28/11/15

il rinnovamento di dylan dog verso un americanizzazione marvelliana ? - Dylan Dog N 351 In fondo al male



Inizialemte credevo che tali articolo fossero frutto di astio e di faziosità . Ma articoli copme il faszioso ma , sic attento e ben informato http://comixarchive.blogspot.it/2015/01/bonelli-editore-problemi-di.html

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In generale, ciò che alla Bonelli manca in questo periodo è una politica moderata di adeguamento ai tempi. Una massiccia americanizzazione, anzi una marvelizzazione, perché molte idee sembrano tipiche delle strategie commerciali della casa editrice dell'Uomo Ragno e soci, che non piace ai lettori tradizionali. E sembra che ogni trovata sia orchestrata più per attirare l'attenzione sulle polemiche che sui reali contenuti delle storie che continuano a non piacere. Pochi giorni fa è stata diffusa una vignetta proveniente da un futuro numero di Orfani, la prima serie Bonelli realizzata interamente a colori, che ha fatto molto discutere perché mostrava tre adolescenti che dormivano con le gambe attorcigliate, denotando atteggiamenti morbosi e malcelatamente sessuali. Molti fan si sono indignati anche perché far vedere una vignetta di un numero che uscirà tra circa tre mesi implica, per conseguenza, che i personaggi in questioni non moriranno fino a quel numero. Orfani rappresenta un futuro apocalittico in cui la violenza e la morte dei protagonisti è dietro ogni pagina. Tra l'altro questa serie è stata giudicata un flop a fronte dei circa 3 milioni di euro stanziati per la realizzazione delle prime due stagioni. Secondo i dati ufficiosi che sono circolati in rete in queste ultime settimane, le vendite della serie sarebbero di circa 25.000 copie, un risultato molto lontano dalle 50.000 copie che gli autori si auguravano in interviste pubbliche rilasciate poco prima della sua uscita. Poi i tentativi di lanciare la nuova serie di Adam Wild, che non sembrano essere stati coronati dal successo: tranne qualche commento sparso ogni tanto, l'ennesima serie storica della Bonelli non sembra avere bucato lo schermo, come si suol dire. Troppo lontana dai gusti dei giovani d'oggi, che in fatto di storia sono a digiuno a differenza di quelli delle passate generazioni che quelle avventure ricordano per i tanti sceneggiati storici che trasmetteva la Rai dei tempi d'oro. Sempre in questi ultimi mesi, sono stati fatti tentativi di esportare negli Usa alcune serie della Bonelli come Magico Vento e Zagor. In entrambi i casi, la testa di ponte è rappresentata dalla Epicenter Comics, una casa editrice indipendente con sede a San Diego sotto la presidenza di un certo Igor Maricic, ma non è da escludere che dietro ci sia la Panini, che gestisce e rappresenta all'estero la Sergio Bonelli! E qui verrebbe da domandarsi se la casa editrice milanese e quella modenese siano realisticamente concorrenti, visto che quando l'accordo venne raggiunto nel 2010, Marco Lupoi dichiarava: Siamo orgogliosi di avere stretto questo accordo con Sergio Bonelli Editore e di diventare gli ambasciatori nel mondo di una delle più grandi scuderie di eroi mai creati! Perché una casa formalmente concorrente della Bonelli dovrebbe agire come sua ambasciatrice nel resto del mondo? Alla fine, non è stata spiegata la ragione di questi problemi di distribuzione, né da chi siano stati provocati, né se vi sono garanzie che non si riproporranno in futuro, ma sta di fatto che per i lettori delle regioni citate, i numeri suindicati possono considerarsi persi. Difficilmente, infatti, le edicole si preoccuperanno di salvaguardare ciò che considerano dei giornaletti. Molto più semplice comprarli tra qualche mese nell'usato a 0,50 € al pezzo.


Ora tralasciando ogni giudizio su tale spazzatura e tale faziosità ( qui un altro esempio http://comixarchive.blogspot.it/2014/11/il-nuovo-ciclo-di-dylan-dog-vale.html ) tralasciando ogni giudizio su tale spazzattura devo riconoscere che in esso c'è un fondo di verità . Tale fenomeno dell'americanzizzazione non è solo vista da nostalgici come 













Dylan Dog non ha bisogno di una yankeezzazione virulenta, di un'americanizzazione globale, di Sherlock H. Block [...], di Abel Cedric Jenkins [.....], di Carpenter, Rania, John Ghost o Irma.
Tutti orpelli superficiali.
Ha bisogno di ritrovare il sangue, il sudore, lo sperma, lo schifo, il disgusto, l'orrore, la solitudine, il disagio, la prostituzione, la merda, il mostro deforme, per restituirgli dignità poetica.Dylan Dog ha bisogno di se stesso.
E di un Groucho che risponde al telefono per sparare cazzate, non per tramare complotti.



Vero , anche se  un po' discutibile  in quanto   dettato da una punta di nostalgia , perchè il fumetto di Sclavi aveva bisogno di una messa a punto per rialzarsi e uscire dalla monotonia in cui era caduto . Ma qui si sta iniziando , almeno dalle storie lette fin ora , a perdere perdendo il suo fascino ed i suoi punti di forza e che i remarque e le ristampe con inditi delle vecchie storie oltre ed essere un biscottino per i nostalgici posso anche nascondere che questo rinnovamento non sta andando come dovrebbe e che siti spazzatura come quiello citato prima non hanno tutti i tori . Quindi recchioni e company dovrebbe cercare si di rinnovare , rimettere in discussione i vecchi canoni di Dylan ma allo stesso tempo di non buttare alle ortiche le sue caratteristiche . 
Ora va bene rifarsi ( è inevitabile perchè sia che si voglia innovare \ svecchiare o imitare pedissequamente \ passivamente ) ad un modello , in questo caso quello Americano . Ma nel fumetto italiano sta prendendo piede ,nel fumetto italiano ( questa è l'idea che mi sono fatto leggendo direttamente : topolino , Martin Mystere , Orfani , Dylan Dog . Ed indirettamente d'amici altri fumetti ) un'americanizzazione passiva ed acritica non tanto nelle storie e nell'impostazione delle tavole ma anche nei metodi copertine variant , due album al prezzo di uno , ecc .
Adesso  molti dei fans   , mi diranno sicuramente che sono un retrogrado o un comunista anti globalizzazione e che la globalizzazione , insomma un utopista , ma chi se ne frega . Preferisco essere etichettato cosi che essere omologato e passivo . Ora va bene aprirsi a modelli esterni per svecchiare ed aprirsi ad un nuovo pubblico , ma un conto è farlo acriticamente \ passivamente come sta avvenendo ora per Dylan dog , un altro è farlo criticamente come sta avvenendo magistralmente in Orfani . Ai vecchi nostalgici di Dylan dico : << Se Dylan Dog non rappresenta più i suoi lettori, allora cambiamoli 'sti benedetti lettori, soprattutto quelli più refrattari ed ostili al cambiamento . >> e mi chiedo ma come non si sono accorti , anche se in maniera originale e critica a limite della parodia DD si rifaceva per la maggior parte ed in maniera sublime e non passicva , anche se senza scadere come sta avvenendo negli speciali ed in parte nella serie regolare , ai modelli ed tematiche Americane ( zombi , licantropi , ecc ) . Comunque sull'ultimo numero uno dei più beli di questa nuova frase confermo  quanto dice  LORENZO BARBERIS.  di  http://ermetical.blogspot.it/
sull'ultimo n  di  Dylan Dog   (  n 351  In fondo al male  ) 




                               Spoiler Alert, as usual. Leggere prima l'albo.



Superato lo spartiacque del 350 con un (non)celebrativo a colori di Ambrosini, il 351 rilancia con l'esordio su Dylan di Ratigher alla sceneggiatura. L'impatto, come vedremo subito, è molto potente, e ci trascina davvero nelle profondità del gorgo abissale in cui Dylan è caduto in questa fase, a volte in modo più palese, a volte dissimulato (ma sempre presente): mai così cupo e radicale come qui.


Fin dalla cover di Stano, perfetta per l'albo, emerge la citazione del seminale maelstrom di Edgar Allan Poe, uno dei suoi orrori più inquietanti. Il titolo, data l'ambientazione marinaresca (altissimamente simbolica), gioca anche sull'ambivalenza male/mare che ricorda anche Sirenette disneyane, ma è una suggestione rassicurante come le filastrocche infantili in Nightmare.
Ratigher, a mio avviso il più interessante nuovo nome del fumetto italiano autoriale dell'ultima generazione, costituisce indubbiamente una rottura, se non in Bonelli, almeno su Dylan Dog. Si tratta del primo nome radicalmente estraneo al fumetto "popolare" e bonelliano, e in generale alla letteratura di genere. 
Significativa quindi la scelta di affiancarlo ad Alessandro Baggi, al suo esordio sulla serie regolare anch'egli (ma che già si era confrontato con Dylan sul gigante e, nel nuovo corso, su Old Boy). Autore molto bravo: ma da un segno ostentatamente classico, quasi retrò, anni '50 in alcuni punti. Ratigher infatti è associato a un segno underground, molto curato ma disturbante, nelle sue opere: qui invece si trova a padroneggiare un segno diametralmente opposto, giocando profondamente su questo contrasto e sui paradossi del formato del "fumetto popolare".
Si comincia con due tavole mute, molto belle, dal taglio rigoroso e asimmetrico, la cui importanza fondante sul piano simbolico si schiuderà nel finale. Abbiamo infatti il naufragio della "Eternal Hope" che lascia solo più un salvagente (ma con solo scritto "Hope", con la perdita della prospettiva d'eternità). Viene in mente Verga, e il naufragio della Provvidenza che dichiara il rifiuto del realismo provvidenziale manzoniano. 
Le tavole 7-10 rovesciano volutamente tale prospettiva, offrendoci un esordio illusoriamente classico. Ma già il finale di pagina 10 apre (letteralmente...) al disturbante. La solita dinamica erotica tra Dylan e la cliente è subito violata nel suo ritualismo rassicurante, evolvendolo in un eccesso, uno squilibrio che ce lo rende fastidioso (e getta una luce cupa anche all'indietro, su tanto facile dongiovannismo dell'eroe). La spiegazione psicologica del lutto per l'amica scomparsa è fin rassicurante: nell'avanzare della storia prevarrà il trionfo del non-senso assoluto.
A parte l'uso magistrale di "tavole mute" dall'ottimo montaggio (15,18), tutta la scena del funerale continua a giocare coi piani: accetta la classica finalità didascalica di presentazione rapida del villaggio maledetto, ma la svuota dall'interno in un agire frammentario, scoordinato, tra voluti stereotipi e salti irrazionali, esagerati. 
Continua anche un sottile gioco sul religioso che riprende certa libertà espressiva del primo Sclavi (la vignetta 21,v) senza più scene eclatanti, ma con singole immagini significative nella storia (già avvenuto ne "Il Calvario" di Gualdoni, e di recente nel 350).




Il dolore di Fiona è drammatizzato in modo efficace, antiretorico, ma in fondo realistico, credibile. Il disordine della sua casa riflesso angoscioso di un disordine esistenziale che, la scena chiarisce, è antecedente e parallelo alla morte di Molly. Insistita la "camera" su Peppa Pig, in 25 e 34: forse in mera connessione al gusto per il dettaglio di queste tavole, ricche di focalizzazioni sul particolare, forse qualche più forte simmetria nascosta che ora sfugge (anche solo, banalmente, Molly come "scrofa", stando alle beghine del paese, 21).
La splash page a 32 (seconda dopo l'incipit, e prima del turbinio del finale) introduce il tema dei Led Zeppelin e di Houses of the Holy, cui è potentemente ispirato l'albo. Di nuovo, Ratigher non rifiuta affatto il didascalismo del popolare (formalmente, la sequenza 34-35 è quasi da Martin Mystere) ma lo piega ai suoi scopi, facendone uno strumento di straniamento. Non viene esplicato oltre qui, ma il gigante Finn (35,ii) è identico al "vecchio saggio pescatore" che è la coscienza di Port Frost. 
Ovviamente, la "scala dei giganti" è anche una rovesciata "Stairway to Heaven", e dato il nome del luogo, forse parla rimanda anche a Robert Frost, alla scelta della "strada meno battuta".
Ad esempio, dopo l'apparente poesia di 37 e un Dylan "in parte" ("sei strano... sei buono"... addirittura sdolcinato il confronto in un minimo dettaglio di 37,iii / 37,vi), notiamo un salto all'anaffettività (38-39) tipico del nuovo "Dylan della decadenza" (cioè, quello del Rinascimento Dylaniato: la decadenza intradiegetica è per un paradosso - credo voluto - il segno della rinascenza a livello extradiegetico).
Ma poi, di nuovo, il "vecchio saggio", la violenza gratuita che dilaga (bellissima ed emblematica pagina 50, lo spartiacque dell'albo - dato il luogo, Molly's Lips è più probabilmente citazione della canzone degli scozzesi Vaselines che dei Nirvana), perfino il personaggio comico-inquietante del Sindaco, sono riprese - ad alti livelli - di classici della narrazione dylaniata, e orrorifica in generale.
Ma oramai il rientrare della narrazione "nei ranghi" non ci rassicura più, perché siamo consapevoli di quanto sia sottile questa apparente patina di normalità dylaniana. Per contro, soluzioni eleganti e inquiete come le prime due vignette di p. 59 passano quasi come usuali.
La potentissima sequenza che inizia a pagina 66 (bene anticipata dalla tavola precedente) e ci conduce a 70, palesando il rapporto tra il gorgo e il tempo, a più livelli, prelude al drammatico finale. 
La splash marginata a 76 prepara la smarginatura a tutto campo di p.77, dove l'irrompere di un segno d'avanguardia dopo uno stile controllatissimo dosa alla perfezione la potenza esplosiva dell'immagine. Il livello metaletterario, importante nel rinascimento dylaniato, ha qui il suo spazio (che è comunque una nota a margine nell'orrore esistenziale generale della storia) nella terrificante didascalia della tavola.
La "discesa agli inferi" finale è di nuovo calibrata con una precisa crudeltà di grande potenza. La sequenza 82-84, con la sua icastica chiusura, è quella che ho trovato più struggente. Appare qui tra l'altro la citazione dei Rolling Stones, pietra angolare che sovrasta quella triade infera (Black Sabbath - Deep Purple - Led Zeppelin) evocata da Recchioni in apertura. Pietre rotolanti, come quelle che generano questa scala dell'inferno abissale marino.
La sequenza del padre di Molly (benché indubbiamente sia orrore, e orrore difficilissimo da maneggiare) è meno potente, forse proprio per la pericolosità del materiale usato che induce a una certa cautela. Vi è però di nuovo, tra le righe, il tema del sacro in 86,i, e le due immagini qui accostate non sono probabilmente casuali.
Ovviamente, oltre che a Nietzche, la discesa abissale fa pensare al Lovecraft del suo esordio in "Dagon" (1917), dove l'orrore del fondo del mare nudo riflette col senno di poi (lui negava) gli orrori europei appena avvenuti (anche Houellebecq, del resto, ha recentemente avvicinato il nichilismo dei due autori). L'Europa lago di sangue del sogno di Jung è in fondo simile alla distesa asciutta di Ratigher e HPL.
La sequenza finale, con la condanna della Speranza come illusione (ambigua, per carità, e sempre "comprimibile" nel suo significato filosofico col "contesto" del personaggio, della storia, del delirio onirico e quant'altre cornici rassicuranti possibili - qui però non evocate) si accompagna a una lunga sequenza unica di splash pages smarginate, un'unica lunga teoria da p.92 a 98, fine albo (superando in innovatività la pur bella "doppia splash" con margini di Pontrelli, in Halloween Express, sull'ultimo Old Boy).
Innovazione nei contenuti e nella forma (se mai si potessero distinguere) camminano di pari passo, intersecate. La chiusura è circolare, nella forma del salvagente (evocato anche in copertina) che porta dalla prima pagina a qui, e volendo viceversa.
Ratigher ha davvero squarciato la maschera dylaniata, come prometteva nel suo primo omaggio al personaggio, all'inizio della rivoluzione editoriale. Vediamo quanto ora i segni incideranno in profondità nel prosieguo di questa discesa agli inferi, e se vi sarà una rinascita, e come. Ma nell'oscurità assoluta di questa storia è segnata anche la forza del personaggio, quella che trova non alla fine dell'abisso, ma nel momento in cui decide di scendervi in ogni caso, come un viandante friedrichiano su un mare di tenebra (78). 
Quando guardi dentro l'abisso, l'abisso guarda dentro di te, è l'ovvia chiosa per quest'albo. 
Ma, nonostante la profondità interminabile del Male, e pur nell'assenza di speranza, non è dato per scontato che sia l'abisso a vincere.

                                       Fine  SPOLIER  ALERT 


di come fra alti e bassi in rinnovamento stenta a trovare un centro di gravità permanente tra il vecchio ed il nuovo . 

27/11/15

Priatu, ” La mia vita era persa, ma il destino non voleva che quella parola fosse pronunciata”. La storia di Veronica Gelsomino, sopravvissuta a Monte Pinu.( alluvione Olbia 2013 )



sule note  di   Domani    (  versione italiana  ,versione sarda )   leggo    su  Gallura  News  di Antonio Masoni la bellissima news  del ritorno alla  vita  di  http://galluranews.altervista.org/home/Veronica  Gelsomino    della sopravvissuta   alla  tragedia di Monte  Pino  /  alluvione di Olbia  2013




                            Veronica Gelsomino con il piccolo Francesco
 
Priatu, 26 novembre. 2015

Ci sono storie scritte per il cinema, altre che solo il prosieguo della nostra vita può determinarne l’importanza e  il pieno significato.
Veronica Gelsomino ha oggi 26 anni, è una giovane madre di Francesco, appena due mesi e mezzo e tanta voglia di sorridere e di esserci. Veronica ha visto la morte in faccia quel tragico 18 novembre del 2013, data impossibile da scordare per lei e per tutti i sardi. La Gallura pianse, come una buona fetta di Sardegna, i danni tragici di quel terribile ciclone Cleopatra. Sedici furono i morti e anche Tempio ebbe la sua parte con le morti di Bruno Fiore, Sebastiana Brundu e Maria Loriga.
In quell’elenco ci sarebbe dovuta essere anche lei, Veronica. Miracolosamente scampò alla morte. Fu soccorsa da tre coraggiosi uomini, persone di cui la storia dovrebbe ricordarsi perché, in spregio al rischio di calarsi in quell’oscuro baratro, hanno sentito delle grida giungere da quel buio fossato di morte, da cui proveniva solo l’impetuoso passaggio dell’acqua, e hanno tratto in salvo lei, Veronica Gelsomino.
La abbiamo rincorsa per molto tempo, abbiamo trovato il contatto giusto e finalmente, dopo tanta attesa, siamo riusciti ad incontrarla. Lei, inseguita  subito dopo la tragedia da media famelici che in gran parte ne hanno distorto la reale vicenda, è stata felice di raccontarci quella storia. Oggi, ci ha rilasciato questa bella intervista, con in braccio Francesco, frutto del suo amore con Tomaso Abeltino, con cui già conviveva prima di quella data fatidica.



Sembrava un film – dice – e non la fine della mia vita. Ho cercato in tutti i modi di farmi sentire da qualcuno prima che l’acqua, arrivasse a ricoprirmi del tutto. Avevo la sola faccia fuori da quel fiume di fango e pioggia che era caduta per tutto il giorno. Pensa che ho avuto fango per tanto tempo. Mi usciva da ogni poro del corpo. Non sono riuscita a pulirmi i capelli anche quando li lavavo. Erano sempre sporchi di terra. Nonostante quel momento drammatico, oggi sono qui. Mi sono sposata dopo appena un mese da quei fatti, il 21 dicembre del 2013. Oggi sono madre, di questo bambino che ho chiamato come un mio amico, per me un fratello, a cui ero legata da amicizia rara e straordinaria. In punto di morte di Francesco, questo mio amico sfortunato e affetto da una bruitta malattia, ho promesso che mio figlio si sarebbe chiamato così
E’ dolce Veronica, sorridente anche quando rievoca un giorno drammatico che l’accompagnerà per il resto della sua vita. Un braccio ha recuperato la sua funzionalità, l’altro ancora è fuori uso ma ne ha ripreso almeno il controllo, muove le dita. Le ferite si cicatrizzano tutte, però quel braccio che  fa male è il tatuaggio di quel giorno.
Ascoltate la sua intervista che propongo come testimonianza di forza e di speranza. Nelle sue parole troverete anche amarezza perché nessuno ha ancora pagato per quella tragedia. La giustizia non è di questo mondo.

26/11/15

In prigione per 44 anni, esce e scopre come la tecnologia ha cambiato il mondo che conosceva



Lui è Otis Johnson, oggi ha 69 anni, ma quando fu accusato ed incarcerato per aggressione e tentato omicidio ad un ufficiale di polizia ne aveva solo 25. Il suo racconto, offerto in esclusiva alla TV Al Jazeera, sta facendo il giro del web e commuovendo tutti. Scontata la pena, Otis passeggia per New York e, raccontando le sue emozioni, scopre come la tecnologia ha cambiato il mondo che lui aveva visto per l'ultima volta 44 anni fa.

i pennivendoli e i seminatori d'odio della destra xenofoba e malpancista lanciano merda sulla ragazza italiana morta a parigi il 13 \ 11\2015 e scambiano beceramente laicità e multiculturalismo per ateismo



  ti potrebbe interessare  quest''altro  mio post 


Lo  so' m'ero tenuto  in disparte  sul  web  e dalla  tv  da  gli ultimi avvenimenti  di Parigi , e  e  alle  due morti     la  prima  Valeria Solesin 

la  seconda    de  25\11\2015


               Adolescente austriaca si arruola nell'Isis. Poi ci ripensa: "Uccisa a martellate"
Ieri alle 15:47 - ultimo aggiornamento alle 16:46


samra kesinovic
                                             Samra Kesinovic



Ad aprile dello scorso anno due adolescenti austriache avevano lasciato il loro Paese per unirsi all'Isis, in Siria.
Ed erano state utilizzate più volte dalla propaganda dello Stato Islamico, sempre in cerca di "foreign fighters" da esibire con tanto di velo e le kalashnikov in mano.
Ma, riportano alcuni media austriaci, una delle due adolescenti - Samra Kesinovic, di 17 anni - si sarebbe pentita e avrebbe chiesto di poter tornare a casa.
I miliziani, però, non gliel'hanno fatta passare liscia.
Sempre stando a quanto riferito dai media d'Austria, la giovane sarebbe infatti stata picchiata fino alla morte a colpi di martello.
Una vera e propria, truce e brutale rappresaglia per aver cercato di fuggire da Raqqa, roccaforte jihadista.
Con lei aveva lasciato Vienna per unirsi all'Isis anche Sabina S., 16 anni.E anche lei sarebbe morta, nei mesi scorsi, ma in combattimento.Le autorità austriache non hanno commentato la notizia.Entrambe erano figlie di bosniaci musulmani emigrati a Vienna.


perchè :


 1)  preferisco   esercitare la mia libertà    senza    conformarmi  alla massa  , ma  soprattutto  perchè  ragionare  con certi imbecilli ( metaforicamente parlando è tempo perso ovvero lavare  la  testa  dell'asino con il sapone  )







2 )  perchè ci sono   troppi semnatori d'odio  e  servi   di regime     eccone   gli esempi più noti  



3) per evitare accuse  polemiche    come  quelle   a  cui     risponde    questo articolo   de ilfattoquotidiano 


MEDIA & REGIME
Valeria Solesin: risposta breve a chi ci accusa di piangere ‘solo’ per lei


Risposta breve a quelli che, se osi dire che hai pianto per Valeria Solesin, ti rispondono “sei un ipocrita, perché non piangi anche per i curdi? E per i siriani? E per i bambini in Africa? E per le libellule daltoniche della tundra?”.
La risposta è: avete un po’ rotto le palle. Per una serie di motivi.
Perché, prima di tutto, piango per quello che mi pare. Io come voi, io come tutti. E non avverto certo l’esigenza di chiedervi il permesso.
Perché ho sempre il timore che poi, dei curdi o dei siriani, in buona sostanza non è che in realtà ve ne freghi molto. Non vorrei che li citaste solo in ottica anti-americana e anti-occidentale. Per fare i bastiancontrari. Per sentirvi diversi. E magari pure un po’ fighi.
Perché, se non vi spiace, se vogliamo giocare agli “antioccidentali” (che è spesso appunto un gioco, una posa, una moda) sono più preparato di voi. E soprattutto molto meno banale.
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Perché ragionate in bianco e nero, e non vedete le sfumature. Ragionate per barricate anche nel dolore, e questo è terrificante.
Perché avete un concetto della lacrima assurdamente “stitico”: piangere per Valeria non vuol dire piangere “solo” per lei (la qual cosa sarebbe comunque lecita, con buona pace della vostra indignazione molesta). Le lacrime, per chi ne ha e son sincere, non finiscono mai e si può piangere per tutto. Anzi: si deve. Per Valeria. Per i siriani. Per i curdi. Per un amico che se ne va. Per un cane che ti lasci. Persino per un panda che hai visto a malapena su Youtube.
Perché fingete di non sapere che l’essere umano è così, e – giusto o sbagliato che sia – la morte di chi si ha vicino (geograficamente, affettivamente) ci colpisce di più: ci fa sentire ancor più labili, ci ricorda la nostra stessa morte.
Perché siete prevedibili – tanto prevedibili – come quelli che, a ogni post, rispondono “e i marò”, “e le foibe” (e stocazzo).
Perché quel che è accaduto al Bataclan, e non solo al Bataclan, di colpo ha cambiato le nostre vite. E – sì, a noi occidentali, fallibili e colpevoli come e più degli altri – ci ha travolto più di tutto il resto. E ci ha travolto per la vicinanza, l’assurdità della ferocia e l’enormità del male.
Perché rischiate di apparire piccoli piccoli, dando addirittura consigli al fidanzato di Valeria su come dovesse comportarsi durante la mattanza (al suo posto, come tutti e me per primo, ve la sareste fatta sotto) e trovando il modo di fare polemica persino nel cordoglio. Nello sgomento. Nel dolore. E se così fosse, se davvero fosse questo il vostro intento, un po’ dovreste vergognarvi.


Ma  davanti  alle parole  di  un altro esponente  ( perchè  si  ce  ne  sono anche  non vanno in tv  )  dei seminatori    d'odio 






Perché non andrei mai oggi ai funerali atei di Valeria Solesin
di Camillo Langone |  sul  il foglio  del  24 Novembre 2015 ore 06:21







San Marco, nemmeno se abitassi a Venezia, nemmeno se abitassi nel sestiere che da te prende il nome, nemmeno se abitassi a pochi metri dalla piazza a te intitolata sarei andato oggi ai funerali atei di Valeria Solesin, la donna veneziana uccisa dai coranisti al Bataclan. La sua anima è adesso nelle mani di Dio e io devo pensare alla mia. Non vorrei farmi complice di un gesto parassitario e irrispettoso: pensano che tu sia un contaballe e che il tuo Vangelo valga meno dei libri di Nuzzi e Fittipaldi? E allora perché usano la tua piazza? Per sfruttare la tua basilica come sfondo per selfie? Se fossero coerenti il loro rito nichilista lo avrebbero organizzato a Mestre, in qualche piazza dalla toponomastica assessorile con edilizia affine, una roba ovviamente squallida tipo piazza XXVII Ottobre. Leggo in un comunicato che la cerimonia è “aperta alle donne e agli uomini di ogni credo”. Pertanto pure alle donne e agli uomini che credono nello stesso Corano in cui credevano gli assassini di Valeria: forse però solo a quelli che credono nel Corano parzialmente, visto che l'evento è blindatissimo e che la blindatura non sembra avere altro scopo che tenere alla larga quelli che credono nel Corano integralmente. San Marco, i funerali disperanti di oggi sono un modo per strappare i denti al tuo leone, umiliare Venezia degradandola a fondale, procedere cantando in coro l’anticristica “Imagine” sulla via della deculturazione: ci vediamo un'altra volta

 <<  Ci sono persone, come i genitori di Valeria Solesin, che fanno pensare alla possibilità di un paese migliore. Ci sono persone, come i talebani cattolici  >>  fra  cui quello che  ha scritto l'abberrante  articolo <<  che li stanno coprendo di insulti su Facebook per il funerale laico, che fanno pensare a come sarebbe possibile e vicino, quel paese migliore, se la sua parte oscura guardasse da vicino la tenebra che porta nel cuore. >> Loredana Liperini 


infatti   concordo con  quanto dicono  sul mio fb 

Pierluigi Catellani Certo non è questione di essere o meno cattolici o religiosi, ma di non accettare di lasciare trionfare la cultura di chi sta terrorizzando il nostro mondo. P.s.non sono cristiano praticante.

Immacolata Ziccanu Da qualsiasi bordello provengano, finchè ci saranno i talebani, marionette utilizzate dal potere, non ci sarà mai pace in questo mondo. Ogni volta che un giornale riporta subdolamente, senza commenti e compiacente, certe idiozie non fa altro che instillare odio nelle greggi

concludo coni commenti più interessanti   della   discussione avvenuta  nella bacheca  (  ne  ho riportato  sopra   il post  ma  che trovate  qui  )  di Loredana  Liperini  
Luis Ella Non é questione di parteggiare per il funerale laico o religioso. La questione é il rispetto degli altri. Non ha senso essere favorevoli o contrari. Non stiamo parlando di noi. E speriamo di non trovarci mai nella loro situazione. É inutile scrivere liberté egalité fraternité
Loredana Lipperini Infatti non ha senso. Non hanno senso le classifiche, i giudizi e i veleni. Ma che venga fatto "in nome di Dio" mi fa un po' male.
Luis Ella Io sono atea, ma mai mi permetterei di criticare un funerale religioso. E partecipo senza giudizi e senza commenti. Rispetto rispetto rispetto!
Mario Cesare Borghi L'elaborazione del lutto e di tutti gli annessi e connessi è una cosa talmente privata, delicata e misteriosa che nessuno dovrebbe permettersi di commentarla. Ho letto il termine "Preghiera laica", mi chiedo cosa sia.

Spero, piuttosto, che quella povera ragazza possa essere un monito per chi ci "governa". Il padre ha detto (cit. Corriere della Sera, virgolettato): «... era a Parigi anche perché Venezia non riesce più a offrire lavoro ai suoi giovani ... Una delle tante giovani italiane andati all’estero per lavorare». Ecco cosa mi disgusta di più, la passerella di tutti quei volti laGrimosi come coccodrilli, a farsi belli sul cadavere di una ragazza giovane e fresca costretta ad andare all'estero per dare il meglio di sé.Ecco.

Il resto è la solita, immancabile, cornice di stupidità.

Dino Villatico Voglio fare l'avvocato del diavolo, anzio, io non credente l'avvocato del Vangelo: ma codesti cattolici astiosi e intransigenti conoscono i due comandamenti di Gesù, gli unici, per lui, che contano? Gli chiesero: Maestro, qual è il comandamento più importante? Risposta: Due soli: uno, ama Dio sopra ogni cosa. Domanda: E l'altro? Risposta: E' simile al primo: ama il prossimo tuo come te stesso. Cito a memoria. Ma credo in maniera abbastanza fedele. Gl'integralisti lo sanno? e se lo sanno, perché non lo mettono in pratica?
Viviana Filippini non ho parole solo sgomento... 
Emoticon frown
 incalcolabile.... ma il rispetto dove sta?

25/11/15

il padre Benedetta Ciaccia morta nell'attentato a Londra nel 2005 e poi dimenticata dallo stato mette in guardia i genitori di Valeria Solesin morta negli attacchi di Parigi del 13 novembre

speriamo che Valeria Solesin morta negli attacchi di Parigi del 13 novembre non succeda d'essere dimenticata ed usdata strumentalmente per poi essere dimenticata come benedetta ciaccia morta nell'attentato di londra nel 2005  . in questo   articolo tratto da  http://lanuovaferrara.gelocal.it/italia-mondo/2015/11/20/news/ del  20  c.m  la    sua  vicenda  



Terrorismo. Il padre di Benedetta Ciaccia: "Mia figlia uccisa nell'attentato di Londra del 2005 dimenticata dalle istituzioni"

Dieci anni fa nella metropolitana di Londra l'attentato firmato da al-Qaeda. Benedetta è l’unica vittima italiana di quella strage. Come Valeria Solesin negli attacchi di Parigi del 13 novembre. Alla famiglia era stata promessa l'intitolazione di una piccola traversa di via di Selva Candida, a Roma. La proposta era stata votata all'unanimità dal consiglio comunale nel dicembre 2011, ma dopo dieci anni la via non è ancora stata inaugurata






ROMA. Una via senza illuminazione né marciapiedi, un sentiero urbano senza nome, dove germoglia solo l’erbaccia, e una maestosa antenna, insieme a un cancello abusivo, interrompe la strada. È tutto quello che resta di Benedetta Ciaccia, vittima del terrorismo e della burocrazia, morta 10 anni fa nell’attentato alla metro di Londra rivendicato da al-Qaeda, oggi dimenticata dalle istituzioni. Il padre Roberto tiene a mettere in guardia i genitori di Valeria Solesin, la ricercatrice italiana uccisa nella strage di Parigi . “Adesso avranno tutti intorno – spiega - dai politici alle persone comuni. La Chiesa per il funerale di mia figlia era piena. Dopo rimangono soltanto quei tre o quattro che ti sono veramente amici. I politici si scordano tutto. Mi piacerebbe contattarli – prosegue – per spiegargli quali sono i diritti delle famiglie vittime del terrorismo: sono cose che non ti dice nessuno”.

Roberto Ciaccia e la mappa del vagone...
Roberto Ciaccia e la mappa del vagone dove è morta la figlia

L’attentato. “Questo è il vagone dove è morta mia figlia: il numero 2”, Roberto Ciaccia è un uomo che va dritto al sodo e con piglio scientifico spiega la dinamica della strage che ha fatto 54 vittime. “Lei è il punto numero 10 - indica con il dito sulla mappa dell’attentato -. Il terrorista invece è il numero 5. Era proprio davanti a lei. Intorno i sedili erano tutti bruciati. C’era un buco sul tetto e uno sul pavimento. E la parete vicina era tutta spostata. Una cosa tremenda, non so che tipo di ordigni avessero”. Papà Roberto, però, ci confida di non aver avuto il coraggio di guardare il cadavere della figlia: ci sono voluti 10 giorni per identificarla tramite le analisi del Dna. Il volto, infatti, era completamente sfigurato.



P.s  se  non lo vedeste  lo  trovate  qui


Mia figlia, vittima di al-Qaeda, dimenticata dalle istituzioni L’incredibile storia di Roberto Ciaccia, padre di Benedetta, uccisa nell’attentato alla metro di Londra del 2005. Il Comune di Roma le intitola prima un parco, che poi dimezza, vendendo parte del terreno a un supermercato Lidl. Roberto allora chiede una via per la figlia, da marzo 2014 è tutto pronto, ma nessuno la inaugura perché non ci sono marciapiedi, né illuminazione. Il messaggio per i genitori di Valeria Solesin: "Adesso vi sono tutti vicini, poi resteranno solo i veri amici" Una ragazza modello. Come tutti i genitori non manca di tessere le lodi della sua bambina: partita a 19 anni come “ragazza alla pari” in Inghilterra, Benedetta impara l’inglese, si laurea e ottiene un lavoro al Financial Times. In seguito passa alla casa editrice Penguin «la più grande di tutta l’Inghilterra», sottolinea il padre. Prima del tragico attentato torna in Italia per i preparativi del suo matrimonio, che non celebrerà mai.
Il parco venduto al Lidl. Circa sei mesi dopo la sua morte, quando era sindaco Walter Veltroni, il Comune le intitola un parco nella zona di Torrevecchia. “Noi ogni anno il 7 luglio o l’11 settembre andavamo a piantare un albero con le autorità municipali. Poi però questo parco è stato accorciato: quasi metà è stato preso da un supermercato Lidl e un altro pezzo è stato lasciato ai cani”. Papà Roberto, poco dopo, viene a sapere della costruzione di una via senza nome che porterà a delle villette nuove di zecca. Così fa richiesta per la dedica della strada e ottiene l’unanimità dal Consiglio comunale il 15 dicembre 2011. Ma il trucco è dietro l’angolo: “Mi dissero che dovevo scegliere: o la via o il parco. Perché lei era una persona semplice, ma se fosse stata un politico o un attore le avrebbero intitolato anche un auditorium”.

Via benedetta Ciaccia
Via benedetta Ciaccia

La via mai inaugurata. Roberto sceglie la strada, ma non una qualsiasi: quella dove abita una delle figlie. Ce n'è anche un'altra che da poco ha avuto una bambina e l’ha chiamata Renè Benedetta, cioè “Benedetta rinata”. La Commissione toponomastica, in data 11 gennaio 2013, gli comunica di aver “espresso parere favorevole”, ma aggiunge, che trattandosi di una via in costruzione “si procederà all’intitolazione non appena saranno completati i lavori”. “I lavori? Quali lavori?”, commenta incredulo Ciaccia. Sulla via sterrata, ad oggi, non c'è traccia visibile di intervento pubblico. A marzo 2014 il nome della strada viene dedicato sulla carta a Benedetta e il parco cambia nome: sarà nominato “Nicholas Green”, come il bambino di 7 anni ucciso da due affiliati alla ‘ndrangheta sulla Salerno-Reggio Calabria. Il sindaco Marino tirerà per le lunghe l’inaugurazione di via Benedetta Ciaccia, fino alle sue dimissioni. Il 20 novembre gli addetti del Comune hanno provveduto ad installare la targa con il nome di Benedetta. È stato il consigliere della regione Lazio Fabrizio Santori, a rilanciare l’appello di Roberto. “Oggi tutti si riempiono la bocca della memoria collettiva delle vittime – ha commentato -: si piangono i morti di adesso, ma si dimenticano quelli di ieri. E questo non può andare bene”.