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30/06/17

Il coraggio di Ilaria e la sua sfida agli insulti sul web La 31enne disabile aretina vittima di cyberbullismo



Martedì sera, Blob ha trasmesso un triste documento sulla stupidità umana: gli insulti che una giovane donna riceve quotidianamente sul suo profilo social. Insulti di questo tipo: «Miss Toscana della bruttezza», «nanoide», «handicappata deforme che suscita solo la pietà umana», «un mostriciattolo su cui sfogare le proprie depravazioni», «hai denti marci, capelli sudici e braccia lunghissime», e altri ingiurie del genere.




Ilaria Bidini, 28 anni, costretta a stare su una sedia a rotelle a causa di una malattia genetica, ha deciso di contrastare il dilagante fenomeno del cyber-bullismo denunciando in modo singolare e con

grande coraggio chi la offende e umilia quotidianamente sul web. Ha letto in pubblico tutte le cattiverie e le minacce scritte contro di lei.
Grazie alla collaborazione di Saverio Tommasi, della testata giornalistica Fanpage, Ilaria ha avuto la possibilità di girare un video (visibile su YouTube) per testimoniare la violenza e l’umiliazione cui quotidianamente è sottoposta da parte di alcuni vigliacchi che si nascondono dietro l’anonimato del sito lituano Ask.Facile dire che questi insulti si ritorcono contro chi li scaglia: sono peggio di una lapidazione perché provengono dal fondo della beceraggine, della cattiveria, della codardia umana. C’è solo da sperare che la Polizia Postale impieghi tutte le sue forze per scoprire chi sono o chi è il mascalzone: gente così non può farla franca, un moto di rigetto è indispensabile.
Una storia di violenze psicologiche continue quella di Ilaria, che nonostante tutto, si è fatta forza, ha continuato gli studi e oggi vive cercando di dimenticarsi della sua disabilità: «A scuola venivo minacciata ogni giorno, mi promettevano botte, mi facevano scherzi orrendi, come bucarmi le ruote della carrozzina, ero puntualmente vittima di scherzi di cattivo gusto…». Ce ne fossero di Ilarie!

15/06/17

ADDIO Gloria e Marco © Daniela Tuscano

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono, spazio all'aperto
Di affiancare le foto belle e sorridenti di Gloria e Marco alla carcassa funebre del grattacielo in fiamme, come molte testate online hanno fatto, no, non me la sento. Lo trovo cinico. Anche se, forse, non inadatto: sono morti per quello, perché non dovevano trovarsi lì, ma in Italia, a raccogliere il frutto del loro impegno. Entrambi architetti, laureati col massimo dei voti ma costretti a emigrare perché, da queste parti, non sappiamo che farcene dell'acribia generosa, un po' sventata - com'è giusto - delle nostre giovani menti. Dunque via, lontano, pure - nel caso di Gloria - per aiutare la famiglia a ricomprarsi la casa perduta all'asta. E ne esistono tanti, di ragazzi così. Li incontriamo tutti i giorni, magari senza saperlo. Quasi sempre lo scopriamo quando è tardi, e i loro sogni finiscono in cenere assieme al futuro. Ci si adatta subito, da giovani, e tutto sembra comunque meraviglioso, e brilla di quella particolare luce - che ancora traspare, nelle immagini d'archivio - assetata di bellezza, perennemente in ricerca, abbacinata e famelica. Dunque no, fissarli accanto a quella macabra tomba (chi ha azzardato paragoni col film "L'inferno di cristallo" se ne vergogni in perpetuo), ancorché giusto per il valore simbolico, di denuncia, è al tempo stesso riduttivo. La morte li ha ghermiti, certo; ma quale tributo migliore di quella bimba sparuta, ingenua anch'essa ma già compresa del dolore, di fronte al muro di pianto e fiori? Gloria e Marco sono morti da italiani, da emigranti, assieme ad altri provenienti da situazioni ancor più drammatiche: come l'aspirante ingegnere Mohammed, siriano di 23 anni, intenzionato ad aiutare il suo paese una volta terminati gli studi; come Rania, 30, che aveva invocato aiuto perfino dal suo profilo Facebook, inviando due filmati; nell'ultimo, pregava in arabo chiedendo perdono. Come due sorelline dai nomi pure asiatici, salve, ma i cui genitori rimangono dispersi. Tutta brava gente, si dice in simili casi. Tutte persone normali, tutte nel silenzio e defunte nel clamore di un'incuria devastante, assurda. Morti nella rabbia, rabbia nostra, impotente e vigliacca, perché così no, non si può, non si deve. Morti di fronte a un cielo che non risponde, ma che non chiamiamo in causa, poiché da essi invocato fino alla fine. Morti in relazione; Marco protettivo, tentando di rassicurare i genitori, e Gloria, non si sa se più cosciente o tenera, forse solo donna, quasi scusandosi di dover procurare alla famiglia un pianto antico: "Mamma, grazie di tutto". E anche noi vi ringraziamo, fra le lacrime.

© Daniela Tuscano

03/06/17

finchè esistono i razzisti e gli imbecilli io continuero a raccontare \ riportare storie come questa Zaia insultato su Facebook per foto con calciatore di colore

leggi anche  su taled  argomento
http://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2017/06/pensieri-sparsi.html



Mio amato\Con la pace ho depositato i fiori dell’amore\davanti a teCon la pace\con la pace ho cancellato i mari di sangue\per teLascia la rabbia\Lascia il dolore\Lascia le armi\Lascia le armi e vieni\Vieni e viviamo o mio amato\e la nostra coperta sarà la paceVoglio che canti o mio caro " occhio mio " [luce dei miei occhi]E il tuo canto sarà per la pace\fai sentire al mondo,\o cuore mio e di' (a questo mondo) \Lascia la rabbia\Lascia il dolore\Lascia le armi\Lascia le armi e vieni\a vivere con la pace.   
Poesia araba citata in Luglio, agosto, settembre (nero) degli Area


lo so che : non ne vale la pena perdere tempo e con gli imbecilli , e replicherei Isaac Donkor, 23 anni originario del Ghana arrivato in Italia nel 2003 ( ed è ormai cittadino italiano a tutti gli effetti) e la sua intera famiglia vive da tempo nel trevigiano ed è impiegata in un mobilificio e in un allevamento della zona non , giustamente . si stupisce piùDegli insulti ricevuti su Facebook e risposnde : << ci sono abituato e non ci faccio più caso. Se non rispondo è perchè non vale la pena sprecare energie per certa gente. Non rovineranno il mio ritorno a casa per le vacanze, perchè è da qui che vengo >> , passo oltre .  Ma   preferisco  fare  come  ho detto nel  titolo di questo post  , 
Infatti  
                       da   sempre  da  la  repubblica online  

VENEZIA - Non è stata apprezzata la foto che Luca Zaia, presidente del Veneto, ha postato sul suo profilo: nello scatto è in posa accanto a Isaac Donkor, giocatore di colore dell'Inter in prestito al Cesena. E questo, all'elettorato di destra più radicale e xenofobo, proprio non è andato giù. Così sotto la foto sono comparsi centinaia di insulti, rivolti sia al calciatore sia al governatore."Ma 'sto qua è appena arrivato con il barcone dall'Africa, altro che Inter", scrive un utente. "Pare un profugo, perdi punti", scrive un altro. E ancora: "Pur di vincere arriverà il giorno in cui andrete a elemosinare voti a loro".
Commento, quest'ultimo, cui Zaia ha risposto: "Caro, il Veneto, che amministro, ha 517mila immigrati regolari, gente perbene. Siamo la terza regione in Italia per numero di immigrati. Chi viene qui con un progetto di vita e sposa i nostri valori è benvenuto. Per gli altri tolleranza zero. Spero di essere stato chiaro".
 




Infine, interpellato da Ansa, il governatore ha detto: "Lo rifarei mille volte. Forse - ipotizza - le critiche dipendono dal fatto che nella foto con me non aveva la maglia dell'Inter? Se l'avesse avuta non avrebbero aperto bocca".
Il presidente del Veneto critica quello che definisce "il mondo dei leoni da tastiera", che sfoga rabbia e frustrazioni sui social. "Gli utenti si dividono in tre categorie - rileva - la prima è quella dei distratti che commentano a prescindere, vedendo un uomo di colore; la seconda è di quelli che fanno la morale al leghista puntando sulla dietrologia; la terza, più disgustosa, è quella dei razzisti".  (...)
Alla domanda se voterebbe Zaia, dopo averlo incontrato in un comizio elettorale, risponde senza esitare: "Subito, per com'è come persona. Ho parlato con lui e mi è piaciuto molto. Nei miei confronti, poi, è stato eccezionale"(.,.)  



 Pur  essendo lontano anni lucen  dal pensiwero     di Zaia   stavolta  gli do  ragione  : << I social network sono un festival dell'incoerenza - conclude il presidente del Veneto - la gente che scrive queste cose è la stessa che non sa usare l'italiano. Questa gente è come le api impollinatrici: oggi è toccato a Isaac, ieri a Bebe Vio e prima ancora al dj Fabo.>>





28/05/17

Non sempre , parlare in dialetto significa arretratezza , come affermano i puristi ( fra cui anche i miie genitori 😌😨)


come dicevo dal titolo  questa  storia riportata  da  http://invececoncita.blogautore.repubblica.it/articoli/2017/05/27/ci-stanno-certe-fuosse/ lo  dimostra  

Fra Montaguto, paese irpino di 400 abitanti, e Toronto è nato il primo, almeno che io sappia, telegiornale bilingue che fa (quasi del tutto) a meno della lingua italiana: gli anchormen parlano dialetto irpino e inglese. Può sembrarvi una bizzarrìa, ma nel grande capitolo del “chi va, chi torna, chi resta” il canale on line www.montaguto.com si propone il nobile compito di tenere in contatto la comunità montagutese emigrata molti decenni fa negli Stati Uniti e in Canada e i quattrocento rimasti, e nel frattempo nati o tornati.L’inglese, lingua madre degli irpini di seconda o terza generazione nati in America del Nord, traduce i messaggi in dialetto, e viceversa. Bisnonni e pronipoti comunicano sul web. La vecchia Adelina manda tanti cari saluti da oltreoceano ai paesani, i paesani raccontano agli emigrati i fatti di casa. “Vogliamo mettere, anzi rimettere in contatto gli irpini a distanza”, mi dice Michele Pilla, direttore del giornale on line.Scrive. “In questo piccolo borgo in provincia di Avellino abbiamo sentito il bisogno di raccogliere le testimonianze dei nostri vecchi, di far parlare il paese con chi se ne è andato tanti anni fa, con chi è cresciuto senza mai tornare. Le loro radici e le nostre si intrecciano anche se un oceano le separa”. “’Cerase cerase… ognuno a la casa’”, va  in onda sulla nostra pagina web: insieme a me ci lavorano Francesco Mascolo e l’anchorman Domenico Del Core, da Toronto. Del Core legge le notizie in inglese per tutti i montagutesi che vivono all’estero e non capiscono il dialetto. Così poco a poco lo ritrovano, tornano ad impararlo. Quasi tutti lo hanno sentito in casa dai nonni emigrati, poi lo hanno perduto. D’altra parte anche a chi vive a Montaguto è utile imparare meglio l’inglese, o impararlo daccapo, per comunicare coi congiunti lontani. Videomessaggi, saluti, notizie domestiche e un tg”.Le rubriche s’intitolano “Lu paès”, “Lu tiemp”, “Andò stim”. C’è una fondamentale sezione necrologi. In “Montagutesi abroad” si apprendono notizie di paesani a Boston e si recuperano ritagli di giornale che celebrano la vita e le opere di chi è partito e ha fatto anche solo relativa fortuna. Dal paese partono informazioni sullo stato delle strade (“ci stann certe fuosse che ponno scassà le ruote”), la situazione dei funghi e dei cinghiali. Il pezzo forte è il tg, vale la pena andarlo a cercare su Youtube. Non ha frequenza regolarissima, l’ultimo è di aprile di quest’anno, ma il sito e Facebook sono aggiornati. “In inglese e dialetto diamo notizie di attualità, rubriche di approfondimento, videoselfie, vecchie foto del paese, passeggiate tra i vicoli di Montaguto e la voce dei tanti montagutesi sparsi per il mondo con saluti audio e video”.Un vecchio saluta col detto “Omme se nasce, brigante se more”, sempre attuale. Alla fine resta la strana sensazione di un mondo sospeso fra un tempo remoto e un presente lontano, ma l’Italia dei paesi è tutta così. Ovunque ci sono Montaguto abitate da chi è rimasto, coi pronipoti che tornano a riaprire le case di campo dei nonni e farne, se possono, un resort. Ovunque, dall’Irpinia al Veneto, le comunità divise dall’emigrazione del secolo scorso (e di questo) si rimpiangono, si cercano, si tramandano raccomandazioni. E’ anche un modo per capire meglio, a partire dalle nostre, le migrazioni degli altri.
Infatti a volte  ritornao  

Storie di emigrazione: dagli Usa a Belluno in cerca delle radici


Il viaggio di Christine Cannella, signora americana di origini pontalpine, è partito da un cucchiaino






L'emozione di Christine: dagli Usa a Belluno per trovare le sue radici
Christine Cannella ha realizzato il suo sogno: vedere i luoghi da cui la sua famiglia è partita alla ricerca del "sogno americano". Una storia che affonda le sue radici nel secolo scorso e che oggi, a quasi cent'anni di distanza, è ancora capace di emozionare. Eccola mentre si racconta durante la sua visita al MiM Belluno LEGGI L'ARTICOLO

BELLUNO. Si dice che in ogni racconto, insieme agli altri componenti che ne costituiscono l’ossatura, ci sia sempre un "oggetto magico", ossia quell’elemento che permette al protagonista di tirare le fila e raggiungere l’obiettivo che si è prefissato. Quella di cui parleremo, anziché un racconto o una fiaba, è una storia vera, ma vede comunque la presenza di un oggetto magico, in questo caso un cucchiaino d’argento con impresse decorazioni floreali e la sigla “MB”. Ma per capire bene il ruolo che ha rivestito questo manufatto bisogna partire dall’inizio, raccontando la storia di Christine Cannella Carrara, che da sempre vive negli Stati Uniti, ma le cui origini sono bellunesi, precisamente pontalpine.






Sin da quando era bambina Christine ha nutrito un desiderio: riscoprire le proprie radici. Un sogno che ha realizzato in questi giorni, riuscendo ad arrivare per la prima volta, insieme al marito Marty Carrara, in provincia di Belluno.Martedì, accompagnata dalla guida turistica Paola Bortot, è stata prima all'Archivio storico di Belluno e poi in parrocchia a Cadola. Nel pomeriggio ha visitato il Mim, Museo interattivo delle migrazioni dell'Abm. E lì l’abbiamo intervistata. «Mia nonna, Virginia Bridda, nacque il 29 settembre 1900 a Roncan. Suo papà si chiamava Giovanni», racconta Christine, che non parla italiano, in quanto, come spiega, era considerata dai suoi avi la "lingua degli adulti".



«Mio nonno, Antonio Viel, era nato invece il 9 dicembre 1891 a Quantin, da Luigi e Maria Luigia Viel». Antonio emigrò in Florida il 28 maggio del 1909, a 17 anni. Poi si spostò a Cresson, in Pennsylvania, dove andò a lavorare in una miniera di carbone. «Mia nonna inizialmente rimase a Ponte nelle Alpi», dice ancora Christine. «Dalle ricerche fatte in parrocchia a Cadola ho trovato il certificato di battesimo di mio nonno e quello di matrimonio con Virginia: si sposarono il 14 febbraio del 1920, proprio a Cadola. Il 28 dicembre dello stesso anno nasceva il loro primo figlio, Luigi Giovanni».Nel 1930 Antonio si spostò a Edison, in New Jersey, dove iniziò a lavorare per la Johnson & Johnson e stabilì lì la sua famiglia. «Antonio e Virginia misero poi in piedi un locale, "Viel's Tavern"», continua Christine. «Dopo la morte del nonno, mia nonna, che ho sempre chiamato "Nonni", continuò l'attività. Con lei anche mio padre e mia madre, Carmen Charles Cannella e Maria Eliza Viel, e mia zia Florence Emma. Personalmente ero molto attaccata a nonna Virginia e il mio compito da bambina era preparare i tavoli. Un giorno ho trovato un cucchiaino d’argento. Per me era bellissimo e ho chiesto alla nonna di chi fosse: mi rispose che apparteneva a sua madre. Anni dopo scoprii che le iniziali "MB" erano quelle della mia bisnonna, Maria Antonia Bortot. Quel cucchiaino per me fu come un mistero, una favola, la "scarpina di Cenerentola". Ed è proprio in quel momento che è iniziato il mio sogno di scoprire le origini della mia famiglia».



Un desiderio che è cresciuto nel tempo e che si è concretizzato due anni fa quando, tramite i social network, Christine ha contattato Nick Simcock, volto noto a Belluno, chiedendogli aiuto: «Gli ho scritto dicendogli che mi ponevo l'obiettivo di realizzare il mio sogno per il mio sessantesimo compleanno». Compleanno che "cade" proprio quest'anno e Christine e si è fatta questo grande regalo: arrivare a Belluno. «L’emozione che sto provando è indescrivibile», mette in risalto. «Per me è un miracolo che si realizza». Ieri pomeriggio il suo viaggio ha visto come tappa Quantin, con la visita al cimitero, dove è ancora sepolto il bisnonno Luigi. «Tra l’altro, quello che fino a poco tempo fa era l’orologio del campanile di Quantin era stato donato da mia nonna alla morte del marito», ricorda Christine. «Allora aveva commissionato alla una ditta di Cadola di realizzare e installare quest’orologio». Ieri Christine e il marito Marty hanno incontrato il parroco, don Giorgio Aresi, che per l’occasione ha anche celebrato una messa, seguita da un rinfresco alla vecchia latteria del paese.



 paese.

20/05/17

Caterina e Massimo, le fedi sull'altare le porta il cane Raf Lei è non vedente, il labrador è il suo amico inseparabile: matrimonio originalissimo a Padova

Ecco una  storia in cui   nn mi da fastido  un cane in chiesa  e  in cui l'animale   non usato per pavonegiarsi o come  giocattolo   che lo puoi portare  ovunque  

Caterina e Massimo, le fedi sull'altare le porta il cane Raf
Lei è non vedente, il labrador è il suo amico inseparabile: matrimonio originalissimo a Padova, nella basilica di Santa Giustina  di Silvia Quaranta

PADOVA. Un sì molto particolare, quello fra Caterina e Massimo, che questa mattina si sono giurati amore eterno nella chiesa di Santa Giustina, sulle splendide note dell'Ave Maria di Schubert. Le due fedi nuziali sono state portate all'altare dal loro cane Raf, un labrador addestrato come cane guida: Caterina, infatti, è non vedente, e nel suo giorno più bello ha voluto riservare al suo migliore amico un ruolo molto speciale.
Raf, però, era emozionato quanto i due sposini, e nella strada fino all'altare si è fatto un po' prendere dai saluti con tutti i familiari.
Il cane Raf porta le fedi agli sposiUn sì molto particolare, quello fra Caterina e Massimo, che si sono giurati amore eterno nella chiesa di Santa Giustina, sulle splendide note dell'Ave Maria di Schubert. Le due fedi nuziali sono state portate all'altare dal loro cane Raf, un labrador addestrato come cane guida: Caterina, infatti, è non vedente, e nel suo giorno più bello ha voluto riservare al suo migliore amico un ruolo molto speciale. Raf, però, era emozionato quanto i due sposini, e nella strada fino all'altare si è fatto un po' prendere dai saluti con tutti i familiari.

25/04/17

Strage copti in Egitto, vedova perdona gli assassini, la reazione del giornalista musulmano

La    forza  del perdono 

L’Isis continua a colpire in Egitto la minoranza cristiana, come nella strage della Domenica delle Palme. La Tv accoglie il dolore delle famiglie delle vittime. Il messaggio è di perdono e speranza e spiazza anche il più noto giornalista musulmano. Servizio di Clara Iatosti

22/04/17

Un 25 aprile per i bambini

stavolta voglio  iniziare  nel riportare  una storia     dalla fine    . con il commento di  
Non ho vissuto gli anni terribili della guerra e spero di non dover viverli mai e così per tutto il mondo,però ho visto l'effetto che ha avuto sui miei genitori,nonni,zii per farmi capire che bisogna sempre lottare e spiegare come si sono svolti i fatti e le premesse che hanno portato a questo disastro e rovina e quanto sangue si è dovuto versare per porre il rimedio perché tutto questo non si ripeta mai più,ma come si può vedere nell'essere umano(?) predomina sempre quell'ignoranza-irrazionalità e nei potenti quella sete di potere e del business che ci riporta inevitabilmente alla condizione disumanizzante determinata da guerre,profonde ingiustizie sociali,sfruttamento che da millenni dominano il pianeta;buon 25 aprile perché non sia la solita festa privata del suo vero significato,ma che possiamo riconoscerci perché sia sempre

a  questo fatto





Un 25 aprile per i bambini


La mia amica Simona Zinanni, che insegna alle elementari di Cuvio (Varese), mi ha raccontato che qualche giorno fa dei bambini hanno chiesto perché il 25 aprile è festa e si sta a casa. Simona, allora, ha preso l'iniziativa e ha chiesto di poter mettere insieme le due quinte della scuola. "La seconda guerra mondiale", mi ha spiegato, "non rientra nel programma delle elementari, così ho dovuto fare una breve premessa per inquadrare il periodo". Poi ha proiettato sullo schermo il girotondo dei bambini di Sant'Anna di Stazzema (nella foto in alto) e ha letto la storia di uno di quei bambini, la storia di Enio Mancini (nella foto), sopravvissuto alla strage del 12 agosto 1944 grazie a un giovanissimo soldato tedesco dagli occhi azzurri che non uccise, sparò in aria e fece scappare le donne e i bambini che gli erano stati affidati. "L'ho scelta", mi ha spiegato la mia amica, "perché mi sembrava particolarmente adatta ai bambini perché non si limita a raccontare la tragedia ma lascia anche un segno positivo sulla speranza di trovare umanità e pietà anche nei nostri nemici".
L'effetto è stato immediato. "Dopo poche righe la classe era come ipnotizzata. Alla fine della lettura è partito un applauso commosso. Credo che questi alunni abbiano capito perché il 25 aprile è una festa e non lo dimenticheranno tanto facilmente!".
Ecco. Facciamo tutti così, facciamo come Simona. Scegliamo una storia, un evento particolare, una persona, un gesto... E raccontiamolo. Ai bambini che abbiamo intorno, ai giovani, a chiunque pensiamo possa essere utile.
Utile a dare sempre più sostanza a una festa che rischia di perderla e che sta anche diventando una triste occasione in cui si si divide e ci si conta. Utile a creare una memoria della nostra comunità che sia forte e condivisa. Utile a guardare in avanti sapendo bene il sangue e il dolore che sono serviti per arrivare fin qui.


05/04/17

Luigi, 24 anni e pastore per vocazione: "Per il mio gregge ho rinunciato all'università"



Siamo a Carpino, in Puglia, sul Gargano. Luigi ha 24 anni e quando ne aveva 18 ha fatto una scelta radicale: fare il pastore come suo padre e suo nonno. "Dopo il diploma i miei genitori avrebbero voluto che mi iscrivessi alla facoltà di Veterinaria, ma sentivo che se avessi lasciato le nostre greggi sarebbe tutto scomparso nell'arco di pochi anni". Una scelta guidata anche da una visione innovativa della pastorizia, volta al biologico. Luigi aspetta che l'erba dei pascoli cresca in maniera spontanea, evitando l'uso di fertilizzanti, e per i suoi capi sceglie soltanto medicinali che non lascino residui nel latte o nelle carni. "Fare questo tipo di scelte - conclude - comporta più sacrifici e spese maggiori, ma io ho deciso di fare questo lavoro perché ho rispetto per la natura, per gli animali e soprattutto per gli uomini che mangiano i formaggi che produco"(di Lorenzo Scaraggi)

19/03/17

Laura Boldrini 'cicerone' a Montecitorio per la brillante neolaureata sardo-marocchina a cui era stato impedito l'accesso


l'antefatto
http://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2017/03/studentessa-modello-premiata.html




Laura Boldrini "cicerone" a Montecitorio per la brillante neolaureata sardo-marocchina
Roma. La presidente della Camera ha voluto far visitare il Parlamento a Ihlam Mounssif dopo aver saputo che la 22enne premiata dalla fondazione Italia-Usa attraverso i capigruppo alla Camera non è stata ammessa ad assistere ai lavori dell'Aula perché aveva il passaporto extracomunitario










speriamo che non sia le solite scuse tanto per fare e non si riduca a chiacchierare e distintivo come sanno fare i nostri politicanti

13/03/17

Carlo Baldessari,Trent’anni come odontotecnico, poi la svolta. La scultura “artigiana” con i materiali poveri. Un mestiere che l'ha portato da Campogalliano al mondo

 
il padre  www.carlobaldessari.com
 la  figlia  www.carlobaldessari.com/matilde/


  dalla http://gazzettadimodena.gelocal.it/tempo-libero/  del 9\3\2017 
 questa bellissima storia   di un artista  (  trovate  sopra  il  suo sito ufficiale    e anche   altre news  sulla   figlia artista  anche lei  )   capace    come potete  notare    da questo  video preso dal suo canale  di youtube  


  di ridare  vita   ale  cose  che noi buttiamo o scartiamo 


Carlo Baldessari, riciclando i vetri. Un’arte che piace senza più confini
Trent’anni come odontotecnico, poi la svolta. La scultura “artigiana” con i materiali poveri. Un mestiere che l'ha portato da Campogalliano al mondo


Risultati immagini per carlo baldessari
da http://www.carlobaldessari.com/

MODENA.Oltre 110 le occasioni in cui Carlo Baldessari ha potuto far ammirare le sue opere. L'ultima, dal 26 febbraio al 2 marzo, al Guldfood, al Dubai World Trade Center, dove l'acetaia Leonardi di Modena ha presentato il suo aceto custodito in scatole di vetro dell'artista. Nel 2016 Carlo ha illuminato, su invito dell'ambasciatore Stellino Liborio, la serata di gala della Festa della Repubblica Italiana al St. Regis Hotel di Abu Dhabi. Tra gli altri eventi: ExpoMilano 2015 per il progetto Consorzio Aceto Balsamico di Modena; presentazione a Parma, in aprile 2016, in anteprima mondiale, di Levante, suv della Maserati; presentazione di Microsoft Italia a Venezia, nel 2011. Le sue lampade hanno illumitato l'allestimento della fiction “Che Dio ci aiuti”. Carlo ha realizzato in cristallo il casco di Gilles Villeneuve per la mostra “Un uomo nella leggenda”. Sue le sculture da assegnare ai vincitori dell'“Award 2010 Enogastronomia Italia a Tavola”.   Tra le mostre ricordiamo quella alla Basilica dei Frari a Venezia, tra le opere di Tiziano, Canova e Bellini (2012); al Salon alta relojeria a Città del Messico (2013) e al Museo diocesano di Salerno (2016). Sta per essere pubblicato il libro “L'arte in cucina - gli artisti incontrano gli chef” (Mondadori) dove, tra i 60 partecipanti, Baldessari e Isabella Zambon del ristorante “Oliva nera” di Venezia presentano una nuova creazione: un piatto lagato ad un'opera d'arte, dal titolo “Laguna veneziana”. In programma un progetto con Oliver Krug, patron dello champagne Reims, e quello per l'azienda Tec Eurolab di Campogalliano, specializzata in analisi di materiali. (m.f.)
 L’“illuminazione” di poter creare opere d'arte avvenne, quasi all'improvviso, una decina d’anni fa. E la conferma che le sue sculture in vetro potessero essere di gradimento a molti si registrò sette anni fa, durante la mostra alla Galleria Europa del Palazzo municipale, in piazza Grande.
Un successo sempre più crescente anche all’estero, tanto che ora Carlo Baldessari è una vera “star” dell'arte negli Emirati Arabi, dove emiri e sceicchi si contendono le sue opere. È qui che il modenese soggiorna, dal 2015, per lunghi periodi. Ma le opere nascono nella bottega di viale Gramsci a Campogalliano, dove Baldessari struttura materiali di rifiuto (vetri e cristalli) in splendide creazioni.
Un inno agli elementi poveri, riscattati dalla loro inutilità, per avverare la conciliazione dell'arte con le cose banali della vita. «Vado nelle vetrerie industriali e nelle fornaci del territorio per recuperare pezzi di cristalli che - rivela l'artista - vengono lavorati e riutilizzati per assumere il carattere di scultura».

Ci può spiegare meglio la sua tecnica?
«In primo luogo cerco di smussare i frammenti di vetro per togliere gli angoli taglienti. Li incollo con prodotto speciale, impiegando una lampada Uva per permettere un'adesione definitiva dei vari pezzi. Alcune volte intervengo in modo quasi estemporaneo, con una libertà vigilata sui materiali. Altre volte, quando l'opera è di grandi dimensioni, creo un bozzetto prima di procedere alla realizzazione in vetro. Vetri di rifiuti di industrie, vetrate di finestre e porte, scarti di lavorazioni anche artistiche delle botteghe di Murano, pezzi di vetri di auto in demolizione, di mosaici con foglia oro. Negli ultimi tempi impiego anche altri materiali, come acciaio arrugginito di guardrail da inglobare nel vetro, marmi per basamenti...».
Quale idea sostiene l'immagine?
«Mi piace conferire nuova vita ai materiali in disuso, ispirandomi a forme della natura. Ma l'immagine è anche di pura immaginazione. Vive di emozionalità anche attraverso la fonte luminosa interna che esalta gli elementi che la compongono».
Si considera artista o artigiano?
«Penso che i due aspetti non possono essere scissi. Certamente non sono un accademico, anche perché non ho studiato presso una scuola d'arte. Sono artigiano perché lavoro con le mani e si fa fatica. E in questo operare mi sono state di grande aiuto le abilità e la meticolosità acquisite in 30 anni di attività di odontotecnico a Modena. Ma mi sento artista perché l'opera è frutto del mio estro, della mia fantasia, dei miei sentimenti, delle mie riflessioni e si configura come autentica scultura. Ogni scultura è accompagnata da una poesia che riflette il significato della creazione artistica, con rimandi ad aspetti della vita e della cultura del collezionista cui essa è destinata».
Le piace dare dei titoli alle opere?
«“Ventaglio” è il titolo che ricorre più volte, perché capace di accogliere le forme, in senso astratto, del mare, delle onde, del fuoco e di altri elementi della vita. La figurazione sconfina spesso nell'astrazione, anche se il riferimento è spesso reale, concreto (palazzo, città...)».
Quando si è accorto di poter procedere sulla strada dell'arte?
«Con l'esposizione personale, nel 2010, alla Galleria Europa. Straordinario l'apprezzamento dei visitatori. Il nuovo lavoro mi ha cambiato completamente la vita».
Chi sono i suoi clienti?
«Gente comune che acquista durante le mie mostre o sul sito internet. Inoltre collaboro con la Pagani Automobili: per i clienti di Horacio Pagani creo sculture personalizzate, in cui inserisco pezzi in alluminio delle vetture. Tra i miei ammiratori anche Gina Lollobrigida, Clarissa Burt e Carolina Costner che hanno ricevuto, due anni fa, una mia opera in occasione, a Formigine, della festa di “Profilo Donna” per cui ho realizzato il premio da assegnare alle dieci prescelte».
Si dice che lei abbia molta fortuna all'estero...
«È vero. In Austria, Germania, Francia, Messico, Stati Uniti. Ma, in particolare, da tre anni, negli Emirati Arabi, con residenza, per sei mesi l'anno a Dubai e Abu Dhabi. Ci sono arrivato quasi timidamente. Una mia amica milanese, Greta Canevese, titolare dell'azienda di poltrone e divani “Antidiva” ha proposto, nel 2014, le mie opere a Dubai, mettendomi anche in contatto con gli acquirenti. Nel 2016 ho fatto una mostra ad Abu Dhabi e ho conosciuto persone importanti, come lo sceicco Al Nahyan, membro della famiglia reale e ministro della cultura e sviluppo, che si è innamorato del mio lavoro e mi ha voluto per il mese del Ramadam a Palazzo. Da qui nuovi rapporti di cordialità e stima con emiri e sceicchi, il califfo Bin Butti, che mi chiedono sculture per residence, hotel, società finanziarie e industriali».
Si trova bene negli Emirati?
«È una cultura che mi affascina. Da un anno e mezzo sono impegnato in tanti lavori. Sono orgoglioso di essere italiano: immensa è la stima di cui gode all'estero il “Made in Italy”».
E i suoi progetti?
«È probabile che apra un mio laboratorio a Abu Dhabi, dove poter tenere anche dei corsi. L'idea piace molto alla autorità del luogo

12/03/17

“Così ammazzo le bufale del web” di © faccedivita.it

facce-di-vita2 su     gentile   concessione      del proprietario   http://www.faccedivita.it   riporto la storia  d'ohggi .Per   chi fosse interessato le   storie delle persone    citate  nel sito     sono raccontate anche in un libro. Esso   puo' essere  acquistato   sul sito YouCanPrint o Amazon, lo si può ordinare e ricevere allo stesso prezzo in qualsiasi libreria Mondadori o compresa nella mappa di Youcanprint. Vi arriverà in pochi giorni.Lo si può acquistare   anche   con bonifico di 10 euro al codice iban IT65Q0760105138282904282908 (beneficiario Ermanno Amedei), inviando dati per la spedizione all’indirizzo di posta elettronica faccedivita@libero.it.A Cassino lo si trova all’edicola di Vittorio, sotto ai portici in corso della Repubblica.A Velletri lo trovi all’edicola Marzorelli in Viale Oberdan
la storia tratta dal sito più precisamente qui riguarda la  vicenda  di Angelo Ruggieri, 42 anni di Lanciano (Ch) – Metereologo di professione, ammazza bufale per passione
 Angelo Ruggieri, 42 anni di Lanciano, paga con insulti, minacce, graffi alla macchina e denunce, la sua voglia di sconfessare chi sostiene teorie da lui stesso definite strampalate al solo scopo di ricavarne benefici economici. Sono i “bufalari”, coloro che inventano o abbracciano teorie che non si basano su alcun supporto scientifico e che servono solo ad ingenerare timori ed attenzioni nella gente creandosi così veri e propri supporter anche economici.Vuoi per la sua professione, vuoi perché è quella più in voga, l’attenzione di Angelo Ruggieri 
Risultati immagini per angelo ruggierisi 
è concentrata da qualche anno sulla teoria delle scie chimiche. “Si sostiene – dichiara – che con aerei di linea e militari, in tutta segretezza, vengono rilasciati nell’atmosfera composti chimici, in larga parte metalli pesanti nocivi alla salute,  per controllare il clima. Secondo loro i metereologi che si occupano di clima e previsione del tempo, a seconda di come si svegliano la mattina decidono di far piovere o provocare cicloni, tornado o periodi siccitosi come e quando se ne ha voglia. I ‘guru’ di questa teoria citano persone o scienziati radiati dagli albi e allontanati dalle comunità scientifiche, che si inventano altre professioni per campare e incoraggiano bufale come questa. Ma sono pochissimi, alcuni anche fuori di testa ai quali il mondo scientifico neanche da più retta perché basano le loro dicerie solamente su filmati di YouTube o fotografie di dubbia fattura”. Scie che procurerebbero una malattia, la Morgellons, secondo alcuni. “Ma non secondo la comunità scientifica- precisa Ruggieri – che sostiene invece  che la Morgellons è malattia psicosomatica e che non ha nulla a vedere con i presunti veleni che presumibilmente vengono rilasciati nell’atmosfera”. Tentativi per controllare il clima esistono, è una scienza precisa e tutt’altro che nascosta. “Si chiama geoingegneria ambientale, ma non è al servizio della Nato come sostengono i bufalari. Ci sono posti in cui manca acqua ed è lì che viene applicata la cosiddetta inseminazione igroscopica delle nuvole; è chimica e si interviene in questi casi facendo precipitare al suolo l’umidità dell’aria sottoforma di pioggia”. La sua passione, è quella di contrastare queste teorie che non hanno fondamento concreto. “Lo faccio nel mio piccolo dimostrando la verità e portandola all’attenzione della gente con articoli giornalistici che scrivo e pubblico sui vari siti nazionali sempre in risposta a qualcosa che hanno scritto i “bufalari”. Porto nella discussione pareri di personaggi importanti. Da quattro anni sono ammazza bufale principalmente contro le scie chimiche ma anche le guarigioni miracolosi di alcuni farmaci per il cancro ad esempio la cura dell’aloe che secondo alcuni curerebbe il tumore in maniere definitiva”.Perche inventare una bufala o sostenerla?“Se si fa un giro sui siti internet dei soliti signori – spiega il metereologo ammazza bufale – ci si accorge che dietro c’è guadagno e lo si capisce dal fatto che sugli stessi siti, compaiono in bella evidenza i codici iban o i numeri di carte prepagate per fare donazioni. Quando devono monetizzare chiedono soldi con ogni mezzo dai social network sostenendo di affrontare spese legali dovute alla loro battaglia per fronteggiare gli attacchi della magistratura o di chi vuole impedire che certe teorie vengano rese pubbliche. Incassano così le donazioni fatte dalla gente che arriva a considerarli dei martiri perché loro si ergono a tali. A volte pubblicano anche libri che contengono ovviamente le loro frottole, facendo copia e incolla delle tante cretinate scritta su internet; altro che opere letterarie, e i polli li acquistano. Una sorta di autofinanziamento delle loro attività che non viene rendicontata”. Chi cerca di guastare il mercato diventa nemico. “Se contrasti le loro tesi cominciano le minacce e gli insulti. Io sono aperto al confronto, ma non tollero l’insulto specialmente quando non si hanno altre argomentazioni per difendere la propria tesi”. Con alcuni, Ruggieri è arrivato anche alle carte bollate con denunce e rinvii a giudizio per diffamazione e calunnie. Ma non solo; quelle comparse sulla carrozzeria della sua macchina non sono certamente scie chimiche, ma assolutamente fisiche che lui attribuisce però al dibattito in corso. Così come gli attacchi sui social network. “Su facebook ho ricevuto auguri di lunghe e dolorose malattie. Qualche tempo fa, invece, come messaggio privato mi è arrivato un manifesto funebre”. In altri casi è addirittura considerato o tacciato per agente segreto del ministero degli interni. “Farei parte di una stretta cerchia di persone che lavorano per disinformare sotto il controllo del Ministero degli Interni e con il coordinamento delle procure. Questo pensiero è stato riassunto in un post pubblicato su facebook con il quale si disegna il legame del Ministero ‘noi disinformatori’ e alcune procure che fanno da tramite. Divertente”. Eppure una soluzione potrebbe non esserci. “Nessuno mai riuscirà a far cessare queste teorie stupide perché ci sono interessi ma anche perché purtroppo alla gente piace credere ed è affascinata dalle ipotesi di complotto o semplicemente perché teme malattie e morte. Facendo leva su queste paure è facile ottenere click e soldi”.

Er. Amedei © faccedivita.it 







05/03/17

Cominciò radendo i fascisti a 91 anni è ancora in bottega Arturo Busso barbiere da guinness: festeggia i tre quarti di secolo di professione

http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/ del  04 marzo 2017


Cominciò radendo i fascisti a 91 anni è ancora in bottega
Arturo Busso barbiere da guinness: festeggia i tre quarti di secolo di professione Premiato dal “suo” Comune, Agna, confessa: «Il mio lavoro mi dà ancora gioia»

di Nicola Stievano






AGNA. Era ancora un ragazzino quando fece barba e capelli a gerarchi fascisti, soldati tedeschi e partigiani. Settantacinque anni dopo è ancora al suo posto, nella bottega di famiglia, davanti allo specchio, con forbici e pettine in mano. A 91 anni Arturo Busso è il barbiere dei record, una vera istituzione nella zona. Lavora da quando aveva 15 anni e non ha mai pensato di smettere: «Sono fortunato», ammette, «di salute sto bene, ho la mano ferma e mi piace stare in mezzo alla gente. E poi a casa non saprei che fare». Così trascorre le giornate nella bottega che ha aperto quando aveva vent'anni, attività poi proseguita dal figlio Michele, al suo fianco da ormai 35 anni. «È grazie a lui se sono ancora qua», conferma Arturo, «altrimenti avrei dovuto smettere. Invece lui ha scelto di proseguire con l'attività e io gli dò una mano». Ogni giorno il barbiere è al suo posto, pronto a servire i clienti vecchi e nuovi. La sua dedizione al lavoro e il suo record incontestabile gli sono valsi una festa a sorpresa giovedì sera in municipio, con la consegna di una targa dal parte del sindaco e del consiglio comunale. «Non me lo aspettavo proprio», continua Arturo, «e ringrazio tutti per il pensiero, a partire dall'amico Carlo Vedovetto. Ho sempre lavorato volentieri e non mi sento stanco. Ovviamente faccio quello che posso, intanto trascorro le giornate in mezzo alla gioventù».
La sua memoria va a quando, a 15 anni, venne assunto dal falegname del paese per fare il barbiere. «La bottega era condotta dal nipote del proprietario, il signor Varagnolo», ricorda, «che però era stato chiamato sotto le armi. Dalla guerra purtroppo non è più tornato. Fra i miei clienti in quegli anni c'erano i fascisti e i soldati tedeschi al comando insediato nella canonica. Poi arrivarono i partigiani e mi occupai anche di loro. Ricordi della guerra non he ho altri, ho preferito dimenticare quegli anni». Al termine del conflitto Arturo decise di mettersi in proprio e aprì bottega in piazza, dove rimase fino all'inizio degli anni Settanta, quando «un camion con tanto di rimorchio uscì di strada e mi sfondò il negozio. Nell'incidente morì anche una donna. Per un po' mi trasferii altrove, poi passai nella bottega attuale, in via Roma, sempre in centro. Ho scelto io, ancora da giovane, di restare ad Agna. Avrei potuto andare a Milano nel salone aperto da un mio amico ma ho preferito stare qua, tra la mia gente. Mi è sempre piaciuto questo lavoro, peccato che i giovani non lo vogliano più fare, ci vuole tanta umiltà, nessuno invece vuole più iniziare facendo il garzone di bottega. E poi ci sono gli orari, il lavoro al sabato, ma una volta era anche peggio. Per non perdere i clienti tenevo aperto anche ben oltre l'ora di cena».
In questi tre quarti di secolo Busso ha visto cambiare non solo la professione ma anche il suo paese e la società: «Non è vero che si viveva meglio in passato», conclude, «dopo la guerra c'erano la miseria e la fame, la gente si spaccava la schiena nei campi e non aveva nemmeno di che vestire». Al barbiere va il plauso del sindaco Gianluca Piva a nome di tutto il paese: «I suoi 75 anni di professione siano di esempio e stimolo per tutte le future generazioni e per i nostri giovani. Le persone come Arturo sono un orgoglio per tutti noi».





17/02/17

Auguri Michael Jordan, la leggenda del basket compie 54 anni

in sottofondo  dal cd  Achtung Baby - One-U2


dopo  i cinquant'anni  di Roberto Baggio , su cui non mi  dileguo   ne  ho parlato   qui un altra leggenda  dello sport   , del basket   per la precisione  , compie   54  anni  



Michael Jordan, una tra le più grandi icone dello sport mondiale, compie oggi 54 anni. "Air" Jordan in 20 anni di carriera rivoluzionerà il gioco della pallacanestro vincendo ben sei titoli con i suoi Chicago Bulls oltre ad ottenere diversi riconoscimenti personali (tra i tanti 6 MVP delle Finals e miglior media punti a partita della storia). La sua biografia sul sito della NBA dichiara: "Per acclamazione, Michael Jordan è il più grande giocatore di pallacanestro di tutti i tempi" (a cura di Damiano Mari)

13/02/17

CONTROCOPERTINA di © Daniela Tuscano

L'immagine può contenere: 2 persone, persone in piedi e spazio all'aperto Sì, va bene, inutile scandalizzarsi. Al  non avevano niente in comune. Tranne me.
Correva l'anno 1976 e un collega di mia madre, allora 27enne, decise di sbarazzarsi di alcuni vinili e li consegnò a lei, che aveva una figlia appena adolescente. La quale, forse, avrebbe apprezzato.
La figlia adolescente, manco a dirlo, ero io. Una cosa è sicura, di quei tre o quattro dischi rammento solo quello di Al
E mi sa che "Your song" l'ascoltai per la prima volta proprio da lui. Era seta calda, soavità sexy, come il titolo dell'album, "Glow", di cui ignoravo il significato ma che suonava così bene nella sillaba dolcemente sfumata. Poi gli altri titoli: "Rainbow in your eyes", "Fire and rain"... ricordavano atmosfere avvolgenti alla Tennessee Williams, ma senza morbosità. Sul retro di copertina, Jarreau esibiva il sorriso ormonale in un campo di stoppie. Bello, felice e innamorato. Di Susan, cui dedicava il disco, e che nei brani veniva spesso evocata. Jarreau era l'eleganza. Una sensualità mistica, come piaceva a me. Non riuscivo proprio a capire come mai il collega di mia madre avesse voluto disfarsi d'un album così incantevole.
Di lì a pochissimo giunse Renato. Sempre il '76, sempre un retro di copertina. Bello anche lui, ma pallido come un cadavere su un fondo tutto nero. Anzi, buio.
Tra i due, il fulgore era Al. Quello cupo, Zero. Anima complicata, sghemba. Niente campi sterminati, bensì caligine metropolitana. L'Italia tossica di fine '70. E la dedica, inelegante, vergata a mano, 

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nervosa, pure con un errore ortografico. Al pubblico. Cioè a nessuno. O a tutti. Ecumenismo disgraziato.
Lì c'era la solitudine. Irrinunciabile anch'essa, come gl'incubi.
Il calor bianco di Al e il gorgo nero di Renato: per me, due complementi. Adesso, forse, avrei solo bisogno d'un po' di tepore.

.
                         © Daniela Tuscano

10/02/17

Norma Cossetto emblema della sofferenza femminile nell'Istria e Graziano Udovisi, italiano di Pola, l'ultimo superstite delle foibe istriane, scampato per miracolo alla morte nel 1945

Con questo post  e  i link  riportati  sotto   si conclude  per  quest'anno  il mio 10 febbraio o  giorno del ricordo

 Per lo stesso motivo espresso nei post  precedenti  sempre  dedicato  al giorno del ricordo   racconto la storia  di  Norma  Cossetto (   trovate  sopra  in cima    i link  da  cui  ho appreso  news ) e l'intervista del 2006 fatta    da  famiglia  Cristina   a Graziano Udovisi, italiano di Pola, l'ultimo superstite delle foibe istriane, scampato per miracolo alla morte nel 1945: «Fui bollato come collaborazionista e sono finito in galera per due anni. Non hanno guardato se avevo combattuto per salvare i miei connazionali e le nostre famiglie. Sono stato umiliato»
Lo so che qualcuno potrà dire : ma come racconti la storia di fascisti ? e contraddittorie specie la prima piena di ombre, proprio perché, in possesso di poca documentazione e solo sulla base d testimonianze di parte, la cui vicenda risente dell'influsso negativo dei pochi elementi disponibili ?
Per  quanto riguarda  la  prima   rispondo  con accenni alla sua storia  . 
 Certo  Il padre, Giuseppe Cossetto, era un dirigente locale del Partito Nazionale Fascista: ricoprì a lungo l'incarico di segretario politico del Fascio locale e di commissario governativo delle Casse Rurali. Inoltre fu anche podestà di Visinada. Nel 1943 era ufficiale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e in seguito ai fatti dell'8 settembre fu trasferito presso il Comando della Milizia di Trieste[1].(  dalla  voce  Norma  Cossetto   di   Wikipedia  )  .Ma  cosa  importa   non è detto che per forza un figlio ( figlia in questo caso ) debba essere delle stesse idee politiche \ culturali dei propri genitori . Inoltre l'ipotesi di Giacomo Scotti (che non cita alcuna fonte in merito), secondo la quale al primo arresto rifiutò di rinnegare la sua adesione al fascismo, non sarebbe confermata  .  E poi   anche  se    fosse  stata fascista  ( (   in  maniera  autonoma    cioè non influenzata   dai genitori o   perchè da  essi  influenzata  ))    visto  che  aveva aderito  ai  Gruppi Universitari Fascisti   cosa  cambia  ?  sempre  un abuso della sua persona     una  volta   catturata . Sia  che   fosse  fascista   o perchè come le donne uccise  durante  la  guerra  civile  Colpevoli spesso di essere mogli, madri, sorelle o figlie di persone ritenute condannabili dal regime, molte donne in quegli anni vennero catturate al posto dei loro congiunti, usate come ostaggi o per scontare vendette personali. (  da  http://www.enciclopediadelledonne.it)   è  stata  commessa  su  di lei  e  sul suo  corpo   una  serie  indicibile  di violenze  e  brutalità . Infatti  <<  La sua vicenda è lo spunto per riflettere sulla brutalità della guerra, che annulla la dignità di qualsiasi essere umano o comunità. Nessuno può considerarsi al riparo da violenza e terrore, quando il meccanismo dell'odio è in pieno funzionamento.>>  (  "  bugiardino  "  del libro 'Foibe rosse', di Frediano Sessi  Collana: Gli specchi della memoria Anno edizione: 2007  Pagine: 149 p. , ill. , Brossura EAN: 9788831791472   )



























Norma Cossetto, talvolta menzionata erroneamente come Norma Corsetto ( Visinada17 maggio 1920 – Antignana, 4 \ 5 ottobre 1943),
la  storia   di   Graziano Udovisi   mi porta a  rispondere  la  domanda  che    sicuramente  mi verrà   sicuramente  fatta    come mai hai scelto  il suo caso  ?
non esiste  un  motivo  specifico per  cui   ho scelto   tali casi . Forse  perchè  sui   massacri delle foibe  termine  con cui  s'indica  indicano  gli eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia,avvenuti durante la seconda guerra mondiale ad iniziare  dal 1942\3  1945   e nell'immediato secondo dopoguerra.
IL loro caso   sono quelli  che    credo  mi sono rimasti  più  impressi   per i  motivi  di cui  ho parlato  nelle  righe precedenti e  perchè furono le prime   notizie  che  senti su tali atrocità nei racconti   che mi facevano degli amici di mio nonno paterno   alcuni esuli  da quelle  zone   e  lessi   dai  suoi libri  fascisti  .
 Non riuscendo  a trovare  altre parole  su  tale evento  drammatico 😈😔😪  lascio  le  parole   all'articolo  che ho letto   (  e    riportato  integralmente    per  paura   essendo  dell'anno  scorso   scomparisse e magari  non fosse  più disponibile   nel mare   magnum  che  è internet  )   http://notizie.tiscali.it/


Spesso mi sorprendo al cospetto delle nuove generazioni che ignorano la Storia, che non l’amano come dovrebbe essere amata. Ho sempre dovuto reprimere un brivido di intimo rifiuto leggendo quel “la storia non è magistra di niente che ci riguardi” con cui Montale sembra ammonire che nell’esercizio della memoria ci si rifugia forse più per devozione che per la ricerca della verità
Norma Cossetto
da http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/norma-cossetto/
Ma si può chiedere ancora alla Storia di insegnarci qualcosa ? A volte credo,  come  La stessa  Laura  Venezia  ,  che i più giovani se ne discostino perché sembra che nel ricordare il passato non ci sia nulla che si avvicini alla quotidianità. Eppure, nelle mie solitarie scorribande attraverso la rete, alle ricerca  di storie   sula  giornata  del 10  febbraio  mi imbatto più volte nella figura di una donna, Norma Cossetto ,che prima di essere ricordata come un’eroina era soprattutto una ragazza, che poi sarebbe diventata l’emblema della sofferenza femminile nell'Istria e nella Venezia Giulia in quella manciata di anni che va dal 1943 al 1945.
Perché la Storia, e in modo particolare il ricordo del massacro delle foibe  e  dell'esodo  che  n'è  seguito   che cade ogni anno il 10 di Febbraio, insegna soprattutto questo: che a volte nella vita possono contare più alcuni giorni o mesi piuttosto che tanti anni. Così fu per la giovane Norma, studentessa universitaria istriana, della quale restano i ricordi dei coetanei, soprattutto la memoria della sorella Licia da  cui apprendiamo   che : Norma era una ragazza che amava lo sport e la filosofia (si laureò in lettere e divenne insegnante), parlava bene le lingue straniere, studiava pianoforte e canto. Nel 1943 comincia a raccogliere del materiale per la sua tesi di laurea sul territorio istriano così ricco di bauxite e intitolata appunto “La terra rossa”. La sua vita di ragazza normale termina nel Settembre dello stesso anno, quando un gruppo di partigiani titini irrompe in casa Cossetto; Norma viene arrestata e, opponendo un netto rifiuto alla possibilità di collaborare con il Movimento Popolare di Liberazione, viene seviziata, torturata e poi gettata nella foiba di Villa Surani.




Adesso la   storia  di Graziano Udovisi  raccontata  da



Alberto Laggia  Alberto Laggia alberto.laggia@stpauls.it



“Sopravvissuto e umiliato”: questo è il titolo con cui usciva nel febbraio del 2006   su  Famiglia Cristiana l’intervista all’unico sopravvissuto delle foibe istirane, Graziano Udovisi  (  morto  nel 2010 ) Milite nella Milizia Territoriale fascista specializzata nella lotta senza quartiere ai partigiani che aveva deciso di raccontare, dopo tanti anni, la sua terribile storia di “infoibato”, salvatosi per puro caso. Nel 2010 è morto all’età di 84 anni. Raccontò la sua storia nel libro-testimonianza “Sopravvissuto alle foibe”.
Lo sfogo è di chi per troppi anni ha dovuto tacere: ”Bisogna che si sappia come un italiano è stato trattato. Dopo tutto quello che ci è accaduto, nel 1945 il Tribunale di Trieste, che era sotto il Governo alleato, mi ha bollato come collaborazionista e sono finito in galera per due anni. Non hanno guardato se avevo combattuto per salvare i miei connazionali e le nostre famiglie. Sono stato umiliato”.
L'esperienza della prigione, dopo l'esodo nel '45, non l'aveva ancora raccontata a nessuno, Graziano Udovisi, ottantenne istriano di Pola, l'unico superstite italiano alla tragedia delle foibe ancora vivo. Stringendosi al pugno con orgoglio la statuetta dell"'Oscar Tv 2005" ricevuto al galà televisivo in cui si premiava Il cuore nel pozzo, fiction sulle foibe trasmessa dalla Rai all'inizio dello scorso anno, Udovisi, ex-maestro elementare che da molti anni vive a Reggio Emilia, racconta ancora una volta tra le lacrime la sua terribile esperienza di "infoibato".
Non è da molti anni che ha trovato il coraggio di far memoria pubblica della sua vicenda personale. D'altra parte non è da molto che è stata vinta la cosiddetta "congiura del silenzio" attorno alle stragi compiute dai partigiani titini nell'autunno del '43 in Istria e poi nel '45 soprattutto a Trieste e a Gorizia. È solo dal 2005 che in Italia si commemorano nel "Giorno del ricordo" (il 1O febbraio) i morti delle foibe e i profughi dell'esodo istriano, alcune migliaia i primi, quasi 300.000 i secondi.
L'8 settembre del '43, il diciottenne Udovisi, neodiplomato alle magistrali, figlio di un macellaio istriano e di una triestina, stava passeggiando per le strade di Pola quando apprese della firma dell'armistizio. La guerra era finita. “Per l'Italia era una benedizione, ma per noi una maledizione. Fin da subito le notizie dell'occupazione da parte dei partigiani slavi di alcune città istriane erano accompagnate da voci di atrocità perpetrate sui nostri connazionali, soldati e civili”, racconta Udovisi.
“Ma di foibe ancora non si parlava. Fu a metà di ottobre che le voci diventarono tragiche certezze. Partecipai alla prima ricognizione fatta a Vines, in una grossa fenditura rocciosa del terreno dove si sospettava fosse finito il padre di un ragazzo di Albona. Ne usciva un odore nauseabondo”. Quella di Vines era una delle centinaia di profonde cavità naturali di cui è traforata tutta l'Istria (foiba è un latinismo che significa proprio "buco", "fossa"), e i vigili del fuoco di Pola vi estrassero i primi cadaveri. “Il primo corpo a essere recuperato fu quello del l'autista italiano della Questura. Alla seconda ricognizione si trovarono altri due corpi, legati tra di loro da un cavo d'acciaio. In pochi giorni furono rinvenute 84 salme a profondità diverse, fino a 150 metri”. Vines passerà alla storia come la prima foiba.
Nelle mani dei partigiani slavi
“Fu quell'orrore che mi convinse ad arruolarmi nel secondo reggimento della Milizia difesa territoriale (Mdt) che Libero Sauro stava costituendo per fronteggiare le truppe di Tito”. E si arriva al 1945. Pochi giorni dopo il 25 aprile, il sottotenente Udovisi, sciolto il presidio, decise di consegnarsi al comando dei partigiani slavi che erano entrati in Pola. “Venni subito imprigionato e ammanettato con del filo di ferro. Il primo trasferimento a piedi fu a Dignano, a 10 km da Pola. Durante gli interrogatori mi ruppero i timpani facendomi esplodere dei colpi di fucile vicinissimo alla testa”, racconta mostrandoci gli apparecchi nelle orecchie necessari per udire. “Proseguimmo fino al borgo detto di Pozzo Littorio, ai piedi di Albona. Venimmo rinchiusi nella palestra di una scuola dove stavano altri giovani soprattutto italiani, che erano costretti a correre a testa bassa e a schiantarsi contro la parete. Fatti rinvenire a secchi d'acqua e calci, dovevano ripetere la corsa. La notte del 12 maggio siamo arrivati a Fianona. Ci hanno spogliato di tutto, lasciando ci solo i pantaloni, e rinchiuso in una stanzetta di quattro metri per tre, in trenta, privi di cibo. Disidratati, imploravamo dell'acqua e ci hanno allungato un fiasco pieno d’urina”.
Alla sera del giorno dopo hanno iniziato a torturare l'ufficiale italiano con una verga di fil di ferro piegato in cima, a mo' d'uncino. Una donna tra gli aguzzini lo colpisce col calcio di una pistola, fratturandogli la mascella. “Quindi ci le gano in sei, l'ultimo dei quali era a terra svenuto e viene trascinato con il filo di ferro legato al collo. Ci portano fuori e ci trascinano fin davanti alla foiba. Mentre legano un grosso sasso all'ultimo del nostro gruppo, mi metto a pregare”, continua in lacrime. E mentre i cinque slavi iniziano a sparare col mitra, Udovisi si getta nel buco. Quel gesto disperato sarà la sua salvezza, “perché dopo un salto di 15-20 metri, o uno spuntone di roccia o un colpo di mitraglia spezza il filo di ferro che ci univa tutti in questo assurdo connubio. Sono finito sott'acqua e una mano s'è liberata permettendomi di risalire in superficie e tirare per i capelli un compagno che era vicino a me. I partigiani, però, hanno iniziato a sparare e a tirare un paio di granate che per fortuna ci hanno solo ferito di striscio”. Fermi tra gli anfratti per lunghe ore, i due sono risaliti la sera successiva e, sempre procedendo di notte, Udovisi in quattro giorni è riuscito a tornare a Pala allo stremo delle forze. «Erano otto giorni che non mangiavo. Alla porta di casa mia sorella mi ha aperto, ma senza riconoscermi».
Il sopravvissuto istriano ha conosciuto, subito dopo, il dramma dell'esodo e l'infamia del carcere. Non è più tornato nella sua "amatissima" terra, non ha più avvicinato una foiba. È rimasto in vita, ma la foiba gli ha inghiottito l'esistenza. Se la memoria di queste stragi è riemersa dall'abisso dell'oblio lo deve anche alla sua dolente voce.
La sola colpa di Norma  e Graziano  , come di tante altre donne e uomini uccisi  ed alcuni sopravvissuti   gettati nelle foibe, fu quella di attraversare il mondo e la Storia in uno dei suoi momenti più tragici, soprattutto in uno dei territori più divisi e tormentati in quella terra rossa tra Italia, Slovenia e Croazia ovvero il confine orientale  di cui si può ancora trovare una traccia in qualche sbiadito dagherrotipo dell’epoca. Il 10 Febbraio, così vicino al giorno del ricordo della Shoah, va celebrato ,ovviamente  senza metterle sullo stesso piano   vista la  loro diversità  anche se  uniti  dall'aberrazione umana proprio per non dimenticare la terra rossa come il sangue.>>
Concocordo  con  http://www.wumingfoundation.com  (   per  l'articolo   vedi  url  inizio post  ) << Quindi i I morti saranno forse «tutti uguali» (qualunque cosa significhi), ma sono diverse – a volte opposte e inconciliabili – le cause per cui si muore. Se non si riconosce questo, l’uguaglianza tra i morti è solo una supercazzola per difendere un sistema basato sulla disuguaglianza tra i vivi.  >>
Viviamo --  sempre  dall'articolo   di http://notizie.tiscali.it -- il tempo della velocità, delle connessioni rapide e della solitudine più profonda. Un tempo che si addice poco alla memoria e alla lentezza, e che è tanto più inquietante perché assomiglia alle foibe, quegli inghiottitoi carsici che furono il buco nero di tante vite di italiani. Ricordare è necessario. La Storia ci dice che non possiamo fare niente di più giusto.


con   queste parole  concludo  il post  d'oggi  alla  prossima ......

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