Come ogni anno da oggi dopo quella della memoria inizia la settimana del il giorno del ricordo ovvero il 10 febbraio .
Da 21 anni cioè con l'istituzione della legge legge 30 marzo 2004 n. 92, si ricorda giustamente una storia semi conosciuta ( eccetto studiosi specialisti, gli abitanti del friuli venezia Giulia, e in nazionalisti del Msi eredi di Fdi ) all'opinione pubblica nazionale il massacro delle #Foibe (pozzi carsici) e dell'esodo #giulianodalmata e #istriano, uno dei momenti tragici della 2°guerra mondiale soprattutto nell'Adriatico e nella ex Jugoslavia .
Voglio inoltre ricordare a tutti gli amici che mi suggeriscono libri sulle foibe scritti da gente di destra e nazionalisti che per inquadrare meglio la storia: dovrebbero leggere un breve ma essenziale riassunto di non basarsi solo sul libro di Bernas citato nel bellissimo musical magazzino 18 d Simone Cristicchi . Ecco che prima di toccare un argomento così delicato e dibattuto ci si dovrebbe sforzare di andare oltre la vulgata ufficiale del 10 febbraio e leggere o almeno sfogliare le pagine introduttive di "Foibe" di Giacomo Scotti (uno storico di tutto rispetto, di cui vale la pena leggere un'intervistaa prescindere dalla sua ideologia ).Tanto per capire la differenza, Scotti è uno che ha studiato la questione per decenni, e che - pur essendo senz'altro di sinistra e avendo vissuto a lungo in Jugoslavia - non ha mai risparmiato le critiche anche al regime di Tito tanto che è stato il primo a scrivere un libro sule brutture del carcere Titino di Goli Otok ( foto sotto )
Questo Bernas invece è uno che per vendere il suo libro ha bisogno:
1) di infilare nel titolo le parole "fascisti" e "italiani", così tanto per allargare il target
2) di farsi fare la prefazione da Veltroni
3) di farsi fare la postfazione da Fini
Questo si che è riduzionismo non chi vuole ricordare e sottolineare che le grandi tragedie e sofferenze dei popoli, quelle stesse del giorno d’oggi, nascono dai nazionalismi alimentati dalle ambizione di sopraffazione e di dominio sugli altri» Il fascismo e il comunismo Titino nel nostro caso
A inquadrare nella giusta prospettiva la storia di quel periodo ha contribuito tra gli altri anche lo storico Sandi Volk, che spesso è intervenuto anche https://www.antiwarsongs.org/ per sfatare alcuni luoghi comuni che circolano in Italia sulla storia della Dalmazia e di Trieste. Il ricordo ufficiale e della destra delle foibe non distingue le foibe del 1943 da quelle del 1947 e viene mescolato al periodo dell’esodo degli italiani. E’ singolare inoltre che dalle terre istriane, nei resoconti odierni, scompaiano ( salvo eccezioni dove vengono tratti en passant ) i nazifascisti e non si parli più delle loro stragi, dell’italianizzazione forzata e del razzismo anti-slavo che hanno alimentato la voglia di rivalsa, ma rimangano solo “italiani” contrapposti agli “slavocomunisti” di Tito. 13 luglio 1920 fu incendiato daifascistiil13 luglio1920, nel corso di quello cheRenzo De Felicedefinì "il vero battesimo dellosquadrismoorganizzato" IlNarodni dom(inslovenoCasa nazionale,Casa del popolo) diTriesteera la sede delle organizzazioni deglisloveni triestini
, un edificio polifunzionale nel centro di Trieste, nel quale si trovavano anche un teatro, una cassa di risparmio, un caffè e un albergo (Hotel Balkan).
Il 21 settembre 1920 Mussolini rivendicò orgogliosamente gli incendi delle Case del Popolo di Trieste e Pola in un discorso incendiario al teatro Politeama Cescutti di Pol dichiarando la necessità di estendere il territorio italiano “… sacrificando 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”: il fascismo di frontiera era utile per sedare le agitazioni sindacali e risolvere il “problema slavo”. La campagna di italianizzazione vera e propria iniziata nel 1922 impose il divieto di parlare in sloveno, la chiusura delle scuole “non italiane”, il cambio dei cognomi e della toponomastica; furono inoltre devastate le sedi operaie, chiusi i circoli culturali e le associazione sportive slovene. L’azione del governo fascista annullò l’autonomia culturale e linguistica delle popolazioni slave ed esasperò i sentimenti di inimicizia nei confronti dell’Italia.
All’epoca le foibe venivano già utilizzate dagli squadristi per far sparire le teste calde. Tra le due guerre mondiali, inoltre, gli esuli sloveni e croati dalla Venezia Giulia furono oltre 100.000.
Poi ci fu la brutale occupazione del 1941: l’Italia fascista era al seguito dei nazisti che invasero tutta la Jugoslavia. Seguirono stupri, massacri, bombardamenti e deportazioni di massa specialmente a danno di serbi e altre minoranze; violenze di cui l’esercito fascista fu parte attiva con la creazione di campi di concentramento come la Risiera di S. Sabba, a Trieste o il campo di Gonars a Udine. Alla fine della guerra la Jugoslavia conterà circa un milione di vittime di cui 300.000 direttamente attribuibili alle truppe d’occupazione italiane.
Dopo l’8 settembre del ’43, con le sorti della guerra rovesciate, con il fascismo in rotta e con una recrudescenza da parte dei nazisti, le popolazioni slave, oppresse dalla dittatura e dall’occupazione militare, ebbero modo insorgere in un complesso coacervo di motivazioni etniche, nazionali e ideologiche. L’esercito popolare e bande di irregolari intensificarono la lotta contro i simboli della dittatura: contro gerarchi del fascismo, camicie nere e civili collaborazionisti. Come in tutte le guerre ci furono anche vittime innocenti e all’interno dello stesso campo partigiano. Durante la guerra di liberazione dall’invasore avvennero centinaia di fucilazioni e una serie di infoibamenti il cui numero non è mai stato chiarito; non vogliamo fare la conta dei numeri, ma sono cifre che cambiano di anno in anno nei testi di propaganda delle destre post/neo-fasciste. Dopo la fine del conflitto bellico, nessun italiano criminale di guerra è stato processato.
Realtà storica testimoniata e documentata: un fenomeno complesso, con un prima e un dopo, che annualmente diventa un’arma di propaganda per gruppi e associazioni che si rifanno idealmente e/o politicamente al fascismo, alla repubblica di Salò o che fanno direttamente apologia del nazismo; movimenti che riducono tutto all’”odio slavo-comunista contro chi aveva la colpa di essere italiano”; quegli italiani che, a dispetto dei massacri compiuti in Libia, Etiopia e Grecia, sembrano essere sempre brava gente.
Chiunque decida di prendere in considerazione la questione delle foibe deve tenere conto di questo contesto: non per negarle o per ridurne l’importanza, ma per comprenderle. Chi invece rivendica platealmente l’eredità ideale del fascismo e della Rsi, quando parla di “foibe” dovebbe se ha coraggioe coerenza rivendicare anche l’italianizzazione forzata, la dittatura, la ferocia della guerra e i massacri subiti dal popolo slavo: una vergogna d’Italia che non si cancella nemmeno settant’anni dopo.
Ma purtroppo, invece di essere motivo di studio serio per non ripetere gli errori passati, e capire come ci si è arrivati e le conseguenze fino alla fine della guerra fredda , è motivo di propaganda e di orgoglio, riduzione delle responsabilità e scaricabarile solo sui comunisti o per i fascisti e per certa sinistra non comunista . Vediamo di capire cosa furono e come inquadrarle è fondamentale affrontare questo tema con rispetto e sensibilità, evitando generalizzazioni e semplificazioni.
Quindi le foibe si posso dividere in due fasi la prima non necessariamente comunista in quanto fu anche una rivolta popolare avvenute fra il 25 luglio e l'8 settembre dove i cadaveri di fascisti e collaborazionisti uccisi dai partigiani italiani e jugoslavi si mescolano con le vendette e con la reazione ( non giustificabile perchè sempre di violenza e d'abberrazione si tratta ) alla pulizia etnica e razziale del fascismo e del nazismo ., la seconda fase cioè quella totalmente comunista avvenuta da quando le forze Tito entreranno , il 1 maggio 1945 a Triste dove le foibe continuano ad essere utilizzate per seppellire i cadaveri di fascisti e collaborazionisti uccisi dopo la liberazione dell'Italia insieme a quei partigiani slvined italiani chevosarino criticare tito e le sue mire espansionistiche
Le uccisioni avvennero in un contesto di ostilità conclusa, e spesso sono state interpretate come atti di vendetta o giustizia sommaria da alcuni d'altri come puliia etnica da parte slava in quanto bastava per essere italiano secondo slcunino dissidente e critico verso toto per essere inquadrato come nemico del popolo e come fascista per finirci dentro .
In sintesi, la principale differenza sta nel contesto temporale e politico: le foibe del 1943 sono legate alla fase di guerra cioè al controllo del fascismo e occupazione tedesca, mentre quelle del 1945 sono legate alla fase di fine ostilità e liberazione. Poi seguira l'esodo , la divisione in due della zona di trieste e il Memorandum di Londra del 1954 e fino al 10 febbraio 1994 la congiura del silenzio salvo alcune voci libere insieme ai nazionalisti e ai fascisti Quindi Se si vuole arrivare ad una vera riconciliazione si deve avere una storiografica scevra il più possibile dalle ideologie. Questo è raccontare la storia. Usare certi episodi e tacerne altri per mera propaganda equivale a seminare odio. Inoltre e qui concludo Se non si ricordano anche le cause, si racconta una storia a metà. Per chi volesse approfondire tali argomenti cosi complessi e " divisivi " ancora a quasi 80 anni dal tratto di pace del 1947 e 60 anni 1954 dalla soluzione della questione di triste ecco alcuni link a 360° o quasi
Oggi 10 febbraio che altro dire altre a quello che ho già riportato nel precedente post o a quanto detto nella bella puntata del 9\2\2024 della trasmissione rai di passato e presente dove con lo storico
Guido Rumici (Gorizia, 27 settembre 1959) è uno storico e saggista italiano. Studioso della storia del confine orientale italiano ed esperto di storia della Venezia Giulia e della Dalmazia, Rumici è autore di numerosi saggi sull'argomento, cui ha dedicato più di un decennio di ricerche e documentazione.Professore di Economia aziendale e di Storia ed Economia regionale, Rumici è cultore di Diritto dell'Unione Europea e di Diritto Comunitario presso l'Università di Genova nonché relatore e conferenziere per conto dell'Università Popolare di Trieste e su mandato del Ministero degli Affari Esteri nelle Comunità degli Italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia. Giornalista, è autore di volumi divulgativi e documentari di approfondimento. [...]
si provato a parlare nel breve tempo ( circa una mezzora ) a disposizione delle foibe e dell'esodo fino all'istituzione del la giornata del ricordo nel 2004 inquadrandolo ( come si dovrebbe fare e d invece non sempre viene fatto ) nel contesto dela questione adriatica . Unico neo è che , e qui ne parlo anch'io scusandomi per non averne parlato nel mio pot precedente , delle cause del silenzio ( salvo pochi coraggiosi e del Msi in chiave anticomunista ) dal 1954 ad 1996\2004 . Un ragionamento sulla tragedia degli italiani del confine nordorientale non è completo se non affronta il problema della rimozione: a fronte della gravità dei dati numerici (diecimila morti e oltre trecentomila profughi), perché per tanto tempo le vicende del confine nordorientale sono risultate «indicibili» e scomode ? La risposta , come dice Lo scrittore friulano Carlo Sgorlon (1930-2009) di cui dal oggi 10 febbraio troviamo in edicola con il «Corriere della Sera» e il settimanale «Oggi»il romanzo di Carlo Sgorlon [ foto a sinistra ] «La foiba grande» , in vendita al prezzo di 9,90 euro più il costo della testata a cui è allegato il volume.
Lo scrittore friulano Carlo Sgorlon (1930-2009)
Il libro di Sgorlon, riproposto in occasione del Giorno del Ricordo, rimane in edicola per un mese.
Originariamente venne pubblicato nel 1992 da Mondadori e si chiude con una postfazione dello storico Gianni Oliva, anche rinvia a tre silenzi, diversamente motivati. Il primo è un silenzio internazionale. Nel 1948, quando Stalin rompe i rapporti con la Jugoslavia e condanna la politica del maresciallo Tito con l’accusa di deviazionismo, l’Occidente comincia a guardare al governo di Belgrado come ad un interlocutore prezioso e avvia il processo di attrazione della Jugoslavia nel proprio campo: Tito, che entrerà nell’immaginario collettivo non più come comunista ma come leader dei «Paesi non allineati», sembra un’opportunità preziosa per aprire una breccia nella rigidità del blocco sovietico. La prima regola della diplomazia vuole che un interlocutore non sia messo in difficoltà con domande imbarazzanti: in questa prospettiva, viene meno l’interesse a fare chiarezza sulle migliaia di italiani scomparsi nella primavera del 1945 e sulle ragioni per cui centinaia di migliaia di giuliani abbandonano l’Istria e la Dalmazia.Il secondo è un silenzio di partito. Il Pci di Togliatti non ha alcun interesse a parlare di una vicenda che evidenzia le contraddizioni tra la sua nuova collocazione come partito nazionale e la sua tradizionale vocazione internazionalista, con una politica estera subordinata alle strategie di Mosca. Affrontare il tema delle foibe significherebbe ricordare le ambiguità rispetto ai progetti annessionisti jugoslavi e la sostanziale subalternità del Pci alle scelte di Belgrado.La stessa cosa anche se sul versante opposto , ma soprattutto per evitare di perdere voti a destra La Dc rinuncia a chiedere alla Jugoslavia i nomi degli assasini Comunisti in cambio del siulenzio di Tito sugli assasini Fascisti del periodo 1940\1943 . Ma Il silenzio più forte è però legato alla ricostruzione della memoria nazionale. L’Italia esce dalla Seconda guerra mondiale come un Paese sconfitto, che ha contribuito a scatenare le ostilità accanto alla Germania e al Giappone e che è stata travolta senza appello sul campo di battaglia. La conferenza di pace di Parigi ne è la conferma e la mutilazione di territorio sul confine nordorientale è il prezzo pagato alla guerra persa. A fronte di questa realtà, la «nuova» Italia del 1945 si sforza invece di autorappresentarsi come Paese vincitore e utilizza l’esperienza della Resistenza partigiana come alibi per assolversi dalle proprie responsabilità e per cancellare in un colpo il periodo 1922-43. Si tratta per alcuni di una rivisitazione in chiave assolutoria che giova alla classe dirigente antifascista, perché attraverso la delegittimazione del fascismo (cui si attribuisce la colpa esclusiva della guerra perduta) essa legittima se stessa come unica rappresentante della nazione; Ma nel contempo, si tratta di una operazione che evita di fare i conti con il passato e di domandarsi chi e quanti sono stati «corresponsabili» delle scelte del regime.In questa prospettiva nascono i silenzi, le negazioni, le pagine indicibili della storia: «indicibili» sono i prigionieri di guerra, immagine vivente della sconfitta; «indicibili» sono criminali di guerra italiani; «indicibile» è la politica di occupazione del 1940-43, quando il Regio esercito ha combattuto accanto al nazismo; «indicibili», soprattutto, sono le foibe e l’esodo, perché nessun Paese vincitore subisce, dopo la fine della guerra, il ridimensionamento del proprio territorio, né la strage di migliaia di cittadini, né la fuga di centinaia di migliaia di altri. Gli infoibati e i profughi escono così per decenni dalla coscienza collettiva della nazione, per sopravvivere solo: in quella regionale della Venezia Giulia , in quella privata delle famiglie dei profughi , Nel Msi in chiave anti comunista
non so cos'altro dire se non rimandarvi ai link riportarti all'interno del mio precedente post di cui riporto qui il link prima citato
Da 19 anni a questa parte , come ogni anno s'inizia a parlare della questione adriatica cioè della giornata , ora diventata la settimana palla del giorno del ricordo \ 10 febbraio ed adesso a freddo ed in anticipo al fiume di : retorica nazionalista ed nostalgica , di negazionismo ( da entrambe le parti ) , ricordi a metà , paragoni idioti e fuorvianti , e appelli ipocriti ed utopistici alla memoria condivisa , faccio soprattutto su quest'ultima la mia odierna riflessione .
Non ricordo se per la settimana del giorno del ricordo o qualche altro anniversario di un evento storico "divisivo " ho appreso che sono stati trovati dei volantini con la scritta nessuna memoria condivisa".Parola che sentiamo e sentiremo spesso per descrivere la storia del secolo scorso in paticolare da dopo la grande guerra ad mani pulite . Ma mi chiedo ogni volta che sento tale termine Cosa significa, esattamente, memoria condivisa ? quale sarebbe il significato in opposizione a quello informatico ? cosa significhi Nel suo significato socio-antropologico ? Ma soprattutto Memoria di cosa, e soprattutto, condivisa da chi ? Visto l'utilizzo mediatico e politico che ne viene fatto del termine , sospetto che questa sia un'espressione a sé stante, ma non ho trovato alcuna spiegazione del suo significato né su Google né su treccani.it.
Mettendo insieme gli spunti forniti da uomo in verde e Elberich Schneider , azzardo un'interpretazione.
Per 'memoria condivisa' si intende un insieme di racconti o mitici che condividono vivi in una data comunità senso d'identità, valori, ideali, aspirazioni, usanze, contribuendo insieme ad altri fattori a far da collante tra gli aderenti a quella stessa comunità . Tali racconti debbono essere tali da suscitare emozioni e valutazioni simili e concordi tra i più, o almeno tra chi conta di più, ma senza scatenareeccessivi contrasti, senza eccessive conflittualità nella comunità più ampia. Forse questa è la differenza rispetto alla 'memoria collettiva' citata da uomo inverde che invece mi sembra possa contenere racconti molto discordi tra di loro, e quindi non la funzione di collante: in questo caso la 'memoria condivisa' potrebbe considerarsi un sottoinsieme della 'memoria collettiva' ?
Da notare però che qui si dice che la memoria collettiva è anche condivisa, nel senso di "shared", e si mette in collegamento con altri concetti quali 'intelligenza collettiva' , 'coscienza collettiva' , 'conoscenza distribuita' : secondo me è " shared" solo nel senso che è generata più collettivamente e quindi a disposizione di tutti, ma non tale da generare le stesse reazioni emotive come suggerito invece dall'aggettivo italiano "condiviso" che mi sembra forte dell'inglese "shared".
Per come lo capisco io, il concetto di 'memoria condiviso' è associato a quello di 'mito fondante' (o fondativo ). Inoltre continuando nella mia ricerca ho , più precisamente Qui , trovato alcune opinioni interessanti, ne cito un paio:
La memoria è soggettiva, non può essere condivisa; può essere confrontata, ma non condivisa. Ciò che si può cercare di condividere non è una memoria, ma una storia (Walter Barberis)
Memoria collettiva […] non equivale necessariamente a memoria condivisa […]: perché l'una rimanda ad un unico passato, cui nessuno di può sottrarsi e che coincide appunto con la nostra storia; mentre l'altra sembra presumere un'operazione più o meno forza di azzeramento delle identità e di occultamento delle differenze. Il rischio di una memoria condivisa è una "smemoratezza parteggiata", la dimenticanza. (Sergio Luzzatto)
Ma è qui che c'è invece un più ampio pubblico in cui si discute di discorso collettivo, condiviso, comune, pubblica, uso pubblico della storia, e altro. Ma ci stiamo allontanando dalla lingua italiana per addentrarci nei meandri insidiosi della filosofia, della storia, della sociologia e della politica.
Infatti << Ora è ormai --- come fa notare quest articolo de La stampa del 23 Aprile 2009 modificato il 23 Ottobre 2019 13:10 ---- frequente, in occasione di anniversari che riconducano a momenti critici e controversi della nostra storia nazionale, sentire il richiamo a una memoria condivisa. Sembrano confondersi, tuttavia, in questo invito istanze diverse, sulle quali vale la pena riflettere. E in primo luogo per una questione assai semplice: che il termine memoria è ambiguo per definizione. Connota il giusto intento di trasmettere alle generazioni più giovani il patrimonio di esperienza di coloro che le hanno precedute. E, generalmente, indica l’esigenza di tenere viva la lezione che si presume ci abbiano lasciato avvenimenti tragici che hanno lacerato la nostra società. Ma la memoria è soggettiva, individuale, e per di più incline a deteriorarsi, a perdersi, a peggiorare. La memoria è il risultato di sguardi particolari, che non possono essere modificati. Certo, si può affermare che esperienze comuni abbiano sedimentato una memoria collettiva. È vero. Ma sarà comunque impossibile conciliare, rendere omogenee, memorie legate a esperienze diverse, derivate da punti di vista e da adesioni personali o di gruppo totalmente differenti. [.... ] >>
Secondo alcuni me compreso per memoria condivisa e qui sta la sua utopia s'intende come metafora di qualcos’altro. Ovvero come il terreno su cui far germogliare un processo di riconciliazione nazionale, cioè quell’accordo fra visuali diverse e distanti che permetterebbe di mettere alle spalle il passato: con la concessione ai «vinti» di qualche risarcimento morale e di un conseguente restauro di immagine, e con la richiesta ai «vincitori» di una qualche forma di abiura e di cessione valoriale. IL fatto è che con tutta evidenza non funziona. Perché ogni guerra civile o scontri sociali , dalla Rivoluzione Francese in avanti, ha sempre lasciato dietro di sé una scia di recriminazioni, di rese dei conti, di riscritture ed uso strumentale ( nel caso delle vicende dl confine orientale ) degli avvenimenti e una molteplicità di memorie differenti e antagoniste. Esattamente com’è successo e succede in Italia dopo periodi di forte contrapposizione sociale e culturale esempio tangentopoli \ mani pulite .Quindi, per fare un esempio, i fatti relativi ad alcune stragi italiane, tra i quali la Strage di Portella della Ginestra (1947), la Strage di Piazza Fontana (1969), la Strage di Piazza della Loggia (1974), la Strage della stazione di Bologna (1980), le Stragi di Capaci e Via D'Amelio (1992), appartengono a tutti alla memoria collettiva italiana, tutti li ricordano; ma i racconti sono discordi, non è una memoria condivisa, le ricorrenze vengono vissute con emozioni contrapposte piuttosto e tali non aperti da rafforzare il senso d'identità nazionale quanto tali da rafforzare conflittualità e apparentemente insanabili.
Ed ecco che ( chi già sa cosa la penso sul giorno del ricordo è sull'uso che viene fatto di tali dolorosi ed drammatici avvenimenti della nostra storia nazionale , può anche non leggere il resto dell post )
il giorno del ricordo come tutti gli eventi del italiani del secolo scorso su cui almeno fin ora , non si è riusciti a raggiungere rispetto all'Europa tale intento visto che 1) non si è riuscito a farci i conti ., 2) si è ancora troppo divisi come testimoniano due lettere da me ricevute in questi giorni . la prima a favore e l'altra contro tale celebrazione scelte tra quelle che ho ricevuto ( come succede tutti gli anni ) dopo i miei post sul giorno del ricordo, l'impossibilità ed l'utopia .
Caro Giuseppe
Ti seguo fin dalle origini del blog [ quando era ancora splinder N.a ] e poi su facebook account e pagina e quindi quando hai , in contemporanea all'istituzione della giornata del 10 febbraio , iniziato a fare post sulle foibe ed l'esodo degli orientali cioè sulla nostra storia e le nostre storie / memorie . Pur non condividendo il modo con cui ne parlavi ti si poteva riconoscere un po' di onestà intellettuale visto che riconoscevi il genocidio e criticavi i tuoi amici /compagni di viaggio - strada che lo negavano o sminuivano ed alcuni d'essi ogni anno ne distruggono le lapidi o targhe. Ma, mentre cercavo i post di quest'anno , ho trovato due tuoi post dell'anno scorso riportati sul blog e sull'appendice Facebook , in cui hai offeso tale ricordo : proponendo l'abolizione del 10 febbraio ¹, e mettendo sullo stesso piano gli slavi che nostri morti ². Per il momento mi prenderò sia dai tuoi social sia dal ti blog un periodo di riflessione per decidere se dirti addio o continuare a seguirti. Per il momento un abbraccio
hai riportato nei giorni precedenti la storia del maestro di musica Lojze Bratuž [ vedere secondo url dell' email prima riportata ] e quindi cosa fecero quella canaglie dei fascisti . E hai deciso di non stare a sentire la voce dei fascisti che : per sottrarsi vigliaccamente al giudizio delle loro vittime sono scappati in italia . Infatti nessuno dei fuoriusciti fu espulso ufficialmente con un preciso decreto di espulsione come avvenne per i tedeschi in Cecoslovacchia, Romania, Jugoslavia, Polonia e altre terre dell'Europa orientale. I successivi rinunciando al paradiso creato dal compagno Tito scapparono ritornare in Italia e vivere a spese nostre. Votando i partiti oppressori della DC e gli eredi dei fascismo ovvero Msi
Maresciallo Tito
potrei anche non rispondere a queste due email visto che che coloro hanno scritto dovrebbero aver letto le FAQ ed i post in cui parlo delle foibe \ giorno del ricordo . Voglio però precisare spero in maniera definitiva visto che dopo la settimana del giorno del ricordo ricevo e cestino email alcune anche peggiori di queste due cose
La prima
non sto negando ne tanto meno giustificandolo o smiuendo il genocidio giuliano - dalmata perché farlo sarebbe da imbelli e da disonesti , ma soprattutto perché non si tratta : 1) di fatti incerti ., 2) di episodi aneddotici o leggende diventate storia . E poi , alla faccia di chi accoglie la definizione classica di genocidio cioè cioè quella di Raphael Lemkin, ideatore del termine "genocidio" , io applico i nuovi parametri di definizione di tale termine esposti qui : https://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio#Dibattito_sul_genocidio
Infatti in quelle zone oltre ai crimini di Tito ci fu anche , seguendo le nuove definizioni di genocidio , anche la "bonifica etnica" \ italianizzazione fascista ( trovate sotto fra la sitografia elementi per approfondire ) il cosiddetto fascismo di confine e quella applicata con campi di deportazione e criminale nei confronti degli slavi durante il secondo conflitto mondiale .
Ovviamente senza metterli sullo stesso piano perchè anche se tali massacri \ genocidi hanno la base comune il nazionalismo sono diversi , anche se uno conseguenza dell'altro , gli eventi ed i contesto che gli ha generati \ causati .
Quindi se proprio dobbiamo ricordare ( è per questo che ho fatto sia quel post provocatorio e quel post in cui si parla delle violenze fasciste ) ricordiamo tutto per evitare che 1) cada , come avvenne dagli anni 60 in poi fino all'istituzione del giorno del ricordo , l'oblio ufficiale sui tali fatti ; 2) << [...] Nonostante la ricerca scientifica abbia, fin dagli anni novanta del XX secolo, sufficientemente chiarito gli avvenimenti[45][46], la conoscenza dei fatti nella pubblica opinione permane distorta e oggetto di confuse polemiche politiche, che ingigantiscono o sminuiscono i fatti ed sminuendone o ingigantendo il numero delle vittime e degli esuli [ corsivo mio ] a seconda della convenienza ideologica[47][48] >> ( da https://it.wikipedia.org/wiki/Questione_adriatica ) .
La seconda
Non sono d'accordo che chi ha scelto di rimanere in quei territori durante il regime fascista cosi come di fuggire sia durante la guerra cioè all'8 di settembre sia dopo la guerra venga considerato necessariamente appartenente all'ideologia fascista . Infatti è pressoché impossibile distinguere chi vi aderii perchè : 1) ne condivideva e sosteneva il pensiero \ l'ideologia ., 2) per paura di repressione ed emarginazione ., 3) opportunismo ed carrierismo ., 4) indifferenza cioè basta che sia . Cosi come se scapparono dal governo di Tito e dal suo regime lo fecero solo ed esclusivamente , ed qui bisognerebbe provare a fare qualche domanda agli esuli , come dicono siti giornali e programmi televisivi che ci propinano ogni 10 febbraio , per la repressione e l'imposizione di quello che da movimento di liberazione diventerà una dittatura imponendo il sradicamento identitario della popolazione italiana .
per chi volesse approfondire ecco alcuni dei siti da me consultati e consigliati
“Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo”
José Saramago
Il nipote di un mio amica di 12\13 anni mi chiede
--- mamma mi ha consigliato di chiedere a te che sei esperto di storia cosa è il giorno e ricordo ?
-- esperto .non esageriamo , sono un semplice appassionato . Comunque Il giorno \ settimana del ricordo e quella giornata che “ci dovrebbe dare occasione per ripetere che non ci sarà mai giustificazione per l’odio, la discriminazione etnica, la presunzione di avere il diritto di sopraffare gli altri, la follia ideologica dei nazionalismi prima quello fascista e poi quelo comunista . Così come è l’occasione per riaffermare che di fronte a tutti i crimini confermati dalla verità storica non possono trovare spazio forme di revisionismo, negazionismo o giustificazionismo , ed uso politico \ ideologico , che hanno come unico risultato quello di offendere le vittime e colpire i sentimenti dei superstiti e dei discendenti. che hanno trovato la morte nei lager ( la risiera di san Saba ) nazi fascista e diversi campi di concentramento fascisti dei Balcani \ ex Jugoslavia . >Il più noto è qiuelo . Gonars (1942-1943) e nelle Foibe sia quelle tra il 25 luglio e l'8 settembre sia successivamente 1945 \1947 . Insomma a quanti, perché inseguiti dalla violenza e per in una scelta di libertà, hanno abbandonato la loro casa, la loro terra e ogni avere per affrontare la via dell’Esilio .comunque se vuoi approfondire https://www.tag24.it/484428-foibe-cosa-sono-e-giorno-del-ricordo/
---- ma come stai mettendo sullo stesso piano violenze fasciste e violenze comuniste , lager e foibe .
--- Ma quando mai . Accomunare olocausto e foibe serve solo a sminuire l’unicità della Shoah e a tacere le responsabilità del fascismo”. Qui sto contestualizzando perché purtroppo il confine orientale è stato teatro di questi tre crimini ideologici ( fascismo , nazismo , comunismo ) che uniti al nazionalismi hanno reso particolare ed ancora doloroso insieme al silenzio quasi totale dovuto alla voglia di lasciarsi alle spalle gli orrori e e brutture dei quel periodo e l'opportunismo politico della guerra fredda cioè dello scontro tra i due blocchi quello Nato ad Ovest e quello Russo \ sovietico ad est hanno determinato quella dolorosa ferita . Quindi il nostro paese deve ancora fare i conti su quello che è successo nel confine orientale .
---- Un po' sintetica come spiegazione .
------- effettivamente . Ma non volevo annoiarti con la mia logorrea. Non ti preoccupare che ne sentirai parlare visto che tra poco inizierà la settimana del ricordo ( la giornata del #10febbraio ) e ne sentirai parlare in TV e sul web in maniera più o meno dettagliata /a 360° gradi . Infatti negli ultimi anni sta venendo meno il refrain barbarie comunista e congiura del silenzio ( che certamente ci fu visto tali eventi furono regalato solo su libri specialistici o auna determinato pensiero ideologico culturale o qualche spirito libero che affrontava il tabù di tali argomenti ) . Comunque sei vuoi approfondire l'argomento trovi sotto dei siti Mi scuso se sono 4 sui 5 dello stesso sito ma erano articoli troppo interessanti . E se vuoi quando abbiamo un po' più di tempo ne parleremo più a fondo e magari ti do altri siti .
Qualche giorno dopo lo rincontro e mi dice << Grazie . Dai link che mi ha suggerito e dai programmi tv ed altri siti che ho consultato sulle vicende storiche del periodo storico riguardo alle vicende del confine orientale ho capito \ mi sono fatto un idea fra il 1918-1975 che l'italia , , non ha da quando è stata unita , fatto i conti con il proprio passato e le brutture che ha commesso e taciuto in questo caso e che le violenze e gli eccidi non furono da una parte solo come la propaganda pro 10 febbraio ci ha fatto credere >> .
Mi sono sono inumiditi gli occhi dalla gioia di vedere un seme lanciato germogliare
Sostituzione nazionale ma non genocidio: ecco che cosa sono state davvero le foibe
Gianni Cuperlo
Maggiorenne: in questo 2022 la legge che ha istituito il Giorno del
ricordo compie diciott’anni. È stata votata a fine marzo del 2004 per
«conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di
tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli
istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa
vicenda del confine orientale». Dunque 10 febbraio, la scelta cadde su
quella data nel rimando all’anno, era il 1947, che vide la firma sui
trattati di pace di Parigi. Doveva essere la fine, almeno nella
forma, dei postumi della guerra sul confine dove il “dopoguerra” si
predisponeva a farsi narrazione infinita. Quella data aveva sancito il
passaggio alla Jugoslavia delle terre istriane, del Quarnero (o
Quarnaro), di Zara e dunque di un’area contesa e sino a prima del
secondo conflitto in larga misura italiana. Circa trecentomila
persone, la quasi totalità della presenza italiana, e tra quelli
cinquantamila sloveni e croati, furono spinti ad abbandonare case,
campi, i luoghi della propria vita e di tradizioni familiari radicate.
Lo fecero valendosi del diritto di opzione che il Trattato prevedeva con
la possibilità di trasferirsi in Italia, molti lo fecero soprattutto a
fronte delle pressioni e intimidazioni subite. L’accoglienza
della madre patria fu tutt’altro che calorosa. Pesarono interessi geopolitici, la Jugoslavia col suo profilo di “non allineatan decennio
perché lo Stato intervenisse favorendo la piena integrazione dei
profughi giuliano-dalmati nell’Italia del boom. Il che non bastò a
sanare la “ferita della memoria” al punto che sulla pagina sanguinosa di
quel confine a lungo calò il silenzio.” era una zona cuscinetto tra questa parte d’Europa e il blocco
sovietico, né mancavano scambi commerciali, il tutto nella logica di
una buona stabilità da perpetuare anche in vista del “dopo Tito”. Lasciare che la polvere coprisse le pagine più dolorose e cruente
rispondeva a parecchi interessi. Quel mutismo complice accomunava il
partito che governava da Roma, ma pure l’opposizione comunista che sulle
scelte compiute nell’alto Adriatico non poteva dirsi mera spettatrice.
Il tutto, appunto, sino al 2004 e all’istituzione del Giorno del
ricordo: da allora non vi è stata una sola delle ricorrenze libera da
toni accesi sulle radici di una celebrazione che avrebbe dovuto scavare e
ricostruire il lungo conflitto tra opposte aspirazioni nazionali (di
italiani, sloveni, croati delle più diverse appartenenze e ideologie), e
che ha finito, invece, col sovrapporre la memoria dello scontro tra
fascismo e antifascismo. Ma si può riflettere su una celebrazione
entrata nel calendario civile del paese con un di più di rigore e
lucidità?
Odiarsi nell’intimità
Farlo
si deve, o almeno conviene, e per riuscirci Raoul Pupo, storico
triestino, diventa una bussola preziosa. Sfogliando la sua ultima
ricognizione del tema (Adriatico amarissimo. Una lunga storia di
violenza, Laterza 2021) ha senso partire dalla citazione in apertura di
Predrag Matvejevič: “L’Atlantico e il Pacifico sono i mari delle
distanze, il Mediterraneo è il mare della vicinanza, l’Adriatico è il
mare dell’intimità”. Ci si può odiare nell’intimità? Possono generarsi
sino a deflagrare conflitti di brutalità indescrivibile entro un
perimetro che nei secoli ha visto combinarsi lingue, dialetti,
religioni, costumi, identità? Ahinoi, sì. E’ complicato s
analizzare le violenze novecentesche in quel triangolo d’Europa se ci si
rinchiude in una storia “nazionale”, che sia quella italiana o slovena o
croata. Solamente considerando “punti di vista diversi” si possono
svelare le dinamiche di un territorio plurale che nell’arco lunghissimo
del “secolo breve” ha convissuto con varie appartenenze, Stati e governi
diversi. L’altro corno del problema è rappresentato dalle
parole o formule utilizzate. Anche su questo Raoul Pupo fissa un
glossario utile. A cavallo del confine orientale, prima, durante e dopo
la guerra non vi sono state pagine di deportazione, espulsione o,
peggio, “pulizia etnica”, termine per altro generato dagli eventi di un
tempo storico successivo. La definizione che appare più corretta
è un’altra, lì si sono prodotti «fenomeni di sostituzione nazionale»,
il che non paia una reductio della portata di quei fatti, fosse solo
perché è stata una delle strategie applicate in angoli diversi del
continente su come “accomodare” persone con appartenenze nazionali
diverse in un unico Stato. .Dapprima il fascismo determinò l’allontanamento di migliaia di
cittadini sloveni e croati dalle regioni italiane, successivamente
furono gli accordi di pace a indurre l’Esodo dall’Istria di molte
migliaia di cittadini italiani costretti a lasciare case e beni tra gli
anni ’40 e ’50. Detto ciò, perché all’incrocio delle due guerre
mondiali, e prima e dopo quelle tragedie, la Venezia Giulia ha vissuto
un di più di violenza? La risposta è in un’altra formula: “nella
lotta politica può sempre esserci spazio per i compromessi, in quella
nazionale no”. Il nazionalismo finisce con l’essere il migliore concime
per disseminare odi e contese destinati prima o poi a deflagrare. E così
è avvenuto.
I pogrom
A ridosso della Grande Guerra e
prima del fascismo Trieste faceva convivere una media borghesia dalle
tendenze irredentiste, un proletariato “internazionalista” e un terzo
ceppo di popolazione fedele all’Austria Felix (Viva l’A e po’ bon,
rimarrà moto popolare dove la A stava proprio per l’Impero decadente). All’indomani della guerra sarebbe stato il trattato di Rapallo,
novembre 1920, a disegnare i confini tra Italia e Jugoslavia, anche se
quattro anni più tardi avrebbe provveduto quello di Roma ad annettere lo
Stato Libero di Fiume, previsto sulla carta e impedito nel nascere
dall’avvento di Benito Mussolini. Sono anni tormentati, il
regime fascista con la sua rete di servizi individua nel Partito
socialista l’avversario da stroncare per il sospetto di essere il
collante tra slavi e nostalgici del patronato viennese. Su
entrambi i fronti si crea l’humus perfetto per il primato delle
componenti massimaliste e violente, lo squadrismo nazionalista ha
apparecchiato il tavolo e non mancherà di sedervisi con un anno
d’anticipo rispetto alle ronde fasciste.In quel contesto
s’inserisce la parabola fiumana di Gabriele D’Annunzio, ma su quella si
sono riempiti gli scaffali, qui basterà ricordare il pogrom anti-croato
di cittadini e legionari sedato dal Vate con l’argomento di “eccessi
spiegabili in un primo impeto di passione”, ma non giustificabili nella
loro sistematicità. Sarà il 13 luglio 1920, però, la data
discrimine, quando si consuma l’assalto delle squadre fasciste e
l’incendio dell’Hotel Balkan (il Narodni Dom, sede di organizzazioni e
istituzioni slave a Trieste, vuol dire slovene, croate, serbe…). È l’avvio di un altro pogrom, stavolta anti-sloveno, che Boris Pahor
descriverà in chiave letteraria nella novella Il rogo nel porto, le
camicie nere vivono le spedizioni punitive contro banche, giornali,
associazioni come “spettacolo di redenzione”, gli sloveni si trovano
catapultati nell’incubo che si prolungherà per il quarto di secolo a
seguire. Per loro quella data scolpirà il “trauma originario” della
comunità nel suo legame con lo Stato italiano. Che la storia di
territori plurali sia complicata può confermarlo il fatto che solo un
anno e mezzo prima dell’incendio del Balkan, nel gennaio del 1919 erano
state formazioni slovene guidate da Rudolf Maister a sparare sui
manifestanti tedeschi che nella piazza di Maribor rivendicavano
l’annessione alla nuova Austria. Tornando alla Trieste del 1920,
gli episodi di violenza proseguirono sotto lo sguardo indulgente delle
forze dell’ordine: lo squadrismo era un aiuto contro il pericolo
dell’eversione bolscevica.
La benevolenza dell’ordine costituito
fece della Venezia Giulia una tra le regioni dove il fascismo agì con
esiti più pesanti, solo in quella prima stagione 134 edifici incendiati,
di questi un centinaio erano circoli di cultura, alcune case del
popolo, oltre una ventina le Camere del lavoro e diverse cooperative.
La violenza sui corpi e le anime
In questa ricostruzione tra le date a merito di citazione un posto
spetta all’aprile del 1927 quando il regime estende all’alto Adriatico
le disposizioni già previste per il Tirolo meridionale, si tratta della
“restituzione in forma italiana” dei cognomi deformati in passato dalle
autorità austriache. È l’avvio di una “massiccia
italianizzazione” condotta dagli uffici senza “consultare gli
interessati”. Poteva così capitare ai fratelli Vodopivec, uno residente
nel capoluogo, l’altro a Monfalcone di trovarsi battezzati
rispettivamente Bevilacqua (traduzione letterale del cognome sloveno) e
Vodini. Il tentativo di sradicare l’identità di un popolo o
parte di esso avanzò lungo il doppio binario di una progressiva
assimilazione delle anime mai del tutto scollegata da una dose di
violenza sui corpi. Il fascismo fu questo. Tra le vittime
privilegiate di quella stagione repressiva moltissimi cattolici,
compresi preti, parroci, vescovi, con l’esplosione dell’antisemitismo in
una città, Trieste, ricca di una comunità ebraica radicata e tra le più
importanti. La durezza del regime a organico pieno (pubblica sicurezza,
carabinieri, Milizia) costituì nei fatti uno stato di polizia dove
violenze, incarcerazioni, schede segnaletiche sorressero un apparato
repressivo feroce quanto efficace. Il fronte sloveno non risultò
compatto, nell’isontino avrebbe conosciuto persino una formazione
fascista (Vladna stranka, Partito governativo) dedita a relazioni con
l’Ovra (la polizia segreta del fascismo). Non vi è dubbio però
che gran parte degli sloveni si oppose al fascismo e la conferma viene
dai movimenti di resistenza armata, tra questi spicca l’acronimo
goriziano del Tigr (Trieste, Istria, Gorizia, Rijeka). Assieme a Borba
(la versione triestina) stabilirono collegamenti con i servizi jugoslavi
per lo scambio di armi e materiale di propaganda. In
particolare, un ordigno venne fatto esplodere il 10 febbraio del 1930
presso Il Popolo di Trieste, quotidiano fascista, uccidendo un
redattore. All’attentato seguirono centinaia di arresti e ottantasette
tra questi furono deferiti al Tribunale speciale che dopo un processo
farsa comminò quattro condanne a morte. Uno dei quattro, Ferdo
Bidovec, era di madre italiana, come per altro slovena era la madre di
Guglielmo Oberdan a conferma che “per i patrioti di frontiera il sangue
non conta un bel nulla”. I quattro vennero fucilati all’alba del
6 settembre 1930 presso il poligono di Basovizza in un luogo destinato a
divenire dall’immediato dopoguerra “un sacrario” dell’antifascismo
sloveno.A metà luglio di due anni fa il presidente Sergio
Mattarella e il suo omologo sloveno, Borut Pahor, si sono raccolti mano
nella mano dinanzi alla lapide che ricorda le vittime e lo hanno fatto,
segno esplicito di una volontà di pacificazione, subito dopo avere reso
omaggio alla più nota foiba di Basovizza, perché nel tracciare la rotta
di questo Giorno del ricordo è a quella pagina che dobbiamo arrivare,
senza scorciatoie.
La guerra
La seconda guerra
mondiale scompose assetti, etnie, comunità. L’offensiva tedesca sulla
Jugoslavia scattò il 6 aprile 1941, Mussolini vi si accodò. Croazia,
Slovenia, Bosnia, Montenegro o Voivodina non sarebbero mai state regioni
controllate, tanto meno pacificate. Gli ustaša, nazionalisti
fanatici, avrebbero avviato la persecuzione di due milioni di serbi
residenti nel nuovo stato croato perseguendo al contempo il genocidio di
ebrei e rom, solo nel campo di sterminio di Jasenovac a trovare la
morte furono in centomila.Sul fronte opposto, dopo l’attacco di
Hitler all’Unione Sovietica, a giugno del ’41, i comunisti guidati da
Josip Broz detto Tito animarono la resistenza anti-tedesca, lo fecero
agendo in autonomia, fuori dalla raccomandazione di Stalin per la
creazione di larghi fronti antifascisti. I serbi, distribuiti
tra il Protettorato di Serbia occupato dai nazisti, lo Stato croato, la
Dalmazia e il Montenegro dove di stanza stavano gli italiani, diedero
vita a un movimento unitario, i četnici, “monarchici e sostenitori di un
progetto ‘grande serbo’” ovviamente in conflitto con gli ustaša,
“militanti dell’idea ‘grande croata’ in una piena logica di guerra
civile”. I partigiani combattevano entrambe le fazioni, četnici e
ustaša oltre agli occupanti italiani e tedeschi. Tra il ’41 e il ’43 le
azioni repressive italiane contro le formazioni partigiane non
esitarono a reprimere quantità di civili, non furono “danni
collaterali”, ma una strategia mirata a isolare qualunque focolaio di
resistenza. Internamenti di massa a scopo di prevenzione
condussero a costruire campi in grado di concentrare migliaia di
persone, accadde a Gonars in Friuli o nell’isola di Arbe/Rab in
Dalmazia.
Dopo l’8 settembre
8 settembre 1943: anche
la Venezia Giulia conosce la sorte del resto del paese, comandi militari
e truppe allo sbando. L’Istria piomba nel caos coi soldati italiani in
fuga. La rete dei Comitati popolari di liberazione (Cpl) a
settembre proclama la volontà dell’Istria di annettersi alla Croazia e,
per suo tramite, alla “fraterna comunità dei popoli della Jugoslavia”. La contro-repressione non è meno violenta e spesso sfugge al controllo
delle stesse autorità partigiane con atti di sadismo. Nelle campagne
attorno a Parenzo si consuma “una vera e propria jacquerie” coi
contadini croati contro archivi comunali, simbolo di uno Stato
oppressore, e vendette consumate sui loro vecchi “padroni”. L’uccisione di Norma Cossetto, studentessa istriana seviziata e
infoibata nell’autunno del ’43, resta una delle pagine atroci di quella
stagione. Foibe, dunque, in terra istriana ve ne sono diverse usate allo
scopo, da quella di Vines verranno recuperate oltre ottanta salme. Il computo delle vittime non può che risultare impreciso, la
storiografia lo quantifica attorno al mezzo migliaio, “un eccidio di
grandi dimensioni paragonabile per eccesso alle più note stragi naziste
in Italia”. Resta la frattura, l’evento in sé, destinato in
corrispondenza al ritrovamento dei corpi a trasformare rapidamente il
fatto oggettivo e tragico in un “costrutto mitico che diviene parte
integrante dell’identità collettiva degli italiani d’Istria”. I
semi di una narrazione contesa proiettata in tutto il dopoguerra tra
“opposte retoriche, vittimiste e negazioniste” sono interrati e
germoglieranno una malapianta. La tesi estrema è netta: le foibe
sono “la prima tappa di un disegno di eliminazione violenta della
presenza italiana nella penisola, destinata a divenire parte integrante
della Jugoslavia comunista”. Sappiamo oggi che non era così e
che il punto stava di nuovo nella volontà di una “sostituzione
nazionale”, concetto distinto e diverso dal genocidio. Ciò non toglie
che alla fine della mattanza in quel lembo del continente tra infoibati e
uccisi dai nazisti non vi era famiglia che non piangesse un lutto. Resta il dato storico di un secolo, il ‘900, angoscioso e terribile con
governi diversi per ideologia e impianto politico accomunati dalla
volontà di creare Stati etnicamente omogenei.
Intanto a Trieste
E Trieste? A Trieste il comando passa in mano tedesca, con le province a
ridosso delle Alpi orientali (Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume,
Lubiana) accorpate nella Zona di operazioni litorale (Ozak) dove “la
sovranità italiana è puramente nominale”. Siamo nella parte
finale della guerra e il governo di Salò non ha alcun potere su sindaci,
prefetti, legislazione. Nel capoluogo giuliano l’imprenditoria si
presta a collaborare anche in difesa dei propri interessi finanziari e
assicurativi. Nonostante nell’agosto del ’44 il vertice italiano
del PCd’I e buona parte del gruppo dirigente complessivo vengano
arrestati ed eliminati, nei mesi successivi la resistenza partigiana si
organizza tra le brigate Garibaldi, comuniste, e quelle Osoppo,
azioniste e cattoliche. Le violenze sono terribili. Nel mese di
aprile, siamo sempre nel ’44, i tedeschi compiono una rappresaglia nel
villaggio di Lipa, in provincia di Fiume. Una colonna scortata da
ufficiali italiani entra in paese e uccide chiunque incontri, le vittime
saranno 280. Nello stesso mese a Opicina, sul Carso triestino, i
partigiani uccidono sette militari in un cinema che proietta
documentari di propaganda, un secondo attentato nel cuore di Trieste
produce altre cinque vittime tedesche. La rappresaglia si
consuma nello schema classico del 10 a 1. Settantuno ostaggi sono
fucilati dopo l’attentato di Opicina, cinquantuno per quello consumato
in città con i corpi appesi a monito della popolazione nell’androne di
quello che sarà il conservatorio di musica. Ma il peggio non è neppure
lì.Dall’ottobre del ’42 all’aprile del 1945 opera a Trieste il
Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), la famigerata Risiera
di San Sabba, luogo destinato a divenire ben altro che una prigione. È gestito da SS tedesche, austriache e ucraine, annovera “specialisti”
del ramo, carnefici nazisti responsabili di buona parte della Shoah
della Polonia, Christian Wirth, detto “il selvaggio” o Kurt Franz, “il
più sadico torturatore di Treblinka” e Odilo Globočnik a cui si
ascrivono almeno un milione e mezzo di morti. Circa settecento ebrei
triestini passeranno da quelle celle (oggi monumento nazionale), se ne
salverà una ventina.
La riconciliazione
Ma è sul dopoguerra che Trieste proietta la sua ombra. Il nuovo vertice
del PCd’I passato in mano alla componente slovena del partito lascia
agli jugoslavi la possibilità di occupare le aree di frontiera (ottobre
del ’44), quest’ultimi “si impegnano a trattare gli italiani come una
minoranza nazionale col massimo dei diritti”. Soluzione ambigua. Nel frattempo, le divisioni tra le formazioni partigiane si consumano
come nell’episodio della strage alla malga di Porzȗs, febbraio 1945,
quando un reparto garibaldino stermina una brigata Osoppo. Il
Primo maggio del 1945 i partigiani jugoslavi occupano Trieste, a guidare
l’operazione i vertici dell’Ozna, la polizia segreta di Tito. Prelevano
singoli o piccoli gruppi anche se l’ampiezza delle operazioni non
sfugge a nessuno. Ancora Raoul Pupo descrive i numeri, tra Gorizia e
Trieste gli arrestati sono tra i dieci e i dodicimila, non tutti saranno
uccisi, ma questo lo si verrà a sapere solo in seguito. L’indicazione è arrestare repubblichini, fascisti, četnici, squadristi e
spie, collaborazionisti, agenti della questura e dell’Ovra, membri
della X Mas, delatori di partigiani. L’esito è una sequenza di uccisioni
in molti casi senza alcuna imputazione. Volendo semplificare,
“chi porta le armi o ne risponde ai comandi jugoslavi oppure è un
nemico, a prescindere dall’uso che ne abbia fatto assieme o contro i
tedeschi. Anzi, se contro i tedeschi si è battuto, ma non si è posto
agli ordini dell’armata jugoslava, è ancor peggio di un nemico, è un
fomentatore di guerra civile”.Il che spiega i motivi che
condussero a morte finendo infoibati anche militanti della resistenza
triestina, segnata dalla frattura dell’ala comunista a quel punto
appiattita su posizioni filo jugoslave.Sono settimane tragiche,
il giudizio storico dice come non si consumò una caccia indiscriminata
all’italiano poiché in quel caso le vittime sarebbero state decine di
migliaia e non tra le quattro e le seimila, numero terribile egualmente,
ma non di un genocidio o di una “pulizia etnica” si trattò. Fu altro.
Una orribile coda di una guerra che aveva una parabola dietro a sé. Una
resa dei conti venata dell’odio nazionalista? Certo, fu anche questo, ma
quando ci si muove su una terra di frontiera le risposte non sono mai
lineari.
Il dovere dell’anima
L’Esodo dall’Istria e
Dalmazia, ciò che il 10 febbraio ogni anno ricorda, è l’ultimo capitolo
di questa tormentata storia. Per anni su quella pagina è calato il
silenzio. In parte perché quelle donne e uomini sradicati dai luoghi di
una vita, da case, campi, vigne, cortili, arrivarono nell’Italia che si
affacciava al boom economico e una storia di soprusi e violenze stonava
col clima del tempo. In parte per una lotta politica che ancora
contrapponeva campi ideologici e, nonostante la scomunica sovietica, il
marchio della destra su quella tragedia non tardò a farsi sentire.Con gli anni i passi nella direzione di una pacificazione si sono
compiuti. Per il poco che vale, mi recai per la prima volta, da
segretario dei giovani comunisti e con una delegazione del Pci-Kpi, a
deporre un mazzo di fiori sulla Foiba di Basovizza. Correva l’anno 1989.Più tardi atti e gesti ben più autorevoli sono seguiti. Ciò che
mi preme rammentare oggi è il bisogno di non cancellare il passato
perché farlo equivale a gettare le basi a che possa ripetersi. Ma non
cancellare equivale a conoscerlo e soprattutto capirlo. Senza la paura
di misurare la Storia, i suoi torti, le sue ragioni. Per chi è nato
lassù tutto ciò non può limitarsi a un augurio. È semplicemente un
dovere dell’anima.