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10/02/18

GENTILIANI ILLUMINATI con © Daniela Tuscano


di cosa stianmo parlando

“Qui niente poveri né disabili”: le pubblicità discriminatorie dei licei
Sul sito del ministero le presentazioni con cui le scuole superiori cercano di attrarre nuovi studenti. E c'è chi parla di "difficile convivenza" tra ricchi e figli dei portinai
La prosa con cui alcune scuole del Paese, spesso i licei più prestigiosi e selettivi, si sono offerti alle famiglie per attrarre l'iscrizione dei loro figli è da censura. Nell'ansia di far apparire un istituto privo di problemi, pronto a fornire la migliore didattica senza impacci con gli adolescenti stranieri o i ragazzi bisognosi di sostegno, i dirigenti scolastici hanno licenziato rapporti di autovalutazione classisti.


Ci fu, in Italia, un periodo di sogni e di lotte, in cui l'escluso doveva essere incluso. E le porte degli istituti si spalancarono a tutti, almeno formalmente. In realtà si trattava d'un ingresso secondario, possibilmente senza dar troppo nell'occhio. Invece d'incoraggiare i "capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi", a "raggiungere i gradi più alti degli studi" (art. 34 della
( Nella foto: © R. Mauri, "Cultura incatenata" )
Costituzione), alcuni indirizzi rimanevano, di fatto, fortezze inespugnabili. Però si conservava un certo pudore, nel dirlo. Lo si sussurrava a mezza bocca, quasi scusandosene, perché si avvertiva, in questo, una sconfitta della scuola, lo sgretolamento di quei sogni e quelle lotte, il tedio e la delusione.
Oggi, essere "scuole de-disabilizzate", "de-pauperizzate" o simili ne attesta il prestigio. E le auto-valutazioni di numerosi licei classici italiani giungono a gloriarsene: "Non sono presenti né studenti nomadi né provenienti da zone particolarmente svantaggiate", "Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile [...]. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento", "Il contesto socio-economico e culturale complessivamente di medio-alto livello e l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale (come, ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia, nonché all’analisi delle specifiche esigenze formative nell’ottica di una didattica davvero personalizzata".
Soffermarsi sugli aspetti più manifestamente classisti di queste presentazioni è superfluo. Consideriamo piuttosto certi avverbi e sostantivi. Si legge di "specifiche esigenze formative" e di "didattica 'davvero' personalizzata". Dunque, l'assenza di "studenti con caratteristiche particolari" favorirebbe la didattica? Addirittura personalizzata? Davvero? Per davvero?
Magari essere un po' meno perentori, ecco. Al posto di "davvero", usare "forse". Lo so, la vaghezza è roba da poeti, non da burocrati. Ma da quando la precisione computistica è sinonimo di veridicità? Un tempio della cultura non dovrebbe ignorarlo. Perché la didattica davvero personalizzata la facciamo noi, docenti sfigati. Quelli che i nomadi, gli stranieri e gli svantaggiati li vedono tutti i giorni, spesso in intere classi. E li seguono oltre, e l'occhio mentale s'insinua nelle loro case. In ognuna di esse. In quella zona aliena dei paesi che si portano dentro, dei giorni senza storia, o di troppe storie. Negli addii a monti concreti, in vie dai nomi odiosamente eguali, dove i pomeriggi sono muri, o ricettacoli d'azzardo, o noia d'appartamenti e tecnologia dozzinale. La didattica, per noi, non s'esaurisce in una lezione. La didattica è educare. E-ducere, tirar fuori. E da tirar fuori, in questi alunni, c'è davvero molto.
Tempo te ne portano via. Davvero. No, forse. Ti tolgono il tempo dell'orologio, questo è sicuro. Ti tolgono pure il fiato mentre le "buone scuole" pensano a toglierti il resto: soprattutto le residue risorse per fornir loro gli strumenti culturali di cui hanno diritto e bisogno. Però tu non li cambieresti con nessun altro al mondo.
Perché esiste la strada, non l'"università della strada". Semmai, esiste una strada che conduce all'Università. Ma per percorrerla devi capirla, decriptarla, non semplicemente esserci. E questo è esattamente il compito della didattica.
Ma la strada occorre pure viverla. "Convien essere popolare", come da folgorante sintesi machiavellica. Altrimenti rimane mero esercizio retorico o, peggio, narcisismo velleitario. Abile contorno, bella prosa, eloquio fluido ed elegante. A quanto pare alcuni presidi concepiscono in tal modo la "didattica davvero personalizzata". Che certo non fa "perdere tempo". La rettifica - peggiore del danno, come spesso avviene - della preside d'un liceo finito al centro della polemica non poteva essere più illuminante: "Volevo dire che la didattica ordinaria, così, è più semplice: recuperare l’italiano di uno straniero chiede risorse e tempo. Credo che tutti gli studenti, ricchi e poveri, debbano crescere insieme e credo nella multiculturalità".
Fantastici, vero?, questi intellettuali, progressisti nella forma e gentiliani nei fatti, che credono gli studenti debbano crescere insieme tenendoli però separati, cui la "multiculturalità" sta tanto a cuore ma per i quali lo "straniero" chiede "risorse e tempo" (chi l'avrebbe mai detto!). E non oso addentrarmi nella "semplicità" della didattica "ordinaria": immagino s'intendesse "facilità", benché non siano sinonimi e stupisce che in istituti di alta reputazione si ricorra a un lessico così sfilacciato. Ma dalle nostre parti non c'è nulla di semplice né di ordinario; e la didattica, nella fattispecie, non lo è mai. Gli è che questi allievi modello, questi giovani italiani doc costituiranno la futura classe dirigente. Li immaginiamo schierati nell'emiciclo sinistro del Parlamento a concionare di accoglienza, ius soli, inclusione e integrazione. C'inviteranno ad "abbracciare i fratelli Rom" come l'alunno Derossi col figlio della Calabria di deamicisiana memoria, ad accantonare la "didattica" (per come l'hanno appresa, ordinaria, quindi libresca, quindi inutile) in favore di "progetti" realizzati da "esperti" di qualche club antidiscriminazione. I docenti, è noto, sono impreparati verso le "nuove criticità", quindi meno Dante e più corsi d'empatia, il ludo come depensiero, la fatica da aborrire, lo smartphone per lezioni "easy". E poi ammettiamolo, ai nostri scalcagnati alunni cosa è riservato, se non un destino da Prolet? Non pretendessero troppo. Poi dice che uno li manda a farsi un giro.

                                            © Daniela Tuscano

06/08/17

Firmare il contratto di assunzione sulla soglia dei 70 anni. Succede a Palermo, dove una docente di scuola primaria è stata convocata dall’ufficio scolastico provinciale per la stipula di un contratto a tempo indeterminato.



Firmare il contratto di assunzione sulla soglia dei 70 anni. Succede a Palermo, dove una docente di scuola primaria è stata convocata dall’ufficio scolastico provinciale per la stipula di un contratto a tempo indeterminato.


da repubblica  6\8\2017 





Bernarda Di Miceli: "Io, assunta a 69 anni, adesso i miei scolari mi chiameranno nonna"
Bernarda Di Miceli 
PALERMO - Quarant'anni di precariato erano già un bel record. Ma a Bernarda Di Miceli, la maestra palermitana che compirà settant'anni l'anno prossimo nel giorno di San Valentino, evidentemente non bastava. E non certo perché ambiva a entrare nel libro del Guinness. No, lei di quella nuova cattedra a un'età ampiamente pensionabile aveva bisogno. In tutto questo tempo, infatti, non è ancora riuscita a mettere insieme i vent'anni di contributi minimi per garantirsi, appunto, una pensione. E così mercoledì prossimo si presenterà all'istituto Pio La Torre di Palermo per firmare il suo contratto a tempo indeterminato di docente di scuola primaria: "Nella mia carriera ho avuto mille o duemila studenti, alcuni mi chiamavano mamma. Vorrà dire che adesso mi chiameranno nonna...".

Maestra Di Miceli, è passato tanto tempo, ma se lo ricorda il suo primo giorno di scuola da insegnante?
"E come potrei dimenticarlo? Erano i primi anni Settanta, mia madre mi comunicò che mi avevano assegnato una supplenza: non avevamo nemmeno il telefono, era venuto direttamente il bidello a casa nostra, a Campofiorito, per consegnarmi la lettera d'incarico. Quel giorno ero felicissima, mi sembrò una conquista. Certo, non avrei mai immaginato che 40 anni dopo sarei stata ancora qui a lottare per una cattedra. Sarò probabilmente la docente più anziana mai assunta. Le dirò, probabilmente mi emozionerò ancora una volta quando conoscerò i miei nuovi alunni. Mi capita sempre".


Palermo: 69 anni e sei mesi, firma il contratto di docente a tempo indeterminato



Come era iniziata la sua carriera scolastica?
"Mi sono diplomata nel lontano 1969-'70 e, dopo quella supplenza ho continuato ancora per qualche anno. Poi, nel 1975, mi sono sposata e sono arrivati i primi figli. Dieci anni dopo, nel 1985, ho vinto il concorso a cattedre alla scuola elementare e non essendo rientrata nei posti ho fatto l'inserimento in graduatoria, che allora si chiamava "del doppio canale". Così è cominciata la mia lunghissima vita da precaria della scuola".

Da una cattedra all'altra, sempre in giro per la provincia ma mai il tanto sospirato posto fisso...
"Proprio così. Sono passata da tantissime scuole. Mi alzavo all'alba, preparavo la colazione per la mia famiglia, mettevo un po' di ordine e poi correvo verso il bus o il treno. Ho anche fatto l'insegnante di sostegno: un'altra esperienza eccezionale". Come sono cambiati i bambini negli ultimi 40 anni? "Sono più diretti, spigliati e hanno un rapporto diverso con le maestre. Qualche tempo fa, un mio ex alunno ormai grande mi ha chiamata e mi ha chiesto di potermi vedere. Ancora, solo al pensiero mi commuovo".

Come mai non è stata assunta prima?
"Sono stata in graduatoria dal 1985 al 2013. Ma gli impegni familiari - ho sei splendidi figli - non mi hanno consentito di accettare tutte le supplenze. Poi, in occasione dell'aggiornamento 2014-2017 il provveditorato agli studi di Palermo mi ha esclusa per raggiunti limiti di età. È stato merito di mia figlia avvocata, Simona Santacolomba, se oggi sto per firmare un contratto per il ruolo. Io non avevo ancora compiuto 66 anni e tre mesi per appena 4 giorni e non potevo essere depennata dalla graduatoria. Così mia figlia ha insistito perché presentassi lo stesso la domanda di inserimento e facessi il ricorso al giudice del lavoro. Nel 2017 è arrivata la sentenza: ho il diritto di restare in graduatoria e per questo mi spetta l'assunzione".

Cosa ha provato quando le è arrivata la convocazione?
"Mi sono emozionata. Tornare a lavorare con i bambini mi fa sempre questo effetto. Resterò poco, probabilmente un anno

ma ho diritto a completare la contribuzione minima per la pensione: 20 anni".

Cosa si sente di dire a chi inizia questo percorso oggi?
"Che questo è un lavoro che va fatto con amore. Nient'altro. È l'unica cosa che conta".







Ecco una discussione , in merito a quresta notizia con un mio amico " trollone "

Io cosa vergognosa che bisogna aspettare un numero di anni prima d'essere assunti
Lui Perchè vergogna?siamo in uno stato di diritto? Le leggi debbono essere rispettate da tutti, in questo caso sono stati rispettati i regolamenti.
IO La vergogna consiste nel creare meccanismi insulsi che fanno si che un precario entri di ruolo a 69 anni. In ambito privato se un datore di lavoro ti assume e ti licenzia a rotazione continua il giudice del lavoro riterrà che trattasi di assunzione a tempo indeterminato camuffata da contatto transitorio, pronunciando i provvedimenti conseguenti. Se il datore di lavoro è invece lo Stato, è normale che si venga assunti (come docenti precari) a ottobre e licenziati a giugno anche per 15 anni consecutivi.
LUI che  fissa   che  avegte  con il posto fisso  ,  l'importante   è lavorare  , no ?
IO -----   cambiamo discorso che è meglio  🙈😧😨
LUI   già  . che  ne  pensi  di  .....


L'unico commento che mi sento di fare è Che "non e' mai troppo tardi"! e che Il tempo è sempre galantuomo ..... ma se fosse stata chiamata qualche anno fà,sarebbe stato meglio.Ingfatti assegnano un posto cosi' non pagano la pensione...se lo davano ad un giovane età una pensione da pagare...cosi' ne risparmiano una assegnando un posto ad una persona che non puo' maturare anni di servizio. Concludo facendo i Complimenti alla docente che dovrebbe ricevere la medaglia d'oro per la pazienza e la caparbietà dimostrate. Questo fatto dovrebbe far capire, a chi ci legge, quanto si difficile ottenere un posto così importante per il futuro della società, malgrado il misero stipendio. Certamente vi sono insegnanti bravi e insegnanti veramente scarsi. Pure il ministero ha dirigenti scarsissimi. Se non cambia la struttura della scuola resteremo gli ultimi sempre. Il sindaco di Palermo e il Presidente Mattarella dovrebbero presenziare alla nomina in ruolo.Un esempio morale e civile per tutti noi buoni solo a lagnarci e a sognare inutilmente il posto consiglio le suggerisco di non andare in pensione e si goda , salute permettendo altri 10 anni di insegnamento. Quando si fa un lavoro che piace allunga la vita glielo dice un nipote di un ex elettricista dell'Enel ( allora si chiamava cosi ) che nonostante fosse in pensione continuava a lavorare da privato fdin quando la salute gli lo ha permesso cioè fin a 5 anni prima della morte buon lavoro

19/07/15

La storia di Maria Antonia Guiso, maestra più giovane d'Italia rivive grazie a Francesco Guccini. Il cantautore, ospite del festival letterario di Gavoi, ne ha tratteggiato con nostalgia la figura,


La storia di Maria Antonia Guiso,
maestra più giovane d'Italia

Oggi alle 09:27 | di Manuela Arca

maria antonia guiso foto dalla collezione cecchini guiso
                           Maria Antonia Guiso - foto dalla collezione Cecchini-Guiso
La storia della «severa maestra di Pàvana» rivive grazie a Francesco Guccini. Il cantautore, ospite del festival letterario di Gavoi, ne ha tratteggiato con nostalgia la figura, intrecciandone le vicende con quelle dei montanari dell’Appennino e dei nonni mugnai.
L'incontro tra Francesco Guccini e Laura Cecchini, figlia di Maria Antonia Guiso, sul palco di Lodine
L'incontro tra Francesco Guccini e Laura Cecchini, figlia di Maria Antonia Guiso, sul palco di Lodine
Maria Antonia Guiso, nata a Nuoro nel 1908 e morta a Bologna nel 1988, proclamata nel 1924 maestra più giovane d'Italia, merita di essere ricordata non soltanto perché il caso ha voluto che il suo mondo s’incrociasse con quello di uno dei professori della canzone italiana, bambino al tempo dell’incontro.Il suo ritratto in bianco e nero è il riflesso della storia della Sardegna dei primi quarant’anni del ’900. È la sintesi - scritta all’ombra dei castagni, inspirando l’acre odore di carbone e pecorino - di vicende di sfruttamento e povertà, emigrazione e fatica, guerra e pace, emancipazione (il vezzo della pelliccia è una concessione alla civetteria degli anni Trenta) e rinascita.Laura Cecchini, 80 anni, figlia della maestra dei ricordi di Guccini, tesse le trame del racconto con la stessa perizia con cui sua madre ricamava scene di caccia sugli arazzi della tradizione.
Laura Cecchini davanti alle Magistrali di Nuoro
Laura Cecchini davanti alle Magistrali di Nuoro
Tutti i dettagli sulla storia della maestra più giovane d'Italia e le foto storiche che la ritraggono (tratte dalla collezione Cecchini-Guiso) sull'Unione Sarda oggi in edicola.