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09/02/20

IL PRIMO SENSO DI BENIGNI L'attore toscano porta il Cantico dei Cantici sul palcoscenico dell'Ariston di © Daniela Tuscano


L'immagine può contenere: 3 personeRoberto Benigni lo seguivo all'epoca di Radio Onda Libera, ed era tutta un'altra storia. Come sempre, come ovvio. Poi tutto, inevitabilmente, cambia, solo il telegattopardo sanremese resta uguale, capace di farsi condurre (in anni oscuri) da quello stesso Benigni ancora anarchicamente anticlericale e di accoglierlo con tutti gli onori, e altrettanta disinvoltura, nella nuova veste ecumenico-divulgativa.

Benigni è un artista. Ha un bel cuore, s'innamora sinceramente delle sue letture, toscanamente le mastica, le divora, magari con qualche rudezza. Nel frattempo s'informa, domanda, apprende, però poi torna lui, il divoratore. Questa volta è toccato al Cantico dei Cantici. S'è gettato a capofitto fra quelle pagine. Che non sono carta, ma carne - cioè a dire, uno dei libri più cristici, quindi più ebraici, della Bibbia -. È stato bulimico, eccessivo? Senza dubbio, quando ha allentato la tensione. Quando non si è lasciato interpellare dal testo. Quando non ha contemplato quel «vuoto sacrale» così misticamente poetato da Ceronetti.
Il Cantico, e con esso tutta la Scrittura, non può essere riempito dal sé (e dai pieni-di-sé). Per tale motivo Pasolini non aggiunse un iota ai dialoghi del suo Vangelo, con un rischio vertiginoso per la resa filmica, ma riuscendo a cogliere il senso anagogico della Parola.
Benigni ha quindi ecceduto - sbagliando - le volte che ha anteposto la sua parola alla Parola. Volendo aggiungere, ha tolto. Il Cantico non è un'eccezione in un testo altrimenti sessuofobico. Si trova fra i libri sapienziali da 2400 anni assieme alle pagine, altrettanto ardenti, di Isaia, Osea e molti salmi. A meno di non considerare eccezione tutto quanto non smetta di stupire, e assieme all'appagamento aumenti il desiderio (è il felice ossimoro che procura a Dante la visione del paradiso, ma già prefigurato negli affetti umani: «di stare insieme crescesse 'l disio»). E come dimenticare, fra le letture del matrimonio cristiano, quell'esclamazione: «Una voce! Il mio diletto!...». Grido che è già volto, bruno ed estatico, sessuale e azzurrato. Grido-volto femminile, perché il Cantico è anzitutto parola di donna, alterità pura. È lei, per una volta, a riconoscere nel compagno («come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!») l'eser-kenegdo rievocato da Edith Stein, colui che le sta di fronte, l'osso delle sue ossa; la sua «Eva». È lei che lo cerca, sfidando regole e convenzioni, perché forte come la morte è l'amore, ma soprattutto non ha misura, sovrabbonda, trasgredisce. Il Cantico permette all'uomo di chiamare di nuovo l'amata col nome di amica, sorella; è tale in umanità, ed è nell'unione - nell'amplesso - che i due si ritrovano. Nella loro incancellabile diversità, che si completa reciprocamente.
C'è sesso, nel Cantico? Molto. Ci sono corpi, odori, sapori, sospiri e notti infuocate, deserti di palmeti, ombre e sguardi. Anche tenerezza e languore; ma sessualità, no. Questo è Eden raggiunto, o compreso, o promesso. L'innocenza non conosce metafore. Delicatezza e decoro la ingiurierebbero.
La carne non è dannata, il dualismo anima-corpo, interpolazione platonica estranea all'ebraismo, qui scompare. La carne è assunta, come farà poi Cristo con la sua stessa vita.
Sesso, divisione che unisce. Limite che spinge a superarsi. A patto di accettare la propria finitezza. Il rischio è sempre in agguato per il «razionalista gaudente» autoreferenziale e omologante, che (cfr. ancora Ceronetti) «entra nel Cantico come in un bagno pubblico spudorato, per sguazzare nudo in compagnia dei molti che hanno capito e brindare alla scoperta».
Ma chi ha capito, cosa ha capito? L'amore, naturalmente. Per questo il Cantico ispira castità. L'amore non è un sentimento scivoloso, non un magma di pulsioni fluide. L'uomo e la donna, anzi, la donna e l'uomo, sono lì, in grado di gioire pienamente perché la sfida ultima di qualsiasi vita sessuale è l'incontro con l'altro (heteros): non eccesso di drammatizzazione, né sdrammatizzazione euforica (X. Lacroix). Se è conquista e non possesso, comporta lotta e fatica. Solo se ci si sceglie ogni volta si può essere fedeli. Inventare la relazione. Fare famiglia, comunione. E ascendere.
Dunque il Cantico, proprio per la sua passione umana, la sopravanza, prefigurando l'amore di Dio per Israele, di Cristo per la Chiesa...
Benigni s'è fermato al primo senso della Scrittura? Può darsi. Ma se ha suscitato quel desiderio di conquista, non ha comunque assolto al suo compito d'artista popolare? E se le sue cadute, talora rovinose e inutilmente friendly, avessero messo in guardia i dotti dal rischio della gnosi? Essi si turbano per i fremiti della carne, ma non per il Dio degli eserciti che ordina di passare a fil di spada i popoli nemici, senza escludere le donne e i bambini. Niente traslati, qui, nessuna allegoria. Tutto arcignamente logico, regolare. Oppure no?
Le aule universitarie rassicurano assai più dei templi profani, e soprattutto dei suoi fruitori, lontani, forse emarginati, dai palazzi del sapere. Diffidiamo dello spirito ingannevole, ma non dimentichiamo che i primi depositari dell'Annuncio furono illetterati e pastori. Certo: è inevitabile avvengano scandali, e guai a colui per cui avvengono. Ma guai pure a vederli dove non ci sono.

                                                    © Daniela Tuscano