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30/11/19

erika de nardo si è asciata alle spalle con il matrimonio la sua vicenda ?

Erika ( e credo anche Omar )  come   Doretta  Graneris e Guido Badini   ?


ANSA.IT
A 16 anni uccise la madre e il fratellino a Novi Ligure (ANSA)

 La   cui  vicenda     viene    racontata  , oltre  ai link  sotto    riportati  da       questo   sito  , tranne la  foto presa  da  google  ,   https://tgvercelli.it/divergenze-87-silenzio-dei-non-innocenti/  come  la  coppia  Doretta  Graneris e Guido Badini

Risultati immagini per Doretta Graneris
Ed è proprio a questo proposito che vorrei parlarle della mia città, Vercelli, dove il 13 novembre del 1975, una diciottenne che si chiama Doretta Graneris, con il fidanzato, Guido Badini, sterminò a colpi di pistola la sua famiglia: genitori, nonni e fratellino.
Per quel delitto, la Graneris fu condannata all’ergastolo, ma uscì dal carcere in libertà
condizionata diciotto anni dopo. Da quel giorno, lei l’ha mai sentita nominare? No, mai. Lei e nessuno di noi. Secondo le rarissime informazioni in nostro possesso, faceva la centralinista per il Gruppo Abele di don Ciotti viveva sola con un vecchio cane. Ah sì: ha anche rifiutato offerte astronomiche per andare a parlare in tivù, ad esempio, ai tempi della strage compiuta da Erika a Novi Ligure.
Perché, ottenuta la libertà, Doretta Graneris ha pronunciato solo queste poche, ma chiarissime parole: “Voglio essere dimenticata”. Segua l’esempio di questa oggi sessantenne, davvero pentita. L’Italia intera le sarà grata almeno di qualcosa.
                                         Enrico De Maria


Secondo me  si  .  Infatti  ecco cosa  ho risposto   sulla pagina  fb   a  cui  partecipo nel corso del dibattito a tale  news
[-----]
    • Ereda Vaqar In primis dev’essere certa, ed adeguata al crimine commesso. E poi educativa.

      Erica e Omar a quest’ora dovevano essere in galera a marcire per i crimini commessi, e non a fare la bella vita . Rimango sgomenta nel vedere il carattere educativo della pena (sancito nella costituzione) come scusa per certi orrori e questo obbrobrio .
      1

[----]  e  il  non    rilasciare interviste   neppure  in esclusiva  ai media   è  come  la  dichiarazione  
di Doretta Graneris, che in carcere ha conseguito la laurea in architettura, nel 1992 ottenne la libertà condizionale   ha   , come  si vede    nel finale     della  trasmissione tv    dedicata  a  alla  sua  vicenda   (  ne  trovate  sotto l'url   )   ha   dichiarato   <<  chiedo  d'essere dimenticata  >>  . 
 Infatti   la  stessa  cosa sembra  aver  fatto  Erika  ,  visto  che del  suo matrimonio    si è saputo  ,  non da lei direttamente  ma  ,  da don Antoni Mazzi, fondatore della Comunità Exodus che ha ospitato la giovane.


P.s  n
Non   mi sono    addolcito  e  non sono   " buonista  " ma    come  ho  già  detto in una discussione  non ricordo    se    sulla stessa pagina  prima  citata  o  in qualche altra  pagina  e  gruppo social 

  ho risposto  a tale  simile  obbiezione 

 Dovevano entrambi marcire in galera. Non puoi uccidere e poi dopo qualche anno tornare a fare la bella vita come nulla fosse. Un omicidio di tale efferatezza impone come minimo l’ergastolo e comunque non può varcare la soglia della galera in permesso premio prima di 30 anni. Certezza della pena e condanne adeguate per i criminali dev’essere la prerogativa del sistema Giustizia .

Vero  ha  ragione  , on ti biasimo la pena era troppo breve   paragonata  all'atrocità  che  essi  hanno fatto   Dovevano dargli un massimo 25/30 anni che è appunto l'ergastolo (  a meno che non s'intenda quello ostativo cioè fine pena mai  )   ed   iniziare  a  dargli i permessi dopo i primi 10/15 anni.Ed  escluderlo   tali reati dall'indulto .  
Ma Non credo che una  volta  scontato   fra carcere  e comunità (/  visto che  all'epoca  era minorenne  )il   debito  con la  giustizia  ed  una  volta  fuori   sposarsi o avere un vita sentimentale  soprattutto  se lo si fa  in  maniera discreta, senza clamore, quasi silenziosa, dal punto di vista mediatico \ pubblico, sia fare come dici << bella vita. >>.
Infatti se non lo avesse detto don mazzi, la cosa sarebbe passata sotto silenzio . Certo  la pena     era  irrisoria   rispetto  al crimine  da lei commesso , ma  gli ha  scontati   tutti. ha pagato . Basta così dimentichiamola e lasciamola in pace. Non sollecitiamo i media ad occuparsi di lei ed a trovarcela in TV o sui giornali con interviste ed ospitate. Come succede con fatti di cronaca nera.


                          i due casi


https://www.raiplay.it/video/2014/03/Doretta-Graneris---Stelle-nere-del-08032014-67596345-f7cd-4569-85a9-05fb7d257df9.html
https://www.intelligonews.it/sangue/articoli/10-settembre-2015/30247/un-occhio-sulla-strage-di-doretta-graneris-dopo-quasi-40-anni/
https://it.wikipedia.org/wiki/Delitto_di_Novi_Ligure
https://it.wikipedia.org/wiki/Caso_Graneris









08/09/19

La bimba dell'11 settembre: "Ho avuto un padre-eroe, ma non l'ho mai conosciuto" Parla Robyn Hygley, nata sette settimane dopo l'attentato alle Torri Gemelle

da repubblica del 07 SETTEMBRE 2019 Parla Robyn Hygley, nata sette settimane dopo l'attentato alle Torri Gemelle

NEW YORK - "Sono nata il 3 novembre 2001: sette settimane dopo l'orrore dell'11 settembre che portò via mio padre Robert. Mi chiamo Robyn, in suo onore e ho sempre saputo di essere diversa: fin da piccolissima. A causa di quel che è successo, la gente pensa di sapere chi sono. Ma pochi capiscono davvero: mia sorella. E gli altri figli di quella tragedia. La mia migliore amica è una di loro". Li chiamano Children of 9/11, i bambini dell'11 settembre, appunto. Sono i 103 nati dopo l'attacco alle Torri Gemelle dove morirono i loro papà. Robyn Higley è una di loro. E come i suoi compagni, sta per compiere 18 anni.

Fra poco sarà maggiorenne: cosa vuol dire arrivare a un traguardo così importante senza il suo papà?
"Dicono tutti che è un traguardo perché potrò votare. Ma la politica non mi piace. Non guardo i tg, non leggo giornali: le cattive notizie mi fanno stare male. Mi rendono paurosa e paranoica. Per ora non voto. Magari più in là. L'anno prossimo andrò all'università e spero mi rafforzi. Studierò psicologia, voglio diventare una terapista per bambini con una storia difficile come la mia. Faccio terapia da quando avevo sei anni. Per quello che è successo, per come penso a papà".

Vuol parlarcene?
"Penso sempre a lui, lo amo molto. È il mio eroe. Ma è difficile spiegare la connessione con una persona che non hai conosciuto. Sono nata quando tutto era successo, non sono mai stata a lutto: e me ne sono sentita in colpa. Ora va meglio, ho capito molte cose. Ma non è stato facile. Da piccola ero rabbiosa e avevo problemi con mia sorella Amanda, quattro anni più grande".

Cosa non andava con sua sorella?
"Finii sui giornali che ero in fasce. Su di noi hanno fatto documentari, articoli. Amanda è sempre stata gelosa di tanta attenzione. Dopo l'attacco alle Torri il telefono di papà continuò a squillare e a casa si illusero che fosse ancora vivo. Lei lo aspettò per ore seduta sull'uscio. "Perché intervistano te? Io papà me lo ricordo" diceva. Anche io ero gelosa: di quelle memorie. Ora è sposata, ha una figlia. E questo ci ha avvicinate".

Ci racconti di suo padre...
"Aveva 29 anni. Lavorava da pochi mesi per la compagnia di assicurazioni Aon, ma agì comunque da eroe. Era nella Torre Sud, la seconda colpita. Fece uscire i suoi impiegati e restò ad aspettare un altro ascensore. Quando l'aereo colpì l'edificio era al 92esimo piano: non ebbe scampo. Di lui parliamo sempre. E crescendo ho scoperto che abbiamo delle cose in comune: scriveva delle storie, proprio come faccio io".

Le ha lette, quelle storie?
"Le aveva nel portatile, distrutto quel giorno. Sono perdute per sempre. Mamma le aveva lette, ce le ha raccontate. Ma ha il rimpianto di non essere stata abbastanza attenta e non ricordarle bene".

Sua madre, Vycki Pratt, all'epoca aveva solo 30 anni.
"Ha sempre detto di non aver avuto scelta: non poteva lasciarsi andare, doveva crescere noi due. Non è stato facile, papà era il suo primo amore. Nel 2003 si è risposata, ha avuto un'altra figlia. Voglio bene al mio patrigno, ci ha dato un'infanzia normale. Andavamo a pesca, a Disneyland. Non ha mai preteso di prendere il posto di mio padre: di Robert ci sono foto in tutta la casa".

C'è un oggetto appartenuto a suo padre che le è particolarmente caro?
"Quando seppe che ero una femmina comprò un peluche rosa, un coniglietto. È l'unico regalo che ha potuto farmi e mi è molto caro. E poi ho le sue t-shirt. Le indosso spesso".

Il diciottesimo anniversario è alle porte. Cosa farete?
"Abbiamo un rito di famiglia, molto intimo. Cantiamo, facciamo promesse. Ma alla cerimonia non andiamo mai".

Conosce altri "figli dell'11 settembre"?
"Fino a dieci anni facevamo un campo estivo tutti insieme. È stato importante frequentarli. Ci capiamo. Una di loro è la mia migliore amica".

Come festeggerà i 18 anni?
"Vorrei andare a trovare mia zia, la sorella di papà. Con la sua famiglia abbiamo ottimi rapporti, ma è rimasta solo la nonna e questa zia".

Quell'attacco ha cambiato la sua vita. E il mondo.
"Se oggi c'è tanta paura e violenza è anche a causa di quello. La mia generazione ha più paura e rabbia delle altre. Ma dovremmo imparare da quel che è successo. Non possiamo vivere nella diffidenza".

Cosa chiede al futuro?
"Cose semplici. Una vita normale, calma. Trovare qualcuno che mi ami, farmi una famiglia, lavorare con i bambini. Non dimentico mio padre, ma non sono un'attivista. Lo porterò sempre nel cuore". 

Ascolta l'audio dell'articolo:

01/09/19

ma il buon senso esiste ancora ? India Dentisti estraggono oltre 500 denti dalla bocca di un bambino di 7 anni E il video dell’intervento diventa virale


A tal proposito, commenta Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” questo video ci lascia perplessi. Anche se non c’è alcun profilo di illegittimità se il paziente di 7 anni e i suoi genitori sono contenti e consenzienti non ci sono problemi, ma pubblicarlo su un social è amorale. Del resto oggi farsi pubblicità non è più un tabù. Forse bisogna interrogarsi sul buon gusto di queste immagini. A volte basterebbe il buon senso, ma 1 milione di like in poche ore valgono più del buon senso stesso 🧐😒😞😟🙄😧😲😢




 ecco la storia presa  da  https://varesepress.info/  di agosto  


E’ tutta indiana l’idea di riprendere un intervento odontoiatrico e trasmetterlo su Facebook. Alcuni medici indiani hanno infatti deciso di pubblicare sul social un’inusuale operazione.




E’ tutta indiana l’idea di riprendere un intervento odontoiatrico e trasmetterlo su Facebook. Alcuni medici indiani hanno infatti deciso di pubblicare sul social un’inusuale operazione. L’11 luglio P. Ravindran di 7 anni, è stato portato al Saveetha Dental College and Hospital di Chennai, dove è stato curato per un gonfiore della mascella inferiore destra. Dopo aver effettuato una radiografia e una TAC, i medici hanno riscontrato una crescita simile a un tumore lungo la mascella inferiore destra che conteneva 526 denti. “Non abbiamo mai visto così tanti denti in nessuna bocca”, ha riferito al giornale Times of India, il dott. Pratibha Ramani, professore e capo del dipartimento di patologia orale e maxillofacciale. I dentisti hanno rimosso la “sacca” in una procedura di un’ora e mezza, gratuitamente. Non è chiaro cosa abbia causato questa inusuale e sproporzionata crescita numerica di denti, unica nel suo genere al mondo, ma i dentisti ritengono che potrebbe essere dovuto a fattori genetici o ambientali. La condizione è nota come odontoma composito composto*, lo riferisce il quotidiano indiano Times of India citando la fonte ospedaliera. Il video che immortala l’intervento con estrazione dei 526 denti, postato sui social, è diventato virale. A tal proposito, commenta Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” questo video ci lascia perplessi. Anche se non c’è alcun profilo di illegittimità se il paziente di 7 anni e i suoi genitori sono contenti e consenzienti non ci sono problemi, ma pubblicarlo su un social è amorale. Del resto oggi farsi pubblicità non è più un tabù. Forse bisogna interrogarsi sul buon gusto di queste immagini. A volte basterebbe il buon senso, ma 1 milione di like in poche ore valgono più del buon senso stesso.


 * per    saperne  di  più

25/08/19

amore e libertà

ascoltando casualmente su youtube una  vecchia  canzone  anarchica   :   amore  ribelle  di Pietro  Gori    mi    sono ritornate  alla    mente  queste     storie  lette  le  prime due  su   repubblica .it   di  un periodo ancora   divisivo ed  usato ad  uno  e consumo di chi  vuole  strumentalizzare  ed    negare  tali  fatti o  approfondire   ma  da  una parte  sola   come  ho già    detto nel precedente  post : <<   invasioni barbariche ,   Unità d'Italia, Fascismo,lotta partigiana, foibe   ed  esodo Giuliano  Dalmata  solo colpa    del  pci     ed   di tito  ,   1960\1980   dominio della cultura  comunista  le cazzate sulla storia italiana sono praticamente infinite. >> 


Ecco, guardateli. Guardate gli sposi, quel giovane uomo, quella giovane donna, osservate quanto sono belli, sono belli da far piangere, ad aver voglia di piangere per la bellezza. Del resto, quale sposa non è bella il giorno delle sue nozze, e quale sposo non lo è mentre se la rimira dall'alto del suo radioso orgoglio. Solo che loro sono belli oltre misura, Rossella O'Hara diresti di lei, un principe diresti di lui, sono così belli che riescono persino a imporre unicità alla fotografia più comune tra tutte le immagini di circostanza; quante centinaia di milioni di immagini come questa dormono in vecchie scatole da scarpe e centenari album di famiglia sparsi per tutto il mondo. Non questa, questa è viva, e i due sposi guardano ancora il mondo e dal mondo si fanno guardare lassù in alto nella scansia tra le focacce e i pandolci nel negozio di un fornaio. Continuate a dare un'occhiata ai due sposi per favore, cercate di indagare nei particolari, perché nei particolari vive una storia ancora più grande e più bella di come possa sembrare. Difficile, capisco, l'immagine è rozzamente riprodotta con la fotocamera di un telefono, i dettagli che contano sono materia nascosta e anche se fosse evidente, ignota. Il vestito della sposa è di seta, la seta di un paracadute di un reggimento aerotrasportato inglese, il vestito dello sposo è di pesante stoffa di lana, la stoffa di una divisa del corpo delle SS naziste; e il bouquet di fiori della sposa, quel grande bouquet di così vividi colori, è fatto di fiori di carta, la carta velina della modulistica dell'ufficio amministrativo del campo di concentramento e lavoro forzato di Helmstedt, Bassa Sassonia. Il matrimonio è stato celebrato e certificato il 3 luglio 1945 dal comandante dei paracadutisti inglesi che lo hanno liberato, confermato due giorni dopo con rito religioso amministrato da un prete cattolico.
Il forno si chiama da Gianchettu, Bianchetto, perché questo è il nome del fornaio, e il suo negozio è nel carruggio di un borgo della Riviera di Levante dove vado a fare i bagni da tempo immemore. Mi piace portarmi a mare la mattina presto, mi piace essere il primo piede a scompisciare la spiaggia di ghiaietta che i bagnini hanno appena finito di pettinare, mi piace nuotare fino a non poterne più, asciugarmi in fretta e poi passare da Gianchettu a prendermi una fetta di focaccia lunga un braccio e larga mezzo, mangiarmela su una panca all'ombra scarsa di un oleandro, leccarmi le dita dell'olio che è olio buono e buttarci dietro mezzo bicchiere di un qualche vermentino del bar di fronte. Si fa presto a dire focaccia, ma impastare, lievitare e cuocere una focaccia di Riviera nell'aria madida di salmastro e non farne venir fuori una flaccida, aspra, rugginosa lasagna, ma una sfoglia tenera e croccantina, non è faccenda che ci riescono in tanti. Gianchettu, sì, e quella focaccia è un gran sollievo alle inappetenze della calura, ai gastrici dinieghi della macaia. Chissà se lui lo sa che il suo forno è una cura e un riparo, lui se ne sta là dietro in canottiera e berrettino a rimestare e infornare. Ma ogni tanto viene di qua per sorridere a sua moglie che sta al banco, le sorride per riposarsi un po', e gli deve piacere così tanto che gliene avanza anche per sorridere alla coda che aspetta scontrosa e sudaticcia la sua fetta di focaccia cadauno. Gianchettu è un fornaio sorridente, una rarità in assoluto, un'unicità tra i fornai rivieraschi; lo vedo sorridere a sua moglie da quando passo dal forno, diciamo vent'anni. E fa bene Gianchettu, non foss'altro perché la signora Teresa ha due occhi azzurri bellissimi e distanti, e uno sguardo in quei suoi occhi di quelli che ti viene da pensare che un principe straniero potrebbe da un momento all'altro prendersela e portarla chissà dove. Gli occhi della signora Teresa sono gli occhi della sposa del campo di Helmstedt.
È per via di quegli occhi, e, certo, anche un po' per quella focaccia così buona, per via del fornaio di Riviera singolarmente sorridente, che al termine di un ventennale tirocinio mi son preso la confidenza di chiedere alla Teresa chi fossero mai quei due sposi lassù dietro al suo banco. Quei due sposi sono suo padre Tullio e sua madre Theresa. E questo mi ha raccontato Teresa, la moglie del fornaio, nata Leocadia e detta Lola, che però si chiama Teresa perché ha voluto prendersi il nome di sua madre che non ha mai conosciuto perché è morta mettendola al mondo; tutto quello che sa di lei glielo hanno detto le fotografie e le storie di suo padre.
Dunque mi ha raccontato che sua madre Theresa è nata nella città polacca di Pabianitz da una cattolicissima famiglia di commercianti. Pabianitz è una città colpevole, ha inutilmente e sanguinosamente resistito alle truppe germaniche d'occupazione, e dunque è severamente punita con la deportazione in massa dei civili; Theresa è prelevata dalle SS all'uscita da scuola, ha appena finito il corso di dattilografia, ha ancora da compiere quattordici anni, è destinata al campo di Helmstedt. Il campo è su una miniera di salgemma, ben in fondo nella miniera ci sono i laboratori per la fabbricazione di componenti del prototipo di un'arma segreta della Luftwaffe; il lavoro nella miniera è per i deportati politici più pericolosi, quello nel laboratorio per i più specializzati, gli uffici sono destinati alle ragazze come Theresa.
E mi ha raccontato che Tullio è nato nel '17 a Monterosso, in Riviera di Levante, da una famiglia di sarti e barbieri dove i maschi sapevano fare l'uno e l'altro mestiere assieme e anche dipingere e scrivere poesie e anelare alla rivoluzione socialista. Tullio è partito alla guerra da marinaio e dopo l'8 Settembre se n'è tornato a casa; quando i fascisti sono andati a prenderlo per arruolarlo nella Repubblica Sociale, lui si è fatto trovare in casa, era una testa calda. Lo hanno deportato a Fossoli; di quel campo non ha mai voluto parlarne, solo, morendo, ha lasciato sul comodino dell'ospedale un biglietto in cui diceva di un orrore che non poteva dimenticare, per il resto ha solo raccontato che a salvarlo dalla morte è stato il suo mestiere, un sarto è sempre di grande utilità in un posto dove ci sono tanti uomini in divisa, specialmente poi se è anche un barbiere.
Il campo di Helmstedt non è un campo di sterminio anche se c'è l'edificio per le eliminazioni, il vitto è uguale per tutti, un filone di pane da dividere tra i sedici componenti della baracca e una patata con l'acqua di bollitura a testa al giorno; nel campo tutto era proibito tranne eseguire gli ordini, Tullio ha portato per tutta la vita le cicatrici delle percosse che ha ricevuto disobbedendo alla regola, il suo nome era un numero, o altrimenti "tu, merda". Tullio ha raccontato che il primo ricordo che aveva del campo era il canto di un gruppo di polacchi, cantavano inni sacri polacchi mentre le guardie lì picchiavano, prendevano le bastonate e continuavano a cantare, cantare era proibito, era proibito anche pregare a voce alta. Era proibito festeggiare anche il Natale, e per questa ragione Tullio ha conosciuto Theresa; quella polacchetta era una testa calda e nel Natale del '44 era diventata famosa in tutto il campo perché s'era risaputo che, rischiando la morte, aveva rubato un rametto da un albero e con la carta colorata rubata negli uffici aveva allestito un alberello natalizio nella sua baracca, era furbissima e riusciva a nasconderlo alle ispezioni giornaliere. Così Tullio si è intestardito di conoscerla la testa calda polacca, e ci è riuscito trovando il modo di arrivare all'ufficio dove dattilografava. L'ha vista, era bellissima e piena di fascino ribaldo, e si è innamorato; e siccome era anche lui un uomo molto bello e molto affascinante, anche Theresa si è innamorata, così, in un lampo. Tullio ha raccontato che la cosa strana in quel campo dove nessuno pensava a altro che a sopravvivere, dove essere buoni d'animo era come suicidarsi, fu la gran complicità generale per quegli innamorati, così che riuscirono a scambiarsi persino dei biglietti, e a promettersi, e a sopravvivere fino alla liberazione.
Naturalmente il vestito della sposa e il suo lì ha tagliati e cuciti Tullio. Che ha preso la sua sposa e se l'è portata in Riviera, e alla stazione c'era tutto il paese ad aspettarli, in testa la cara, vecchia mamma, che per prima cosa si è schiantata sul figlio con uno schiaffone tremendo, perché, con tutto quello che gli era successo, Tullio si era dimenticato di aver lasciato al paese una promessa sposa, nientemeno che la nipote del parroco, e queste cose non si fanno. E poi sono vissuti felici e contenti, tanto da fare una figlia e poi un'altra, e l'altra è la signora Teresa che non ha mai conosciuto sua madre e quello che sa di lei sono le fotografie e i racconti. Che è quello che so io e che ora sapete voi. E tutti quanti sappiamo da quelle fotografie un'altra cosa, sappiamo che persino nella più vigilata fortezza dell'inumanità, nel più schifoso tabernacolo del sadismo, nel tempo dove niente di buono è ammissibile e plausibile, ecco che anche lì non tutto è perfettamente e eternamente predisposto e stabilito. Questo nel caso che al tempo presente dovessimo sentirci deprimevolmente impotenti.   


Una squadra della 36° Brigata Garibaldi (1944 - 1945). Credit: Fototeca Gilardi

I ragazzi che fecero la Rivoluzione

L’ordinamento repubblicano affonda le radici nei principi dei tanti giovani che scelsero la Resistenza e la libertà. Una storia che non si può dimenticare

19/07/19

Strage di Via D’Amelio. Il coraggio di Emanuela Loi


Guance piene, chioma fulva e aria da ragazzina spensierata: Emanuela Loi aveva in effetti poco meno di venticinque anni quando rimase uccisa nell’attentato di Via D’Amelio in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino.Originaria di Sestu, vicino a Cagliari, Emanuela sognava in realtà di diventare maestra; ma per qualche strana ragione a volte si fanno scelte che condannano il proprio destino, e la giovane, ispirata dalla sorella maggiore, tenta insieme a lei il concorso in polizia, superandolo – a differenza della sorella – a pieni voti.
Nel 1989 Emanuela entra perciò, quasi per caso, nella Polizia di Stato, spostandosi a Trieste per l’addestramento e iniziando la serie di trasferimenti che la porteranno lontana dalla famiglia e dalla sua terra.  Due anni dopo, infatti, invece di rientrare in Sardegna, viene trasferita a Palermo, dove le vengono affidati i piantonamenti a casa Mattarella, la scorta alla senatrice Masaino e la guardia al boss Francesco Madonia. E così, oltre al dispiacere della lontananza da casa, si aggiunge la paura, perché la Sicilia tra gli anni Ottanta e Novanta è martoriata di stragi mafiose che uccidono indifferentemente magistrati e agenti di polizia. A Palermo, inoltre, Emanuela deve fronteggiare anche gli sberleffi degli adolescenti, che scherniscono le donne in divisa.È il luglio 1992. Solo due mesi prima, la strage di Capaci ha ucciso il giudice Giovanni Falcone insieme Quel tremendo attentato ha scosso profondamente tutti i poliziotti, anche Emanuela, che come i colleghi non si sente più sicura.
È il luglio 1992. Solo due mesi prima, la strage di Capaci ha ucciso il giudice Giovanni Falcone insieme a quasi tutta la sua scorta. Quel tremendo attentato ha scosso profondamente tutti i poliziotti, anche Emanuela, che come i colleghi non si sente più sicura.Non servono le rassicurazioni alla famiglia e al fidanzato che non le sarebbe successo nulla: Emanuela sa di rischiare la vita per quell’incarico, molto più pericoloso dei precedenti; a darle coraggio, il pensiero di fare scrupolosamente il suo lavoro, e soprattutto di fare ritorno a Sestu, nella sua Sardegna, per un periodo di ferie.Ma Emanuela non ne avrà il tempo.Il secondo giorno di scorta a fianco di Borsellino, alle 16.58 del 19 luglio 1992, in via D’Amelio, dove il giudice si era recato per un saluto alla madre, una Fiat 126 esplode proprio nel momento in cui i due scendono dall’auto, uccidendo insieme a loro anche gli altri membri della scorta Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli.Emanuela avrà il triste primato di prima donna poliziotto a morire in servizio. In Sardegna la aspettavano a fine mese mamma Alberta e papà Virgilio, la sorella Claudia, il fratello Marcello e il fidanzato, ma a Sestu tornerà solo il suo corpo dilaniato dall’esplosione. Claudia, 26 anni, quella sorella di cui Emanuela voleva seguire le orme e che invece era diventata parrucchiera, oggi tiene vivo il suo ricordo nell’associazione contro le mafie “Libera”.Emanuela era una ragazza solare e sorridente, che amava la vita e il suo lavoro, a cui ha sacrificato anche se stessa.Gli ultimi istanti della sua vita sono raccontati in un bellissimo libro per ragazzi di Annalisa Strada, Io, Emanuela, agente della scorta di Paolo Borsellino, che dipinge il coraggio di questa giovanissima poliziotta, per restituirle almeno sulla carta i sogni che quel giorno di luglio le ha spezzato troppo presto.

23/06/19

quando la sconfitta sa di vitoria . il caso della dinamo Sassari basket sconfitta da Umana Reyer Venezia in finale solo a gara7




Inizialmente    , quando  ancora  s'era  in piena  partita  ovvero al  2  quarto  , commentai  a caldo  cosi  :



Mai poi ragionando   meglio  , cioè a freddo  soprattutto   dopo questa intervista  a Pozzesco      a Sardegna Live  del  24 giugno   2019
POZZECCO DA SOGNO: "RIMANGO ALLA DINAMO PERCHÉ AMO LA SARDEGNA". IL COACH RACCONTA LE EMOZIONI DELLA STAGIONE TERMINATA

Intervista all'uomo che ha cambiato la stagione della Dinamo. La Sardegna si è fermata per assistere all'impresa degli uomini del Poz: "Mi fermano per strada e mi ringraziano, ma dovrei ringraziarvi io uno per uno"





Da giocatore lo chiamavano “la mosca atomica”. Un soprannome piuttosto brutto, ammetterà lo stesso Gianmarco Pozzecco qualche anno più tardi, ma ci si era affezionato anche lui con quei capelli tinti di rosso, il cerotto sul naso, il sorriso guascone e la sfrontatezza dei suoi vent’anni vissuti al massimo dell’intensità.
Ribelle e geniale, playmaker straordinariamente moderno, le sue giocate furono una ventata di freschezza nel mondo della pallacanestro italiana. Il 15 maggio 2008, al PalaDelMauro di Avellino, si ritirava uno dei campioni più amati e controversi degli anni d’oro del nostro basket. Ma di stare lontano dalla vita di spogliatoio, il Poz, proprio non voleva saperne e così la decisione di insegnare quello sport ai giovani in giro per lo stivale e non solo. Orlandina, Varese, Cedevita, Fortitudo. Un percorso fatto di alti e bassi e poi, quando anche la carriera da allenatore sembrava essere in procinto di esaurirsi, l’approdo fra i Giganti.
L’ingaggio di Pozzecco a Sassari è arrivato a sorpresa a febbraio 2019 dopo le dimissioni di Vincenzo Esposito che ha lasciato la Dinamo all’ottavo posto in classifica con i playoff scudetto da inseguire, le Final Eight di Coppa Italia e gli ottavi di FIBA Europe Cup da disputare. Il percorso dei biancoblu in coppa si è fermato in semifinale, ma sono riusciti a portare a casa il primo trofeo internazionale nella storia dello sport sardo con la vittoria in Europe Cup contro i tedeschi del Wurzburg. La vicenda scudetto, poi, è storia nota. Dopo aver avuto la meglio su Brindisi e Milano i sardi si sono arresi solo in Gara 7 contro una frizzante Venezia che ha portato a casa il quarto tricolore. Al ritorno della Dinamo a Sassari oltre 5mila persone hanno atteso in piazza d’Italia i beniamini dello sport isolano. Una grande festa di popolo, una sbornia di gioia ed entusiasmo che il Poz non ha ancora smaltito e oggi, intervistato da Sardegna Live, commenta così.
La prima cosa che ci si chiede in queste ore, seppure ci sia l’ufficialità, è questa: il Poz rimane a Sassari anche l’anno prossimo?
Quando sono arrivato ho firmato un contratto fino a giugno, con possibilità di rinnovo per altri due anni. La società aveva però inserito una clausola di uscita che le consentiva di valutare se prolungare la mia permanenza o meno. Io speravo che il presidente si convincesse a togliere la clausola e Sardara l’ha effettivamente tolta dopo un mese vedendo che le cose andavano bene. Quindi se ero contento prima, lo sono ancora di più oggi. Ho allenato in posti dove avevo giocato come Bologna (sponda Fortitudo, ndr) e Varese, lì ho pagato il fatto di avere un coinvolgimento sentimentale forte. Qui a Sassari non ho mai giocato ma oggi ho un coinvolgimento uguale a quello di Capo d’Orlando, Fortitudo e Varese. Poi noi siamo professionisti e ci sono logiche che non puoi prevedere, ma adoro questo posto ed è l’unica cosa vera. Il rapporto che le persone hanno con me, l’affetto che mi dimostrano quotidianamente dopo solo cinque mesi è incredibile.
Ieri la gente in piazza vi ha riservato una accoglienza trionfale. Tanto amore per i ragazzi ma sembrava quasi che la gente più che capitan Devecchi, il celebre Polonara o l’idolo di casa Spissu non vedesse l’ora di salutare Pozzecco, come se fossi tu il grande personaggio della festa.
Mi rende felice, ma voglio che i riflettori siano puntati sui miei ragazzi. Provo più soddisfazione quando vedo la gente attorno a Marco, Achille, Jack e gli altri anche se chiaramente vivo di emozioni. Mi si scioglie il cuore quando faccio le foto coi bambini che fanno i muscoli con me, Achille o Rashawn. Mi rendo conto che la gente è molto affezionata a me, ma i protagonisti sono i ragazzi. La mia fidanzata è arrivata qualche settimana fa e l’avevo avvisata di quanto la gente fosse affettuosa. Abbiamo vissuto insieme altri contesti e sa che la gente mi riconosce, ma l’avevo avvisata del fatto che non avevo mai visto una roba del genere. Una continua dimostrazione di affetto di cui, nonostante l’avessi avvertita, è rimasta stupita anche lei. La cosa che mi sorprende è che non c’è un target, si va dal ragazzino alla signora più anziana. E poi un comune denominatore: la gente mi ferma e mi ringrazia. Anche se sono io che dovrei fermare tutti loro e ringraziarli. Ci sono posti speciali e posti un po’ meno speciali e questo è un posto speciale senza ombra di dubbio.
L’esperienza della Dinamo ha appassionato tutta l’Isola. Quanto avvertite il fatto di non rappresentare semplicemente una città, ma un’intera regione?
Non ho una buona memoria e non ricordo quando abbia parlato per la prima volta in conferenza della Sardegna, ma sono certo che era passato poco tempo. La sensazione che avessimo un’Isola dietro ce l’ho avuta fin da subito. Se non ci ho messo tanto a capirlo significa che è una cosa forte, un sentimento che vivi quotidianamente. Quando giochiamo nella penisola incontriamo sardi di Nuoro, Oristano o Cagliari che ci sostengono con un affetto che è lo stesso dei sassaresi. Un sentimento simile l’ho avvertito solo in Sicilia, è un fatto che va al di là dello sport. Il sardo è sardo, punto. Trovo bello come i sardi, pur sentendosi parte dell’Italia, avvertano una propria identità distinta che si esprime anche nelle tradizioni che avete conservato. Ho visto la Cavalcata Sarda, è qualcosa che nelle altre parti d’Italia non esiste, si è persa, è straordinario.
Dalla sincerità delle tue parole emerge che quando in piazza hai detto che quest’Isola ti ha cambiato la vita non era una frase di circostanza, lo senti davvero.
Prima di venire in Sardegna ero professionalmente quasi finito. La considerazione che aveva di me il mondo della pallacanestro era ai minimi termini per degli errori che avevo commesso da allenatore. Nella mia testa ero in pensione. Sono capitate due cose: la follia di Sardara che mi ha dato questa opportunità e il fatto di essere catapultato da un’Isola bellissima come Formentera a un’Isola altrettanto straordinaria come questa. Ho conosciuto un contesto straordinario dove per me è un po’ più semplice dare il meglio di me stesso e mascherare i miei difetti. Sono una persona un po’ particolare che vive molto di sentimenti e, nel momento in cui mi trovo in un contesto confortevole, riesco a creare attorno a me qualcosa di felice. Quando vivi in un contesto felice anche professionalmente riesci a dare qualcosina in più. Mi è cambiata la vita per questo motivo.
Come è proseguita la festa ieri sera?
Abbiamo cenato insieme al St. Joseph. Sai, stiamo molto bene insieme, però è anche normale che alla fine dell’anno, soprattutto se vivi lontano da casa come capita agli americani, non vedi l’ora di tornare. La nostra è stata una stagione lunga. La maggior parte delle squadre hanno finito chi a fine aprile, chi a inizio maggio. Le uniche due squadre arrivate al 22 giugno siamo noi e Venezia quindi è stato faticoso anche dal punto di vista mentale. Si percepisce che oggi questi ragazzi hanno la necessità di stare un po’ a casa dai loro familiari a ricaricare le batterie. Però stiamo talmente bene che quando siamo insieme siamo felici.
Il Poz dove trascorrerà le vacanze?
Avevo promesso ai ragazzini che si sono iscritti al Camp della Dinamo che avrei partecipato anche io quindi sto andando a Olbia e passerò qualche giorno con loro. Poi andrò una settimana a casa mia a Formentera, il 5 luglio andiamo con Pasquini, Stefano e gli assistenti a Las Vegas a vedere la Summer League e seguire qualche giocatore per il prossimo anno. Poi farò altri dieci giorni di vacanza, mi sposo con Tania, e tornerò per preparare la nuova stagione.
Dopo lo scudetto del 2015 si chiuse un ciclo e il roster venne rifondato. Dopo i successi di quest’anno, invece, quali sono le prospettive per quanto riguarda l’organico?
Il mio primo desiderio è quello di confermare più giocatori possibile. Se durante l’anno affermavamo che questi sono ragazzi straordinari è perché lo abbiamo pensato realmente, quindi abbiamo questa voglia. Poi i giocatori hanno una carriera molto corta quindi se hanno opportunità di lavoro stimolanti come giocare in Nba o in Eurolega vanno capiti. E’ normale che possano valutare scelte diverse da quella di rimanere a Sassari. Ma ho la consapevolezza che tutti siano estremamente affezionati a questo posto e a questi tifosi, quindi dovranno trovarsi di fronte a delle offerte nettamente più vantaggiose rispetto a quello che possiamo offrirgli noi per accettarle.
Nessuna descrizione della foto disponibile.delle  7  gare   ricorderò oltre    fatto che  è  arrivata  senza  aver perso  (  comprese  le  partite    della  coppa  e  i  la  fase  dei play off   )   gli  ultimi  3\4 mesi ,  la tenace  resistenza  a  non arrendersi e  darla  vinta   al  Venezia  , al miracolo   della gara  6 in cui  domino   e  reagi   colpo . Ricorderò  per  sempre ,  almeno spero😎😁😂🤔 , questa fantastica azione . Infatti  non c’è scudetto che mi possa emozionare di più anche se la squadra del giocatore dell'azione ha perso.   E poi   <<   Se vincere è difficile e  ripetersi lo è ancora di più, consolidarsi ad alti livelli non è comunque un traguardo semplice

  Stabilirsi al vertice di un campionato    abbastanza “monoteista” come la Serie A di basket – che dal 2000 a oggi ha visto cinque squadre (le uniche a vincere più di una volta) spartirsi diciotto titoli, di cui due revocati, su 20 – richiede un mix di abilità, bravura, continuità, solidità e fortuna. [...] >>  infatti  sempre  secondo questo articolo  del  sito https://www.ultimouomo.com/   << Col trionfo di sabato sera in gara-7, l’Umana Reyer Venezia è diventata una di quelle cinque squadre, bissando idealmente lo Scudetto del 2017 e siglando la terza stagione consecutiva con almeno un trofeo, vista la FIBA Europe Cup 2018 >>  Eco quindi  che   Questa sconfitta nulla toglie all'impresa portata avanti dalla Dinamo, ricordiamoci 22 partite vinte di fila, le grandi emozioni che questi ragazzi hanno saputo regalare a Sassari e alla Sardegna intera, dobbiamo essere orgogliosi perché quello che hanno fatto è veramente immenso, grazie ragazzi grazie Pozzeco grazie presidente Sardara💪💪💪. Una  sconfitta    che  sa  ,  come si può vedere  dal  filmato di sardegna  live  riportato sopra   , visti  gli onori  ricevuti  dai tifosi  e  sostenitori  ,   di vittoria  .
Infatti     alcuni   commenti    presi sui  social     confermano quello che  voglio dire     :  << Onore ai Veneti,hanno vinto meritatamente con un’altra squadra che ha dato veramente tanto...Forza Dinamo e complimenti di ❤️a Venezia 👍👍👍👍👍>> Complimenti a chi ha vinto ma anche a chi ha perso in gara 7.BRAVE TUTTE E DUE LE SQUADRE.L'unico anno in cui ci sono stati 2 vincitori, uno a inizio serie l'altro alla fine.

concludo    con  gli approfondimenti 

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