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28/05/17

Non sempre , parlare in dialetto significa arretratezza , come affermano i puristi ( fra cui anche i miie genitori 😌😨)


come dicevo dal titolo  questa  storia riportata  da  http://invececoncita.blogautore.repubblica.it/articoli/2017/05/27/ci-stanno-certe-fuosse/ lo  dimostra  

Fra Montaguto, paese irpino di 400 abitanti, e Toronto è nato il primo, almeno che io sappia, telegiornale bilingue che fa (quasi del tutto) a meno della lingua italiana: gli anchormen parlano dialetto irpino e inglese. Può sembrarvi una bizzarrìa, ma nel grande capitolo del “chi va, chi torna, chi resta” il canale on line www.montaguto.com si propone il nobile compito di tenere in contatto la comunità montagutese emigrata molti decenni fa negli Stati Uniti e in Canada e i quattrocento rimasti, e nel frattempo nati o tornati.L’inglese, lingua madre degli irpini di seconda o terza generazione nati in America del Nord, traduce i messaggi in dialetto, e viceversa. Bisnonni e pronipoti comunicano sul web. La vecchia Adelina manda tanti cari saluti da oltreoceano ai paesani, i paesani raccontano agli emigrati i fatti di casa. “Vogliamo mettere, anzi rimettere in contatto gli irpini a distanza”, mi dice Michele Pilla, direttore del giornale on line.Scrive. “In questo piccolo borgo in provincia di Avellino abbiamo sentito il bisogno di raccogliere le testimonianze dei nostri vecchi, di far parlare il paese con chi se ne è andato tanti anni fa, con chi è cresciuto senza mai tornare. Le loro radici e le nostre si intrecciano anche se un oceano le separa”. “’Cerase cerase… ognuno a la casa’”, va  in onda sulla nostra pagina web: insieme a me ci lavorano Francesco Mascolo e l’anchorman Domenico Del Core, da Toronto. Del Core legge le notizie in inglese per tutti i montagutesi che vivono all’estero e non capiscono il dialetto. Così poco a poco lo ritrovano, tornano ad impararlo. Quasi tutti lo hanno sentito in casa dai nonni emigrati, poi lo hanno perduto. D’altra parte anche a chi vive a Montaguto è utile imparare meglio l’inglese, o impararlo daccapo, per comunicare coi congiunti lontani. Videomessaggi, saluti, notizie domestiche e un tg”.Le rubriche s’intitolano “Lu paès”, “Lu tiemp”, “Andò stim”. C’è una fondamentale sezione necrologi. In “Montagutesi abroad” si apprendono notizie di paesani a Boston e si recuperano ritagli di giornale che celebrano la vita e le opere di chi è partito e ha fatto anche solo relativa fortuna. Dal paese partono informazioni sullo stato delle strade (“ci stann certe fuosse che ponno scassà le ruote”), la situazione dei funghi e dei cinghiali. Il pezzo forte è il tg, vale la pena andarlo a cercare su Youtube. Non ha frequenza regolarissima, l’ultimo è di aprile di quest’anno, ma il sito e Facebook sono aggiornati. “In inglese e dialetto diamo notizie di attualità, rubriche di approfondimento, videoselfie, vecchie foto del paese, passeggiate tra i vicoli di Montaguto e la voce dei tanti montagutesi sparsi per il mondo con saluti audio e video”.Un vecchio saluta col detto “Omme se nasce, brigante se more”, sempre attuale. Alla fine resta la strana sensazione di un mondo sospeso fra un tempo remoto e un presente lontano, ma l’Italia dei paesi è tutta così. Ovunque ci sono Montaguto abitate da chi è rimasto, coi pronipoti che tornano a riaprire le case di campo dei nonni e farne, se possono, un resort. Ovunque, dall’Irpinia al Veneto, le comunità divise dall’emigrazione del secolo scorso (e di questo) si rimpiangono, si cercano, si tramandano raccomandazioni. E’ anche un modo per capire meglio, a partire dalle nostre, le migrazioni degli altri.
Infatti a volte  ritornao  

Storie di emigrazione: dagli Usa a Belluno in cerca delle radici


Il viaggio di Christine Cannella, signora americana di origini pontalpine, è partito da un cucchiaino






L'emozione di Christine: dagli Usa a Belluno per trovare le sue radici
Christine Cannella ha realizzato il suo sogno: vedere i luoghi da cui la sua famiglia è partita alla ricerca del "sogno americano". Una storia che affonda le sue radici nel secolo scorso e che oggi, a quasi cent'anni di distanza, è ancora capace di emozionare. Eccola mentre si racconta durante la sua visita al MiM Belluno LEGGI L'ARTICOLO

BELLUNO. Si dice che in ogni racconto, insieme agli altri componenti che ne costituiscono l’ossatura, ci sia sempre un "oggetto magico", ossia quell’elemento che permette al protagonista di tirare le fila e raggiungere l’obiettivo che si è prefissato. Quella di cui parleremo, anziché un racconto o una fiaba, è una storia vera, ma vede comunque la presenza di un oggetto magico, in questo caso un cucchiaino d’argento con impresse decorazioni floreali e la sigla “MB”. Ma per capire bene il ruolo che ha rivestito questo manufatto bisogna partire dall’inizio, raccontando la storia di Christine Cannella Carrara, che da sempre vive negli Stati Uniti, ma le cui origini sono bellunesi, precisamente pontalpine.






Sin da quando era bambina Christine ha nutrito un desiderio: riscoprire le proprie radici. Un sogno che ha realizzato in questi giorni, riuscendo ad arrivare per la prima volta, insieme al marito Marty Carrara, in provincia di Belluno.Martedì, accompagnata dalla guida turistica Paola Bortot, è stata prima all'Archivio storico di Belluno e poi in parrocchia a Cadola. Nel pomeriggio ha visitato il Mim, Museo interattivo delle migrazioni dell'Abm. E lì l’abbiamo intervistata. «Mia nonna, Virginia Bridda, nacque il 29 settembre 1900 a Roncan. Suo papà si chiamava Giovanni», racconta Christine, che non parla italiano, in quanto, come spiega, era considerata dai suoi avi la "lingua degli adulti".



«Mio nonno, Antonio Viel, era nato invece il 9 dicembre 1891 a Quantin, da Luigi e Maria Luigia Viel». Antonio emigrò in Florida il 28 maggio del 1909, a 17 anni. Poi si spostò a Cresson, in Pennsylvania, dove andò a lavorare in una miniera di carbone. «Mia nonna inizialmente rimase a Ponte nelle Alpi», dice ancora Christine. «Dalle ricerche fatte in parrocchia a Cadola ho trovato il certificato di battesimo di mio nonno e quello di matrimonio con Virginia: si sposarono il 14 febbraio del 1920, proprio a Cadola. Il 28 dicembre dello stesso anno nasceva il loro primo figlio, Luigi Giovanni».Nel 1930 Antonio si spostò a Edison, in New Jersey, dove iniziò a lavorare per la Johnson & Johnson e stabilì lì la sua famiglia. «Antonio e Virginia misero poi in piedi un locale, "Viel's Tavern"», continua Christine. «Dopo la morte del nonno, mia nonna, che ho sempre chiamato "Nonni", continuò l'attività. Con lei anche mio padre e mia madre, Carmen Charles Cannella e Maria Eliza Viel, e mia zia Florence Emma. Personalmente ero molto attaccata a nonna Virginia e il mio compito da bambina era preparare i tavoli. Un giorno ho trovato un cucchiaino d’argento. Per me era bellissimo e ho chiesto alla nonna di chi fosse: mi rispose che apparteneva a sua madre. Anni dopo scoprii che le iniziali "MB" erano quelle della mia bisnonna, Maria Antonia Bortot. Quel cucchiaino per me fu come un mistero, una favola, la "scarpina di Cenerentola". Ed è proprio in quel momento che è iniziato il mio sogno di scoprire le origini della mia famiglia».



Un desiderio che è cresciuto nel tempo e che si è concretizzato due anni fa quando, tramite i social network, Christine ha contattato Nick Simcock, volto noto a Belluno, chiedendogli aiuto: «Gli ho scritto dicendogli che mi ponevo l'obiettivo di realizzare il mio sogno per il mio sessantesimo compleanno». Compleanno che "cade" proprio quest'anno e Christine e si è fatta questo grande regalo: arrivare a Belluno. «L’emozione che sto provando è indescrivibile», mette in risalto. «Per me è un miracolo che si realizza». Ieri pomeriggio il suo viaggio ha visto come tappa Quantin, con la visita al cimitero, dove è ancora sepolto il bisnonno Luigi. «Tra l’altro, quello che fino a poco tempo fa era l’orologio del campanile di Quantin era stato donato da mia nonna alla morte del marito», ricorda Christine. «Allora aveva commissionato alla una ditta di Cadola di realizzare e installare quest’orologio». Ieri Christine e il marito Marty hanno incontrato il parroco, don Giorgio Aresi, che per l’occasione ha anche celebrato una messa, seguita da un rinfresco alla vecchia latteria del paese.



 paese.

30/04/17

Il fascino vintage delle cartoline resiste ai social ?

il passato che ritorna infatti secondo http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/ 29 aprile 2017
sta ritornando
Il fascino vintage delle cartoline resiste ai social
Collezionisti e turisti regalano nuova linfa E non mancano i nostalgici fra gli under 35
Gli studenti squattrinati le acquistano come souvenir a basso prezzo. I collezionisti, al contrario, sono disposti a spendere follie per accaparrarsi le più rare. Le cartoline stanno tornando in voga, a discapito dei nuovi mezzi di comunicazione, e Trieste è un teatro privilegiato del fenomeno, che qui è duplice. Nel capoluogo giuliano infatti sono in aumento sia le cartoline inviate sia quelle ricevute.
Una passione tutta triestina
Il legame speciale tra la cartolina e Trieste è testimoniato dalla presenza in città di uno degli otto spazi filatelici esistenti in Italia, dedicati ai collezionisti, dove è possibile acquistare prodotti postali speciali. Gli altri spazi filatelici sono a Venezia, Milano, Torino, Genova, Firenze, Roma e Napoli. Qui la direttrice del Museo postale e telegrafico della Mitteleuropa, Chiara Simon, saluta il ritorno della cartolina: «Il mio messaggio è “mandatevi le cartoline, un giorno saranno il vostro archivio personale”. Oggi abbiamo infinite possibilità di comunicare, tutte però aleatorie. Miniature del Trecento sono arrivate fino a noi. Lo stesso non accadrà agli sms, ma alle cartoline forse sì».






L’aumento del turismo
Antonella, da anni impiegata negli sportelli dello Spazio filatelico cittadino, racconta: «C’è un doppio revival della cartolina, alimentato dai collezionisti da una parte, dai turisti dall’altra. In quest’ultimo caso, riconduco la crescente domanda di cartoline al fenomeno più generale della recente crescita di visitatori in città. Un’infinità di turisti passa da noi. Tedeschi, ma anche giapponesi e americani. Tra questi ultimi, molti discendono da famiglie di origine dalmata e istriana, migrate negli Stati Uniti nel secolo scorso: per loro una cartolina di Trieste è un’emozione speciale».
Anche la proprietaria della Tabaccheria San Giusto, in piazza Unità, è dello stesso parere. «Negli ultimi anni si è detto che le cartoline sono state surclassate, ma non è vero. Io le ho sempre vendute. Forse di recente c’è stato un aumento della richiesta da parte dei clienti, ma lo attribuisco all’aumento dei turisti in generale». E svela un ulteriore target di consumatori di cartoline: «Sono soprattutto i ragazzi delle scolaresche ad acquistarle. Non le spediscono perché il francobollo costa più che la cartolina stessa, ma le conservano come ricordo. Un souvenir alla portata di tutte le tasche».
Il ritorno di fiamma
A Trieste e dintorni le cartoline non solo si inviano, ma anche si ricevono. Eleonora, portalettere a Muggia, racconta che «sono sempre di più le cartoline che mi capita di consegnare». L’impressione di Eleonora è confermata dai destinatari della posta, tra cui alcuni giovanissimi, come la triestina Clelia, 18 anni: «Le invio spesso, quando vado in vacanza, ma adoro soprattutto riceverle. Il bello delle cartoline è che ti fanno sapere che qualcuno a cui vuoi bene, mentre stava visitando un posto nuovo, si è ricordato di riservare un pensiero a te». Clelia è più un’eccezione che la regola: tra i suoi coetanei intervistati, è l’unica a fruire abitualmente delle cartoline; gli altri non sono interessati o preferiscono affidarsi all’invio di foto tramite i social network.
Il target privilegiato
I giovani nostalgici della carta stampata sono invece quelli della fascia d’età compresa tra i 25 e i 35 anni. Moltissimi tra loro mandano cartoline e, soprattutto, le ricevono. Massimiliano, 30 anni appena compiuti, commenta: «Le informazioni in passato avevano bisogno di un supporto fisico su cui viaggiare. Le cartoline rappresentano per questo uno spaccato di vita: dopo anni le ritrovi e ti ricordi di una persona, del perché te l’aveva inviata. Ecco perché mi piace riceverle. Anche se, confesso, quando viaggio ho la cattiva abitudine di dimenticarmi di spedirle». Giulia,
che di anni ne ha 27 e da parecchi vive all’estero, racconta, non senza ironia: «Il progresso uccide il romanticismo. Mando sempre cartoline ai miei amici ma loro rispondono con foto su whatsapp. . Allora preferisco inviarle alle nonne, che sanno apprezzarle».





Allora preferisco inviarle alle nonne, che sanno apprezzarle».

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