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venerdì 25 maggio 2012

Patacche e distintivi . ritorniamo alla scuola dei vecchi tempi

ci manca  solo che vengano reintrodotte  le  punizioni corporali , il divieto di portare minigonne  o  jeans  e  siamo posto  . ma siamo pazzi ? lo stalinismo e il fascismo facevano cose del genere . ci manca solo che diano premi in denaro a chi fa più figli o aumento delle tasse sui celibi e sugli scapoli . 


Riporto  l'articolo di http://www.catepol.net  condividendone  in pieno  la sostanza  tranne   l'ultima parte  come avreste notato  nel mio commento  delle righe  precedenti  

Apprendo con orrore e raccapriccio di una proposta di progetto per le scuole che prevede la distribuzione di medaglie e patacche agli studenti di elementari e medie (ops primaria e secondaria di primo grado, chiamiamole come si deve). Medaglie al valore da attaccare sui grembiuli per premiare e incentivare e motivare allo studio. Che poi li usano ancora i grembiuli?
Mimerito si chiama.Si merita che io dica il mio pensiero in merito. Vi basta un bah?
Obiettivi:
Gratificare i ragazzi che si impegnano a scuola attraverso un distintivo che possa essere indossato sul grembiule (scuola elementare), o appuntato sul diario (scuola media).
Magari su una divisa Balilla no? Starebbero benissimo. Ma per favore.Sai dove te le lanciano le medagliette gli alunni?Sicuramente per raggiungere l’obiettivo “pedagogico” di premiare i migliori, i più studiosi, fa più effetto offrire loro caffè e cornetto per ogni interrogazione o compito andato bene. Apprezzerebbero nell’immediato, almeno.Oppure un sistema alla Grande Fratello “Sei stato nominato/rimani nella casa” o a questo punto una gara con giuria alla Amici/XFactor. Otterrebbe più partecipazione attiva dagli studenti.Le medagliette? Ma per favore! Complimenti all’associazione e all’azienda che produce medagliette (forse non sa più a chi venderle) per l’idea. Nel 2012 ne avevamo sicuramente bisogno.Magari immaginare incentivo migliore. Che ne so? Giochi per la PlayStation, per il Nintendo, iPod (badate bene che siano touch però, non quelli più obsoleti), App per gli smarthphone e i tablet, anzi proprio direttamente smartphone e tablet…Almeno questi non li tirerebbero dietro agli insegnanti che li premiano.Ovviamente il tutto a spese dell’insegnante o della scuola che ordina i kit premio coi set di medagliette. Considerando anche eventuali agevolazioni economiche per grossi ordinativi.Certo, come no? Non fatemi dire altro, per favore.Anzi no, un’ultima cosa…
A me…

mercoledì 11 aprile 2012

Sono Asino [ l'orgoglio d'essere asino ]




Asino in terracotta   trovato  a pasqua 2012
 in un ovetto  del commercio  equo - solidale 
Se prima m'offendevo ed a volte  mi adiravo ( in parte è ancora cosi perché me lo dicono \ mi chiamano,a  volte senza nessuna  ragione apparente poi i fatti gli smentiscono i matusa ed altri amici\che ) adesso   sia  dopo due   parabole   una cattolica  ( da  cui  ho imparato   anche se  non sempre     riesco ad  applicarlo alla mia  opera  d'arte   che  : <<  Quella degli asini é la fierezza degli umili, capaci di difendere con dignità la loro famiglia e la loro storia >>) ., un altra laica d'origine calabrese   che  ho trovato qui ( per  chi ha ed  usa  facebook ) oppure  qui da  cui  ho appreso la MORALE:  ed  è quella   che  applico di più  nella mia opera  d'arte  \  il mio modo d'agire Qualunque cosa si faccia ci sarà sempre qualcuno a cui non va bene ciò che si è fatto e spesso è una stessa persona a lamentarsi qualsiasi cosa si faccia nei suoi confronti o in generale
Ma  a confermare : 1)  l'accettazione   di   tale termine  a  cui si dà solo ed  esclusivamente  un termine  negativo    ., 2)  a  continuare  a tenere   fra  i tanti  " cingigli ( come li chiama la donna delLe pulizie  e mia madre un  giorno  posterò  delle foto  d'essi   )  della libreria .,   3  )   e  a  seguire   e cercare d'applicare  il metodo  assertivo    spiegato  nel libro toglimi quel piede per  favore  di Alessandra  Faiella   , è  stata la lettura di questa fiaba di Esopo suggeritami dal blog http://stefanover.blogspot.it/ ( più precisamente dal post riportato sotto ) di un commentatore del nostro blog .




Un giorno l'asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscirne. L'asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario pensava al da farsi.Finalmente il contadino prese una decisione, crudele: concluse che l'asino era ormai molto vecchio e che non serviva più a nulla, che il pozzo era ormai secco e che in qualche modo bisognava chiuderlo. Non valeva pertanto la pena di sforzarsi per tirare fuori l'animale dal pozzo.

 Al contrario chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l'asino.Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo. L'asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo con lui e pianse disperatamente. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l'asino rimase quieto. Il contadino alla fine guardò verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide.Ad ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l'asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra. In questo modo, in poco tempo, tutti videro come l'asino riuscì ad arrivare fino all'imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e uscirne trottando.
Esopo

 con questo è tutto   bella  gente  .




P.s                                                                                                                                                               se  nel caso  vorreste raccontare fiabe  \ favole  ai  vostri  figli o nipoti  trovate  sotto    dei link  su  due favolisti del mondo antico   (  Esopo e  Fedro  ) ancora  oggi più attuali che  mai 

approfondimento












domenica 4 marzo 2012

riflessioni sul 8 marzo

 affronto  questo argomento  con questa  canzone presa  dall'efficcentissimo ildeposito.org  e  un commento  che  condivido e di cui  , ma  questa  è un altra storia  che prima o poi racconterò ho vissuto personalmente  ,   in pieno di una mia  amica




Ricordatevi di noi
siamo morte in una fabbrica
sfruttate sul lavoro
sfruttate a casa e fuori

Ricordatevi di noi
siamo morte ma non per sempre
noi vivremo eternamente
sinchè durerà la lotta

Siamo state assassinate
per avere scioperato
voi dovete vendicarci
vendicarci col lottare
vendicarci col creare

Creare un mondo nuovo
un mondo di giustizia
un mondo di uguaglianza
un mondo di libertà

Ricordatevi di Adele
l'hanno presto incarcerata
per avere contestato
per avere militato

L'hanno messa in una cella
una cella isolata
per paura che parlasse
con chi vuol sapere le cose

Saper di un mondo nuovo
un mondo di giustizia
un mondo di uguaglianza
un mondo di libertà

Fonte:
Maraini Y. (a cura di), Siamo in tante...(la condizione della donnanelle canzoni popolari e femministe: libro + disco.Movimento Femminista Romano, Canti delle donne in lotta 2,Vedette Albatros, 1976)




Informazioni storiche :

Questa canzone fu scritta nel 1974 per un intervento di teatro di strada in occasione della Giornata Internazionale della Donna.
8 marzo non è "la festa delle donne", è "la giornata di lotta" delle donne. Nel 1910 le compagne del Congresso internazionale delle donne socialiste hanno indetto l'8 marzo "giornata internazionale di lotta della donna". (maria rollero)



ecco  il commento   di ******

E invece è stata decisamente snaturata. E non solo; è stata trasformata in una giornata in cui le donne possono "trasgredire", possono andare a cena, a ballare, assistere a spogliarelli maschili nei locali. Con la "concessione" dei mariti, o fidanzati, o compagni ipocriti. Ma temo che il male peggiore non sia l'ipocrisia maschilista, ma il fatto che tante, troppe donne hanno vanificato le lotte per la conquista di diritti, dignità e parità. Lotte che sono costate tanto, anche la vita. E quanto mi dispiace vedere tante donne (e attraverso il mio lavoro ne vedo davvero tante) che non difendono il loro orgoglio e la loro dignità dell'essere donne; e spesso non per mancanza di intelligenza o a causa di condizioni sociali degradate, ma perchè la cultura femminile di questo momento storico è dettata dalla supericialità. E così si lasciano usare dagli uomini/maschi e si sentono importanti, sino a quando gli stessi uomini/maschi non le sputtanano malamente definendole stupide, oche, "facili"; se poi sono donne separate e con figli vengono definite delle pessime madri, delle "troie". Che rabbia.....ma così è....

venerdì 24 febbraio 2012

INTRANSIGENZA - TOLLERANZA / INTOLLERANZA - TRANSIGENZA da:"IL GRIDO DEL POPOLO", 8 dicembre 1917 - Antonio Gramsc





sembra scritto oggi eppure èdel 1917




Intransigenza è il non permettere che si adoperino - per il raggiungimento di un fine - mezzi non adeguati al fine e di natura diversa dal fine.
L’intransigenza è il predicato necessario del carattere. Essa è l’unica prova che una determinata collettività esiste come organismo sociale vivo, ha cioè un fine, una volontà unica, una maturità di pensiero. Poiché l’intransigenza richiede che ogni singola parte sia coerente al tutto, che ogni momento della vita sociale sia armonicamente prestabilito, che tutto sia stato pensato. Vuole cioè che si abbiano dei principi generali, chiari e distinti, e che tutto ciò che si fa necessariamente dipenda da essi.
Perché, dunque, un organismo sociale possa essere disciplinato intransigentemente è necessario che esso abbia una volontà (un fine) e che il fine sia secondo ragione, sia un fine vero, e non un fine illusorio. Non basta: bisogna che della razionalità del fine siano persuasi tutti i singoli componenti l’organismo, perché nessuno possa rifiutare l’osservanza della disciplina, perché quelli che vogliono far osservare la disciplina possano domandare questa osservanza come compimento di un obbligo liberamente contratto, anzi di un obbligo a fissare il quale lo stesso recalcitrante ha contribuito.
Da queste prime osservazioni risulta come l’intransigenza nell’azione abbia per suo presupposto naturale e necessario la tolleranza nella discussione che precede la deliberazione.
Le deliberazioni stabilite collettivamente devono essere secondo ragione. La ragion può essere interpretata da una collettività? Certamente l’unico fa più in fretta a deliberare (a trovar la ragione, la verità) che non una collettività. Perché l’unico può essere scelto tra i più capaci, tra i meglio preparati a interpretare la ragione, mentre la collettività è composta di elementi diversi, preparati in diverso grado a comprendere la verità, a sviluppare la logica di un fine, a fissare i diversi momenti attraverso i quali bisogna passare per il conseguimento del fine stesso. Tutto ciò è vero, ma è anche vero che “unico” può diventare o essere visto come tiranno, e la disciplina da esso imposta può disgregarsi perché la collettività si rifiuta, o non riesce a comprendere l’utilità dell’azione, mentre la disciplina fissata dalla collettività stessa ai suoi componenti, anche se tarda ad essere applicata, difficilmente fallisce nella sua effettuazione.
I componenti la collettività devono pertanto mettersi d’accordo tra loro, discutere tra loro. Deve, attraverso la discussione, avvenire una fusione delle anime e delle volontà. I singoli elementi di verità, che ciascheduno può portare, devono sintetizzarsi nella complessa verità ed essere l’espressione integrale della ragione. Perché ciò avvenga, perché la discussione sia esauriente e sincera, [1] è necessaria la massima tolleranza. Tutti devono essere convinti che quella è la verità, e che pertanto bisogna assolutamente attuarla. AI momento dell’azione tutti devono essere concordi e solidali, perché nel fluire della discussione si è venuto formando un tacito accordo e tutti sono diventati responsabili dell’insuccesso. Si può essere intransigenti nell’azione solo se nella discussione si è stati tolleranti, e i più preparati hanno aiutato i meno preparati ad accogliere la verità, e le esperienze singole sono state messe in comune, e tutti gli aspetti del problema sono stati esaminati, e nessuna illusione è stata creata.
[Diciotto righe censurate]
Naturalmente questa tolleranza - metodo delle discussioni fra uomini che fondamentalmente sono d’accordo, e devono trovare le coerenze tra i principi comuni e l’azione che dovranno svolgere in comune - non ha che vedere con la tolleranza, intesa volgarmente. Nessuna tolleranza per l’errore, per lo sproposito. Quando si è convinti che uno è in errore - ed egli sfugge alla discussione, si rifiuta di discutere e di provare, sostenendo che tutti hanno il diritto di pensare come vogliono - non si può essere tolleranti. Libertà di pensiero non significa libertà di errare e spropositare. Noi siamo solo contro l’intolleranza che è un portato dell’autoritarismo o dell’idolatria, perché impedisce gli accordi durevoli, perché impedisce che si fissino delle regole d’azione obbligatorie moralmente perché al fissarle hanno partecipato liberamente tutti. Perché questa forma di intolleranza porta necessariamente alla transigenza, all’incertezza, alla dissoluzione degli organismi sociali.
[Sei righe censurate]
Perciò abbiamo fatto questi ravvicinamenti: intransigenza-tolleranza, intolleranza-transigenza.

martedì 14 febbraio 2012

c'era una volta il 1992 -1994 reprise


Di  tangentopoli e  del primo governo Berlusconi  ( quello del 1994 )  ho solo vaghi ma  a tratti  delineati ricordi  . Infatti è  in quel periodo   che  mi formai e rafforzai il mio carattere  ribelle  e la mia   cultura  politica  ( da non confondere  come ho  già  detto nel precedente  blog  ora  salvato qui  ed ora  in   questo    con la politika --- il  k al posto  della c  è volutamente  provocatoria    come si usava negli anni 60\80 per delimneare qualcosa di negativo  --  cioè  con quella  dei partiti  e  delle vetuste ideologie  del XIX  e  XX secolo ) ma  questa  è un 'altra storia    di cui parlerò nelle  prossime  puntate.
Ritorinia o all'argomento della puntata  tangentopoli .
 I primi ricordi sono  da canzoni   come  40 anni dei modena city ramblers  ( vedere post  precedente  )  e  questa canzone  di Paolo Rossi  rifatta  da Fabrizio Bonora 
                                         

e  la  canzoncina,  di fine anni '80  ( mi pare  fosse il finale  \  titoli di coda  del film  I Pompieri 2 - Missione Eroica del lontano  1987  ) ,  era meglio morie da piccoli  nella  versione di Paolo Rossi , e dalla satira  di quel periodo  tv  (  avanzi -- foto  sotto   a  sinistra --  , tunnel ,  blob )  e il settimanale satirico cuore  ( foto a destra  )  .
Poi  ci sono i servizi  del tg4 ,   che rivedevo la sera tramite  blob ,  di Paolo Brosio  diretta  da Milano  dal Tribunale Infatti , fin quando non tocco a gli amici  di Berlusconi e a Berlusconi stesso  ,   la destra  compresa  la lega  calcarono l'onda  della società civile  e del  disgusto  per  un regime  ormai  agonizzante   a  cui  l'inchiesta di Milano  gli diede il colpo di grazia  . Poi dopo che  Craxi fu condannato    (  qui il  suo curriculum ) e fuggi  dopo il suo discorso d'auto assoluzione alla  camera (  all'ora  c'era  la richiesta  d'autorizzazione   a procedere  ) ma  contenete un fondo di verità visto gli scandali attuali 






in esilio  ,  spuntarono  i veleni e  i dossier  , contro i magistrati  , un anticipo   di quella campagna   di fango  che  caratterizzerà  gli ultimi 3  anni di Berlusconi .  E  ivi mori  . 
Ricordo che  guardavo   con sorriso   i tg  per  vedere  chi avevano arrestato  , poi però  a  causa  della  noia  (  non m'accorsi   che  si  satrava facendo la  storia   del nostro paese  )  e  il fatto che   stavo corteggiando  via  lettera perchè era  ritornata  ad Arzachena  , **** , una  mia ex  compagnia  delle superiori  , m'isolai e  non vidi le   trasmissioni  di un  giorno in pretura  sui  processi  ai vecchi cariatidi  (  craxi , forlani  ,  la malfa, ecc )  e  il processo   Enimont  .le altre vicende cioè i "  suicidi eccellenti  " quelli  dei  grandi  indagati  :






Gabriele Cagliari (allora presidente dell'Eni) di Sergio Castellari (direttore generale del Servizio Economico al Ministero delle Partecipazioni Statali) e di Raoul Gardini,che era l'ex presidente del gruppo Ferruzzi e della Montedison (i tre casi formano ora  l'oggetto di un libro, a firma di Mario Almerighi, pubblicato  dagli Editori Riuniti con il titolo Tre suicidi eccellenti. Gardini, Cagliari, Chiastellari, pagine 239,12 euro). , Se  non dalle trasmissioni di blunotte di lucarelli , dal libro citato prima,dai   settimanali  come l'espresso , avvenimenti ( ora left ) e  dai giornali come repubblica , corriere della sera  ,il manifesto ,  liberazione , l'unità , libero e il giornale ( quando ancora non  erano  organi  totalmente  Berlusconiani )  o successivamente la  voce  di montanelli   allora  ero in piena   formazione  politica   \  culturale   diviso fra la desta e la  sinistra  .,  e   altri siti  di contro informazione   in particolare  questi 1 2 3 . L'unico ricordo  diretto   che ho  è  quando si  " uccise  Cagliari  " mia madre  mi disse a  voce  alta  di controllare  il mio gatto  ( foto sopra destra  ) che  giocava  con le buste  di plastica  di  fare  attenzione   che non facesse la  fine di cagliari

La prossima puntata  sarà   o  su Andreotti o   su falcone e  Borsellino   e con questo anticipo concludo perchè immagino  (  e credo di leggerlo nel vostri pensieri  ) che  starete incvominciando ad  annoiarvi    e quindi  vi  dò appuntamento alla prossima puntata

passione per il proprio lavoro o dedizione esagerata ? Controcronache dalla Regione Sardegna, vita d'un «animale da scrivania»



 Dall'unione sarda del 12\2\2012
Controcronache dalla Regione, vita d'un «animale da scrivania»
di GIORGIO PISANO ( pisano@unionesarda.it )





Nel suo ambiente - Regione autonoma della Sardegna, seimila dipendenti - è una leggenda. Sa tutto: cita a memoria leggi, decreti e circolari con la stessa disinvoltura di una chiacchierata di calcio al bar sport. Per anni 44 e mesi undici è andato puntuale in ufficio: assunto quand'era presidente Giuseppe Brotzu, ne è uscito (si fa per dire) quando al timone è arrivato Mauro Pili. I giorni d'assenza - causa malattia vera e non fittizia - si contano sulle dita delle mani. Ferie, godute naturalmente: a metà però. Non ne ha mai fatto più di venti giorni. «Un mese intero è troppo».
Farlo andare in pensione non è stato facile, nel senso che è rimasto appeso agli amatissimi timbri finché ha potuto. Era il 2002. Da allora torna spesso sul posto di lavoro, incontra gli ex colleghi che lo chiamano per consulenze-express, discute sulla interpretazione delle norme, suggerisce, consiglia, propone.
Dovessero aggiungere un simbolo dell'Autonomia, magari affianco agli storici Quattro Mori, starebbe d'incanto la sua faccia, rassicurante, burocratica e conscia d'essere un'enciclopedia vivente in campo giuridico-economico-previdenziale. Come lui nessuno mai. Nino Tucci (  foto in alto a destra   )   settantasei anni, non arriva a dire La Regione sono io ma si capisce che lo pensa. Due figlie («a carico», precisa per deformazione professionale come se a qualcuno potesse interessare) parla la lingua fredda dei certificati, quella documentale su cui cade vanamente la polvere del tempo. Si scusa dicendo d'essere un «passionale, lavorativamente parlando» e cita, giusto per dare un'idea, «quei carabinieri che si fanno seppellire in divisa».
Perché, lei vorrebbe farsi tumulare in grisaglia?
«No, quando mai. Però».
Smentita debole, senza convinzione. Se gli chiedete qual era la sua collocazione risponde citando ruolo, incarico, numero di collaboratori e assessorato di riferimento. Poi, per farsi capire meglio, sintetizza: «Lavoravo nel cuore dell'amministrazione passiva della Regione». Passiva?, passiva in che senso? Tucci allarga un sorrisetto di compatimento, deve essere duro spiegare sempre tutto a tutti, la sua croce. «Amministrazione passiva è quella che si occupa dell'organizzazione interna».
È la persona giusta, ideale, per parlare di una categoria - i regionali - molto citata dal popolo non sempre con entusiasmo (assenteismo al 30 per cento fino alla cura-Brunetta). Lontano dai partiti politici e dai sindacati, ha servito la Regione come un figlio con mammà tenendo un piede in casa anche da sposato. Per stare più vicino alla ditta, ammesso che si possa dire così, è entrato nell'associazione che raccoglie i colleghi andati in pensione. Ha un ufficietto ingombro di fascicoli, carte e manuali. Lo scaffale a fianco schiera graffette, scotch, forbici, colla e tutto l'arsenale da sfoderare in caso di bisogno. Al centro del tavolo il suo breviario, pagine ormai ingiallite e piene di memorandum volanti. Si intitola Ruoli di anzianità del personale . «Purtroppo ora non lo pubblicano più», sussurra scoraggiato. Senza aggiornamenti, si deve navigare a vista, sul filo della memoria. Difficile anche per chi si definisce, senza arrossire, un «animale da scrivania».
Nient'altro?
«Mi sento umilmente orgoglioso d'essere un dipendente lavoratore, e sottolineo lavoratore, della Regione autonoma della Sardegna».
A proposito: la fama di fannulloni da dove nasce?
«I regionali hanno, avevano, questa nomea perché considerati poco facenti e molto guadagnanti. Capita la battuta?»
Quasi.
«Si dice che su dieci lavoratori, otto guardano e due lavorano. Ma questo vale per tutti gli impiegati pubblici e non solo per la Regione».
Ma per quelli della Regione...
«Vogliamo dirla la verità, tutta la verità? Manca lo stimolo a migliorare la professionalità. Talvolta alcuni, non avendo progressione di carriera, si addormentano. Posso usare questa espressione?»
Quale?
«Si addormentano. L'amministrazione non valorizza le risorse come si deve, si muove con la politica dei premi a pioggia e questo scoraggia anche i più motivati».
Pare abbiate la pausa-caffè più lunga d'Italia.
«Mi onoro di essere un rompicoglioni: la legge, la legge, la legge. Ovviamente non scriva rompicoglioni, trovi una formula più consona».
Va bene però non ha risposto.
«Probabile che il caffè... insomma quella storia della pausa. Mi risulta che la regione Toscana e la regione Sicilia abbiano tempi ben più dilatati dei nostri. Per favore, non generalizziamo... anche se io avevo un collega che il caffeuccio andava a prenderselo ogni ora».
Vede.
«D'accordo ma era uno che aveva idiosincrasia per l'ufficio, mica sono tutti così. Io lo richiamavo bonariamente all'ordine, visto che era un mio collaboratore, dicendogli: se non hai voglia di lavorare, cambia struttura».
E quello?
«Lasciamo perdere. Ma tengo a dire che quando mi hanno proposto di fare il segretario particolare di un assessore, ho risposto no grazie».
Perché?
«Avrei creato dei problemi. Io sono per i fatti, per le regole».
Su seimila regionali quanti assunti con una spintarella?
«Il cinquanta per cento. Dico uno su due e forse sto arrotondando per difetto. Tuttavia mi piace dire che ci sono figli di onorevoli capaci, ovvero raccomandati che lavorano con scrupolo e coscienza».
Quanti veramente competenti?
«In certe materie, l'ottanta per cento. In altre, zero. Difatti non è casuale che spesso si chieda aiuto a colleghi di buona preparazione indipendentemente dal fatto che siano in organico oppure già in a erre. Cioè a riposo».
Asini in ruoli apicali?
«Ce n'erano ai miei tempi e ce ne sono ancora oggi. Per pura ignoranza erogano danaro pubblico a chi non spetta. Col pericolo che se ne accorga la Corte dei Conti e rilevi un danno all'erario».
La somma dei vari asini che guai ha comportato?
«Quello che negli anni Ottanta si chiamava sfascio. Si ricorda?, sfascio di qui, sfascio di lì. La non accorta valutazione delle pratiche in itinere ha scatenato un terremoto».
Cioè?
«Attualmente la Regione è sommersa da una marea di ricorsi, ci sono migliaia di cittadini che contestano le decisioni dell'amministrazione. Prima, e quando dico prima mi riferisco alla mia giovinezza, il contenzioso non esisteva. Questo significa che, sia pure con lentezza, si adottavano scelte corrette».
Qual è stato il capolavoro di un asino in ruolo apicale?
«Farsi nominare dirigente qualche settimana prima di andare in pensione. Questo ha comportato una liquidazione di circa trecentomila euro più alta di quella che avrebbe dovuto ricevere».
E voi?
«Noi, cosa? I colleghi onesti e lavoratori, che sono la maggior parte, possono soltanto prendere atto e chinare la testa. D'altra parte, la nomina a dirigente era legittima e di conseguenza lo diventava anche la liquidazione».
Privilegi.
«Luogo comune: non è vero che i regionali hanno chissà quali privilegi. È una falsità madornale. Almeno dopo l'anno 1970».
Perché, prima?
«Fino ad allora un impiegato regionale aveva il 60 per cento in più dello stipendio di un pubblico dipendente a parità di qualifica. Mio fratello, direttore dell'Ufficio delle Imposte, mi invidiava».
E i campi da tennis?
«Qui volevo arrivare. Ne avevamo uno in terra battuta a Villa Asquer: fatto da noi, con le nostre mani».
Quelli del Poetto, pure?
«Lì, quando ci hanno assegnato l'area dietro l'ex albergo, ne abbiamo realizzato quattro. Ma abbiamo lavorato sodo: ci hanno dato una specie di foresta e ne abbiamo fatto un'oasi. Riconosco che il nostro Dopolavoro funzionava».
Molto e bene.
«Guardi, io ho cancellato la mia iscrizione quando mi sono accorto che era diventato un'agenzia di viaggi transoceanici».
A prezzi stracciati per i regionali.
«Che Cral sarebbe se non cercasse condizioni di miglior favore?»
Poi ci sono quelli del Consiglio regionale. Privilegiati tra privilegiati.
«Lo chieda a loro, ho smesso di occuparmene negli anni '60. Pensi che non siamo mai riusciti a scoprire con precisione l'entità del loro trattamento economico. Sappiamo che è il doppio del nostro ma la prova provata non c'è. Per capirci: al Consiglio hanno gli stessi stipendi dei colleghi di Camera e Senato».
E sono riusciti a rifilarvi i portaborse.
«Non sono portaborse ma funzionari che fanno capo ai gruppi politici presenti in Consiglio. Una sessantina di persone in tutto che, da qualche anno a questa parte, grava sul bilancio della Regione. Insomma, li paghiamo noi».
Sprechi.
«Me ne ricordo uno clamoroso agli inizi degli anni Duemila. La Regione aveva finanziato l'acquisto di moltissime barche a Santa Teresa di Gallura. Barche che poi sono state lasciate a marcire sui moli»
Licenziamenti?
«Pochi, a cominciare da quello di un impiegato che - durante l'orario d'ufficio - svuotava i portafogli dei colleghi. Per incapacità professionale, mai. Scarso rendimento, mai. Inosservanza dell'orario di lavoro, mai. In altri periodi...»
... erano tutti bravi, onesti e puntuali.
«No, voglio dire soltanto che era diverso il clima. Giuseppe Brotzu, che veniva a piedi in ufficio, vigilava in silenzio sull'ingresso dei dipendenti. E quando alle 10,30 del mattino trovava un direttore generale ancora immerso nella lettura del giornale, beh, interveniva. Ci mancano politici e funzionari di quel temperamento».
Nino Tucci è provato: non era questa l'intervista che si era immaginato. Incarnando il regionale-tipo ed essendo un primo della classe, si aspettava un altro genere di colloquio. «Di carattere previdenziale», confessa. Spesso diventa necessario rivolgergli tre volte la stessa domanda: un'irresistibile propensione diplomatico-corporativa lo spinge a deviare in fallo laterale sotto un acquazzone di dati. La legge numero, la circolare del, il decreto presidenziale, la nota esplicativa: è una mitragliata di burocratese. Fortuna che in suo aiuto interviene a più riprese il tesoriere dell'associazione dei pensionati regionali. Altra stoffa: risposte pronte e sovrapposte, anche se non vengono raccolte. La pausa-caffè più lunga d'Italia? «Non diciamo fesserie». Impiegati competenti e incompetenti? «Né più né meno dei redattori di un giornale». Asini in ruoli apicali? «Dobbiamo parlare solo di quelli regionali?»
Si può fare carriera attraverso il sindacato?
«Certo che si può. Non faccio nomi ma potrei citare il caso di un rappresentante di categoria diventato direttore generale».
La meritocrazia, sia pure in un angolino, sopravvive?
«Non esiste più. Il mondo è capovolto. E quando qualcuno, come il sottoscritto, tenta di ricomporla, gli incollano addosso l'etichetta di rompicoglioni».
Miglior presidente, peggior presidente?
«Il migliore sicuramente Brotzu, il peggiore Italo Masala».
Assessori indimenticabili, assessori impresentabili.
«Felicetto Contu è stato tra i pochi che conosceva bene la materia di cui si occupava, l'agricoltura. Impresentabili? Non ne ricordo».
Faccia uno sforzo.
«La memoria, certe volte, non aiuta. Lei mi capisce, vero?»


sabato 11 febbraio 2012

c'era una volta il 1992 -1994 prima puntata






La corruzione non è diminuita, è diminuita la scoperta della corruzione, sono diminuiti i processi ma non la corruzione". (Gherardo Colombo, dal libro «Farla Franca», Longanesi)




TitoloMani sporche
AutoreBarbacetto GianniGomez PeterTravaglio Marco
Prezzo
Sconto 15%
€ 16,66
(Prezzo di copertina € 19,60 Risparmio € 2,94)
Prezzi in altre valute
Dati2007, 914 p.
EditoreChiarelettere  (collana Principioattivo)

Quindici anni dopo il biennio magico di Mani Pulite, l'Italia delle mani sporche ha perfezionato i metodi per rendersi più invisibile e invulnerabile. Prima sotto accusa erano i politici e il mondo industriale. Ora le parti sembrano invertite: sotto accusa sono soprattutto i magistrati. Ecco che cosa è successo negli ultimi anni, dal 2001 al 2007. Dal governo del cavalier Berlusconi e dell'ingegner Castelli a quello del professor Prodi e del ras di Ceppaloni, Mastella. La musica non cambia: è tutta colpa dei magistrati. Quei pochi che resistono, combattono da soli, spesso abbandonati dallo stesso Csm, vessati dalla stampa, criticati dalle altre istituzioni. Le leggi vergogna varate da Berlusconi dovevano essere subito smantellate dal centro sinistra. Invece sono ancora in vigore. A quelle se ne sono aggiunte altre come l'indulto per svuotare le carceri (di nuovo piene), le intercettazioni e il bavaglio alla stampa, l'ordinamento giudiziario Mastella: tutto in barba alle promesse elettorali dell'Unione. Prima era necessario corrompere, ora i soldi i partiti se li danno da soli, il controllato e il controllore sono sempre la stessa persona.

per  concludere  la  colonna del  blog  



A chi mi dice  che è vecchia   rispondo che  certo la canzone è stata scritta 20 anni fa... ma le cose non sono cambiate poi tanto . Infatti  non ricordo  chi   in un commento  ad  uno dei tanti video di questa  canzone  ha  giustamente  aggiunto al testo che  trovate   qui   questo pezzo  . (  ....)  E protetto le nipoti di Mubarak (... )  .. E poi è d'essa che si comprende in contesto che fa sencondo molti media il 1992 come un anno di svolta



giovedì 9 febbraio 2012

Kodak fa bancarotta



Ecco  cosa succede  quando si  guarda lontano ,  senza  fare un passo decisivo  non ha  il coraggio   di tentare  . Dimenticando che  << Anche un lungo cammino comincia con un piccolo passo  o  Ogni Lunga Marcia Comincia Con Un Piccolo Passo >> (  Mao Tse-tung )


Dentro la storia di un'azienda ci può essere la storia di tante altre aziende, specie se stiamo parlando di un colosso che nella sua vita secolare ha dato lavoro a centinaia di migliaia di persone cavalcando da sempre il cambiamento tecnologico fino a che il cambiamento non ha finito per schiacciarlo. La bancarotta di Kodak, con una procedura controllata scattata dopo il fallimento degli ennesimi sforzi di rilancio, diviene così il più recente simbolo del "furore" del capitalismo, capace di creare o distruggere in poco tempo società gigantesche. Un processo, tutto sommato, negli Stati Uniti ancora virtuoso, se è vero che lungo la parabola discendente di Kodak sono nati giganti come Google e Facebook, hanno prosperato Microsoft e Amazon, è rifiorita Apple. Nomi non casuali, perché sono fra i principali beneficiati di quella rivoluzione digitale che ha travolto, invece, proprio la ditta che è stata a lungo tutt'uno con il concetto stesso di fotografia.
L'istanza di bancarotta è stata depositata in tribunale a New York alla mezzanotte di mercoledì, e da ieri Eastman (il cognome dello storico fondatore) Kodak è in amministrazione controllata. Questo sta a significare che in realtà la società non è fallita ma entra, appunto, in un regime di amministrazione straordinaria per ristrutturarsi e tentare di riprendere la normale attività, il tutto facendo leva su un prestito di 950 milioni di dollari ottenuto da Citigroup per sopravvivere alla riorganizzazione. E per capire la difficoltà del tentativo basta far riferimento alle cifre fornite dalla stessa Kodak: nei documenti presentati in tribunale la società dichiara di avere 5,1 miliardi di dollari di attività e ben 6,75 miliardi in debiti.
Numeri che di certo non fanno stare tranquilli i suoi 19.000 dipendenti, la cui sorte è appesa un filo. In pratica, il numero dei licenziamenti sarà inversamente a quello dei brevetti che Kodak riuscirà a vendere, poiché quest'ultimi rappresentano il vero patrimonio residuale dell'azienda. Quasi ventimila persone in bilico sono un'enormità, eppure si tratta di una pattuglia di superstiti. Ben diversi, infatti, sono stati gli organici nei lunghi decenni di splendore, quando Kodak deteneva la leadership lungo tutta la filiera della fotografia, dalle pellicole alle fotocamera di piccolo e medio formato, dalle attrezzature per lo sviluppo dei negativi alla carta fotografica. A metà degli anni ottanta, ad esempio, il gruppo impiegava 145mila persone con una presenza planetaria, ed agli inizi del Duemila si parlava ancora di settantamila dipendenti.
Poi, il tracollo, con l'organico che negli ultimi sette anni si è ridotto di 47mila persone con la chiusura di 13 stabilimenti. Nel 2007 l’ultimo bilancio chiuso con qualche profitto da destinare agli azionisti. Gli stessi che hanno assistito ad un macabro spettacolo finanziario: se nel 1996 a Wall Street il titolo Kodak valeva 80 dollari, mercoledì la quotazione dell’azione è sprofondata sotto un dollaro. Su cosa abbia condannato l'azienda creata da George Eastman nel lontano 1892, i giudizi sono abbastanza unanimi. Se il fondatore era uno straordinario visionario, un filantropo morto suicida a 78 anni con una frase spiazzante: «Il mio lavoro è compiuto, perché attendere?», ai suoi successori più recenti ha fatto difetto proprio la visione.
E dire che molte delle prime fotocamere digitali erano uscite proprio dai suoi laboratori. Ma poi il management decise che non aveva senso investire sulla nuova tecnologia quando si era leader della fotografia tradizionale. Leader ma non padrone, e così altri hanno investito con profitto sulla fotografia digitale, la cui qualità non eguaglia ancora quella della pellicola tradizionale ma offre ormai enormi vantaggi in termini di produzione e condivisione delle immagini. Negli ultimi anni, quando era tardi, anche in Kodak avevano capito. Ma le presentazioni delle nuove fotocamere digitali sembravano ormai una fiera del rimpianto.


da L'unità online del 9\2\2012

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