21/02/17

Qualcuno ci renda l’anima. I limiti della sottocultura omosessuale Dialogo di Daniela Tuscano con Mattia Morretta autore di “Che colpa abbiamo noi” (2013)

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“Che colpa abbiamo noi – Limiti della sottocultura omosessuale” (Gruppo Editoriale Viator, Milano, 2013, pp.345) è il saggio con cui Mattia Morretta, psichiatra-psicoterapeuta e sessuologo, ha voluto stimolare il dibattito all’interno della comunità omosessuale, e non solo, perché oggi «la libertà concessa ai gay è fatta di un miscuglio di banalizzazione e riduzionismo: li si lascia essere quel che si è sempre pensato che fossero, a patto di farne una specie di video-gioco per il tempo libero, senza rilevanza per l’interesse generale». 

Daniela Tuscano, insegnante e scrittrice, ha voluto approfondire con l’autore alcuni dei temi, estremamente attuali, che attraversano le pagine del suo saggio. Ma lasciamo a loro la parola.
- Sin dalle prime pagine si capisce di avere a che fare con un testo di portata generale, che si rivolge in maniera più diretta agli omosessuali ma parla a tutti indistintamente, con l’ambizione di esporre un vero e proprio sistema di pensiero.
Ricordo di esser stato impressionato a vent’anni dalla lettura de Il pozzo della solitudine, un romanzo epocale del 1928 (pubblicato in Italia nel 1946) nel quale Marguerite Radclyffe Hall non si limitava a porre apertamente la società di fronte alla situazione dolorosa degli omosessuali, filtrata attraverso la vicenda della protagonista aristocratica e saffica, ma arrivava a indicare una strada di progresso tracciata da figure guida di omosessuali mentalmente e moralmente “sani”. 
Per l’autrice infatti gli studiosi non possono sapere tutta la verità, dato che conoscono soltanto i nevrastenici o i più provati dalla vita e non gli “invertiti normali”: “I dottori non possono sperare di rendere chiare agli altri le sofferenze di milioni di noi, solamente uno di noi lo potrebbe fare. 
Ci vorrà molto coraggio, ma si farà, poiché tutte le cose debbono tendere all’estremo bene, e nulla si perde e nulla si distrugge”. Orbene, omosessuali normali, tra i quali mi annovero, sono una costante nei secoli, prove viventi della naturalezza della propensione e del peso determinante della personalità in ogni condizione di svantaggio. Per inciso, in quanto psichiatra sono propenso a tutelare la salute, soprattutto mentale, perché “genio e sregolatezza” valgono in positivo solo per gli artisti.
- Denunci con forza, nel tuo testo, la mancanza di “voci autorevoli” al riguardo…
Nella mia tesi di laurea in medicina nei primi anni Ottanta parlavo già con chiarezza della necessità di approntare una operazione di rilevanza intellettuale e umana, l’ascesa ad un linguaggio capace di fondare soggetti omosessuali parlanti-da-sé in maniera qualificata, per scardinare l’assunto della incompatibilità tra ruolo di Autorità (con i suoi rapporti col Padre Simbolico) e l’omosessualità mancante per definizione dello statuto di Soggettività. Un prender la parola con autorevolezza e cognizione di causa puntando a farsi ascoltare, dimostrando competenza anche scientifica, tutt’altra cosa dalla testimonianza individuale o dei periti di parte con bandierina arcobaleno.
Ciò implica andare oltre la posizione di una minoranza che punta a raggiungere obiettivi categoriali per mirare a rivolgersi alla maggioranza coinvolgendola culturalmente, poiché è interesse di tutti saperne di più, comprendere meglio le problematiche rubricate alla voce “omosessualità” (comportamenti, orientamenti, identificazioni, identità).
- Eppure attualmente non mancano luoghi aggregativi e spazi di dibattito, dove sembra possa sorgere un fattivo confronto tra voci diverse. O dovremmo dire dissonanti?
Nell’Italia dei circoli socio-commerciali e dei partiti a favore manca una strategia politica nel senso migliore del termine, che agisca su più fronti e a vari livelli sul lungo periodo, mettendo in rete le risorse per produrre elaborazioni concettuali all’altezza della complessità attuale.
Il mio libro tenta di produrre e promuovere un sapere che interessi anche gli altri mostrando i punti di intersezione perché la sessualità è un continuum antropologico. In effetti, descrivendo in modo puntuale una condizione particolare si finisce per illuminare la fenomenologia umana, quindi aspetti generali ed universali nei quali tutti possono riconoscersi.
- Ti scagli anche contro l’enfasi data dalla società odierna sui “gusti” sessuali, a scapito della totalità della persona. In effetti scrivi che preferiresti il termine persona gay che non gay tout-court.
Se, come ha scritto John Boswell, gay indica un riconoscimento e omosessuale un destino, ho scelto sin da ragazzo e scelgo tuttora il secondo vocabolo, perché la libertà si coniuga solo col destino. La definizione che prediligo è “persona omosessuale”, laddove omosessuale è aggettivo qualificativo, qualifica e non specializzazione.
Se insisto sull’identità è per arrivare infine a prescinderne a ragion veduta, come cercare il senso della vita serve a poterne fare a meno.
Oggi trionfa l’incomunicabilità e la separazione per “gusti” è imposta agli uni e agli altri, ciascuno è confinato nel proprio mondo o ambiente, il che rende impossibile scambiare conoscenze e fare esperienza di normalità.
Per questo ho posto l’accento su una reciproca educazione civica, che va costruita nel corso di molteplici generazioni dedicando un pensiero al futuro. Per altro, la formula “simili con simili” vale prescindendo dall’inclinazione sessuale perché le principali affinità e attrazioni concernono le tipologie caratteriali e di personalità.
I gusti e le pratiche sessuali dividono, mentre le vicissitudini esistenziali ed affettive uniscono creando convergenze (per esempio, immedesimandosi nelle storie amorose e nel dolore esistenziale).
Ho voluto così fornire un’occasione di approfondimento per colleghi medici e psicologi (eterosessuali), i quali sono a digiuno da decenni riguardo alle difficoltà reali degli omosessuali e non hanno più incentivi ad occuparsi della specificità per apparente scomparsa del “problema”. L’omosessualità di fatto è conosciuta per sentito dire, persino dagli specialisti della psiche.
I riscontri più positivi li ho avuti a dire il vero dagli “altri”, da coloro che interagiscono o sono accanto a omobisessuali e vorrebbero capire di più. Fin dal secolo scorso auspico la costituzione di organismi formali di esperti omosessuali che possano fungere da interlocutori per Istituzioni ed Enti professionali.
Di recente si sono aperti spazi per contributi di terapeuti e intellettuali omosessuali, posti liberi che non si sa da chi far occupare perché sono in pochissimi a possedere un effettivo patrimonio conoscitivo sull’omosessualità.
- Nel libro non vengono risparmiate contestazioni a nessuno, etero e omosessuali, progressisti e conservatori, laici e cattolici, le posizioni fortemente critiche nei confronti dei “gay” non rischiano di prestarsi a manipolazioni o avvalorare pregiudizi negativi?
Nel preparare la presentazione del libro l’anno scorso avevo immaginato un cartello con la dicitura “Avvertenze per il lettore: Materiale per adulti, vietato ai minori”, aggiungendo una frase pronunciata da Oscar Wilde durante il primo processo: “Non mi interessa il parere delle persone comuni e non mi sento responsabile della loro ignoranza”. Sarcasmo a parte, quando si scrive per comunicare il proprio pensiero, non volendo compiacere nessuno, si finisce per dispiacere un po’ a tutti ed essere facilmente fraintesi.
Il mio è un saggio paradossale (contro l’opinione corrente), scritto da un uomo che ha inventato la sua strada e non ha per scopo la divulgazione o la comprensione a buon mercato, concepito lontano dall’attualità e dalla cronaca, se mai proiettato nel passato e nell’avvenire. Un voce levata nel deserto che chiama alla consapevolezza e, lungi dal dare la linea, invita a formare un pensiero autonomo sulla sessualità, decostruendo per poter (ri)costruire con cura.
Curioso che la moralizzazione sia invocata per tutto tranne che per il retro-mondo gay, quasi fosse il migliore possibile. I protagonisti del movimento gay operano un plateale boicottaggio di altre posizioni o visioni, infatti sul mio libro ha aleggiato un silenzio aggressivo, ben peggiore della critica, di solito assente a favore della polemica. C’è chi non intende, chi rifiuta per partito preso, chi si annoia per lo sforzo richiesto di seguire il ragionamento.
Leggendo con attenzione si capisce che non ho alcun pregiudizio, se mai miro a formulare un giudizio obiettivo sugli atti (non ciò che si è, bensì ciò che si fa). Il contenuto è indubbiamente uno schiaffo morale assestato con una lingua a tratti infuocata per attivare difese profonde, poiché per i diretti interessati si tratta di dare il meglio per proteggere l’identità e soprattutto la qualità della vita in quanto esseri umani e persone. Per un male secolare occorre una terapia radicale e non una blanda pozione ideologica con diritti civili inclusi.
Da qui il ricorso alla censura di certe condotte e al sentimento di colpa come mezzi per promuovere assunzione di responsabilità, perché criticare con passione è una forma di generosità.- Probabilmente sentir ancora parlare di colpa infastidisce, forse occorrerebbe ricorrere all’espressione “mancanza” o “peccato”, da molti però ormai confinate in ambiti strettamente religiosi. Credo però che, alla base di queste preventive auto-assoluzioni, che non risparmiano nessuno (né gay, né etero, né bisex ecc.), vi sia un totale cambiamento – o stravolgimento – antropologico, proprio delle società liquide di baumanniana memoria: in realtà, ciò che non si vuol fare è crescere e, quindi, assumersi precise responsabilità. In ogni scelta di vita.
Scegliendo il titolo "Che colpa abbiamo noi" avevo in mente una vignetta di Mafalda, il noto personaggio di Quino: “Che strano quando uno vede la gente al mare, sembra che nessuno abbia colpa di niente”. Tutti si auto-assolvono fingendo di non dover rispondere di nulla contando sulla connivenza o complicità altrui. Certo, non ignoro che la stragrande maggioranza di omosessuali agisce come i bambini che non hanno conosciuto l’affetto nell’ambito parentale e sociale, infatti chi è stato perennemente rimproverato e sotto giudizio resta insicuro e incapace di agire in maniera volontaria per il bene, facendo quello che è sbagliato pur desiderando comportarsi con correttezza.
La mia è un provocazione etica, un faticoso e fastidioso esame di coscienza nel quale si pongono domande stringenti e inevitabili (gli interrogativi giusti sono più importanti delle risposte). Del resto, fare la morale è far intendere significati e messaggi, la morale della favola è il succo del racconto, ciò che conta capire. Dice Milan Kundera in Amori ridicoli: “Se l’uomo fosse responsabile solo di ciò di cui è cosciente… L’uomo risponde della propria ignoranza”. Nel nostro caso, poi, le colpe dei padri ricadono sui figli: i nodi che non hanno affrontato gli antenati diventano eredità conflittuale e gravosa sui discendenti, in termini individuali e collettivi (come il debito pubblico). Offrendomi quale “padre” che giudica ho tentato di dare un’opportunità di maturazione ai più ricettivi, perché oggi più che mai è necessario diventare pienamente adulti e non contare su tutori esterni, genitori compresi.
- Nel tuo saggio colpisce che l’approccio serio e scientifico si accompagni a sorprendenti concessioni alla cultura popolare, tra le citazioni colte fanno capolino quelle tratte dalla musica leggera quasi senza discontinuità.
Per me il Privato è sempre stato Politico, posso affermare di aver praticato soprattutto la politica esistenziale, nelle e delle relazioni interpersonali, il civismo psicosessuale e amoroso.
Fin dai gruppi di autocoscienza degli anni Settanta, caratterizzati da una forte politicizzazione, ho avuto interesse per la quotidianità dei sentimenti e la dimensione ordinaria del vivere, nella quale la musica popolare svolge un ruolo importante, anzi è una sorta di cartina di tornasole dello spirito dei tempi.
Pur identificandomi come “intellettuale” percepivo le contraddizioni tra principi teorici o visione dall’alto e comportamenti concreti, in qualche modo tra il dover essere e l’essere. Infatti, avevo scelto la denominazione dissacratoria di “Collettivo Patty Pravo” per ciò che restava nel 1980 del serioso “Collettivo di liberazione sessuale”, dopo aver letto una frase di Nicoletta Strambelli che avevo fatta mia: organizzare una spedizione per esplorare il banale.
Del resto, la canzonetta è una forma di poesia in versione minore, alla portata di tutti, con corredo di autori, strofe, rime, parole accompagnate da melodie, un canone fin dall’antichità, e in italiano a differenza dell’inglese il testo conta molto.
- Un artista pop ha dichiarato: “Sono consapevole che la canzone è considerata la periferia dell’arte, eppure le canzoni hanno fatto l’amore, la rivoluzione…”. Più semplicemente, hanno svelato il sentire comune (e segreto) più di tante dotte trattazioni.
Al di là dello studio e della lettura, sovente ho trovato riscontro più immediato e veritiero nelle emozioni trasmesse da motivi “cantabili”, i cui testi sembravano poter corrispondere a mie personali esperienze e vissuti. Per questo Renato Zero, icona omosessuale che ha attraversato decenni determinanti per la trasformazione della provinciale società italiana, è stato un riferimento anche per me, a dispetto dei militanti che frequentavo e lo snobbavano o sprezzavano.
Più in generale potevo specchiarmi nel linguaggio e nelle maschere di alcuni personaggi, i quali fungevano da compagni di viaggio e talora indicavano una strada comune (voglio ricordare Giuni Russo e Ivan Cattaneo).
Esiste sempre una colonna sonora mentre viviamo e i giovani anelano a sogni, miti, eroi sul grande schermo del mondo. Nel capitolo dedicato alla gioventù omosessuale, in origine le frasi tratte da Figli della guerra erano seguite dalla seguente didascalia sul cantautore romano: “angelo custode per migliaia di giovani omosessuali nell’ultimo quarto del secolo scorso, una figura di artista popolare che non è stata sostituita e non ha avuto epigoni”.
- Gli attivisti gay saranno sicuramente balzati sulla sedia nel leggere il nome di Zero, e non di altri, in un saggio rigoroso e “militante” (nel senso migliore del termine) come il tuo.
Qui non è in gioco l’essere fan di un cantante, che può piacere, dispiacere, non piacere più, e meno ancora la valorizzazione dell’individuo in sé, le cui pecche e mancanze sono sotto gli occhi di tutti, bensì il significato di una ritualizzazione pubblica e l’incidenza sull’immaginario.
In questo senso negli anni scorsi Zero e Busi, in ambiti diversi, sono state le uniche figure dotate di spessore sociale che abbiano imposto a livello di massa un riconoscimento del valore intrinseco alla connotazione omosessuale, implicita o esplicita. I contenuti inconsci possiedono difatti una autonomia che consente la loro personificazione e incarnazione, in positivo e in negativo (dèi e demoni).
Quindi ho apprezzato la tua ultima pubblicazione dedicata a Zero ["Chiedi di lui" di Daniela Tuscano e Cristian Porcino, ed. Lulu, n.d.A.], nella quale viene delineata la parabola di una carriera artistica sullo sfondo del momento storico e le quinte dei fenomeni di psicologia collettiva, perché sul palco va in scena la drammatizzazione delle emozioni esistenziali. Non per nulla André Gide ne I sotterranei del Vaticano afferma che “l’arte del romanziere merita fede, mentre talvolta gli avvenimenti reali comportano diffidenza”.
- Le parole più dure le usi a proposito dell’Ambiente Gay, soprattutto i locali commerciali. Eppure secondo gli esponenti del Movimento sono gli unici contesti aggregativi connotati con chiarezza e quindi in grado di favorire identificazione, tanto da vedervi un mezzo di penetrazione sociale nel territorio, di cui si avverte la mancanza, per esempio, nel Sud, c’è chi si spinge a considerarli addirittura utili per la diffusione di informazioni sull’Hiv.
Ogni volta che sento parlare di comunità, stile di vita o scena gay in Italia, con tanto di colori, effetti speciali, sorrisi per i fotografi, penso ad una poesia di Umberto Saba: Quante rose a nascondere un abisso. Chi ha frequentato o frequenta gli esercizi commerciali per la categoria, concentrati in alcune grandi città e di due o tre tipologie al massimo (tutte variazioni sul tema dell’incontro sessuale), sa per esperienza diretta quanta solitudine, freddezza, simulazione, maleducazione vi alberghino, vere forche caudine del collettivismo impersonale che impongono il giogo della mortificazione alla naturale tensione a conoscersi e socializzare l’identità.
Dopo un breve periodo iniziale in cui hanno costituito una novità per il nostro Paese, che prevedeva solo boschetti, fiumi, vespasiani, hanno preso una direzione del tutto anomala che non giustifica l’appartenenza e l’approvazione sociopolitica considerata oramai “normale”; basterebbe valutare l’assenza di sviluppi positivi in termini di dinamica comunitaria per gli omosessuali e di riconoscimento da parte del resto della società (non fosse che per le quote pubblicitarie). L’auto-segregazione e l’isolamento sono addirittura peggiorati.
Solo la mancanza di alternative e la rassegnazione spingono a servirsene, possibilmente in dosi ridotte o per brevi periodi. Gulag e per giunta a pagamento da cui un numero crescente di persone ha cercato scampo con il fai da te della Rete Internet, finendo per lo più dalla padella nella brace. Amici, parenti, compagni di partito non possono neppure immaginare quale atmosfera si respiri in certi “postacci”, peggiori bar di Caracas senza alcun brivido fashion.
- Scrivi pure: “…tutto il gran darsi da fare dell’Arcigay non ha formato neanche nuove figure politicamente rilevanti e significative”. Un’accusa grave…
Nel sito web Omonomia avevo chiamato la sezione dedicata agli ambienti gay “Camere ardenti”, giocando sull’equivoco tra dark room e camera mortuaria, prime vittime il corpo e la sessualità.
La citazione di apertura, estrapolata ancora una volta da un brano di Zero ("Cercami"), calzava a pennello: “Così poco abili anche noi / a non dubitare mai / di una libertà indecente”. I gestori di club gay, sorta di protettorato politico tutto italiano, potranno avere un po’ più di credibilità quando dimostreranno di favorire occasioni di svago, convivialità e cultura, specie durante il giorno, e non solo notti brave, serate danzanti e mosca cieca. L’estone Emil Tode vent’anni fa in Terra di confine a proposito di quei posti commentava: “di tanto in tanto mi diverte osservare quella carne infelice che attende nei bar la sua redenzione” e concludeva con amarezza: “Tutt’intorno la carne è pronta… ma lo spirito non c’è da nessuna parte”.
Allontanarsi periodicamente da luoghi frequentati a lungo è un fattore di igiene fisica e mentale, visto che la consuetudine annulla l’obiettività. Inoltre, vi si apprende un modo innaturale e manipolatorio di vivere l’omosessualità che si imprime nelle emozioni e determina dipendenza. In particolare sono gli adolescenti e i giovani a subire il peggior trattamento, a vedersi trascurati e imboniti da chi si fa vanto di soddisfare le loro esigenze con appositi “servizi”. Sicché, legioni di ragazzi si ritrovano abbandonati a se stessi nella giungla delle Chatline, laureati honoris causa servi del Server, secondo la definizione di Busi.
- Ma le campagne di sensibilizzazione riguardo all’Aids che si attuerebbero nei locali?…
È una materia di cui mi occupo in concreto da trent’anni e preferisco soprassedere, perché certe affermazioni circa il ruolo dei locali nell’informazione sanitaria non meritano neppure di essere commentate. Basti dire che nella scorsa primavera ONG di settore e circuiti commerciali gay hanno pubblicizzato come grande novità un’iniziativa che proponeva una specie di fioretto per bambini: un mese intero di sesso sicuro, per poi andare a fare il test di controllo!! Sì, silenzio è sempre uguale a malattia e morte, ma non è più ammesso disturbare il clima apparente di festa e i manovratori della barchetta gay. Nonostante i dati epidemiologici parlino chiaro e un giro negli Ambulatori di venerologia e infettivologia raccontino una realtà di feriti e militi ignoti nella guerra continua del sesso a rischio. Pertanto, sugli impostori di turno non esito a puntare l’indice con i versi di Isaia: “Maledetto chi Bene il Male / e Male il Bene chiama / Chi la Tenebra sulla Luce / E sulla Luce la Tenebra” (5, 20).
- Il tuo atteggiamento politicamente scorretto appare più evidente sul tema delle unioni o matrimoni gay, benché la schiera dei favorevoli sembri compattarsi e apparirebbe logico far fronte comune.
Per gli omosessuali italiani sesso e coppia sono gli unici piatti nel menù privato e politico, vaghi accenni retorici alla solidarietà si odono talora nei gruppi d’ispirazione religiosa. Non si riesce a entrare nel merito dei bisogni affettivi e relazionali delle persone omosessuali, perché da anni è diventato obbligatorio condensare nell’unione a due il massimo delle aspirazioni individuali e della realizzazione di fronte alla collettività, un clamoroso malinteso concettuale e un premio di consolazione in termini sociologici.
Mi colpisce che pure i credenti riducano gli affetti fondamentali al matrimonio e al nucleo famigliare, identificando quali “strade dell’amore” solo quelle che vedono legati due individui, mentre sarebbe logico valorizzare senza riserve anzitutto l’amicizia e i legami interpersonale scevri di interessi di comodo o di potere.
Per mia fortuna appartengo ad una generazione che ha potuto contare sulla visione aerea di Michel Foucault: “L’omosessualità è un’occasione storica per riaprire virtualità relazionali e affettive, non tanto per le qualità intrinseche dell’omosessuale, ma perché la sua posizione, le linee diagonali che egli può tracciare nel tessuto sociale consentono a queste virtualità di venire alla luce”.
- Ma una proposta del genere oggi rischierebbe di venir equivocata, parrebbe ai più confermare la tanto vituperata “promiscuità” omosessuale. Tutto perché non si compie mai il passo successivo, non si volta mai pagina per leggere come si conclude il pensiero. D’altro lato, il matrimonio ti appare come una conquista ideologica più che come effettiva esigenza, o sbaglio?
I rapporti di coppia, monogamica, fissa, chiusa o aperta, e via dicendo ovvietà, non sono mai stati e non saranno mai esaustivi della potenzialità affettiva, non hanno alcuna esclusiva sui sentimenti e sovente hanno poco a che fare con l’amore, anche quello con la a minuscola. Un tempo era chiaro che il matrimonio fosse per interesse e convenienza, mentre per amare e desiderare il piacere si apriva il vasto campo delle interazioni non istituzionali.
Purtroppo, la democrazia sembra ridursi a scegliere tra opzioni preconfezionate, esprimendo pareri sui temi del giorno. Il politicamente corretto proclama dogmi che soffocano dubbi e interrogativi, rumori e chiasso prendono il posto dell’approfondimento, senza accorgersi che i concetti mistificati confondono e generano ulteriore pregiudizio, nonché reazioni opposte a quelle attese.
Soltanto i superficiali possono sostenere che la “famiglia” abbia o addirittura debba avere una natura puramente sentimentale, deducendone la validità universale a prescindere dal genere sessuale e da qualsivoglia finalità superiore. Al di là della seriosità ufficiale, si nota che il motivo “oggi si avvera il sogno e siamo sposi” è quasi argomento da cronaca rosa, con una evidente strizzatina d’occhi al femminile materno. Rammento una canzoncina popolare di tanti anni fa che rovesciava la medaglia: “La mia mamma vuol che sposi / ma sposarmi non mi va”.
In tale logica la coppia, il compagno e il matrimonio sono espressione non tanto di esigenze primarie, quanto del bisogno disperato di ottenere almeno la parvenza di rispettabilità tra gente per bene, in altri termini una forma di conformismo. Infatti la stessa pubblicità di parte chiede il diritto di sposarsi tra gay “per stare meglio”, il che sottintende a paragone del peggio in cui di norma si vive e ci si accoppia, perciò per migliorare lo status passando da poveri sessuali a quasi benestanti, in analogia con coloro che partono dal basso nella scala sociale e tentano di salire di qualche gradino.
Pasolini, descrivendo in Petrolio il modello di famiglia laica emancipata dalla Chiesa Cattolica degli anni Settanta, rilevava che l’unirsi in matrimonio aveva cambiato motivazione e scopo, poiché serviva “per raggiungere, ed esprimere socialmente, il benessere. Le sue osservazioni circa i giovani eterosessuali potrebbero essere applicate ai gay contemporanei: “L’ostentazione di tutti questi amori che legano le coppie – amori fatali e manifestamente carnali, come la permissività consente, anzi impone – rivela chiaramente che si tratta di rapporti profondamente insinceri” (Appunto 71 v).
C’è da chiedersi allora chi nel contesto omosessuale abbia a cuore il cuore dell’Uomo, la sua tensione ad affezionarsi al prossimo, alla fratellanza e all’immedesimazione volontaria, all’Amore che ha in se stesso il fine, non mira al possesso e va oltre la stessa corporeità, il voler bene in cui si effonde l’Anima?! Amare è un dono straordinario, tuttavia nessun essere andrebbe assolutizzato a scapito degli altri.
Scrive Wilde nella novella "L’Amico devoto": “L’amore sarà anche una cosa bellissima, ma l’amicizia è molto più preziosa”. Aggiungo io che l’amore può forse farci sentire più vivi, ma è l’amicizia a farci sentire umani.




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L'elzeviro del filosofo impertinente /4

Lo ammetto, detesto il periodo di carnevale e non ne capisco il senso. Non mi riferisco certamente ai motivi storici, bensì alla ragione di fondo che spinge i contemporanei a festeggiarlo. I bambini e le bambine hanno tutte le ragioni di questo mondo per giocare ad indossare i panni dei propri eroi ed eroine, ma qual è invece la causa nascosta che muove gli adulti a camuffarsi?
Forse un'infantilità latente o un profondo senso di inadeguatezza? L'etimologia della parola persona deriva dal latino, e significa proprio maschera. La stessa maschera indossata dall'attore per impersonare un ruolo. Nella vita di tutti giorni ci mettiamo addosso i panni di personaggi che non ci rassomigliano. Utilizziamo i social network per rappresentarci nel modo in cui vorremmo essere. Costruiamo, quindi, la nostra immagine sull'opinione degli altri, e non su quello che sentiamo o avvertiamo di essere veramente. Seguiamo la massa amorfa senza porci alcuna domanda. Vedere tutti questi adulti mascherati girare per le vie della città mi inquieta e non poco. Non sono minimamente sfiorati dal senso del ridicolo. Ovviamente si rasenta il grottesco quando vogliamo sollazzarci a tutti i costi come giovani adolescenti, e non accettare mai di responsabilizzarci; per quello, forse, c'è tempo. Ad esempio come razionalizzare ed assimilare la fastidiosa presenza di quei martelletti di gomma dati in testa, o quei coriandoli che ti entrano in bocca, oppure quelle insulse trombette suonate a più non posso? Di questa carnevalata salvo solo i carri allegorici con la loro proverbiale satira sui potenti che si rifà proprio alla ragione storica di questa ricorrenza. Ironia della sorte il mercoledì successivo al martedì grasso la Chiesa ci ricorda che siamo polvere, e polvere ritorneremo. In altre parole: 'Cari mortali, divertitevi pure tanto vi attende la tomba"! 
Ma perché pensiamo all'allegria e al divertimento come a un sinonimo di cialtroneria e di ritorno all'infanzia? Occorre, in tal senso, operare un ripensamento sul significato del riso. Io propongo un'alternativa: carnevale per noi umani dura tutto l'anno, dunque perché non provare, per un solo periodo, a buttare giù la maschera, e mostrare le nostre vere (varie) meschinità al mondo? Ci pavoneggiamo tanto su Facebook o Twitter del nostro grande altruismo (finto), ma in verità siamo meschini, misogini, razzisti, maschilisti, ignoranti, omofobi, pettegoli, saccenti, cattivi, egoisti ed opportunisti, sempre pronti a sparare a zero sulla vita dei nostri simili. Abili a lisciare il pelo a chi può assicurarci qualcosa, e altrettanto veloci nell'infangare chi, secondo il nostro metro di giudizio, ci ha usati per i suoi turpi scopi. Embè, non abbiamo fatto forse lo stesso anche noi? Impegniamoci, dunque, per essere più che apparire, e sono sicuro che un solo singolo momento di verità sarà molto più entusiasmante di un'intera vita costellata d'inganni. A voi la scelta.

Criap

                                                    ® Riproduzione riservata



20/02/17

Palme in piazza Duomo date alle fiamme: frutto della pseudo identitaria leghista ed affine



premetto  che non sono  favorevole alle palme  ed  altre piante tropicali in piazza Duomo   sia per  la possizione   che è  un impugno in faccia  alla visualizzazione del monumento sia  perchè ci posso essere altre  soluzioni  per  il decoro urbano  piante    basse  , fioriere , ecc . Ma soprattutto  non sono  d'accordo ,mi ricorda  quando l'inquisizione  nel caso di Savonarola   e poi i regime nazista  e fasciosta  bruciavano i libri in piazza  .  Ringrazio come sempre  l'amica   e utente   Daniela  Tuscano  che mi suggerisce la  risposta  

ANSA.it Lombardia
Palma sacra custodisce "punto zero" Milano

Palma sacra custodisce "punto zero" Milano
E' nella chiesa del S. Sepolcro, la volle Carlo Borromeo

                                                             © ANSA
(ANSA) - MILANO, 19 FEB - Nella polemica delle palme si inserisce a Milano questa curiosità storico-religiosa: è una palma in bronzo, realizzata per volontà del cardinal Carlo Borromeo nel 1600, che custodisce simbolicamente il "punto zero" della città, il punto che secondo Leonardo da Vinci è da considerarsi il vero centro di Milano. Quel punto è nella cripta della chiesa del S. Sepolcro, accanto alla Biblioteca Ambrosiana, in piazza Pio XI, a pochi metri da Piazza Duomo. In una mappa del Codice Atlantico Leonardo lo indica come "il vero mezzo" di Milano. E lì, per volontà di san Carlo Borromeo, è collocata dal 1600 un palma in rame e bronzo fatta realizzare dal cardinale come simbolo di "sapienza e rigenerazione" e non a caso collocata lì: per Carlo Borromeo quel punto è l'ombelico della antica Milano e della civitas romana sia in termini geografici quanto etico-morali. Perché si trova accanto alla copia esatta del sepolcro di Cristo realizzata nel 1100 dentro cui è custodita terra prelevata dai Crociati a Gerusalemme.
  agli idioti  che   davanti a notiizie  come  questa  scrivono tali commenti 
Allarme in Sud Sudan, metà della popolazione rischia di morire per fame #NelMondo - VIDEO
Multimedia - Approfondisci su L'Unione Sarda.it
UNIONESARDA.IT
Giampaolo Melis Per farli sentire a casa loro verranno piantate le palme in tutta Italia
Mi piaceRispondi3 h
o peggio  elogiano il fatto  ,   sarò contradditorio   , dirà qualcuno\a   , visto che faccio delle campagne contro l'odio e gli insulti  , ma purtroppo   non so come  chiamare  persone del genere  che su Facebook gira il post scritto giovedì scorso da un gruppo di estrema destra, Azione identitaria, che annunciava: 

I quali Attaccando anche Starbucks - la multinazionale che sponsorizza la nuova aiuola di piazza Duomo -, il post parla della volontà di distruggere la cultura occidentale, tesi che altri - a destra - hanno usato in questi giorni. Adesso, dopo che le palme sono bruciate, il gruppo di estrema destra aggiunge: "Non rivendichiamo ma non condanniamo il gesto".
Gente   ignorante   che  si  spaccia  per  identitaria ,  non  conoscendo  neppure   quelle    che  dicono essere le  loro stese  radici .










Kurt Cobain, 50 anni da antistar: Non poteva salvarsi ?


  colonna sonora indeciso  fra    due  canzoni dei doors  due  pezzi da  90  del  rock  

Il 20 febbraio il leader dei Nirvana avrebbe festeggiato il mezzo secolo. Ma la sua eredità resta scritta nelle canzoni e non nella baraonda mediatica che continua a girare intorno al suo nome


Ha ragione Frances Bean Cobain quando dice che degli anni 90 non gliene frega niente. Non gliene sarebbe fregato niente nemmeno a suo padre Kurt, che il 20 febbraio avrebbe compiuto 50 anni. Tutto il rumore che sentiva intorno era solo fastidio. In Serve the servants, una delle canzoni guida dell’album In utero, aveva già espresso la sua insofferenza per i riflettori sempre puntati addosso: “La rabbia giovanile ha pagato bene / ora mi annoio e sono vecchio”.
Alla fine, tutto quel baraccone mediatico che si muoveva intorno a lui, al suo legame con Courtney Love e alla cosiddetta scena di Seattle lo aveva sfiancato. Cobain non somigliava a nessuno, non era parte di nessuna scena. Amava profondamente la musica, ma non possedeva l’epica eroica di Eddie Vedder e dei suoi Pearl Jam o il gusto sarcastico e strafottente dei Tad. L’eroina per lui non era un ornamento rock’n’roll: aveva iniziato a prenderla perché era l’unico modo per non sentire i dolori strazianti provocati dalla sua ulcera. Per poter dormire. 
Figuriamoci quanto gliene sarebbe fregato delle idiozie sul ‘club dei 27’, sulla maledizione del rock’n’roll e su tutte quelle storie su cui è costruita tanta letteratura musicale. La sua tossicodipendenza non aveva niente di estetico e la sua vera preoccupazione era quella di non tradire lo spirito degli esordi, di non cadere nella piscina dorata dello star system.
 

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“A suo modo, Kurt Cobain ha tentato di mostrarci come vivere – ha scritto Donna Gaines all’indomani del suicidio - pregava per il razzista, l’omofobico, il misogino. Ma lui non era Gesù e non poteva salvarci”. Forse davvero Cobain è stato il John Lennon degli anni 90, ma non ha saputo sopportare il peso della sua immagine. Semplicemente perché non lo voleva. Nei mesi precedenti al suicidio aveva mandato segnali di malessere profondo: voleva dare a In utero un titolo impossibile da equivocare come I hate myself and I want to die e si era fatto anche
fotografare con un pistola in bocca. Il suo disagio di antistar si percepiva in ogni istante.
Se davvero ha lasciato un testamento forse bisogna cercarlo tra le pieghe delle sue ultime canzoni. Come in All apologies, dove tante domande vengono lasciate in sospeso: era lui a pretendere le scuse dei mass media? O voleva scusarsi con la piccola Frances? O si scusava col mondo per il suo prossimo addio ? 
Non è un caso che nella versione unplugged di quel brano, registrata nel novembre del 1993, pochi mesi prima del suicidio, la frase “all in all is all we are” diventò “all alone is all we are”. Dopo la sua morte, Courtney Love disse che non sapeva cos’altro avrebbe potuto fare per aiutarlo. Non aveva funzionato niente: l’amore, la piccola Frances, la terapia. “Lo stomaco ‘bruciante e nauseante’ di Kurt era il suo cuore sanguinante”, ha scritto Donna Gaines. 

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Frances Bean ha ragione sugli anni 90. Non è l’analisi di un decennio che può spiegarle suo padre. Né tantomeno le fandonie sui 27enni maledetti. Kurt era la rappresentazione del dolore, la voce della disperazione. Starà vicino a Billie Holiday, a Edith Piaf, a Janis, a Amy Winehouse, a Jeff Buckley. Tutte voci solitarie, assolute, capitate per caso nel loro tempo ma contundenti, straziate, eterne. E speriamo che almeno abbia trovato un po’ di silenzio: quaggiù il rumore si era fatto assordante .

  sempre  di repubblica   oltre  i die  link sotto  riportati  

E'' vero che  mi  "Ci manca. Ci manca la sua voce roca e vellutata al tempo stesso", dice Pier Paolo Capovilla  il cantante del Teatro degli Orrori in questa intervista   . Ma  non concordo  almeno completamente     ---  altrimenti    come si spiegano le morti   di Joplin , Morrison , Hendrix  ----  
quando dice    <<  il rock ti dà voglia di combattere, di resistere. Ti fornisce una cultura dell'emancipazione. Altro che suicidio! Meglio imbracciare un basso elettrico">>
Guardando   le  sue  foto e  i suoi video   ho rivisto me stesso ragazzo e mi è servito a capire molte cose della mia generazione   ( ed  anche  di  com'ero  )   , la cosiddetta generazione X.  Infatti   Non si è trattato di influenza artistica, ma di un'identificazione", dice lo scrittore  (  qui  maggiori dettagli  )     Non suo  fans  Tommaso Pincio, scrittore, romano,nel  suo romanzo "Un amore dell'altro mondo" ha fatto discutere in quanto   nel chiacchericcio  e  dei vari bla  .. bla  .. dei  fans e  dei media    racconta  La vita di Kurt Cobainattraverso gli occhi di un amico immaginario.


il padrino autorizza il triangolo amoroso . rottura di un tabù o potenza di un boss ?


Cade il tabù della mafia: il padrino autorizza il triangolo amoroso

Un'intercettazione rivela come Cosa Nostra abbia cambiato il concetto di onore: a San Giuseppe Jato l'amante era un boss più importante del marito quindi la relazione venne approvatadal nostro inviato SALVO PALAZZOLO


20 febbraio 2017


Un'intercettazione dei carabinieri 

SAN GIUSEPPE JATO (PALERMO)
Cade anche l'ultimo tabù di Cosa nostra, non c'è più onore mafioso che tenga. Un boss della provincia di Palermo ha autorizzato il triangolo amoroso che era ormai diventato pietra di scandalo. Perché i protagonisti della storia, il marito e l'amante della moglie, sono entrambi mafiosi di un influente clan, uno di quelli che si vanta ancora di custodire l'ortodossia dei vecchi padrini. Nella piazza del paese non si parlava ormai d'altro; in chiesa gli sguardi correvano, al bar si ridacchiava. "Non c'è più la mafia di un tempo".
Qualche tempo fa, il pettegolezzo era diventato un caso d'onore per il marito, ma anche per l'amante, accusato dagli anziani dell'organizzazione di violare le regole di Cosa nostra. Perché "non si guardano le mogli degli amici nostri", recita il secondo punto del decalogo sequestrato a uno dei superlatitanti di Palermo, Salvatore Lo Piccolo. L'antica legge dell'onore mafioso. Non era davvero più un caso privato quel triangolo amoroso. Le voci erano arrivate sino a Palermo. Una decisione si imponeva da parte del giovane capomafia del paese. Una decisione attesa dal popolo di Cosa nostra. Non si è fatta attendere, ed è stata una sorpresa per tutti: la donna potrà continuare a frequentare il suo amante. E il marito non avrà nulla a che pretendere. Ecco, il verdetto, registrato in diretta da un'intercettazione dei carabinieri del Gruppo Monreale, che in questi ultimi mesi con il pm Francesco Del Bene hanno radiografato le continue trasformazioni che stanno avvenendo nella Cosa nostra della provincia palermitana. Il via libera al triangolo amoroso-mafioso è davvero una rivoluzione per il vecchio codice d'onore di Cosa nostra, quello che imponeva una punizione esemplare per la fedifraga e il suo amante.
Negli anni Ottanta, bastava anche il sospetto del tradimento per uccidere una donna, non importa che fosse la figlia o la sorella di un mafioso. Qualche mese fa, l'anziano padrino Mariano Marchese era tornato ad evocarla una punizione esemplare, per la moglie di un ergastolano accusata di essere troppo libera nei suoi atteggiamenti. Poi, un blitz bloccò il progetto.
Ma c'è amante e amante. Andando a fondo alla storia del triangolo amoroso-mafioso si scopre che l'amante era un boss in carriera e il marito era l'ultimo arrivato in Cosa nostra, addetto alla raccolta del pizzo. Insomma, il capomafia non poteva dire di no al più rampante degli esponenti del clan. In tempi di crisi per l'organizzazione, fra arresti e sequestri di beni, non ci si può permettere di scontentare uno dei quadri dirigenti che promettono di più. È ormai il tempo della morale liquida della mafia, anche a costo di introdurre una deroga ad personam alle regole dell'onore criminale. Che, però, può essere subito smentita alla bisogna. Anche questo è accaduto, ancora una
volta non per sacre questioni di principi criminali, ma per interesse. I vertici di Cosa nostra volevano spodestare il reggente di Monreale, era accusato di non distribuire adeguatamente gli introiti delle estorsioni. Quale migliore accusa, dire che aveva una relazione extraconiugale. Poco importa che la donna fosse ormai l'ex moglie di un detenuto. Il boss fu costretto ad andare in esilio al Nord Italia. Ma dopo aver rinunciato al potere (non all'amante) potè tornare in Sicilia.

19/02/17

navigo nel mare della vita

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

A Piacenza c'è un asilo dove gli estremi si incontrano e vecchi e bambini "crescono" insieme.

 questa  vicenda  appresa  da  http://www.repubblica.it/cronaca/2017/02/19



mi ha fatto ritornare alla mente oltre i mie nonni paterni e materni ( l'ultima , quella materna , scomparsa a 96 anni nel 2010 ) e questa canzone di cui stavolta pubblico il video




PIACENZA. Alcuni hanno quasi un secolo, altri soltanto tre anni. Sono l'inizio e l'autunno della vita. A Piacenza c'è un asilo dove gli estremi si incontrano e vecchi e bambini "crescono" insieme. Dove la lentezza è un dono. C'è Fiorella che ha 87 anni e Stefano e Carlo che vanno al nido. Lei spinge il deambulatore e loro la precedono. "Guardate - ride Fiorella - ho tanti cavalieri, non sembro una regina?". Poi tutti a sporcarsi di farina e a impastare torte. Divertendosi non poco. Mano nella mano. Perché i più anziani e i più piccoli hanno lo stesso passo, si sa, e basta uno sguardo per essere complici e diventare amici. Aurora, 36 mesi, taglia pezzetti di mela e Maria, 90 anni, che è mamma, nonna e bisnonna e da giovane faceva la "bottonaia", mescola farina e zucchero, mentre Franco, classe 1933, legge le fiabe a Noemi, e Olga, nata nel 1927, attenta e lucida, racconta di sé: "Io li ascolto i bambini sapete, ci gioco, gli narro le storie della mia infanzia, e loro sono attenti, mi guardano diritti diritti negli occhi. E se mi fermo, mi tirano per il braccio: Nonna Olga, poi che cosa fa il lupo?"".

Si chiama "educazione intergenerazionale", consiste nel far coabitare nella stessa struttura un asilo nido e un centro anziani, i piccolissimi e i grandi vecchi. "E poi creare delle occasioni di incontro, come la cucina, la pittura, la lettura, in cui le età si mescolino, le generazioni si fondano, partendo dalla constatazione che gli anziani e i bambini insieme stanno bene, e imparano gli uni dagli altri" spiega Elena Giagosti, coordinatrice del progetto che l'Unicoop di Piacenza sta sperimentando da alcuni anni. Una grande struttura moderna di vetro e acciaio, finestre luminose sul verde, spazi ampi e colorati che ospitano circa 80 anziani e un nido per 40 bambini dai tre mesi ai tre anni. Luoghi divisi naturalmente, ma con tante aree comuni.

A metà mattina c'è il laboratorio di cucina. Mele golden, lievito e granella di zucchero. Grandi e piccoli tagliano e impastano, sotto lo sguardo vigile delle educatrici. Carlo, tre anni, immerge il dito nel dolce: "Fiorella non ha fatto niente, ho fatto tutto io, sono un cuoco, e i nonni del nido sono buffi", e ride contentissimo della sua battuta. Giacomo Scaramuzza ha 94 anni, è stato giornalista alla "Libertà" ed è tuttora attivissimo. "Quando sono venuto a vivere qui, non sapevo che ci fossero anche i bambini, per me che non ho avuto figli sono stati una scoperta incredibile, io partecipo a tutte le attività, con loro non c'è bisogno di parole, ci si capisce con gli sguardi, c'è uno scambio assolutamente naturale. Troppo spesso oggi le età non si incontrano, come se la vecchiaia fosse qualcosa da nascondere. Così, invece, è un po' come passare il testimone...". Un progetto per adesso unico in Italia ma già attivo in Francia e soprattutto a Seattle, alla "Providence Mount St Vincent", la prima scuola materna inserita in un centro anziani, diventata famosa in tutto il mondo con il documentario "Present Perfect".
Racconta una mamma: "Mia figlia è entusiasta degli anziani del nido. Se li incontriamo fuori li saluta, li riconosce, come fossero amici della sua età". Perché a contatto con i "grandi vecchi" i piccoli imparano a non avere paura di rughe e disabilità, spiega Valentina Suzzani, responsabile pedagogica dell'asilo. "Così il deambulatore diventa un triciclo da spingere, la carrozzina del nonno una macchina sportiva, e se per gli anziani i piccoli sono una ventata di gioia, i bambini attingono alla saggezza e all'ironia di chi ormai non ha più fretta". "Oggi siamo oggetto di tesi di laurea, ma quando abbiamo iniziato non sapevamo nulla né della Francia né di Seattle - dice Elena Giagosti - avevamo però alle spalle decenni di esperienza della Unicoop nella gestione sia di nidi che di anziani. E ogni volta che avveniva "l'incontro" ci rendevamo di quanto fosse prezioso per entrambi. Così abbiamo pensato di far "convivere" sotto uno stesso tetto le varie età della vita. Ed oggi è un successo".
Franco Campolonghi è nato nel 1933, di anni ne ha 84, è il responsabile della biblioteca del nido e qui, al centro anziani, ha anche incontrato una nuova compagna. "I libri e i giornali sono stati sempre la mia più grande passione, da giovane divoravo Hemingway, e poi Piero Chiara, Fruttero e Lucentini. Così sapendo del mio amore per la lettura mi hanno chiesto se volevo occuparmi dei libri per il nido. E per me è stata una festa. Mi sono informato, ho cercato i testi giusti. Ogni giovedì i piccoli salgono qui con le educatrici e noi vecchi leggiamo loro le favole. Ci divertiamo un mondo, e vedessi quanto sono attenti. Se smetti ti tirano per la giacca. E alla fine vogliono sempre ricominciare da capo".

italiani brava gente il massacro dei monaci etiopi a Debrà Libanòs massacrati da Graziani Hailé Selassié (1892-1975)

Tutti i media nazionali ,  con eccezioni come quello  qui sotto e se  non ricordo male  anche il programma  di  rai3\ rai storia  " il tempo e  la storia  in  due  puntate   ( I II )  ha  ricordato l'evento in questione   una delle  tante  atrocità commesse  da noi Italiani  .


E Graziani massacrò i monaci etiopi
Ottant’anni fa la feroce strage di Debrà Libanòs che seguì l’attentato contro il viceré
italiano ad Addis Abeba. I responsabili di quelle atrocità non hanno mai pagato


disegno di Achille Beltrame per la copertina della «Domenica del Corriere», 27 dicembre 1936
shadow
«Feci tremare le viscere di tutto il clero, dall’Abuna all’ultimo prete o monaco», ringhiava quel macellaio di Rodolfo Graziani. Rimorsi? Zero: rivendicava anzi la strage di Debrà Libanòs, dove aveva affidato agli ascari islamici lo sterminio di tutti i preti e i diaconi del cuore della Chiesa etiope, come «titolo di giusto orgoglio». E giurava: «Mai dormito tanto tranquillo».
Il maresciallo Rodolfo Graziani (1882-1955)
Sono passati ottant’anni, da quei giorni di orrore. Tutto inizia la mattina del 19 febbraio 1937. Ad Addis Abeba il viceré Graziani e le autorità italiane che da nove mesi governano un terzo del Paese e son decise a prendere il controllo del resto con ogni mezzo (compreso l’uso di 552 bombe caricate a iprite e fosgene autorizzate dal Duce, documenterà lo storico Angelo Del Boca), celebrano la nascita del primo figlio maschio di Umberto di Savoia. Improvvisamente, da un balcone raggiunto superando i controlli, piovono ed esplodono una dopo l’altra otto bombe a mano. Sette morti, decine di feriti. Tra cui Graziani, colpito da decine e decine di schegge.
Hailé Selassié (1892-1975)
La rappresaglia è immediata. E non avendo sottomano gli attentatori, fuggiti, si abbatte violentissima su chi capita. Coinvolgendo tutti i fascisti della città. «Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada», scrive nel diario il giornalista Ciro Poggiali. «Vedo un autista che, dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente». Una carneficina. Racconterà il vercellese Alfredo Godio: «Fra le macerie c’erano cumuli di cadaveri bruciacchiati. Più tardi, sulla strada per Ambò, vidi passare molti autocarri “634” sui quali erano stati accatastati, in un orribile groviglio, decine di corpi di abissini uccisi». «Per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni», ricorderà l’attore Dante Galeazzi: «In Addis Abeba, città di africani, per un pezzo non si vide più un africano».Deciso a farla finita coi ribelli a dispetto di ogni trattato, il Duce dà ordine che «tutti i civili e religiosi comunque sospetti devono essere passati per le armi». Tutti. Compreso Destà Damtù, il genero di Hailé Selassié. Che importa dello sdegno internazionale? «E nello scroscio del plotone di esecuzione echeggiò la più strafottente risata fascista in faccia al mondo», esulta la «Gazzetta del Popolo». «Schiaffone magistrale (…) sulle guance imbellettate della baldracca ginevrina». Bilancio complessivo? Migliaia di morti. Compresi «cantastorie, indovini e stregoni», rei di auspicare il ritorno del Negus: «Ho ordinato che fossero arrestati e passati per le armi. A tutt’oggi ne sono stati rastrellati ed eliminati settanta» Il peggio, però, arriva a maggio. Quando Graziani decide di inviare il generale Pietro Maletti, di cui apprezza la cieca obbedienza, a spazzare via preti, diaconi, fedeli di Debrà Libanòs, l’amatissimo monastero fondato nel XIII secolo che considera «un covo di assassini, briganti e monaci assolutamente a noi avversi»: è convinto che i due bombaroli di Addis Abeba siano passati nella fuga proprio di lì.
Se sono veri i rapporti firmati da Maletti stesso, scrive Del Boca in Italiani brava gente? (Neri Pozza), in due settimane le sue truppe «incendiavano 115.422 tucul, tre chiese, il convento di Gulteniè Ghedem Micael (dopo averne fucilato i monaci), e sterminavano 2523 arbegnuoc». Patrioti nemici dell’occupazione italiana. «Era tale il terrore che diffondeva che l’intera popolazione si dava alla macchia».
Terrore comprensibile. Per garantirsi la ferocia belluina senza crisi di coscienza tra i soldati cattolici chiamati a massacrare i cristiani di una Chiesa etiope che aveva 17 secoli, spiega Angelo del Boca, il generale rinunciò «a servirsi dei battaglioni eritrei, composti in gran parte da cristiani, e utilizzava ascari libici e somali, di fede musulmana, e soprattutto — parole sue — “i feroci eviratori della banda Mohamed Sultan”».
Il generale e i suoi macellai di fiducia circondarono il complesso la sera del 19 maggio, festa di San Michele, presero prigionieri tutti e, ricevuto l’ordine del viceré Graziani di passare per le armi «tutti i monaci indistintamente compreso il vice priore», cercarono il posto giusto per la mattanza. La scelta cadde sulla piana di Laga Wolde, ai cui limiti si inabissava un burrone. Due giorni dopo cominciò, sistematica, la decimazione. Allineati i condannati lungo il baratro, scrivono gli storici Ian L. Campbell e Degife Gabre-Tsadik, gli ascari presero un lungo telone «e lo stesero sui prigionieri come una stretta tenda, formando un cappuccio sopra la testa di ognuno di loro». Poi, la fucilazione. «E mentre un ufficiale italiano provvedeva a sparare il colpo di grazia alla testa, vicino all’orecchio, gli ascari toglievano il telone nero dai cadaveri per utilizzarlo per il successivo gruppo». Ordine eseguito, comunicò Maletti nel pomeriggio: giustiziati 297 monaci incluso il vice-priore e 23 laici. «Sono stati risparmiati i giovani diaconi, i maestri e altro personale». «Fucilate anche loro», cambiò idea tre giorni dopo Graziani. E Maletti, ligio agli ordini più infami, eseguì.
Conta finale: 449 assassinati. Numero che Campbell e Gabre-Tsadik contestano: furono tra i 1423 e i 2033. Il doppio o il triplo di quanti saranno trucidati dai nazisti a Marzabotto. Berhaneyesus Souraphiel, l’arcivescovo cattolico etiope, sospira nel docu-film di Antonello Carvigiani e Andrea Tramontano Debre Libanos, prodotto e trasmesso da TV2000, che ancor oggi certe ferite non sono ancora del tutto rimarginate. Racconta però lo storico Alberto Elli, profondo studioso della Chiesa etiope e dell’Etiopia, che il mausoleo in ricordo dell’eccidio, a novembre, non c’era più: «Dicono d’averlo tolto come gesto di riconciliazione». Un passo importante. Come fu l’anno scorso, ad Addis Abeba, la stretta di mano di Sergio Mattarella a vecchi patrioti etiopi. Era stato questo, del resto, l’appello al popolo di Hailé Selassié al suo ritorno in patria il 5 maggio 1941, a guerra ancora in corso: «Vi raccomando di accogliere in modo conveniente e di prendere in custodia tutti gli italiani che si arrenderanno con o senza le armi. Non rimproverate loro le atrocità che hanno fatto subire al nostro popolo. Mostrate loro che siete soldati che possiedono il senso dell’onore e un cuore umano». La richiesta del Negus di estradare almeno i due generali della mattanza, però, non venne mai accolta. E qualche strada italiana li onora ancora come eroi di guerra…






aggiornamento FAQ



ricevo mote email in cui mi si chiede come mai molti post , fra cui anche quelli criap , non hanno titolo ?
per i miei post  me rispondo che   fin dall'esordio del blog prima di passare  a quello attuale  ( ed in parte è cosi tutt'ora ) scrivevo per la maggior  parte  di getto senza pensare necessariamente ad un titolo . infatti alcune volte copio e modifico quelli degli articoli che riporto . Per i vecchi collaboratori non saprei dipendeva da loro .

Per criap ecco cosa mi ha risposto via email : << "Il titolo della mia rubrica è 'L'elzeviro del filosofo impertinente' proprio come 'L'Amaca' di Serra. Il nome della rubrica sostituisce il titolo del singolo pezzo". >>
Per  Daniela a volte li sceglie  lei a  volte  insieme    

L'elzeviro del filosofo impertinente /3

Michele Valentini, 30enne, si è tolto la vita per lanciare un messaggio forte e chiaro ad una società, e a una classe politica sorda alle istanze dei più giovani. Non mi interessa sottolineare che suicidarsi non è il modo più giusto per portare all'attenzione il problema. Io non giudico i miei simili ma cerco di comprendere un atto tanto disperato ed estremo. Questo mondo ha bisogno di empatia e non di paladini del falso buonismo. Come sosteneva Friedrich Nietzsche: "Non esistono fenomeni morali, ma solo un'interpretazione morale dei fenomeni". Ho solo sei anni in più di Michele e devo ammettere che leggere la sua lettera mi ha profondamente emozionato e colpito. Anch'io sono molto amareggiato, deluso e arrabbiato con chi ci ha rubato il futuro e non ci permette di costruircene uno. Dopo la laurea non ho trovato una sistemazione tale da potermi spingere a sognare un futuro colmo di speranza. L'Italia non è un paese per giovani, e questo l'ho compreso durante la mia permanenza all'estero. Da noi chi ha meno di quarant'anni va incontro a mortificazioni di ogni tipo. Sulla mia pelle ho provato a sperimentare nuove strade e nuove idee che puntualmente mi venivano stroncate da una burocrazia che non accetta  né il merito né il rinnovamento. Mi hanno proposto di scrivere articoli per diversi giornali, ma ovviamente a titolo gratuito. Mi hanno convocato per insegnare nelle scuole private, ma anche questo dovevo farlo senza percepire alcun compenso. Siamo circondati da vampiri che si nutrono dei momenti di difficoltà di una parte della popolazione. Ad un certo punto la speranza si è affievolita, e ho avvertito lo sconforto. Devo ringraziare soltanto la mia famiglia per avermi sostenuto in ogni momento, altrimenti anch'io non ce l'avrei mai fatta. Dopo quanto accaduto a Michele nessuno dovrà più testimoniare con la propria vita l'insoddisfazione di vivere in una nazione che non ti valorizza affatto. Quando accade una tragedia umana come quella di Michele siamo tutti responsabili dell'accaduto. Nessuno escluso. La nostra indifferenza ha contribuito ad aggravare la sua angoscia esistenziale. La sua morte non occupa più le prime pagine dei giornali. Gli esclusi da Sanremo e le solite beghe di partito sono gli argomenti del giorno. Nel frattempo chi legifera, non importa lo schieramento politico d'appartenenza, gioca a fare l'indiano e continua ad ignorare i numerosi segnali di fumo.
Pertanto desidero esprimere la mia vicinanza alla famiglia Valentini, e a tutti coloro che lottano quotidianamente per un futuro più roseo. Io lotto con voi e per noi! Riprendiamoci il futuro.
"Il sogno di uno solo è l'illusione, l'apparenza; il sogno di due è già la verità, la realtà" (Miguel de Unamuno).

Criap 
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