Visualizzazione post con etichetta ‬ le storie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ‬ le storie. Mostra tutti i post

05/04/17

Luigi, 24 anni e pastore per vocazione: "Per il mio gregge ho rinunciato all'università"



Siamo a Carpino, in Puglia, sul Gargano. Luigi ha 24 anni e quando ne aveva 18 ha fatto una scelta radicale: fare il pastore come suo padre e suo nonno. "Dopo il diploma i miei genitori avrebbero voluto che mi iscrivessi alla facoltà di Veterinaria, ma sentivo che se avessi lasciato le nostre greggi sarebbe tutto scomparso nell'arco di pochi anni". Una scelta guidata anche da una visione innovativa della pastorizia, volta al biologico. Luigi aspetta che l'erba dei pascoli cresca in maniera spontanea, evitando l'uso di fertilizzanti, e per i suoi capi sceglie soltanto medicinali che non lascino residui nel latte o nelle carni. "Fare questo tipo di scelte - conclude - comporta più sacrifici e spese maggiori, ma io ho deciso di fare questo lavoro perché ho rispetto per la natura, per gli animali e soprattutto per gli uomini che mangiano i formaggi che produco"(di Lorenzo Scaraggi)

19/03/17

Laura Boldrini 'cicerone' a Montecitorio per la brillante neolaureata sardo-marocchina a cui era stato impedito l'accesso


l'antefatto
http://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2017/03/studentessa-modello-premiata.html




Laura Boldrini "cicerone" a Montecitorio per la brillante neolaureata sardo-marocchina
Roma. La presidente della Camera ha voluto far visitare il Parlamento a Ihlam Mounssif dopo aver saputo che la 22enne premiata dalla fondazione Italia-Usa attraverso i capigruppo alla Camera non è stata ammessa ad assistere ai lavori dell'Aula perché aveva il passaporto extracomunitario










speriamo che non sia le solite scuse tanto per fare e non si riduca a chiacchierare e distintivo come sanno fare i nostri politicanti

13/03/17

Carlo Baldessari,Trent’anni come odontotecnico, poi la svolta. La scultura “artigiana” con i materiali poveri. Un mestiere che l'ha portato da Campogalliano al mondo

 
il padre  www.carlobaldessari.com
 la  figlia  www.carlobaldessari.com/matilde/


  dalla http://gazzettadimodena.gelocal.it/tempo-libero/  del 9\3\2017 
 questa bellissima storia   di un artista  (  trovate  sopra  il  suo sito ufficiale    e anche   altre news  sulla   figlia artista  anche lei  )   capace    come potete  notare    da questo  video preso dal suo canale  di youtube  


  di ridare  vita   ale  cose  che noi buttiamo o scartiamo 


Carlo Baldessari, riciclando i vetri. Un’arte che piace senza più confini
Trent’anni come odontotecnico, poi la svolta. La scultura “artigiana” con i materiali poveri. Un mestiere che l'ha portato da Campogalliano al mondo


Risultati immagini per carlo baldessari
da http://www.carlobaldessari.com/

MODENA.Oltre 110 le occasioni in cui Carlo Baldessari ha potuto far ammirare le sue opere. L'ultima, dal 26 febbraio al 2 marzo, al Guldfood, al Dubai World Trade Center, dove l'acetaia Leonardi di Modena ha presentato il suo aceto custodito in scatole di vetro dell'artista. Nel 2016 Carlo ha illuminato, su invito dell'ambasciatore Stellino Liborio, la serata di gala della Festa della Repubblica Italiana al St. Regis Hotel di Abu Dhabi. Tra gli altri eventi: ExpoMilano 2015 per il progetto Consorzio Aceto Balsamico di Modena; presentazione a Parma, in aprile 2016, in anteprima mondiale, di Levante, suv della Maserati; presentazione di Microsoft Italia a Venezia, nel 2011. Le sue lampade hanno illumitato l'allestimento della fiction “Che Dio ci aiuti”. Carlo ha realizzato in cristallo il casco di Gilles Villeneuve per la mostra “Un uomo nella leggenda”. Sue le sculture da assegnare ai vincitori dell'“Award 2010 Enogastronomia Italia a Tavola”.   Tra le mostre ricordiamo quella alla Basilica dei Frari a Venezia, tra le opere di Tiziano, Canova e Bellini (2012); al Salon alta relojeria a Città del Messico (2013) e al Museo diocesano di Salerno (2016). Sta per essere pubblicato il libro “L'arte in cucina - gli artisti incontrano gli chef” (Mondadori) dove, tra i 60 partecipanti, Baldessari e Isabella Zambon del ristorante “Oliva nera” di Venezia presentano una nuova creazione: un piatto lagato ad un'opera d'arte, dal titolo “Laguna veneziana”. In programma un progetto con Oliver Krug, patron dello champagne Reims, e quello per l'azienda Tec Eurolab di Campogalliano, specializzata in analisi di materiali. (m.f.)
 L’“illuminazione” di poter creare opere d'arte avvenne, quasi all'improvviso, una decina d’anni fa. E la conferma che le sue sculture in vetro potessero essere di gradimento a molti si registrò sette anni fa, durante la mostra alla Galleria Europa del Palazzo municipale, in piazza Grande.
Un successo sempre più crescente anche all’estero, tanto che ora Carlo Baldessari è una vera “star” dell'arte negli Emirati Arabi, dove emiri e sceicchi si contendono le sue opere. È qui che il modenese soggiorna, dal 2015, per lunghi periodi. Ma le opere nascono nella bottega di viale Gramsci a Campogalliano, dove Baldessari struttura materiali di rifiuto (vetri e cristalli) in splendide creazioni.
Un inno agli elementi poveri, riscattati dalla loro inutilità, per avverare la conciliazione dell'arte con le cose banali della vita. «Vado nelle vetrerie industriali e nelle fornaci del territorio per recuperare pezzi di cristalli che - rivela l'artista - vengono lavorati e riutilizzati per assumere il carattere di scultura».

Ci può spiegare meglio la sua tecnica?
«In primo luogo cerco di smussare i frammenti di vetro per togliere gli angoli taglienti. Li incollo con prodotto speciale, impiegando una lampada Uva per permettere un'adesione definitiva dei vari pezzi. Alcune volte intervengo in modo quasi estemporaneo, con una libertà vigilata sui materiali. Altre volte, quando l'opera è di grandi dimensioni, creo un bozzetto prima di procedere alla realizzazione in vetro. Vetri di rifiuti di industrie, vetrate di finestre e porte, scarti di lavorazioni anche artistiche delle botteghe di Murano, pezzi di vetri di auto in demolizione, di mosaici con foglia oro. Negli ultimi tempi impiego anche altri materiali, come acciaio arrugginito di guardrail da inglobare nel vetro, marmi per basamenti...».
Quale idea sostiene l'immagine?
«Mi piace conferire nuova vita ai materiali in disuso, ispirandomi a forme della natura. Ma l'immagine è anche di pura immaginazione. Vive di emozionalità anche attraverso la fonte luminosa interna che esalta gli elementi che la compongono».
Si considera artista o artigiano?
«Penso che i due aspetti non possono essere scissi. Certamente non sono un accademico, anche perché non ho studiato presso una scuola d'arte. Sono artigiano perché lavoro con le mani e si fa fatica. E in questo operare mi sono state di grande aiuto le abilità e la meticolosità acquisite in 30 anni di attività di odontotecnico a Modena. Ma mi sento artista perché l'opera è frutto del mio estro, della mia fantasia, dei miei sentimenti, delle mie riflessioni e si configura come autentica scultura. Ogni scultura è accompagnata da una poesia che riflette il significato della creazione artistica, con rimandi ad aspetti della vita e della cultura del collezionista cui essa è destinata».
Le piace dare dei titoli alle opere?
«“Ventaglio” è il titolo che ricorre più volte, perché capace di accogliere le forme, in senso astratto, del mare, delle onde, del fuoco e di altri elementi della vita. La figurazione sconfina spesso nell'astrazione, anche se il riferimento è spesso reale, concreto (palazzo, città...)».
Quando si è accorto di poter procedere sulla strada dell'arte?
«Con l'esposizione personale, nel 2010, alla Galleria Europa. Straordinario l'apprezzamento dei visitatori. Il nuovo lavoro mi ha cambiato completamente la vita».
Chi sono i suoi clienti?
«Gente comune che acquista durante le mie mostre o sul sito internet. Inoltre collaboro con la Pagani Automobili: per i clienti di Horacio Pagani creo sculture personalizzate, in cui inserisco pezzi in alluminio delle vetture. Tra i miei ammiratori anche Gina Lollobrigida, Clarissa Burt e Carolina Costner che hanno ricevuto, due anni fa, una mia opera in occasione, a Formigine, della festa di “Profilo Donna” per cui ho realizzato il premio da assegnare alle dieci prescelte».
Si dice che lei abbia molta fortuna all'estero...
«È vero. In Austria, Germania, Francia, Messico, Stati Uniti. Ma, in particolare, da tre anni, negli Emirati Arabi, con residenza, per sei mesi l'anno a Dubai e Abu Dhabi. Ci sono arrivato quasi timidamente. Una mia amica milanese, Greta Canevese, titolare dell'azienda di poltrone e divani “Antidiva” ha proposto, nel 2014, le mie opere a Dubai, mettendomi anche in contatto con gli acquirenti. Nel 2016 ho fatto una mostra ad Abu Dhabi e ho conosciuto persone importanti, come lo sceicco Al Nahyan, membro della famiglia reale e ministro della cultura e sviluppo, che si è innamorato del mio lavoro e mi ha voluto per il mese del Ramadam a Palazzo. Da qui nuovi rapporti di cordialità e stima con emiri e sceicchi, il califfo Bin Butti, che mi chiedono sculture per residence, hotel, società finanziarie e industriali».
Si trova bene negli Emirati?
«È una cultura che mi affascina. Da un anno e mezzo sono impegnato in tanti lavori. Sono orgoglioso di essere italiano: immensa è la stima di cui gode all'estero il “Made in Italy”».
E i suoi progetti?
«È probabile che apra un mio laboratorio a Abu Dhabi, dove poter tenere anche dei corsi. L'idea piace molto alla autorità del luogo

12/03/17

“Così ammazzo le bufale del web” di © faccedivita.it

facce-di-vita2 su     gentile   concessione      del proprietario   http://www.faccedivita.it   riporto la storia  d'ohggi .Per   chi fosse interessato le   storie delle persone    citate  nel sito     sono raccontate anche in un libro. Esso   puo' essere  acquistato   sul sito YouCanPrint o Amazon, lo si può ordinare e ricevere allo stesso prezzo in qualsiasi libreria Mondadori o compresa nella mappa di Youcanprint. Vi arriverà in pochi giorni.Lo si può acquistare   anche   con bonifico di 10 euro al codice iban IT65Q0760105138282904282908 (beneficiario Ermanno Amedei), inviando dati per la spedizione all’indirizzo di posta elettronica faccedivita@libero.it.A Cassino lo si trova all’edicola di Vittorio, sotto ai portici in corso della Repubblica.A Velletri lo trovi all’edicola Marzorelli in Viale Oberdan
la storia tratta dal sito più precisamente qui riguarda la  vicenda  di Angelo Ruggieri, 42 anni di Lanciano (Ch) – Metereologo di professione, ammazza bufale per passione
 Angelo Ruggieri, 42 anni di Lanciano, paga con insulti, minacce, graffi alla macchina e denunce, la sua voglia di sconfessare chi sostiene teorie da lui stesso definite strampalate al solo scopo di ricavarne benefici economici. Sono i “bufalari”, coloro che inventano o abbracciano teorie che non si basano su alcun supporto scientifico e che servono solo ad ingenerare timori ed attenzioni nella gente creandosi così veri e propri supporter anche economici.Vuoi per la sua professione, vuoi perché è quella più in voga, l’attenzione di Angelo Ruggieri 
Risultati immagini per angelo ruggierisi 
è concentrata da qualche anno sulla teoria delle scie chimiche. “Si sostiene – dichiara – che con aerei di linea e militari, in tutta segretezza, vengono rilasciati nell’atmosfera composti chimici, in larga parte metalli pesanti nocivi alla salute,  per controllare il clima. Secondo loro i metereologi che si occupano di clima e previsione del tempo, a seconda di come si svegliano la mattina decidono di far piovere o provocare cicloni, tornado o periodi siccitosi come e quando se ne ha voglia. I ‘guru’ di questa teoria citano persone o scienziati radiati dagli albi e allontanati dalle comunità scientifiche, che si inventano altre professioni per campare e incoraggiano bufale come questa. Ma sono pochissimi, alcuni anche fuori di testa ai quali il mondo scientifico neanche da più retta perché basano le loro dicerie solamente su filmati di YouTube o fotografie di dubbia fattura”. Scie che procurerebbero una malattia, la Morgellons, secondo alcuni. “Ma non secondo la comunità scientifica- precisa Ruggieri – che sostiene invece  che la Morgellons è malattia psicosomatica e che non ha nulla a vedere con i presunti veleni che presumibilmente vengono rilasciati nell’atmosfera”. Tentativi per controllare il clima esistono, è una scienza precisa e tutt’altro che nascosta. “Si chiama geoingegneria ambientale, ma non è al servizio della Nato come sostengono i bufalari. Ci sono posti in cui manca acqua ed è lì che viene applicata la cosiddetta inseminazione igroscopica delle nuvole; è chimica e si interviene in questi casi facendo precipitare al suolo l’umidità dell’aria sottoforma di pioggia”. La sua passione, è quella di contrastare queste teorie che non hanno fondamento concreto. “Lo faccio nel mio piccolo dimostrando la verità e portandola all’attenzione della gente con articoli giornalistici che scrivo e pubblico sui vari siti nazionali sempre in risposta a qualcosa che hanno scritto i “bufalari”. Porto nella discussione pareri di personaggi importanti. Da quattro anni sono ammazza bufale principalmente contro le scie chimiche ma anche le guarigioni miracolosi di alcuni farmaci per il cancro ad esempio la cura dell’aloe che secondo alcuni curerebbe il tumore in maniere definitiva”.Perche inventare una bufala o sostenerla?“Se si fa un giro sui siti internet dei soliti signori – spiega il metereologo ammazza bufale – ci si accorge che dietro c’è guadagno e lo si capisce dal fatto che sugli stessi siti, compaiono in bella evidenza i codici iban o i numeri di carte prepagate per fare donazioni. Quando devono monetizzare chiedono soldi con ogni mezzo dai social network sostenendo di affrontare spese legali dovute alla loro battaglia per fronteggiare gli attacchi della magistratura o di chi vuole impedire che certe teorie vengano rese pubbliche. Incassano così le donazioni fatte dalla gente che arriva a considerarli dei martiri perché loro si ergono a tali. A volte pubblicano anche libri che contengono ovviamente le loro frottole, facendo copia e incolla delle tante cretinate scritta su internet; altro che opere letterarie, e i polli li acquistano. Una sorta di autofinanziamento delle loro attività che non viene rendicontata”. Chi cerca di guastare il mercato diventa nemico. “Se contrasti le loro tesi cominciano le minacce e gli insulti. Io sono aperto al confronto, ma non tollero l’insulto specialmente quando non si hanno altre argomentazioni per difendere la propria tesi”. Con alcuni, Ruggieri è arrivato anche alle carte bollate con denunce e rinvii a giudizio per diffamazione e calunnie. Ma non solo; quelle comparse sulla carrozzeria della sua macchina non sono certamente scie chimiche, ma assolutamente fisiche che lui attribuisce però al dibattito in corso. Così come gli attacchi sui social network. “Su facebook ho ricevuto auguri di lunghe e dolorose malattie. Qualche tempo fa, invece, come messaggio privato mi è arrivato un manifesto funebre”. In altri casi è addirittura considerato o tacciato per agente segreto del ministero degli interni. “Farei parte di una stretta cerchia di persone che lavorano per disinformare sotto il controllo del Ministero degli Interni e con il coordinamento delle procure. Questo pensiero è stato riassunto in un post pubblicato su facebook con il quale si disegna il legame del Ministero ‘noi disinformatori’ e alcune procure che fanno da tramite. Divertente”. Eppure una soluzione potrebbe non esserci. “Nessuno mai riuscirà a far cessare queste teorie stupide perché ci sono interessi ma anche perché purtroppo alla gente piace credere ed è affascinata dalle ipotesi di complotto o semplicemente perché teme malattie e morte. Facendo leva su queste paure è facile ottenere click e soldi”.

Er. Amedei © faccedivita.it 







05/03/17

Cominciò radendo i fascisti a 91 anni è ancora in bottega Arturo Busso barbiere da guinness: festeggia i tre quarti di secolo di professione

http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/ del  04 marzo 2017


Cominciò radendo i fascisti a 91 anni è ancora in bottega
Arturo Busso barbiere da guinness: festeggia i tre quarti di secolo di professione Premiato dal “suo” Comune, Agna, confessa: «Il mio lavoro mi dà ancora gioia»

di Nicola Stievano






AGNA. Era ancora un ragazzino quando fece barba e capelli a gerarchi fascisti, soldati tedeschi e partigiani. Settantacinque anni dopo è ancora al suo posto, nella bottega di famiglia, davanti allo specchio, con forbici e pettine in mano. A 91 anni Arturo Busso è il barbiere dei record, una vera istituzione nella zona. Lavora da quando aveva 15 anni e non ha mai pensato di smettere: «Sono fortunato», ammette, «di salute sto bene, ho la mano ferma e mi piace stare in mezzo alla gente. E poi a casa non saprei che fare». Così trascorre le giornate nella bottega che ha aperto quando aveva vent'anni, attività poi proseguita dal figlio Michele, al suo fianco da ormai 35 anni. «È grazie a lui se sono ancora qua», conferma Arturo, «altrimenti avrei dovuto smettere. Invece lui ha scelto di proseguire con l'attività e io gli dò una mano». Ogni giorno il barbiere è al suo posto, pronto a servire i clienti vecchi e nuovi. La sua dedizione al lavoro e il suo record incontestabile gli sono valsi una festa a sorpresa giovedì sera in municipio, con la consegna di una targa dal parte del sindaco e del consiglio comunale. «Non me lo aspettavo proprio», continua Arturo, «e ringrazio tutti per il pensiero, a partire dall'amico Carlo Vedovetto. Ho sempre lavorato volentieri e non mi sento stanco. Ovviamente faccio quello che posso, intanto trascorro le giornate in mezzo alla gioventù».
La sua memoria va a quando, a 15 anni, venne assunto dal falegname del paese per fare il barbiere. «La bottega era condotta dal nipote del proprietario, il signor Varagnolo», ricorda, «che però era stato chiamato sotto le armi. Dalla guerra purtroppo non è più tornato. Fra i miei clienti in quegli anni c'erano i fascisti e i soldati tedeschi al comando insediato nella canonica. Poi arrivarono i partigiani e mi occupai anche di loro. Ricordi della guerra non he ho altri, ho preferito dimenticare quegli anni». Al termine del conflitto Arturo decise di mettersi in proprio e aprì bottega in piazza, dove rimase fino all'inizio degli anni Settanta, quando «un camion con tanto di rimorchio uscì di strada e mi sfondò il negozio. Nell'incidente morì anche una donna. Per un po' mi trasferii altrove, poi passai nella bottega attuale, in via Roma, sempre in centro. Ho scelto io, ancora da giovane, di restare ad Agna. Avrei potuto andare a Milano nel salone aperto da un mio amico ma ho preferito stare qua, tra la mia gente. Mi è sempre piaciuto questo lavoro, peccato che i giovani non lo vogliano più fare, ci vuole tanta umiltà, nessuno invece vuole più iniziare facendo il garzone di bottega. E poi ci sono gli orari, il lavoro al sabato, ma una volta era anche peggio. Per non perdere i clienti tenevo aperto anche ben oltre l'ora di cena».
In questi tre quarti di secolo Busso ha visto cambiare non solo la professione ma anche il suo paese e la società: «Non è vero che si viveva meglio in passato», conclude, «dopo la guerra c'erano la miseria e la fame, la gente si spaccava la schiena nei campi e non aveva nemmeno di che vestire». Al barbiere va il plauso del sindaco Gianluca Piva a nome di tutto il paese: «I suoi 75 anni di professione siano di esempio e stimolo per tutte le future generazioni e per i nostri giovani. Le persone come Arturo sono un orgoglio per tutti noi».





17/02/17

Auguri Michael Jordan, la leggenda del basket compie 54 anni

in sottofondo  dal cd  Achtung Baby - One-U2


dopo  i cinquant'anni  di Roberto Baggio , su cui non mi  dileguo   ne  ho parlato   qui un altra leggenda  dello sport   , del basket   per la precisione  , compie   54  anni  



Michael Jordan, una tra le più grandi icone dello sport mondiale, compie oggi 54 anni. "Air" Jordan in 20 anni di carriera rivoluzionerà il gioco della pallacanestro vincendo ben sei titoli con i suoi Chicago Bulls oltre ad ottenere diversi riconoscimenti personali (tra i tanti 6 MVP delle Finals e miglior media punti a partita della storia). La sua biografia sul sito della NBA dichiara: "Per acclamazione, Michael Jordan è il più grande giocatore di pallacanestro di tutti i tempi" (a cura di Damiano Mari)

13/02/17

CONTROCOPERTINA di © Daniela Tuscano

L'immagine può contenere: 2 persone, persone in piedi e spazio all'aperto Sì, va bene, inutile scandalizzarsi. Al  non avevano niente in comune. Tranne me.
Correva l'anno 1976 e un collega di mia madre, allora 27enne, decise di sbarazzarsi di alcuni vinili e li consegnò a lei, che aveva una figlia appena adolescente. La quale, forse, avrebbe apprezzato.
La figlia adolescente, manco a dirlo, ero io. Una cosa è sicura, di quei tre o quattro dischi rammento solo quello di Al
E mi sa che "Your song" l'ascoltai per la prima volta proprio da lui. Era seta calda, soavità sexy, come il titolo dell'album, "Glow", di cui ignoravo il significato ma che suonava così bene nella sillaba dolcemente sfumata. Poi gli altri titoli: "Rainbow in your eyes", "Fire and rain"... ricordavano atmosfere avvolgenti alla Tennessee Williams, ma senza morbosità. Sul retro di copertina, Jarreau esibiva il sorriso ormonale in un campo di stoppie. Bello, felice e innamorato. Di Susan, cui dedicava il disco, e che nei brani veniva spesso evocata. Jarreau era l'eleganza. Una sensualità mistica, come piaceva a me. Non riuscivo proprio a capire come mai il collega di mia madre avesse voluto disfarsi d'un album così incantevole.
Di lì a pochissimo giunse Renato. Sempre il '76, sempre un retro di copertina. Bello anche lui, ma pallido come un cadavere su un fondo tutto nero. Anzi, buio.
Tra i due, il fulgore era Al. Quello cupo, Zero. Anima complicata, sghemba. Niente campi sterminati, bensì caligine metropolitana. L'Italia tossica di fine '70. E la dedica, inelegante, vergata a mano, 

L'immagine può contenere: 3 persone

nervosa, pure con un errore ortografico. Al pubblico. Cioè a nessuno. O a tutti. Ecumenismo disgraziato.
Lì c'era la solitudine. Irrinunciabile anch'essa, come gl'incubi.
Il calor bianco di Al e il gorgo nero di Renato: per me, due complementi. Adesso, forse, avrei solo bisogno d'un po' di tepore.

.
                         © Daniela Tuscano

10/02/17

Norma Cossetto emblema della sofferenza femminile nell'Istria e Graziano Udovisi, italiano di Pola, l'ultimo superstite delle foibe istriane, scampato per miracolo alla morte nel 1945

Con questo post  e  i link  riportati  sotto   si conclude  per  quest'anno  il mio 10 febbraio o  giorno del ricordo

 Per lo stesso motivo espresso nei post  precedenti  sempre  dedicato  al giorno del ricordo   racconto la storia  di  Norma  Cossetto (   trovate  sopra  in cima    i link  da  cui  ho appreso  news ) e l'intervista del 2006 fatta    da  famiglia  Cristina   a Graziano Udovisi, italiano di Pola, l'ultimo superstite delle foibe istriane, scampato per miracolo alla morte nel 1945: «Fui bollato come collaborazionista e sono finito in galera per due anni. Non hanno guardato se avevo combattuto per salvare i miei connazionali e le nostre famiglie. Sono stato umiliato»
Lo so che qualcuno potrà dire : ma come racconti la storia di fascisti ? e contraddittorie specie la prima piena di ombre, proprio perché, in possesso di poca documentazione e solo sulla base d testimonianze di parte, la cui vicenda risente dell'influsso negativo dei pochi elementi disponibili ?
Per  quanto riguarda  la  prima   rispondo  con accenni alla sua storia  . 
 Certo  Il padre, Giuseppe Cossetto, era un dirigente locale del Partito Nazionale Fascista: ricoprì a lungo l'incarico di segretario politico del Fascio locale e di commissario governativo delle Casse Rurali. Inoltre fu anche podestà di Visinada. Nel 1943 era ufficiale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e in seguito ai fatti dell'8 settembre fu trasferito presso il Comando della Milizia di Trieste[1].(  dalla  voce  Norma  Cossetto   di   Wikipedia  )  .Ma  cosa  importa   non è detto che per forza un figlio ( figlia in questo caso ) debba essere delle stesse idee politiche \ culturali dei propri genitori . Inoltre l'ipotesi di Giacomo Scotti (che non cita alcuna fonte in merito), secondo la quale al primo arresto rifiutò di rinnegare la sua adesione al fascismo, non sarebbe confermata  .  E poi   anche  se    fosse  stata fascista  ( (   in  maniera  autonoma    cioè non influenzata   dai genitori o   perchè da  essi  influenzata  ))    visto  che  aveva aderito  ai  Gruppi Universitari Fascisti   cosa  cambia  ?  sempre  un abuso della sua persona     una  volta   catturata . Sia  che   fosse  fascista   o perchè come le donne uccise  durante  la  guerra  civile  Colpevoli spesso di essere mogli, madri, sorelle o figlie di persone ritenute condannabili dal regime, molte donne in quegli anni vennero catturate al posto dei loro congiunti, usate come ostaggi o per scontare vendette personali. (  da  http://www.enciclopediadelledonne.it)   è  stata  commessa  su  di lei  e  sul suo  corpo   una  serie  indicibile  di violenze  e  brutalità . Infatti  <<  La sua vicenda è lo spunto per riflettere sulla brutalità della guerra, che annulla la dignità di qualsiasi essere umano o comunità. Nessuno può considerarsi al riparo da violenza e terrore, quando il meccanismo dell'odio è in pieno funzionamento.>>  (  "  bugiardino  "  del libro 'Foibe rosse', di Frediano Sessi  Collana: Gli specchi della memoria Anno edizione: 2007  Pagine: 149 p. , ill. , Brossura EAN: 9788831791472   )



























Norma Cossetto, talvolta menzionata erroneamente come Norma Corsetto ( Visinada17 maggio 1920 – Antignana, 4 \ 5 ottobre 1943),
la  storia   di   Graziano Udovisi   mi porta a  rispondere  la  domanda  che    sicuramente  mi verrà   sicuramente  fatta    come mai hai scelto  il suo caso  ?
non esiste  un  motivo  specifico per  cui   ho scelto   tali casi . Forse  perchè  sui   massacri delle foibe  termine  con cui  s'indica  indicano  gli eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia,avvenuti durante la seconda guerra mondiale ad iniziare  dal 1942\3  1945   e nell'immediato secondo dopoguerra.
IL loro caso   sono quelli  che    credo  mi sono rimasti  più  impressi   per i  motivi  di cui  ho parlato  nelle  righe precedenti e  perchè furono le prime   notizie  che  senti su tali atrocità nei racconti   che mi facevano degli amici di mio nonno paterno   alcuni esuli  da quelle  zone   e  lessi   dai  suoi libri  fascisti  .
 Non riuscendo  a trovare  altre parole  su  tale evento  drammatico 😈😔😪  lascio  le  parole   all'articolo  che ho letto   (  e    riportato  integralmente    per  paura   essendo  dell'anno  scorso   scomparisse e magari  non fosse  più disponibile   nel mare   magnum  che  è internet  )   http://notizie.tiscali.it/


Spesso mi sorprendo al cospetto delle nuove generazioni che ignorano la Storia, che non l’amano come dovrebbe essere amata. Ho sempre dovuto reprimere un brivido di intimo rifiuto leggendo quel “la storia non è magistra di niente che ci riguardi” con cui Montale sembra ammonire che nell’esercizio della memoria ci si rifugia forse più per devozione che per la ricerca della verità
Norma Cossetto
da http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/norma-cossetto/
Ma si può chiedere ancora alla Storia di insegnarci qualcosa ? A volte credo,  come  La stessa  Laura  Venezia  ,  che i più giovani se ne discostino perché sembra che nel ricordare il passato non ci sia nulla che si avvicini alla quotidianità. Eppure, nelle mie solitarie scorribande attraverso la rete, alle ricerca  di storie   sula  giornata  del 10  febbraio  mi imbatto più volte nella figura di una donna, Norma Cossetto ,che prima di essere ricordata come un’eroina era soprattutto una ragazza, che poi sarebbe diventata l’emblema della sofferenza femminile nell'Istria e nella Venezia Giulia in quella manciata di anni che va dal 1943 al 1945.
Perché la Storia, e in modo particolare il ricordo del massacro delle foibe  e  dell'esodo  che  n'è  seguito   che cade ogni anno il 10 di Febbraio, insegna soprattutto questo: che a volte nella vita possono contare più alcuni giorni o mesi piuttosto che tanti anni. Così fu per la giovane Norma, studentessa universitaria istriana, della quale restano i ricordi dei coetanei, soprattutto la memoria della sorella Licia da  cui apprendiamo   che : Norma era una ragazza che amava lo sport e la filosofia (si laureò in lettere e divenne insegnante), parlava bene le lingue straniere, studiava pianoforte e canto. Nel 1943 comincia a raccogliere del materiale per la sua tesi di laurea sul territorio istriano così ricco di bauxite e intitolata appunto “La terra rossa”. La sua vita di ragazza normale termina nel Settembre dello stesso anno, quando un gruppo di partigiani titini irrompe in casa Cossetto; Norma viene arrestata e, opponendo un netto rifiuto alla possibilità di collaborare con il Movimento Popolare di Liberazione, viene seviziata, torturata e poi gettata nella foiba di Villa Surani.




Adesso la   storia  di Graziano Udovisi  raccontata  da



Alberto Laggia  Alberto Laggia alberto.laggia@stpauls.it



“Sopravvissuto e umiliato”: questo è il titolo con cui usciva nel febbraio del 2006   su  Famiglia Cristiana l’intervista all’unico sopravvissuto delle foibe istirane, Graziano Udovisi  (  morto  nel 2010 ) Milite nella Milizia Territoriale fascista specializzata nella lotta senza quartiere ai partigiani che aveva deciso di raccontare, dopo tanti anni, la sua terribile storia di “infoibato”, salvatosi per puro caso. Nel 2010 è morto all’età di 84 anni. Raccontò la sua storia nel libro-testimonianza “Sopravvissuto alle foibe”.
Lo sfogo è di chi per troppi anni ha dovuto tacere: ”Bisogna che si sappia come un italiano è stato trattato. Dopo tutto quello che ci è accaduto, nel 1945 il Tribunale di Trieste, che era sotto il Governo alleato, mi ha bollato come collaborazionista e sono finito in galera per due anni. Non hanno guardato se avevo combattuto per salvare i miei connazionali e le nostre famiglie. Sono stato umiliato”.
L'esperienza della prigione, dopo l'esodo nel '45, non l'aveva ancora raccontata a nessuno, Graziano Udovisi, ottantenne istriano di Pola, l'unico superstite italiano alla tragedia delle foibe ancora vivo. Stringendosi al pugno con orgoglio la statuetta dell"'Oscar Tv 2005" ricevuto al galà televisivo in cui si premiava Il cuore nel pozzo, fiction sulle foibe trasmessa dalla Rai all'inizio dello scorso anno, Udovisi, ex-maestro elementare che da molti anni vive a Reggio Emilia, racconta ancora una volta tra le lacrime la sua terribile esperienza di "infoibato".
Non è da molti anni che ha trovato il coraggio di far memoria pubblica della sua vicenda personale. D'altra parte non è da molto che è stata vinta la cosiddetta "congiura del silenzio" attorno alle stragi compiute dai partigiani titini nell'autunno del '43 in Istria e poi nel '45 soprattutto a Trieste e a Gorizia. È solo dal 2005 che in Italia si commemorano nel "Giorno del ricordo" (il 1O febbraio) i morti delle foibe e i profughi dell'esodo istriano, alcune migliaia i primi, quasi 300.000 i secondi.
L'8 settembre del '43, il diciottenne Udovisi, neodiplomato alle magistrali, figlio di un macellaio istriano e di una triestina, stava passeggiando per le strade di Pola quando apprese della firma dell'armistizio. La guerra era finita. “Per l'Italia era una benedizione, ma per noi una maledizione. Fin da subito le notizie dell'occupazione da parte dei partigiani slavi di alcune città istriane erano accompagnate da voci di atrocità perpetrate sui nostri connazionali, soldati e civili”, racconta Udovisi.
“Ma di foibe ancora non si parlava. Fu a metà di ottobre che le voci diventarono tragiche certezze. Partecipai alla prima ricognizione fatta a Vines, in una grossa fenditura rocciosa del terreno dove si sospettava fosse finito il padre di un ragazzo di Albona. Ne usciva un odore nauseabondo”. Quella di Vines era una delle centinaia di profonde cavità naturali di cui è traforata tutta l'Istria (foiba è un latinismo che significa proprio "buco", "fossa"), e i vigili del fuoco di Pola vi estrassero i primi cadaveri. “Il primo corpo a essere recuperato fu quello del l'autista italiano della Questura. Alla seconda ricognizione si trovarono altri due corpi, legati tra di loro da un cavo d'acciaio. In pochi giorni furono rinvenute 84 salme a profondità diverse, fino a 150 metri”. Vines passerà alla storia come la prima foiba.
Nelle mani dei partigiani slavi
“Fu quell'orrore che mi convinse ad arruolarmi nel secondo reggimento della Milizia difesa territoriale (Mdt) che Libero Sauro stava costituendo per fronteggiare le truppe di Tito”. E si arriva al 1945. Pochi giorni dopo il 25 aprile, il sottotenente Udovisi, sciolto il presidio, decise di consegnarsi al comando dei partigiani slavi che erano entrati in Pola. “Venni subito imprigionato e ammanettato con del filo di ferro. Il primo trasferimento a piedi fu a Dignano, a 10 km da Pola. Durante gli interrogatori mi ruppero i timpani facendomi esplodere dei colpi di fucile vicinissimo alla testa”, racconta mostrandoci gli apparecchi nelle orecchie necessari per udire. “Proseguimmo fino al borgo detto di Pozzo Littorio, ai piedi di Albona. Venimmo rinchiusi nella palestra di una scuola dove stavano altri giovani soprattutto italiani, che erano costretti a correre a testa bassa e a schiantarsi contro la parete. Fatti rinvenire a secchi d'acqua e calci, dovevano ripetere la corsa. La notte del 12 maggio siamo arrivati a Fianona. Ci hanno spogliato di tutto, lasciando ci solo i pantaloni, e rinchiuso in una stanzetta di quattro metri per tre, in trenta, privi di cibo. Disidratati, imploravamo dell'acqua e ci hanno allungato un fiasco pieno d’urina”.
Alla sera del giorno dopo hanno iniziato a torturare l'ufficiale italiano con una verga di fil di ferro piegato in cima, a mo' d'uncino. Una donna tra gli aguzzini lo colpisce col calcio di una pistola, fratturandogli la mascella. “Quindi ci le gano in sei, l'ultimo dei quali era a terra svenuto e viene trascinato con il filo di ferro legato al collo. Ci portano fuori e ci trascinano fin davanti alla foiba. Mentre legano un grosso sasso all'ultimo del nostro gruppo, mi metto a pregare”, continua in lacrime. E mentre i cinque slavi iniziano a sparare col mitra, Udovisi si getta nel buco. Quel gesto disperato sarà la sua salvezza, “perché dopo un salto di 15-20 metri, o uno spuntone di roccia o un colpo di mitraglia spezza il filo di ferro che ci univa tutti in questo assurdo connubio. Sono finito sott'acqua e una mano s'è liberata permettendomi di risalire in superficie e tirare per i capelli un compagno che era vicino a me. I partigiani, però, hanno iniziato a sparare e a tirare un paio di granate che per fortuna ci hanno solo ferito di striscio”. Fermi tra gli anfratti per lunghe ore, i due sono risaliti la sera successiva e, sempre procedendo di notte, Udovisi in quattro giorni è riuscito a tornare a Pala allo stremo delle forze. «Erano otto giorni che non mangiavo. Alla porta di casa mia sorella mi ha aperto, ma senza riconoscermi».
Il sopravvissuto istriano ha conosciuto, subito dopo, il dramma dell'esodo e l'infamia del carcere. Non è più tornato nella sua "amatissima" terra, non ha più avvicinato una foiba. È rimasto in vita, ma la foiba gli ha inghiottito l'esistenza. Se la memoria di queste stragi è riemersa dall'abisso dell'oblio lo deve anche alla sua dolente voce.
La sola colpa di Norma  e Graziano  , come di tante altre donne e uomini uccisi  ed alcuni sopravvissuti   gettati nelle foibe, fu quella di attraversare il mondo e la Storia in uno dei suoi momenti più tragici, soprattutto in uno dei territori più divisi e tormentati in quella terra rossa tra Italia, Slovenia e Croazia ovvero il confine orientale  di cui si può ancora trovare una traccia in qualche sbiadito dagherrotipo dell’epoca. Il 10 Febbraio, così vicino al giorno del ricordo della Shoah, va celebrato ,ovviamente  senza metterle sullo stesso piano   vista la  loro diversità  anche se  uniti  dall'aberrazione umana proprio per non dimenticare la terra rossa come il sangue.>>
Concocordo  con  http://www.wumingfoundation.com  (   per  l'articolo   vedi  url  inizio post  ) << Quindi i I morti saranno forse «tutti uguali» (qualunque cosa significhi), ma sono diverse – a volte opposte e inconciliabili – le cause per cui si muore. Se non si riconosce questo, l’uguaglianza tra i morti è solo una supercazzola per difendere un sistema basato sulla disuguaglianza tra i vivi.  >>
Viviamo --  sempre  dall'articolo   di http://notizie.tiscali.it -- il tempo della velocità, delle connessioni rapide e della solitudine più profonda. Un tempo che si addice poco alla memoria e alla lentezza, e che è tanto più inquietante perché assomiglia alle foibe, quegli inghiottitoi carsici che furono il buco nero di tante vite di italiani. Ricordare è necessario. La Storia ci dice che non possiamo fare niente di più giusto.


con   queste parole  concludo  il post  d'oggi  alla  prossima ......

05/02/17

Informarsi, dentro e fuori la Rete E parlarne. Che si debba partire da qui per risolvere il problema ?

Oltre i classici consigli , come questo   riportato da http://www.webnews.it   e  proveniente dai moltissimi spunti raccolti all’Internet Festival e redatto  da Cospe, su  come   contrastare ed ridurre la diffusione dell'odio nella rete, ecco  questa  storia  .
dall'unione  sarda  

Si sono piazzati al terzo posto gli studenti dell'Università di Cagliari  (  foto sotto   presa  dall'account  fb di ,  Giulia  Tumatis  ,  una  di loro  ) 

L'immagine può contenere: 4 persone, persone in piedi, cielo e spazio all'aperto
 che hanno partecipato al concorso mondiale del "Facebook digital global challenge" grazie alla campagna "#ReAct", dedicata al tema dell'immigrazione e al contrasto dell'estremismo creata dal team guidato da Christian Rossi, Facoltà di Scienze economiche.
Il premio da mille dollari è stato assegnato a Washington (Usa) al termine della finale in cui ogni gruppo ha presentato il proprio progetto.
Al primo posto si è piazzata una squadra del Libano, al secondo il Belgio; a congratularsi tra i primi, l'ambasciata italiana negli Stati Uniti.
IL TEAM - Il gruppo sardo che ha esposto il progetto era formato da Giulia Tumatis, Luciana Ganga, Alessia Dessalvi, Giulia Marogna ed Ema Kulova; ma alla realizzazione hanno contribuito anche Claudio Pitzalis, Pier Andrea Cao, Alessio Zuddas, Lucia Corrias e Jacopo Lussu.

IL  loro  progetto  ( sotto   l'immagine della loro  campagna tratta     dall'account     fb   di   Giulia  Tumatis )

L'immagine può contenere: 18 persone, persone che sorridono, sMS   presentato all'interno della  campagna   React    dove  la sigla #ReAct significa Re = Rigettare ogni forma di estremismo e violenza; A = awarness, ossia la consapevolezza attraverso l'informazione; C = courage, il coraggio di contrastare estremismo e pregiudizi; T = tolerance, tolleranza nel senso di convivenza tra più culture

onde  evitare  😁😄  d'essere  accusato di provincialismo    riporto sotto  l'articolo del corriere  della  sera  del  4\2\2017   in cui parla   di tale risultato . 



Le 5 ragazze di Cagliari che combattono l’odio online 
(e vengono premiate negli Stati Uniti)
Alessia Dessalvi, Giulia Tumatis, Giulia Marogna, Luciana Ganga, Ema Kulova si sono classificate terze in una competizione di Facebook ed EdVenture Partners

di Martina Pennisi


                Foto dalla pagina Facebook di React shadow



«Basta odio», ha ammonito ieri il parroco al funerale di Italo D’Elisa, il giovane ucciso a Vasto in un clima di tensione riscontrabile anche sui social network. «Basta odio» diremo a Trieste, il 17 e 18 febbraio durante il primo evento nostrano dedicato alle espressioni violente che corrono in Rete, Parole Ostili. E «basta odio» è la non facile missione che l’iniziativa internazionale P2P Program ha affidato a 150 università di tutto il mondo. Organizzata da Facebook ed EdVenture Partners, mette in palio tre premi in denaro per altrettanti gruppi di studenti in grado di distinguersi con un progetto Web per combattere estremismo e incitamento alla violenza.
L’Università di Cagliari si è classificata terza, alle spalle delle compagini libanese e belga. Racconta Alessia Dessalvi, 22 anni, volata a Washington con le sue quattro compagne di avventura per ritirare il riconoscimento: «Ci siamo guardati intorno: la Sardegna e l’Italia stanno convivendo con l’immigrazione, un grande problema anche dal punto di vista culturale. Soprattutto i più giovani si informano poco e quando lo fanno si soffermano solo sui titoli senza approfondire. Si crea così un clima di paura del diverso». La risposta (premiata) dell’Ateneo sardo è stata la campagna React, caratterizzata da brevi spot capaci di ottenere centinaia di migliaia di visualizzazioni sul social network. Per «smontare le notizie false (fra le priorità di Facebook, ndr) — come quella sull’assegnazione di 35 euro al giorno a ogni immigrato a scapito degli italiani— e gli stereotipi», le ragazze e i loro compagni hanno creato contenuti ad hoc, cimentandosi anche nella recitazione; hanno cercato e raccontato storie positive di immigrazione e integrazione e hanno invitato gli utenti a fermarsi e informarsi con l’hashtag-claim #TimeOut.
Adesso Alessia Dessalvi, Giulia Tumatis, Giulia Marogna, Luciana Ganga ed Ema Kulova rimarranno per qualche settimana negli Stati Uniti nell’ambito del progetto Young leaders per condividere le buone pratiche emerse. Sul punto di forza della loro campagna non hanno dubbi: «È stata la coesistenza di un lavoro realizzato sia online sia offline. Abbiamo organizzato incontri e ci siamo confrontati faccia a faccia. Continueremo a farlo nelle scuole che ci hanno contattato». Informarsi, dentro e fuori la Rete. E parlarne. Che si debba partire da qui per risolvere il problema?

questa sarà  una delle   domande  che  farò  alle   dirette  interessate   a  rilasciare  un  intervista  .  in attesa  di  una loro risposta    vi saluto    odiatori  e non  odiatori  
 e  vi lascio  con questo    video bellissimo  e toccante   preso    dai video di    https://www.facebook.com/psicologia.applicata/videos/ che  potrebbe essere  uno sviluppo    del progetto  prima  citato  
video

con questo   è tutto   alla prossima 







05/01/17

IL VERBO SI FECE SCARNO © Daniela Tuscano

L'immagine può contenere: 2 persone
                                             IL VERBO SI FECE SCARNO
Detesto l'esibizione di bambini laceri, denutriti, mutilati per suscitare un rapido e ipocrita pietismo, buono solo ad acquietare le nostre coscienze. Ma, in tal caso, corro il rischio. Perché l'autore dello scatto a sinistra, Sebastiano Nino Fezza, di professione fa il reporter, ma nell'animo è un missionario - o un poeta, o entrambi. È compenetrato dal senso del dolore, lo dipinge; e colpisce, scuote. Forse sarebbe questa l'immagine più adatta a celebrare l'Epifania 2017. Un bimbo che, a differenza della pur commovente statuina della mangiatoia, non ha nemmeno la forza di giunger le mani, e sa pregare solo col corpo. Il suo giaciglio è un materassino-sudario, lo sguardo erra in un vuoto senza speranza, già vizzo. È un'Epifania senza comete né gloria. E per questo, così simile all'Epifania reale, in un angolo di mondo, duemila anni fa. I Magi venuti da lontano videro molto probabilmente un bimbo in queste condizioni, anonimo e disperato. Noi abbiamo tramutato le feste natalizie in una sceneggiata dolciastra, ma ogni nascita presuppone una fine. Un ciclo naturale, logico. Ma la fine del Natale è la croce, che non mancava mai sullo sfondo dei presepi stellati d'un tempo. E la croce non ha nulla di logico e naturale. La croce la produciamo noi. Il bambino siriano sembra già attenderla, vinto, con le braccia fragili e tese, e la resurrezione non ci sarà.
© Daniela Tuscano

25/12/16

Bonsai centenario sopravvissuto al bombardamento di Hiroshima. Ha 390 anni e nemmeno la bomba atomica è riuscita a ucciderlo

Se gli alberi potessero parlare, questo bonsai (conosciuto anche come “Hiroshima Survivor”) avrebbe molte storie da raccontare. Il vecchio bonsai di 390 anni ha visto una serie di eventi, nel corso della propria vita, davvero importanti per la storia dell’umanità. Dalla Rivoluzione Francese al primo uomo sulla Luna, dall’Indipendenza Americana alla Guerra Fredda, la storia di questa pianta è lunga quasi quanto quella di tutto l’uomo moderno. La parte più notevole è però un accadimento che coinvolge il bonsai in prima persona, ovvero la bomba nucleare lanciata dagli Statunitensi contro Hiroshima, che devastò la bellissima città giapponese. Il piccolo pino bianco si trovava a meno di 3 chilometri dal punto di impatto della bomba, custodito dalla famiglia Yamaki, e sopravvisse miracolosamente non solo alle radiazioni ma anche a schegge di vetro e detriti che vennero lanciati in tutta la città.

bonsai hiroshima 1

Piantato nel 1625 e sull’isola di Miyajima, il bonsai è un albero prezioso a causa della sua rarità e della difficoltà della sua cura. Nel 1976 il maestro bonsai Masaru Yamaki donò l’albero ornamentale al popolo americano come parte del bicentenario del Giappone. Ora è un residente permanente della collezione di Bonsai giapponese presso il National Bonsai & Penjing Museum di Washington DC. Famosissimo per la sua storia di sopravvissuto alla bomba nucleare, il bonsai (il più antico della collezione) attrae molti visitatori e curiosi.

Hiroshima, il bonsai di 390 anni che è sopravvissuto alla bomba atomica
























Un antico bonsai ha attraversato quindi   quattro secoli di storia del Giappone, fino a quando nel 1976 il suo ultimo proprietario Masaru Yamaki lo ha donato all'Arboretum’s National Bonsai and Penjin Museum di Washington


Hiroshima, il bonsai di 390 anni che è sopravvissuto alla bomba atomica                         Masaru Yamaki nel giorno della donazione del bonsai

per celebrare il bicentenario della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. Solo anni dopo, però, si è scoperto il valore particolarmente simbolico del gesto, taciuto dal proprietario al momento della donazione. Oltre a guerre e terremoti, infatti, il piccolo pino bianco è sopravvissuto anche alla bomba atomica lanciata dagli Usa a Hiroshima durante la Seconda Guerra Mondiale. Quando gli aerei statunitensi il 6 agosto 1945 sganciarono Little Boy sulla città nipponica, il bonsai si trovava a meno di due miglia dall'epicentro del fungo atomico. Eppure la pianta rimase miracolosamente intatta, poichè il muro del vivaio in cui si trovava all'epoca le fece da scudo. A raccontare l'incredibile storia, sono stati i nipoti di Yamaki, quando nel 2001 hanno visitato il Penjing Museum

Hiroshima, il bonsai di 390 anni che è sopravvissuto alla bomba atomica
                                    La famiglia di Yamaki in posa con il bonsai. 

per potere finalmente vedere il mitologico bonsai, di cui fino a quel momento avevano sentito parlare solo nei racconti del nonno. E ancora oggi, il bonsai continua a rimanere in vita, pur avendo ormai quasi doppiato l'aspettativa di vita massima per questo tipo di piante, duecento anni.

Archivio blog

Si è verificato un errore nel gadget