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28/10/18

non credevo chi cercasse di stabilire la legalità sia razzista

Nicolai Lilin
Nicolai Lilin ha raccontato in un post sulla sua pagina Facebook una disavventura in cui si è trovato nella metropolitana di Milano:
“Stamattina ho preso la metro, cosa che faccio spesso perché a Milano è un mezzo utile ed efficace.Alla Stazione Centrale sono saliti un uomo e una donna che seguivano una giovane ragazza straniera che trascinava tre valigie e aveva una borsa a tracolla.Quando il treno è partito l’uomo ha spinto la ragazza, fingendo di non averlo fatto apposta, mentre la donna ha sfruttato il momento e abilmente ha tirato fuori dalla borsa della ragazza il portafoglio.Tutto è accaduto di fronte a tanta gente che non ha capito cosa era successo, oppure non ha voluto capire.Ho bloccato la donna, chiedendo di restituire il portafoglio rubato, in tutta risposta ho ricevuto una valanga di insulti in pessimo italiano inaspriti con una serie di frasi estirpate da una lingua a me ignota.Ho strappato il portafoglio della ragazza dalla mano della donna (che cercava di nasconderlo in una tasca interna della sua lunga gonna). In quel momento è intervenuto l’uomo, bloccandomi il braccio con il portafoglio.Ho allontanato l’elemento con tre sonori e generosi schiaffi dritti in faccia, così che dopo il terzo ha perso l’equilibrio e ha sbattuto contro la porta.Alla fermata Gioia ho buttato fuori a calci quei due dal treno, accompagnando la cosa con qualche parolaccia in russo, per non offendere la sensibilità di altri passeggeri.Nessuno dei presenti è intervenuto per difendere la ragazza e affrontare quegli schifosi ladri. Eppure penso che a nessuno piace essere derubato.Solo una signora ucraina seduta poco lontano mi ha detto con certo sollievo e approvazione: “Finalmente le hanno prese!”. Probabilmente viaggiando spesso su quella linea di metro conosceva bene quei due.

“Fascista!”

Mentre la ragazza straniera mi ringraziava in un inglese appesantito dalle rigide cadenze nordiche, con mani tremanti sistemando la borsa e controllando le valigie, ancora scioccata dal “benvenuto” che ha ricevuto dalla nostra splendida Milano, dietro alla schiena ho sentito il commento della giornata: “Fascista!”.Non ero sicuro che fosse diretto a me. Mi sono girato e ho notato un uomo sulla quarantina che si atteggiava da ragazzo giovane, con gli occhi annebbiati probabilmente per via di qualche vizio, vestito come alcune star musicali moderne, quelli che spendono un mare di soldi per apparire disagiati. “Mi scusi?” – ho chiesto io incredulo. “Potevi anche fare a meno di picchiare quel poveraccio, fascio!” – mi ha risposto lui convinto, con un tono irritato.“Se tu sai come si affrontano i ladri nei mezzi pubblici in maniera corretta, perché allora non sei intervenuto tu?”“Sono anarchico, per me ognuno sopravvive come vuole.” Ho sorriso, perché per la prima volta in tanto tempo mi è venuta una sana voglia di spaccare la faccia a qualcuno.Quel sentimento stupido, animalesco, rozzo che spesso accompagna i figli delle periferie che per la mancanza di occupazione si dedicano alle lotte per il territorio che hanno qualcosa di ancestrale, tribale, primitivo.Ho sentito sprigionare nel sangue cosi tanta adrenalina da poter saltare con il sorriso beato addosso all’uomo più grosso, più cattivo e anche bene armato.Credevo che quel sentimento fosse rimasto sepolto nel mio passato per sempre, che diventando uomo, marito, padre i miei sensi del dovere lo avessero cancellato per sempre.Invece niente da fare, eccolo qui, serpeggia nelle vene, vuole liberarsi. Si sente come i pugni si stringono tanto da far male alla pelle tirata sulle ossa.

Nicolai Lilin zittisce l’anarchico

Ho fatto un profondo respiro. Ho guardato il mio interlocutore con compassione, come mi insegnava a fare mio nonno quando dovevo affrontare persone che mi giudicano.“Se ti definisci “anarchico”, allora dovresti conoscere un tale Nestor Mahno, quello che aveva fondato la prima repubblica anarchica in una regione dell’Ucraina, quello che ha dato la terra ai contadini prima di quando i bolscevichi crearono il loro famoso motto “terra ai contadini”, quello che ha costretto i grandi imprenditori ad abbassare l’orario di lavoro ai lavoratori, contemporaneamente alzando di cinque volte il loro stipendio da poveracci, quello che ha fondato gli asili e le scuole gratuite con le mense gratuite per i bambini dei contadini e dei lavoratori. Quello che ha cercato di cambiare in meglio la società nella quale era nato e cresciuto. Hai mai sentito parlare di lui?”Un segno negativo, la testa leggermente scossa e l’espressione che urlava “non mi importa di quello che dici, tanto la ragione ce l’ho io, la tengo qui, in tasca, incastrata tra tutta questa erba.”“Quando qualcuno dei suoi soldati rubava qualcosa ad una singola persona, lo fucilavano immediatamente. Lo facevano perché il senso dell’anarchia è costruire un sistema sociale privo di governo centrale, ma non privo di regole.”Il mio interlocutore non ha fornito alcuna risposta, perché alla fine del mio discorso siamo arrivati alla Stazione Garibaldi e lui è saltato fuori dal treno, svanendo nel fiume di persone.Io ho accompagnato con lo sguardo la sua testa ricca di capelli disordinati e sporchi, pensando che noi viviamo in un tempo di enormi, giganteschi distrazioni che, probabilmente, generano la superficialità mai vista prima.

Nicolai Lilin ‘fascista’ e l’anarchico

Così uno che si espone per difendere una fanciulla dai ladri diventa un fascista, mentre colui che lo giudica è uno anarchico.Probabilmente quando Alice tornava dal Paese di meraviglie ha scordato di chiudere la porta.”Nicolai Lilin è un famoso scrittore russo, autore del romanzo Educazione siberiana, trasportato anche sui grandi schermi con la regia di Gabriele Salvadores.

04/04/17

conta e cammina edizione 2017 tempio pausania 3\4\2017 reading di mafia caporale Giuseppe de Trizio ( musiche ) e Leonardo palmisano ( Testi )

L'impressione   che mi sono fatto assistendo  al  reading  (  Leonardo Palmisano testi e lettura  ., Giuseppe de Trizio musiche )   di mafia caporale tenuto a il 3\4\2017 a  tempio  pausania 







 per l'edizione   di quest 'anno  di  conta  e  cammina    Festival della Legalità in Sardegna unico nel suo genere, con proiezioni, spettacoli teatrali, libri, laboratori interattivi, mostre, tappe itineranti, e appuntamenti mirati dai 0 ai 100 annidi    è che  esiste  ( per  parafrasare  un  famoso  libro )  una quinta  mafia  che non è quella  classica  ( 'ndrangheta  , mafia   ,camorra  , sacra corona unita ,mafie  straniere  )   ma  è  fatta di mentalità  ,  di clientelismo  ,  di piccola e grande e corruzione    non solo finanziaria  ,ecc. ma  soprattutto del  io  no vedo  , io  non parlo io non sento , che  possono essere  sintetizzati   o nelle tre  scimmiette  (  🙈🙉🙊  )  o  negli indifferenti di Gramsci .Essa non ha  un luogo  geografico  fisso   ma   si estende   da sud  a  nord   indistintamente , mescolandosi \  vivendo in simbiosi    con illegalità e   con quella  classica  o nuova vedi esempi dei Casamonica  e  di mafia  capitale ovvero riciclaggio    di denaro e sfruttamento   quella che Loretta Napoleoni chiama  economia  canaglia
Infatti


mafia caporale
Dopo GHETTO ITALIA, premio Livatino contro le Mafie, Leonardo Palmisano continua la sua inchiesta sul mondo del lavoro.
Il Global Slavery Index 2016 – il rapporto annuale sulla schiavitù nel mondo – conta in 129.600 le persone ridotte in schiavitù in Italia, collocandoci al 49esimo posto nel ranking dei 167 Paesi presi in considerazione. In Europa unicamente la Polonia fa peggio.
Siamo il vertice europeo della sparizione dei minori non accompagnati (a un ritmo di 28 al giorno, secondo l’Oxfam) e dello sfruttamento delle prostitute provenienti dalla Nigeria e dai Paesi ex Socialisti, ma siamo soprattutto lo Stato dove caporalato e impresa tendono a fondersi con le più consolidate organizzazioni mafiose. Questo intreccio è Mafia Caporale. Il business di questa metamafia è l’illecito sfruttamento del lavoro. Dall’agricoltura ai servizi, fino alla piccola industria, il mercato del lavoro si riempie di lavoratori e di lavoratrici schiavizzati.
Mafia Caporale è oggi più forte del collocamento pubblico, e dà vita a una moltitudine di agenzie di somministrazione lavoro dentro le quali lava somme inimmaginabili di denaro sporco.
Sarte, braccianti, camgirls, muratori, prostitute, blogger, coccobello!, lavavetri, parcheggiatori, vigilanti, camionisti, mendicanti e minori, sono solo alcuni dei volti della schiavitù di cui ci parla Leonardo Palmisano nel suo viaggio dal nord al sud di Italia dove ha incontrato personalmente ognuno di loro, e per ognuno ha raccolto una storia, un’immagine, un ritratto.
Non si può rimanere indifferenti dopo la lettura di Mafia Caporale, ogni storia rimane impressa nella memoria.Questo accade ogni giorno in tutta Italia.

 da   http://www.fandangoeditore.it/shop/documenti/mafia-caporale/


Peccato per la scarsa partecipazione !  Ma  si sa  certi argomenti non interessano non fanno presa  o    forse  perchè l'autore  e  poco noto   .Ma  pazienza  ,  le  vere  lotte    le hanno iniziate  sempre  in pochi  . E  stato davvero molto interessante  e  coinvolgente esserci  !


Non si sentiva   volare  una mosca  tanto    s'era     attenti  e coinvolti nello spettacolo .   Grazie agli organizzatori !!  ma  soprattutto agli autori  per  aver  ricordato e  ribadito  , cose  certo  già note  ed  endemiche in  italia  dal metà del  XIX  e per  tutto  il  XX   secolo  ,  con forza  e coraggio .



28/08/12

cara valentina nappi la mafia non è cultura ma merda

da  http://www.fanpage.it/valentina-nappi/

 La mafia è cultura
Alla radice di tutti i fenomeni mafiosi. Uno scritto polemico di Valentina Nappi e "Mr. Troll".


Il discorso sulla mafia, sulla camorra, sulla sacra corona unita, sulla ‘ndràngheta ci porta lontano. Lontano non solo – come più volte ha sottolineato Roberto Saviano – geograficamente, geopoliticamente. Quella è pur sempre l'onda corta del fenomeno. Si tratta degli aspetti contingenti. Internazionali, transnazionali, ma pur sempre contingenti. Storici. C'è invece un'onda lunga, metastorica, che affonda le sue radici in una profondità abissale, e fa da trait d'union fra la Faida di Petilia Policastro e le “gang” di scimpanzé killer che si ammazzano fra di loro, passando per gli auto da fé dell'Inquisizione spagnola, per i sacrifici umani dell'antichità e per tutta la brutalità indicibile che ha attraversato e sta attraversando la nostra storia. Ma tutto questo è, in qualche modo, riconosciuto. Negli ambienti scientifici e umanistici à la page, tutto ciò è dato per acquisito. Vogliamo però ora aprire ancor di più gli occhi, e pervenire a una tesi che in molti non riusciranno ad accettare.
La mafia è cultura.
Ebbene, c'è un legame profondissimo tra i fenomeni mafiosi e il cosiddetto rispetto dovuto ai genitori, ai nonni, agli insegnanti (ci viene in mente il rispetto che, a Casal di Principe, c'è verso la figura del professore, e parallelamente ci vien da pensare ai maestri delle scuole coraniche e al modello di “venerato maestro” che ancora resiste in Giappone, culla della Yazuka). Si tratta di una cultura, di una logica totemica, simbolica, comunitaria. Che aborrisce lo sfregio, l'affronto, la hýbris (e Saviano, purtroppo, lo sa bene) assai più dell'offesa materiale. Questo è ciò che la mafia è nella sua essenza più profonda. Questa è la radice di tutti i fenomeni mafiosi. Cultura. La mafia è fondamentalmente un sistema memetico, ossia un sistema di elementi culturali, fra loro in relazione, soggetti a meccanismi di riproduzione. Essa può essere definita come la risposta adattativa della cultura totemico-comunitaria al contesto del capitalismo moderno-contemporaneo. È patetico quindi dare la colpa al capitalismo. Il capitalismo è soltanto il sistema-ambiente entro cui la stessa vecchia logica tribale si declina e sopravvive. La declinazione odierna è la più violenta? Non sappiamo dirlo. Ma forse, ripensando alle brutalità del passato, possiamo affermare che non vorremmo mai tornare a quelle.

Riflettendo obiettivamente sulle evidenze storiche pre-capitaliste, non possiamo non riconoscere che l'estirpazione delle radici della violenza tribale-mafiosa è affare del tutto indipendente dal capitalismo. Le vere radici da sradicare – quelle davvero profonde e metastoriche – della cultura mafiosa sono ben altre. È dura da ammettere per alcuni, ma non c'è altra via: c'è da decapitare il nonno, il totem, l'identità comunitaria. Mafia, camorra – nel senso più profondo – vuol dire valore della verginità prima del matrimonio, vuol dire immagine della madonna tatuata sulla schiena, vuol dire rispetto p' ‘o professore, ‘o nonno, ‘o padrino. Vuol dire la catenina del battesimo. Vuol dire, anche, la “colletta” per aiutare gli in-comunitari in difficoltà. Tutto questo è cultura. Questa cultura È la mafia. La mafia È questa cultura. Mafia uguale: cultura e logica comunitaria, antimoderna, in un contesto pratico che giocoforza è moderno. Se, per ipotesi, nell'immediato futuro si tornasse a una società premoderna, la mafia continuerebbe ad esistere, solo che non farebbe più – come oggi invece è costretta a fare per banali ragioni pratiche (e quindi di autoriproduzione/affermazione materiale) – raffinate operazioni sui mercati finanziari. Ma continuerebbe ad essere ciò che è, ossia continuerebbe ad essere null'altro che quei valori, quella cultura, quella logica.
Abbiamo capito, quindi, che nel loro significato più profondo e autentico, “mafioso” e “comunitario” sono perfetti sinonimi, sono termini perfettamente intercambiabili, non c'è fra loro alcuna differenza: l'uno vale esattamente l'altro, e viceversa. Antimafia vuol dire anticomunitarismo. Vuol dire lotta contro qualsiasi cultura dell'identità comunitaria. Lotta contro ogni simbolo religioso, contro ogni totem, contro ogni rito in qualsiasi forma si presenti. Contro ogni forma di “rispetto” p' ‘o professore, ‘o nonno, ‘o padrino, l'antenato. Contro ogni forma di gerarchia simbolica orientata in direzione del passato, dell'origine, del genitore, del “prima”. Antimafia vuol dire vilipendio dei sentimenti totemico-comunitari. Antimafia vuol dire portare avanti fino in fondo, con la massima radicalità, le istanze libertarie, razionaliste, atee, empiriste, antitradizionaliste e – ci piace azzardare – futuriste e pornografiche della Modernità.