti. Conducono la mente alle luci, al senso della tecnica e ai misteri di 2001: Odissea nello spazio, il celebre romanzo di Arthur Charles Clarke. Sono opere uniche, opposte alla serialità del mercato.
di Emiliano MORRONE




Concepite per giochi di movimento, colore, interpretazione, si scompongono per assumere nuovi corpi, funzioni, significati. Oro giallo e bianco, meccanismi leonardeschi, pietre incastonate con geometrie pitagoriche e soluzioni complesse nascoste dalla semplicità dell’insieme. Collane con medaglioni compositi che riproducono, assemblati, ideogrammi chiave dell’abate medievaleGioacchino da Fiore (1135 circa-1202), profeta della giustizia terrena e autore dell’affascinanteExpositio in Apocalypsim. E quindi trame auree con perle e brillanti per diademi, orecchini e altri oggetti, secondo un’antica tradizione del Sud rivista in chiave personale.
L'immagine può contenere: una o più persone e anello
Siamo in Calabria, a San Giovanni in Fiore (Cs), segnata dall’emigrazione, dalle tragedie minerarie all’estero e dall’isolamento geografico: 17mila abitanti a oltre mille metri di altitudine, nel Parco nazionale della Sila. Su viale della Repubblica, sopra la stazione della littorina, dismessa e abbandonata, c’è il laboratorio-negozio di Salvatore Crivaro: 33 anni, mani consunte e annerite dal lavoro, occhi vivi, entusiasmo contagioso. Qui, in una stanza di appena 40 metri, è racchiuso il mondo di un ragazzo della periferia dell’Impero occidentale: sogni, fatti, energie, speranze, utensili e il ricordo della violenta rapina del 12 settembre 2012 da parte di un gruppo di rumeni, che in sei minuti lo massacrarono, gli rubarono l’oro in cassaforte, gli ruppero i dotti lacrimali col calcio di una pistola e lo lasciarono in un bagno di sangue.Nel 2004, contratto un prestito da 50mila euro per l’imprenditoria giovanile, lievitato a 80mila a causa dell’intollerabile «ingegneria finanziaria», aprì bottega nei pressi del Vallune, parte bassa dell’abitato che s’inerpica su monti di pini sterminati e silenzio greve. Attratto dal pianoforte già da bambino, Crivaro veniva dalla vecchia scuola d’arte locale, oggi liceo artistico, trascorso un anno all’analogo istituto Benvenuto Cellini di Valenza Po (Al), in cui studiò facendo il cameriere e poi il saldatore in un’azienda orafa che, racconta, «macinava oro, un paio di chili al giorno».

L'immagine può contenere: camera_da_letto e spazio al chiuso
Figlio di operai, Crivaro conosceva bene il valore del denaro, della fatica e del progetto professionale; anche perché da ragazzino aveva collaborato con un artigiano di San Giovanni in Fiore, rapito dall’idea, dalla creazione del gioiello e dalla voglia di capire, di guidare il desiderio del cliente. All’età di 16 anni più contatti e scambi con referenti del prestigioso marchio Damiani, poi mollati per andare da sé. Al padre – considerato la «guida, l’esempio, il motivatore», protagonista di battaglie vinte per l’occupazione prima dell’euro – Crivaro aveva già giurato che sarebbe diventato un orafo, soddisfatta la curiosità per l’anatomia delle cavallette, utile in quanto, riferisce, «insetti e animali insegnano le regole, le meccaniche della natura, esatta quanto ignota». E lì, a Valenza Po, a ridosso delle colline del Monferrato, il suo diario di ricerche e conquiste, tra disegni in bus, viaggi della mente, intuizioni e i pomeriggi a fissare la fiamma, sul metallo, del fabbro creatore. Scuola e pratica lontano da casa, da quell’angolo di Sud da cui era partito l’undici settembre del 2001 perché incompreso, respinto da una didattica e da un contesto provinciale troppo stretti per un ribelle come lui, reo di voler conoscere, sperimentare, penetrare i segreti dell’oreficeria, in classe come altrove: dal «Pizzitänu», che in un buco di bazar vendeva bigiotteria da regalo, all’osservazione delle donne, «da servire – spiega – per missione». Poi la crisi dell’oro, le diffidenze commerciali, la paura occidentale, il timore del conflitto, di esplosioni più spaventose di quelle a Ground Zero, che William Langewiesche paragonò a Hiroshima, scrivendo: «L’area del World Trade Center era uno scenario terrificante di per sé, e nessuno poteva escludere l’eventualità di ulteriori crolli o di nuovi attacchi».Dunque il ritorno di Crivaro nella sua terra, difficile ma obbligato, imposto da vicende più grandi di lui, di me, di noi. Giunto a San Giovanni in Fiore le rinunce per economia, il diploma da prendere, la passione della vita e la socialità complicata con gli amici, intenti a spendere, a scorrazzare con l’auto di papà e annoiarsi come usa oggi, a girare per bar e locali spesso senza un programma, un orizzonte, uno sguardo al futuro.Nel contesto, immutabile e minuto, una svolta inattesa: a Cosenza per una borsa di studio presso un produttore di lussuosi monili, venduti anche a 20mila euro, realizzati senza neppure il rimborso dei biglietti del pullman, tra i commenti ironici di coetanei e comitiva di Crivaro. Poi la prospettiva di creare in proprio, con la garanzia di commesse che dovevano arrivare da un avvocato, pronto a investire per procurare la materia prima. Ma niente, l’operazione si rivelò presto infruttuosa, al che Crivaro si rimboccò le maniche e si fidò soltanto del talento, dell’abilità, dell’inventiva e tenacia in suo possesso.

Un giorno il principe di Giordania Faik Bisharat entrò nella bottega dell’enfant prodige di San Giovanni in Fiore con l’Associazione internazionale dei Timonieri d’Oro per il Turismo, in Italia a lungo guidata dal compianto Franco BonacciCaterina Bonacci, la moglie, ricorda oggi quella visita casuale, forse non troppo: «Crivaro si mostrò subito gentile e molto generoso, affascinato dalla nostra presenza. Avevo vestito e orecchini abbinati, mi chiamò “la signora in turchese”. Ci accolse con rara gentilezza e disponibilità, mostrandoci paziente i suoi lavori». E la notte il giovane orafo restò sveglio a realizzare un gioiello di perle, oro e legno: una nave con timone per omaggiare il principe di Giordania che lo volle a una serata di gala, in Calabria. Poi, nel 2006, l’incontro con l’allora governatore del West VirginiaJoe Manchin, arrivato in delegazione nella terra degli avi, San Giovanni in Fiore. Emozione e stupore reciproci, Crivaro fu invitato dal politico, che raggiunse negli Stati Uniti facendosi apprezzare per le doti creative e umane insieme. Vere, subito evidenti.poi mostre, sacrifici, ore, giorni, mesi a creare nuove opere, con umiltà e ardore più unici che rari, così da rimettersi in gioco, in sesto, dopo la rapina subita a pochi mesi dal matrimonio, per cui aveva risparmiato soldi guadagnati col sudore della fronte, che dovette investire nell’attività, obbligandosi a stringere la cinghia, a ricominciare.Gli autori di quella rapina sono finiti male e Crivaro si è ripreso, malgrado i danni permanenti ai dotti lacrimali e le conseguenze per la sua professione, per il futuro. Tra le ipotesi di quel gesto criminale anche un movente disumano: bloccare per sempre la crescita del giovane artigiano, che invece ha resistito, traendone motivi per moltiplicare gli sforzi e il desiderio di dire, di fare qualcosa di memorabile dalla, nella sua San Giovanni in Fiore.Ho voluto raccontare questa storia perché reca due messaggi. Primo: il talento viene più spesso dalle difficoltà, e a Sud lo sappiamo bene. Secondo: nulla, volendo, può sconfiggere l’amore per un mestiere e la voglia di riuscire. Neppure la cattiveria umana, sempre dietro l’angolo. Buon Natale.