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3.2.25

perchè il 10febbraio non sia solo motivo di propaganda , strumentalizzazione fascista

canzoni suggerite
  •  Magazzino 18 - Cristicchi
  •  esodo  -- Chiara Atzeni 
  • HAI MAI NOTATO CHE GLI ADDII  -- "

 Come ogni anno  da  oggi  dopo quella  della memoria   inizia la  settimana  del  il  giorno  del  ricordo   ovvero  il 10 febbraio   . 
Da  21   anni cioè   con  l'istituzione  della legge  legge 30 marzo 2004 n. 92, si ricorda giustamente una storia semi conosciuta ( eccetto studiosi specialisti, gli abitanti del friuli venezia Giulia, e in nazionalisti del Msi eredi di Fdi ) all'opinione pubblica nazionale il massacro delle #Foibe (pozzi carsici) e dell'esodo #giulianodalmata e #istriano, uno dei momenti tragici della 2°guerra mondiale soprattutto nell'Adriatico e nella ex Jugoslavia . 
Voglio inoltre ricordare a tutti gli amici che  mi suggeriscono libri sulle foibe scritti da gente di destra e nazionalisti    che per inquadrare meglio la storia: dovrebbero leggere un breve ma essenziale riassunto di non basarsi solo sul libro di Bernas  citato nel bellissimo  musical  magazzino 18 d  Simone  Cristicchi . Ecco  che  prima di toccare un argomento così delicato e dibattuto   ci  si dovrebbe   sforzare  di andare oltre la vulgata ufficiale del 10 febbraio e leggere o almeno sfogliare le pagine introduttive di "Foibe" di Giacomo Scotti (uno storico di tutto rispetto, di cui vale la pena leggere un'intervista a prescindere  dalla   sua ideologia  ).Tanto per capire la differenza, Scotti è uno che ha studiato la questione per decenni, e che - pur essendo senz'altro di sinistra e avendo vissuto a lungo in Jugoslavia - non ha mai risparmiato le critiche anche al regime di Tito tanto che è stato il primo a scrivere un libro sule  brutture    del  carcere     Titino   di  Goli Otok  (  foto sotto )


Questo Bernas invece è uno che per vendere il suo libro ha bisogno:

1) di infilare nel titolo le parole "fascisti" e "italiani", così tanto per allargare il target
2) di farsi fare la prefazione da Veltroni
3) di farsi fare la postfazione da Fini

Questo   si  che  è     riduzionismo   non  chi     vuole  ricordare e sottolineare che le grandi tragedie e sofferenze dei popoli, quelle stesse del giorno d’oggi, nascono dai nazionalismi alimentati dalle ambizione di sopraffazione e di dominio sugli altri» Il fascismo e il comunismo Titino  nel nostro caso 

A inquadrare nella giusta prospettiva la storia di quel periodo ha contribuito  tra  gli  altri anche lo storico Sandi Volk, che spesso è intervenuto anche https://www.antiwarsongs.org/ per sfatare alcuni luoghi comuni che circolano in Italia sulla storia della Dalmazia e di Trieste.
Il ricordo  ufficiale e della destra delle foibe non distingue le foibe del 1943 da quelle del 1947 e viene mescolato al periodo dell’esodo degli italiani. E’ singolare inoltre che dalle terre istriane, nei resoconti odierni, scompaiano ( salvo eccezioni dove vengono tratti en passant ) i nazifascisti e non si parli più delle loro stragi, dell’italianizzazione forzata e del razzismo anti-slavo che hanno alimentato la voglia di rivalsa, ma rimangano solo “italiani” contrapposti agli “slavocomunisti” di Tito.
13 luglio 1920 f
u incendiato dai fascisti il 13 luglio 1920, nel corso di quello che Renzo De Felice definì "il vero battesimo dello squadrismo organizzato" Il Narodni dom (in sloveno Casa nazionale, Casa del popolo) di Trieste era la sede delle organizzazioni degli sloveni triestini
Il Narodni dom in fiamme il 13 luglio 1920
, un edificio polifunzionale nel centro di Trieste, nel quale si trovavano anche un teatro, una cassa di risparmio, un caffè e un albergo (Hotel Balkan).
Il 21 settembre 1920 Mussolini rivendicò orgogliosamente gli incendi delle Case del Popolo di Trieste e Pola in un discorso incendiario al teatro Politeama Cescutti di Pol  dichiarando la necessità di estendere il territorio italiano “… sacrificando 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”: il fascismo di frontiera era utile per sedare le agitazioni sindacali e risolvere il “problema slavo”. 
La campagna di italianizzazione vera e propria iniziata nel 1922 impose il divieto di parlare in sloveno, la chiusura delle scuole “non italiane”, il cambio dei cognomi e della toponomastica; furono inoltre devastate le sedi operaie, chiusi i circoli culturali e le associazione sportive slovene. L’azione del governo fascista annullò l’autonomia culturale e linguistica delle popolazioni slave ed esasperò i sentimenti di inimicizia nei confronti dell’Italia.
All’epoca le foibe venivano già utilizzate dagli squadristi per far sparire le teste calde. Tra le due guerre mondiali, inoltre, gli esuli sloveni e croati dalla Venezia Giulia furono oltre 100.000.
Poi ci fu la brutale occupazione del 1941: l’Italia fascista era al seguito dei nazisti che invasero tutta la Jugoslavia. Seguirono stupri, massacri, bombardamenti e deportazioni di massa specialmente a danno di serbi e altre minoranze; violenze di cui l’esercito fascista fu parte attiva con la creazione di campi di concentramento come la Risiera di S. Sabba, a Trieste o il campo di Gonars a Udine. Alla fine della guerra la Jugoslavia conterà circa un milione di vittime di cui 300.000 direttamente attribuibili alle truppe d’occupazione italiane.
Dopo l’8 settembre del ’43, con le sorti della guerra rovesciate, con il fascismo in rotta e con una recrudescenza da parte dei nazisti, le popolazioni slave, oppresse dalla dittatura e dall’occupazione militare, ebbero modo insorgere in un complesso coacervo di motivazioni etniche, nazionali e ideologiche. L’esercito popolare e bande di irregolari intensificarono la lotta contro i simboli della dittatura: contro gerarchi del fascismo, camicie nere e civili collaborazionisti. Come in tutte le guerre ci furono anche vittime innocenti e all’interno dello stesso campo partigiano. Durante la guerra di liberazione dall’invasore avvennero centinaia di fucilazioni e una serie di infoibamenti il cui numero non è mai stato chiarito; non vogliamo fare la conta dei numeri, ma sono cifre che cambiano di anno in anno nei testi di propaganda delle destre post/neo-fasciste. Dopo la fine del conflitto bellico, nessun italiano criminale di guerra è stato processato.
Realtà storica testimoniata e documentata: un fenomeno complesso, con un prima e un dopo, che annualmente diventa un’arma di propaganda per gruppi e associazioni che si rifanno idealmente e/o politicamente al fascismo, alla repubblica di Salò o che fanno direttamente apologia del nazismo; movimenti che riducono tutto all’”odio slavo-comunista contro chi aveva la colpa di essere italiano”; quegli italiani che, a dispetto dei massacri compiuti in Libia, Etiopia e Grecia, sembrano essere sempre brava gente.
Chiunque decida di prendere in considerazione la questione delle foibe deve tenere conto di questo contesto: non per negarle o per ridurne l’importanza, ma per comprenderle. Chi invece rivendica platealmente l’eredità ideale del fascismo e della Rsi, quando parla di “foibe”   dovebbe   se  ha   coraggioe  coerenza  rivendicare anche l’italianizzazione forzata, la dittatura, la ferocia della guerra e i massacri subiti dal popolo slavo: una vergogna d’Italia che non si cancella nemmeno settant’anni dopo.
Ma purtroppo, invece di essere motivo di studio serio per non ripetere gli errori passati, e capire come ci si è arrivati e le conseguenze fino alla fine della guerra fredda , è motivo di propaganda e di orgoglio, riduzione delle responsabilità e scaricabarile solo sui comunisti o per i fascisti e per certa sinistra non comunista . Vediamo di capire cosa furono e come inquadrarle è fondamentale affrontare questo tema con rispetto e sensibilità, evitando generalizzazioni e semplificazioni.
Quindi le foibe si posso dividere in due fasi la prima non necessariamente comunista in quanto fu anche una rivolta popolare avvenute fra il 25 luglio e l'8 settembre dove i cadaveri di fascisti e collaborazionisti uccisi dai partigiani italiani e jugoslavi si mescolano con le vendette e con la reazione ( non giustificabile perchè sempre di violenza e d'abberrazione si tratta ) alla pulizia etnica e razziale del fascismo e del nazismo ., la seconda fase cioè quella totalmente comunista avvenuta da quando le forze Tito entreranno , il 1 maggio 1945 a Triste dove le foibe continuano ad essere utilizzate per seppellire i cadaveri di fascisti e collaborazionisti uccisi dopo la liberazione dell'Italia insieme a quei partigiani slvined italiani chevosarino criticare tito e le sue mire espansionistiche 



Le uccisioni avvennero in un contesto di ostilità conclusa, e spesso sono state interpretate come atti di vendetta o giustizia sommaria  da  alcuni d'altri  come  puliia  etnica   da parte  slava     in quanto  bastava  per   essere   italiano secondo slcunino dissidente e critico verso toto   per   essere   inquadrato come  nemico  del  popolo e  come    fascista  per  finirci dentro  .
 In sintesi, la principale differenza sta nel contesto temporale e politico: le foibe del 1943 sono legate alla fase di guerra  cioè al controllo   del  fascismo  e occupazione tedesca, mentre quelle del 1945 sono legate alla fase di fine ostilità e liberazione. Poi seguira  l'esodo ,  la  divisione  in  due   della  zona  di trieste    e  il Memorandum di Londra del 1954  e  fino al 10 febbraio   1994 la  congiura  del  silenzio salvo  alcune    voci   libere insieme  ai nazionalisti   e  ai fascisti    Quindi    Se si vuole arrivare ad una vera riconciliazione si deve avere una storiografica scevra il più possibile   dalle ideologie. Questo è raccontare la storia. Usare certi episodi e tacerne altri per mera propaganda equivale a seminare odio.  Inoltre   e  qui  concludo   Se non si ricordano anche le cause, si racconta una storia a metà.
Per  chi  volesse  approfondire   tali argomenti  cosi  complessi   e  " divisivi  "       ancora     a  quasi 80  anni dal tratto di pace  del 1947  e 60 anni  1954   dalla  soluzione    della questione  di triste    ecco  alcuni  link  a  360°   o quasi

10.2.24

perchè le foibe ed l'esodo fanno parte della nostra storia ma ancora non sono digerite e assimilate e vengono ancora usate come strumento ideologico

 Oggi  10  febbraio   che  altro   dire  altre  a quello che  ho  già  riportato nel precedente post o  a quanto    detto  nella  bella  puntata del 9\2\2024    della   trasmissione rai   di passato e presente    dove   con lo storico  

  da  https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Rumici


Guido Rumici (Gorizia, 27 settembre 1959) è uno storico e saggista italiano. Studioso della storia del confine orientale italiano ed esperto di storia della Venezia Giulia e della Dalmazia, Rumici è autore di numerosi saggi sull'argomento, cui ha dedicato più di un decennio di ricerche e documentazione.Professore di Economia aziendale e di Storia ed Economia regionale, Rumici è cultore di Diritto dell'Unione Europea e di Diritto Comunitario presso l'Università di Genova nonché relatore e conferenziere per conto dell'Università Popolare di Trieste e su mandato del Ministero degli Affari Esteri nelle Comunità degli Italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia. Giornalista, è autore di volumi divulgativi e documentari di approfondimento. [...]

 si provato a parlare  nel  breve tempo   (  circa  una mezzora   )    a  disposizione     delle  foibe  e  dell'esodo   fino  all'istituzione  del la  giornata  del ricordo   nel 2004 inquadrandolo  (  come   si  dovrebbe   fare  e d  invece  non sempre  viene  fatto   )  nel contesto dela  questione  adriatica  . Unico   neo  è  che  ,  e  qui  ne  parlo anch'io scusandomi   per  non averne parlato  nel mio pot  precedente  ,   delle  cause  del silenzio (  salvo pochi  coraggiosi   e   del Msi  in chiave  anticomunista  )  dal 1954  ad 1996\2004 . Un ragionamento sulla tragedia degli italiani del confine nordorientale non è completo se non affronta il problema della rimozione: a fronte della gravità dei dati numerici (diecimila morti e oltre trecentomila profughi), perché per tanto tempo le vicende del confine nordorientale sono risultate «indicibili» e   scomode ? La risposta  ,   come  dice Lo scrittore friulano Carlo Sgorlon (1930-2009)    di   cui  dal  oggi  10 febbraio     troviamo   in edicola con il «Corriere della Sera» e il settimanale «Oggi»il romanzo di Carlo Sgorlon [ foto  a  sinistra    ] «La foiba grande» , in vendita al prezzo di 9,90   euro più il costo della testata a cui è allegato il volume.

Lo scrittore friulano
Carlo Sgorlon (1930-2009)

 Il libro di Sgorlon, riproposto in occasione del Giorno del Ricordo, rimane in edicola per un mese. 


Originariamente venne pubblicato nel 1992 da Mondadori e si chiude con una postfazione dello storico Gianni Oliva, anche rinvia a tre silenzi, diversamente motivati. Il primo è un silenzio internazionale. Nel 1948, quando Stalin rompe i rapporti con la Jugoslavia e condanna la politica del maresciallo Tito con l’accusa di deviazionismo, l’Occidente comincia a guardare al governo di Belgrado come ad un interlocutore prezioso e avvia il processo di attrazione della Jugoslavia nel proprio campo: Tito, che entrerà nell’immaginario collettivo non più come comunista ma come leader dei «Paesi non allineati», sembra un’opportunità preziosa per aprire una breccia    nella rigidità del blocco sovietico. La prima regola della diplomazia vuole che un interlocutore non sia messo in difficoltà con domande imbarazzanti: in questa prospettiva, viene meno l’interesse a fare chiarezza sulle migliaia di italiani scomparsi nella primavera del 1945 e sulle ragioni per cui centinaia di migliaia di giuliani abbandonano l’Istria e la Dalmazia.Il secondo è un silenzio di partito. Il Pci di Togliatti non ha alcun interesse a parlare di una vicenda che evidenzia le contraddizioni tra la sua nuova collocazione come partito nazionale e la sua tradizionale vocazione internazionalista, con una politica estera subordinata alle strategie di Mosca. Affrontare il tema delle foibe significherebbe ricordare le ambiguità rispetto ai progetti annessionisti jugoslavi e la sostanziale subalternità del Pci alle scelte di Belgrado.La stessa   cosa  anche se    sul versante   opposto ,   ma  soprattutto   per  evitare  di perdere  voti a  destra    La  Dc   rinuncia    a  chiedere  alla  Jugoslavia   i nomi  degli assasini  Comunisti   in cambio del siulenzio di Tito   sugli assasini   Fascisti   del periodo  1940\1943  . Ma Il silenzio più forte è però legato alla ricostruzione della memoria nazionale. L’Italia esce dalla Seconda guerra mondiale come un Paese sconfitto, che ha contribuito a scatenare le ostilità accanto alla Germania e al Giappone e che è stata travolta senza appello sul campo di battaglia. La conferenza di pace di Parigi ne è la conferma e la mutilazione di territorio sul confine nordorientale è il prezzo pagato alla guerra persa. A fronte di questa realtà, la «nuova» Italia del 1945 si sforza invece di autorappresentarsi come Paese vincitore e utilizza l’esperienza della Resistenza partigiana come alibi per assolversi dalle proprie responsabilità e per cancellare in un colpo il periodo 1922-43. Si tratta per  alcuni  di una rivisitazione in chiave assolutoria che giova alla classe dirigente antifascista, perché attraverso la delegittimazione del fascismo (cui si attribuisce la colpa esclusiva della guerra perduta) essa legittima se stessa come unica rappresentante della nazione; Ma  nel contempo, si tratta di una operazione che evita di fare i conti con il passato e di domandarsi chi e quanti sono stati «corresponsabili» delle scelte del regime.In questa prospettiva nascono i silenzi, le negazioni, le pagine indicibili della storia: «indicibili» sono i prigionieri di guerra, immagine vivente della sconfitta; «indicibili» sono criminali di guerra italiani; «indicibile» è la politica di occupazione del 1940-43, quando il Regio esercito ha combattuto accanto al nazismo; «indicibili», soprattutto, sono le foibe e l’esodo, perché nessun Paese vincitore subisce, dopo la fine della guerra, il ridimensionamento del proprio territorio, né la strage di migliaia di cittadini, né la fuga di centinaia di migliaia di altri. Gli infoibati e i profughi escono così per decenni dalla coscienza collettiva della nazione, per sopravvivere solo:  in quella regionale della Venezia Giulia  , in quella privata delle famiglie dei profughi  , Nel Msi   in  chiave  anti comunista  

non so  cos'altro dire   se  non rimandarvi  ai link    riportarti all'interno   del  mio precedente  post  di cui  riporto qui il  link   prima  citato  




 

5.2.23

10 febbraio ( e non solo ) e impossibilità della memoria condivisa

Da  19  anni  a questa parte ,   come   ogni anno s'inizia a  parlare   della  questione  adriatica   cioè  della  giornata , ora  diventata   la  settimana    palla del giorno   del ricordo   \  10 febbraio   ed   adesso a  freddo  ed  in anticipo    al  fiume  di :  retorica nazionalista  ed  nostalgica  ,  di  negazionismo  (  da entrambe le parti )  , ricordi a metà  ,   paragoni idioti  e  fuorvianti , e appelli  ipocriti  ed  utopistici alla memoria     condivisa  ,    faccio   soprattutto  su  quest'ultima  la   mia   odierna      riflessione  . 
 Non ricordo se  per  la settimana  del giorno del  ricordo    o  qualche  altro anniversario  di un evento storico  "divisivo "  ho appreso  che  sono  stati  trovati dei  volantini con la    scritta  nessuna memoria condivisa".Parola che sentiamo e sentiremo spesso per descrivere la storia del secolo scorso in paticolare da dopo la grande guerra ad mani pulite . Ma mi chiedo ogni volta che sento tale termine Cosa significa, esattamente, memoria condivisa ? quale sarebbe il significato in opposizione a quello informatico ? cosa significhi Nel suo significato socio-antropologico ? Ma soprattutto Memoria di cosa, e soprattutto, condivisa da chi ? Visto l'utilizzo mediatico e politico che ne viene fatto del termine , sospetto che questa sia un'espressione a sé stante, ma non ho trovato alcuna spiegazione del suo significato né su Google né su treccani.it.
Poi  continuando a   cercare   ho  trovato  questo post  di  https://italian.stackexchange.com/ in cui ho letto  il    commento    di  utente193 che    cito integralmente   


Mettendo insieme gli spunti forniti da uomo in verde e Elberich Schneider , azzardo un'interpretazione.
Per 'memoria condivisa' si intende un insieme di racconti o mitici che condividono vivi in ​​una data comunità senso d'identità, valori, ideali, aspirazioni, usanze, contribuendo insieme ad altri fattori a far da collante tra gli aderenti a quella stessa comunità . Tali racconti debbono essere tali da suscitare emozioni e valutazioni simili e concordi tra i più, o almeno tra chi conta di più, ma senza scatenareeccessivi contrasti, senza eccessive conflittualità nella comunità più ampia. Forse questa è la differenza rispetto alla 'memoria collettiva' citata da uomo inverde che invece mi sembra possa contenere racconti molto discordi tra di loro, e quindi non la funzione di collante: in questo caso la 'memoria condivisa' potrebbe considerarsi un sottoinsieme della 'memoria collettiva' ?


 Da notare però che qui si dice che la memoria collettiva è anche condivisa, nel senso di "shared", e si mette in collegamento con altri concetti quali 'intelligenza collettiva' , 'coscienza collettiva' , 'conoscenza distribuita' : secondo me è " shared" solo nel senso che è generata più collettivamente e quindi a disposizione di tutti, ma non tale da generare le stesse reazioni emotive come suggerito invece dall'aggettivo italiano "condiviso" che mi sembra forte dell'inglese "shared".
Per come lo capisco io, il concetto di 'memoria condiviso' è associato a quello di 'mito fondante' (o fondativo ). Inoltre continuando nella mia ricerca ho , più precisamente Qui , trovato alcune opinioni interessanti, ne cito un paio:
  1. La memoria è soggettiva, non può essere condivisa; può essere confrontata, ma non condivisa. Ciò che si può cercare di condividere non è una memoria, ma una storia (Walter Barberis)
  2. Memoria collettiva […] non equivale necessariamente a memoria condivisa […]: perché l'una rimanda ad un unico passato, cui nessuno di può sottrarsi e che coincide appunto con la nostra storia; mentre l'altra sembra presumere un'operazione più o meno forza di azzeramento delle identità e di occultamento delle differenze. Il rischio di una memoria condivisa è una "smemoratezza parteggiata", la dimenticanza. (Sergio Luzzatto)

Ma è qui che c'è invece un più ampio pubblico in cui si discute di discorso collettivo, condiviso, comune, pubblica, uso pubblico della storia, e altro. Ma ci stiamo allontanando dalla lingua italiana per addentrarci nei meandri insidiosi della filosofia, della storia, della sociologia e della politica.
 Infatti  << Ora è ormai    --- come fa notare   quest  articolo   de La stampa   del 23 Aprile 2009 modificato  il  23 Ottobre 2019 13:10 ----  frequente, in occasione di anniversari che riconducano a momenti critici e controversi della nostra storia nazionale, sentire il richiamo a una memoria condivisa. Sembrano confondersi, tuttavia, in questo invito istanze diverse, sulle quali vale la pena riflettere. E in primo luogo per una questione assai semplice: che il termine memoria è ambiguo per definizione. Connota il giusto intento di trasmettere alle generazioni più giovani il patrimonio di esperienza di coloro che le hanno precedute. E, generalmente, indica l’esigenza di tenere viva la lezione che si presume ci abbiano lasciato avvenimenti tragici che hanno lacerato la nostra società. Ma la memoria è soggettiva, individuale, e per di più incline a deteriorarsi, a perdersi, a peggiorare. La memoria è il risultato di sguardi particolari, che non possono essere modificati. Certo, si può affermare che esperienze comuni abbiano sedimentato una memoria collettiva. È vero. Ma sarà comunque impossibile conciliare, rendere omogenee, memorie legate a esperienze diverse, derivate da punti di vista e da adesioni personali o di gruppo totalmente differenti. [.... ] >>

Secondo  alcuni  me  compreso  per  memoria    condivisa  e  qui  sta la sua  utopia   s'intende  come metafora di qualcos’altro. Ovvero come il terreno su cui far germogliare un processo di riconciliazione nazionale, cioè quell’accordo fra visuali diverse e distanti che permetterebbe di mettere alle spalle il passato: con la concessione ai «vinti» di qualche risarcimento morale e di un conseguente restauro di immagine, e con la richiesta ai «vincitori» di una qualche forma di abiura e di cessione valoriale. IL fatto è che con tutta evidenza non funziona. Perché ogni guerra civile o scontri sociali , dalla Rivoluzione Francese in avanti, ha sempre lasciato dietro di sé una scia di recriminazioni, di rese dei conti, di riscritture ed    uso  strumentale (  nel  caso delle vicende  dl confine orientale )  degli avvenimenti e una molteplicità di memorie differenti e antagoniste. Esattamente com’è successo  e  succede  in Italia  dopo  periodi  di   forte contrapposizione  sociale   e  culturale  esempio  tangentopoli  \  mani pulite   .Quindi, per fare un esempio, i fatti relativi ad alcune stragi italiane, tra i quali la Strage di Portella della Ginestra (1947), la Strage di Piazza Fontana (1969), la Strage di Piazza della Loggia (1974), la Strage della stazione di Bologna (1980), le Stragi di Capaci e Via D'Amelio (1992), appartengono a tutti alla memoria collettiva italiana, tutti li ricordano; ma i racconti sono discordi, non è una memoria condivisa, le ricorrenze vengono vissute con emozioni contrapposte piuttosto e tali non aperti da rafforzare il senso d'identità nazionale quanto tali da rafforzare conflittualità e apparentemente insanabili.
Ed ecco che ( chi già sa cosa la penso sul giorno del ricordo è sull'uso che viene fatto di tali dolorosi ed drammatici avvenimenti della nostra storia nazionale , può anche non leggere il resto dell post )
il giorno del ricordo come tutti gli eventi del italiani del secolo scorso su cui almeno fin ora , non si è riusciti a raggiungere rispetto all'Europa tale intento visto che 1) non si è riuscito a farci i conti ., 2) si è ancora troppo divisi come testimoniano due lettere da me ricevute in questi giorni . la prima a favore e l'altra contro tale celebrazione scelte tra quelle che ho ricevuto ( come succede tutti gli anni ) dopo i miei post sul giorno del ricordo, l'impossibilità ed l'utopia .

Caro Giuseppe

Ti seguo fin dalle origini del blog [ quando era ancora splinder N.a ] e poi su facebook account e pagina   e quindi quando hai , in contemporanea all'istituzione della giornata del 10 febbraio  , iniziato a fare post sulle foibe ed l'esodo degli orientali cioè sulla nostra storia e le nostre storie / memorie . Pur non condividendo  il modo con cui ne parlavi ti si poteva riconoscere un po' di onestà intellettuale visto che riconoscevi il genocidio  e criticavi i tuoi amici /compagni di viaggio - strada che lo negavano o sminuivano    ed   alcuni  d'essi   ogni anno ne distruggono le lapidi o targhe. Ma, mentre  cercavo   i  post    di quest'anno  , ho trovato   due   tuoi   post  dell'anno scorso    riportati sul blog e  sull'appendice   Facebook ,  in cui   hai offeso tale ricordo : proponendo l'abolizione del 10 febbraio ¹, e mettendo sullo stesso piano  gli slavi che nostri morti ².  Per il momento mi prenderò sia dai tuoi social sia dal ti blog un periodo di riflessione per decidere se dirti addio o continuare a seguirti. Per il momento un abbraccio

                                       Lettera firmata


¹ https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2022/02/piuttostoi-c]he-fare-celebrazioni.html

² https://www.facebook.com/redbeppeulisse1/posts/10227213258547228


Caro compagno
 hai riportato  nei  giorni precedenti    la storia del maestro di musica Lojze Bratuž [  vedere   secondo url  dell' email  prima  riportata  ] e quindi cosa fecero quella canaglie dei fascisti . E hai deciso di non stare a sentire la voce dei fascisti che : per sottrarsi vigliaccamente al giudizio delle loro vittime  sono  scappati  in italia . Infatti nessuno dei fuoriusciti fu espulso ufficialmente con un preciso decreto di espulsione come avvenne per i tedeschi in Cecoslovacchia, Romania, Jugoslavia, Polonia e altre terre dell'Europa orientale. I successivi   rinunciando al paradiso creato dal compagno Tito scapparono ritornare in Italia e vivere a spese nostre. Votando i partiti oppressori della DC e gli eredi dei fascismo ovvero Msi

                        Maresciallo  Tito


potrei anche non rispondere  a queste  due  email    visto che    che   coloro hanno scritto  dovrebbero    aver letto  le  FAQ  ed  i  post in cui  parlo delle  foibe  \  giorno  del  ricordo .   Voglio  però  precisare  spero in maniera  definitiva     visto  che      dopo  la  settimana  del  giorno del ricordo   ricevo    e  cestino  email   alcune  anche peggiori di  queste     due cose  

La  prima  
non sto negando   ne  tanto meno   giustificandolo o smiuendo  il genocidio    giuliano  -  dalmata  perché farlo  sarebbe  da  imbelli   e  da  disonesti , ma  soprattutto perché   non si  tratta  : 1) di  fatti  incerti  .,  2) di   episodi aneddotici   o leggende  diventate  storia  . E poi  , alla  faccia  di chi accoglie    la  definizione  classica    di genocidio  cioè    cioè  quella  di Raphael Lemkin, ideatore del termine "genocidio" , io  applico i  nuovi  parametri di definizione di tale  termine   esposti qui :    https://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio#Dibattito_sul_genocidio
Infatti    in  quelle  zone  oltre  ai  crimini    di Tito   ci  fu  anche , seguendo  le nuove  definizioni  di genocidio    , anche la "bonifica etnica" \  italianizzazione     fascista    (  trovate  sotto   fra   la  sitografia     elementi  per   approfondire  )     il  cosiddetto fascismo di confine  e  quella  applicata    con campi  di deportazione  e  criminale   nei   confronti   degli   slavi     durante  il  secondo  conflitto mondiale .
Ovviamente  senza  metterli sullo  stesso piano   perchè   anche  se  tali massacri  \  genocidi hanno la  base     comune    il nazionalismo    sono  diversi ,  anche se    uno   conseguenza  dell'altro ,  gli eventi  ed  i contesto che   gli    ha  generati \  causati  . 
Quindi se proprio dobbiamo ricordare ( è per questo che ho fatto sia quel post provocatorio e quel post in cui si parla delle violenze fasciste ) ricordiamo tutto per evitare che 1) cada , come avvenne dagli anni 60 in poi fino all'istituzione del giorno del ricordo , l'oblio ufficiale  sui tali fatti ; 2)  <<  [...] Nonostante la ricerca scientifica abbia, fin dagli anni novanta del XX secolo, sufficientemente chiarito gli avvenimenti[45][46], la conoscenza dei fatti nella pubblica opinione permane distorta e oggetto di confuse polemiche politiche, che ingigantiscono o sminuiscono i fatti ed   sminuendone   o ingigantendo  il numero delle  vittime   e  degli esuli [  corsivo mio  ] a seconda della convenienza ideologica[47][48] >>  ( da https://it.wikipedia.org/wiki/Questione_adriatica  ) .

La  seconda  
Non sono d'accordo che   chi ha  scelto di rimanere   in quei territori   durante  il  regime  fascista  cosi   come di fuggire     sia durante   la  guerra    cioè    all'8 di  settembre     sia   dopo  la  guerra venga  considerato    necessariamente   appartenente  all'ideologia  fascista  . Infatti  è pressoché impossibile   distinguere   chi  vi  aderii  perchè  : 1)     ne  condivideva  e  sosteneva  il pensiero  \  l'ideologia  .,  2)  per paura   di repressione   ed  emarginazione .,  3)  opportunismo    ed  carrierismo  .,  4)  indifferenza      cioè basta    che sia .   Cosi  come  se  scapparono dal governo di Tito  e dal  suo regime   lo fecero    solo ed  esclusivamente ,   ed qui  bisognerebbe  provare  a  fare  qualche  domanda   agli esuli , come dicono  siti   giornali   e  programmi televisivi   che  ci  propinano   ogni 10  febbraio  , per la  repressione  e  l'imposizione  di quello  che  da movimento  di liberazione  diventerà una  dittatura imponendo il  sradicamento identitario   della popolazione  italiana  . 

per     chi  volesse   approfondire  ecco  alcuni dei  siti     da me  consultati   e consigliati



4.2.23

il 10 febbraio e la questione del confine orientale spiegata ad un adolescente

“Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo” 
                    José Saramago

 Il  nipote  di un mio  amica di  12\13  anni    mi chiede 

    ---  mamma  mi  ha  consigliato  di chiedere  a te  che  sei  esperto  di  storia  cosa è  il giorno e ricordo ?  

 --   esperto  .non esageriamo  ,  sono un semplice  appassionato   .  Comunque  Il giorno   \  settimana  del    ricordo e quella giornata   che “ci dovrebbe    dare occasione per ripetere che non ci sarà mai giustificazione per l’odio, la discriminazione etnica, la presunzione di avere il diritto di sopraffare gli altri, la follia ideologica  dei nazionalismi  prima quello fascista    e  poi       quelo  comunista  . Così come è l’occasione per riaffermare che di fronte a tutti i crimini confermati dalla verità storica non possono trovare spazio forme di revisionismo, negazionismo o giustificazionismo , ed  uso  politico \  ideologico  , che hanno come unico risultato quello di offendere le vittime e colpire i sentimenti dei superstiti e dei discendenti.  che hanno trovato la morte nei lager  ( la risiera  di san Saba  ) nazi fascista  e  diversi    campi   di concentramento fascisti  dei  Balcani  \  ex  Jugoslavia  . >Il  più  noto  è  qiuelo  . Gonars (1942-1943)   e  nelle    Foibe  sia  quelle   tra  il  25 luglio e  l'8 settembre     sia  successivamente    1945  \1947  . Insomma   a quanti, perché inseguiti dalla violenza e per   in una scelta di libertà, hanno abbandonato la loro casa, la loro terra e ogni avere per affrontare la via dell’Esilio .comunque se  vuoi  approfondire  https://www.tag24.it/484428-foibe-cosa-sono-e-giorno-del-ricordo/

---- ma  come   stai  mettendo  sullo stesso piano  violenze   fasciste  e  violenze  comuniste    , lager    e  foibe    . 


---  Ma  quando  mai   .    Accomunare olocausto e foibe serve solo a sminuire l’unicità della Shoah e a tacere le responsabilità del fascismo”.  Qui    sto  contestualizzando   perché   purtroppo  il  confine orientale   è  stato teatro   di   questi tre  crimini  ideologici (  fascismo   , nazismo  ,  comunismo  )   che  uniti al nazionalismi    hanno reso particolare  ed  ancora doloroso  insieme  al  silenzio  quasi totale    dovuto  alla  voglia  di lasciarsi alle  spalle   gli orrori e e  brutture  dei quel  periodo   e  l'opportunismo  politico    della  guerra  fredda    cioè  dello  scontro  tra  i  due  blocchi   quello    Nato   ad  Ovest    e  quello  Russo  \  sovietico ad est   hanno  determinato    quella   dolorosa  ferita  . Quindi  il nostro paese deve ancora fare i conti su quello che è successo nel confine orientale .

---- Un po' sintetica come spiegazione .

-------  effettivamente . Ma non volevo annoiarti con la mia logorrea. Non ti preoccupare che ne sentirai parlare  visto che  tra poco inizierà la settimana del ricordo ( la giornata del #10febbraio )  e ne sentirai parlare in TV e sul web in maniera più o meno dettagliata  /a 360° gradi . Infatti negli ultimi anni sta venendo meno il refrain barbarie comunista e congiura del silenzio ( che certamente ci fu  visto tali eventi furono regalato solo su libri specialistici o auna determinato pensiero ideologico culturale o qualche spirito libero che affrontava il tabù di tali argomenti ) . Comunque sei vuoi approfondire l'argomento trovi sotto  dei siti
Mi scuso   se    sono    4    sui  5  dello stesso sito   ma   erano articoli    troppo   interessanti   . E se vuoi quando abbiamo un po' più di tempo  ne parleremo più a fondo  e  magari  ti  do  altri  siti  .



----- Ok grazie


Qualche  giorno  dopo lo  rincontro  e  mi dice  <<   Grazie  .  Dai link    che      mi  ha   suggerito   e  dai programmi    tv  ed  altri siti     che  ho  consultato   sulle  vicende  storiche del  periodo storico  riguardo alle  vicende   del  confine  orientale    ho  capito  \  mi sono  fatto un idea    fra  il 1918-1975      che  l'italia    , ,  non ha     da quando  è stata unita  ,  fatto i conti   con il proprio  passato   e  le  brutture  che ha   commesso  e  taciuto   in questo caso  e     che  le  violenze   e  gli eccidi  non furono  da una parte   solo  come   la propaganda   pro  10  febbraio  ci  ha  fatto credere   >> . 

Mi sono  sono   inumiditi      gli occhi  dalla   gioia     di vedere   un  seme  lanciato    germogliare  






Sostituzione nazionale o genocidio ? secondo me entrambe le cose frutti guasti del nazionalismo







in attesa   del fiume     di retorica  della settimana  del ricordo     chiariamo cosa furono le foibe  .
  da   editorialedomani.it 7 febbraio 2022 • 08:00 editoriale    

Sostituzione nazionale ma non genocidio: ecco che cosa sono state davvero le foibe 

Sostituzione nazionale ma non genocidio: ecco che cosa sono state davvero le foibe

Gianni Cuperlo

Maggiorenne: in questo 2022 la legge che ha istituito il Giorno del ricordo compie diciott’anni. È stata votata a fine marzo del 2004 per «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Dunque 10 febbraio, la scelta cadde su quella data nel rimando all’anno, era il 1947, che vide la firma sui trattati di pace di Parigi. Doveva essere la fine, almeno nella forma, dei postumi della guerra sul confine dove il “dopoguerra” si predisponeva a farsi narrazione infinita. Quella data aveva sancito il passaggio alla Jugoslavia delle terre istriane, del Quarnero (o Quarnaro), di Zara e dunque di un’area contesa e sino a prima del secondo conflitto in larga misura italiana.
Circa trecentomila persone, la quasi totalità della presenza italiana, e tra quelli cinquantamila sloveni e croati, furono spinti ad abbandonare case, campi, i luoghi della propria vita e di tradizioni familiari radicate. Lo fecero valendosi del diritto di opzione che il Trattato prevedeva con la possibilità di trasferirsi in Italia, molti lo fecero soprattutto a fronte delle pressioni e intimidazioni subite. L’accoglienza della madre patria fu tutt’altro che calorosa.
Pesarono interessi geopolitici, la Jugoslavia col suo profilo di “non allineatan decennio perché lo Stato intervenisse favorendo la piena integrazione dei profughi giuliano-dalmati nell’Italia del boom. Il che non bastò a sanare la “ferita della memoria” al punto che sulla pagina sanguinosa di quel confine a lungo calò il silenzio.” era una zona cuscinetto tra questa parte d’Europa e il blocco sovietico, né mancavano scambi commerciali, il tutto nella logica di una buona stabilità da perpetuare anche in vista del “dopo Tito”.
Lasciare che la polvere coprisse le pagine più dolorose e cruente rispondeva a parecchi interessi. Quel mutismo complice accomunava il partito che governava da Roma, ma pure l’opposizione comunista che sulle scelte compiute nell’alto Adriatico non poteva dirsi mera spettatrice. Il tutto, appunto, sino al 2004 e all’istituzione del Giorno del ricordo: da allora non vi è stata una sola delle ricorrenze libera da toni accesi sulle radici di una celebrazione che avrebbe dovuto scavare e ricostruire il lungo conflitto tra opposte aspirazioni nazionali (di italiani, sloveni, croati delle più diverse appartenenze e ideologie), e che ha finito, invece, col sovrapporre la memoria dello scontro tra fascismo e antifascismo. Ma si può riflettere su una celebrazione entrata nel calendario civile del paese con un di più di rigore e lucidità?  

Odiarsi nell’intimità

Farlo si deve, o almeno conviene, e per riuscirci Raoul Pupo, storico triestino, diventa una bussola preziosa. Sfogliando la sua ultima ricognizione del tema (Adriatico amarissimo. Una lunga storia di violenza, Laterza 2021) ha senso partire dalla citazione in apertura di Predrag Matvejevič: “L’Atlantico e il Pacifico sono i mari delle distanze, il Mediterraneo è il mare della vicinanza, l’Adriatico è il mare dell’intimità”. Ci si può odiare nell’intimità? Possono generarsi sino a deflagrare conflitti di brutalità indescrivibile entro un perimetro che nei secoli ha visto combinarsi lingue, dialetti, religioni, costumi, identità? Ahinoi, sì.
E’ complicato s analizzare le violenze novecentesche in quel triangolo d’Europa se ci si rinchiude in una storia “nazionale”, che sia quella italiana o slovena o croata. Solamente considerando “punti di vista diversi” si possono svelare le dinamiche di un territorio plurale che nell’arco lunghissimo del “secolo breve” ha convissuto con varie appartenenze, Stati e governi diversi.
L’altro corno del problema è rappresentato dalle parole o formule utilizzate. Anche su questo Raoul Pupo fissa un glossario utile. A cavallo del confine orientale, prima, durante e dopo la guerra non vi sono state pagine di deportazione, espulsione o, peggio, “pulizia etnica”, termine per altro generato dagli eventi di un tempo storico successivo.
La definizione che appare più corretta è un’altra, lì si sono prodotti «fenomeni di sostituzione nazionale», il che non paia una reductio della portata di quei fatti, fosse solo perché è stata una delle strategie applicate in angoli diversi del continente su come “accomodare” persone con appartenenze nazionali diverse in un unico Stato. .Dapprima il fascismo determinò l’allontanamento di migliaia di cittadini sloveni e croati dalle regioni italiane, successivamente furono gli accordi di pace a indurre l’Esodo dall’Istria di molte migliaia di cittadini italiani costretti a lasciare case e beni tra gli anni ’40 e ’50. Detto ciò, perché all’incrocio delle due guerre mondiali, e prima e dopo quelle tragedie, la Venezia Giulia ha vissuto un di più di violenza? La risposta è in un’altra formula: “nella lotta politica può sempre esserci spazio per i compromessi, in quella nazionale no”. Il nazionalismo finisce con l’essere il migliore concime per disseminare odi e contese destinati prima o poi a deflagrare. E così è avvenuto.

I pogrom

A ridosso della Grande Guerra e prima del fascismo Trieste faceva convivere una media borghesia dalle tendenze irredentiste, un proletariato “internazionalista” e un terzo ceppo di popolazione fedele all’Austria Felix (Viva l’A e po’ bon, rimarrà moto popolare dove la A stava proprio per l’Impero decadente). All’indomani della guerra sarebbe stato il trattato di Rapallo, novembre 1920, a disegnare i confini tra Italia e Jugoslavia, anche se quattro anni più tardi avrebbe provveduto quello di Roma ad annettere lo Stato Libero di Fiume, previsto sulla carta e impedito nel nascere dall’avvento di Benito Mussolini. Sono anni tormentati, il regime fascista con la sua rete di servizi individua nel Partito socialista l’avversario da stroncare per il sospetto di essere il collante tra slavi e nostalgici del patronato viennese. Su entrambi i fronti si crea l’humus perfetto per il primato delle componenti massimaliste e violente, lo squadrismo nazionalista ha apparecchiato il tavolo e non mancherà di sedervisi con un anno d’anticipo rispetto alle ronde fasciste.In quel contesto s’inserisce la parabola fiumana di Gabriele D’Annunzio, ma su quella si sono riempiti gli scaffali, qui basterà ricordare il pogrom anti-croato di cittadini e legionari sedato dal Vate con l’argomento di “eccessi spiegabili in un primo impeto di passione”, ma non giustificabili nella loro sistematicità. Sarà il 13 luglio 1920, però, la data discrimine, quando si consuma l’assalto delle squadre fasciste e l’incendio dell’Hotel Balkan (il Narodni Dom, sede di organizzazioni e istituzioni slave a Trieste, vuol dire slovene, croate, serbe…). È l’avvio di un altro pogrom, stavolta anti-sloveno, che Boris Pahor descriverà in chiave letteraria nella novella Il rogo nel porto, le camicie nere vivono le spedizioni punitive contro banche, giornali, associazioni come “spettacolo di redenzione”, gli sloveni si trovano catapultati nell’incubo che si prolungherà per il quarto di secolo a seguire. Per loro quella data scolpirà il “trauma originario” della comunità nel suo legame con lo Stato italiano. Che la storia di territori plurali sia complicata può confermarlo il fatto che solo un anno e mezzo prima dell’incendio del Balkan, nel gennaio del 1919 erano state formazioni slovene guidate da Rudolf Maister a sparare sui manifestanti tedeschi che nella piazza di Maribor rivendicavano l’annessione alla nuova Austria. Tornando alla Trieste del 1920, gli episodi di violenza proseguirono sotto lo sguardo indulgente delle forze dell’ordine: lo squadrismo era un aiuto contro il pericolo dell’eversione bolscevica.

La benevolenza dell’ordine costituito fece della Venezia Giulia una tra le regioni dove il fascismo agì con esiti più pesanti, solo in quella prima stagione 134 edifici incendiati, di questi un centinaio erano circoli di cultura, alcune case del popolo, oltre una ventina le Camere del lavoro e diverse cooperative.

La violenza sui corpi e le anime

In questa ricostruzione tra le date a merito di citazione un posto spetta all’aprile del 1927 quando il regime estende all’alto Adriatico le disposizioni già previste per il Tirolo meridionale, si tratta della “restituzione in forma italiana” dei cognomi deformati in passato dalle autorità austriache. È l’avvio di una “massiccia italianizzazione” condotta dagli uffici senza “consultare gli interessati”. Poteva così capitare ai fratelli Vodopivec, uno residente nel capoluogo, l’altro a Monfalcone di trovarsi battezzati rispettivamente Bevilacqua (traduzione letterale del cognome sloveno) e Vodini.   Il tentativo di sradicare l’identità di un popolo o parte di esso avanzò lungo il doppio binario di una progressiva assimilazione delle anime mai del tutto scollegata da una dose di violenza sui corpi. Il fascismo fu questo.  Tra le vittime privilegiate di quella stagione repressiva moltissimi cattolici, compresi preti, parroci, vescovi, con l’esplosione dell’antisemitismo in una città, Trieste, ricca di una comunità ebraica radicata e tra le più importanti. La durezza del regime a organico pieno (pubblica sicurezza, carabinieri, Milizia) costituì nei fatti uno stato di polizia dove violenze, incarcerazioni, schede segnaletiche sorressero un apparato repressivo feroce quanto efficace.  Il fronte sloveno non risultò compatto, nell’isontino avrebbe conosciuto persino una formazione fascista (Vladna stranka, Partito governativo) dedita a relazioni con l’Ovra (la polizia segreta del fascismo). Non vi è dubbio però che gran parte degli sloveni si oppose al fascismo e la conferma viene dai movimenti di resistenza armata, tra questi spicca l’acronimo goriziano del Tigr (Trieste, Istria, Gorizia, Rijeka). Assieme a Borba (la versione triestina) stabilirono collegamenti con i servizi jugoslavi per lo scambio di armi e materiale di propaganda. In particolare, un ordigno venne fatto esplodere il 10 febbraio del 1930  presso Il Popolo di Trieste, quotidiano fascista, uccidendo un redattore. All’attentato seguirono centinaia di arresti e ottantasette tra questi furono deferiti al Tribunale speciale che dopo un processo farsa comminò quattro condanne a morte. Uno dei quattro, Ferdo Bidovec, era di madre italiana, come per altro slovena era la madre di Guglielmo Oberdan a conferma che “per i patrioti di frontiera il sangue non conta un bel nulla”.  I quattro vennero fucilati all’alba del 6 settembre 1930 presso il poligono di Basovizza in un luogo destinato a divenire dall’immediato dopoguerra “un sacrario” dell’antifascismo sloveno.A metà luglio di due anni fa il presidente Sergio Mattarella e il suo omologo sloveno, Borut Pahor, si sono raccolti mano nella mano dinanzi alla lapide che ricorda le vittime e lo hanno fatto, segno esplicito di una volontà di pacificazione, subito dopo avere reso omaggio alla più nota foiba di Basovizza, perché nel tracciare la rotta di questo Giorno del ricordo è a quella pagina che dobbiamo arrivare, senza scorciatoie.

La guerra

La seconda guerra mondiale scompose assetti, etnie, comunità. L’offensiva tedesca sulla Jugoslavia scattò il 6 aprile 1941, Mussolini vi si accodò. Croazia, Slovenia, Bosnia, Montenegro o Voivodina non sarebbero mai state regioni controllate, tanto meno pacificate. Gli ustaša, nazionalisti fanatici, avrebbero avviato la persecuzione di due milioni di serbi residenti nel nuovo stato croato perseguendo al contempo il genocidio di ebrei e rom, solo nel campo di sterminio di Jasenovac a trovare la morte furono in centomila.Sul fronte opposto, dopo l’attacco di Hitler all’Unione Sovietica, a giugno del ’41, i comunisti guidati da Josip Broz detto Tito animarono la resistenza anti-tedesca, lo fecero agendo in autonomia, fuori dalla raccomandazione di Stalin per la creazione di larghi fronti antifascisti.  I serbi, distribuiti tra il Protettorato di Serbia occupato dai nazisti, lo Stato croato, la Dalmazia e il Montenegro dove di stanza stavano gli italiani, diedero vita a un movimento unitario, i četnici, “monarchici e sostenitori di un progetto ‘grande serbo’” ovviamente in conflitto con gli ustaša, “militanti dell’idea ‘grande croata’ in una piena logica di guerra civile”.  I partigiani combattevano entrambe le fazioni, četnici e ustaša oltre agli occupanti italiani e tedeschi. Tra il ’41 e il ’43 le azioni repressive italiane contro le formazioni partigiane non esitarono a reprimere quantità di civili, non furono “danni collaterali”, ma una strategia mirata a isolare qualunque focolaio di resistenza.  Internamenti di massa a scopo di prevenzione condussero a costruire campi in grado di concentrare migliaia di persone, accadde a Gonars in Friuli o nell’isola di Arbe/Rab in Dalmazia.

Dopo l’8 settembre

8 settembre 1943: anche la Venezia Giulia conosce la sorte del resto del paese, comandi militari e truppe allo sbando. L’Istria piomba nel caos coi soldati italiani in fuga.  La rete dei Comitati popolari di liberazione (Cpl) a settembre proclama la volontà dell’Istria di annettersi alla Croazia e, per suo tramite, alla “fraterna comunità dei popoli della Jugoslavia”. La contro-repressione non è meno violenta e spesso sfugge al controllo delle stesse autorità partigiane con atti di sadismo. Nelle campagne attorno a Parenzo si consuma “una vera e propria jacquerie” coi contadini croati contro archivi comunali, simbolo di uno Stato oppressore, e vendette consumate sui loro vecchi “padroni”. L’uccisione di Norma Cossetto, studentessa istriana seviziata e infoibata nell’autunno del ’43, resta una delle pagine atroci di quella stagione. Foibe, dunque, in terra istriana ve ne sono diverse usate allo scopo, da quella di Vines verranno recuperate oltre ottanta salme. Il computo delle vittime non può che risultare impreciso, la storiografia lo quantifica attorno al mezzo migliaio, “un eccidio di grandi dimensioni paragonabile per eccesso alle più note stragi naziste in Italia”.  Resta la frattura, l’evento in sé, destinato in corrispondenza al ritrovamento dei corpi a trasformare rapidamente il fatto oggettivo e tragico in un “costrutto mitico che diviene parte integrante dell’identità collettiva degli italiani d’Istria”.  I semi di una narrazione contesa proiettata in tutto il dopoguerra tra “opposte retoriche, vittimiste e negazioniste” sono interrati e germoglieranno una malapianta.  La tesi estrema è netta: le foibe sono “la prima tappa di un disegno di eliminazione violenta della presenza italiana nella penisola, destinata a divenire parte integrante della Jugoslavia comunista”.   Sappiamo oggi che non era così e che il punto stava di nuovo nella volontà di una “sostituzione nazionale”, concetto distinto e diverso dal genocidio. Ciò non toglie che alla fine della mattanza in quel lembo del continente tra infoibati e uccisi dai nazisti non vi era famiglia che non piangesse un lutto.  Resta il dato storico di un secolo, il ‘900, angoscioso e terribile con governi diversi per ideologia e impianto politico accomunati dalla volontà di creare Stati etnicamente omogenei.

Intanto a Trieste


E Trieste? A Trieste il comando passa in mano tedesca, con le province a ridosso delle Alpi orientali (Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, Lubiana) accorpate nella Zona di operazioni litorale (Ozak) dove “la sovranità italiana è puramente nominale”.  Siamo nella parte finale della guerra e il governo di Salò non ha alcun potere su sindaci, prefetti, legislazione. Nel capoluogo giuliano l’imprenditoria si presta a collaborare anche in difesa dei propri interessi finanziari e assicurativi.  Nonostante nell’agosto del ’44 il vertice italiano del PCd’I e buona parte del gruppo dirigente complessivo vengano arrestati ed eliminati, nei mesi successivi la resistenza partigiana si organizza tra le brigate Garibaldi, comuniste, e quelle Osoppo, azioniste e cattoliche. Le violenze sono terribili. Nel mese di aprile, siamo sempre nel ’44, i tedeschi compiono una rappresaglia nel villaggio di Lipa, in provincia di Fiume. Una colonna scortata da ufficiali italiani entra in paese e uccide chiunque incontri, le vittime saranno 280. Nello stesso mese a Opicina, sul Carso triestino, i partigiani uccidono sette militari in un cinema che proietta documentari di propaganda, un secondo attentato nel cuore di Trieste produce altre cinque vittime tedesche. La rappresaglia si consuma nello schema classico del 10 a 1. Settantuno ostaggi sono fucilati dopo l’attentato di Opicina, cinquantuno per quello consumato in città con i corpi appesi a monito della popolazione nell’androne di quello che sarà il conservatorio di musica. Ma il peggio non è neppure lì.Dall’ottobre del ’42 all’aprile del 1945 opera a Trieste il Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), la famigerata Risiera di San Sabba, luogo destinato a divenire ben altro che una prigione. È gestito da SS tedesche, austriache e ucraine, annovera “specialisti” del ramo, carnefici nazisti responsabili di buona parte della Shoah della Polonia, Christian Wirth, detto “il selvaggio” o Kurt Franz, “il più sadico torturatore di Treblinka” e Odilo Globočnik a cui si ascrivono almeno un milione e mezzo di morti. Circa settecento ebrei triestini passeranno da quelle celle (oggi monumento nazionale), se ne salverà una ventina.

La riconciliazione

Ma è sul dopoguerra che Trieste proietta la sua ombra. Il nuovo vertice del PCd’I passato in mano alla componente slovena del partito lascia agli jugoslavi la possibilità di occupare le aree di frontiera (ottobre del ’44), quest’ultimi “si impegnano a trattare gli italiani come una minoranza nazionale col massimo dei diritti”. Soluzione ambigua. Nel frattempo, le divisioni tra le formazioni partigiane si consumano come nell’episodio della strage alla malga di Porzȗs, febbraio 1945, quando un reparto garibaldino stermina una brigata Osoppo. Il Primo maggio del 1945 i partigiani jugoslavi occupano Trieste, a guidare l’operazione i vertici dell’Ozna, la polizia segreta di Tito. Prelevano singoli o piccoli gruppi anche se l’ampiezza delle operazioni non sfugge a nessuno. Ancora Raoul Pupo descrive i numeri, tra Gorizia e Trieste gli arrestati sono tra i dieci e i dodicimila, non tutti saranno uccisi, ma questo lo si verrà a sapere solo in seguito. L’indicazione è arrestare repubblichini, fascisti, četnici, squadristi e spie, collaborazionisti, agenti della questura e dell’Ovra, membri della X Mas, delatori di partigiani. L’esito è una sequenza di uccisioni in molti casi senza alcuna imputazione. Volendo semplificare, “chi porta le armi o ne risponde ai comandi jugoslavi oppure è un nemico, a prescindere dall’uso che ne abbia fatto assieme o contro i tedeschi. Anzi, se contro i tedeschi si è battuto, ma non si è posto agli ordini dell’armata jugoslava, è ancor peggio di un nemico, è un fomentatore di guerra civile”.Il che spiega i motivi che condussero a morte finendo infoibati anche militanti della resistenza triestina, segnata dalla frattura dell’ala comunista a quel punto appiattita su posizioni filo jugoslave.Sono settimane tragiche, il giudizio storico dice come non si consumò una caccia indiscriminata all’italiano poiché in quel caso le vittime sarebbero state decine di migliaia e non tra le quattro e le seimila, numero terribile egualmente, ma non di un genocidio o di una “pulizia etnica” si trattò. Fu altro. Una orribile coda di una guerra che aveva una parabola dietro a sé. Una resa dei conti venata dell’odio nazionalista? Certo, fu anche questo, ma quando ci si muove su una terra di frontiera le risposte non sono mai lineari.

Il dovere dell’anima

L’Esodo dall’Istria e Dalmazia, ciò che il 10 febbraio ogni anno ricorda, è l’ultimo capitolo di questa tormentata storia. Per anni su quella pagina è calato il silenzio. In parte perché quelle donne e uomini sradicati dai luoghi di una vita, da case, campi, vigne, cortili, arrivarono nell’Italia che si affacciava al boom economico e una storia di soprusi e violenze stonava col clima del tempo. In parte per una lotta politica che ancora contrapponeva campi ideologici e, nonostante la scomunica sovietica, il marchio della destra su quella tragedia non tardò a farsi sentire.Con gli anni i passi nella direzione di una pacificazione si sono compiuti.  Per il poco che vale, mi recai per la prima volta, da segretario dei giovani comunisti e con una delegazione del Pci-Kpi, a deporre un mazzo di fiori sulla Foiba di Basovizza. Correva l’anno 1989.Più tardi atti e gesti ben più autorevoli sono seguiti. Ciò che mi preme rammentare oggi è il bisogno di non cancellare il passato perché farlo equivale a gettare le basi a che possa ripetersi. Ma non cancellare equivale a conoscerlo e soprattutto capirlo. Senza la paura di misurare la Storia, i suoi torti, le sue ragioni. Per chi è nato lassù tutto ciò non può limitarsi a un augurio. È semplicemente un dovere dell’anima.   


per  ch vuole  saperne  di più 


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