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19/07/19

Strage di Via D’Amelio. Il coraggio di Emanuela Loi


Guance piene, chioma fulva e aria da ragazzina spensierata: Emanuela Loi aveva in effetti poco meno di venticinque anni quando rimase uccisa nell’attentato di Via D’Amelio in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino.Originaria di Sestu, vicino a Cagliari, Emanuela sognava in realtà di diventare maestra; ma per qualche strana ragione a volte si fanno scelte che condannano il proprio destino, e la giovane, ispirata dalla sorella maggiore, tenta insieme a lei il concorso in polizia, superandolo – a differenza della sorella – a pieni voti.
Nel 1989 Emanuela entra perciò, quasi per caso, nella Polizia di Stato, spostandosi a Trieste per l’addestramento e iniziando la serie di trasferimenti che la porteranno lontana dalla famiglia e dalla sua terra.  Due anni dopo, infatti, invece di rientrare in Sardegna, viene trasferita a Palermo, dove le vengono affidati i piantonamenti a casa Mattarella, la scorta alla senatrice Masaino e la guardia al boss Francesco Madonia. E così, oltre al dispiacere della lontananza da casa, si aggiunge la paura, perché la Sicilia tra gli anni Ottanta e Novanta è martoriata di stragi mafiose che uccidono indifferentemente magistrati e agenti di polizia. A Palermo, inoltre, Emanuela deve fronteggiare anche gli sberleffi degli adolescenti, che scherniscono le donne in divisa.È il luglio 1992. Solo due mesi prima, la strage di Capaci ha ucciso il giudice Giovanni Falcone insieme Quel tremendo attentato ha scosso profondamente tutti i poliziotti, anche Emanuela, che come i colleghi non si sente più sicura.
È il luglio 1992. Solo due mesi prima, la strage di Capaci ha ucciso il giudice Giovanni Falcone insieme a quasi tutta la sua scorta. Quel tremendo attentato ha scosso profondamente tutti i poliziotti, anche Emanuela, che come i colleghi non si sente più sicura.Non servono le rassicurazioni alla famiglia e al fidanzato che non le sarebbe successo nulla: Emanuela sa di rischiare la vita per quell’incarico, molto più pericoloso dei precedenti; a darle coraggio, il pensiero di fare scrupolosamente il suo lavoro, e soprattutto di fare ritorno a Sestu, nella sua Sardegna, per un periodo di ferie.Ma Emanuela non ne avrà il tempo.Il secondo giorno di scorta a fianco di Borsellino, alle 16.58 del 19 luglio 1992, in via D’Amelio, dove il giudice si era recato per un saluto alla madre, una Fiat 126 esplode proprio nel momento in cui i due scendono dall’auto, uccidendo insieme a loro anche gli altri membri della scorta Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli.Emanuela avrà il triste primato di prima donna poliziotto a morire in servizio. In Sardegna la aspettavano a fine mese mamma Alberta e papà Virgilio, la sorella Claudia, il fratello Marcello e il fidanzato, ma a Sestu tornerà solo il suo corpo dilaniato dall’esplosione. Claudia, 26 anni, quella sorella di cui Emanuela voleva seguire le orme e che invece era diventata parrucchiera, oggi tiene vivo il suo ricordo nell’associazione contro le mafie “Libera”.Emanuela era una ragazza solare e sorridente, che amava la vita e il suo lavoro, a cui ha sacrificato anche se stessa.Gli ultimi istanti della sua vita sono raccontati in un bellissimo libro per ragazzi di Annalisa Strada, Io, Emanuela, agente della scorta di Paolo Borsellino, che dipinge il coraggio di questa giovanissima poliziotta, per restituirle almeno sulla carta i sogni che quel giorno di luglio le ha spezzato troppo presto.

23/06/19

quando la sconfitta sa di vitoria . il caso della dinamo Sassari basket sconfitta da Umana Reyer Venezia in finale solo a gara7




Inizialmente    , quando  ancora  s'era  in piena  partita  ovvero al  2  quarto  , commentai  a caldo  cosi  :



Mai poi ragionando   meglio  , cioè a freddo  soprattutto   dopo questa intervista  a Pozzesco      a Sardegna Live  del  24 giugno   2019
POZZECCO DA SOGNO: "RIMANGO ALLA DINAMO PERCHÉ AMO LA SARDEGNA". IL COACH RACCONTA LE EMOZIONI DELLA STAGIONE TERMINATA

Intervista all'uomo che ha cambiato la stagione della Dinamo. La Sardegna si è fermata per assistere all'impresa degli uomini del Poz: "Mi fermano per strada e mi ringraziano, ma dovrei ringraziarvi io uno per uno"





Da giocatore lo chiamavano “la mosca atomica”. Un soprannome piuttosto brutto, ammetterà lo stesso Gianmarco Pozzecco qualche anno più tardi, ma ci si era affezionato anche lui con quei capelli tinti di rosso, il cerotto sul naso, il sorriso guascone e la sfrontatezza dei suoi vent’anni vissuti al massimo dell’intensità.
Ribelle e geniale, playmaker straordinariamente moderno, le sue giocate furono una ventata di freschezza nel mondo della pallacanestro italiana. Il 15 maggio 2008, al PalaDelMauro di Avellino, si ritirava uno dei campioni più amati e controversi degli anni d’oro del nostro basket. Ma di stare lontano dalla vita di spogliatoio, il Poz, proprio non voleva saperne e così la decisione di insegnare quello sport ai giovani in giro per lo stivale e non solo. Orlandina, Varese, Cedevita, Fortitudo. Un percorso fatto di alti e bassi e poi, quando anche la carriera da allenatore sembrava essere in procinto di esaurirsi, l’approdo fra i Giganti.
L’ingaggio di Pozzecco a Sassari è arrivato a sorpresa a febbraio 2019 dopo le dimissioni di Vincenzo Esposito che ha lasciato la Dinamo all’ottavo posto in classifica con i playoff scudetto da inseguire, le Final Eight di Coppa Italia e gli ottavi di FIBA Europe Cup da disputare. Il percorso dei biancoblu in coppa si è fermato in semifinale, ma sono riusciti a portare a casa il primo trofeo internazionale nella storia dello sport sardo con la vittoria in Europe Cup contro i tedeschi del Wurzburg. La vicenda scudetto, poi, è storia nota. Dopo aver avuto la meglio su Brindisi e Milano i sardi si sono arresi solo in Gara 7 contro una frizzante Venezia che ha portato a casa il quarto tricolore. Al ritorno della Dinamo a Sassari oltre 5mila persone hanno atteso in piazza d’Italia i beniamini dello sport isolano. Una grande festa di popolo, una sbornia di gioia ed entusiasmo che il Poz non ha ancora smaltito e oggi, intervistato da Sardegna Live, commenta così.
La prima cosa che ci si chiede in queste ore, seppure ci sia l’ufficialità, è questa: il Poz rimane a Sassari anche l’anno prossimo?
Quando sono arrivato ho firmato un contratto fino a giugno, con possibilità di rinnovo per altri due anni. La società aveva però inserito una clausola di uscita che le consentiva di valutare se prolungare la mia permanenza o meno. Io speravo che il presidente si convincesse a togliere la clausola e Sardara l’ha effettivamente tolta dopo un mese vedendo che le cose andavano bene. Quindi se ero contento prima, lo sono ancora di più oggi. Ho allenato in posti dove avevo giocato come Bologna (sponda Fortitudo, ndr) e Varese, lì ho pagato il fatto di avere un coinvolgimento sentimentale forte. Qui a Sassari non ho mai giocato ma oggi ho un coinvolgimento uguale a quello di Capo d’Orlando, Fortitudo e Varese. Poi noi siamo professionisti e ci sono logiche che non puoi prevedere, ma adoro questo posto ed è l’unica cosa vera. Il rapporto che le persone hanno con me, l’affetto che mi dimostrano quotidianamente dopo solo cinque mesi è incredibile.
Ieri la gente in piazza vi ha riservato una accoglienza trionfale. Tanto amore per i ragazzi ma sembrava quasi che la gente più che capitan Devecchi, il celebre Polonara o l’idolo di casa Spissu non vedesse l’ora di salutare Pozzecco, come se fossi tu il grande personaggio della festa.
Mi rende felice, ma voglio che i riflettori siano puntati sui miei ragazzi. Provo più soddisfazione quando vedo la gente attorno a Marco, Achille, Jack e gli altri anche se chiaramente vivo di emozioni. Mi si scioglie il cuore quando faccio le foto coi bambini che fanno i muscoli con me, Achille o Rashawn. Mi rendo conto che la gente è molto affezionata a me, ma i protagonisti sono i ragazzi. La mia fidanzata è arrivata qualche settimana fa e l’avevo avvisata di quanto la gente fosse affettuosa. Abbiamo vissuto insieme altri contesti e sa che la gente mi riconosce, ma l’avevo avvisata del fatto che non avevo mai visto una roba del genere. Una continua dimostrazione di affetto di cui, nonostante l’avessi avvertita, è rimasta stupita anche lei. La cosa che mi sorprende è che non c’è un target, si va dal ragazzino alla signora più anziana. E poi un comune denominatore: la gente mi ferma e mi ringrazia. Anche se sono io che dovrei fermare tutti loro e ringraziarli. Ci sono posti speciali e posti un po’ meno speciali e questo è un posto speciale senza ombra di dubbio.
L’esperienza della Dinamo ha appassionato tutta l’Isola. Quanto avvertite il fatto di non rappresentare semplicemente una città, ma un’intera regione?
Non ho una buona memoria e non ricordo quando abbia parlato per la prima volta in conferenza della Sardegna, ma sono certo che era passato poco tempo. La sensazione che avessimo un’Isola dietro ce l’ho avuta fin da subito. Se non ci ho messo tanto a capirlo significa che è una cosa forte, un sentimento che vivi quotidianamente. Quando giochiamo nella penisola incontriamo sardi di Nuoro, Oristano o Cagliari che ci sostengono con un affetto che è lo stesso dei sassaresi. Un sentimento simile l’ho avvertito solo in Sicilia, è un fatto che va al di là dello sport. Il sardo è sardo, punto. Trovo bello come i sardi, pur sentendosi parte dell’Italia, avvertano una propria identità distinta che si esprime anche nelle tradizioni che avete conservato. Ho visto la Cavalcata Sarda, è qualcosa che nelle altre parti d’Italia non esiste, si è persa, è straordinario.
Dalla sincerità delle tue parole emerge che quando in piazza hai detto che quest’Isola ti ha cambiato la vita non era una frase di circostanza, lo senti davvero.
Prima di venire in Sardegna ero professionalmente quasi finito. La considerazione che aveva di me il mondo della pallacanestro era ai minimi termini per degli errori che avevo commesso da allenatore. Nella mia testa ero in pensione. Sono capitate due cose: la follia di Sardara che mi ha dato questa opportunità e il fatto di essere catapultato da un’Isola bellissima come Formentera a un’Isola altrettanto straordinaria come questa. Ho conosciuto un contesto straordinario dove per me è un po’ più semplice dare il meglio di me stesso e mascherare i miei difetti. Sono una persona un po’ particolare che vive molto di sentimenti e, nel momento in cui mi trovo in un contesto confortevole, riesco a creare attorno a me qualcosa di felice. Quando vivi in un contesto felice anche professionalmente riesci a dare qualcosina in più. Mi è cambiata la vita per questo motivo.
Come è proseguita la festa ieri sera?
Abbiamo cenato insieme al St. Joseph. Sai, stiamo molto bene insieme, però è anche normale che alla fine dell’anno, soprattutto se vivi lontano da casa come capita agli americani, non vedi l’ora di tornare. La nostra è stata una stagione lunga. La maggior parte delle squadre hanno finito chi a fine aprile, chi a inizio maggio. Le uniche due squadre arrivate al 22 giugno siamo noi e Venezia quindi è stato faticoso anche dal punto di vista mentale. Si percepisce che oggi questi ragazzi hanno la necessità di stare un po’ a casa dai loro familiari a ricaricare le batterie. Però stiamo talmente bene che quando siamo insieme siamo felici.
Il Poz dove trascorrerà le vacanze?
Avevo promesso ai ragazzini che si sono iscritti al Camp della Dinamo che avrei partecipato anche io quindi sto andando a Olbia e passerò qualche giorno con loro. Poi andrò una settimana a casa mia a Formentera, il 5 luglio andiamo con Pasquini, Stefano e gli assistenti a Las Vegas a vedere la Summer League e seguire qualche giocatore per il prossimo anno. Poi farò altri dieci giorni di vacanza, mi sposo con Tania, e tornerò per preparare la nuova stagione.
Dopo lo scudetto del 2015 si chiuse un ciclo e il roster venne rifondato. Dopo i successi di quest’anno, invece, quali sono le prospettive per quanto riguarda l’organico?
Il mio primo desiderio è quello di confermare più giocatori possibile. Se durante l’anno affermavamo che questi sono ragazzi straordinari è perché lo abbiamo pensato realmente, quindi abbiamo questa voglia. Poi i giocatori hanno una carriera molto corta quindi se hanno opportunità di lavoro stimolanti come giocare in Nba o in Eurolega vanno capiti. E’ normale che possano valutare scelte diverse da quella di rimanere a Sassari. Ma ho la consapevolezza che tutti siano estremamente affezionati a questo posto e a questi tifosi, quindi dovranno trovarsi di fronte a delle offerte nettamente più vantaggiose rispetto a quello che possiamo offrirgli noi per accettarle.
Nessuna descrizione della foto disponibile.delle  7  gare   ricorderò oltre    fatto che  è  arrivata  senza  aver perso  (  comprese  le  partite    della  coppa  e  i  la  fase  dei play off   )   gli  ultimi  3\4 mesi ,  la tenace  resistenza  a  non arrendersi e  darla  vinta   al  Venezia  , al miracolo   della gara  6 in cui  domino   e  reagi   colpo . Ricorderò  per  sempre ,  almeno spero😎😁😂🤔 , questa fantastica azione . Infatti  non c’è scudetto che mi possa emozionare di più anche se la squadra del giocatore dell'azione ha perso.   E poi   <<   Se vincere è difficile e  ripetersi lo è ancora di più, consolidarsi ad alti livelli non è comunque un traguardo semplice

  Stabilirsi al vertice di un campionato    abbastanza “monoteista” come la Serie A di basket – che dal 2000 a oggi ha visto cinque squadre (le uniche a vincere più di una volta) spartirsi diciotto titoli, di cui due revocati, su 20 – richiede un mix di abilità, bravura, continuità, solidità e fortuna. [...] >>  infatti  sempre  secondo questo articolo  del  sito https://www.ultimouomo.com/   << Col trionfo di sabato sera in gara-7, l’Umana Reyer Venezia è diventata una di quelle cinque squadre, bissando idealmente lo Scudetto del 2017 e siglando la terza stagione consecutiva con almeno un trofeo, vista la FIBA Europe Cup 2018 >>  Eco quindi  che   Questa sconfitta nulla toglie all'impresa portata avanti dalla Dinamo, ricordiamoci 22 partite vinte di fila, le grandi emozioni che questi ragazzi hanno saputo regalare a Sassari e alla Sardegna intera, dobbiamo essere orgogliosi perché quello che hanno fatto è veramente immenso, grazie ragazzi grazie Pozzeco grazie presidente Sardara💪💪💪. Una  sconfitta    che  sa  ,  come si può vedere  dal  filmato di sardegna  live  riportato sopra   , visti  gli onori  ricevuti  dai tifosi  e  sostenitori  ,   di vittoria  .
Infatti     alcuni   commenti    presi sui  social     confermano quello che  voglio dire     :  << Onore ai Veneti,hanno vinto meritatamente con un’altra squadra che ha dato veramente tanto...Forza Dinamo e complimenti di ❤️a Venezia 👍👍👍👍👍>> Complimenti a chi ha vinto ma anche a chi ha perso in gara 7.BRAVE TUTTE E DUE LE SQUADRE.L'unico anno in cui ci sono stati 2 vincitori, uno a inizio serie l'altro alla fine.

concludo    con  gli approfondimenti 

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09/06/19

miracolo gli uomini che non insultano ,ma rispettano gli arbitri donna


lo  so  che  saranno delle mosche  bianche   visto  le   recenti cronache   , il caso   del telecronista  ex arbitro  Sergio Vessicchio contro Elena Tambini,, per un match all'ultima domanda sulle regole del calcio organizzato   dalla Trasmissione  le Iene  docet 


 riportano    dei vergognosi insulti  ancora peggiori  rispetto  a quelli che subiscono gli arbitri maschili ma  ci sono anche gente  in  questo caso    giocatori rispettosi   verso gli arbitri donna  .   Ecco la  storia  presa  dall'unione  sarda del  9\6\2019

L'immagine può contenere: una o più persone

30/04/19

taranto Suona il violino mentre i chirurghi la operano per un tumore al cervello



Leggo su https://notizie.tiscali.it/ e su https://video.lanuovasardegna.it/ da cui ho tratto il video questa bellissima notizia anche se non nuova ( l'unica cosa nuova è che uno dei pochi interventi simili fatti in italia con tale tecnica sia stato fatto nel bistrattato Sud del paese ) in quanto Nel 2014 fece scalpore un altro intervento di questo tipo, a cui fu sottoposto Roger Fritsch, un violinista della Minnesota Orchestra, affetto da tremori alle mani di origine neurologica. I chirurghi della Mayo Clinic di Rochester nel Minnesota decisero di impiantare degli elettrodi in una particolare zona del cervello e di collegarli ad una specie di pacemaker cerebrale. Ma per essere sicuri che l'operazione fosse realmente efficace fu necessario che gli elettrodi venissero impiantati con estrema precisione. I chirurghi d'accordo con il paziente, decisero che il paziente non solo doveva restare sveglio durante l'operazione, ma anche suonare il violino. Dopo un mese dall'operazione, Frisch tornò a suonare con la Minnesota Orchestra.

 ecco  il  video    del suo intervento










Una violinista di 23 anni, affetta da un tumore al cervello, è stata operata mentre suonava il violino. E' accaduto nell'ospedale SS.Annunziata di Taranto per curare una neoplasia cerebrale frontale sinistra a basso grado di malignità. E' il primo intervento del genere nel Sud Italia e "pochissimi altri - spiega l'Asl - ne sono stati effettuati nel Paese". La Neurochirurgia è già punto di riferimento nazionale per la tecnica dell''awake surgery L'intervento, di oltre 5 ore, è stato effettuato dal direttore dell'Unità Operativa Complessa, dottor Giovanni Battista Costella, e dal dottor Nicola Zelletta, con la fondamentale collaborazione dell'anestesista, dottor Angelo Ciccarese", equipe completata dai dottori Gounaris e Cantone.Ed è proprio lui a spiegare l'efficacia dell'awake surgery: "Al paziente è richiesta collaborazione, e la procedura nel complesso non è un'esperienza semplice, ma in sala operatoria c'è un'equipe altamente preparata e un team multidisciplinare composto da anestesisti, neuropsicologi e neurofisiologi. Sembra surreale, ma si fa conversazione con il paziente, spiegando cosa si sta facendo in modo da tranquillizzarlo il più possibile e monitorare la situazione in maniera più attenta"Ed una novità im qiuanto è la prima volta che accade al Sud: l'intervento è durato cinque ore, e consentendo alla ragazza di suonare e parlare è stato possibile agire con precisione, evitando di toccare le aree del cervello deputate al linguaggio e alla coordinazione dei gesti e azzerando i danni neurologici.














"Sembra surreale, ma si fa conversazione con il paziente - spiega Costella - spiegando cosa si sta facendo in modo da tranquillizzarlo il più possibile e monitorare la situazione in maniera più attenta". La metodica chirurgica adottata dall'equipe, implementata dall'ausilio di dispositivi di ultima generazione come il neuronavigatore e il monitoraggio neurofisiologico di cui dispone il reparto, ha permesso di rimuovere il tumore evitando danni neurologici, soprattutto disturbi della parola e cognitivi ed evitare difficoltà nella coordinazione dei gesti.Il paziente è cosciente e collabora
Stimolando nella fase operatoria specifiche zone cerebrali, sono stati evocati disturbi sensitivi complessi. "Questa tecnica - conclude Costella su tiscali notizie - è particolarmente indicata nei casi in cui è necessario rimuovere lesioni localizzate in zone critiche. Certo, al paziente è richiesta collaborazione e la procedura nel complesso non è una esperienza semplice".

24/12/18

Violenza sulle donne | La storia di Marta che dopo le botte e lo stalking ha detto basta e trovato la forza per denunciarlo






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lo so che siano a natale e nessuno \ a di voi vorrai sentire o leggerle storie come questa , ma purtroppo le vigliaccate ed i femminicidi non conoscono pause e riposo  come  dimostra quello  successo ieri ad   Alghero    . Tale  storia  sarà pure  di  novembre       ma  tali  vicende   e testimonianze  non hanno   tempo  .  Noi altro prchè il video e la storia dice tutto . Ma un appello   voglio dirlo  quindi care donne ribellatevi e picchateci pure quando noi uomini vi trattiamo cosi .

Ecco da   https://www.tpi.it/2018/11/28/  una  classica  storia    d'amore  malato      diventato quaso  femminicidio  . Deriva  bloccata  dalla  protagonista   che   dopo le  numerose   botte  e violenze  ha  saputo dire    BASTA    e r ribellarsi   ad  tale situazione  .  Dopo     queto spiegone  ecco la storia  






Quando aveva 18 anni Marta si è innamorata di un ragazzo e i due hanno iniziato una relazione che “all’inizio sembrava normalissima”. Poi è arrivato il controllo, e poi i sospetti, la violenza e i ricoveri in ospedale.
All’inizio sono i genitori di Marta che provano a salvarla: denunciano il fidanzato e cercano di allontanarlo da lei. Ma lei non vuole, lo difende, lo ama e ha paura. Resta con lui per tre anni: “Lui riusciva a raggirarmi con le parole. Ma non era amore. L’amore vero è un altro”, racconta.
Poi la svolta: una nuova relazione, il ritorno a casa dai genitori e il desiderio di cominciare a vivere. Ora è Marta a volersi salvare. E finalmente lo denuncia. In questo video, 

vincitore del premio giornalistico Tania Passa (sezione scuole di giornalismo), Marta racconta la sua storia e come è riuscita a sopravvivere.


14/11/18

Che fine ha fatto Marianne Sin-Pfältzer? e perchè rischia di finier e in un ossario comune

di cosa sto parlando
  fama  e successo in vita  ,  povertà  e   da morta  .  riporto qui   questo  post  ed  il suo annuncio   con relative  foto  della fotografa   di


Che fine ha fatto Marianne Sin-Pfältzer ?
Ero curiosa di sapere. Sono andata in cimitero e ho visto la sua tomba. Se non fosse per una persona sensibile e intelligente (il cui nome mi riservo di scrivere, con il suo consenso), oggi non ci sarebbero : la croce, la foto e la piccola lastrina frontale col suo nome. Sarebbe una signora “nessuno”. E invece lei era Marianne Sin-Pfältzer, la grande fotografa tedesca che aveva scelto Nuoro come sua ultima dimora e dove è scomparsa in povertà nel 2015.
Da qui, da facebook, rivolgo agli amministratori locali l’invito ad una sistemazione più onorevole e definitiva prima che le sue ossa, in mancanza di un referente, tra sette anni vengano convogliate nell’ossario comune e di lei si perda l’ultima traccia terrena. Si abbia quel rispetto riservato a una grande, la cui unica mancanza è stata di aver pensato poco a sé stessa, essendo stata generosa con gli altri.

14/05/18

Torre Annunziata, prof si sente male in casa gli studenti preoccupati vanno a cercarla e la salvano

in sottofondo  Rimmel -Francesco De Gregori

Coincidenze  delle  vita  .  Mentre  ascoltavo questa  canzone   ,  mi ariva  la  notifica  che un mio contatto    ha  condiviso  la  news    del  https://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca    d'oggi 14\5\20118 che  riporto  sotto  .

La prof si sente male a casa, gli studenti si preoccupano e dopo 48 ore vanno a cercarla trovandola agonizzante. La portano in ospedale e la salvano. Lo scrive il quotidiano Metropolis, in edicola oggi che racconta la vicenda di una docente di 50 anni dell'istituto Cesaro di Torre Annunziata(Napoli). Tra l'insegnante, che è disabile per problemi motori, e gli studenti, c'è un legame speciale. La sua assenza, senza preavviso e di alcuni giorni, aveva messo in allarme i ragazzi. Del resto, lei non mancava mai a scuola. Anche quando ha nevicato. Così, a un certo punto, gli studenti hanno deciso di recarsi a casa della docente spostandosi di diversi chilometri, da Torre Annunziata, dove risiedono, a Vico Equense, in costiera sorrentina, dove vive la professoressa. Non ricevendo risposta al citofono, i ragazzi hanno deciso di chiamare i carabinieri.
L'irruzione nell'abitazione ha consentito di scoprire che la donna era a terra, priva di sensi a causa di un malore, e non riusciva a muoversi. Immediati i soccorsi e il trasferimento in ospedale. Per fortuna, il peggio è passato ed è tornata a casa. Una vicenda che racconta di una storia di amore per la cultura e di rispetto per gli insegnanti: «Le sue lezioni sono racconti nei quali ci presenta ogni giorno un personaggio diverso, come se lo avessimo con noi in aula», spiega Alfonso, uno dei suoi studenti. Ora i ragazzi aspettano la prof a scuola. «Speriamo torni presto» il loro auspicio.
ha  ragione  la  carissima    amica   \  compagna  di  strada  una,  se  non la prima  ,   delle prime   che ho conosciuto iniziando   il mio  viaggio  neiu meandri del  web    prima del blog , Antonella Serafini   di ( www.censurati.it )  : << Gli insegnanti che seminano bene creano un futuro migliore >>




30/04/18

Un'opera d'arte esclusiva, eppure proprietà di tanti. 25 mila persone si tassano e comprano un opera di picasso per esporla al pubblico

 Una  storia  davvero sngolare  quella  che state per  leggere .  Un gruppo di persone  , 25  mila per  l'essattezza , si  autotassa   ed    compra un moschettiere  di  Pablo Picasso ( 1881-1973 )
Picasso e Jacqueline


Un Picasso per 25mila proprietari:
 in mostra il Moschettiere, lo hanno comprato in rete





Un Picasso per 25mila proprietari: in mostra il Moschettiere, lo hanno comprato in rete
Il Moschettiere in mostra al Mamco di Ginevra (afp)

Svizzera. A dicembre azienda di commercio online mette in vendita opera del genio andaluso, del valore di 2 milioni di franchi (1,67 milioni), in 40mila quote da 50 franchi. In 3 giorni il tutto esaurito. Da allora, gli "azionisti" decidono cosa fare dell'opera: prima tappa, un museo ginevrino





Un'opera d'arte esclusiva, eppure proprietà di tanti. In Svizzera, nel Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Ginevra, è esposto da oggi un busto dipinto dal genio di Malaga, che ha una peculiarità rara, se non unica: appartiene a 25mila persone, che per la prima volta, dopo averlo acquistato, lo hanno lasciato ammirare dal pubblico.

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L'iniziativa è un'originalissima forma di crowdfunding ideata da QoQa, un sito di vendita in rete nato nel Paese di Guglielmo Tell e di Roger Federer nel 2005. Un portale che propone, attraverso meccanismi di promozione poco convenzionali, vendite di ogni genere, dal set di valigie agli utensili per il fai da te domestico, sino al viaggio esotico a prezzo superscontato. Una (ormai ex) startup che si è fatta strada all'insegna del motto "Non importa cosa facciamo, ma lo facciamo per te".
Insomma, non una casa d'arte o una casa d'aste, ma un'impresa che - come ha ammesso il suo stesso fondatore e amministratore delegato, il 37enne Pascal Meyer, all'agenzia France Presse - ha usato l'iniziativa, per "creare "buzz" (rumore, ronzio n. d. r.)", attorno a se stessa, ma anche "per democratizzare un mondo, come quello dell'arte, normalmente chiuso su se stesso e oscuro".
L'iniziativa. A dicembre, QoQa ha messo in vendita, sul suo portale, il Busto del moschettiere (58 x 25 cm); che Picasso dipinse nel 1968. L'opera, il cui prezzo d'acquisto era fissato a 2 milioni di franchi svizzeri (circa 1,67 milioni di euro) veniva proposta in 40mila quote da 50 franchi (41,15 euro) l'uno. In tre giorni, i lotti erano andati esauriti, letteralmente presi d'assalto 25 mila persone, da quel momento felici comproprietarie della tela firmata da uno dei più grandi geni della storia dell'arte.
Un Picasso per 25mila proprietari: in mostra il Moschettiere, lo hanno comprato in rete
Uno dei proprietari accede alla sala dove è ospitato il Moschettiere con la sua card

QoQa, come racconta Meyer, si è avvalsa di grandi specialisti "per certificare l'autenticità dell'opera"; allo stesso tempo, ha aggiunto il businessman senza precisare la cifra esatta sborsata, "s'è assicurata di pagarla il prezzo giusto". Emblematica, spiega Meyer, la scelta del soggetto, il moschettiere, all'insegna del motto "Uno per tutti, tutti per uno", emblema non certo celato dell'iniziativa      Insieme, infatti, i proprietari hanno deciso e decideranno che cosa fare della tela. In linea con la filosofia del progetto, quella dell'arte da mostrare a tutti, il quadro ha cominciato dalla madrepatria quella che si prospetta come una tournée mondiale attraverso musei e - chissà - grandi spazi pubblici come l'atrio di un palazzo comunale o una stazione ferroviaria. Il museo ginevrino la ospiterà infatti fino a ottobre, poi saranno gli stessi internauti associati a votare le destinazioni future.
Lodirettore del Mamco, il museo ginevrino che in questi giorni ospita il Moschettiere,  non ha esitato a dichiararsi sedotto dall'iniziativa sicuramente con pochi precedenti. "Per noi Internet è una forma per arrivare al grande pubblico - ha detto Lionel Bovier, la cui istituzione è abituata a relazionarsi alle élite degli appassionati d'arte, e che ora è pronto ad accogliere i 25mila comproprietari, ognuno dei quali, strisciando l'apposita carta numerata che attesta la proprietà in un apposito tornello, avrà garantito l'accesso alla struttura. "Spero sinceramente che vengano tutti".La competenza in materia di tecnologia digitale di QoQa è al servizio dell'iniziativa per offrire il meglio in materia di scansioni 3D e realtà virtuale. Tra l'altro, si potrà letteralmente passeggiare attraverso l'opera. Dal canto suo, il Museo di Arte Moderna e Contemporanea ha previsto un'ampia scelta di incontri, attività e conferenze su Picasso."Quando abbiamo prospettato l'idea - conclude Meyer -, ci è stato detto 'è impossibile'. Quando poi si è fatto il nome di Picasso, ci è stato ribadito che era 'due volte impossibile". Da lì, spiega il manager lo stimolo, il gusto per una sfida, quello di "rendere un po' più popolare un universo che sembrava inaccessibile per le persone comuni".qoqa


Un  opera  d'arte    che   non sarà appeso al muro nei loro salotti, ma lo possiedono comunque: 25.000 persone si sono unite per acquistare un dipinto di Picasso, che è stato esposto a Ginevra.  I visitatori del sito d’affari svizzero Qoqa --  secondo questo articolo  di   https://expoitalyart.it --- di solito finiscono per comprare un nuovo trapano, una valigia o un viaggio economico a Marrakesh.

  dallla stessa  fonte  

Ma lo scorso dicembre, il sito web che è stato creato nel 2005 con il motto: “Facciamo qualsiasi cosa, ma è tutto per te”, ha proposto un dipinto nientemeno che della superstar dell’arte Pablo Picasso.Il dipinto del 1968 intitolato “Buste de mousquetaire” (Musketeer Bust) è stato offerto a un prezzo d’occasione di due milioni di franchi svizzeri ($ 2,0 milioni, 1,7 milioni di euro) nel giro di tre giorni, 25.000 persone hanno acquistato 40.000 azioni, al prezzo di 50 franchi svizzeri ciascuna, per diventare orgogliosi proprietari dell’opera d’arte.L’obiettivo principale di Qoqa con la vendita di un’opera dell’artista più famoso del XX secolo era ovviamente “diventare virale” e convincere la gente a parlare del sito web, il capo dell’azienda e fondatore Pascal Meyer ha anche detto che non solo per pubblicità ma anche per rendere più democratica l’arte che solitamente è chiusa in se stessa e a disposizione di pochi ultraricchi.Quando abbiamo lanciato questa idea, la gente ci ha detto di dimenticarlo, che era semplicemente impossibile“, ha detto Meyer. E poi, quando abbiamo iniziato a parlare di Picasso, la gente diceva che era doppiamente impossibile “, quindi la sfida è stata irresistibile”.Abbiamo detto: facciamolo, proviamo … a democratizzare quest’area, che sembra così inaccessibile alle persone normali“.L’azienda ha riunito un team di specialisti per certificare l’autenticità del dipinto, ma anche per garantire che il prezzo fosse equo.Meyer ha rifiutato di divulgare quanto Qoqa ha pagato per il dipinto di 58 x 28,5 centimetri, che ritrae un uomo con barba e baffi a punta e un colletto di pizzo. Ha detto solo che l’azienda l’ha comprata da un venditore europeo che non desidera essere identificato   [ per  ovvi motivi   aggiunta mia  ] Nello spirito del “moschettiere” del dipinto, i proprietari hanno sostanzialmente fatto voto di “tutto per uno, uno per tutti” sarà infatti in base alle decisioni del pool di proprietari che si deciderà su dove andrà in mostra l’opera. Il museo d’arte moderna di Ginevra MAMCO è stato il primo a ricevere questo onore. Speriamo di attirare la più grande folla possibile da questo gruppo di 25.000 persone“, ha detto, aggiungendo che la maggior parte degli acquirenti proveniva dalla parte francofona della Svizzera. A ciascun proprietario è stata consegnata la propria tessera, recante i numeri individuali e una foto del dipinto, permettendo loro di venire ad ammirarlo a volontà, gratuitamente.Bovier ha detto di aver attinto al know-how tecnologico di Qoqa per mostrare il dipinto in modo originale, utilizzando tra l’altro una webcam e una piattaforma interattiva, “PiQasso”, che sarà disponibile attraverso il sito Qoqa. È stata anche realizzata una scansione 3D del pezzo, consentendo ai visitatori di vederla in ogni sua posizione.Ci sono molte piccole cose che renderanno questo un po ‘più sexy e un po’ meno noioso“, ha detto Meyer ridendo.Nel frattempo, il museo offrirà una serie di incontri, conferenze e altre attività intorno al dipinto di Picasso.La “Buste de mousquetaire” rimarrà a Ginevra fino a ottobre. Spetterà ai suoi proprietari determinare dove andrà dopo.

16/03/18

Io sono libera e non sono una puttana, «Salvatore mio...» È l’unico modo che ho per rendere un briciolo di giustizia a Maria Concetta che non è stata solo una vittima della ‘ndrina calabrese ma anche della nostra ipocrita pochezza che permette alle mafie di esistere




Ci sono storie speciali  che non hanno   temo  ( alcune   a lieto  fine  altre  come  questa   dal triste  finale  )  che toccano il cuore perfino   a  chi   usa  ( o ci  prova  quotidianamente  come nel mio cas)  cuore  e mente per  non essere  d'assente   . Storie    che  coinvolgono  anche  se  vecchie  d'anni  (  la  storia   di Maria   è del  2014\5  )  emotivamente anche chi le racconta: quella di Maria Concetta è una di queste. Una storia simbolo di opposizione alla ‘ndrangheta sulla quale non deve ,  come  per  tutte le mafie  , mai calare l’oblio. Lo dobbiamo  ---  come dice  questo articolo  di http://www.antimafiaduemila.com/  --- a  Maria Concetta   ma  anche    a  tutti  quelli   che in  silenzio    a differenza dei protagonisti dell'antimafia  combattono contro la mafia  le mafie 




al suo coraggio, al suo esempio e alla sua immensa voglia di vivere.


Io sono libera e non sono una puttana, «Salvatore mio...»
È l’unico modo che ho per rendere un briciolo di giustizia a Maria Concetta che non è stata solo una vittima della ‘ndrina calabrese ma anche della nostra ipocrita pochezza che permette alle mafie di esistere


Maria Concetta Cacciola sognava la libertà. Per questo era destinata a morire
Sono all’incirca queste alcune delle parole che Sylvia De Fanti fa dire a Maria Concetta Cacciola mentre porta in scena la sua drammatica vicenda nella trasposizione teatrale “O cu nui. O cu iddi”. Maria Concetta: una donna del Sud che voleva sentirsi libera di vivere la propria vita e la propria femminilità; una donna che voleva sentirsi bella e desiderata. E non per vana civetteria né per cattivo gusto: no. Per una donna che libera non nasce ma, come una bestia in gabbia, viene al mondo per crescere in cattività ed essere figlia, sorella, moglie e madre sottomessa e servizievole in maniera esemplare, l’idea di poter sentire lo sguardo di un uomo posarsi su di sé può essere un’esigenza, profonda e inspiegabile, per sentirsi viva, per poter dire a se stessa: «anche io esisto».È l’esigenza di chi cresce avviluppata e mortalmente intrappolata negli schemi di una cultura che non si è mai liberata della sua arretratezza, nonostante i cambi d’abito e di trucco. Quando ascolto queste due battute, un brivido corre lungo la schiena: un’emozione così forte che trattengo a stento le lacrime.



«In te ho visto la libertà, Salvatore mio».
«Io amo la bellezza: voglio sentirmi libera, io voglio affascinare, voglio sentirmi desiderata».
«Salvatore mio…»In quell’invocazione, amorevole e disperata insieme, sento risuonare la fatica compiuta per cercare di agguantare quella libertà che a Maria Concetta è costata la vita. La libertà di autodeterminarsi a partire dalle cose più banali come la scelta di un taglio di capelli, di un abito o di un rossetto, la libertà di parlare e muoversi senza temere di suscitare gelosie e diffidenza o giudizi sulla propria dubbia moralità. La libertà di vivere la propria femminilità senza sentirsi una “puttana” indegna o un’oca senza cervello, buona solo a letto, a passare da un uomo all’altro. La libertà di esistere senza nemmeno sentirsi un gingillo fragile da proteggere da un mondo di uomini voraci e affamati di sesso, incapaci di rapportarsi a una femmina senza pensare che, prima o poi, la farà cedere e cadere tra le proprie braccia. Chiamarlo amore proprio non si può né si può pensare che tutto questo possa essere una forma di rispetto per la donna in quanto essere debole da salvaguardare.Senza minimamente pretendere di avvicinare la propria alla storia drammatica di Maria Concetta Cacciola, i cui sogni sono stati traditi dal suo Salvatore e che è stata uccisa dalla madre, dal padre e dal fratello per quel desiderio di libertà e quel bisogno di dignità, c’è però un filo rosso che tiene insieme la sua e tante, troppe, vicende di dolore e solitudine, il prezzo da pagare per soddisfare il bisogno di affermare a voce alta e ferma: «anche io esisto».Un bisogno latente che esplode nel momento in cui la vita crea le condizioni utili a farti capire che sotto la gonna e il cappello c’è qualcosa di più di un bel faccino e di un corpo che può essere oggetto delle attenzioni indesiderate di un uomo che sente di avere il potere di disporre di te in virtù della sua posizione. Nel momento in cui la vita crea le condizioni utili a farti comprendere che non c’è nulla di male a volerti sentire bella e desiderabile, pur restando fedele, prima di tutto a te stessa, senza dover necessariamente essere in vendita. Nel momento in cui la vita ti permette di capire che la tua intelligenza ha un valore e non è giusto mortificarti, mortificare il tuo aspetto, per non essere esposta a giudizi e critiche di sorta o al rischio che mani indesiderate scivolino lì dove non vuoi.Un aspetto, per tutto questo, da valorizzare solo in presenza del tuo di uomo, l’unico a autorizzato a portarti in giro abbigliata in un certo modo perché lui sì che può salvaguardarti. Quel bisogno che esplode nel momento in cui la vita ti aiuta a capire che se anche dovessi rimanere sola, senza un compagno che ti protegga, nulla sarebbe perduto né ci sarebbe alcunché di male. Nulla di male nel voler rompere gli schemi sociali e familiari che ti ritraggono sposa soddisfatta di una vita di agi. Romperli scegliendo di mandare all’aria un matrimonio sicuro, per incamminarti sulla via, colma di insidie, che si dispiega nel mezzo della sfida lanciata a tutti, in primis alle tue certezze, per cercare di costruirti da sola e misurarti con le tue forze in un mondo di uomini e pregiudizi. E giocare la tua partita con lavori creati dal nulla, che danno un po’ più di peso al tuo nome, al tuo cervello e alle conoscenze faticosamente costruite, concretizzate in una casa piena dei tuoi libri e del tuo bisogno di intimità, nella quale coltivare la tua indipendenza. L’indipendenza che ti permette di dire, con sorridente determinazione, di «no» a chi vorrebbe possederti anche a rischio di sentirti ripetere: «ma tu così gli uomini li farai sempre scappare».Che continuassero a farlo. Questo è l’unico modo che ho per rendere onore a me e ai sacrifici non solo miei ma di tante che, prima di me, hanno lottato per aprirmi l’orizzonte di quella che ci si affanna a chiamare, con grande enfasi, emancipazione. È l’unico modo che ho per rendere un briciolo di giustizia a Maria Concetta che non è stata solo una vittima della ‘ndrina calabrese ma anche della nostra ipocrita pochezza che fa di un costume, dell’apparenza, l’essenza di un individuo. Quella pochezza che permette alle mafie di esistere.

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