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20.1.26

La rinascita dell’ingegnere di Nuoro: nel 2000 fu travolto da un’auto a Sassari, ora è campione di nuoto paralimpico Dal coma dopo l’incidente al record, la rinascita di Francesco Delpiano

la nuova  20\1\2026

Nuoro
 Terribile: «Guastu». Fa davvero male, questa parola. Detta in sardo non significa “semplicemente” guasto, significa “storpio”, “storpio per sempre”. Francesco Delpiano ha un nodo alla gola quando pensa
al padre Tonino che ha dovuto inghiottire la violenza di questo termine tante volte riferito a suo figlio. Francesco era appena uscito dal coma, lottava per vivere nell’inverno del 2000, mentre il babbo era pure costretto a masticare il peso delle parole. «Anche se si salva, suo figlio resterà storpio» si sentiva ripetere. Invece no, la storia è finita diversamente: Francesco pedde mala, così dicono a Nuoro per definire chi ha pellaccia e tempra da vendere, ce l’ha fatta. Ha vinto. È rinato. È persino diventato campione recordman di nuoto.

Cos’era successo?

«Un incidente. Un brutale incidente. A Sassari. Un giovedì, il 17 febbraio del 2000, alle ore 17. Chissà perché il 17 nella cultura occidentale è foriero di sfortuna e disgrazia. Boom! Un’auto mi ha centrato in pieno, ho preso il volo, ho rimbalzato sulla strada, sono finito trenta metri più in là. Poi il buio totale».


Francesco Delpiano, nuorese classe 1967, aveva 33 anni e un futuro luminoso. «A tutto pensavo, fuorché alla morte» dice. Era il più giovane ingegnere italiano, allora, a cui era stata affidata la realizzazione di una grande opera pubblica: la costruzione della metropolitana di Sassari.


Un dramma. Il buio. Un tuffo nell’ignoto...

«Quando tutto sembra fermarsi, è la vita stessa a indicarti la direzione. Può trascinarti giù, a volte condurti a toccare il fondo. Ma quel viaggio può farti scoprire le esperienze più grandi e sconosciute e stupirti di tanta bellezza, come quella nascosta negli abissi di un oceano». Delpiano legge un passo del suo libro autobiografico “Tutto il mare che ho nel cuore”. Venticinque anni dopo l’incidente, ha deciso di raccontare la sua storia.

Perché?


«Perché tanti, per motivi diversi, possono sprofondare nel buio che sembra senza uscita. La mia storia racconta che non sempre il destino che sembra già scritto non possa essere cambiato!».

Ma lei dove ha trovato la forza per risalire dagli abissi, per tornare alla luce?

«Piano piano ho capito che non potevo ritrovare le forze in un approccio di tipo razionale. Ciò che stavo vivendo era straordinariamente drammatico, era enorme, avevo perso tutto. Avevo perso il lavoro, la fidanzata, la casa, la macchina, in qualche modo avevo perso le relazioni, gli amici, i parenti, i luoghi, gli spazi, le visioni, i sogni, per cui intorno c’erano soltanto macerie. Ho iniziato a vivere giorno dopo giorno mettendo il meglio di me stesso e abbandonandomi alla fede, scoprendo passo dopo passo che il Cielo mi avrebbe aiutato».

◗Francesco Delpiano con Nicola Riva e Fabio Pisacane


Come ne è uscito?

«Ho smesso di domandarmi “perché?”. Mi sono aggrappato alle mie risorse: dovevo accettare di vivere quell’esperienza, drammatico e nauseabonda. Era come se fossi sprofondato in un pozzo pieno di liquami. Non avrei potuto reggere a lungo, per cui ho deciso, come un apneista, di andare ancora più giù, di toccare il fondo. Se devo affogare, affogo, pensavo. A quel punto capisci che devi scegliere: soccombere o risalire e vivere».

Qual è stato il momento più difficile in assoluto?


«Faccio fatica a identificare un momento più difficile di altri... » riflette Francesco Delpiano. Occhi neri, carichi di gioia, sguardo empatico, sorriso complice.

Dal 2012 lavora come counselor coach e motivatore, tiene conferenze e seminari esperenziali. È stato ricercatore universitario, è diventato manager di grandi aziende multinazionali. È salito sul podio delle Paralimpiadi, recordman del nuoto con i colori della nazionale azzurra. Nell’estate del 2017, mentre era in vacanza nella sua amata Sardegna, ha persino salvato un turista in difficoltà nel mare agitato davanti all’isola di Tavolara.


«Ecco: sì, il momento più difficile in assoluto è stato quando sono finito a Parma» riprende fiato.

In che senso? Parma?

«Sono andato a Parma per una visita da mio cugino Paolo, medico fisiatra, un viaggio della speranza, grazie a mia sorella Antonella. Da lì ho iniziato un peregrinaggio per svariati ospedali italiani ed esteri. Parma è diventata la mia nuova città».

Dall’Atene sarda all’Atene d’Italia. È in Emilia-Romagna che Francesco Delpiano ha ritrovato la sua forza. Nonostante il continuo calvario da un ospedale all’altro durato oltre quattro anni, per via di una rarissima patologia neuromuscolare con cui convive tuttora, è Parma che gli ha indicato la strada per la vita.

◗Francesco Delpiano con Aldo Maria Morace e Sandro Veronesi


«Eppure, è proprio a Parma che ho vissuto il momento più drammatico. A distanza di sei, sette mesi dal mio arrivo, lo scenario clinico si complicava sempre di più, le indagini diagnostiche erano pessime. Tutto sembrava perduto. Il verdetto inappellabile: purtroppo è successo, non c'è nulla da fare. Questo mi dicevano». Invece no, Francesco e i medici hanno costruito il miracolo anche perché il figlio di mastru Tonino Delpiano non era disposto né a morire né a lasciarsi andare. Ha scelto di vivere. «Trasformare il proprio destino è possibile!». Come lui stesso ripete spesso: «Da disabile a “divabile”». Ossia: «Divinamente abile».

18.1.26

il potenziale umano non può essere rinchiuso. Che la libertà vera non è l’assenza di muri, ma il ritrovare un senso dentro di sé.la storia del carcerato Christopher Havens

  da  𝐏𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐞 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑠𝑝𝑖𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑎lla vera vicenda di Christopher Havens   ed  è 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑒𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜. Infatti la stessa wikipedia ( Christopher Havens - Wikipedia, l'enciclopedia libera )   afferma che  :  «Questo articolo o la sezione successiva non sono sufficientemente dotati di prove (ad esempio riferimenti). Le informazioni senza prove sufficienti potrebbero presto essere rimosse»ma  si   puo  contattare   lo stesso  Cristopher    scrivendo a  : Centro Correzionale di Washington Casella postale 900 Shelton, WA 98584 oppure  [firstname]@pmathp.org

Era rinchiuso in una cella di massima sicurezza, condannato a 25 anni di carcere quando trovò per caso un vecchio libro di matematica.Quello che accadde dopo lasciò il mondo accademico senza parole.Christopher Havens aveva passato gran parte della sua vita a sbagliare, droga, violenza, crimine. Nel 2011, a 31 anni, finì in carcere nello Stato di Washington. Per molti, quella sarebbe stata la fine.Per lui, fu l’inizio.Dentro una cella, con nulla da fare se non pensare, trovò un tempo che non
aveva mai avuto prima: il tempo per fermarsi.
Un giorno, un compagno di cella lasciò un libro di matematica. Christopher lo prese in mano, più per noia che per interesse. A scuola non era mai andato bene in matematica. Appena diplomato, poi era finito fuori.Ma in quel silenzio forzato, tra carta e matita, qualcosa scattò.La matematica cominciò a parlargli. La logica. Le regole. Il bianco e nero delle risposte giuste o sbagliate. In un’esistenza fatta di caos, trovò finalmente ordine.Chiese altri libri. Poi testi più avanzati. Studiava da solo, in cella: prima algebra, poi analisi, poi concetti che sfiorano i livelli accademici. Ma a un certo punto si bloccò. Alcuni argomenti erano troppo complessi. Gli serviva una guida.Fece qualcosa di incredibile: scrisse lettere a matematici universitari, chiedendo aiuto.Quasi tutti ignorarono quel messaggio arrivato dal carcere. Tranne uno.Umberto Cerruti, professore dell’Università di Torino, rispose.Gli inviò materiali sulla teoria dei numeri, una delle branche più pure e astratte della matematica. E gli propose problemi che nemmeno molti ricercatori riescono a risolvere.Christopher li divorò.Senza computer, senza accesso a internet, senza software matematici. Solo con carta, matita e mente. Studiò frazioni continue, numeri irrazionali quadratici, concetti antichi quanto Euclide.E poi successe l’impossibile.Christopher fece una scoperta originale.Risolse un problema aperto. Portò nuove intuizioni in un campo su cui studiosi lavoravano da anni.Il suo lavoro venne verificato, validato e pubblicato nel 2020 sulla rivista “Research in Number Theory”, una delle più rispettate del settore.Un detenuto, autodidatta, aveva appena firmato una ricerca matematica di livello universitario.Non aveva lauree. Né corsi accademici. Solo la forza di volontà e un’intelligenza che nessuno, nemmeno lui, sapeva di avere.Oggi Christopher continua a fare ricerca. Ha fondato il Prison Mathematics Project, con cui insegna matematica ad altri detenuti, mostrando loro che il passato non è una condanna eterna.Uscirà nel 2036.Ma è già libero.Libero nella mente, nello scopo, nella dignità ritrovata.Ha dimostrato che il potenziale umano non può essere rinchiuso.Che la libertà vera non è l’assenza di muri, ma il ritrovare un senso dentro di sé.Redimersi è possibile.Anche nei luoghi più bui.Anche quando tutto sembra perduto.Basta trovare il coraggio di risolvere l’equazione più difficile: quella della propria vita.


18.5.25

diario di bordo n 121 anno III . La disparita' di trattamento tra le donne e gli uomini anche agli internazionali di tennis di Roma. ., come educare i bambini d'infanzia in maiera non violenta ed al rispetto., I talenti sardi che restano: Federico ersu «Servono progetti, non idee»

  di  Maria Vittoria Dettoto di Cronache Dalla Sardegna

Ieri a seguito della vittoria di Jasmine Paolini ho scritto che la sua vittoria, purtroppo, non ha lo stesso valore di quella di un uomo e che avrebbe avuto un rilievo diverso se avesse fosse stato un uomo e avesse praticato il calcio. E lo ribadisco. Partiamo dal montepremi vinto dalla Paolini con la vittoria di ieri pari a 877.390 euro. Che potrebbe salire a quota 1.030.640 se dovesse vincere nel doppio con Sara Errani.Jannik Sinner invece se dovesse vincere oggi contro Carlos Alcaraz otterrebbe un montepremi di 985.030, ovvero
oltre 100.000 euro in più rispetto a quello percepto per la vittoria nello stesso torneo dalla Paolini. Sinner ha già guadagnato per aver meritato l'accesso alla finale di stasera 523.870 euro. Al netto di emolumenti vari e premi degli sponsor, naturalmente per entrambi.
Vi pare giusta questa disparita' di trattamento? A me no. Perché una donna anche in un torneo tennistico, come in qualsiasi lavoro svolto, a parita' di mansions deve essere pagata meno di un uomo? Quale sarebbe in questo caso la motivazione?O lo sforzo fisico, gli allenamenti, la passione di una donna per lo sport, quello di una campionessa mondiale come la Paolini non meritano la stessa ricompensa di un altrettanto campione come Sinner? Per me si.E non è questione di essere femministe. Ma di essere egualitari tra generi. Lo
stesso ragionamento l'avrei fatto se al posto della Paolini o Sinner ci fosse stato chiunque altro.
Veniamo ora al tipo di sport giocato, ovvero il tennis, che negli ultimi anni anche grazie proprio a Sinner ed alla Paolini ha avuto un grande richiamo mediatico. Ma parliamoci chiaro. Se la Paolini o Sinner vincono gli internazionali di tennis, nessuno scende in piazza a festeggiare come quando la Nazionale italiana di calcio vince un Europeo o un mondiale. Siamo tutti contenti della vittoria, certo. Che dopo due giorni passera' nel dimenticatoio o se ne ricorderanno solo gli addetti ai lavori. Quando in realtà ogni prestazione sportiva di massimo livello, di qualsiasi sport, andrebbe valorizzata allo stesso modo. Nel calcio come nel tennis o nella boxe o nel canottaggio o nella danza. Solo per citarne alcuni. Poi ognuno/a di voi può essere o meno d'accordo con il mio pensiero, ma purtroppo questa è ancora oggi la realtà dei fatti.

 Infatti  


Jasmine Paolini ha appena vinto gli Internazionali d’Italia!!!!Davanti a un pubblico fantastico e al Presidente della Repubblica Mattarella.Dopo un torneo clamoroso per resistenza, tenacia, dedizione, testa ma anche colpi e variazioni che ha fatto impazzire tutte le avversarie.Non succedeva da 40 anni!È il secondo 1000 in carriera. E da lunedì Jas tornerà numero 4 al mondo, eguagliando il suo best ranking.
Non c’è solo Sinner. Questa è anche l’era di Jasmine Paolini.

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  come  educare i bambini    al  rispetto  e  a un rapporto non  tossicoe  non  violento da


Oggi in classe ho portato due mele.Entrambe belle, rosse, lucide. A vederle così, nessuna
differenza.
Ma solo io sapevo che una delle due era stata fatta cadere più volte prima della lezione.
L’avevo raccolta con cura, senza romperla all’esterno. Era ancora perfetta… almeno in apparenza.Abbiamo osservato insieme le due mele. I bambini le descrivevano:
“Sembrano uguali”,
“Sono buone”,
“Mi viene voglia di mangiarle”.
Poi ho fatto qualcosa di insolito.Ho preso la mela che avevo fatto cadere e ho cominciato a parlarle male davanti a tutti.Ho detto che era brutta, che non mi piaceva, che aveva un colore orribile e un picciolo troppo corto.E ho chiesto ai bambini di fare lo stesso:di dirle cose cattive, come se fosse un’altra persona.Alcuni mi hanno guardata con esitazione.Uno ha detto: “Ma è solo una mela…”Ma sono andati avanti:
«Fai schifo»,«Nessuno ti vuole»,«Sembri marcia»,«Non vali niente».
Poi abbiamo preso l’altra mela.Quella che nessuno aveva insultato.E le abbiamo detto solo parole belle: «Sei splendida», «Hai un profumo buonissimo»,«Scommetto che sei dolcissima». Dopo, le ho tagliate davanti a loro.La mela trattata con amore era fresca, chiara, croccante.Quella insultata… era piena di lividi. Molle. Scura.Era danneggiata dentro, anche se fuori sembrava intatta.E in quel momento, nella classe è calato il silenzio.Nessuno rideva. Nessuno parlava.Gli sguardi erano diversi: avevano capito.Quelle parole che avevamo detto per finta a una mela,sono le stesse che ogni giorno tante persone — e tanti bambini — sentono davvero.Parole che non si vedono.Parole che non lasciano segni sulla pelle…Ma che lasciano lividi dentro.Ho raccontato ai bambini che anche a me, solo qualche giorno fa, qualcuno ha detto qualcosa che mi ha fatto male.Eppure sorridevo, sembravo serena. Nessuno se ne è accorto.Ma dentro mi sentivo come quella mela: rotta. Ammaccata. Ferita in silenzio.La verità è che le parole possono fare più male di uno schiaffo.E spesso quel dolore resta. Anche quando gli altri non lo vedono.Per questo dobbiamo insegnare ai nostri figli — e a noi stessi —che ogni parola ha un peso.Che si può ferire anche con una frase detta per gioco.Che la gentilezza non è debolezza: è forza, coraggio, scelta.E voglio raccontarvi una cosa che mi ha colpita più di tutto:mentre gli altri insultavano la mela,una bambina si è rifiutata.Ha detto: “Io non voglio dire cose brutte. Anche se è solo una mela”.Quel piccolo gesto vale più di mille lezioni.Le parole possono costruire ponti.O scavare ferite.Possono sollevare.O distruggere.E il loro effetto spesso resta per molto, molto tempo.La lingua non ha ossa,ma può spezzare un cuore.Scegliamo le parole con cura.Usiamole per amare, non per ferire.Per accogliere, non per escludere.Per guarire, non per distruggere.Che i nostri figli crescano imparando il valore del rispetto,della gentilezza, dell’empatia.Perché dietro ogni sorriso, potrebbe nascondersi una mela ammaccata.E noi possiamo fare la differenza.

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nuova sardegna 18\5\2025

Sassari 
Non c’è solo una Sardegna che vede partire i suoi talenti ma un’isola in cui chi decide di rimanere o di ritornare nella propria terra costruisce reti e crea opportunità condivise di sviluppo. Un esempio è rappresentato da Federico Esu. Dopo anni all’estero ha deciso di ritornare ma non si è limitato a quello. Ha fondato “Itaca”, un podcast che raccoglie storie

di chi resta, torna, arriva, o parte dalla Sardegna, e “Nodi”, un movimento culturale e un progetto di comunità che connette queste persone tra loro, dando vita a una rete viva, concreta, che supera le etichette e ricompone una nuova geografia umana dell’isola.
«Le connessioni che abbiamo creato e che continuiamo a coltivare stanno dimostrando che esiste un capitale umano attivo, intraprendente e pieno di visione, che sceglie di vivere in Sardegna non per nostalgia, ma per convinzione. Perché crede che proprio qui, nella nostra isola, si possano fare le cose. E si possano fare bene. Mettere in rete tutte queste persone significa creare un ecosistema di fiducia e collaborazione. Un contesto in cui chi arriva trova accoglienza, chi torna – come è stato anche il mio caso – trova alleati, e chi resta non si sente più l’unico rimasto. Così la Sardegna può tornare ad essere fertile: non solo bella, ma viva di idee, relazioni, progetti, possibilità. Solo così può tornare ad attrarre persone, energie e anche nuove nascite».Questa rete si propone come una risposta concreta alla crisi demografica: non basta attirare nuovi residenti con incentivi o slogan. Serve costruire relazioni, occasioni di incontro, condizioni abitative e lavorative degne. Serve far sentire le persone parte di qualcosa.«Stiamo vedendo nascere progetti proprio dagli incontri, dal programma di mentoring, dagli eventi che organizziamo in tutta la Sardegna ma anche online. E si stanno creando le precondizioni per collaborare in modo sistemico, tra territori, discipline e generazioni. In un contesto insulare come quello sardo, dove l’isolamento è spesso duplice – fisico e simbolico – il “fare rete” è una forma di riattivazione culturale, economica ed emotiva. È come smuovere il terreno per far emergere tutto ciò».I risultati raggiunti fino ad oggi sono tangibili e in progressiva crescita. Dalle tante interviste del podcast “Itaca” sono nate nuove storie di ritorno o arrivo. Dalle connessioni di “Nodi” sono emersi progetti imprenditoriali, iniziative condivise, scambi tra professionisti e realtà locali. Il programma di mentoring sta facilitando transizioni, integrazioni, nuovi inizi. Tutto questo in modo organico ma con metodo, cura, ascolto e visione.«La nostra forza è nelle persone, e nella capacità di metterle nella giusta connessione», aggiunge Federico Esu.
Avete già instaurato un rapporto e una collaborazione con le istituzioni regionali ?
«Più che fare richieste, ci interessa costruire un dialogo continuo e costruttivo, tra pari, tra professionisti, amministratori, realtà del terzo settore e stakeholder privati. È un processo che stiamo già vivendo: sempre più spesso con “Nodi” ci troviamo a collaborare con attori pubblici e privati, come è accaduto pochi giorni fa a Laconi, durante un incontro internazionale tra spazi creativi europei, dove erano presenti anche CRENoS, l’Assessorato all’Industria e la Presidenza della Regione Sardegna. Questi momenti dimostrano che c’è un terreno fertile per collaborazioni trasversali e che, lavorando insieme, possiamo individuare modalità più agili e accessibili per sostenere chi vuole restare, tornare o arrivare in Sardegna. Facilitare l’avvio di nuove attività, ridurre le complessità burocratiche e mettere in campo strumenti più flessibili può contribuire in modo concreto a rendere l’isola più attrattiva per nuove energie, competenze e progettualità. Non si tratta di puntare il dito contro nessuno, ma di riconoscere che solo con una visione condivisa e relazionale possiamo affrontare sfide complesse come quella demografica e sociale».
Alla domanda sulla visione demografica per i prossimi 10-15 anni, Esu risponde con chiarezza: «Immagino una Sardegna che non si definisca più per ciò che perde, ma per ciò che decide di generare. Non mi piace la parola 'trattenere': dà un’idea di costrizione. Meglio pensare a un’isola che attira, perché offre qualità della vita, relazioni, spazi rigenerati, opportunità di contribuire. Una Sardegna che riabita i paesi in modo intelligente, con servizi, infrastrutture digitali, spazi di comunità, che riconosce i “nuovi sardi” – anche se nati altrove – come parte attiva del tessuto sociale. Che sostiene l’autoimprenditorialità diffusa, e valorizza i tanti sardi nel mondo come alleati dello sviluppo locale, non solo come nostalgici da evocare a fasi alterne».Con i progetti di “Itaca” e di “Nodi” Federico Esu vuole quindi cercare di disegnare un’altra mappa della Sardegna, fatta non solo di luoghi, ma di legami. Una visione complessiva nella quale la demografia non è solo una curva da invertire, ma un invito a immaginare nuove rotte e nuovi approdi per chi rimane, per chi ritorna e per chi decide di arrivare nell’isola. 

con questo è tutto alla prossima sempre che Dio lo voghlia e i carabinieri lo permettano

5.3.25

vedere la generosità come un obbligo anziché come un dono

  trovato su facebook 

Un uomo aveva a lungo donato generosamente 100 euro al mese a un mendicante. Un giorno, gli consegnò solo 70 euro. Il mendicante, sorpreso, pensò: "Beh, è comunque meglio di niente", e se ne andò.Il mese successivo, l'uomo gli diede solo 50 euro. Stavolta, il mendicante non riuscì a trattenersi:"Prima mi dava 100 euro, poi 70, e ora solo 50! Cosa sta succedendo?"L'uomo sospirò e spiegò:"Quando ho iniziato a darti denaro, la mia situazione economica era stabile e i miei figli erano ancora piccoli. Ma poi mia figlia è entrata all’università e le tasse erano alte, così ho dovuto ridurre a 70 euro. Ora anche mio figlio ha iniziato l’università, e le spese sono aumentate di nuovo, quindi posso permettermi solo 50 euro."Il mendicante aggrottò la fronte e chiese:"Quanti figli ha?""Quattro", rispose l’uomo.Al che il mendicante sbottò:"E lei pretende di pagare l’università a tutti loro con i miei soldi?!"
👉 È curioso come alcune persone inizino a vedere la generosità come un obbligo anziché come un dono

10.6.22

che coraggio hai avuto questa donna che usa lo pseudonimo di Anna Ziliani


 dalla pagina  fb    Piccole Storie


Esattamente un anno fa come questa sera io e la mia più cara amica eravamo sedute al tavolino di un locale di amici, sotto casa.
Nell’ arrivare avevamo incontrato un mio conoscente che ci aveva quindi invitate a sederci con lui e 2 suoi amici, tutti e 3 medici. La serata (dalle 21 alle 23, c’era ancora il coprifuoco) procede
piacevolmente, verso la chiusura ce ne andiamo tutti e 5 a comprare le sigarette 200 mt più avanti. Durante il tragitto uno di loro ci offre dell’acqua che accetto volentieri (e non ditemi che non avete mai bevuto l’acqua di un vostro amico/a perché non vi crede nessuno ) e lì inizio a capire che c’è qualcosa che non va.
Ormai però è tardi: il mio cervello cerca di mettere insieme i dubbi e i pensieri ma non prima di trovarci a casa loro, così, a caso.
Saliti in casa il mio sesto senso da stronzetta si acuisce ma mi sento rallentata e quasi rassegnata. Ci offrono un bicchiere di birra, mentre loro si stappano 3 bottiglie. Io bevo un sorso e mi trovo a masticare qualcosa. Con chissà che sguardo buffo cerco di far capire a Vale di non bere dal bicchiere ma forse non mi spiego proprio benissimo.. Dopo una serie domande e frasi inquietanti capisco che è ora di prendere in mano la situazione, ho un po’ timore ad alzarmi e andarmene con la mia amica ma non c’è altra soluzione. Con la scusa del coprifuoco la prendo sottobraccio, li ringrazio e li saluto. Loro insistono, noi ce ne andiamo comunque. Scese in strada cerco di spiegare a Vale cosa è appena successo senza farla spaventare, vado a prendere la macchina e andiamo al Civile.
Da lì ragazzi.. la mia consapevolezza verso il genere umano è totalmente cambiata. Già nell’ arrivare con la mia auto (chi mi conosce sa) ci hanno prese per due ragazzine ubriache che avevano fatto chissà quale incidente e volevano smaltire l’alcol. Non hanno quindi creduto al nostro racconto ma ci hanno fatto lo stesso le analisi delle urine. Era passata solo mezz’oretta quindi il risultato era negativo. Non hanno chiesto se stessimo bene, se volessimo parlare con qualcuno. Uscendo a fumare vicino alle infermiere le sentivo prenderci in giro.
In cerca di chissà quale conforto chiamo degli amici che mi rispondono “ma cosa vuoi che sia un po’ di droga in un bicchiere”.. che ci sarebbe anche stata come frase, se l’avessi chiesta un po’ di droga, magari durante una serata..
Alle 7 del mattino, uscendo dall’ospedale, ci fermiamo in caserma accanto a casa mia pensando di fare le paladine della giustizia. Due ragazze stanche, un po’ svestite e spaurite. Il carabiniere ci risponde “ma vi hanno stuprate? No? E allora cosa possiamo fare per voi?”
Mi faccio prestare una chiavetta da un appuntato, salgo in casa, mi scrivo da sola l’esposto, torno in caserma e glielo lascio. Riposiamo un paio d’ore.
Grazie a conoscenze quel pomeriggio andiamo in Poliambulanza e ci rifanno le analisi delle urine. Ovviamente tutti gentili e arrabbiati per noi, un po’ papà e un po’ mamme. Risulto positiva a metanfetamine, metadone, thc, forse ghb visto le modalità, dicono, ma non hanno i reagenti per quello.
Per vie traverse e controverse veniamo messe in contatto con i piani alti. Molto alti. Lì prendono sul serio la situazione facendo subito partire l’indagine e anzi, ci ringraziano per esserci esposte, dicono che non capiti spesso che le ragazze si accorgano di essere state drogate, o che denuncino. Io sconvolta gli dico” ma mi sembra il minimo fare qualcosa, io sono una vecchia stronza, se sabato sera avessero beccato due ragazzine??” Ci capiamo.
Nel frattempo il maggiore giornale della mia città viene in possesso del nostro esposto e decide di fare subito un mega articolone. Mi faccio dare il numero del direttore, lo chiamo, ci litigo, chiedo di aspettare o di omettere dei dettagli. Niente. Sostiene che sia importante fare informazione, dice di avere una figlia e di avere paura. Spiega che siamo state fighe, che deve usare il nostro esempio. Gli rispondo “e io, che vivo da sola a pochi metri da questo individuo, e che ora verrò esposta così, non devo avere paura?” Gli si rompe la voce, si scusa. La telefonata finisce e il giorno dopo l’articolo esce lo stesso.
È passato un anno, avete letto sul giornale altri articoli di informazione e prevenzione contro gli abusi, le droghe, gli stupri?
O avete letto solo di donne drogate, abusate, stuprate?
Quella sera la nostra vita poteva cambiare e potevamo trovarci a convivere con uno stupro alle spalle. Eppure non è questo che mi ha colpita di questa storia perché per fortuna mi conosco bene e avevo sempre saputo come avrei reagito in caso mi fosse successo qualcosa del genere e infatti così è stato.
No, mi hanno segnata l’indifferenza, la superficialità, l’ignoranza.
Questa persona frequenta ancora gli amici che abbiamo in comune e, come gli altri due, fa ancora il medico.
I primi carabinieri che non hanno fatto niente fanno ancora i carabinieri e le persone che ci hanno sorriso dicendo che esageravamo sorridono ancora al pensiero.
A me invece hanno detto che certe cose della mia vita sono successe perché sono una persona frivola e superficiale.
Forse loro non sono mai dovuti andare dalla propria mamma dopo 24 h, ancora vestite da sabato sera, a dirle “guarda mamma, vedi che sono ancora truccata bene, che sto bene, che sono qua con te e sono felice quindi non agitarti però siediti che devo raccontarti una cosa, tanto la scopriresti domani dal giornale..”
Ora mi chiedo, bisogna davvero arrivare allo stupro per scandalizzarsi e fare qualcosa?
Gli stronzi stupratori esistono ed esisteranno sempre, se pensano di poter fare una cosa del genere a una donna probabilmente non hanno un cervello tale da essere definiti umani pensanti.
Ma gli altri, tutti gli altri, quelli che guardano, che scusa hanno?

                                                   Anna Ziliani