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14.1.26

Luca Vergallito, Tommaso Giacomel e una filosofia di allenamento comune tra ciclismo e biathlon: “Alleniamo l’endurance puro”

Il 28enne ciclista milanese e la stella del biathlon azzurro hanno parlato con Olympics.com di tanti aspetti legati ai miglioramenti nei rispettivi sport e dei grandi obiettivi del futuro prossimo.

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Di Michele Pelacci12 gennaio 2026 09:44



Foto di 2024 Getty Image




Prima dell’inizio del Giro di Lombardia dell’11 ottobre 2025, ultima Classica Monumento del calendario ciclistico, uno dei ciclisti italiani più fermati dai tifosi e richiesto per autografi è Luca Vergallito.
La partenza della Classica delle Foglie Morte, da Piazza Cavour a Como, è molto vicina alla sua Milano e tante persone lombarde appassionate di ciclismo supportano “Il Bandito”, suo soprannome di vecchia data.
La sua storia è piuttosto peculiare: oggi Vergallito è arrivato a gareggiare nel massimo livello del ciclismo professionistico, il World Tour, ma non è sempre stato scontato che ci arrivasse. Anzi: a un certo punto della propria giovane carriera, Vergallito aveva detto addio al sogno di diventare un professionista.
Vergallito è laureato in Scienze Motorie e ha un approccio moderno e scientifico alla preparazione psicofisica. Di temi legati alla prestazione sportiva parla anche in un podcast, “Ciclismo KOMpetente”, che registra con Mattia Gaffuri (altro ciclista lombardo appena entrato nel World Tour).
Svariate volte ospite del podcast di Vergallito e Gaffuri, la stella del biathlon italiano Tommaso Giacomel è a sua volta grande appassionato e studioso di scienza applicata allo sport. I tre si conoscono, si stimano a vicenda e riflettono spesso di tutto ciò che sta attorno al complicato mondo della prestazione sportiva.
Ciclismo e biathlon sono due sport molto diversi, eppure le metodologie di allenamento sono “praticamente identiche”, ha detto Giacomel a Olympics.com in occasione del FISI Media Day di metà ottobre.
A differenza di chi va in bicicletta per lavoro, però, Giacomel e i biathleti devono anche allenare “il tiro, che porta via tantissimo tempo” continua Giacomel.
Due sport differenti, due atleti italiani con gran voglia di emergere. Ecco le nostre interviste con Vergallito e Giacomel.



Luca Vergallito: gli obiettivi del “Bandito” del ciclismo italiano
Fino ai 17 anni Luca Vergallito non andava nemmeno in bicicletta a tempo pieno. Praticava il triathlon, e solo nel 2014 ha iniziato a concentrarsi a tempo pieno sul ciclismo.
Fin da subito la scelta si rivela azzeccata. Nel maggio 2015 Vergallito vince il Campionato provinciale bergamasco con la squadra giovanile nella quale correva allora, il Team F.lli Giorgi.
Poi, nel 2017, qualcosa si rompe. Pur continuando ad andare in bici, al secondo anno nella categoria U23 Vergallito non si diverte più come prima a gareggiare. Riduce sempre più gli allenamenti, preferendo dedicarsi alla carriera accademica.
Come scrive lui stesso sul suo sito, per sei mesi all’inizio del 2022 ha svolto un tirocinio accademico a Leuven, in Belgio, per “approfondire le mie conoscenze relative alla fisiologia dell’esercizio fisico, e alla teoria e metodologia dell’allenamento”.
Nel frattempo è tornato a gareggiare. Tra 2020 e 2022 vince diverse corse amatoriali, tra cui alcune delle Granfondo più importanti d’Italia. In questo la sua storia è simile a quella di Monica Trinca Colonel (i due peraltro sono molto amici).



La grande occasione, per Vergallito, capitò quando vinse un concorso organizzato dall’allora Alpecin-Deceuninck. Si trattava di pedalate non in strada, bensì su rulli smart (che registrano cioè potenza espressa sui pedali e altri valori): parteciparono oltre 160.000 ciclisti dilettanti. Vergallito ottenne un posto nella squadra che ora si chiama Alpecin-Premier Tech e in cui sta dimostrando di andare forte.
Una tappa sfiorata alla Vuelta a España e piazzamenti in corse World Tour di una settimana dimostrano che in salita i suoi valori sono di altissimo livello. Gli obiettivi per il 2026 sono chiari: “Fare un piccolo salto di livello. Ma è ciò che provano a fare tutti, e molti ce la fanno. Per cui il livello si alza sempre di più ogni anno” ha detto Vergallito a Olympics.com prima della partenza del Giro di Lombardia 2025.
La crescita di Luca Vergallito nel ciclismo mondiale, tra scienza e allenamenti
L’ascesa di Vergallito è stata molto seguita da chi s'interessa di ciclismo e lo pratica. Oltre a quanto fa in bici, tante persone sono incuriosite dalle tante informazioni utili che lui e Gaffuri danno sul loro podcast: una di queste riguarda la possibilità di avere notevoli benefici durante l’allenamento semplicemente aggiungendo zucchero semplice nella borraccia.
Vergallito, che ha citato la nutrizione (“un po’ un tabù”) tra i motivi per cui smise di gareggiare da adolescente, ne parla spesso come del “protocollo”: nel ciclismo di oggi si devono ingerire sempre più carboidrati. La sua colazione prima del Giro di Lombardia 2025 ?
“Riso con miele e Nutella, tutto assieme. Un piatto unico, da provare. Sul serio! Poi mi sono bevuto una bevanda energetica” ha detto Vergallito a Olympics.com.

Gaffuri (Campione italiano gravel) e Vergallito sono stati tra i primi in Italia a parlare in modo semplice ed efficace di concetti complessi come il VO2max, test del lattato, zone di potenza e heat training.
I due condividono spesso paper scientifici che hanno letto e su cui fondano le proprie opinioni. E allenano in prima persona: Vergallito è il preparatore del Campione italiano Filippo Conca, ad esempio.
Diversi atleti che fanno sport di resistenza simili al ciclismo, come il biathleta Tommaso Giacomel, condividono la filosofia di fondo e sono diventati subito ascoltatori del podcast.
Tommaso Giacomel sulle differenze tra biathlon e ciclismo: “Tutti i giorni è una cronometro”
Secondo Giacomel, che dopo il weekend di gare di Oberhof è al comando della classifica generale di Coppa del mondo 2025-2026 di biathlon, tra ciclisti e biathleti è “simile il modo in cui alleniamo l’endurance puro”.
Le differenze non mancano: “Per noi è come fare una prova a cronometro sempre. Non è come fare una tappa di trasferimento in un Grande Giro di cinque ore, durante la quale magari va via la fuga. È come fare una cronometro: a tutta, tutti i giorni” ha detto Giacomel a Olympics.com.
“Nel ciclismo – continua il 25enne della Valle del Primiero –, avendo la possibilità di misurare la potenza meccanica tramite il misuratore di potenza, è abbastanza semplice analizzare e vedere numeri precisi. È tutto misurabile, hai sempre un riscontro. Cosa che da noi [nel biathlon] non c’è. A volte è brutto: vorresti delle risposte che non ci sono. Ma è anche il bello del nostro sport”.
Nel biathlon è molto difficile avere dati oggettivi. La prestazione sugli sci è “estremamente influenzabile dal tipo di neve che c’è, dal vento, dal materiale che hai sotto i piedi” e da altri fattori.
A proposito di misurabilità, Giacomel (come Vergallito e Gaffuri) conosce bene il cosiddetto “manifesto” di Nils Van der Poel, un documento nel quale il pattinatore svedese due volte oro Olimpico ha racchiuso tanti consigli sui suoi allenamenti. In poco tempo, “How to skate a 10K” è diventato un riferimento imprescindibile per chi studia le prestazioni sportive.
“Sempre di ripetibilità si parla – commenta Giacomel –. Nel pattinaggio di velocità le variabili sono molto poche. Il volume di lavoro che faceva Nils era impressionante, per il resto lui sapeva che, ad esempio, doveva metterci 30 secondi a giro. Quindi si è allenato per girare su quel ritmo. Chiaramente servono talento e motore”.
Biathlon: Tommaso Giacomel parla dell’importanza del tiro  Proprio nel podcast di Vergallito e Gaffuri, Giacomel ha raccontato che spesso non usa nemmeno il
cardiofrequenzimetro quando gareggia d’inverno, perché lo intralcerebbe nell’imbracciare la carabina con cui scia sulle spalle.
I movimenti di un biathleta, infatti, sono condizionati dal peso di circa cinque chili del fucile che si portano sulle spalle. Non avendo watt e rapporti watt/chilo con cui paragonarsi, i biathleti devono affidarsi molto di più alle sensazioni. Che diventano ancora più effimere quando si parla di precisione e freddezza al poligono.
“A volte, nel tiro, più cerchi qualcosa e meno riesci a ottenerla. Più cerchi di fare zero errori, meno volte lo farai. È uno sport che richiede mano ferma, tranquillità e molta lucidità, quindi secondo me la cosa migliore è essere spensierati. E negli ultimi tempi mi sta riuscendo molto bene” ha detto Giacomel, che nella stagione 2025-2026 sta sparando con l’87% per terra e l’85% in piedi. Mai prima d’ora ha tiratomeglio in una stagione intera di Coppa del mondo.
Il tiro può sparigliare le carte, nel biathlon. Negli ultimi mesi, Giacomel ha dimostrato di essere in grado anche di forzare un po’ sui tempi di rilascio, per cercare di perdere il meno tempo possibile al poligono. “Sapendo che avrei potuto fare un piccolo passo indietro e sparare comunque bene”. Un segnale di grande maturità tecnica, psicologica ed emotiva.
L’importante è non stare mai fermi, ma progredire sempre testando in prima persona cose nuove: “Gli allenatori mi hanno detto che facevo bene: sennò diventa estremamente monotono se fai sempre la stessa cosa”.
È anche questa grande voglia di migliorarsi dopo essersi compreso a fondo che fa di Giacomel uno dei favoriti per le medaglie ai Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026.

8.2.22

Il primo oro di Eileen Gu, la principessa che incanta la Cina., Cina, oriundi e naturalizzati per salvare le Olimpiadi. Spazio anche agli atleti del Tibet., Il canadese Max Parrot ha vinto l'oro olimpico nella finale maschile dello Snowboard Slopestyle.










Diciotto anni, nata in America, padre statunitense e madre cinese, studia a Stanford, fisico da modella e volto perfetto per le riviste patinate, tre anni fa scelse di dire addio al Team Usa e di gareggiare per Pechino. Scelta che l'ha trasformata in una specie di eroina nazionale Una medaglia d'oro olimpica nel freestyle, specialità Big air, conquistata con un’acrobazia mai eseguita prima in gara. Ma Eileen Gu, padre americano e madre cinese, non è solo una campionessa dello sci acrobatico, in cui punta a vincere in altre due discipline, l'halfpipe e lo slopestyle, in questi Giochi invernali. È anche una studentessa modello e un’icona giovanile da più di un milione di follower in Cina.

PECHINO
Festeggerà con una barretta che si è portata dalla sua San
Francisco della mitica cioccolateria Ghirardelli e dice che si rilasserà suonando il pianoforte in attesa di ritornare ad allenarsi e vincere un'altra medaglia. Eileen Gu, la "principessa delle nevi", il primo storico oro se l'è portato a casa stamattina nel big air freestyle, sullo sfondo dei vecchi altiforni di Shougang, l'ex acciaieria di Stato trasformata nel tempio delle acrobazie con gli sci (con la tennista Peng Shuai sugli spalti a fare il tifo per lei). Ma l'oro di oggi, probabilmente, non sarà l'ultimo. Eileen, anzi Ailing come la chiamano qui, è la superstar di casa. Diciotto anni, nata in America, padre statunitense e madre cinese (ex istruttrice di sci a Lake Tahoe, figlia di un funzionario, emigrata negli Usa 30 anni fa), studia a Stanford, fisico da modella e volto perfetto per le riviste patinate, tre anni fa scelse di dire addio al Team Usa e di gareggiare per la Cina. Scelta che qui l'ha trasformata in una specie di eroina nazionale. "Voglio essere di ispirazione per migliaia di giovani, qui nella terra dove è nata mia madre", scriveva all'epoca della scelta su Instagram.


Su Weibo, il Twitter cinese, ha tre milioni di follower. Più di 500mila su Instagram (che però in Cina è bloccato), dove posta storie con la bandiera americana, quella cinese e un cuoricino. I cartelloni pubblicitari a Pechino delle grandi aziende cinesi la mostrano sempre sorridente. È stata ed è il volto delle pubblicità della Bank of China e della China Mobile, delle caffetterie Luckin, del marchio sportivo Anta, sponsor ufficiale dei Giochi, e del gigante dell'e-commerce Jd. Ma anche di brand occidentali come Louis Vuitton, Tiffany, Estee Lauder, Victoria's Secret e Cadillac.
La stampa di Stato le dedica servizi da giorni: fortissima, bellissima e motivo di orgoglio massimo visto che ha abbandonato la bandiera a stelle e strisce per scegliere quella rossa a cinque stelle della Repubblica popolare.
Alcuni giornali statunitensi, in risposta, fanno notare le contraddizioni di Eileen: gareggiare per la Cina ma continuare a vivere e studiare negli Usa. Fox News l'ha addirittura apostrofata come "la figlia ingrata d'America". Così, giusto per abbassare la tensione. Lei ha sempre tagliato corto, anche stamattina dopo la gara: "Sono cresciuta spendendo il 30% del mio tempo in Cina. Parlo mandarino e inglese. Mi sento sia cinese che americana. La mia missione è quella di creare un ponte tra i due Paesi, una connessione. E non una divisione". Da quando è nata, tutti gli anni, la mamma la porta infatti a passare le vacanze qui in Cina.
Sui social e nelle rare interviste evita accuratamente di farsi invischiare in polemiche politiche: un equilibrismo difficile tanto quanto i salti meravigliosi che fa in pista. L'ultima polemica è quella sul suo passaporto: quale ha? Nessuno lo sa. La Cina non permette la doppia nazionalità. Dunque ha dovuto buttare nel cestino quello americano? Lei non ne parla mai, dà sempre risposte evasive. Stessa cosa il comitato olimpico cinese e pure il ministero degli esteri. Una "cinese d'oltremare", come vengono definiti: anche loro fanno parte della nazione e del sogno cinese immaginato dal presidente Xi.
Le sue vittorie parlano da sole: ad appena 18 anni ha già vinto tre medaglie a Losanna nel 2020 alle Olimpiadi giovanili, altre tre agli X Games ad Aspen l'anno successivo e due ori al mondiale, sempre nel 2021.
Gu "dovrebbe essere un idolo per tutto il mondo", scriveva qualche giorno fa il Global Times, tabloid in lingua inglese affiliato al Partito. "Una volta la gente voleva essere americana, quindi perché non accettare ora che la gente voglia essere cinese?". 


la seconda news è un evento storico visto che "La Cina di Xi è sempre più repressiva: sta provando a sradicare l'identità dei tibetani" ma ecco che   si fa  ricorso ad   oriundi  (  Alle Olimpiadi di Pechino i millesimi saranno primi ) e naturalizzati per salvare le Olimpiadi. Spazio anche agli atleti del Tibet

  Infattti Finisce la tradizione del Dragone di pescare rigorosamente dal bacino interno. Per non fare brutta figura il partito ha aperto a sciatori e giocatori di hockey cresciuti negli Stati Uniti, in Canada e in Russia. Oltre che nella regione occupata da Pechino

PECHINO — Posano sulla copertina di Vogue, sono cresciuti in case frequentate da rockstar (americane). Oppure sono scesi dalle montagne del Tibet, allargando la geografia degli sport invernali. È una nazionale patchwork, quella cinese che si prepara ad affrontare le Olimpiadi invernali in casa. Accanto alle cinque stelle della bandiera rossa c'è una pennellata di star and stripes, foglia d'acero e addirittura di tricolore russo. Non c'è stata solo rigida selezione nell'immenso bacino cinese, sacrifici spesso disumani per raggiungere l'eccellenza tra giovani pescati in tutte le province. Non sarebbe bastata, per mettere insieme una squadra degna di questo nome nell'hockey su ghiaccio. Il Cio e la federazione internazionale si sono chiesti a lungo se la nazionale di casa fosse in grado di presentarsi ai Giochi senza rimediare figure barbine. Alla fine è arrivato il via libera. Ma a quali condizioni?
I Chelios sono una famiglia di origine greca che negli States sono ormai identificati con l'hockey. Il padre Chris fa parte della Hall of Hame, e nella storia olimpica vanta un record: nessuno aveva mai giocato due tornei a distanza di ventidue anni, tra Sarajevo 1984 e Torino 2006. La maglia col suo nome è apparsa in qualche sit-com, riflesso di una fama che va oltre il ghiaccio. Chelios vanta amici famosi: attori come John Cusack, rockstar come Kid Rock, Eddie Vedder dei Pearl Jam, Billy Corgan degli Smashing Pumpkins. In questo ambiente è cresciuto suo figlio Jake, anche lui giocatore, non ai livelli del padre, ma capace comunque di arrivare ai Detroit Red Wings. Fino a quando è scaduto il contratto, e si sono fatti avanti i Kunlun Red Star.
Una squadra cinese, affiliata però alla lega russa KHL. Per affrontare avversari competitivi, formandosi verso Pechino 2022. Con scarsi risultati: le Ali Rosse giacciono a fondo classifica. Ma intanto il suo roster ha dato la linfa a questa nazionale cinese che debutterà proprio contro gli Stati Uniti il 10 febbraio al National Indoor Stadium. Le sue star? Oltre a Chelios junior, Jeremy Smith, preso da Nashville nel draft 2007, e l'altro americano Cory Kane. Poi i canadesi: Brandon Yip, che ha origini cinesi, più altri nove. E un russo, che nell'hockey fa sempre comodo: fa il difensore e si chiama Denis Osipov. I nati sui territorio cinese sono 8 su 25. Ma è tutto regolare: la federazione internazionale permette di rappresentare una nazione se ci si trasferisce in un suo club per almeno due anni.
Ben diversa è la storia di Eileen-Ailing Gu, acrobata dello sci freestyle, amatissima dai cinesi che la chiamano "la principessa ranocchia" per il suo casco verde. Nonostante sia cresciuta negli Stati Uniti e incarni alla perfezione il modello della ragazza copertina made in Usa. Apparsa come modella su Vogue (edizione cinese), Cosmopolitan, Harper's Bazaar, icona della Red Bull. Prima donna ad atterrare un salto quadruplo chiamato Double Cork 1440, idolatrata dai fan americani ma molto decisa, quando nel giugno 2019 ha scelto di rappresentare la Cina in onore della madre. Della lingua mandarina che scandisce perfettamente, con accento di Pechino dicono gli esperti. La sua decisione shock ha scatenato anche minacce di morte sui social, ma questo è il momento di non guardare indietro e "ispirare milioni di giovani cinesi", uno dei suoi obiettivi dichiarati.
Cosa resta della Cina programmatrice dei suoi talenti, che inventa dal nulla prodigi partiti da posti che fatichi a trovare sulla cartina? Continua a lavorare per creare una super squadra voluta dal partito per gli sport invernali. E se non otterrà magari medaglie in questa edizione, a livello di immagine può vantare già i primi qualificati del Tibet alle Olimpiadi invernali. Si chiamano Yongqinglamu, una snowboarder di 17 anni, e Cirenzhandui, fondista di 18. La prima giocava a calcio, il secondo era mezzofondista. Ai tempi dell'Olimpiade di PyeongChang 2018 non avevano la più pallida idea di quel che li aspettava. Sono cresciuti all'interno della gloriosa squadra di arrampicatori tibetani, l'unica struttura sportiva di alto livello, un tempo, sulle montagne che ora vengono chiamate regione autonoma dello Xizang. Quattordici anni fa il Tibet era motivo di scontri e proteste per le strade al passaggio della torcia olimpica di Pechino 2008. Ora è una nuova frontiera del gigantesco progetto del turismo invernale cinese.


Il canadese Max Parrot ha vinto l'oro olimpico nella finale maschile dello Snowboard Slopestyle.

 

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 Il merito è tutto di Sefania Constantini e Amos Mosaner, che hanno trionfato nella finale del doppio misto, battendo 8-5 la Norvegia.

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