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21.2.26

Gli equilibristi del trampolino: chi sono i 90 volontari che «scalano» la pista da salto per prepararla al meglio., Olimpiadi, le gare di Tesero viste da casa: «Dal balcone vediamo il fondo, un giorno trenta tifosi da noi»

    dietro le  quinte  di un olimpiade    ci sono anche    persone    che rendono tutto perfetto   è  l  caso  di    quelli  che  preparano  le  piste    


da  https://www.iltquotidiano.it/

Tra pendenze del 35% e quattro generazioni di sciatori: ecco i segreti dei battitori, dai maestri di sci ai ragazzi di 18 anni, che preparano a mano l'atterraggio perfetto per i campioni olimpici

Chi ha seguito una gara di salto con gli sci in queste giornate olimpiche non ha potuto fare a meno di notarli: un nutrito gruppo di sciatori che risale faticosamente la pista d’atterraggio tra una manche e l’altra, per poi ridiscendere verso valle dopo circa venti minuti. Non sono semplici spettatori, ma i protagonisti di una delle attività più affascinanti e meno conosciute dei Giochi: i battitori.

Un lavoro da equilibristi tra le nuvole

Il loro compito è fondamentale per la sicurezza dei saltatori e mette i brividi solo a parlarne. Una novantina di volontari si dispone trasversalmente lungo tutta la pista d’atterraggio del trampolino, dal dente di stacco fino al parterre d’arrivo. In una danza fatta di passi laterali su pendenze che sfiorano i 35 gradi, questi esperti della neve devono preparare il terreno per l’impatto degli atleti.

«Noi entriamo in gioco immediatamente dopo il gatto delle nevi – spiegano i responsabili Alberto Dellantonio e Cristian Zanier –. Dobbiamo «rompere» la neve con gli sci in maniera che non sia troppo compatta e renderla idonea per l’atterraggio degli atleti. Non è una cosa da tutti, infatti diversi hanno rinunciato dopo aver provato un paio di volte. Per riuscire nel nostro lavoro, infatti, servono capacità particolari per mantenere un ottimo equilibrio sugli sci e non farsi spaventare dalle pendenze. Proprio per questo il nostro gruppo è composto in gran parte da sciatori esperti, mentre circa il 30% è fatto da maestri di sci. Una caratteristica importante è quella di essere leggeri, altrimenti si rischia di danneggiare la neve e compromettere gli sforzi fatti».

La sfida contro il ghiaccio

L’intervento dei battitori dura mediamente tra i 45 e i 60 minuti, ma durante le competizioni i tempi si contraggono drasticamente a soli 20 minuti tra le due manche. Il lavoro si trasforma in una vera missione di emergenza quando la neve si fa dura: «Quando la neve è molto ghiacciata il nostro operato diventa particolarmente impegnativo. Atterrare sul ghiaccio per gli atleti sarebbe molto pericoloso a causa delle sollecitazioni eccessive che dovrebbero sopportare i loro sci. In quel caso dobbiamo letteralmente rompere lo strato di ghiaccio e rendere la superficie il più possibile sicura utilizzando anche il rastrello. Inoltre bisogna avere una discreta esperienza perché le condizioni della neve possono cambiare scendendo verso il parterre».

Dalle origini alle Olimpiadi: quattro generazioni in pista

La storia del gruppo affonda le radici nel passato sportivo del territorio: il primo nucleo nacque in occasione dei Mondiali di sci nordico del 2003. Da allora il gruppo si è cementato attorno a 50 unità, fino all’esplosione di entusiasmo per l’evento a cinque cerchi che ha portato l’organico a quota 90 volontari.

Si tratta di una vera famiglia allargata che vede impegnati addetti dai 18 ai 70 anni, unendo quattro generazioni diverse. «Il ricambio è continuo: ogni anno registriamo nuovi arrivi perché chi fa parte dei battitori coinvolge parenti e amici in questa particolare attività» concludono Dellantonio e Zanier. Una curiosità che segna questa edizione olimpica? Per la prima volta, tra i ranghi dei battitori, sono entrate ufficialmente a far parte anche alcune ragazze, portando nuova energia a un team che garantisce la magia del volo ogni giorno

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 nonostante  i disagi      Olimpiadi da incubo: le famiglie prigioniere nella Zona Rossa di Tesero (ilfattoquotidiano.it) posso vedere le  gare  gratis   come  dimostra    sia    quest articolo    Adriano, Matilde e nonna Antonietta: a Tesero le Olimpiadi dai balconi di casa di  rainews.it)

sia   questo sotto   sempre     dalla stessa   fonte  del  1 

Olimpiadi, le gare di Tesero viste da casa: «Dal balcone vediamo il fondo, un giorno trenta tifosi da noi»

di 

La casa di Adriano e Marisa si affaccia direttamente sulle piste: «Giochi unici, ma abbiamo seguito anche Mondiali, Coppe del Mondo e Tour de Ski»
Per la serie «Quelli che…», ecco Adriano Zanon e Marisa Varesco, quelli che guardano le Olimpiadi dal balcone di casa. Non è una metafora: il loro è proprio un posto in prima fila, con vista privilegiata sulle piste dello Stadio del fondo di Lago di Tesero. Abitano a pochi metri di distanza dai tracciati e, durante i Giochi invernali, la loro casa si è trasformata in una tribuna molto speciale. «Seduti sul divano vediamo il maxischermo che proietta le immagini delle competizioni, mentre se usciamo sul poggiolo (al secondo piano) abbiamo di fronte un’ampia parte della pista, i pendii e anche il pubblico in tribuna» .....  (n  il resto  è  a pagamento  )


15.2.26

Chi lo dice che una giornata olimpica senza medaglie 🏅 non sua emozionante .

Ieri l'Italia è rimasta senza medaglie . Ma, come da titolo ,chi lo dice che una giornata olimpica senza medaglie 🏅 non sua emozionante .  E i pronostici caldi una medaglia non si sono realizzati . e le squadre di hockey eliminate . Ma con delle prestazioni emozionanti e coinvolgenti negli sport sciistici soprattutto in quelle specialità in cui siamo carenti o assenti da lungo tempo di medaglie . infatti nello Skeleton una delle categorie degli sport invernali in cui non. vinciamo una 🏅 dal lontano 1948 cioè dalle olimpiadi di S Moritz con Nuno Bibbia non siamo arrivati medaglia ma abbiamo tenuto duro dominando per


metà delle gara . Ma la pazienza le premesse (toccando ferro perché le previsioni sono suscettibili d'Errori vedere le previsioni dei pattinaggio di velocità e di variabili )Ma le prestazioni migliori le abbiamo date .parlo da profano ,nella. classificazione dello sci acrobatico .                                                     
Infatti alle Olimpiadi Invernali, il salto acrobatico (Aerials) rappresenta storicamente un vero tabù per l'Italia, che non ha mai vinto una medaglia in questa specifica disciplina del freestyle.Nonostante i successi storici nello sci alpino e nel fondo, lo sci acrobatico è rimasto a lungo un terreno difficile. Tuttavia, ai Giochi di Milano Cortina 2026, l'Italia sta cercando di riscrivere questa storia puntando su nuove stelle in discipline affini del freestyle.Mentre le Aerials classiche faticano a trovare interpreti azzurri ai vertici mondiali, l'Italia ha trovato nel Big Air e nello Slopestyle i talenti per rompere il digiuno di medaglie nel freestyle.

  • Flora Tabanelli: È la sciatrice freestyle italiana più vincente di sempre, avendo già conquistato l'oro agli X Games e la Coppa del Mondo di Big Air. A soli 18 anni, è la favorita principale per portare all'Italia la prima storica medaglia olimpica nel freestyle proprio a Milano Cortina.
  • Miro Tabanelli: Fratello di Flora, è un altro giovane talento emergente nello Slopestyle e Big Air, pronto a sfidare i giganti della disciplina.
  • Simone Deromedis: Specialista dello Ski Cross, è un altro atleta di punta che punta a infrangere il tabù del podio olimpico per il freestyle azzurro.
Speriamo bene

13.2.26

Le Olimpiadi invernali ci ricordano che non siamo tutti uguali (e che qualcuno deve sempre perdere) ma emozionano sempre

un fondo di verità .Ma come ho detto precedentemente anche in una forma a mettà tra illusione ed utopia ed un po' di evasione onirica esse ti emozionano e ti stupiscono

  da   https://www.vita.it/idee/


Le Olimpiadi invernali ci ricordano che non siamo tutti uguali (e che qualcuno deve sempre perdere)

Un giorno sulla neve costa almeno 100 euro a persona tra viaggio, attrezzature, accesso alle piste e altro: quante famiglie possono permetterselo? Quanti bambini e ragazzi guarderanno i loro eroi, in questi giorni, ben sapendo che praticano sport per loro inaccessibili? Quanti genitori dovranno confrontarsi, ancora una volta, con la “differenza”?

di Riccarda Zezza




Ègrande festa, a Milano e non solo, per queste Olimpiadi. E sì, qualche volta è giusto anche festeggiare, e lo sport ha il merito di unire Paesi diversi in momenti specifici – le date fanno nel tempo quello che i luoghi fanno nello spazio: diventano dei simboli – ricordandoci che siamo tutti “uguali”.
Ma lo siamo davvero? Il primo pensiero va proprio agli sport di queste Olimpiadi, di cui il più “comune” è lo sci. Un giorno sulla neve costa almeno 100 euro a persona tra viaggio, attrezzature, accesso alle piste e altro: quante famiglie possono permetterselo? Quanti bambini e ragazzi guarderanno i loro eroi, in questi giorni, ben sapendo che praticano sport per loro inaccessibili? Quanti genitori dovranno confrontarsi, ancora una volta, con la “differenza”?

Non sono una fan del calcio, ma la narrazione di questo sport così popolare ha un pregio: per giocare a calcio basta un pallone. Possono farlo tutti, e infatti molti calciatori talentuosi vengono dalla povertà: l’accessibilità di questo sport è stata per loro leva di riscatto sociale – e quanti bambini con la maglietta di Messi si vedono anche oggi nei Paesi più poveri, liberi di sognare perché, per quanto lontano, si tratta di un sogno “possibile”?
Sappiamo bene che anche lo sport, per quanto di origini nobili, alla fine è un business – altrimenti non funzionerebbe così bene – e in quanto tale mette insieme intrattenimento e soldi (tra 5,3 miliardi e 6,1 miliardi complessivi di euro di impatto economico sulla economia italiana e dei territori ospitanti), tanto che l’antropologo e filosofo francese Jean-Marie Brohm lo ha definito «la vetrina più spettacolare della società globalizzata delle merci», e quindi a sua volta, semplicemente «una merce». Ma forse, nella sua efficacia simbolica, è anche l’occasione per farsi alcune domande.
La prima riguarda appunto la sua accessibilità e la sua forza nel reiterare delle distanze tra chi può e chi no, dandole ormai per scontate. A questa si aggiunge l’impressione che, ancora una volta, tre settimane di festa sportiva funzioneranno da “oppio dei popoli”, mettendoci tranquilli e distratti nel ruolo di spettatori gaudenti. Un ruolo che sembra calzarci bene, come ha scritto nel 1987 il noto linguista Noam Chomsky «una delle funzioni che cose come lo sport professionistico svolgono nella nostra società – e in altre – è offrire uno spazio in cui deviare l’attenzione delle persone da ciò che conta davvero, così che chi detiene il potere possa occuparsi delle questioni importanti senza interferenze da parte del pubblico». Panem et circenses: non ci siamo inventati niente di nuovo.
Ma è l’ultima riflessione quella che mi preme di più, perché oggi forse è più urgente che mai. Perché lo sport ci sembra un simbolo così potente? Di che cosa è simbolo? Lo ha spiegato bene Michele Serra su La Repubblica di sabato 7 febbraio: lo sport traduce in modo “indolore” le dinamiche della guerra. Soddisfa quindi l’istinto primordiale umano dell’attacco, della competizione, della lotta per la vittoria, e lo fa senza che nessuno si faccia male.
Lo sport, quindi, come una “guerra buona”? O, come lo ha definito George Orwell nel 1945, “una guerra senza gli spari”, che è il massimo a cui possiamo aspirare? Lo stesso Trump, nel 2016, si è lamentato che le regole della Lega Nazionale di Calcio stavano diventando troppo “soft”, riflettendo la debolezza del popolo americano: dove stava finendo il sano spirito bellico? D’altronde è qui che sta la base biologica del successo dell’arena sportiva: nell’attivare le stesse premialità ormonali di un combattimento, nel portarci a tifare come se in campo ci fossimo noi, nel farci sentire “eroi per un giorno”. E va bene così: magari potesse davvero sostituirsi alle guerre! Ma il modello che continua a proporci, come la guerra e come la politica, è ancora e sempre quello di un gioco a somma zero. Ci ricorda incessantemente che, perché qualcuno vinca, qualcun altro deve per forza perdere. Ma è davvero sempre così: è questo l’unico paradigma destinato a intrattenerci e ad accenderci, nel futuro come nel passato?
Se, come specie, avessimo avuto il gioco a somma zero come unico modello di riferimento, ci saremmo estinti da tempo: la realtà è che l’umanità è sempre sopravvissuta soprattutto grazie alle sue capacità di cura e relazioni sociali, che sono attività puramente collaborative, ovvero “non a somma zero”.
Mentre, attraverso lo sport, celebriamo l’istinto che ci ha tenuti in vita attraverso la caccia e la fuga, è troppo chiedere di iniziare a riconoscere e a festeggiare anche quest’altro istinto umano di sopravvivenza, che altrettanto e forse di più del primo ci ha consentito di prosperare? Sarebbe possibile, insomma, immaginare di scendere un giorno tutti in campo a giocare delle “Olimpiadi della Cura”: in cui possono tutti, ma proprio tutti, non solo partecipare, ma addirittura vincere?
Nella foto LaPresse la caduta di Dominick Paris alle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 – gara di superG maschile

10.2.26

Milano-Cortina 2026, le Olimpiadi invernali più inclusive di sempre Record di atleti dichiaratamente LGBTQ+ ai Giochi invernali: dalle piste all’hockey su ghiaccio, storie, medaglie e coming out raccontano come lo sport stia cambiando volto

IO DONNA  

per anni lo sport invernale è stato raccontato come un mondo silenzioso, quasi austero: montagne, ghiaccio, concentrazione, poche parole. Un ambiente dove la prestazione contava più di tutto e la vita

privata restava fuori, possibilmente invisibile. Ora, però, Milano-Cortina 2026 promette di incrinare definitivamente quella vecchia immagine. Secondo il monitoraggio di Outsports, testata internazionale che da tempo segue il rapporto tra sport e comunità LGBTQ+, ai prossimi Giochi parteciperanno 44 atleti apertamente dichiarati. È il numero più alto mai registrato in un’Olimpiade invernale.


 

Milano-Cortina 2026, i Giochi invernali più arcobaleno di sempre

Il confronto con il passato racconta meglio di qualunque slogan quanto stiano cambiando le cose: nel 2014 erano sette, quattro anni dopo quindici, nel 2022 trentasei. Oggi, nel 2026, si sfiora quasi il triplo rispetto a dodici anni fa, un incremento che non può essere ignorato, trattandosi non di una moda, ma di un vero e proprio segnale culturale: sempre più sportivi scelgono di vivere e gareggiare, mostrando che talento e identità personale possono coesistere senza compromessi. Una trasformazione che viene rappresentata perfettamente dalla Pride House, aperta a Milano, in zona Porta Venezia, uno spazio di incontro e confronto pensato per celebrare il legame tra sport e diritti civili, dove atleti, appassionati e comunità potranno dialogare, condividere esperienze e rafforzare il messaggio di inclusione.
Il confronto con il passato racconta meglio di qualunque slogan quanto stiano cambiando le cose: nel 2014 erano sette, quattro anni dopo quindici, nel 2022 trentasei. Oggi, nel 2026, si sfiora quasi il triplo rispetto a dodici anni fa, un incremento che non può essere ignorato, trattandosi non di una moda, ma di un vero e proprio segnale culturale: sempre più sportivi scelgono di vivere e gareggiare, mostrando che talento e identità personale possono coesistere senza compromessi. Una trasformazione che viene rappresentata perfettamente dalla Pride House, aperta a Milano, in zona Porta Venezia, uno spazio di incontro e confronto pensato per celebrare il legame tra sport e diritti civili, dove atleti, appassionati e comunità potranno dialogare, condividere esperienze e rafforzare il messaggio di inclusione.



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Lgbtq+ alle Olimpiadi, storie che pesano quanto le medaglie
Questa crescita non si traduce soltanto in numeri. Dietro ci sono biografie, relazioni, scelte personali fatte spesso dopo anni di silenzio. C’è chi ha affidato il coming out a un post sui social, come l’austriaca Lara Wolf, specialista del freestyle tra salti e acrobazie, oggi sposata e fresca di medaglia mondiale. C’è chi gareggerà contro la propria moglie: la belga Kim Meylemans e la brasiliana Nicole Silveira, entrambe nello skeleton, la disciplina in cui si scende a tutta velocità sdraiate su una slitta. Si sono conosciute nel circuito internazionale e si ritroveranno avversarie sullo stesso tracciato olimpico.
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Canada e Usa guidano la svolta della visibilità

Il Canada e gli Stati Uniti, storicamente più avanti sul tema della visibilità, portano delegazioni particolarmente numerose. Tra i canadesi spiccano la biatleta Shilo Rousseau, impegnata nell’attivismo per l’inclusione, e il danzatore su ghiaccio Paul Poirier. Ma è l’hockey femminile a concentrare più nomi: Emily Clark, Jaime Bourbonnais, Erin Ambrose, Emerance Maschmeyer, Brianne Jenner, Laura Stacey e Marie-Philip Poulin, molte con già medaglie olimpiche al collo e famiglie costruite proprio dentro il mondo dello sport. Gli Stati Uniti portano un gruppo eterogeneo: le hockeiste Cayla Barnes, Alex Carpenter e Hilary Knight, la velocista Brittany Bowe, la sciatrice alpina Breezy Johnson, la snowboarder Maddy Schaffrick, il pattinatore Conor McDermott-Mostowy e Amber Glenn, prima pattinatrice apertamente LGBTQIA+ in gara ai Giochi invernali.




Sono 44 gli sportivi apertamente LGBTQ+ in gara. Nella foto Filippo Ambrosini l’unico azzurro che si è dichiarato apertamente (Getty Images)
Tra icone affermate e prime volte storiche

L’Italia arcobaleno è Filippo Ambrosini, pattinatore artistico di Asiago, finora l’unico olimpionico azzurro apertamente gay. Dal Regno Unito arrivano il curler scozzese Bruce Mouat, tra i favoriti, il danzatore Lewis Gibson, il freestyler Gus Kenworthy, da anni una delle icone LGBTQ+ dello sport mondiale, e la sciatrice Makayla Gerken Schofield. La Repubblica Ceca schiera le hockeiste Krystina Kaltounkova e Aneta Ledlov, oltre alla leggendaria pattinatrice di velocità Martina Sablikova, sette medaglie olimpiche in carriera. La Svizzera conta Laura Zimmermann. Infine la Svezia, dove la presenza più simbolica è quella di Elis Lundholm, sciatore freestyle transgender destinato a diventare il primo atleta dichiaratamente trans nella storia delle Olimpiadi invernali. Con lui anche Sandra Naeslund e l’hockeista Anna Kjellbin.





Anche l’Europa amplia la mappa dell’inclusione

Anche la Finlandia presenta un gruppo compatto di hockeiste dichiarate: Sanni Ahola, Laura Zimmermann, Michelle Karvinen, Anni Keisala, Ida Kuoppala, Viivi Vainikka e Ronja Savolainen. Tra loro ci sono coppie che attraversano persino i confini nazionali. Sul fronte francese il volto più noto è quello elegante di Guillaume Cizeron, campione olimpico nella danza su ghiaccio, che da anni rivendica il diritto di essere ricordato prima di tutto per i risultati sportivi. Con lui Kevin Aymoz, attento anche ai temi della salute mentale. Nell’hockey compaiono Chloe Aurard-Bushee e Lore Baudrit. La Germania è rappresentata dalla giovane hockeista Nina Jobst-Smith.







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Lgbtq+ alle Olimpiadi, il ghiaccio si scioglie anche fuori dalle piste

Le Olimpiadi, si sa, non sono mai soltanto sport, ma sono piuttosto una fotografia del tempo in cui si svolgono. È proprio per questo che, se fino a pochi anni fa fare coming out poteva significare perdere sponsor o spazio in squadra, oggi sempre più atleti raccontano la propria vita senza sussurri. Non perché sia diventato facile, ma perché il silenzio pesa di più. E così, i Giochi di Milano-Cortina potrebbero non passare alla storia solo per il medagliere, ma potrebbero essere ricordati come l’edizione in cui il ghiaccio si è sciolto un po’ anche fuori dalle piste: meno armadi chiusi, più storie alla luce del sole. Del resto, alla fine, anche questo è spirito olimpico.

9.2.26

"Uno show disgustoso", "Sei un perdente": dal Super Bowl ai Giochi di Milano Cortina , Trump ne ha per tutti

le reazioni di trump davanti alle critiche ed opinioni differenti sono lo metodo della nostra premier. Fateci caso Attacca in modo esagerato chi dissente istigando odio sociale .
Stessa strategia Stesso "abuso" .

fonte  gazzetta  delllo sport  online  9 febbraio 2026 

Il presidente degli Stati Uniti se la prende con Bad Bunny per lo show al Super Bowl e anche con il freestyler Hass che l'aveva criticato
Dalla nostra inviata Marisa Poli 
Trump contro tutti. Contro i suoi atleti che all’Olimpiade si sono permessi di dissociarsi dalle politiche antimmigrazione. Contro lo spettacolo del Super Bowl di Bad Bunny, che dopo aver vinto tre Grammy award ha incantato il pubblico con un messaggio semplice e radicale: "Assieme siamo l'America. L'unica cosa più potente dell'odio è l'amore". Prima del trionfo di Seattle, in mezzo le star come Lady Gaga, Ricky Martin, Cardi B, Pedro Pascal e Jessica Alba, una taqueria di Los Angeles, uno degli ultimi social club portoricani di Brooklyn, persone normali in campo per un'America plurale. E Trump non ha gradito: "Lo show più brutto di sempre, uno schiaffo in faccia all'America. Nessuno capisce una parola e il ballo è disgustoso, soprattutto per i bambini"



Tutti contro  tutti  Ai Giochi il primo è stato il freestyler Hunter Hess. “Gareggiare per gli Stati Uniti non vuol dire che io approvi tutto quello che sta succedendo nel mio Paese”. Il riferimento era alle aggressive operazioni di controllo dell’immigrazione avviate dall’amministrazione Trump e alle due vittime di Minneapolis. Hess è stato chiaro: “Se è in linea con i miei valori morali, mi sento come se stessi rappresentando il mio Paese. Solo perché indosso la bandiera non significa che rappresenti tutto ciò che sta accadendo negli Stati Uniti”. E il presidente non ha fatto attendere la risposta pacata: “Sei un vero perdente, torna a casa”. Poi sono arrivati Chris Lillis, anche lui freestyler, e la pattinatrice Amber Glenn: “Siamo preoccupati per quello che sta succedendo da noi”. A criticarli anche YouTuber Jake Paul (quello massacrato da Anthony Joshua nella sfida di pugilato). “Messaggio da tutti i veri americani: se non volete rappresentare questo Paese, andate a vivere altrove” ha scritto su X, dove ha 4,4 milioni di follower. Ma gli atleti olimpici Usa non si sono fatti spaventare. Lo sciatore freestyle Chris Lillis ha fatto riferimento all'Ice (l’Immigration and Customs Enforcement, l'agenzia per l'immigrazione e le dogane) e ha affermato di essere “affranto” per quanto sta accadendo negli Stati Uniti. “Penso che, come Paese, dobbiamo concentrarci sul rispetto dei diritti di tutti e assicurarci di trattare i nostri cittadini come tutti gli altri, con amore e rispetto. Spero che quando le persone guardano gli atleti che gareggiano alle Olimpiadi, si rendano conto che que questa è l'America che stiamo cercando di rappresentare”.
Poi la pattinatrice artistica statunitense Amber Glenn ha affermato che la comunità LGBTQ+ ha attraversato un periodo difficile durante l'amministrazione Trump. In difesa di Trump e delle sue scelte politiche sono entrati in campo i campioni conservatoti. Dall'ex quarterback della NFL Brett Favre all'attore Rob Schneider, al deputato statunitense Byron Donalds. E c'è stata una valanga di insulti al vetriolo sui social. Amber Glenn pubblicato su Instagram di aver ricevuto “una quantità spaventosa di minacce e insulti per aver semplicemente usato la mia voce quando mi hanno chiesto come mi sentivo”. E ora scende in campo il Comitato Olimpico e Paralimpico degli Stati Uniti: dopo il numero crescente di messaggi offensivi e dannosi rivolti agli atleti ha deciso che rimuoverà i contenuti e segnalerà le minacce credibili alle forze dell'ordine.

4.2.26

Ecco, questa sì, è una grande notizia. E un grande orgoglio italiano. Nicolò Govoni, fondatore e volto di Stil I Rise, è stato scelto come portabandiera olimpico ai Giochi invernali di Milano-Cortina?

Nicolò Govoni, fondatore e volto di Stil I Rise, è stato scelto come portabandiera olimpico ai Giochi invernali di Milano-Cortina. Un onore e un riconoscimento internazionale straordinario per questo giovane uomo di Cremona che ha creato dal nulla una delle più importanti organizzazioni no profit al mondo che “garantisce istruzione di eccellenza gratuita per i bambini profughi e vulnerabili nel mondo”. Sarà lui,
insieme a Filippo Grandi, a rappresentare l’Italia a Milano, a reggere la bandiera coi cinque cerchi, a incarnare - come ha fatto in tutti questi anni - un altro modo possibile di abitare il mondo, fatto di empatia, cura del prossimo, ma anche grande rigore e trasparenza e denunce spesso scomode di ipocrisie e ingiustizie plateali, con gli occhi di chi le vive tutti i giorni. Questo riconoscimento ripaga Nicolò di tutti gli enormi sacrifici. « Non è un premio » da quel che  dice legggo   su lorenzo Tosa   «- anche se lui è stato anche candidato al Nobel per la Pace - è un modo per riconoscere e testimoniare al mondo il valore di quello che fa.» Una  bella   notizia   su  qu,este  olimpiadi    vicine  all'inizio  nate    nel segno  delle polemiche  ( i teodofori , i lavori  fatti male  ed  in ritardo  ,  lo spreco di. denaro  pubblico e  i disastri ambientali  , ecc  )   e  il segno dell’Ice, bello sapere che quella bandiera passerà anche dalle sue mani.

1.2.26

Aggiornamento sul caso di Belluno La pezza dopo il caso del “biglietto olimpico”: il Riccardo Zuccolotto bambino lasciato a piedi sotto la neve avrà un ruolo nella cerimonia d’apertur



Milano-Cortina
 la chiamata del presidente Malagò alla madre di Riccardo Zuccolotto, 11 anni, che era stato costretto a scendere dal bus a Belluno perché non aveva il ticket da 10 euro. Nel frattempo, solo dopo le proteste, è stata prevista l'esenzione per i residenti




La Fondazione Milano Cortina 2026 ha proposto un ruolo nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi a San Siro a Riccardo Zuccolotto, il bambino di 11 anni del bellunese che martedì scorso è stato costretto a scendere sotto la neve dal bus che doveva riportarlo a casa da scuola perché non aveva il “biglietto olimpico” da dieci euro. La famiglia del bambino ha accettato la proposta. “Pensavo fosse uno scherzo di qualche burlone”, ha detto Vera Vatalara, la madre del bambino, raccontando all’Ansa la telefonata ricevuta da Giovanni Malagò, presidente della Fondazione, che invitava appunto il figlio Riccardo a presenziare all’apertura delle Olimpiadi di Milano Cortina. “Riccardo ha risposto senza esitazione“, ha proseguito la madre, spiegando che il figlio “è passato dallo sconforto per quanto ha passato al massimo dell’entusiasmo. È uno sportivo, uno sciatore e non potete immaginare quanto significhi per lui questo invito, fosse anche un piccolo ruolo come mascotte“. Così la Fondazione prova a mettere una pezza dopo la figuraccia provocata dal “biglietto olimpico”, un ticket da 10 euro che tutti sono costretti a pagare per prendere i mezzi pubblici nella zona di Cortina. Nel frattempo, dopo il caso e le grandi proteste, è stata prevista un’esenzione per i residenti. E sulla vicenda che ha coinvolto l’undicenne, Dolomiti Bus – titolare del servizio di linea sulla tratta in questione – ha confermato di aver avviato approfondimenti per ricostruire quanto accaduto.
Ripristinato il biglietto ordinario per i residenti
Il bimbo era stato costretto a camminare, mentre nevicava e con temperature sottozero, per gli oltre 6 chilometri di statale 51 Alemagna che separano San Vito di Cadore da Vodo di Cadore, a Belluno, perché non aveva il biglietto giusto dell’autobus ed era stato costretto a scendere dall’autista, poi sospeso dal servizio. La nonna Chiara Balbinot – avvocato di Padova – ha presentato querela con l’ipotesi di abbandono di minore. “Non sentivo le gambe – aveva dichiarato successivamente Riccardo in un’intervista a La Repubblica– facevo fatica a camminare”. Zuccolotto frequenta la prima media e spesso prende la linea 30 Calalzo-Cortina. A tenere banco – oltre alle condizioni climatiche in cui il bimbo era stato lasciato a piedi – era il costo del biglietto (10 euro), che doveva essere acquistato anche dai residenti. E infatti oggi – 31 gennaio – è stato ripristinato il biglietto a tariffa ordinaria per i residenti pendolari per la tratta di pullman in questione. I lavoratori e gli studenti che risiedono in provincia di Belluno e che devono fare brevi tratti tra un paese e l’altro lungo la statale 51 Alemagna – come nel caso del bambino bellunese – potranno quindi continuare a usare i vecchi biglietti da 2,50 euro acquistati a terra e obliterarli a bordo dei bus, senza la necessità di scaricare l’apposita App o pagare solo con il bancomat Pos. Durante il controllo dei biglietti, sarà necessario esibire il documento di identità per appurare la residenza.
Le scuse dell’autista
Intanto in mattinata è arrivato un mea culpa, con le dovute scuse, dall’autista del pullman che lunedì scorso ha lasciato a terra il bimbo in questione. “Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato. Chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia“, ha spiegato l’autista Salvatore Russotto, 61 anni. E ha poi ricostruito la vicenda, raccontando che il ragazzino era salito con il biglietto da 2,50 euro. “Gli ho detto che quello non era valido, che doveva pagare con il bancomat oppure avere l’abbonamento. E lui è sceso, questione di un minuto”. Per quanto riguarda la possibilità di pagare con denaro, Russotto sostiene che “l’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque. Sono mortificato, ho commesso un grave errore. Non ci ho dormito tutta la notte. A mente fredda gli avrei pagato io il biglietto

14.1.26

Luca Vergallito, Tommaso Giacomel e una filosofia di allenamento comune tra ciclismo e biathlon: “Alleniamo l’endurance puro”

Il 28enne ciclista milanese e la stella del biathlon azzurro hanno parlato con Olympics.com di tanti aspetti legati ai miglioramenti nei rispettivi sport e dei grandi obiettivi del futuro prossimo.

da 

s

Di Michele Pelacci12 gennaio 2026 09:44



Foto di 2024 Getty Image




Prima dell’inizio del Giro di Lombardia dell’11 ottobre 2025, ultima Classica Monumento del calendario ciclistico, uno dei ciclisti italiani più fermati dai tifosi e richiesto per autografi è Luca Vergallito.
La partenza della Classica delle Foglie Morte, da Piazza Cavour a Como, è molto vicina alla sua Milano e tante persone lombarde appassionate di ciclismo supportano “Il Bandito”, suo soprannome di vecchia data.
La sua storia è piuttosto peculiare: oggi Vergallito è arrivato a gareggiare nel massimo livello del ciclismo professionistico, il World Tour, ma non è sempre stato scontato che ci arrivasse. Anzi: a un certo punto della propria giovane carriera, Vergallito aveva detto addio al sogno di diventare un professionista.
Vergallito è laureato in Scienze Motorie e ha un approccio moderno e scientifico alla preparazione psicofisica. Di temi legati alla prestazione sportiva parla anche in un podcast, “Ciclismo KOMpetente”, che registra con Mattia Gaffuri (altro ciclista lombardo appena entrato nel World Tour).
Svariate volte ospite del podcast di Vergallito e Gaffuri, la stella del biathlon italiano Tommaso Giacomel è a sua volta grande appassionato e studioso di scienza applicata allo sport. I tre si conoscono, si stimano a vicenda e riflettono spesso di tutto ciò che sta attorno al complicato mondo della prestazione sportiva.
Ciclismo e biathlon sono due sport molto diversi, eppure le metodologie di allenamento sono “praticamente identiche”, ha detto Giacomel a Olympics.com in occasione del FISI Media Day di metà ottobre.
A differenza di chi va in bicicletta per lavoro, però, Giacomel e i biathleti devono anche allenare “il tiro, che porta via tantissimo tempo” continua Giacomel.
Due sport differenti, due atleti italiani con gran voglia di emergere. Ecco le nostre interviste con Vergallito e Giacomel.



Luca Vergallito: gli obiettivi del “Bandito” del ciclismo italiano
Fino ai 17 anni Luca Vergallito non andava nemmeno in bicicletta a tempo pieno. Praticava il triathlon, e solo nel 2014 ha iniziato a concentrarsi a tempo pieno sul ciclismo.
Fin da subito la scelta si rivela azzeccata. Nel maggio 2015 Vergallito vince il Campionato provinciale bergamasco con la squadra giovanile nella quale correva allora, il Team F.lli Giorgi.
Poi, nel 2017, qualcosa si rompe. Pur continuando ad andare in bici, al secondo anno nella categoria U23 Vergallito non si diverte più come prima a gareggiare. Riduce sempre più gli allenamenti, preferendo dedicarsi alla carriera accademica.
Come scrive lui stesso sul suo sito, per sei mesi all’inizio del 2022 ha svolto un tirocinio accademico a Leuven, in Belgio, per “approfondire le mie conoscenze relative alla fisiologia dell’esercizio fisico, e alla teoria e metodologia dell’allenamento”.
Nel frattempo è tornato a gareggiare. Tra 2020 e 2022 vince diverse corse amatoriali, tra cui alcune delle Granfondo più importanti d’Italia. In questo la sua storia è simile a quella di Monica Trinca Colonel (i due peraltro sono molto amici).



La grande occasione, per Vergallito, capitò quando vinse un concorso organizzato dall’allora Alpecin-Deceuninck. Si trattava di pedalate non in strada, bensì su rulli smart (che registrano cioè potenza espressa sui pedali e altri valori): parteciparono oltre 160.000 ciclisti dilettanti. Vergallito ottenne un posto nella squadra che ora si chiama Alpecin-Premier Tech e in cui sta dimostrando di andare forte.
Una tappa sfiorata alla Vuelta a España e piazzamenti in corse World Tour di una settimana dimostrano che in salita i suoi valori sono di altissimo livello. Gli obiettivi per il 2026 sono chiari: “Fare un piccolo salto di livello. Ma è ciò che provano a fare tutti, e molti ce la fanno. Per cui il livello si alza sempre di più ogni anno” ha detto Vergallito a Olympics.com prima della partenza del Giro di Lombardia 2025.
La crescita di Luca Vergallito nel ciclismo mondiale, tra scienza e allenamenti
L’ascesa di Vergallito è stata molto seguita da chi s'interessa di ciclismo e lo pratica. Oltre a quanto fa in bici, tante persone sono incuriosite dalle tante informazioni utili che lui e Gaffuri danno sul loro podcast: una di queste riguarda la possibilità di avere notevoli benefici durante l’allenamento semplicemente aggiungendo zucchero semplice nella borraccia.
Vergallito, che ha citato la nutrizione (“un po’ un tabù”) tra i motivi per cui smise di gareggiare da adolescente, ne parla spesso come del “protocollo”: nel ciclismo di oggi si devono ingerire sempre più carboidrati. La sua colazione prima del Giro di Lombardia 2025 ?
“Riso con miele e Nutella, tutto assieme. Un piatto unico, da provare. Sul serio! Poi mi sono bevuto una bevanda energetica” ha detto Vergallito a Olympics.com.

Gaffuri (Campione italiano gravel) e Vergallito sono stati tra i primi in Italia a parlare in modo semplice ed efficace di concetti complessi come il VO2max, test del lattato, zone di potenza e heat training.
I due condividono spesso paper scientifici che hanno letto e su cui fondano le proprie opinioni. E allenano in prima persona: Vergallito è il preparatore del Campione italiano Filippo Conca, ad esempio.
Diversi atleti che fanno sport di resistenza simili al ciclismo, come il biathleta Tommaso Giacomel, condividono la filosofia di fondo e sono diventati subito ascoltatori del podcast.
Tommaso Giacomel sulle differenze tra biathlon e ciclismo: “Tutti i giorni è una cronometro”
Secondo Giacomel, che dopo il weekend di gare di Oberhof è al comando della classifica generale di Coppa del mondo 2025-2026 di biathlon, tra ciclisti e biathleti è “simile il modo in cui alleniamo l’endurance puro”.
Le differenze non mancano: “Per noi è come fare una prova a cronometro sempre. Non è come fare una tappa di trasferimento in un Grande Giro di cinque ore, durante la quale magari va via la fuga. È come fare una cronometro: a tutta, tutti i giorni” ha detto Giacomel a Olympics.com.
“Nel ciclismo – continua il 25enne della Valle del Primiero –, avendo la possibilità di misurare la potenza meccanica tramite il misuratore di potenza, è abbastanza semplice analizzare e vedere numeri precisi. È tutto misurabile, hai sempre un riscontro. Cosa che da noi [nel biathlon] non c’è. A volte è brutto: vorresti delle risposte che non ci sono. Ma è anche il bello del nostro sport”.
Nel biathlon è molto difficile avere dati oggettivi. La prestazione sugli sci è “estremamente influenzabile dal tipo di neve che c’è, dal vento, dal materiale che hai sotto i piedi” e da altri fattori.
A proposito di misurabilità, Giacomel (come Vergallito e Gaffuri) conosce bene il cosiddetto “manifesto” di Nils Van der Poel, un documento nel quale il pattinatore svedese due volte oro Olimpico ha racchiuso tanti consigli sui suoi allenamenti. In poco tempo, “How to skate a 10K” è diventato un riferimento imprescindibile per chi studia le prestazioni sportive.
“Sempre di ripetibilità si parla – commenta Giacomel –. Nel pattinaggio di velocità le variabili sono molto poche. Il volume di lavoro che faceva Nils era impressionante, per il resto lui sapeva che, ad esempio, doveva metterci 30 secondi a giro. Quindi si è allenato per girare su quel ritmo. Chiaramente servono talento e motore”.
Biathlon: Tommaso Giacomel parla dell’importanza del tiro  Proprio nel podcast di Vergallito e Gaffuri, Giacomel ha raccontato che spesso non usa nemmeno il
cardiofrequenzimetro quando gareggia d’inverno, perché lo intralcerebbe nell’imbracciare la carabina con cui scia sulle spalle.
I movimenti di un biathleta, infatti, sono condizionati dal peso di circa cinque chili del fucile che si portano sulle spalle. Non avendo watt e rapporti watt/chilo con cui paragonarsi, i biathleti devono affidarsi molto di più alle sensazioni. Che diventano ancora più effimere quando si parla di precisione e freddezza al poligono.
“A volte, nel tiro, più cerchi qualcosa e meno riesci a ottenerla. Più cerchi di fare zero errori, meno volte lo farai. È uno sport che richiede mano ferma, tranquillità e molta lucidità, quindi secondo me la cosa migliore è essere spensierati. E negli ultimi tempi mi sta riuscendo molto bene” ha detto Giacomel, che nella stagione 2025-2026 sta sparando con l’87% per terra e l’85% in piedi. Mai prima d’ora ha tiratomeglio in una stagione intera di Coppa del mondo.
Il tiro può sparigliare le carte, nel biathlon. Negli ultimi mesi, Giacomel ha dimostrato di essere in grado anche di forzare un po’ sui tempi di rilascio, per cercare di perdere il meno tempo possibile al poligono. “Sapendo che avrei potuto fare un piccolo passo indietro e sparare comunque bene”. Un segnale di grande maturità tecnica, psicologica ed emotiva.
L’importante è non stare mai fermi, ma progredire sempre testando in prima persona cose nuove: “Gli allenatori mi hanno detto che facevo bene: sennò diventa estremamente monotono se fai sempre la stessa cosa”.
È anche questa grande voglia di migliorarsi dopo essersi compreso a fondo che fa di Giacomel uno dei favoriti per le medaglie ai Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026.

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