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03/03/19

I fatti di pratobello il nostro '68 PRATOBELLO 50 ANNI DOPO Il paese disarmato che fermò l’esercito

  di cosa  stiamo parlando  \  per  approndire

http://www.informati-sardegna.it/?m=news&id=1371
https://www.youtube.com/watch?v=ZpVEhw4383s una  delel tante  canzoni  si tale  fatto
  https://www.youtube.com/watch?v=TLmKIpdBSzg  un ottimo documentario





IL nostro '68 . Come succedeva prima della massiccia diffusione d'internet nelle zone perifiche in cui le novità arrivavano con ritardo . ;a meglio trdi che mai . Un paese che non si è fatto come è avvenuto con le altre basi militari vhe ancora attanagliano la sardegna e di cui la Rwm, la fabbrica di bombe situata a Domusnovas in Sardegna,  e  che  esporta   il carico di  morte  nella  guerra  in Yemen   è  solo  la  punta  dell'icerbeg  .



Articoli  tratti  dall'inserto settimanale della nuovasardegna  lamiaisola   2  \3\2019



IL TELEGRAMMA
EMILIO LUSSU: VORREI STARE IN MEZZO A VOI

Nel 1969 Emilio Lussu, ormai ritiratosi dalla vita politica, inviò alla popolazione di Orgosolo un telegramma.“Quanto avviene Pratobello contro pastorizia et agricoltura est provocazione colonialista...

Nel 1969 Emilio Lussu, ormai ritiratosi dalla vita politica, inviò alla popolazione di Orgosolo un telegramma.

“Quanto avviene Pratobello contro pastorizia et agricoltura est provocazione colonialista stop. Rimborso danni et premio in denaro est offensivo palliativo che non annulla ma aggrava ingiustizia stop. Chi ha coscienza dei propri diritti non li baratta stop. Responsabilità non est militare ma politica. Perciò mi
sento solidale incondizionatamente con pastori et contadini Orgosolo che non hanno capitolato et se fossi in condizioni di salute differenti sarei in mezzo a loro stop. Allontanamento immediato poligono et militari si impone come misura civile e democratica lavoro et produzione stop”.







Le foto si possono pubb
licare o ci sono problemi di copyright? “Tranquillo, abbiamo espropriato anche quelle”. Giovanni Moro conserva l’ironia e lo spirito ribelle dello studente universitario che nel giugno 1969 animò in prima persona la protesta di Pratobello. Dimostra meno dei suoi 77 anni e lo sguardo è quello di sempre, guascone e un po’ indagatore, il tono di voce calmo quanto perentorio. Nella sua casa in via Giuseppe Ungaretti a Orgosolo apre il libro dei ricordi – foto, documenti, manifesti, instant book Feltrinelli – e accetta di raccontare come nacque, mezzo secolo fa, la grande rivolta dei pastori contro le servitù militari. Breve premessa: per ogni orgolese che si rispetti i fatti di Pratobello sono l’equivalente di un monumento nazionale, un evento di popolo consegnato alla storia e al mito insieme con altri simboli di questa comunità barbaricina, primi fra tutti il film “Banditi a Orgosolo” di Vittorio De Seta e i murales di Francesco Del Casino. Ed è proprio con il pittore senese che comincia il racconto di Moro.

Il circolo culturale

Nel 1969 Del Casino è arrivato in Barbagia da quattro anni, fresco di diploma all’istituto d’arte della sua città. Insegna disegno alle scuole medie di Orgosolo. È un cattolico militante, scuola Don Sturzo, ed è entrato subito in contatto con il circolo culturale del paese, che vede i principali animatori nei fratelli Giovanni e Bore Muravera, in Pietro Crissanu e Totoni Davoli e appunto in Giovanni Moro. Tra quest’ultimo e il giovane insegnante toscano l’intesa è immediata, l’amicizia fa seguito poco dopo insieme con il desiderio di progetti comuni. Verso la fine di maggio Moro e Del Casino notano strani manifesti affissi sui muri di Orgosolo. Sono del ministero della Difesa e avvisano la popolazione che dal 19 giugno, in un’area ben determinata quanto estesa delle terre comunali, la brigata d’artiglieria Trieste e altre compagnie dell’esercito avrebbero dato vita a poligoni di tiro per un periodo orientativo di due mesi. Durante le esercitazioni pastori e agricoltori erano obbligati ad abbandonare le terre. “Capimmo subito di cosa si trattava – dice Moro –, ne parlammo con i pastori e convocammo una riunione al circolo culturale per decidere cosa fare”. 

Per una maggiore comprensione degli eventi, qui è necessario fra un passo indietro, anzi due. Il primo ci riporta al novembre 1968. Al pari di altri municipi dell’isola, quello di Orgosolo viene occupato per protesta contro il governo nazionale e la Regione Sardegna, incapaci di dare risposte ai comuni dell’interno. La differenza è che a Orgosolo l’occupazione non è simbolica, con i sindaci in prima fila con la fascia tricolore, ma sostanziale: vengono cacciati dal municipio, prontamente ribattezzato Casa del popolo, sindaco, giunta e consiglio (a fine protesta finiranno additati in un documento come crumiri, assieme a due baristi, il parroco e i frati camaldolesi). 

Le quattro giornate

L’occupazione dura dall’11 al 14 novembre, per quelle che verranno chiamate le Quattro giornate di Orgosolo. Il circolo culturale (o giovanile) svolge un ruolo fondamentale nella protesta, che ebbe vasta risonanza, al punto che la rivista Quindici, portavoce della contestazione studentesca a livello nazionale, vi dedicò il servizio di apertura di cinque pagine, pubblicando i documenti delle varie assemblee. Tra questi, anche una lettera aperta “Ai poliziotti”, accusati di aver la mano pesante. Come in risposta al famoso corsivo di Pier Paolo Pasolini dopo gli scontri di Valle Giulia a Roma tra polizia e studenti del marzo 1968, gli occupanti di Orgosolo scrivevano: “Anche voi siete come noi figli di contadini, operai o pastori, e spessissimo, come noi, siete meridionali, cioè fate parte dell’Italia sfruttata e colonizzata, eppure non ci intendiamo. Perché?” E ancora: “Voi dovete lottare al nostro fianco, con tutti gli sfruttati del mondo, per la costruzione di una società più giusta”. 

L’altro passo indietro per capire Pratobello ci riporta all’inizio del 1969. “Venimmo in possesso – dice Moro – dei progetto Generalpiani per il Parco nazionale del Gennargentu. Lo vedemmo per quel che era, un’operazione di controllo del territorio. Ricopriva un’area di 336mila ettari, praticamente mezza provincia di Nuoro. Lo studiammo e raccontammo i vincoli che prevedeva in un ciclostilato di 24 pagine che venne stampato in 2000 copie, una tiratura eccezionale per le nostre possibilità”. Il documento sarà la base di discussione al convegno del successivo 2 marzo al cinema Fontana di Orgosolo, dove il Parco venne bollato come “un’operazione di repressione delle popolazioni della Barbagia”. In quell’occasione vennero coniati gli slogan “No al parco dei signori” e “Prima dei mufloni salviamo gli uomini”. La risposta contraria fu netta, a Orgosolo e negli altri paesi in particolare del Supramonte, e il Parco, anche ridimensionato e con meno vincoli, è ancora sulla carta cinquant’anni dopo. A questo contribuì indubbiamente l’annuncio, appena due mesi dopo, delle esercitazioni a Pratobello. La militarizzazione del territorio fu vista come una ritorsione al No al Parco: “Era opinione diffusa – commenta Giovanni Moro – che da temporaneo il poligono potesse diventare permanente, e che Orgosolo diventasse come Teulada o Perdasdefogu”.

I marxisti e i pastori

Ma come fu il rapporto tra gli studenti e i pastori, ci fu diffidenza? “Non ci fu un conflitto di classe, diciamo così. Eravamo marxisti ma figli e fratelli di pastori, questo contava. Poi a Orgosolo ci conosciamo tutti, non ci sono mai stati padroni o signori, era pacifico che il comunale dovesse restare a disposizione di tutta la comunità”. 

Il 19 giugno, intanto, giorno previsto per l’avvio delle esercitazioni, si avvicinava. Il circolo di Orgosolo nel frattempo svolgeva un’opera di controinformazione importante. Volantini e manifesti ebbero un ruolo fondamentale. Art director, per così dire, di questa forma di comunicazione fu Francesco Del Casino. “Comprammo un ciclostile a manovella e ci demmo da fare – dice il padre dei murales di Orgosolo –. Accanto ai testi, comparvero le prime illustrazioni che realizzammo con la tecnica dell’incisione”. Orgosolo venne ricoperta di manifesti che invitavano alla mobilitazione. A guardar bene, la tradizione dei murales che ha reso famoso il paese barbaricino nasce proprio allora.

Di assemblea in assemblea si arriva al 19 giugno. Nel frattempo l’opposizione degli orgolesi al poligono a Pratobello ha varcato i confini dell’isola. C’è molta solidarietà, ma si teme il fattaccio, cioè che il braccio di ferro tra pastori e forze dell’ordine possa degenerare. Non accadrà invece, e Pratobello resterà un esempio di rivolta non violenta verso un tentativo di militarizzare un territorio. Ci fu al massimo qualche sassata verso la polizia, ma nulla di più. Gli stessi pastori che vennero fermati e identificati, e tenuti in fermo provvisorio per alcune ore sotto sorveglianza, dovettero rispondere al massimo di porto illegale di coltello. Ma le denunce non ebbero seguito: si poteva immaginare un pastore del Supramonte senza leppa? A tenere calmi gli animi furono bravi gli attivisti del circolo, sempre attenti a far sì che la protesta si svolgesse in modo pacifico, perché il timore che tutto potesse saltare era forte: da una parte e, probabilmente, anche dall’altra, perché lo Stato avrebbe potuto mostrare un volto più autoritario e reprimere con durezza. 

Ancora Giovanni Moro: “Qualche pastore mi disse: se

c’è bisogno di armi, fatecelo sapere. Assolutamente no, fu la mia risposta”. Orgosolo allora aveva quasi cinquemila abitanti. Si calcola che almeno tremila persone, uomini, donne e bambini, quel giorno invasero pacificamente Pratobello. L’esercito si ritirò il 27 giugno




Sindaco comunista sempre poco ortodosso

Settantasette anni, una vita passata dentro il Pci ma sempre su posizioni poco ortodosse (che dopo i fatti di Pratobello gli procurarono persino la sospensione dal partito), Giovanni Moro è un...




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Settantasette anni, una vita passata dentro il Pci ma sempre su posizioni poco ortodosse (che dopo i fatti di Pratobello gli procurarono persino la sospensione dal partito), Giovanni Moro è un docente di lettere in pensione. Ha insegnato a lungo nelle scuole medie di Orgosolo, dove è stato anche preside. Ai tempi di Pratobello era studente universitario a Cagliari ma aveva ottenuto una supplenza nel suo paese. Dopo Pratobello non venne più chiamato a insegnare finché non diventò di ruolo. Finì a processo come altri rappresentanti della rivolta ma fu assolto al pari degli altri accusati. Dal Pci passò al Psiup, partito con il quale fu eletto
nel consiglio comunale negli anni Settanta. Nel 1985, rientrato nel partito comunista, venne eletto sindaco. Durante il suo mandato fu bersaglio di minacce e attentati: il più grave, le fucilate esplose contro le finestre della sua abitazione mentre era in casa con la famiglia. 



Fuggì da Orgosolo


Raccontano che una donna di Orgosolo, riconosciuto suo figlio tra le centinaia di poliziotti e carabinieri che presidiavano Pratobello, si avvicinò al giovane e in modo severo e autoritario lo apostrofò davanti a tutti, in orgolese stretto: “Tu cosa fai qui, vattene via subito”. Non si sa cosa rispose il malcapitato agente, ma dicono che per lui scattò il trasferimento poco dopo. Fra qualche mese cadono i cinquant’anni dalla rivolta di Pratobello, la protesta di massa che nel giugno 1969 bloccò il tentativo di realizzare nel paese simbolo della Barbagia un poligono di tiro per le forze armate, in una vasta area delle terre pubbliche. Di più, molti ipotizzavano che l’esercitazione, prevista per due mesi, da temporanea potesse diventare permanente, e che il territorio di Orgosolo fosse destinato a diventare una servitù militare al pari di Teulada o Perdasdefogu. L’annuncio del governo inoltre fu visto come una ritorsione per il No al Parco nazionale del Gennargentu, almeno così come lo intendeva il progetto Generalpiani di quegli anni, esteso su 336mila ettari. Fondamentale in quella rivolta non violenta fu l’apporto del circolo culturale di Orgosolo. Ne facevano parte attivisti politici, studenti e insegnanti che in breve tempo riuscirono a coinvolgere nella protesta i pastori attraverso un’opera di controinformazione fatta di manifesti, ciclostili, continue assemblee. Persino il banditore comunale fu utilizzato per diffondere l’appello contro le esercitazioni. Quando la polizia lo scoprì, gli fu intimato di non trasmettere più i messaggi del circolo. Fu così che l’appello alla mobilitazione continuò attraverso la diffusione di brani dei tenores di Orgosolo: era il segnale per ritrovarsi l’indomani a Pratobello. Il 19 giugno e nei cinque giorni successivi, migliaia di orgolesi di ogni età – uomini, donne e bambini – invasero la piana per impedire le esercitazioni. Una protesta pacifica, ma ferma e decisa. Non ci furono scontri, polizia e carabinieri
non usarono la mano pesante. Ci furono fermi e denunce, ma al processo gli organizzatori della rivolta furono assolti. Dopo sei giorni l’esercito si ritirò: fu sparato qualche colpo in aria, una specie di gol della bandiera, per rendere meno evidente la vittoria dei pastori di Orgosolo.


08/11/15

una birra locale ed artigianale vince contro una grande birra . Tertenia: la birra Moretta vince la battaglia del marchio. Passo indietro della Heineken e produce la prima birra a chilometri zero in Sardegna.

Ogni tanto    capita   , come potete  apprendere  dal post d'oggi , che una piccolo prodotto   locale  di nicchia   vinca    sul grande  non per   la diffusione  ma  per la sua stessa  sopravvivenza e  potersi  fregiare  del suo nome  .  E' il caso di una  birra  artigianale prodotta , per  giunta  da    donne   qui  il sito  della ditta   ,   a  Tertenia  un paese   dell'interno della  Sardegna  .







Se nel caso non riusciste a vederlo perchè ancora non riesco a scaricare  cn downloadhelper  (ora  disponibile anche per  google  chrome  )   il video vero e proprio ma  solo la pubblicità  contenuta  al suo interno   potete  trovare     la  video  storia  la  potete trovare o qui all'interno dell'articolo   ( il cui testo lo trovate sotto )  o sulla pagina dei media all'interno del sito stesso 


da  l'unione sarda  del    7\11\2015  20:25 - ultimo aggiornamento alle 21:03
Tertenia: la birra Moretta vince la battaglia del marchio. Passo indietro della Heineken

estratto dal video  dell'unione 



La famiglia Lara ha trascorso oltre un anno con il fiato sospeso a causa di una diffida presentata dalla Heineken:
«Secondo loro la nostra birra Moretta ricordava troppo la loro birra Moretti», racconta Francesca Lara.
«Abbiamo risposto alla lettera motivando la scelta della nostra etichetta», precisa l'’imprenditrice.
Qualche giorno fa Alberto Bottalico, responsabile dell'’ufficio stampa Heineken, ha inviato una lettera alla famiglia Lara che conteneva un messaggio emozionante: «Nessun Plagio. Sia benedetta la birra Lara».


  per  il video intervista  ad  uno dei responsabili    lo trovate  andando alla    fonte  dell'articolo 
)
 Oggi alle 16:21



Bionda, saporita e con un grado alcolemico di appena 4,7 per cento.
È l’ultima arrivata in casa Lara e la prima birra a chilometri zero in Sardegna.
Il birrificio a conduzione familiare di Tertenia inaugura Breca, realizzata con materie prime prodotte nell’isola: lievito, orzo, grano, luppoli e acqua.
Intanto il colosso mondiale Heineken, dopo aver fatto un passo indietro sul presunto plagio dell’etichetta Moretta, benedice la birra sarda e i proprietari Francesca Lara e Gianni Piroddi tirano un sospiro di sollievo.






  ne  avevo  già  parlato  qui   sul blog  quest'estate  , ma poiché non  ho voglia  di cercare   l'url  \  l'articolo  ,   trovate  qui sotto un  " riassunto  preso da  http://www.ladonnasarda.it/succede-che/4971/birra-moretta-una-bella-storia-di-imprenditoria-femminile.html






Birra Moretta, una bella storia di imprenditoria femminile 
di Martina Marras | 14 luglio 2015


                                               Le sorelle Lara



Il microbirrificio Lara si trova a Tertenia, piccolo centro ogliastrino. Nato per caso dall’intuizione della maestra birraia Francesca Lara, proprietaria dell’attività, è diventato particolarmente famoso negli ultimi tempi, in seguito alla diatriba sulla legittimità del nome scelto per una delle birre prodotte nello stabilimento sardo. Sichiama Moretta, la scura delle Quattro Sorelle (Sennora, Affumiada e Piculina) e la cosa non è piaciuta alla Heineken.
Secondo il colosso che produce anche la baffuta birra Moretti l’assonanza fra i due nomi non sarebbe casuale e pertanto non dovrebbe restare impunita. Di altro avviso l’imprenditrice: «Abbiamo registrato il marchio alla Camera di Commercio - spiega - e nessuno ci ha detto che non potevamo utilizzarlo. Mi sembra poi che non ci sia nessuna effettiva somiglianza, dal momento che la nostra è una Moretta nell’etichetta - dove si vede una donna dai capelli scuri, ndr - e nella sostanza, trattandosi appunto di una birra scura». 
Mai avrebbe pensato, Francesca, che qualcuno potesse storcere il naso. «Ovviamente non potevamo immaginare che potesse succede una cosa del genere. Noi abbiamo agito in buona fede, senza prendere spunto da nomi noti».
Il birrificio Lara non ha comunque intenzione di farsi intimorire. «Non è stato bello, ricevere una lettera firmata da 15 avvocati, ma noi siamo decisi a non cambiare il nome alla nostra birra - spiega - abbiamo mandato la nostra risposta ufficiale, spiegando che siamo disposti a modificare l’etichetta da Moretta a Lara Moretta».La storia di Francesca e del suo birrificio è una di quelle che meritano di essere raccontate. Non solo perché lei, a 42 anni, è una delle poche birraie donne in Italia, ma anche perché tutto è 



nato per caso, o per amore, come ama dire l’imprenditrice, fino a diventare realtà dopo anni di sacrifici.
Francesca è un’infermiera professionale che ha deciso, consapevolmente, di fare la casalinga, una volta sposata. Ha sempre amato cucinare e sempre subito il fascino dei lieviti. Così, correva l’anno 1999, decise un giorno di provare a fare una birra in casa per suo marito. «Non avrei mai immaginato che potesse diventare una professione - racconta - ma mio marito rimase talmente entusiasta del risultato che mi costruì un piccolo e raffinato impiantino pilota per produrre in quantità un po’ più elevate».
L’impianto artigianale, un gioiellino come lo definisce Francesca, poteva produrre 80 litri di birra, richiedendo comunque tante ore di lavoro. «Abbiamo perfezionato le nostre ricette e circa 10 anni dopo provato a fare il grande salto aprendo il nostro piccolo birrificio».
Per Francesca sono stati anni intensi, di sperimentazione e ricerca. «Cercavo in tutti i modi di vincere un bando di imprenditoria femminile, per avere un finanziamento e avviare la mia attività», dice. Nel 2009, insieme a suo marito, finalmente inaugura il birrificio. La produzione cresce a mano a mano che il tempo passa, nel 2011 triplica. L’impianto in uso, ora, è da mille litri, ma presto verrà sostituito da uno da oltre duemila.
Una piccola realtà a conduzione familiare, che si nutre di soddisfazione e orgoglio. «Il nostro è un birrificio agricolo: siamo noi a produrre la materia prima, l’orzo e il grano. Ci occupiamo poi della trasformazione e della vendita. La nostra filiera corta ci permette di produrre una birra cento per cento sarda. Questa è la filosofia che anima il progetto e che perseguiamo con impegno e fatica da diversi anni».



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