due storie ua d'emigrazione del secolo scorso un altra delle cause . che confermano lo studio de la società sparente di Emiliano morrone ( wikipedia e account facebook )
Nonostante il rarefarsi dei protagonisti dell’esodo dall’Italia nel secolo dell’emigrazione (1861-1970), la memorialistica dedicata al fenomeno continua a godere ottima salute. Se le generazioni che hanno ispirato quelle pagine poco alla volta tendono a scomparire, sono spesso i figli e i nipoti a testimoniare quella che giustamente considerano epopea di famiglia, anche per senso di gratitudine e rispetto.
Nel genere, non tutte le pubblicazioni meritano eguale stima sotto il profilo letterario, ma – quando sincere e documentate – tutte vanno ad arricchire l’elenco dei racconti di vita collettiva e individuale che formano la memoria mai colma, necessaria alle comunità di destinazione e di origine. Solo attraverso quella memoria si possono rinsaldare i legami privati. Ma anche quelli pubblici – istituzionali, culturali ed economici – che tante località italiane hanno costruito con i
luoghi dove loro ex cittadini sono emigrati.Simone Feroli
Un buon esempio di come questa memoria detta memoria possa essere tramandata, viene da Storia di una emigrata, un lavoro di Simone Feroli che non casualmente porta in premessa una frase di Wang Shu: “Perdere il passato significa perdere il futuro”.
La narrazione si occupa della vicenda della zia dell’autore, “Vittoria, che nel 1912 partì per una nuova vita negli Stati Uniti”, abbandonando Roccantica, comune della provincia di Rieti, a 26 anni. Siamo all’antivigilia della Prima grande guerra, e la giovane donna parte, come altre centinaia di migliaia di italiani, per il mal operare degli allora governanti, che invece di dedicarsi allo sviluppo delle sacche di povertà del paese, andavano per guerre coloniali nel Mediterraneo, combattendo l’impero turco per sottrargli i territori libici.
Viaggia da sola verso Napoli e prende, come milioni di connazionali, il transatlantico della speranza, che al termine della lunga e faticosa traversata approda vicino a Liberty Statue, inaugurata proprio nell’anno di nascita di Vittoria. Benché debba lasciarsi dietro gli affetti che l’hanno accompagnata dalla nascita, ha deciso di lasciare la vita contadina, tra campagna, mulino e forno, botti di vino e di olio, e sfidare la sorte della vita nel paese sconosciuto ma “favoloso”. Se ne sente attratta e spera che lì possa svoltare.
Non va completamente allo sbaraglio: ad attenderla, come capita a un po’ tutti gli italiani che sbarcano al molo di Ellis Island, ci sarà un parente o un amico di famiglia. Vittoria, dopo il lungo viaggio in mare iniziato il 18 aprile è attesa mercoledì 1° maggio dal cugino Attilio che con la moglie Olga vive a Eastchester nel Westchester newyorkese. Al cugino toccherà trovarle un giaciglio e qualche lavoretto, tanto per cominciare. Poi sarà lei a darsi da fare. L’arrivo ad Ellis il giorno della festa dei lavoratori è comunque di buon auspicio.
A poco più di quattro mesi dall’arrivo, Vittoria andava in sposa a tal Antonio Cinquina, vedovo, con il quale sarebbe rimasta tutta la vita. Adesso era “sistemata” come si diceva allora, aveva casa e famiglia a Tuckahoe e ne era la “padrona”. I coniugi Cinquina si sarebbero presto trasferiti nel Bronx e qui avrebbero allevato i figli che nel frattempo, come usava, il buon Dio inviava copiosi.
Per l’autore ricostruire i fatti della quotidianità, all’interno del progressivo inserimento di Vittoria nella società americana, con il contestuale progressivo distacco dal passato italiano, è obiettivamente difficile, a causa della frammentarietà delle testimonianze orali e scritte e della facilità con cui le une possono entrare in conflitto con le altre. Dal quadro complessivo si ha il relato di una vita sufficientemente armoniosa, costellata di qualche sventura e di tante gioie. Vittoria e Antonio mettono al mondo cinque figli che vanno ad aggiungersi a Michelina, dote del primo letto. Agli atti del censimento del 1925 il nucleo famigliare figura ancora compatto allo stesso domicilio. Il capofamiglia è operaio in una raffineria di zucchero, Vittoria è casalinga. Nel censimento del 1950, riporta Feroli, “risulta che Antonio di 71 anni e Vittoria di 64 a casa erano rimasti da soli. I figli si erano sistemati, chi più e chi meno.” A parte Enrico, chiamato a combattere nel luglio 1943 -e morto col grado di caporale nel marzo 1945 – quattro giorni prima del ventiseiesimo compleanno – da radio-operatore nel 579th 392th Bomb Group. Lo avrebbero insignito della “Purple Hearth”. Aveva gli anni di mamma Vittoria all’arrivo a Ellis Island. Tante e belle le foto di Roccantica che, in coda, corredano il libro di una fetta d’Italia sparita. *
Insegna Relazioni Internazionali e Storia e Politiche UE all’Angelicum di Roma. Coordino le ricerche e gli studi della Fondazione Bruno Buozzi. Tra i promotori di Aiae, Association of Italian American
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DOVE LO STATO NON ABITA PIÙ: SAN LUCA, ASPROMONTE
Terra di ’ndrangheta Il Comune calabro dove nessuno si è candidato è di nuovo commissariato Tra abbandono e omertà, qui il tempo torna indietro E il futuro non arriva mai
Il Fatto Quotidiano
» Maddalena Oliva INVIATA A SAN LUCA (RC)
Un vecchio canto della Locride vuole che, da queste parti, in mezzo all’aspromonte, un professore iniziò a sezionare centinaia di banditi morti. Cercava tracce di tanto rancore esploso col brigantaggio dopo l’unità d’italia e poi, più tardi, con l’onorata Società. Molti risultarono ammalati di cuore. I più riportavano invece strani funzionamenti delle ghiandole surrenali: da cui, la ferocia incontenibile. “Li sudditi son tutti immiseriti – suonava il canto – ministri, senatori e deputati fanno communa e vui padre Vittorio (Vittorio Emanuele II, ndr) non guardate. Vui jiti a caccia, fumati e durmiti”.
Ad aver paura di guardare, qui, a San Luca, non è stato solo il re. Alle amministrative, meno di un mese fa, non si sono presentati candidati. Come già nel 2017 e nel 2018. Dopo lo scioglimento per mafia nel 2013, il Comune è stato sempre commissariato. Prima per infiltrazione mafiosa, poi, nel 2015, per il non raggiungimento del quorum dei votanti. E infine perché nessuno si era candidato. “È la nostra protesta contro lo Stato”, dissero i cittadini. Fino al 2019. Quando ad avere il coraggio di presentarsi e a essere eletto fu l’infermiere in pensione Bruno Bartolo, 73enne. Raggiunto oggi da quattro avvisi di garanzia (per ipotesi di reati ordinari, non di mafia), ha deciso di non ricandidarsi. “Nessun condizionamento né pressioni di ’ndrangheta – spiega – le istituzioni non mi hanno aiutato. L’avviso di garanzia è stato un pugno allo stomaco, ma il motivo è la solitudine”. Così il tempo a San Luca è tornato indietro, come solo in Calabria accade. A occuparsi dell’ordinaria amministrazione è tornato un commissario. E, ancora, si è insediata la Commissione d’accesso antimafia, per accertare eventuali condizionamenti nell’amministrazione Bartolo. Ad annunciarla, la presidente della Commissione antimafia Chiara Colosimo. Direttamente da San Luca: “È emersa un’inerzia totale dell’amministrazione. Siamo qui per sostenere la speranza di chi non vuole assoggettarsi al mandamento di questo territorio. E abbiamo il compito di dire alle donne e ai bambini che cambiare si può e si deve”.
Visto dall’alto San Luca – assieme a Platì e ad Africo tra i paesi più isolati della Locride, pur essendo coi suoi 105 km² di area montana il secondo Comune della provincia di Reggio Calabria – è una macchia grigio-gialla. Spunta dalla pancia di un vallone che cinge l’aspra montagna, “montagna bianca” in greco. Una fiumara prosciugata, a un fianco, rocce sospese su voragini, dall’altro. Sospese e abbandonate come le vite dei suoi 3.700 abitanti che paiono fantasmi. Qui sono imparentati tutti con tutti. E hanno il cognome pesante: Nirta, Strangio, Pelle, Vottari, Mammoliti. Gli arrestati per 416bis sono 115, 250 quelli per associazione finalizzata al traffico di droga, 50-60 i residenti raggiunti da altre misure cautelari. “Ma non simo tutt’ d’ndrangheta, chiaro?”, dice Don Tonino Saraco, rettore del Santuario della Madonna di Polsi, il luogo sacro finito su giornali e tv di tutto il mondo per i famosi summit di ’ndrangheta in cui i vertici di tutti i “Crimini” o “Province” erano soliti incontrarsi, per alleanze, strategie, riti di iniziazione. Era il 2010 quando le telecamere dei carabinieri li ripresero riuniti attorno a Domenico Oppedisano, capo-crimine di allora, ma esiste traccia di questi incontri dalla fine dell’800. Don Tonino è il religioso scelto per riportare il santuario “all’immagine di ciò che deve essere: luogo di preghiera e di accoglienza dei pellegrini ma anche spazio di crescita sociale e civile che non si concilia con illegalità e malavita”. E, nonostante le intimidazioni, don Tonino, uno di quei calabresi cocciuti e veraci, sta portando avanti la sua missione: ha spostato l’effigie della Madonna adorata dai boss (non c’è bunker per i latitanti che non ne conservi l’immagine o la statua) per far spazio al busto di don Giuseppe Giovinazzo, parroco decapitato nel 1989 proprio all’ombra di Polsi; ha preso con sé a lavorare alcuni detenuti da reinserire; ha collaborato per ripulire l’area mercatale, lì dove ogni bancarella veniva assegnata seguendo gerarchie mafiose. “Eppure non si esce dalla rappresentazione di San Luca come il ‘Locale-mamma’ di ’ndrangheta. Ci manca il coraggio di ribellarci pubblicamente. Per paura, per autodifesa. Ma stiamo facendo, pur se silenziosamente, cose straordinarie”.
È che in certe situazioni, lo sforzo di evitare il conflitto aperto può diventare omertà. E la Chiesa per molti anni, con l’ex parroco di San Luca e del santuario di Polsi, quel don Pino Strangio condannato in primo grado a 9 anni e 4 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa, è stata connivente se non protagonista. Si deve a monsignor Francesco Oliva, vescovo della Locride, un cambio di passo. Al posto di Strangio, ha nominato parroco dell’unica chiesa di San Luca un 35enne al primo incarico, Don Gianluca, che ha aperto l’oratorio che qui non esisteva. Il vescovo ha scritto una lettera alla cittadinanza: “La mancata presentazione di liste è una resa. Conosco le sofferenze e le ferite di questa comunità, ma il governo della Città è nelle nostre mani e non possiamo arrenderci. Altrimenti abbiamo perso tutti, lo Stato e la Chiesa”. Così è nata l’idea di lanciare una scuola di formazione politica, “perché abbiamo bisogno di una buona politica, cosa difficile ma possibile. Alcuni paesi hanno
perso la fiducia nelle istituzioni, credono che non valga la pena andare a votare... non dobbiamo accettarlo”.
A San Luca alle ultime politiche l’affluenza è stata del 22%. È una vecchia storia quella del paese appestato e dimenticato. Da quando – era il 1592 – i pastori montanari dell’antico villaggio di Potamìa, costretti dalle frane, scesero più a valle a fondare San Luca. Cominciò così, tra miseria e sofferenza, la vita errante di questo popolo, con il miraggio di mutevoli terre promesse. Ieri le ricchezze accumulate negli anni dei sequestri. Oggi quelle del narcotraffico mondiale. È qui che passano la droga e le armi che riforniscono le piazze di tutte le mafie. È qui che sono nati e cresciuti i rampolli delle note famiglie – tutti giovanissimi, anni 2000 – tra i latitanti più pericolosi del Paese. Ed è da qui che 16 carabinieri, comandati dall’ottimo maresciallo maggiore Michele Fiorentino, di stanza a San Luca da 21 anni, instancabilmente danno la caccia alle stesse famiglie, agli stessi cognomi, alle stesse persone. Chi, come il brigadiere Carmine Tripodi, anche a costo della vita. “Sono passate le generazioni, ma siamo tornati indietro. Sa cosa si dice qui? Che se non avete un precedente non vi potete sposare...”, racconta con un riso amaro il comandante. “È un gioco delle parti: noi stiamo da una parte, loro dall’altra”.
La gente ha paura di restare, ha paura di venire, ha paura di lavorare a San Luca. Eppure, a colpire sono le tante macchine di cilindrata pesante – con targa tedesca, come un memento di Duisburg – che si muovono su strade deserte in mezzo alle classiche case “non finite” calabresi, coi piani di mattoni in dote per le figlie femmine e i fiocchi ai cancelli per la Madonna di Polsi. Soldi, tanti, ne circolano (leggendario il ritrovamento da parte dei carabinieri di sei milioni di euro sottoterra). Donne in giro non se ne vedono. Solo uomini, anziani, a cercare ombra sotto gli oleandri o seduti sulle ringhiere. Nonostante l’indice giovanile tra i più alti d’italia – 785 ragazzi su 3.700 abitanti – la vita ha mantenuto molti dei vecchi usi, oltre ai principi dell’onore e del rispetto. Le ragazze, per esempio, vengono “scelte” durante la “vetrina” della processione di Pasqua. Si sposano ancora bambine e fanno di media 4-5 figli. Poi vivono in casa, chiuse. È un’italia, se è Italia, di 80-100 anni fa. C’è chi, come il Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, è convinto che per luoghi “costituzionalmente incompatibili con lo Stato di diritto”, ci sia bisogno di “un progetto che metta in campo strumenti non ordinari, altrimenti il rischio è lo sfiancamento dello Stato”. E lo Stato qui si conosce solo quando viene inaugurata una caserma: allora si vedono ministri e qualche politico locale. Ma quando ha aperto quella ad Africo Nuovo, in un ex villone sottratto ai Morabito, nessun cittadino si è presentato. Anche i bambini con le bandierine tricolori erano scolari di un altro paese. “Queste persone sono rimaste ostaggio di quella agenzia diseducativa che si chiama ’ndrangheta e hanno visto la politica trattare coi propri aguzzini. Facile dire loro ‘ribellatevi’... La strategia qui è da sempre la stessa: siamo al quarto commissariamento. Ma nel frattempo i processi democratici non sono cresciuti né sono stati sgominati i clan, quindi...”. Francesco Mollace è uno di quegli insegnanti che ci crede tanto. Docente di Filosofia e storia e membro del Forum regionale terzo settore e scuola, è il presidente di Civitas Solis, che gestisce, assieme a Save the Children, il “Punto Luce” di San Luca. L’unico spazio di aria – assieme a Libera con la sua referente Deborah Cartisano – per bambini e mamme del luogo. Coi loro progetti, dai corsi di robotica alla musica, dalla ginnastica all’inglese, Francesco e le educatrici dimostrano che, con un’alternativa, è possibile togliere a questi ragazzi lo stigma che suona come una condanna: “Sono di San Luca”. “C’è un enorme potenziale che, se non orientato, prende altre vie. Bisogna che qualcuno ci creda. In Calabria abbiamo, tra gli studenti, il più alto tasso di competenze alfabetiche e numeriche non adeguate e il più basso indice di lettura di libri e quotidiani (4%). Il cancro puoi decidere se curarlo sezionando, tagliando, asportando. Oppure, come sta avvenendo in oncologia, rigenerando i tessuti, con l’immunoterapia”.
Nicola Gratteri, profondo conoscitore di queste terre, ripete in continuazione “meglio una scuola che un carcere”. Ma a San Luca di scuole ce n’è una sola e senza un dirigente fisso da oltre due anni. Il padre di Corrado Alvaro, scrittore che qui è nato, era un maestro. Fece “un patto con l’avvenire. Che quanti figli avrebbe avuti li avrebbe fatti studiare”. Ma l’incitamento continuo era di “abbandonare il paese maledetto”, ricordava il figlio Corrado. Che mai dimentico dei suoi anni a San Luca, scrisse: “L’adolescenza è una riserva per quando la fantasia avrà cessato di parlare”. Ma ci sono luoghi in cui da sempre resta muta. O quasi.
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Il mio dubbio espresso nel titolo trova risposta nel fatto che due filosofi opposti
Daniele carbini
Questa cosa un ministro della repubblica italiana allora assale prepotente il senso del disgusto. Non esiste un’etnia italiana, la nostra straordinaria cultura (al pari di molte altre) è la naturale conseguenza di scambi, incontri e condivisione, di genti di ogni dove che hanno portato in queste terre un pezzo di ricchezza inestimabile, di un’umanità varia pregna di stimoli creativi, figli di molteplici influenze.
Questa “purezza” italiana, questa supremazia bianca, mascherata con giustificazioni ridicole, certifica il persistere di un razzismo lascivo e profondo, fa schifo. Invece di decantare l’orrore discriminatorio i ministri di un governo dovrebbero preoccuparsi di creare le condizioni per cui una coppia possa permettersi di avere dei figli, se lo desiderano. In troppi casi avere un figlio significa che una donna deve rinunciare al lavoro e alla carriera, oppure affidare il figlio a babysitter, asili e scuole per tutto il giorno, non crescendolo e non vedendolo mai. Ci si dovrebbe preoccupare di creare una società dove gli esseri umani hanno una vita dignitosa, non subire uno schiavismo di massa, dove sei obbligato a correre a perdifiato per sopravvivere oppure a non fare un cazzo e vivere di tristi elemosine di stato.
Diego Fusaro
Ha fatto molto discutere l'infelice uscita del ministro della destra neo-liberale Lollobrigida sulla cosiddetta "sostituzione etnica". Ovviamente l'opposizione non aspettava altro per poter attaccare il governo, accusandolo di posizioni non distanti dal razzismo. La verità, comunque, è che la tesi della sostituzione etnica è una solenne idiozia: uno dei tanti modi per non spiegare la realtà, in questo caso quella della immigrazione di massa. O, meglio, uno dei tanti modi per sostituire al pensiero razionale la suggestione irrazionale. Che sia in atto una sostituzione è vero, ma non è una sostituzione etnica. È la sostituzione di una classe lavoratrice con diritti conquistati e con un tenore di vita più o meno dignitoso con una nuova classe lavoratrice migrante, senza coscienza di classe e senza diritti, sottoposta alle forme più radicali di sfruttamento. Di "immigrazione di sostituzione" parlano perfino le Nazioni Unite. Non per questioni etniche, come ancora crede qualche irriducibile della destra neoliberale: ma per questioni di sfruttamento del lavoro (tema di cui la destra, come peraltro la sinistra, si guarda bene dal parlare). Il lavoro dei migranti costa meno; permette di abbassare i costi generali del lavoro; infine, permette al potere di favorire conflitti tra migranti e non migranti, mentre abbassa a tutti le condizioni di vita e mentre fa prosperare la lotta di classe nella stessa classe. Occorre ribadire l'ovvio: i nemici non sono i migranti, ma il capitale che usa l'immigrazione per sfruttare i lavoratori, tutti i lavoratori. Questo è il punto che ovviamente la sciagurata tesi della sostituzione etnica non vuole vedere. [..... ] La tesi della sostituzione etnica è demenziale, perché oltretutto astrae completamente dal quadro concreto dei rapporti di forza. Al capitale non importa nulla del colore della pelle delle persone: gli importa soltanto di poter trovare braccia a basso costo, con le quali abbassare i costi della forza lavoro e produrre sempre nuovo sfruttamento. Per questo, e non per altro, l'immigrazione di massa è un'arma nelle mani del capitale e delle classi dominanti: un'arma contro la classe lavoratrice, sia migrante, sia autoctona.
Agli antipodi arrivano alla stessa conclusione vuol dire che l'espressione sostituzione etnica usata d'anni da esponenti politici e seguaci di questa becera destra e scopetta solo ora
Cara sinistra istituzionale e cara opinione pubblica " moderata " . Ben svegliati . Sono anni che il termine orribile erede di teorie condannate dalla storia è ritornato in auge e Ve ne accorgete ora che è questa destra è al governo .? Ma prima dormiva te o eravate impegnati o ridere dietro a chi Ve lo faceva notare ?
È oltre che razzista e da vecchio spacciato per nuovo è una
Litigio sul bus: «La conducente non voleva farmi salire mi ha detto vai a casa tua»
Livorno, la mamma senegalese, che aveva con sé il passeggino, accusa la dipendente del Ctt. L’azienda: «Apriremo un’istruttoria interna, vogliamo ascoltare le due versioni»di Juna Goti
LIVORNO. «La conducente mi ha detto che non potevo salire sul bus. Mi ha detto vai a casa tua». E ieri mattina sulla Lam blu che corre dal viale Italia verso via Grande sono arrivati anche i carabinieri. A denunciare l’episodio è Fatima Cissoko, 40 anni, originaria del Senegal, in Italia da dieci anni. È arrabbiata e dispiaciuta per quello che definisce un episodio di razzismo.
«Ho due bimbe di uno e cinque anni», racconta: «Dopo essere andata dalla pediatra, sono andata alla fermata del bus, sul viale Italia. La conducente quando sono arrivata davanti alla porta per entrare mi ha fatto un gesto con la mano e mi ha detto “te no”...». La donna aveva una bambina per mano e l’altra nel passeggino. Va detto che la salita sui bus con il passeggino è spesso motivo di botta e risposta anche accesi tra passeggeri e conducenti, come raccontano dalla stessa Ctt. Questo perché sui mezzi più vecchi, quelli a tre porte, non si può salire con il passeggino aperto, mentre su quelli più nuovi è possibile farlo purché sia libero il posto riservato alle carrozzine.
In questo caso, però, la storia sembra aver preso un’altra direzione. «Se il problema era il passeggino – riprende – poteva dirmi: “signora, lei così non può entrare”. Invece quando le ho chiesto perché non potevo salire e le ho detto che avrei chiuso il passeggino ha continuato a rispondermi: “Te no”. Anche una signora accanto a me le ha chiesto spiegazioni. Ma la conducente ha insistito: “Te no, fuori”. E alla fine mi ha detto: “Vai a casa tua”. Allora ho capito che è una razzista e abbiamo litigato. Tutti sul bus l’hanno criticata». «Una donna che mi ha difeso – racconta ancora – ha chiamato i carabinieri: sono arrivati, hanno preso i dati, mi hanno detto che posso fare denuncia. La farò perché sono rimasta male: la bambina è rimasta male, mi ha detto che non vuole più prendere il bus per come siamo state trattate, è stato brutto». Alla fine la famiglia è salita sul mezzo: «Ho detto io da qui non scendo, ho il biglietto».
L’episodio è avvenuto ieri intorno alle 11. Nel pomeriggio Il Tirreno ha contattato il Ctt per conoscere la versione della conducente e dell’azienda. «La dipendente ha chiamato la centrale dicendo che ha avuto un diverbio con alcuni utenti, per il momento sappiamo solo che c’è stato un intervento dei carabinieri», ha spiegato il responsabile della gestione, Bruno Bastogi. «Senz’altro – fa sapere – apriremo un’istruttoria interna per capire cosa è successo, vogliamo sentire le due versioni, sia la dipendente che la signora». Per «non fare processi sommari».Detto questo, «se viene confermato quanto detto dalla signora, le scuse sono dovute, fermo restando il rispetto delle regole. L’episodio descritto è grave, non per il passeggino ma per tutto il resto: certe frasi non sarebbero accettabili».
Per me i fatti sono piuù che chiari non credo che la gente a bordo chiami la poolizia o si schieri a favore della persona insultata per sport . Ora Sarà anche come dice n questo commento all'articolo del tirreno di
2 ore fa
antonio dini
A nessuno è venuto il dubbio che la Signora Senegal sia un passeggero abituale e che siano anni che conosce i regolamenti dei bus? A nessuno è venuto il dubbio che la signora autista fossero anni che gli spiegava la solita cosa? Come sempre accade in Italia se la signora autista era una gran menefreghista passava bene,evitava una possibile denuncia ed evitava di fare la figura della razzista. Prima di commentare bisognerebbe provare a lavorare con questi soggetti,ormai abituati a fare tutto quello che gli pare e piace,ovviamente a spese nostre. Attenzione perché non avete più a che fare con i neretti ingenui di un ventina di anni fa....hanno trovato terreno fertile,ed ora capiscono quello che gli pare se gli fa comodo. Io non sono assolutamente razzista,ma il dubbio che siano stati abituati male mi sorge,e non vorrei che presto si trasformasse in certezza
Ma come dice giustamente il commento di
2 ore fa
Roberta Cavalli
I fatti sono più che chiari, se parlo è perché sono informata... non si può negare a nessuno di salire su un mezzo pubblico a maggior ragione esordendo con la frase più squallida al mondo.... ma vai a casa tua a chi?? Dove sta la professionalità della conducente? Se fosse successo a qualche vostro familiare all'estero vi sareste tutti indignati vero??
Meno male chè cìè ancora come dimostra , la discussione commento all'articolo sopra riportato preso da https://www.facebook.com/gelocalcronacaitaliana/ che i tiene testa alle pecore salviniste che vedono i nemici nell'altro
Saveria SegataNon sono assolutamente razzista, ma non devo giustificarmi con te Vittoriooooo, evidentemente tu non paghi tasse, che poi devolovono a ragazzi nullafacenti con benvestit con spartphone .... , non hai figli dissocupati , non sei in una roulotte, sei ricco ,qundi stattene zitto e modera il linguaggio .... non criticare come ho scritto non sono una scienza come te !!!!"!!!
Vittorio DorigoSei razzista perché ti fa più comodo prendertela con chi sta peggio di te invece di prendertela con chi ha cacciato te, loro e me in questa situazione. Si chiama finanza il tuo nemico, la stessa che né Berlusconi né Renzi né Salvini combattono. Così tu resterai povera come i migranti e loro si arricchiscono e diventano più forti nutrendosi dell'odio che ti fanno provare. Odia chi non ti dà un lavoro dignitoso, chi ti porta alla guerra dei poveri contro i poveri, dei Briatore che ti prendono per il culo, se proprio vuoi scagliarti contro chi ha reali responsabilità, non contro chi fatica più di te per mangiare tutti i giorni. Buona giornata 😉
Alberina FarinaE oltre questo io se fossi un autista di Bus non farei nemmeno salire chi fa una puzza , che l'autista ferma al semaforo lascia aperte le porte dalla puzza che questo personaggio maleducato e puzzolente ,,,,,sono scesa fermate prima dalla puzza che c'era
Meriot MordaNon timbrano, puzzano, sputano, non hanno voglia di lavorare, sono prepotenti ecc. Bene sono diventata razzista. Dovrebbero rimandarli al loro paese.io la penso così