05/02/20

smontiamo la leggenda che vede le foibe uguali alla shoah e quello della pulizia etnica delle foibe

Risultati immagini per si è ucciso troppo poco foibe
Dopo    aver   smontato l'anno scorso  (  qui il post  )   , nonostante le accuse   ( che  mi scivolano  via ) di  negazionismo   \  revisinismo  su  tale  evento ,   il mito \ leggenda  urbana   del  silenzio   sule  foibe  .  quest'anno ne  somontero   due  quella  della pulizia  etnica  e  quella   della nostra shoah  .

Quale  prende  in esame per  prima  ?  Iniziamo dall'ultimo   che poi  è anche il più  grave  come  gettare  benzina  sul  fuoco come segnala https://capodistria.rtvslo.si/      soprattutto    per il fatto che   con l'istituzione le  foibe  e  il dramma dell'esodo  si  fa   ( giustamente  )  ricordare   anche  nelle scuole .
L'anno scorso   una  die  \  settimane  dopo  il  giorno delricordo   si è tenuto  un convegno che avrebbe potuto  dovuto essere un’occasione di riflessione sul modo in cui il dramma dell’esodo e la tragedia delle Foibe sono stati affrontati dalla maggior  parte  dela stampa e  dei media  .Ma  l’incontro organizzato dall’Unione degli istriani nella sala principale del palazzo della Regione a Trieste sembra destinato  , dopo  il solito   scontro diplomatico fra l’Italia e i governi di Slovenia e Croazia, ad alimentare nuove polemiche.
L'incontro  in questione  aperto dal presidente della Regione  del Friuli venezia  giulia   , Massimiliano Fedriga, vedeva fra i relatori il presidente dell’Unione degli istriani, Massimiliano Lacota, l’ex parlamentare, Roberto Menia, e i giornalisti Elisabetta de Dominis, Fausto Biloslavo e Marcello Veneziani. In collegamento video è intervenuto anche il direttore editoriale di Libero, Vittorio Feltri.
In apertura Fedriga ha parlato di un “rigurgito negazionista” sulle Foibe e la Regione, ha aggiunto, “sarà al fianco di coloro che sosterranno la battaglia contro chi vuole negare queste sofferenze".Fin qui  scelta  condivisibile   visto che  c'è ancora  chi le  nega   o  le  esalta  ,  ma  allo stesso tempo dubbiosa   visto  che nel calderone dei negazionisti  vengono messi   anche storici  che  cercano  di  smontare  tali leggende con  l'uso  di documenti   e    di riportare   lo studio della storia  el confine  orientale   e quindi  del periodo  delle  foibe  e  dell'esodo   inquadrandolo  nel contesto precedente   al  8  settembre  1943  ed  eliminando   la  confusione e  uso strumentale   quando    si parla  di tale  periodo  .
Il sito https://capodistria.rtvslo.si/ in particolare quest'articolo  riporta  che    fra  << 
Gli interventi hanno proposto le rispettive esperienze sulla narrazione dell’esodo, ma è stato Vittorio Feltri l’autore delle dichiarazioni più forti: in una dura requisitoria contro il comunismo, ha accusato giornalisti ed editori di aver taciuto sulle Foibe, ha chiesto ai comunisti di pentirsi, (“i partigiani non possono perché per fortuna sono morti tutti”, ha aggiunto) e ha affermato che quella delle Foibe è stata una tragedia “addirittura peggiore rispetto a quanto avvenuto nei campi di concentramento in Germania”.
La comparazione fra la Shoah e le Foibe è stata ripresa anche da Marcello Veneziani, sia pur in maniera più sfumata: “Io non amo questi paragoni - ha detto - perché in effetti ogni tragedia è una storia a sé e quindi la comparazione non è mai giusta, ma quello che però si può notare è il diverso trattamento mediatico: da un punto di vista strettamente di storia nazionale, la tragedia delle Foibe con il relativo esodo ha una dimensione anche numericamente più grande rispetto agli Ebrei italiani che sono morti nei campi di sterminio”.>>
Meno  male che  a relicare  ci  ha pensato  Alessandro Salonichio, presidente della Comunità Ebraica di Trieste, << “Mettere assieme tragedie terribili, ma con connotazioni profondamente diverse, come la Shoah e le Foibe, non aiuta alla comprensione e non fa onore a chi cerca questi paragoni”, ha detto. “La Shoah è stata caratterizzata da un metodo scientifico, mentre la tragedia delle Foibe, altrettanto tragica, ha avuto connotazioni diverse. Mettere tutto sullo stesso piano è pericoloso e fuorviante e spiace trovarsi di nuovo a commentare fatti di questo tipo.”>>
E' vero ed  innegabile   che nelle foibe  e   anche     dopo  a  guerra  finita       come dice il testo «Relazioni italo-slovene 1880-1956», "ignorato e passato sotto silenzio dai 10 febbraio " la relazione approvata all’unanimità il 27 giugno 2000 dalla Commissione storico-culturale italo-slovena, costituitasi nel 1993 sotto l’egida dei ministeri degli esteri dei due paesi e formata da storici italiani e sloveni (consultabile qui).che dopo aver liberato il Litorale adriatico dai nazifascisti, l’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo mise in atto (sottolineatura mia e di https://www.wumingfoundation.com/giap/ più recisamente qui da cui l'ho tratta )
«un’ondata di violenza che trovò espressione nell’arresto di molte migliaia di persone – in larga maggioranza italiane, ma anche slovene contrarie al progetto politico comunista jugoslavo – , parte delle quali vennero a più riprese rilasciate; in centinaia di esecuzioni sommarie immediate – le cui vittime vennero in genere gettate nelle “foibe” –; nella deportazione di un gran numero di militari e civili, parte dei quali perì di stenti o venne liquidata nel corso dei trasferimenti, nelle carceri e nei campi di prigionia (fra i quali va ricordato quello di Borovnica), creati in diverse zone della Jugoslavia.
Tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l’impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento del regime comunista, e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo.»

ma Il ritornello «tutti i morti sono uguali» si trasforma, quando si tralasciano le dimensioni e il contesto dei fenomeni, in « alcuni morti sono più uguali degli altri».
L’equivalenza tra foibe e Shoah tanto cara ai neofascisti e ai loro complici «democratici» nasce dall’affermazione che le truppe jugoslave avrebbero ucciso delle persone «in quanto italiane», esattamente come i nazisti avevano ucciso delle persone «in quanto ebree». Ma si tratta di un ritornello propagandistico, senza alcuna valenza storiografica. L’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo – compresi i non pochi partigiani italiani in esso inquadrati – arrestò e in diversi casi uccise persone «contrarie al progetto politico comunista jugoslavo», qualunque fosse la loro appartenenza nazionale.Naturalmente nessuno intende giustificare queste uccisioni, in molti casi assolutamente sommarie, ma è doveroso ricordare che i bambini infoibati esistono solo nell’immaginazione malsana dei propagandisti di destra e che la larghissima maggioranza dei casi interessò appartenenti agli eserciti nazifascisti o loro collaboratori. Recentemente anche il Corriere della Sera si è accorto che ben 300 «martiri delle foibe» decorati dalla Repubblica Italiana dopo l’istituzione del «Giorno del Ricordo» nel 2004 erano in realtà combattenti nelle formazioni repubblichine e collaborazioniste, alcuni dei quali si erano anche macchiati di efferati crimini di guerra.Mettere le due cose sullo stesso livello non è la peggiore offesa, la peggiore banalizzazione che si possa fare della tragedia della Shoah? A questo punto infatti qualunque atto di violenza diventa «come la Shoah!».





Adesso veniamo  alle  foibe   come pulizia etnica    degli slavi verso gli italiani   . Altro mito e  leggenda , ormai diventata  quasi verità  e  guai  a metterla  indiscussione    altrimenti  ti  tacciono  di negazionismo  e  ti dicono  che insulti la memoria del  ricordo , sulle foibe   e  sulla storia del  confine  orientale , diffusa    dalla destra  ( una  delle oche  cose in comune  tra la destra parlamentare  e quella extrapaprlamentare   ) ed  [ sic  ]   anche  dalla sinistra parlamentare  .
 Inizialmente

25/08/19

cio' che dovrebbe essere normale diventa speciale . il caso di Trapani, mamme fanno da baby sitter alla bimba dell’ambulante donna sulla spiaggia

in una  nazione   dove  sui media a   causa  dei politicanti che   parlano alla   pancia  o  usano il fenomeno  immigrazione  per  cercare  voti e consenso   ed     fanno  più notizia i crimini degli immigrati o  gli atti   di razzismo  nei loro confronti o  anche  succede  anche  queste  dei turisti    e  di bambino adottati  di  colore   , un evento come  quello riportato sotto 



    da https://www.tpi.it/2019/08/25/mamme-baby-sitter-ambulante-spiaggia-trapani/

Trapani, mamme fanno da baby sitter alla bimba dell’ambulante donna sulla spiaggia
L'italiano non ha bisogno di grandi gesti, la solidarietà femminile non ha colore o etnia. Ci si aiuta con naturalezza e spontaneità

Di Lara Tomasetta 25 Ago. 2019



Trapani, mamme fanno da baby sitter alla bimba dell’ambulante
L’Italia quella bella oggi la racconta Desirè Nica, una ragazza di Roma che, in vacanza a Trapani, ha potuto testimoniare come la parte migliore del nostro Paese esiste e non si vergogna di fare la parte da “buonista”.
L’episodio, di cui lei stessa è protagonista, è accaduto sulla spiaggia del litorale siciliano.
“Sono le 13.00, e arriva sulla spiaggia uno dei tanti ambulanti che cercano di vendere qualcosa”, scrive in un post su Facebook Desirè.
“Solo che stavolta è donna. Solo che stavolta è mamma. Ha una cesta enorme che tiene in bilico sulla testa, con dentro tutto ciò che vorrebbe vendere, e dietro, legata sulla fascia, la sua bambina. Avrà 2 anni e mezzo, 3 al massimo. Sta sotto al sole in groppa alla sua mamma mi chiedo da chissà quante ore”.
Nonostante in questi mesi ci siamo dovuti abituare a narrazioni in cui l’odio e il razzismo sembrano aver avuto la meglio, c’è una parte del Paese che ha tutt’altra propensione e di fronte alle difficoltà del prossimo – italiano o straniero che sia – prova disagio e desiderio di aiutare.




“Guardo mia figlia e penso che sono 3 ore che mi affanno per farle scegliere cosa mangiare, per coprirle la testa dal sole, per stare attenta che non beva acqua troppo fredda”, scrive Desirè.
“Dico a Gabri che vado a comprare qualcosa da quella mamma e che vado a portare un po’ di frutta fresca alla bimba e darle qualcosa da mangiare. Ma non c’è stato bisogno di fare niente.
Perché oggi l’Italia bella è stata quella delle mie vicine di ombrellone che tutte insieme hanno detto a quella mamma come loro, di andare a lavorare tranquilla, perché alla sua bambina ci avrebbero pensato loro”.
“Ed è proprio così che è andata. La mamma ha continuato il suo giro per le spiagge, e la piccola ha mangiato insieme a tutti i nostri figli sotto l’ ombra del ristorante dello stabilimento, ha giocato sulla riva, ha fatto i gavettoni insieme agli altri bambini della spiaggia. E io oggi sono felice, perché è stato davvero bello vedere tutto questo”.
Già, perché l’italiano non ha bisogno di grandi gesti, la solidarietà femminile non ha colore o etnia. Ci si aiuta con naturalezza e spontaneità.

dovrebbe essere la norma     visto che 

Dopo che la storia è stata diffusa in rete Dall'Ogliastra, un'altra turista, Marina Carta, ha raccontato che "da anni un'ambulante lascia suo figlio a giocare con i nostri", accompagnando anche in questo caso le sue parole con un'immagine di bimbi che giocano sereni tutti insieme sulla spiaggia sarda. E pare che non sia un caso isolato: "Stessa situazione. Golfo di Baratti. La bimba della venditrice ambulante gioca con i miei nipoti mentre la mamma fa il giro della spiaggia. È nata un'amicizia", ha scritto Luisa Giolli.   continua  qui su https://www.fanpage.it/attualita
Infatti  un commento  su https://www.facebook.com/Il-Tulipano-Il-Web-Magazine-Indipendente-scritto-dal-Popolo-129052657118508/

Grazia Capone
 Ce ne sono mille episodi del genere, diffondiamoli, contagiamoli.


amore e libertà

ascoltando casualmente su youtube una  vecchia  canzone  anarchica   :   amore  ribelle  di Pietro  Gori    mi    sono ritornate  alla    mente  queste     storie  lette  le  prime due  su   repubblica .it   di  un periodo ancora   divisivo ed  usato ad  uno  e consumo di chi  vuole  strumentalizzare  ed    negare  tali  fatti o  approfondire   ma  da  una parte  sola   come  ho già    detto nel precedente  post : <<   invasioni barbariche ,   Unità d'Italia, Fascismo,lotta partigiana, foibe   ed  esodo Giuliano  Dalmata  solo colpa    del  pci     ed   di tito  ,   1960\1980   dominio della cultura  comunista  le cazzate sulla storia italiana sono praticamente infinite. >> 


Ecco, guardateli. Guardate gli sposi, quel giovane uomo, quella giovane donna, osservate quanto sono belli, sono belli da far piangere, ad aver voglia di piangere per la bellezza. Del resto, quale sposa non è bella il giorno delle sue nozze, e quale sposo non lo è mentre se la rimira dall'alto del suo radioso orgoglio. Solo che loro sono belli oltre misura, Rossella O'Hara diresti di lei, un principe diresti di lui, sono così belli che riescono persino a imporre unicità alla fotografia più comune tra tutte le immagini di circostanza; quante centinaia di milioni di immagini come questa dormono in vecchie scatole da scarpe e centenari album di famiglia sparsi per tutto il mondo. Non questa, questa è viva, e i due sposi guardano ancora il mondo e dal mondo si fanno guardare lassù in alto nella scansia tra le focacce e i pandolci nel negozio di un fornaio. Continuate a dare un'occhiata ai due sposi per favore, cercate di indagare nei particolari, perché nei particolari vive una storia ancora più grande e più bella di come possa sembrare. Difficile, capisco, l'immagine è rozzamente riprodotta con la fotocamera di un telefono, i dettagli che contano sono materia nascosta e anche se fosse evidente, ignota. Il vestito della sposa è di seta, la seta di un paracadute di un reggimento aerotrasportato inglese, il vestito dello sposo è di pesante stoffa di lana, la stoffa di una divisa del corpo delle SS naziste; e il bouquet di fiori della sposa, quel grande bouquet di così vividi colori, è fatto di fiori di carta, la carta velina della modulistica dell'ufficio amministrativo del campo di concentramento e lavoro forzato di Helmstedt, Bassa Sassonia. Il matrimonio è stato celebrato e certificato il 3 luglio 1945 dal comandante dei paracadutisti inglesi che lo hanno liberato, confermato due giorni dopo con rito religioso amministrato da un prete cattolico.
Il forno si chiama da Gianchettu, Bianchetto, perché questo è il nome del fornaio, e il suo negozio è nel carruggio di un borgo della Riviera di Levante dove vado a fare i bagni da tempo immemore. Mi piace portarmi a mare la mattina presto, mi piace essere il primo piede a scompisciare la spiaggia di ghiaietta che i bagnini hanno appena finito di pettinare, mi piace nuotare fino a non poterne più, asciugarmi in fretta e poi passare da Gianchettu a prendermi una fetta di focaccia lunga un braccio e larga mezzo, mangiarmela su una panca all'ombra scarsa di un oleandro, leccarmi le dita dell'olio che è olio buono e buttarci dietro mezzo bicchiere di un qualche vermentino del bar di fronte. Si fa presto a dire focaccia, ma impastare, lievitare e cuocere una focaccia di Riviera nell'aria madida di salmastro e non farne venir fuori una flaccida, aspra, rugginosa lasagna, ma una sfoglia tenera e croccantina, non è faccenda che ci riescono in tanti. Gianchettu, sì, e quella focaccia è un gran sollievo alle inappetenze della calura, ai gastrici dinieghi della macaia. Chissà se lui lo sa che il suo forno è una cura e un riparo, lui se ne sta là dietro in canottiera e berrettino a rimestare e infornare. Ma ogni tanto viene di qua per sorridere a sua moglie che sta al banco, le sorride per riposarsi un po', e gli deve piacere così tanto che gliene avanza anche per sorridere alla coda che aspetta scontrosa e sudaticcia la sua fetta di focaccia cadauno. Gianchettu è un fornaio sorridente, una rarità in assoluto, un'unicità tra i fornai rivieraschi; lo vedo sorridere a sua moglie da quando passo dal forno, diciamo vent'anni. E fa bene Gianchettu, non foss'altro perché la signora Teresa ha due occhi azzurri bellissimi e distanti, e uno sguardo in quei suoi occhi di quelli che ti viene da pensare che un principe straniero potrebbe da un momento all'altro prendersela e portarla chissà dove. Gli occhi della signora Teresa sono gli occhi della sposa del campo di Helmstedt.
È per via di quegli occhi, e, certo, anche un po' per quella focaccia così buona, per via del fornaio di Riviera singolarmente sorridente, che al termine di un ventennale tirocinio mi son preso la confidenza di chiedere alla Teresa chi fossero mai quei due sposi lassù dietro al suo banco. Quei due sposi sono suo padre Tullio e sua madre Theresa. E questo mi ha raccontato Teresa, la moglie del fornaio, nata Leocadia e detta Lola, che però si chiama Teresa perché ha voluto prendersi il nome di sua madre che non ha mai conosciuto perché è morta mettendola al mondo; tutto quello che sa di lei glielo hanno detto le fotografie e le storie di suo padre.
Dunque mi ha raccontato che sua madre Theresa è nata nella città polacca di Pabianitz da una cattolicissima famiglia di commercianti. Pabianitz è una città colpevole, ha inutilmente e sanguinosamente resistito alle truppe germaniche d'occupazione, e dunque è severamente punita con la deportazione in massa dei civili; Theresa è prelevata dalle SS all'uscita da scuola, ha appena finito il corso di dattilografia, ha ancora da compiere quattordici anni, è destinata al campo di Helmstedt. Il campo è su una miniera di salgemma, ben in fondo nella miniera ci sono i laboratori per la fabbricazione di componenti del prototipo di un'arma segreta della Luftwaffe; il lavoro nella miniera è per i deportati politici più pericolosi, quello nel laboratorio per i più specializzati, gli uffici sono destinati alle ragazze come Theresa.
E mi ha raccontato che Tullio è nato nel '17 a Monterosso, in Riviera di Levante, da una famiglia di sarti e barbieri dove i maschi sapevano fare l'uno e l'altro mestiere assieme e anche dipingere e scrivere poesie e anelare alla rivoluzione socialista. Tullio è partito alla guerra da marinaio e dopo l'8 Settembre se n'è tornato a casa; quando i fascisti sono andati a prenderlo per arruolarlo nella Repubblica Sociale, lui si è fatto trovare in casa, era una testa calda. Lo hanno deportato a Fossoli; di quel campo non ha mai voluto parlarne, solo, morendo, ha lasciato sul comodino dell'ospedale un biglietto in cui diceva di un orrore che non poteva dimenticare, per il resto ha solo raccontato che a salvarlo dalla morte è stato il suo mestiere, un sarto è sempre di grande utilità in un posto dove ci sono tanti uomini in divisa, specialmente poi se è anche un barbiere.
Il campo di Helmstedt non è un campo di sterminio anche se c'è l'edificio per le eliminazioni, il vitto è uguale per tutti, un filone di pane da dividere tra i sedici componenti della baracca e una patata con l'acqua di bollitura a testa al giorno; nel campo tutto era proibito tranne eseguire gli ordini, Tullio ha portato per tutta la vita le cicatrici delle percosse che ha ricevuto disobbedendo alla regola, il suo nome era un numero, o altrimenti "tu, merda". Tullio ha raccontato che il primo ricordo che aveva del campo era il canto di un gruppo di polacchi, cantavano inni sacri polacchi mentre le guardie lì picchiavano, prendevano le bastonate e continuavano a cantare, cantare era proibito, era proibito anche pregare a voce alta. Era proibito festeggiare anche il Natale, e per questa ragione Tullio ha conosciuto Theresa; quella polacchetta era una testa calda e nel Natale del '44 era diventata famosa in tutto il campo perché s'era risaputo che, rischiando la morte, aveva rubato un rametto da un albero e con la carta colorata rubata negli uffici aveva allestito un alberello natalizio nella sua baracca, era furbissima e riusciva a nasconderlo alle ispezioni giornaliere. Così Tullio si è intestardito di conoscerla la testa calda polacca, e ci è riuscito trovando il modo di arrivare all'ufficio dove dattilografava. L'ha vista, era bellissima e piena di fascino ribaldo, e si è innamorato; e siccome era anche lui un uomo molto bello e molto affascinante, anche Theresa si è innamorata, così, in un lampo. Tullio ha raccontato che la cosa strana in quel campo dove nessuno pensava a altro che a sopravvivere, dove essere buoni d'animo era come suicidarsi, fu la gran complicità generale per quegli innamorati, così che riuscirono a scambiarsi persino dei biglietti, e a promettersi, e a sopravvivere fino alla liberazione.
Naturalmente il vestito della sposa e il suo lì ha tagliati e cuciti Tullio. Che ha preso la sua sposa e se l'è portata in Riviera, e alla stazione c'era tutto il paese ad aspettarli, in testa la cara, vecchia mamma, che per prima cosa si è schiantata sul figlio con uno schiaffone tremendo, perché, con tutto quello che gli era successo, Tullio si era dimenticato di aver lasciato al paese una promessa sposa, nientemeno che la nipote del parroco, e queste cose non si fanno. E poi sono vissuti felici e contenti, tanto da fare una figlia e poi un'altra, e l'altra è la signora Teresa che non ha mai conosciuto sua madre e quello che sa di lei sono le fotografie e i racconti. Che è quello che so io e che ora sapete voi. E tutti quanti sappiamo da quelle fotografie un'altra cosa, sappiamo che persino nella più vigilata fortezza dell'inumanità, nel più schifoso tabernacolo del sadismo, nel tempo dove niente di buono è ammissibile e plausibile, ecco che anche lì non tutto è perfettamente e eternamente predisposto e stabilito. Questo nel caso che al tempo presente dovessimo sentirci deprimevolmente impotenti.   


Una squadra della 36° Brigata Garibaldi (1944 - 1945). Credit: Fototeca Gilardi

I ragazzi che fecero la Rivoluzione

L’ordinamento repubblicano affonda le radici nei principi dei tanti giovani che scelsero la Resistenza e la libertà. Una storia che non si può dimenticare

il fascino mai morto dei romanzi a puntate sui giornali . il caso de L'animale più pericoloso di Luca d'andrea per repubblica

Anche i noir \ gialli a puntante sui giornali ( come un tempo ) sono avvincenti ed intensi specie se l'autore sa scrivere bene . Leggere l' incipit de "L'animale più pericoloso" di Luca D'Andrea con ottime illustrazioni di Agostino Iacurci pubblicato dal 10 agosto ad oggi 25 agosto sul quotidiano la repubblica . Sedici capitoli, di quattro pagine l'uno, con una copertina speciale per ogni puntata: nella prima ci sarà un'aquila perché in ciascuna delle cover realizzate da Agostino Iacurci ci sarà un animale diverso

"L'animale più pericoloso": su Repubblica il giallo dell'estate di Luca D'Andrea a puntate

Incipit
L'ansia la costrinse a uscire in anticipo, la rabbia a lasciare il mazzo di chiavi in bella vista al centro del tavolo in cucina. Chiusa la porta, tornò a respirare. Superò il panificio della signora Kircher, il bar di Alois, il Despar, la filiale della Volksbank e il negozio di articoli sportivi del signor Wegener con la statua di Sepp Innerkofler testa bassa, sudando sotto la tuta da ginnastica di una taglia più grande che indossava non per il freddo  [... ]
alla faccia di chi reputa il metodo antico e da nostalgici e delle paure del giovane autore

Risultato immagini per Luca D'AndreaL'unico modo che conosco io è ficcarmi nei guai. Cercare stimoli, spunti. Sfide. Con la pubblicazione del mio ultimo romanzo, "Il respiro del sangue", avevo la sensazione di aver concluso qualcosa, forse una tappa del mio percorso, e quel sentore di Sehnsucht mi era rimasto incollato addosso più del solito. Poi è arrivata la telefonata. "Ci piacerebbe avere un tuo romanzo a puntate, un feuilleton. Sei dei nostri?". Come dire: Achab sa resistere a uno sbuffo all'orizzonte? Solo una volta chiusa la comunicazione mi sono reso conto in che guaio ero andato a cacciarmi. Non solo per le differenze fra romanzo e feuilleton, in pratica quelle che intercorrono fra un film e una serie tv. Non solo per gli spazi, visto che un feuilleton conta le battute, un romanzo le pagine se non i capitoli. Ma soprattutto per i tempi. Il feuilleton è figlio dei giornali e la redazione di un giornale è un formicaio impazzito in cui le notizie diventano lettera morta nel giro di pochi minuti, gli articoli si allungano, si accorciano o si eliminano in un battito di ciglia. Lo studio di uno scrittore è una specie di tempio a gravità zero senza incenso e con il ticchettio della tastiera al posto del suono delle campane tibetane. Quello che il formicaio chiedeva al tempio senza incenso erano sedici puntate da ventimila battute ciascuna in... era la seconda metà di giugno e la puntata numero uno sarebbe "andata in onda" ai primi di agosto, calcolando i tempi tecnici (inventare, scrivere, riscrivere, controllare, sacramentare, riscrivere...) quattro, forse cinque settimane di lavoro contro i soliti otto, nove mesi. Volevo una sfida? Eccola servita: un nuovo modo di ragionare le storie, un nuovo ritmo con cui tenere incollati lettori (i quali, mi faceva notare una vocina ansiosa e saccente, non avrebbero scelto una mia storia, ma che l'avrebbero trovata fra le pagine del proprio quotidiano preferito...) e nuovi modelli in cui cercare, se non ispirazione, almeno conforto. Non Dumas, ma Chandler, Hammett e il mio preferito: Jim Thompson. Ecco perché dovrebbe esserci del jazz in sottofondo.

Un noir che ti tiene incollato alla pagina isolandoti dal mondo e dai richiami familiari  

23/08/19

l'inizio ( ? ) del razzismo in italia 30 anni fa l’omicidio di Jerry Masslo. Quando scoprimmo di essere razzisti

di cosa  stiamo parlando 
Negro di m.": a Roma scritta razzista sull'auto di medico della Croce Rossa

L'insulto contro un dottore trentenne originario del Camerun dell'Area salute del comitato nazionale della Cri. Era andato a cena fuori e aveva parcheggiato al Pigneto. Un anno fa a Cantù una paziente rifiutò di farsi curare da lui perchè di colore

Un medico della Croce Rossa italiana (Cri) ieri sera è stato vittima a Roma di una aggressione a sfondo razzista. A raccontare la dinamica dell'accaduto all'Adnkronos è proprio la Cri. Ieri sera Andi Nganso, un medico 30 enne originario del Camerun impiegato nell'Area salute del comitato nazionale della Cri era andato a cena fuori e aveva parcheggiato al sua auto personale al Pigneto.
Terminata la cena il medico è tornato alla macchina e ha trovato la frase incisa forse con una chiave 
Andi Nganso, 31 anni 
sul cofano. Sull'auto era ben visibile l'adesivo della Croce Rossa sul parabrezza. Il 30enne ha subito sporto denuncia.
"Non bastavano gli insulti al volontario di Loano - dice Francesco Rocca il presidente nazionale Croce Rossa - ieri notte un nuovo episodio esecrabile a Roma. È ora di fermare questo clima di razzismo, odio e intolleranza che sta crescendo nel nostro paese. Ribadiamo con forza e passione che 'Siamo tutti fratelli e tutti con Andi".
Nel gennaio di un anno fa mentre era in servizio nell'ambulatorio della Guardia medica di Cantù, in Lombardia, subì un'altra offesa: una donna rifiutò di farsi assistere da lui, perchè di colore. Lui rispose ironicamente sui social: "Ti ringrazio. Ho un quarto d'ora in più per bere un caffè"







Ora  Partendo     da  questo estratto    ( qui  il post integrale  )    di Andi Nganso del protagonista  dell'ennesimo atto   di razzismo    citato prima  

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A voi, concittadini sensibili alla battaglia antirazzista:
Ci viene facile continuare a pensare che il razzismo in Italia sia degenerato negli ultimi mesi con il precedente governo. È una falsità.NON SIAMO DI FRONTE AD UN’ EMERGENZA, né tantomeno di fronte un'emergenza la cui sola responsabilità è da imputare al governo dimissionario.Siamo, invece di fronte a un persistente problema culturale del rifiuto del diverso che non possiamo più liquidare con delle semplici frasi ad effetto.Non è più sufficiente denunciare il razzismo e basta. L'antirazzismo è una lotta che, per essere combattuta, necessita vera onestà intellettuale e un impegno che non sia solo radicamento retorico spolverato di umanità.Vivo in Italia da 13 anni e non mi ricordo un periodo nel quale non sia stato testimone di atti di razzismo. I ragazzi nati e cresciuti qua non hanno mai avuto il privilegio di poter dire che hanno passato periodi con meno aggressioni verbali e fisiche.
L'immagine può contenere: auto e spazio all'aperto

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Mi ha riportato alla memoria questo che smentisce clamorosamente quelli che : nascondono la testa sotto la sabbia , che sminuiscono i segnali ( già presenti nella nostra cultura e politica vedi i pogrom contro gli slavi ad iniziare dal 1920 e l'italianizzazione forzata in Jugoslavia e al periodo dai divieti contro i matrimoni misti durante l'impresa coloniale in Africa ( 1936 ) e le leggi razziali ( 1938 ) che vennero abolite solo 1947 . 

E le politiche della Lega



30 anni fa l’omicidio di Jerry Masslo. Quando scoprimmo di essere razzisti



VILLA LITERNO – Trenta lunghissimi anni. Era il 25 Agosto del 1989 quando nelle campagne di Villa Literno veniva ucciso Jerry Essan Masslo, da una banda di balordi del luogo, per essere derubato dei pochi spiccioli guadagnati in una giornata intera passata nei campi a raccogliere pomodori.

Dopo quella morte, la morte di un ragazzo sudafricano che a dicembre avrebbe compiuto 30 anni, l’Italia scoprì di essere razzista.Tanto tempo è passato ma ogni volta che arriva questa data, e quest’anno più che mai, tocca fare il punto della situazione in fatto di politiche migratorie che, soprattutto in queste terre, hanno visto scorrere molto altro sangue: basti pensare alla tremenda strage di San Gennaro del 2008 quando la “cieca” mano della camorra sparò nel mucchio di una sartoria per punire l’intero popolo africano.Dalla morte di Jerry ad oggi le politiche riguardanti l’immigrazione sono oltremodo peggiorate. Il sacrificio di Jerry Masslo rappresenta sì la storia di trenta anni fa, ma è anche drammaticamente attuale.Era un rifugiato che scappava dall’apartheid ed oggi è sotto gli occhi di tutti come spesso la politica abbia aizzato all’odio sociale che non risparmia nemmeno i rifugiati. Jerry, all’epoca, lavorava per trecento lire ad ogni cassetta di pomodoro ed ancora oggi c’è caporalato e schiavismo nei campi.«L’omicidio di Jerry Masslo commosse l’Italia – scrive in una nota la Comunità di Sant’Egidio – provocò la prima grande manifestazione antirazzista dell’ottobre 1989 e spinse il governo di allora a emanare i primi provvedimenti per la regolarizzazione dei migranti con la legge Martelli. Da allora in poi molte cose sono cambiate ma resta il gravissimo problema dei braccianti stranieri sfruttati nelle campagne per pochi soldi e costretti a vivere in alloggi più che precari. E restano soprattutto sentimenti di intolleranza e di xenofobia – cresciuti purtroppo negli ultimi tempi – che occorre condannare. L’Italia – prosegue l’organizzazione – se tiene al suo futuro, deve allontanare ogni radice di odio e di discriminazione e puntare su integrazione, diritti e un lavoro dignitoso per tutti».Che la morte di Jerry non sia vana, dunque, e per non dimenticare sabato 24 agosto alle ore 17 al cimitero di Villa Literno una delegazione di italiani e stranieri, provenienti da Roma, Napoli e altre città, darà luogo ad una marcia silenziosa alla fine della quale, la Comunità di Sant’Egidio, i sindacati, le associazioni e alcune autorità locali ricorderanno il sacrificio del bracciante sudafricano senza dimenticare un omaggio alle tombe di migranti, senza nome, collocate accanto a quella di Masslo e che ospitano le spoglie mortali di giovani africani che si trovavano in quelle campagne per il lavoro stagionale dei campi e di cui non si conosce nulla. Ricordando, in questo modo, tutti i migranti che in Italia sono morti nelle campagne, nel raccogliere i frutti della terra, e coloro che hanno perso la vita durante il trasferimento nei campi o mentre facevano ritorno nei luoghi dove alloggiavano.Non dimentichiamo Masslo e non dimentichiamo nemmeno che in questi 30 anni si è moltiplicata in alcuni settori della politica e della società una sorta di “cattiveria” verso i migranti. Una cattiveria che è contro la storia e contro quello in cui credeva Jerry Masslo: la multiculturalità e la convivenza civile. Ripartiamo da qui: ripartiamo da Villa Literno.

22/08/19

se anche un family day come Mario Adinolfi usa il corpo non il suo ma quello della moglie per rispondere alla Boschi intervernndo nell polemica fra lei e salvini siamo alla frutta

  di cosa  stiano parlando  
  della polemica     tra M.Elena Boschi ed omaso Montanari    su come   l'uso del corpo generi  sessimo  .  qui https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2019/08/salvini-vhs-boscjhi-la-boschi-le-mummie.html la  vicenda 



sfogliando  uno dei tanti aggregatori di news  ho trovato     questa   del  

https://www.ilmessaggero.it/politica/  di  Martedì 20 Agosto 2019


Foto Boschi, Adinolfi le risponde con il selfie della moglie: è sfida tra sexy bikini



Foto Boschi, Adinolfi le risponde con il selfie della moglie: è sfida tra sexy bikiniÈ guerra tra scatti in bikini tra Maria Elena Boschi Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia, che ha pubblicato su Facebook una foto della moglie, Silvia Pardolesi, in risposta a quella pubblicata nei giorni scorsi da . Continuano le provocazioni sui social a suon di foto e selfie. Dopo la risposta della Boschi a Matteo Salvini (foto in  pubblicata su Instagram al mare in compagnia di alcune amiche), nella serata di ieri Mario Adinolfi ha pubblicato una foto della moglie in costume. Adinolfi ha commentato la foto con queste parole: “Comunicato stampa della presidenza nazionale del Popolo della Famiglia sulla attuale crisi di governo: Maria Elena Boschi nun te temiamo”.


Sotto la foto si sono susseguiti molti commenti. Qualche utente approva la scelta della foto scherzandoci su: “Il primo post degno di nota sul tuo profilo. Dai, ci sono segni di miglioramento. Confido in te”. Altri utenti, invece, non approvano e rispondono piccati: “Di cattolico hai solo le fesserie con cui ti riempi la bocca”. Ma  quelli    più  belli   sono ques'ultimi




2019-08-20 17:32:01
io non metterei mia moglie in mostra. roba da cuckold

2019-08-20 20:43:10
più che altro roba da cretini...

2019-08-22 13:24:48
ma tua moglie che deve fare quello che dici tu o quello che vuole lei ?


Ora  Lo so che  dovrei smettere di   <<  ascoltare   chiunque  ogni lamento   (   cit  ) >> e mandare   certe    persone    a  fncl   sopratutto quelli che   seguono     come automi   e anziché criticamente  ( questi ultimi  anche  se  diversi da  me  sono i miei preferiti    , quelli con cui  vado  più d'accordo anche  se   con divergenze  nel percorre  la  strada    della  vita  )  che predicano bene ma  razzolano   male  citando  ad minchiam     tali canzoni (   o meglio strofe  di canzoni )  ed  autori  su  cui  nella maggior  parte  dei  casi  ci spuntano sopra  

(... ) Così una vecchia mai stata moglie
Senza mai figli, senza più voglie
Si prese la briga e di certo il gusto
Di dare a tutte il consiglio giusto(... ) 

Risultati immagini per il senso del pudore oggi non è più comune
  e senza  contestualizzare   e   vedendo  a differenza     da  ciò che  all'epoca    era  trasgressione  \  rottura  schemi    ed   oggi   che  ha  perso diventando  nella maggior  parte  dei casi conformismo  e convenzione per  arrivare  in moli   casi  all'esibizionismo gratuito  .

Quindi   non è   questione    d'essere  come dicevo   qualche   tempo fa  bacchettoni   e censori ma  di  buon senso  e  d'avere  un senso del pudore   .
Infatti    non si risponde , questo  è  quello che  vuole dire  Montanari  (  vedere  link precedente  )  ad  atteggiamenti  da  maschi  allupati ( metaforicamente  😆😇  o  commenti  sessisti  abbassandosi  a loro livello  ma  un po'  di pudore    .....    anche   nel trasgredire  e nel  rispondere  la stessa cosa  vale  per  Mario  Adinolfi ( e  simili  )  una  delle poche  persone  che   ho eliminato dai contatti  , perchè  insieme  a  L.M  che  ancora tengo fra  i contatti anche  se  con post  nascosti   visto che la  conosco da quando    è nato  il blog  ,   troppo diverso e carico d'odio .
Allora  come rispondere    ?  i  sistemi  sono   :   il silenzio e  l'indifferenza    tanto   Salvini    scrive o dice  una minchiata ...ehm... fesseria   o al giorno  pur   di rimanere  sulla  cresta   dell'onda   del  potere  .,   con una faccina   \ gif    sorridente  . Io avrei  usato il primo metodo  . Cosi    la storia  si sarebbe   sgonfiata subito    evitando  di riemoire i media ed i social  di   una  polemica  che   sa  da bega  di pollaio   e  ci  saremo evitati    di leggere  l'intervento    di  un politico fallito    o di cui   Si può scrivere un libro intero su uno zero a cui si farebbe troppo onore liquidandolo con una riga.(Karl Kraus)