05/02/20

smontiamo la leggenda che vede le foibe uguali alla shoah e quello della pulizia etnica delle foibe

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Dopo    aver   smontato l'anno scorso  (  qui il post  )   , nonostante le accuse , che  mi scivolano  via , di  negazionismo   \  revisionismo  su  tale  evento ,   il mito \ leggenda  urbana   del  silenzio   sule  foibe  .  quest'anno proverò  a   smontare   due  quella  della pulizia  etnica  e  quella   della nostra shoah  .
Quale  prende  in esame per  prima  ?  Iniziamo dall'ultimo   che poi  è anche il più  grave  come  gettare  benzina  sul  fuoco come segnala https://capodistria.rtvslo.si/      soprattutto    per il fatto che   con l'istituzione della  giornata  del 10 febbraio  dedicata  alle  foibe  e  il dramma dell'esodo  si  fa   ( giustamente se  fosse  fatto bene   )  ricordare   anche  nelle scuole .
L'anno scorso   una  due  \  settimane  dopo  il  giorno del ricordo   si è tenuto  un convegno che avrebbe potuto  dovuto essere un’occasione di riflessione sul modo in cui il dramma dell’esodo e la tragedia delle Foibe sono stati affrontati dalla maggior  parte  della stampa e  dei media  .
Ma  l’incontro organizzato dall’Unione degli istriani nella sala principale del palazzo della Regione a Trieste sembra destinato  , dopo  il solito   scontro diplomatico fra l’Italia e i governi di Slovenia e Croazia, ad alimentare nuove polemiche.
L'incontro  in questione  aperto dal presidente della Regione  del Friuli venezia  giulia   , Massimiliano Fedriga, vedeva fra i relatori il presidente dell’Unione degli istriani, Massimiliano Lacota, l’ex parlamentare, Roberto Menia, e i giornalisti Elisabetta de Dominis, Fausto Biloslavo e Marcello Veneziani. In collegamento video è intervenuto anche il direttore editoriale di Libero, Vittorio Feltri.
In apertura Fedriga ha parlato di un “rigurgito negazionista” sulle Foibe e la Regione, ha aggiunto, “sarà al fianco di coloro che sosterranno la battaglia contro chi vuole negare queste sofferenze".Fin qui  scelta  condivisibile   visto che  c'è ancora  chi le  nega   o  le  esalta  ,  ma  allo stesso tempo dubbiosa   visto  che nel calderone dei negazionisti  vengono messi   anche storici  che  cercano  di  smontare  tali leggende con  l'uso  di documenti   e    di riportare   lo studio della storia  el confine  orientale   e quindi  del periodo  delle  foibe  e  dell'esodo   inquadrandolo  nel contesto precedente   al  8  settembre  1943  ed  eliminando   la  confusione e  uso strumentale   quando    si parla  di tale  periodo  .
Il sito https://capodistria.rtvslo.si/ in particolare quest'articolo  ( di cui non ritrovo l'url diretto  )   riporta  che    fra  << 
Gli interventi hanno proposto le rispettive esperienze sulla narrazione dell’esodo, ma è stato Vittorio Feltri l’autore delle dichiarazioni più forti: in una dura requisitoria contro il comunismo, ha accusato giornalisti ed editori di aver taciuto sulle Foibe, ha chiesto ai comunisti di pentirsi, (“i partigiani non possono perché per fortuna sono morti tutti”, ha aggiunto) e ha affermato che quella delle Foibe è stata una tragedia “addirittura peggiore rispetto a quanto avvenuto nei campi di concentramento in Germania”.
La comparazione fra la Shoah e le Foibe è stata ripresa anche da Marcello Veneziani, sia pur in maniera più sfumata: “Io non amo questi paragoni - ha detto - perché in effetti ogni tragedia è una storia a sé e quindi la comparazione non è mai giusta, ma quello che però si può notare è il diverso trattamento mediatico: da un punto di vista strettamente di storia nazionale, la tragedia delle Foibe con il relativo esodo ha una dimensione anche numericamente più grande rispetto agli Ebrei italiani che sono morti nei campi di sterminio”.>>
Meno  male che  a replicare  ci  ha pensato  Alessandro Salonichio, presidente della Comunità Ebraica di Trieste, << “Mettere assieme tragedie terribili, ma con connotazioni profondamente diverse, come la Shoah e le Foibe, non aiuta alla comprensione e non fa onore a chi cerca questi paragoni”, ha detto. “La Shoah è stata caratterizzata da un metodo scientifico, mentre la tragedia delle Foibe, altrettanto tragica, ha avuto connotazioni diverse. Mettere tutto sullo stesso piano è pericoloso e fuorviante e spiace trovarsi di nuovo a commentare fatti di questo tipo.”>>
E' vero ed  innegabile   che nelle foibe  e   anche     dopo  a  guerra  finita       come dice il testo «Relazioni italo-slovene 1880-1956», "ignorato e passato sotto silenzio dai 10 febbraio " la relazione approvata all’unanimità il 27 giugno 2000 dalla Commissione storico-culturale italo-slovena, costituitasi nel 1993 sotto l’egida dei ministeri degli esteri dei due paesi e formata da storici italiani e sloveni (consultabile qui).che dopo aver liberato il Litorale adriatico dai nazifascisti, l’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo mise in atto (sottolineatura mia e di https://www.wumingfoundation.com/giap/ più recisamente qui da cui l'ho tratta )

«un’ondata di violenza che trovò espressione nell’arresto di molte migliaia di persone – in larga maggioranza italiane, ma anche slovene contrarie al progetto politico comunista jugoslavo – , parte delle quali vennero a più riprese rilasciate; in centinaia di esecuzioni sommarie immediate – le cui vittime vennero in genere gettate nelle “foibe” –; nella deportazione di un gran numero di militari e civili, parte dei quali perì di stenti o venne liquidata nel corso dei trasferimenti, nelle carceri e nei campi di prigionia (fra i quali va ricordato quello di Borovnica), creati in diverse zone della Jugoslavia.
Tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l’impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento del regime comunista, e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo.»

ma Il ritornello «tutti i morti sono uguali» si trasforma, quando si tralasciano le dimensioni e il contesto dei fenomeni, in « alcuni morti sono più uguali degli altri».
L’equivalenza tra foibe e Shoah tanto cara ai neofascisti e ai loro complici «democratici» nasce dall'affermazione che le truppe jugoslave avrebbero ucciso delle persone «in quanto italiane», esattamente come i nazisti avevano ucciso delle persone «in quanto ebree». Ma si tratta di un ritornello propagandistico, senza alcuna valenza storiografica. L’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo – compresi i non pochi partigiani italiani in esso inquadrati – arrestò e in diversi casi uccise persone «contrarie al progetto politico comunista jugoslavo», qualunque fosse la loro appartenenza nazionale.Naturalmente nessuno intende giustificare queste uccisioni, in molti casi assolutamente sommarie, ma è doveroso ricordare che i bambini infoibati esistono solo nell'immaginazione malsana dei propagandisti di destra e che la larghissima maggioranza dei casi interessò appartenenti agli eserciti nazifascisti o loro collaboratori. Recentemente anche il Corriere della Sera si è accorto che ben 300 «martiri delle foibe» decorati dalla Repubblica Italiana dopo l’istituzione del «Giorno del Ricordo» nel 2004 erano in realtà combattenti nelle formazioni repubblichine e collaborazioniste, alcuni dei quali si erano anche macchiati di efferati crimini di guerra.Mettere le due cose sullo stesso livello non è la peggiore offesa, la peggiore banalizzazione che si possa fare della tragedia della Shoah? A questo punto infatti qualunque atto di violenza diventa «come la Shoah!».
Adesso veniamo  alle  foibe   come pulizia etnica    degli slavi verso gli italiani   . Altro mito e  leggenda , ormai diventata  quasi verità  e  guai  a metterla  indiscussione    altrimenti  ti  tacciono  di negazionismo  e  ti dicono  che insulti la memoria del  ricordo , sulle foibe   e  sulla storia del  confine  orientale , diffusa    dalla destra  ( una  delle oche  cose in comune  tra la destra parlamentare  e quella extrapaprlamentare   ) ed  [ sic  ]   anche  dalla sinistra parlamentare  .
 Inizialmente

20/10/19

perchè abbiano paura di cambiare ? e la nostalgia che essa porta il caso di daniele carbini

Leggendo   questa    frase

TUTTI ABBIAMO PAURA DI CAMBIARE.UNA DELLE RAGIONI PRINCIPALI DELLA RESISTENZA A COMPRENDERE,E' LA PAURA DEL cambiamento C.Rogers
 

mi è  venuto  in mente    questa  storia    pubblicata   sulla pagina  fb   di   Daniele Carbini  ,  mugniaio  , foilosofo  , creatore artigiano di pipe  e penne   , da me  precedentemente intervistato per  queste pagine 


Stasera per un attimo sospendo il mio rehab da social e non vi parlo di pipe e non vi mostro solo pipe, ma qualcosa di profondamente ignoto a molti.
Quelli che vedete in foto 
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si chiamano laminatoi, ovvero quelle macchine che macinano il chicco di grano in diversi passaggi, da cui poi escono sfarinati e sottoprodotti.
Ebbene, oggi dopo, 33 anni di servizio, gli operai e mio padre hanno cominciato a smontare i nostri laminatoi perchè da domani comincerà la sostituzione con dei laminatoi nuovi, più moderni e più efficienti.
A fine serata sono entrato a vedere il punto della situazione, ho scattato qualche foto e le lacrime scendevano copiose, senza riuscire a trattenerle, vinto dall'emozione.
L'immagine può contenere: ciboQuei laminatoi, che sono stati i rulli macinanti delle nostre farine dal 1986 ad oggi, tonnellate di farine, da cui sono stati realizzati pane, pasta, pizze e dolci, ci saluteranno e andranno in pensione.
Quei laminatoi hanno permesso a me di studiare, ai miei fratelli uguale, alla mia famiglia di realizzarci un futuro ed un presente, faticoso ma fatto anche di soddisfazioni e di moderata agiatezza. Ci hanno dato da mangiare e vestire, case, auto, sfizi e necessità, copertura di malattie e feste di gratitudine.
Scendono in me le lacrime copiose e non sono riuscito a trattenere l'emozione, perchè l'industria artigiana non è solo il prodotto finito che il consumatore vede e usa, ma è anche le macchine da cui vengono fuori, che ne hanno permesso la realizzazione, quelle macchine che sono state fedeli servitori di 
decine di operai che si sono succeduti in tanti anni, in 33 anni, sotto l'amorevole e meticolosa guida di mio padre.
Nessuna descrizione della foto disponibile.

Quando pensate ad un nostro pacco di farina non pensate solo al prodotto finito che vedete e che toccate con mano, che usate con soddisfazione, ma pensate a tutto ciò che ne ha permesso la realizzazione. Pensate che spesso dietro c'è una piccola storia di vita molto importante, per me molto importante, c'è la storia mia e della mia famiglia.
Scusate per questo post, per un'ora mi sono chiesto se era il caso di condividere una cosa pare me così importante ed intima con il mondo social di oggi. Non faccio altro che ripetermi che non dovrei farlo, che è intimo, personale.
A voi sembrerà curioso, scrivo molto, amo scrivere, amo dialogare e anche scontrarmi, vi sembra che dica moltissimo e quasi tutto di me. Non è così, ci sono moltissime cose che tengo profondamente nascoste e che non condivido con nessuno. L'amore ad esempio, difficilmente ne parlo, anche con gli amici più cari. Quando lo faccio dico un millesimo e mi fermo subito. Non ne parlo. Non lo farò. È roba mia. Lo tengo per me. Il lavoro che mi offre da vivere e da mangiare lo stesso, non ne parlo mai. È intimo e radicato allo stesso modo. Sono moltissime le parti di me fortemente ignote e che vogliono che rimangano tali o al limite condivise solo con chi li ha vissute con me. In quei rulli c'è un pianeta intero di amore, fanculo. Bene, ritorno nel rehab. 
*vi chiedo scusa.

vi lascio      con queste    due  canzoni   

Paolo Bonfanti - Bei tempi andati
bei tempi -  J-Ax 

Per gli adolescienti ogni cosa è senza limiti. Ma una cosa senza limiti si chiama deserto. O abisso. il caso della chat shoa party

“Secondo gli psicologi e i criminologi,(  che  non capiscono niente  secondo  me  perchè altrimenti   non si capirebbe  come   mai  quando  si parla   d'immigrazione  o  d'educazione   civica  ti  anno      al  98 %  dei casi  discorsi  tipo quelli di casa pound  o primato nazionale  ed   affini  )    dei casi  quando entrano in una chat gli adolescenti non percepiscono la differenza tra giusto e sbagliato. Per loro ogni cosa è senza limiti. Ma una cosa senza limiti si chiama deserto. O abisso. Buonasera.”

Concordo però  con l'ultima .    << Per loro ogni cosa è senza limiti. Ma una cosa senza limiti si chiama deserto. O abisso. Buonasera.” >>   . Ma  però   oltre  a condannare   bisogna  comprendere e  spiegare loro perchè  sono teorie    errate  ed  aberranti  e cosa     hanno significato   nella storia non giustificare perchè certe cose  non sono   ammissibili ne  giustificabili   oltre  a  condannare    altrimenti  si  sfoccia  nella repressione  e  finirà  che  essi  avranno paura   nell'esprimere    le  loro  opinioni e  cresceranno    indifferenti  e  apatici  . Scadendo   nel conformismo  acritico \ passivo  cioè  finiranno vittime  della propaganda ovvero 



Mio fratello ha rinunciato ad avere un opinionemio fratello ha rinunciato in cambio di un padroneche sceglie al suo posto e che non può sbagliareperché ormai nessuno lo riesce a giudicare"



Alessandra Capone combatte il cancro anche col cibo. E la sanità pubblica non è sua alleata

Salute, Alessandra combatte il cancro anche col cibo. E la sanità pubblica non è sua alleata
da  https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/10/19  trovate  l'articolo   sotto  
Lo so che la  componente  maschilista  o maschio alfa    dei. mie social     e  non che seguono     i miei  scritti   obietteranno     con espressioni del  tipo : <<  ma  solo storie di donne  sai  raccontare   , ecc  >> . Ma  tiro  avanti ed  non me  ne curo  più  di tanto   . Infatti  la  battaglia  che sta  conducendo   Alessandra Capone  (  foto a sinistra  ) balllerina di flamenco   è una battaglia  per  tutti\e  quelli    che  hanno direttamente  o indirettamente  ( un amico  , un familiare  , un parente  , un conoscente  )  tali problemi di salute  .  


Alessandra e la lotta al cancro: “Ho ancora molte cose da fare. Voglio continuare a ballare”
L’appello di Alessandra Capone, 47 anni, che da tempo combatte contro un tumore al seno con metastasi al fegato. Sul web ha lanciato una raccolta fondi per ricavare il denaro necessario a coprire le spese per un costoso trattamento a cui si sta sottoponendo a Francoforte: “Sono tornata a ballare e voglio continuare a farlo”.

CRONACA ROMAROMA 7 MAGGIO 2019  17:38

di Ida Artiaco

Alessandra Capone, 47 anni (GoFundMe).
in foto: Alessandra Capone, 47 anni (GoFundMe).


Alessandra Capone ha 47 anni e una grande passione: il ballo. Dopo aver appeso le sue scarpette al chiodo anni fa, è tornata in pista. Non l'ha fermata neanche un tumore al seno aggressivo, contro cui combatte da tempo. Per questo, supportata da alcune amiche, ha lanciato sulla piattaforma GoFundMe un progetto, che si chiama "Alè Ale, torna a ballare" (la vignetta di apertura è firmata dalla vignettista Anarkikka), per raccogliere i fondi necessari a sostenere le spese di un costosissimo trattamento a cui si sta sottoponendo presso la Klinikum der Johann Wolfgang Goethe-Universität di Francoforte e che rappresenta al momento la sua unica speranza di miglioramento.
Alessandra, che oggi vive a Roma, scopre nel 2010 di avere un tumore al seno e si sottopone ad una operazione chirurgica e ai protocolli tradizionali, dalle chemio alle radioterapie intraoperatorie. Il peggio sembrava passato, ma nel 2015 si manifesta una recidiva: si sottopone ad accertamenti che mostrano la presenza di metastasi al fegato e ai linfonodi. Così, decide di associare alle cure tradizionali anche quelle integrate, oltre a cambiare stile di vita e alimentazione. "Ho rivoluzionato la mia dieta, ho iniziato agopuntura, migliorato il mio stile di vita, meditato, intrapreso un percorso psicoterapeutico di conoscenza e consapevolezza. E poi ho ripreso le scarpette da danza da anni appese alla parete", ha scritto Alessandra su GoFundMe.
Ad aprile, un medico tedesco le ha detto che "è un miracolo se è ancora viva" e che se si sottoponesse ad un ulteriore ciclo di chemio questo potrebbe ucciderla. Per questo, il 29 aprile ha cominciato un trattamento di chemioperfusione e chemioembolizzazione al fegato a Francoforte, dove accettano di prendere in carico casi gravi come il suo, che "altrove sarebbero rifiutati. Ho il fegato con parecchie metastasi, alcune in posizioni davvero critiche, e sono proprio queste da trattare il prima possibile per evitare che, una volta entrate nelle vie biliari, mi rendano assai difficile sopravvivere", ha scritto ancora Alessandra. Ogni seduta costa quasi quattromila euro e lei deve farne almeno tre o quattro. Il prossimo appuntamento con la clinica tedesca è all'inizio di giugno. "A questa cifra – ha aggiunto – si devono aggiungere le spese di viaggio e alloggio per me e un accompagnatore, necessario per sostenermi dopo il trattamento e aiutarmi a causa dei pesanti effetti collaterali".
Eppure, se di "miracolo" si può parlare, Alessandra e le sue amiche sanno a cosa è dovuto. "La conosco da 6 anni – racconta a Fanpage.it Cecilia, amica inseparabile di Alessandra -. Non ha mai fatto mistero della sua malattia, con la quale tuttavia non si è mai voluta identificare. L'abbiamo convinta a lanciare la raccolta fondi non solo per raccogliere i soldi necessari alle cure, ma anche per creare una rete e lanciare un messaggio: bisogna essere tenaci e perseveranti, cercando di collettivizzare la patologia, sia nei momenti difficili che in quelli belli. La sua storia è speciale, perché speciale è la sua protagonista". Alessandra ha anche ripreso a ballare flamenco e non ha intenzione di fermarsi di nuovo: "Ho ancora un sacco di cose da fare in questa vita e queste cure sono importanti per migliorare la mia prognosi e la mia qualità di vita", ha scritto.


Insomma  una  battaglia  per  tutti noi    , ma  soprattutto  per la  nostra salute  e la  nostra prevenzione . Curare tali malattie senza    :  l'abuso di medicine ed  cure  dagli effetti  collaterali   " distruttivi " .,   cioè  usandole     con criterio  e  alternandole a  cure  alternative  scientificamente  provate  e verificate  . Usando  quindi  prevenzione e con i metodi alternativi ( da non confondere con le fake news che danno false illusioni alle persone e non si scrivono stupidaggini soprattutto sui tumori  qui  su https://www.tumoremaeveroche.it/ scoprite quali ).  Il resto    della  storia  in questo articolo   del

19/10/19

Modena, Erika Borellini, 25 anni,assiste da sei anni la madre invalida ma non può iscriversi alla Magistrale per voto di laurea: lanciata petizione su Change.org

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 Odio  le  petizioni.  online , anche  se  a  volte  poche in realtà    le ho sostenute  ed  questo  è uno dei casi  .Essa  è la  storia   di Erika  Borrelini   di 25  anni   25 anni, ha dovuto dividere lo studio con l'assistenza h24 alla mamma, colpita da aneurisma cerebrale, da quando ha 19 anni. Si è laureata con 84/110, ma per un solo punto non può iscriversi alla specialistica che ha sempre sognato: "A chi è nella mia situazione non vengono riconosciute nemmeno le agevolazioni degli studenti-lavoratori. Ma accudire una persona invalida è un impiego a tempo pieno"
perchè  dimostra  come  la  scuola   sia  priva  , ovviamente   dipende  da  caso a  caso  ,  d'umanità  e di buon senso  . insomma   legata  ancora    ,   salvo eccezioni appunto  a quello che  contestava  don Lorenzo Milani ( 1923-1967 )  in lettera  ad  una professoressa, vedere  il   video   riportato  sotto sotto magistralmente interpretata  nell'opera teatrale cara-professoressa  da  Beppe  Casales 
  



E questa storia      \  caso  n'è  l'emblema  




Erika Borellini, 25 anni, ha dovuto dividere lo studio con l'assistenza h24 alla mamma, colpita da aneurisma cerebrale, da quando ha 19 anni. Si è laureata con 84/110, ma per un solo punto non può iscriversi alla specialistica che ha sempre sognato: "A chi è nella mia situazione non vengono riconosciute nemmeno le agevolazioni degli studenti-lavoratori. Ma accudire una persona invalida è un impiego a tempo pieno"


                                   da  il fatto quotidiano  del 18.10.2019 
                                                       di Martina Milone

“Io voglio studiare e mi dispiace se il mio voto non è adeguato per proseguire con la magistrale. Ma rifarei tutto da capo perché un punto non vale la salute di una persona”. Erika Borellini viene da vicino Carpi, nel Modenese, ha 25 anni e da sei è la caregiver di sua madre, colpita da un aneurisma cerebrale il 20 maggio del 2013. Lo scorso febbraio si è laureata all’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia nella triennale di Ingegneria elettronica, ma la sua votazione, secondo i regolamenti della facoltà, non è sufficiente per l’accesso alla magistrale. Un solo punto la separa dalla possibilità di proseguire gli studi in quella che è la sua passione, con l’obiettivo un giorno di realizzare attrezzature biomediche. “Ho preso 84 su 110 – spiega a Ilfattoquotidiano.it – Ma per la specialistica servono almeno 85 punti. E non esiste nessun esame integrativo, se ci fosse studierei volentieri. Ma è un numero di sbarramento e non ci sono altre possibilità di accesso”.
Un’ingiustizia secondo Erika che, per sbloccare la situazione, dopo aver provato senza risultati a presentare il suo caso al rettore Angelo Oreste Andrisano, ha deciso di lanciare una petizione su Change.org. In poco più di una settimana, l’appello di Erika ha raggiunto oltre 80mila firme, arrivando anche in Parlamento con un’interrogazione presentata dalla senatrice del Movimento 5 stelle, Maria Laura Mantovani.
Petizione studentessa
Volume 100%


“In Italia la figura del caregiver familiare (circa 9 milioni di persone, ndr) – dice ancora Erika – non ha le giuste tutele legislative e non è riconosciuta a tutti gli effetti come un lavoro. Ci sono dei procedimenti in corso, ma comunque in nessuno viene posto il problema dei figli che studiano e devono accudire i loro genitori”. È il caso anche dell’ultimo ddl relativo al tema presentato in Senato, il 1461. Negli 11 articoli proposti si parla di riconoscere la figura del caregiver, definito come “la persona che gratuitamente assiste e si prende cura in modo continuativo del coniuge, dell’altra parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso o del convivente di fatto, di un familiare o di un affine entro il secondo grado”, di garantirgli una tutela previdenziale, “fino a un massimo di tre anni di contributi figurativi”, e di fornirgli un supporto in ambito sociale, come quello psicologico o formativo. Ma, appunto, non c’è traccia del caso dei giovani che, sottolinea la 25enne, “spesso hanno anche 16 o 17 anni e assistono genitori o parenti malati di Sla o di bipolarismo“.
Se fosse stata riconosciuta come studentessa-lavoratrice, Erika non sarebbe stata considerata fuori corso e avrebbe avuto diritto ai 2 punti aggiuntivi per la laurea, riuscendo ad accedere alla magistrale. Ma il problema sarebbe rimasto. “Secondo il regolamento dell’Ateneo, con il part-time avrei potuto solo spalmare un anno di studio in due, quindi fare l’università in sei anni invece di tre. Ma avrei potuto dare il 50 per cento degli esami all’anno, con una tabella di marcia da definire nel piano di studi a inizio anno o da integrare con una richiesta al Consiglio – racconta ancora – Ma il lavoro di caregiver non è prevedibile, un giorno mia mamma sta bene il giorno dopo non lo so. Come studentessa-lavoratrice avrei solo rallentato il mio percorso ma con delle tempistiche non flessibili che invece servirebbero agli studenti come me”.
In questi mesi, dalla laurea ad oggi, quando ormai le iscrizioni per il corso di studi magistrale stanno per scadere, Erika ha provato di tutto. “Già prima di laurearmi sapevo che il mio punteggio non sarebbe stato sufficiente, quindi ho scritto al direttore di corso raccontando la mia situazione e allegando i documenti del tribunale e quelli dei medici che attestavano quanto fosse stata importante la mia presenza a fianco di mia mamma. Ho aspettato per mesi una risposta dal Rettore che è arrivata in via ufficiosa solo ad agosto – continua – Mi hanno convocata dicendo, in pratica, che fare un’eccezione avrebbe leso uno dei pilastri dell’università che è l’uguaglianza fra studenti. Poi mi hanno risposto anche in via ufficiale, sempre negativamente, anche a settembre”.
Intanto, però, la 25enne ha scoperto che, se per il corso di studi magistrale il suo voto di laurea è considerato “troppo basso”, al contrario per dare singoli esami non è così. “Per loro io posso tranquillamente dare esami pagandoli singolarmente, anche 200 euro l’uno. E, per ipotesi, laurearmi in moltissimo tempo, visto che con questo sistema ne potrei dare solo tre per anno accademico”, spiega sottolineando il controsenso. “In pratica non vado bene per seguire un intero corso, ma sono sufficientemente preparata per i singoli esami di quel corso. Assurdo, vista anche la mancanza di ingegneri con laurea magistrale in Italia “.
Per non “stare con le mani in mano”, comunque, Erika ha provato a iscriversi alla magistrale di Ingegneria meccatronica, a Reggio Emilia, per la quale basta una votazione di 80 su 110, ma le difficoltà sono molte. “Vengo da un percorso di studi totalmente diverso, quindi per accedere dovrei acquisire altri 40 crediti formativi universitari integrativi in materie meccaniche – dice ancora – In pratica l’equivalente di cinque esami. Avendo ricevuto la risposta solo ad agosto è praticamente impossibile che io riesca a prepararli entro dicembre, quando scadono le iscrizioni. Devo capirli e per me le cose vanno fatte bene o non si fanno per niente”.
L’impegno di Erika con la mamma Lorenza in questi sei anni è stato costante. “Dopo l’aneurisma è stata un anno in neuroriabilitazione a Correggio. Poi è iniziato il lungo travaglio a casa. Era piena di infezioni, con la tracheotomia e il sondino per mangiare”. In sei anni Lorenza ha subito sei interventi. In tutti Erika era al suo fianco. “Lei comunica solo con gli occhi e io le facevo da ‘traduttrice’ per i dottori – spiega – Ero quasi h24 con lei. Studiavo seduta vicino al letto dell’ospedale e da lì andavo direttamente a dare gli esami”. Anche la gestione in casa non è stata semplice. “Abbiamo una signora che ci aiuta, ma trovarne una che andasse bene anche a mia madre è stato difficile”. Una dedizione che però ha dato i suoi frutti in questi anni. “È migliorata molto. È considerata totalmente cosciente, tanto da aver riottenuto il diritto di voto lo scorso anno. E ora mangia per bocca”.
Dal 2013 la routine quotidiana di Erika ha dei ritmi scanditi, diversi da quelli di una normale studentessa. “Mi sveglio alle 6,30 e faccio l’igiene quotidiana a mia madre. Poi vado a lezione e torno per darle da mangiare a pranzo – racconta – Poi riparto per le lezioni al pomeriggio. La sera le faccio un po’ di fisioterapia, per evitare le piaghe. Alle 22,30 dopo averla messa al letto, sono distrutta anche io, quindi vado a dormire e difficilmente riesco a mettermi a studiare”. E poi, ancora, il sabato è dedicato alla preparazione degli “omogeneizzati” da dare alla madre per tutta la settimana, “e di domenica usciamo anche insieme a mio padre. La portiamo al centro commerciale o, quando è caldo, al lago o al mare”.
È per tutte queste ragioni che Erika, spinta anche dagli amici, ha deciso di lanciare la petizione. La studentessa si è rivolta al ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, e alla ministra delle Pari opportunità e della Famiglia, Elena Bonetti, chiedendo che gli studenti caregiver possano godere dello stesso trattamento degli studenti lavoratori. Magari con una flessibilità maggiore. Per il suo caso specifico, invece, ha provato nuovamente a rivolgersi al Magnifico Rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia per chiedergli di “rivedere il regolamento universitario prevedendo la figura del caregiver al suo interno” e di darle “una proroga così da potermi iscrivere al corso di Laurea Magistrale”. “Il rettore ha già risposto dicendo che gli dispiaceva ‘per la studentessa’ – conclude Erika – ma che ‘non vuole dare privilegi’. Beh, vorrei proprio vederli questi miei privilegi”.


Un rettore  ottuso , insomma  un passacarte    che  non distingue  la regola   dall'eccezione  

anche se il confine tra seghe mentali e interrogarsi è labile non smettere mai di farsi domande ed avere dubbi

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come al solito mi chiedo ma perché ho sempre dubbi mi faccio sempre delle domande?Ma poi " marzullandomi 🤪😂 " mi rispondo Perché è meglio porsi domande che avere certezze: quelle sono per gli stolti. Ne sono assolutamente sicuro! 😜. Basta che , purtroppo per me è cosa abbastanza consueta,come ho risposto proprio su questa  discussione  di twitterdi Moreno Burattini ( @Morenozagor ) basta che non sconfinino troppo nelle seghe mentali. Percorso  confermato dal bellissimo pezzo musicale  che trovate  alla  fgine  del post   . E  poi   a  volte  è meglio porsi domande che avere certezze: quelle sono per gli stolti. Ne sono assolutamente sicuro ! proprio    come    questa  citazione presa  dall discussione   twitter  citata   nelle  righe  precedenti




Luca Squillante
@luca_squillante·
23h«"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro?"
"Senza alcun dubbio!"»
Luciano De Crescenzo.


concludo  questo post  affermando      e  confermando   il titolo  con  questo pezzo  musicale




18/10/19

che differenza c'è tra la Germania nazista e l'Europa dei nostri giorni ?

 vedendo questo  spettacolo   di Beppe Casales


Nazieuropa è uno spettacolo che viaggia su due binari: la parola e le immagini.Esso  è quindi insieme una lettera a una figlia, e un viaggio che parte dalla Germania degli anni '30 e arriva fino all'Europa dei confini, del nuovo nazionalismo e del razzismo diffuso. 
Nazieuropa è il desiderio di sottrarsi all'indifferenza, di guardare con gli occhi ben aperti e di chiamare le cose con il loro nome.

16/10/19

vietato entrare a scuola con i telefonini il caso drastica direttiva emanata da Tiziano Badà, preside dell’istituto comprensivo del quartiere di Chiavazza di Biella. ? nuovo proibizionismo ?

Di cosa  stiamo  parlando 



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Vietato anche solo entrare a scuola con smartphone e tablet. E' la drastica direttiva emanata da Tiziano Badà, preside dell’istituto comprensivo del quartiere di Chiavazza di Biella. Il dirigente scolastico ha vietato l'uso di dispositivi elettronici in classe, ma non solo. Se gli studenti, al momento dell'ingresso nell'istituto, fossero sorpresi ad utilizzarli, verranno sequestrati e riconsegnati al termine delle lezioni.

E' vero caro preside che : << sul piano educativo >> come giustamente dice lei << è importante trasmettere ai ragazzi il messaggio che si può stare insieme gli altri senza smartphone >> , visto l'alto numero adolescenti costantemente "attaccati "ad esso con relativi rischi per l'abuso

    . Ma   qui     si tratta  di proibizionismo  perchè un conto  è   la semplice accensione di ogni dispositivo di telefonia elettronico durante tutto l’arco delle lezioni e  che  gli  studenti tuttavia potevano comunque tenerlo e conservarlo negli zaini o in una busta   e  poi riprenderlo  una volta finite le lezioni , un  altro   è il  vietare   d' entrare a scuola con smartphone e tablet. Se invece d'usare   tali mezzi  proibizionisti   s'insegnasse     d'accordo  con i genitori  ad un uso  consapevole ovvero quando  spegnerlo    ed  accenderli  , ecc  

Biella, il preside dà l'altolà: vietato venire a scuola con smartphone e tablet

voi  cosa  avreste fatto



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15/10/19

quando la si finirà di mettere nei necrologi di un omicidio suicidio prima il nome del suicida assasino e poi quello del vittime ? il caso della famiglia Santolupo -Curcelli di Foggia

Lo so  che   dovrei smetterla  o  al massimo limitarne l'uso  di pensieri e cose  non mie  per  esprimere    tali concetti  e commentare  tali fatti  .  Ma  a  volta   capita  che  davanti a teli fatti   cosi tristi e  terribili    non riesca   a tirare  fuori  da te   quello   che provi  . E poi   capita  che ci siano  associazioni  persone  (  quelli che io chiamo  compagni di viaggio \  di strada )    che  riescono a  esprimerlo meglio di te  .


Basta! Atroce rappresentazione della realtà.

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Questo è il manifesto funebre apparso sui muri di Foggia. Sono Teresa, Miriana e Valentina. Una mamma e le sue figlie uccise da Ciro, il marito di Teresa e padre di Miriana e Valentina. Ciro, dopo la mattanza, si è suicidato. Secondo questo manifesto Foggia piange la famiglia, piange per "la scomparsa dei cari". Ciro citato per primo. Ciro “carissimo” che ha caramente ammazzato le care figlie e la cara moglie. Sosteniamo che è anche questo un modo di coltivare una cultura #misogina e #violenta#Labodifsegnala (grazie a NarrAzioni Differenti)

Troppi gli orfani di femminicidio Un network per non lasciarli soli In Italia viene uccisa una donna ogni 72 ore. I loro figli sono le vittime indirette di questa violenza. Per aiutarli è nata l’associazione Edela


sara pure stato un evento radical chic o borghese ma è stato importante perchè , è la prima volta che io leggo e sento d' una associazione che oltre a denunciare tali brutalità faccia o almeno ci prova revenzione su un argomento cosi delicato come quello degli orfani di femminicidio . E' nata l’associazione Edela, che opera in tutta Italia per offrire supporto gratuito agli orfani di femminicidio. Che sono tanti, duemila ragazzi e ragazze rimasti senza madre. E spesso senza padre.
Troppi gli orfani di femminicidio Un network per non lasciarli soliPer aiutare e sostenere gli orfani di femminicidio, si è enuta l'11 ottobre a Palazzo Parigi di Milano una cena di gala #inpiedipertutte, con madrina Barbara De Rossi: un evento promosso da Feminin Pluriel Italia, associazione presieduta da Diana Palomba che ha l’obiettivo di creare un network internazionale tutto «al femminile», promuovendo al contempo attività finalizzate all’educazione, formazione e protezione di donne e bambini. «Tutto questo - ha spiegato Palomba – mettendo sempre al centro la prevenzione, forse l’aspetto più importante della questione, una prevenzione che deve necessariamente partire dalla scuola, perfino dall’asilo, affinché possa cambiare un linguaggio sessista che spesso è la prima causa degli atteggiamenti che sconfinano nella violenza». Il ricavato della cena sarà suddiviso tra una serie di realtà impegnate in questo campo: l’associazione Edela, l’associazione Salvamamme (che aiuta le madri vittime di violenza), il progetto Centri Milano Donna del Comune di Milano e la Ginecologia e Ostetricia del Pronto soccorso del Policlinico di Milano.

13/10/19

La politica degli incapaci, l’uso spregiudicato della minaccia. DI Galluranews

«Quanto straripante è l’ignoranza individuale per carenza patologica di istruzione, nutrito il menefreghismo sociale, latitante il civismo, il disprezzo per il bene comune, la disonestà sistematica e patologico il familismo amorale, tanto maggiore è la putrescenza della comunità di cui si è parte. Virulente malattie sociali che degenerando oltre i limiti dell’eccezione divengono regolare cancrena, finendo parallelamente nelle istituzioni contagiandole attraverso i loro rappresentanti reclutati nello stesso terreno culturalmente infetto (Omar Massaro, Il Fatto Quotidiano)»






La politica degli ultimi decenni ci ha abituato all’uso spregiudicato delle armi minatorie, quelle che usano sostituirsi alla reale incapacità di efficacia amministrativa o di semplice visione delle oggettività. Il politico attuale ha solo spregiudicatezza, fame di arrivare a ricoprire un proprio ruolo che ritiene non solo un prestigio personale ma una vera arma da brandire contro chi semplicemente pone domande.
Dal momento che giungono ad avercela quella seduta comoda, credono di essere onniscienti e potenti al punto di potersi permettere qualsiasi azione per difendersi quel ruolo. Osano al limite delle licenze consentite dal loro ruolo. E quando anche quel limite lo varcano, credono di godere di qualsiasi tutela, anche se ben oltre il confine stabilito dalle leggi vigenti. Possono, forse perché qualcuno glielo ha fatto intendere o perché sono finalmente riusciti a colmare una vita senza colore e con tanta, troppa, disinvolta arroganza.
La politica degli incapaci, di coloro che frettolosamente hanno bruciato le tappe del potere senza avere una minima idea di cosa sia e di come anche il potere meno essenziale, debba essere gestito. Perché ci sono poteri e poteri, sistemi e modi per arrivarci e altrettanti per restarci con cognizione e veridicità. Quando la sete cresce, e con essa l’ambizione patologica, inevitabili arrivano gli errori, le scivolate, o gli interventi a gamba tesa. Perché, a loro dire, il potere, purché si espliciti in una qualche misura, va protetto, difeso, mica gestito o messo a disposizione della collettività. E nel momento stesso che questo avviene, chi non dispone di necessaria preparazione di base, pensa di potersi permettere di tutto. Dalle minacce alle querele, come se piovesse. Che nessuno osi infrangere il mio sogno. “Sono arrivato e nessuno mi deve ostacolare”.La politica crea mostri incapaci e improvvisati.
A parte che alla maggior parte della gente poco importa di chi raggiunge una posizione privilegiata. Penso e spero che si pensi di più ai risultati che un politico riesce a raggiungere per il bene comune. A me che uno diventi sindaco, assessore, ministro, interessa relativamente. Mi piacerebbe che chiunque ricopra un ruolo istituzionale, lavori per la gente che lo ha eletto e lo faccia pensando al bene collettivo e non alle becere questioni personali, o peggio, al denaro e alla posizione economica certamente favorevole. C’è differenza tra chi si barcamena tra pensioni risicate o stipendi mortificanti e chi percepisce emolumenti elevati per mettersi a disposizione della popolazione.
La differenza è solo economica ma si pretendono almeno regole e doveri.
La prima regola è che quel bonus economico gli dia il tempo per fare ciò per cui è stato chiamato a gestire la cosa pubblica.
La seconda è che lo faccia nel rispetto delle leggi vigenti, con coraggio e assoluta dedizione. Pur se personalmente mi interessa di più che il lavoro la politica lo svolga nell’interesse dei cittadini, detesto chi le leggi le infrange compromettendo quel bene comune per cui è chiamato a lavorare. Garantisti quanto si vuole, ma leggere e sapere che esistono politici (sanitari) che hanno agito per sistemare amici e parenti, mi da nausea. E quando quel politico viene acchiappato dalle maglie della giustizia, non è che mi faccio prendere dalla disperazione. Non godo, ma nemmeno mi tormento.
Questa politica ha creato dei mostri del tutto incapaci, improvvisati e ligi esclusivamente a proseguire un percorso personale, una carriera nel partito, con spolverate di decisioni, azioni verso l’interesse comune. Prevalentemente tracotanti, baldanzosi, spregiudicati, arroganti ma del tutto inservibili in quelle posizioni raggiunte.
A questa politica manca il rispetto per la gente .
Si nascondono, agiscono spesso all’ombra della stessa gente che li ha chiamati a rappresentarla. Non tutti, per fortuna, ma una buona e succulenta porzione di soggetti che hanno scelto il carrierismo a tutti i costi. Individui che intrecciano rapporti con il sistema che dovrebbero combattere. Si lasciano avvolgere dall’incarico ricevuto e si scordano del perché lo abbiano voluto e raggiunto.
Non sono chiacchiere da bar queste, è il sentire comune della gente quando riflette sulle azioni tese alla salvaguardia del ruolo ricoperto e non del solo scopo che dovrebbero esplicitare con il loro operato. Allora si lasciano andare ad esternazioni populiste, volte a colpire avversari dubbiosi così come semplici concittadini che chiedono ragione della loro azione. Senza alcun rispetto, vanno avanti spavaldi al punto di minacciare veementi azioni legali contro chi osa mettersi in mezzo. “Lei non sa chi sono io!”. Tipica espressione di chi non ha rispetto, ma lo pretende. Un classico a cui non dovremmo mai abituarci e che pesa come una minaccia.
Chi, da comune cittadino, commette uno sbaglio, diventa in automatico un fuorilegge, chi la legge la considera uno strumento da usare per i propri fini, è solo un politico che viaggia ai limiti della legge stessa. Non è uno slogan, è la frase che rispecchia questa politica inservibile creata da incapaci improvvisati.