La storia di Alessandra, che è tornata a vivere con i genitori
«Viviamo in un Paese anziano e con un governo che dice di voler promuovere la maternità. Peccato, però, che le donne che lavorano e vogliono congelare i propri ovociti per diventare genitori al momento giusto siano costrette a pagare quasi quattromila euro perché il servizio sanitario nazionale non copre la spesa. E così rimangono tagliate fuori tutte le fasce più deboli».
Sara (nome di fantasia) è una torinese di 31 anni, si è appena specializzata in chirurgia e «da grande» vorrà una famiglia numerosa. «Almeno tre figli, ma non adesso – aggiunge –, altrimenti la mia carriera professionale, appena all’inizio, subirebbe una battuta d’arresto impossibile da recuperare dopo i mesi trascorsi a casa, in maternità». La rabbia espressa da Sara fa riferimento al fatto che oggi, in Italia, abbiano accesso gratuitamente alla
preservazione della maternità tramite il congelamento degli ovociti solo le donne malate di tumore. «Quando si parla di politiche per la famiglia, e di diritto delle donne di non dover scegliere se essere madri o lavoratrici ma di potersi realizzare su entrambi i piani, bisognerebbe avere la coerenza di favorire questi processi con azioni concrete – conclude – piuttosto che con misure ideologiche come quelle attuali che, invece, non fanno altro che assegnare un piccolo, e altrettanto inutile, sostegno “una tantum”», conclude la signora riferendosi, per esempio, al fondo Vita Nascente che assegna mille euro a quelle donne che, rimaste incinta, decidono di non abortire e proseguono la gravidanza. O ai fondi destinati dal Piemonte alle associazioni antiabortiste (un milione di euro l’anno), di fatto per promuovere la vita dall’istante del concepimento.Nonostante la procedura di congelamento degli ovociti sia decisamente costosa, a Torino la richiesta di accesso al trattamento è aumentata del 28% passando da 70 a 100 richieste l’anno. «Questi numeri fanno riferimento agli ultimi dati raccolti dal centro Genera Livet, che fa parte del più grande network specializzato in Italia, la cui rete comprende sette strutture di medicina e biologia della riproduzione su tutto il territorio nazionale – spiega Francesca Bongioanni, ginecologa e direttrice del centro di Torino -. Un decimo di tutte le richieste in Italia che, nel 2024, hanno toccato quota mille a livello nazionale».
preservazione della maternità tramite il congelamento degli ovociti solo le donne malate di tumore. «Quando si parla di politiche per la famiglia, e di diritto delle donne di non dover scegliere se essere madri o lavoratrici ma di potersi realizzare su entrambi i piani, bisognerebbe avere la coerenza di favorire questi processi con azioni concrete – conclude – piuttosto che con misure ideologiche come quelle attuali che, invece, non fanno altro che assegnare un piccolo, e altrettanto inutile, sostegno “una tantum”», conclude la signora riferendosi, per esempio, al fondo Vita Nascente che assegna mille euro a quelle donne che, rimaste incinta, decidono di non abortire e proseguono la gravidanza. O ai fondi destinati dal Piemonte alle associazioni antiabortiste (un milione di euro l’anno), di fatto per promuovere la vita dall’istante del concepimento.Nonostante la procedura di congelamento degli ovociti sia decisamente costosa, a Torino la richiesta di accesso al trattamento è aumentata del 28% passando da 70 a 100 richieste l’anno. «Questi numeri fanno riferimento agli ultimi dati raccolti dal centro Genera Livet, che fa parte del più grande network specializzato in Italia, la cui rete comprende sette strutture di medicina e biologia della riproduzione su tutto il territorio nazionale – spiega Francesca Bongioanni, ginecologa e direttrice del centro di Torino -. Un decimo di tutte le richieste in Italia che, nel 2024, hanno toccato quota mille a livello nazionale».
D’altra parte, una banca dati nazionale non esiste visto che il servizio sanitario nazionale copre solo le richiedenti affette da patologie oncologiche. Tra le ragioni che spingono sempre più donne al «social freezing» ci sono la ricerca di un partner stabile, la necessità di avere una propria stabilità lavorativa ed economica. E la libertà di scelta. «Le donne italiane sono sempre più inclini alla crioconservazione degli ovociti perché vogliono difendere il proprio potenziale riproduttivo ma allo stesso tempo pianificare la gravidanza – spiega Bongioanni –. Nel corso di questo anno abbiamo visto aumentare le richieste di accedere a questa procedura che consente di mettere da parte un “tesoretto” di ovociti che potranno poi essere utilizzati se, eventualmente, negli anni si avranno problemi nel concepimento naturale».Una buona notizia, ma comunque ancora «molto lontana da una diffusione su larga scala, ma fortunatamente abbiamo notato anche un aumento di donne che vengono indirizzate a questo percorso dai loro medici di famiglia o ginecologi di fiducia». In quali casi è indicato il congelamento degli ovociti? «La capacità riproduttiva di una donna – aggiunge la direttrice - può essere compromessa da terapie tossiche per il sistema riproduttivo (dette gonadotossiche) per patologie oncologiche, come il tumore della mammella, dell’ovaio e dell’utero, per patologie sistemiche o per malattie ginecologiche come l’endometriosi severa che, pur essendo una malattia benigna, può compromettere gravemente il patrimonio ovarico diminuendo così la riserva ovarica». Inoltre, l’1% delle donne può essere esposto ad un rischio genetico di menopausa precoce che può insorgere prima dei 40 anni.
«Nei nostri centri arrivano soprattutto donne che optano per questo trattamento proprio per motivi personali anche se poi, per ragioni economiche, non tutte si sottopongono al trattamento - conclude Bongioanni -. A questo proposito, consigliamo di procedere con la conservazione ovocitaria entro i 35 anni di età, lasciando poi alla valutazione del medico specialista in medicina della riproduzione l’opportunità di procedere oltre questa soglia».