06/02/21

togliamo il 10 febbraio al negazionismo e alla verità a senso unico imposta dallo stato e dalla destra e dalla sinistra negazionista. il cattivo ricoprdo è peggio del silenzio che le foibe hanno subito in 50 anni

Dopo la settimana della memoria  adesso che si avvicina   la settimana  del    giorno del ricordo  , la differenza tra patriottismo e nazionalismo  (  da me  riportato   qui   ) ben spiegata   dal politologo Maurizio Viroli nel libro  NAZIONALISTI E PATRIOTI che   ricostruisce le ragioni della tentazione illiberale che sta attraversano il nostro Paese in un malsano e disgustoso sentimento nazionalista mai o falsamente patriottico  ) , mostra il suo solco profondo tra l'affetto verso il proprio territorio e l'amore malato per esso con l'odio per tutto ciò che è straniero
A noi uomini liberi   spetta ricordare il 10 febbraio   a  360   gradi     ricordare   tutti i morti a causa da parte dei carnefici nazionalisti,prima  fascisti e poi  comunisti  , Opporci a  :
- lo stravolgimento da parte della destra illiberale e neofascista con la  complicità  ed  il silenzio  (   salvo rari casi  della sinistra parlamentare   revisionista )   della verità insistendo  solo  sul   genocidio nazionale asseritamente subito dagli italiani in Istria
- la monopolizzazione da parte della destra illiberale e di quella postfascista dell'argomento delle foibe quale 'fobia di massa '  decontestualizzandole  da quello che  è avvenuto  prima  .
- la strumentalità di tale argomento da parte dei neofascisti, perchè usato :
° per distrarre l'attenzione dal ruolo svolto dai fascisti fin dal 1919\20   il  cosiddetto fascismo di confine   con  incendi alle  associazioni  e    gruppi culturali  ,   linciaggi ,  discriminazioni  , delle minoranze  slave  , e poi  dal  1922\23  fino  al 1943   con l'aggiunta  di   italianizzazione  forzata  ,  con deportazioni e massacri e  successivamente dopo l'8 settembre del 1943  con le stragi e i massacri vestendo i panni di membri della RSI  ovvero  dei traditori della Patria nelle formazioni nere che in Istria e nella "Zona di Operazione del Litorale Adriatico" combatterono agli ordini dei comandi nazisti contro i patrioti resistenti italiani, seminando stupri, distruzione e morte
° per far dimenticare violenze e stragi perpetrate dai fascisti italiani in Istria e nelle zone occupate della dalmazia, del Montenegro, della Slovenia (Lubiana) dall'inizio del 1941 fino al settembre1943 .

Infatti   come  dice  https://left.it/2020/02/19/attacchi-alla-ricerca-storica-su-foibe-e-confine-orientale


È in corso una indegna gazzarra da parte di elementi di destra e di estrema destra che prende a spunto le celebrazioni del giorno del ricordo . Queste persone attaccano qualsiasi interpretazione che non accetti una vulgata che si rifiuta di prendere in considerazione la politica di snazionalizzazione portata avanti durante il ventennio nelle zone del confine orientale non per giustificare, ma per spiegare quanto successo dopo la caduta del fascismo e durante la costruzione dello stato comunista jugoslavo. Si vuole imporre una versione ufficiale della tragedia delle foibe e di quella successiva dell’esodo dei giuliano fiumano dalmati sotto forma di genocidio degli italiani e con impropri e assurdi confronti con la Shoah. Chiunque operi la necessaria contestualizzaione di quanto successo sa che gli italiani furono perseguitati o in quanto ex fascisti, o perché identificati con le classi egemoni, o in quanto si opponevano alla costruzione dello Stato comunista, e non in quanto italiani. L’anno scorso l’attacco era stato portato al vademecum elaborato dall’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea del Friuli-Venezia Giulia, di Trieste, un equilibrato documento di sintesi storiografica sulle acquisizioni di decenni di ricerca sul confine orientale, che metteva in discussione la tesi che la persecuzione degli italiani fosse motivata da una pulizia etnica.

Inoltre  l'ano scorso , e credo  che  sarà    cosi  ( mi auguro e  spero di no  ) anche  quest'anno
 sono stati attaccati singoli ricercatori accusati di negazionismo solo perché si rifiutano di cedere alla nuova vulgata nazionalista e filo fascista, e poi  la Regione Toscana per aver affidato all”Istituto della Resistenza e dell’età contemporanea di Grosseto la politica della memoria, e quindi anche i viaggi sul confine orientale, sulla base di una pluriennale esperienza di ricerca e didattica di quell'istituto sul tema. Gli attacchi mirano a mettere   sullo stesso piano  (  è  da  stolti  negarlo   e  non vederlo  ) storici  riduzionisti cioè che attribuiscono le  foibe  e  l'esodo   solo al  fascismo e  sminuiscono   i crimini     comunisti   con  chi  fa   invece  ricerca seria    inquadrandole  in uno  contesto storico    ed  servono  a  negare la legittimità degli Istituti della Resistenza e dell’età contemporanea a svolgere azione di ricerca storica e diffusione didattica sul confine orientale, sostenendo che essi sarebbero ideologicamente orientati.
Ecco  che  quindi  è  necessario oltre  che   : « [...] È allora essenziale ribadire che la ricerca storiografica non può essere condizionata da verità ufficiali diffuse o imposte dallo Stato e dalle istituzioni; che la libertà di ricerca va fondata sull’onestà intellettuale, sulla contestualizzazione ampia degli eventi, sull’utilizzo critico di fonti verificabili; che da parte degli istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea non è mai stata negato che le foibe rappresentino un crimine, che si inquadra non soltanto in una reazione alle politiche di snazionalizzazione [ quello   che  a  destra  ed  in certa  sinistra   s'ostinano a definire  pulizia  etnica   ]  e oppressione messe in atto dal fascismo nei confronti delle minoranze slovene e croate, ma anche nei meccanismi violenti di costruzione dello Stato jugoslavo da parte di un regime comunista che perseguitava tutti coloro che si opponevano ai suoi progetti (e quindi non solo italiani, e quindi non solo fascisti).[...] » Ricordare    a  360°  e  non solo il 10 febbraio 
In realtà dietro a questi attacchi si nasconde non solo la totale ignoranza o  conoscenza  parziale  degli eventi storici, l’utilizzazione di parole d’ordine scioviniste e nazionaliste, ma anche e soprattutto la rivalutazione del ventennio fascista e della figura di Mussolini.


L’Istituto nazionale Ferruccio Parri, che è il capofila di 64 Istituti storici della Resistenza dell’età contemporanea diffusi su tutto il territorio nazionale, si oppone con forza a questa deriva filofascista e antidemocratica e, nel manifestare la propria vicinanza alle famiglie di tutti coloro che hanno dovuto soffrire per le tragedie consumatisi sul confine orientale, ribadisce il suo impegno per la libertà di ricerca storica al di fuori di vincoli e polemiche di carattere ideologico. Esprime solidarietà agli istituti e ai ricercatori che in questi giorni hanno ricevuto attacchi scomposti per il loro impegno per la verità e la correttezza storica.

04/02/21

i comunisti non furono solo infoibatori la destra ignora o fa finta di non sapere che ci fu Il patriottismo di sinistra nella Venezia Giulia


Neppure  io    sapevo  , anche  se  lo ipotizzavo, ed  ho approfondito      che   ci fu   come  dice  la   discalia  di copertina   di   questo  libro,  di cui ho  ho appreso la  news  e l'esistenza da     https://www.arcipelagoadriatico.it/



 che  In una Venezia Giulia occupata dagli Alleati, azionisti, socialisti e perfino importanti settori comunisti anelano il ritorno in Italia di Trieste e dell’Istria, già nel corso della Guerra di Liberazione e quindi ben prima dello scisma Stalin-Tito del ’48. In pochi sanno che questi antifascisti di provata fede, spesso ex partigiani del CLN Giuliano o delle Garibaldi, continuano all’ombra del GMA la loro battaglia per la democrazia progressiva e l’italianità delle loro terre. Usati e gettati da un Governo italiano che li giudica troppo morbidi con i sostenitori della Repubblica jugoslava ; odiati dalla destra perché irremovibili sulla pregiudiziale antifascista e responsabili di avere consegnato la Città alle truppe di Tito; ostacolati dal GMA che mal tollera il loro potenziale libertario; avversati dalle forze (filo)jugoslave perché contrari alla politica annessionista della loro nazione; i progressisti tricolore rivendicano democrazia, libertà e socialità per tutta la Venezia Giulia. Attraverso particolari organizzazioni e strategie, i patrioti di sinistra operano nel segno della giustizia e dell’equità in una terra troppo a lungo martoriata da odi e crudeltà. Prefazione di Giovanni Fasanella.


ed  ancora  oggi  è cosi     infatti  viene   solo vista  , in quanto  fu simbolo delle brigate  Garibaldi   come    comunisti  e   quindi solo  da   condannare  

Risultato immagini per foibe bandiera italia  con la stella  al centro

e    da http://www.ilfriuli.it 10.2.2020

Foibe, nuove provocazioni a Trieste
Savino (FI) denuncia su Facebook: "Presidio con bandiere jugoslave e tricolori con stella rossa" 



"Nel Giorno del Ricordo nostalgici di Tito pensano bene di manifestare contro la commemorazione delle vittime delle foibe e dell’esodo. E lo fanno con un presidio in piazza della Borsa a Trieste, sventolando la bandiera della repubblica socialista di Jugoslavia e il tricolore con la stella rossa. Una bieca e squallida provocazione che ci sprona e rafforza nel valorizzare ogni anno di più questa dolorosa solennità civile”. Lo denuncia su Facebook Sandra Savino, deputata e coordinatrice regionale di Forza Italia Fvg.

quindi  va bene        condannare    le brutture  e le  violenze    da essi esercitate ma non   apriori    ma  contestualizzandole  ed  soprattutto senza  esagerarle        specialmente    quando  ci sono  fatti storici  cosi complessi   e discussi  dal punto di vista    delle interpretazioni    documentali  e  in cui ancora   fatti storici e  memoria    non sono   ancora  scissi  ma sono  tutt'uno .  







07/04/20

"Sono sorda e ho dovuto fare la spesa con un cartello: ecco perché servono le mascherine trasparenti"il disagio vissuto dai sordi in questo periodo di emergenza Covid-19 è Marilena Abbatepaolo, dirigente scolastica dell'Istituto Comprensivo 'La Giustiniana' di Roma.

Oggi riporta    una storia   che  sicura mente  non verrà riportata o  se  lo sarà  sarà ai margini  da media    tutti impegnati   a contare  i mori  o   parlare   di  seconda  fase  ,  . Un problema  gravissimo  quello  dei sordi ed   chi  ha problemi auditivi   come potete  leggere  oltre  c che  dalla storia     di Marilena   riporta  sotto  (  e presa     dallo stesso    sito  )  da  queste   due  storie



"Sono sorda e ho dovuto fare la spesa con un cartello: ecco perché servono le mascherine trasparenti"

Immagine del profilo di Marilena Abbatepaolo, L'immagine può contenere: 1 persona, occhiali, spazio all'aperto e testo"Esco per la spesa e diavolo della mascherina! Non mi fa leggere le bocche. Non le vedo le bocche. Non so nemmeno se parlano con me. Sono uscita da casa con un foglio: 'Non sento. Non parlarmi'. Lei ha provato, voleva vendermi i punti, poi non so che altro. Le ho risposto: 'Voglio solo pagare e tornare a casa'. E le ho mostrato il foglio. Quella commessa mi ha guardata, ha letto il foglio e ha fatto di sì con la testa. Eravamo uguali, lei e io. Fragili allo stesso modo".A sottolineare il disagio vissuto dai sordi in questo periodo di emergenza Covid-19 è Marilena Abbatepaolo, dirigente scolastica dell'Istituto Comprensivo 'La Giustiniana' di Roma.Originaria di Polignano a Mare, Marilena non sente da quando aveva 16 anni, tuttavia non ha mai permesso alla disabilità sensoriale di porle dei limiti. Così nel tempo è diventata assessore, consigliere comunale, insegnante d'italiano e anche prima preside sorda d'Italia. Ma ora a farle "vivere un incubo nell'incubo" è un semplice pezzo di carta - o se preferite di stoffa -: una mascherina.La sua denuncia è apparsa su Facebook,





Essere sordo con il Coronavirus è un incubo nell'incubo. Non mi sono mai persa d'animo nella mia vita, ma da quando è scoppiato mi sembra di essere tornata ai miei 16 anni, quando tutto ebbe inizio. Anche allora la reazione fu: chiudermi al resto. Non sopportavo stare tra le gente. Dover vedere le labbra muoversi. Non capire. Preferivo stare sola.
Ed infatti a me questa quarantena non pesa. No, sono abituata al silenzio. Sono abituata a tutto questo. Ho spalle forti e larghe per affrontare questo. È quello che sta fuori che mi fa male oggi.Certo proprio così. L'opposto della maggior parte delle persone. Perchè io oggi non posso capire nulla.Esco per la spesa e, diavolo della mascherina!, non mi fa leggere le bocche. Non le vedo le bocche. Non so nemmeno se parlano con me.

Sono uscita da casa con un foglio che ho mostrato alla commessa: non sento. Non parlarmi.
Lei ha provato. Voleva vendermi i punti, poi non so che altro.
Le ho risposto: Voglio solo pagare e tornare a casa. E le ho mostrato il foglio con scritto: sono sorda. Non capisco.
Quella commessa mi ha guardata, ha letto il foglio e ha fatto di sì con la testa. Eravamo uguali, lei e io. Fragili allo stesso modo.
Arrivata a casa, mi sono guardata allo specchio. No, non sono mai stata così maleducata in vita mia.
Stasera poi leggo una notizia che mi ha strappato un sorriso
Ecco, una speranza mi si accende. Qualcuno si è ricordato di noi.
Anche se è in America, anche se qui in Italia non arriveranno le mascherine trasparenti, qualcuno si è ricordato che noi sordi esistiamo. Mi domando se qualcuno a scuola ha ricordato che i sordi non possono fare la didattica a distanza. Qualcuno si è posto questo problema?
Attendo risposte. Per ora ho solo questa notizia.
Certo proprio così. L'opposto della maggior parte delle persone. Perchè io oggi non posso capire nulla.
Esco per la spesa e, diavolo della mascherina!, non mi fa leggere le bocche. Non le vedo le bocche. Non so nemmeno se parlano con me.
Sono uscita da casa con un foglio che ho mostrato alla commessa: non sento. Non parlarmi.
Lei ha provato. Voleva vendermi i punti, poi non so che altro.
Le ho risposto: Voglio solo pagare e tornare a casa. E le ho mostrato il foglio con scritto: sono sorda. Non capisco.
Quella commessa mi ha guardata, ha letto il foglio e ha fatto di sì con la testa. Eravamo uguali, lei e io. Fragili allo stesso modo.
Arrivata a casa, mi sono guardata allo specchio. No, non sono mai stata così maleducata in vita mia.
Stasera poi leggo una notizia che mi ha strappato un sorriso
Ecco, una speranza mi si accende. Qualcuno si è ricordato di noi.
Anche se è in America, anche se qui in Italia non arriveranno le mascherine trasparenti, qualcuno si è ricordato che noi sordi esistiamo. Mi domando se qualcuno a scuola ha ricordato che i sordi non possono fare la didattica a distanza. Qualcuno si è posto questo problema?
Attendo risposte. Per ora ho solo questa notizia.

Miei cari amici, aiutatemi a farlo girare. Magari arriva da qualche parte.

a commento dell'articolo - diventato virale - con cui Mashable Italia ha parlato delle mascherine trasparenti cucite gratuitamente da Ashley Lawrence, una studentessa statunitense, per aiutare la comunità dei sordi e degli ipoudenti.Una notizia che le "ha strappato un sorriso e riacceso la speranza", scrive, perché "qualcuno si è ricordato di noi. Anche se è in America, anche se qui in Italia non arriveranno le mascherine trasparenti, qualcuno si è ricordato che noi sordi esistiamo".La preside spera che la sua denuncia arrivi sino al Governo e che qualcuno, leggendo l'idea della giovane americana, si attivi al più presto per iniziare a produrre e consegnare mascherine simili anche in Italia. Perché il problema rischia di limitare le vite dei sordi anche una volta concluso il lockdown."Immagino quello che accadrà con la fase due - dice Abbatepaolo a Mashable Italia - tutti usciremo con le mascherine, ovviamente in modo graduale, ma noi sordi come faremo? Come torneremo al lavoro? Come dialogheremo con i nostri amici? Ecco, io vorrei che si abbia chiaro il problema, affinché si trovi una soluzione".Poi punta i riflettori su un'altra questione: quella delle lezioni a distanza. "Sto ricevendo molte segnalazioni di studenti sordi che frequentano le superiori e che hanno problemi a seguire le lezioni da casa". Molte piattaforme per la didattica a distanza, fa notare la dirigente, non hanno il servizio di sottotitolatura."Abbiamo un problema di comunicazione, quindi d'inclusione - continua la preside - la Repubblica deve tutelare, come da costituzione, questa nostra situazione e lo dovrebbe fare sempre". "Non mi sono mai persa d'animo nella mia vita - continua - ma da quando è scoppiata l'emergenza mi sembra di essere tornata ai miei 16 anni, quando tutto ebbe inizio. Anche allora la reazione fu di chiudermi al resto del mondo. Ed infatti a me questa quarantena non pesa. No, sono abituata al silenzio. È quello che sta fuori che mi fa male oggi. L'opposto della maggior parte delle persone. Perché io oggi non posso capire nulla".Eppure, ricorda Abbatepaolo, "non ho mai avuto problemi a comunicare. Credo anche di parlare troppo".Intanto le parole della dirigente scolastica hanno trovato terreno fertile in molte aziende che si sono dette disposte a produrre dispositivi di protezione idonei. "In particolare da Venezia mi stanno inviando dei prototipi perché hanno voglia di intervenire - dice la preside - ma è chiaro che la produzione deve essere certificata dal punto di vista sanitario e validata e magari supportata dallo Stato".Ditte private, ma non solo. All'opera ci sono anche associazioni e piccole attività di bottega, come lo Studio Moda Marina Abbigliamento & Accessori, che, dopo aver ideato il modello, ha iniziato la produzione di mascherine trasparenti in accordo con la protezione civile di Desio, in Lombardia.Altre risposte arrivano dal Sud, in particolare dalla Sicilia, dove il 28 marzo è partita da  un istituto per sordi di Messina la richiesta, ora al vaglio del ministero dello Sviluppo Economico, di produrre dispositivi di protezione specifici per chi ha bisogno di leggere il movimento delle labbra.
L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono, primo piano
dalla pagina  facebook Studio Moda Marina Abbigliamento & Accessori
Spesso la società si dimentica di chi ha una disabilità sensoriale, ma la preside è convinta che pian piano il livello di inclusione migliorerà."Bisogna dare a tutti le stesse possibilità e ai miei ragazzi dico sempre di non mollare mai. Se ce l'ho fatta io, ce la possono fare loro", dice la preside.Poco dopo squilla il telefono. Una voce metallica introduce l'interlocutore e poi svanisce. "Ciao Valentina, sono Marilena. Ti ho fatto una sorpresa, ora può sentire la mia voce". Una magia avvenuta grazie a Pedius, l'applicazione sviluppata da un ragazzo romano, Lorenzo di Ciaccio. "Da quando l'ho scoperta ho ricominciato a chiamare le persone".

Cos'è il breathwork e perché per alcuni è meglio di una seduta di psicoanalisi e delle droghe



La tecnica di respirazione nata negli anni Settanta per emulare in maniera sana l'effetto di alterazione emotiva delle droghe sintetiche, spiegata - e insegnata in diretta Instagram - dall'americana Susan Oubari
  da   https://d.repubblica.it/beauty/07 Aprile 2020

      BENEDETTA PERILLI 


Foto Anaka Photographe
In altri tempi bisognerebbe andare a Parigi per provare una seduta di breathwork di Susan Oubari, [  foto  a  sinistra   ] in questi basta connettersi al suo account Instagram e seguire una lezione in diretta impartita in lingua inglese e francese. Chi scrive l'ha provato. L'effetto benefico delle sue brevi, ma intense, sedute di respirazione in tre tempi è immediato e permette di accedere a uno stato di profondo rilassamento. A patto però di essere preparati a lasciarsi andare e a superare i limiti, conosciuti, del proprio corpo. 
Susan Oubaru  Americana con un passato di oltre venti anni nel mondo della moda come direttrice artistica e agente di fotografi, Susan decide di cambiare vita e si forma per 14 anni nelle scuole internazionali di Nita Mocanu, Philippe Coffin & Colleen Benelli, fino a diventare insegnante di Reiki. Solo nel 2017 scopre il breathwork a Los Angeles nelle scuole di Jon Paul Crimi e Dan Brulé. Nel 2019 Susan Oubari fonda Breathe in Paris, un metodo interdisciplinare che unisce Reiki, meditazione e breathwork. Una scuola di sviluppo personale che mira a creare una bolla nella quale trovare riparo quando lo stress, soprattutto delle grandi città, sembra prendere il sopravvento. 
Abbiamo chiesto a Susan Oubari di raccontarci cos'è il breathwork partendo dalle sue origini."È una forma di pranayama, ovvero una respirazione yoga, che esiste da più di 4 mila anni. A partire dagli anni Sessanta però alcuni studiosi di new age americani hanno iniziato ad esplorare nuovi ambiti dell'utilizzo del respiro, penso ad esempio a Leonard Orr e al suo rebirthing, ma è soprattutto grazie allo psichiatra Stanislav Grof che si arriva a praticare quello che insegno oggi. Erano gli anni dell'Lsd e degli stati di alterazione, a lui si deve di aver trovato un metodo che non richiedesse l'utilizzo di droghe psichedeliche ma che potesse portare a un simile stato di consapevolezza alterata. Una sorta di trip sano".
Come è possibile ottenere questo stato solamente attraverso la respirazione?
"Ci si può arrivare grazie alla ripetizione di alcune sequenze di respirazione, rimanendo comodamente sdraiati. Non c'è niente di mistico ma il respiro ossigena il sangue e il cervello, l'ipotalamo emana endorfine che finiscono nelle ghiandole endocrine fino all'attivazione del fenomeno dell'ipofrontalità transitoria".
In cosa consiste una seduta?
In un ambiente dalle luci soffuse, con candele ed essenze accese, ci si adagia su un tappetino e si chiudono gli occhi. Nelle mie lezioni utilizzo delle mascherine per gli occhi e delle coperte per mantenere caldo il corpo. Nella parte iniziale della seduta si visualizzano le volontà e ci si prepara alla respirazione. Quello è il momento centrale che dura circa trenta minuti ma solo dopo dieci si iniziano a sentire i primi effetti. Poi segue un un momento di riposo durante il quale il corpo si reintegra delle energie che ha perduto. Il tutto accompagnato dalla musica. A fine sessione è come se il corpo venisse attraversato da un uragano o da una scarica elettrica". 
Quali sono i benefici del breathwork?
Sono tanti e riguardano vari aspetti. Può aiutare a riequilibrare il sistema digestivo e quello nervoso, può essere utilizzato per combattere l’insonnia, lo stress e la depressione e infine rafforza il sistema immunitario. Durante una seduta si passa attraverso tre stati di trasformazione. La prima è fisica ed è dovuta al'iperventilazione volontaria che può produrre formicolio, crampi e tremori. La seconda è mentale e coinvolge la risposta del cervello davanti a questa alterazione fisica. La mente tende a controllare il corpo ma solo nel momento in cui ci si lascia andare a queste nuove sensazioni fisiche si passa alla terza trasformazione, che è emozionale"
In che senso si paragona il breathwork a una seduta di psicoterapia? Lasciandosi andare si percepiscono emozioni che normalmente non sentiamo perché dobbiamo rispondere a una società che ci chiede continuamente di essere forti, coraggiosi. Dopo l'ultima trasformazione, quella emotiva, spesso i miei allievi piangono o gridano, sentono la paura e la affrontano. Questa tecnica è per alcuni aspetti simile alla psicoterapia perché permette di non controllare la mente, i pensieri, la parola e di entrare in connessione con pensieri non superficiali e di superare i blocchi emotivi
In questo momento è consigliabile praticare il breathwork?Assolutamente sì ma non consiglio di farlo senza una guida perché bisogna capire le conseguenze fisiche - in particolare lo sconsiglio alle donne incinte e alle persone con problemi cardiaci - e gestire quelle emozionali e mentali. Detto questo mai come in questi giorni la respirazione può aiutare a rallentare i pensieri, le emozioni e le manie del controllo e a provare semplicemente ad ascoltarci".

io non mi sento italiano ma purtroppo lo sono davanti a certi stranieri sciacalli AUSTRIACO CHIEDE IL 55% DI SCONTO PER UN CASOLARE. LA RISPOSTA ESEMPLARE DELL'AGENZIA IMMOBILIARE DELLE MARCHE

Leggo , ringrazio l'utente     danilea  tuscano per  avermela segnalata  ,  schifato ed  indignato su    https://www.laltrogiornale.it/  questa  storia



Austriaco chiede di ridurre del 55% il prezzo di un casolare in vendita “tanto siete in bancarotta a causa del virus”Ma la risposta del titolare dell’agenzia immobiliare è stata netta: “Il nostro Paese si è sempre rialzato dalle prove peggiori. Ce la faremo anche questa volta. Il prezzo non cambia”


ANCONA
 La situazione è grave ma, come sempre, l’Italia si rialzerà. Ha la forza e la volontà per farlo. Per cui non ci servono né “avvoltoi”, né approfittatori.
Ecco ciò che ha scritto oggi un potenziale cliente austriaco, nel sito di un’agenzia immobiliare, in risposta ad un annuncio per la vendita di un casolare. “Dato che le persone in Italia stanno andando in bancarotta a causa del virus, se siete disponibili ad offrirci una riduzione del prezzo del 55%, verremo a vederlo non appena terminato il pericolo”.

Nella foto: la bellezza della campagna marchigiana
La risposta del titolare dell’agenzia immobiliare, dopo un iniziale momento di sorpresa, è stata netta: “La ringrazio per il Suo interesse. Tuttavia non prevediamo la possibilità di offrire una riduzione del prezzo del 55% come da Lei desiderato. Vede, il nostro Paese si è sempre rialzato dalle prove peggiori a cui la Storia lo ha sottoposto, ci rialzeremo anche questa volta. Fra le altre cose deteniamo oltre il 70% del patrimonio storico, artistico e culturale globale. Nel Mediterraneo, inoltre, sono fiorite le maggiori Civiltà dell’antichità. Civiltà che hanno condiviso cultura, progresso e conoscenza. Credo che anche Lei si trovi nella sua abitazione, così avrà sicuramente il tempo di tradurre questa email, quindi Le scrivo in italiano e la invito a tradurre anche questo antico detto: «Sui cadaveri dei leoni festeggiano i cani. Ma i leoni rimangono leoni ed i cani rimangono cani»”.


Certe  cose   mi fanno  sentire   cosi  


proprio come diceva Gaber in


 Io non mi sento italiano è l'ultimo album di Giorgio Gaber, scritto con Sandro Luporini. È uscito qualche settimana dopo la sua morte, nel gennaio 2003.

rettifica al precedente post combattere il bullismo con la pet terapy ? l'esperimento della cooperativa killa della dott . Simona Cao

 di cosa  stiamo parlando
come  combattere  il bullismo   con  la  pet  terapy ? l'esperimento  della  cooperativa    killa  della dott .  Simona  Cao   trovate  qui  la   storia
https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2020/04/avendo-letto-questa-storia-su-giallo.html


  Ricevo  dalla dott. Srena Cao  questa  rettifica






Annalisa Catte e Serena Delogu solo pedagogiste, e poi vicepresidente e presidente, toglierei abilitate all'insegnamento e educatori professionali.La comunità per minori si chiama il sentiero del sole e non il senso della vita.





06/04/20

Michela Murgia sfregia Franco Battiato: "Scrive solo minchiate "

Lo so chi scrive o dice minchiate andrebbe ignorato ma è più forte di me . Sopratutto quando a dirne sono degli intellettuali che scrivono benissimo.
Ecco quindi questa mia umile replica a Michela murgia



Cara Michela MurgiaMi fa meraviglia che una persona così intellettualmente colta visto che è nel gotha dei salotti letterari italiani ignori (o faccia finta di non sapere) che una volta lanciato il sasso /provocazione soprattutto oggi si tempi d'internet è difficilissimo Smentire o cambiarne la direzione. E viene diffusa la prima voce o scritto uscito che la rettifica è le precisazioni. Infatti la sua rettifica \ scusaL'immagine può contenere: il seguente testo "Michela Murgia @KelleddaMurgia 4h In risposta a @ludik e @chiara_valerio E' che quando abbiamo lanciato la moneta mi è toccata la parte della cattiva, io che Battiato lo adoro! Ma ovviamente la mia fatica nel parlarle male non è nemmeno paragonabile a quella che sta facendo chi crede che sia tutto reale. 3 19"
 Mi sa tanto di arrampicata sugli specchi ed é peggiore di quello che ha lanciato. È come se io parlo male di una persona in questo caso in intellettuale e poi dico stavo scherzando provocando. O come se picchio qialcuno/a e poi dico stavo scherzando. Complimenti per la spassosa provocazione che permette di parlare di qualcosa che non sia il coronavirus. A quando la prossima ?! Non vedo l'ora di sentirne o leggerne un altra e riservi o polemizzarci
Ora  sarà  pure    come  dice 

Roberto Recchioni
3 hC'è un format in cui ci sono due persone che parlano. Si sceglie un argomento e si tira una moneta. Una delle persone che parlano deve essere "contro" l'argomento e l'altra deve sostenerlo. Significa che chi è "contro" non è che sta dicendo cose che pensa davvero ma sta provando a sostenere una critica che possa "vincere" sulle parole a favore del suo avversario (che, ugualmente, non è per nulla detto che sia davvero a favore di quella cosa).E' un banalissimo esercizio di retorica.In USA ci fanno le gare nei licei e nelle università, lo abbiamo visto in tante serie televisive e film.Serve per migliorare le proprie capacità dialettiche.In Italia succede che se lo fai, ti becchi una vagonata d'insulti da gente che non è capace di capire manco le premesse basiche di questo esercizio.Io non ci credo che ho dovuto prendere le parti della Murgia. Non ci credo.

MA      come     dice   anche   un commento  al suo post  : << Indipendentemente dal fatto che sia un format, ci sta pure che si possano scegliere argomenti su cui essere “contro” che però siano argomentati, appunto, con criterio. Non proprio a caxxo di cane come ha fatto   in questo  caso   [ corsivo mio   ]  la Murgia.>>




Infatti   per sostenere un esercizio di retorica bisogna prepararsi sull'argomento. Che si sostenga il pro o il contro. Ciascuno può fare e dire ciò che vuole è chiaro, mi sconforta la totale impreparazione sugli argomenti che si è scelto di trattare.Infatti Anche perché di argomenti seri per criticare Battiato ce ne sono, non è che non ce ne siano. E lì diventa interessante questo tipo di esercizio. Altrimenti è fine a se stesso. Ossia, sempre per me, inutile.Insomma io dico solo che se mi danno “un esercizio” da fare, quanto meno un poco studio e mi preparo .  e  qui mi fermo  perchè  La cacca più la
mescoli più puzza

05/04/20

la spagnola il coronavirus d'oggi L’altra pandemia Perché l’influenza spagnola è un capitolo dimenticato della storia italiana



Di cosa stiamo parlando della spagnola il coronavirus del secolo scorso trovate sotto degli approfondimenti utili per integrare l'articolo di oggi 
https://www.youtube.com/watch?v=-QOzGkybSms interessanti analogie e differenze con il covid19 \ coronavirus 

 da   https://www.linkiesta.it/   aprile  2020
                                  

                                      

Quattro milioni e mezzo di contagi e 600mila morti su una popolazione di 36 milioni di abitanti, economia colpita, tensioni sociali, tutto a cavallo tra la Grande Guerra e il fascismo. Eppure ne abbiamo pochissima memoria


«Qui l’epidemia è in aumento continuo, a Desio infierisce non meno che a Milano; basta vedere le tre colonne dei morti della gente per bene nel Corriere per persuadersi qual è la mortalità nei quartieri popolari. Non si sa più dove mettere i bambini orfani di madri ed i cui padri sono al fronte. È un problema trovare ora dei medici. Tutti sono sopraffatti dal lavoro e in fondo nessuno è curato a dovere. Forse anche la grande mortalità è dovuta alla scarsa assistenza sanitaria».

Lettera di Anna Kuliscioff a Filippo Turati, 12 ottobre 1918.

«Per consolarci dall’influenza verdigera, che imperversa sempre più (A Roma 200 morti – anche a Torino è gravissima – alla Camera abbiamo 12 inservienti ammalati e un segretario della Biblioteca morto l’altro giorno; neppure le trincee di libri salvano da questa peste!), si vuole che tra le cagioni che determinano il mollamento tedesco ci sia il grippe, che avrebbe messo a letto 300 mila soldati, e i casi in Germania si conterebbero (pigliala per quel che vale) a 12 milioni».

Lettera di Filippo Turati ad Anna Kuliscioff 13 ottobre 1918.

Nell’ottobre del 1918 l’Italia è stremata. La Prima Guerra Mondiale è agli sgoccioli: prima della fine del mese ci sarà la battaglia di Vittorio Veneto, che sancirà definitivamente la sconfitta e il disfacimento dell’Impero austro-ungarico, e la vittoria italiana. Ma sono giorni difficili, per chi è al fronte come per chi è rimasto nelle città. Alla fine dell’estate sulla penisola si è abbattuta una seconda ondata di influenza spagnola, che sta facendo più vittime della guerra.

Se la prima ondata del virus, nella primavera precedente, era passata quasi sottotraccia, il nuovo picco di settembre non può essere ignorato: la maggior parte dei circa 4 milioni e mezzo di contagi e 600mila morti – su una popolazione di 36 milioni di abitanti – viene colpita proprio in quelle tredici settimane da settembre a dicembre.
La situazione degenera rapidamente. Conseguenza soprattutto delle tardive contromisure del governo e delle amministrazioni locali, che in un primo momento avevano sottostimato l’impatto dell’influenza spagnola e provato a nasconderla per non aggiungere ulteriori preoccupazioni agli italiani.
Nei mesi più duri del conflitto la censura della guerra aveva contribuito a sbiadire l’impatto del virus, mentre sui giornali si creavano contraddizioni tra le numerose colonne di necrologi e i minuscoli trafiletti di cronaca creati ad arte per rassicurare la popolazione con sole informazioni di servizio.
Ora che è tutto finito e la pandemia è esplosa, il presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Vittorio Emanuele Orlando si trova costretto a vietare il suono delle campane per i funerali, soprattutto dove il morbo fa più vittime, come a Torino – una situazione «gravissima» nelle parole di Turati – dove nel mese di ottobre si registrano anche 400 morti al giorno.
In pieno autunno il bilancio della spagnola inizia a diventare insostenibile e lo Stato deve reagire. Il 17 ottobre 1918 viene pubblicato il decalogo dettagliato del comune di Milano, con una serie di indicazioni da seguire: «Fare gargarismi con acque disinfettanti (dentifrici a base di acido fenico, acqua ossigenata), non sputare per terra, viaggiare in ferrovia il meno possibile, diffidare dei rimedi cosiddetti preventivi, evitare contatti con persone, non frequentare luoghi dove il pubblico si affolla (osterie, caffè, teatri, chiese, sale di conferenze). Così facendo si mette in pratica l’unico mezzo veramente efficace contro l’influenza, l’isolamento», e così via. 
In tutta Italia le autorità centrali e locali danno il via a una campagna di disinfezione dei luoghi pubblici per assecondare le richieste dell’opinione pubblica. L’inizio della scuola viene posticipato a data imprecisata; viene ridotto l’orario di apertura dei negozi, con le sole farmacie a beneficiare di un allungamento dei turni; cinema e teatri restano chiusi nonostante le proteste dei proprietari che chiedono di essere risarciti.
La classe dirigente vuole fermare solo i servizi non essenziali, facendo lavorare a pieno regime le principali attività economico-produttive: fermare la complessa macchina statale avrebbe incalcolabili ripercussioni sull’operatività dell’esercito in un momento decisivo del conflitto. La conseguenza però è l’aumento di assembramenti all’ingresso dei negozi alimentari; nonostante la consapevolezza del pericolo, lo Stato sceglie di non aggiungere limitazioni per non aggiungere nuove ansie. I ceti popolari temono di rimanere senza viveri e assicurare loro il pane – al netto della carenza di beni di prima necessità – è un tentativo di calmare gli animi.
Il governo sceglie anche di non fermare le fabbriche. Gli spostamenti quotidiani di migliaia di operai, però, moltiplicano le occasioni di contagio: le condizioni igieniche e lavorative non possono garantire la salute dei lavoratori, la distanza non è rispettata, né le precauzioni eseguite alla lettera. Così la malattia avanza inesorabilmente nelle industrie facendo crollare la produttività. 
Gli stabilimenti dipendenti dal Comitato regionale di mobilitazione industriale per l’Italia centrale e la Sardegna (nei centri di Roma, Ancona, Terni e Chieti) registrano dal 10 ottobre al 27 novembre 12.426 casi d’influenza su 40.048 operai, che causano circa 75mila assenze dal lavoro.
«L’Italia scontava un duplice ritardo, sia per le strutture statali, sia per la condizione della popolazione», spiega Paolo Mattera, professore di Storia Contemporanea all’Università Roma Tre. L’impostazione della sanità si dimostra del tutto inadeguata per una pandemia di quella portata. In assenza di un ministero della Sanità – sarebbe stato istituito solo nel 1958 – le malattie infettive, considerate un problema di ordine pubblico, sono in carico al ministero dell’Interno, e l’unico provvedimento certo – conosciuto e condiviso anche nel resto del mondo – è il distanziamento sociale. 
«Si guardava prevalentemente alla sicurezza – spiega il professor Mattera – si puntava a isolare i malati in casa. Questi, privi di cura, morivano in numero maggiore, e contagiavano i familiari nelle case, che morivano di conseguenza». Ma non va poi tanto meglio a chi è ricoverato in ospedali travolti dall’emergenza sanitaria: il personale sanitario è abituato a una routine lenta, compassata, con procedure farraginose, incapace di adeguarsi con la dovuta rapidità. I medici protestano per le estreme condizioni lavorative, con poco personale e mezzi inadeguati: alcuni di loro arrivano ad abbandonare il servizio. E non sono gli unici a protestare. 
Con il passare delle settimane il peso di quella seconda ondata di influenza spagnola presenta il conto a tutta la popolazione italiana, che manifesta la propria preoccupazione, impressionata dalle spaventose scene a cui si assiste nelle città e nelle campagne a causa dell’eccesso di mortalità.
Fino all’estate l’impatto sui cittadini era stato diverso. Durante la prima ondata di influenza, meno letale, era prevalso il desiderio di liberarsi dal peso e dai dolori della guerra: per quanto potesse essere diffusa la spagnola avrebbe impiegato del tempo per scavarsi un posto tra le preoccupazioni degli italiani. La stessa guerra – la più devastante a memoria d’uomo – aveva completamente stravolto la percezione e il valore della morte.
Una buona parte della popolazione vive in piccoli borghi, o nei villaggi, con un orizzonte esistenziale molto ristretto. Per molti italiani nel 1918 lo Stato è ancora una realtà astratta, distante, che si presenta soltanto per le tasse e la leva militare: c’è una certa diffidenza, o comunque distanza, verso le istituzioni. 
«Questi sentimenti – spiega Mattera – si trasformano in ostilità quando ci si rende conto che le contromisure dello Stato non hanno effetto. Lo si nota in alcune lettere inviate dai cittadini alle istituzioni, che nel corso dell’epidemia passano da un tono di supplica a uno di avversione, a volte sfociando perfino in teorie del complotto: si diceva che il malfunzionamento delle istituzioni fosse frutto di chissà quali oscuri interessi di Roma. Alimentando ulteriori paranoie e anche la diffusione di false notizie in piena escalation di influenza».
A novembre l’epidemia sembra aver allentato le maglie. Il 9 novembre la Giunta sanitaria di Milano rileva «il quasi completo ripristino dello stato normale della salute pubblica, ferme quelle disposizioni la cui efficacia è stata dimostrata chiede la revoca di tutti i provvedimenti eccezionali». Ma forse è ancora troppo presto e nelle settimane successive i contagi riprendono a crescere. 
«Finita la guerra, mio padre ritornava grazie a Dio vivo e sano, ma nella nostra casa regnava la miseria, più guaio ancora finita la guerra, vi è stata una malattia infettiva chiamata la spagnola, anche mio padre e quasi tutto il popolo erava infettato e l’agente moriva accatastrofi nel nostro piccolo paese. Al giorno morivano tante volte due o tre in una famiglia, anche mio padre appreso quel male, ed è arrivato impunto di morire fino a portarle il viatico e lestremensione il nostro parroco. […] All’ora eravamo 4 fratellini forse Dio l’avuto pietà e lo à fatto campare», racconterà Tommaso Bordonaro, di Bolognetta, provincia di Palermo, nove anni nel 1918, nel libro di Francesco Cutolo “L’influenza spagnola del 1918-1919”.
Nel Mezzogiorno l’influenza spagnola colpisce ancora più forte, vista l’inadeguatezza delle strutture sanitarie e la scarsa preparazione di una parte della classe dirigente. Anche lì riaprire e tornare alla normalità non porta il sollievo sperato: la pandemia ritorna per una terza ondata. Anche a causa dei reduci del conflitto, che ritornano alle loro case e alimentano nuovi focolai. 
L’11 gennaio il periodico socialista «La Squilla» di Bologna ancora scrive: «Censura / Morti in guerra: 462.740 / Feriti: 987.340 / Invalidi e mutilati: 500.000 / Non c’è la statistica dei morti di spagnuola, perché la “maledetta” continua ad ammazzare! / Dopo il cannone, lei ci voleva! / Ma da che mondo è mondo la peste andò sempre dietro la guerra / È storia; è anche nella Bibbia!».
Nei mesi immediatamente successivi alla Grande Guerra, la voce del partito socialista si fa più insistente, si inserisce nelle pieghe del malcontento e incendia gli animi dei cittadini. Non a caso l’Italia è il secondo paese europeo che la III Internazionale ritiene più prossimo alla rivoluzione, dopo la Germania. Nel 1919 gli scioperi operai e agrari conoscono un aumento considerevole di intensità e visibilità. La masse diventano protagoniste della scena pubblica italiana e il Partito Socialista Italiano cresce fino a diventare il primo partito nazionale: alle elezioni del novembre 1919 il PSI diventerà il partito di maggioranza relativa con il 32% dei voti. 
Quello dei socialisti si rivela, però, un fronte spaccato in profondità, tra massimalisti (la maggioranza, favorevole all’attuazione del programma massimo del partito) e riformisti (minoranza che controlla il gruppo parlamentare, la Confederazione generale del lavoro e le molte amministrazioni comunali “rosse” del centro-nord).
Sul fronte opposto, però, c’è crescente tendenza nazionalista di una frangia di italiani che alimenta il mito della vittoria mutilata. Nel settembre del 1919 un corpo di volontari guidato – tra gli altri – dal poeta Gabriele d’Annunzio occupa la città di Fiume per annetterla, in contrasto con quanto stabilito dalla Conferenza di Versailles. Più del risultato, l’impresa di Fiume conferma la forza crescente di un nuovo protagonista politico, il movimento fascista fondato nel marzo precedente dall’ex socialista Benito Mussolini. 
Nella seconda metà del 1920 il fascismo si organizza in squadre paramilitari, si preoccupa di spezzare la rete delle organizzazioni socialiste e di quelle cattoliche, e attira attorno a sé un nuovo blocco sociale composto in prevalenza da ceti medi ed egemonizzato dal padronato agrario e industriale: in questo modo prosciuga la base di consenso che ancora rimaneva ai liberali.
Nel novembre del 1921 nasce il Partito nazionale fascista, che conta ben 300mila iscritti (il PSI, alla sua massima espansione superava di poco i 200mila). Passerà meno di un anno prima che Mussolini decida di passare all’attacco facendo marciare su Roma decine di migliaia di “camicie nere” (ottobre 1922).
In questo scorcio di storia d’Italia il peso dell’influenza spagnola è quasi del tutto assente. Non è più priorità per il governo, le amministrazioni locali o i cittadini. Le rivoluzioni delle masse iniziate nel ‘19 difficilmente trovano una causa scatenante nella pandemia. Al più, può essere intesa come un amplificatore del malcontento delle fasce più basse della popolazione. 
Come spiega Marco Mondini, professore di Storia dell’Università di Padova: «Sappiamo che l’epidemia ebbe un ruolo nella fine della guerra, contribuendo a decimare ulteriormente gli eserciti. Ma abbiamo meno correlazioni con quel che è arrivato dopo. Potremmo trovare un legame solo indiretto, immaginando come l’ulteriore piaga possa aver esacerbato il popolo, trasformando il desiderio di migliorare la propria condizione nella realizzazione che questo rischiava di diventare impossibile».
Al contrario, si potrebbe ipotizzare che i movimenti delle masse abbiano in un certo senso contribuito alla fine dell’influenza spagnola, almeno a livello di percezione nell’opinione pubblica: hanno fatto sì che questa fosse intesa ancor meno come una preoccupazione. Più in concreto, invece, non è chiaro cosa abbia portato al termine della pandemia. 
La risposta unanimemente condivisa dalla comunità scientifica è che la quarantena ha portato i suoi benefici. Lo ricorda anche Laura Spinney nel suo libro “1918 L’influenza spagnola”, dopo aver collezionato dati di tutto il mondo, e confrontato comunità che se la sono cavata bene grazie al distanziamento sociale con quelle che non l’hanno applicata e hanno avuto risultati molto peggiori. 
È probabile che con il passare dei mesi il virus abbia subito una mutazione verso una forma meno letale. Ma un altro fattore che avrebbe portato alla fine dell’influenza spagnola potrebbe essere la sensibile diminuzione demografica successiva alla seconda ondata, quella dell’autunno del 1918. Come spiega il professor Mondini: «Se guardiamo l’Italia sappiamo che l’epidemia, combinata alla Grande Guerra, uccise circa un milione e 200mila persone per lo più comprese tra i 18 e i 30 anni nel quinquennio ‘15-’20. Il combinato delle due cause devastò la piramide demografica italiana in modo talmente profondo che secondo alcuni demografi ne siamo venuti fuori solo dopo la Seconda Guerra Mondiale». È possibile, quindi, che nell’estate del ‘19 tutti quelli che erano entrati in contatto con il virus siano morti o abbiano sviluppato una forma di immunità.

#coronavirusitalia vivere o sopravvivere

 le  prime due  storie   sono  tratte  da    oggi n.14 9\4\ 2020

Entrambe   collegate  anche  se  sotto   diversi aspetti   alla  mia  elucubrazione  mentale   vivere  o sopravvivere  ?  La  prima    pur  di vivere    si deve   ricorrere  alle piccole  illegalità  .


La  seconda   è  di come    anche  internet  e le nuove tecnologie  tanto demonizzate   possono anche  essere , in casi come questi utili


l'ultima è presa dall'account facebook di


17 h

VIVERE O SOPRAVVIVERE?

Ieri ho sentito un'intervista (Radio Capital) ad una operatrice di una casa di riposo, che spiegava come molti dei loro ospiti, dopo il blocco delle visite dei parenti, il divieto di andare da un piano all'altro e di uscire in giardino, hanno iniziato a rifiutare il cibo, a lasciarsi andare, a non voler parlare al telefono con i figli ed i parenti, perché mancava loro il rapporto fisico, umano, personale.Lasciarsi morire di depressione per non morire di coronavirus...tragedia nella tragedia.
<< sarà >> come ha  detto  un   commento  sulla sua bacheca << una delle   tante  stragi silenziose che infine resterà fuori dal conteggio finale ufficiale (che già oggi è sottostimato) >>  Una tragedia che non va dimenticata  è per  questo  che     continuo come  ho già detto  in un precedente  post   a parlare  di  corona   virus  anche  se   come  tutti  voi comincio   , anche se  siamo    davanti  ad un  fatto storico  , a  rompermi  i  coglioni   a non poterne più  .Infatti  qui si  tratta  Non solo sanità pubblica e lavoro ma anche condizione degli anziani al centro del dibattito. Ed  fare  elucubranti  seghe mentali   del  tipo  : cosa attende noi tutti. Una vita dove si potrà vivere o solo sopravvivere ?  ma  poi questa  bellissima canzone 



che  sto ascoltando in questo momento  nella mi  stanza    lontano  dal salotto    dove  mia  madre  ascolta in tv     il solito  bla  ... bla...  ( stavolta  è il turno dell'annunziata  su rai tre  ) , mi riporta  a pensieri  più  allegri  



04/04/20

AVVENTURA A MILANO AL TEMPO DEL CORONAVIRUS di Rita Brundu

Non sempre   gli ospedali    come  è  successo   e come sta  succedendo  qui in sardegna  con il  corona  virus  o  covid 19 . La storia  della   tempiese (   che  ringrazio per   avermene permesso la pubblicazione  ) Rita Brundu  lo do,mostra  .
Ma  ora bado alle ciancie  ed  eccovi la  storia   , foto  comprese    concessemi    dalla  protagonista


Antonio, a sorpresa, ha anticipato questo mio scritto. Ovviamente, come da lui ipotizzato, ho intenzione di picchiarlo…anche per l’esagerata apologia fatta nei miei confronti !Tramite un amico di Facebook scopro, a Milano, un Centro d’eccellenza nella riabilitazione motoria. Non ho dubbi, compilo immediatamente la domanda ed…eccomi a Milano.

 L’edificio è mastodontico, ed è situato praticamente di fronte al famoso stadio di San Siro. 


Non ho difficoltà ad ambientarmi e, comunque, non perdo il vizio di scrivere indirizzando una lettera alla Direzione dell’ospedale volta a smussare determinate criticità che rilevo all’interno della struttura. Sono soddisfatta poiché viene accolta con entusiasmo dai medici, dagli infermieri e ovviamente, dagli altri degenti. La vita si svolge tranquillamente, come in un normale centro di questo tipo. Finchè, il 21 Febbraio risuona la preoccupazione di un focolaio a Codrogno. Dov’è Codrogno, mi chiedo?? Ma i tanti milanesi vicino a me fugano subito i miei dubbi: vicinissimo a Milano. Erano le prime avvisaglie dell’espansione, qui in Italia, del coronavirus. Fino a questo momento, aveva preoccupato solo la Cina. Ma i primi focolai, guarda caso, si hanno proprio in Lombardia, tanto che dieci comuni vengono dichiarati zona rossa. Anche qui al Centro comincia ad esserci fibrillazione e cominciano ad essere bandite le persone provenienti da tali paesi. Nei reparti vengono affissi dei cartelli con i nomi dei dieci Comuni  “incriminati”, tutti non molto lontani da Milano. Ma la situazione sembra interessare solo quelle zone, e a Milano si continua a condurre la vita frenetica e attiva di sempre.
Dopo alcuni giorni, però, si denunciano due casi di Coronavirus nell’ospedale Sacco di Milano e la situazione inizia a mettere in allarme. Ma non più di tanto; infatti il Centro continua la propria vita di routine. Dopo pochi giorni la situazione comincia a precipitare e anche in ospedale cominciano le prime restrizioni: se prima le visite erano permesse la domenica dalle 10,30 alle 18,30 e i giorni feriali dalle 16 alle 18…adesso è concesso entrare solo un’ora al mattino e un’ora di sera. Ma è, comunque, ancora una situazione abbastanza tranquilla, anche se fastidiosa, e la città di Milano continua la vita di sempre. Questo si nota anche dall’ospedale, che ha proprio di fronte lo Stadio di San Siro, dove c’è tanta vita e afflusso di persone. Quest’ ultimo , di notte, è bellissimo…illuminato come un presepe e con un video enorme che si vede perfettamente anche a distanza. La notte del derby un elicottero controlla per almeno un’ora l’impeto dei tifosi, mentre passa e ripassa in un giro vorticoso che ha sempre lo stesso tragitto e fa tremare i vetri dell’Ospedale.Ma passa appena qualche giorno e gli infettati del coronavirus aumentano anche in questa città, apparentemente intoccabile. I provvedimenti al Centro continuano ad essere sempre più restrittivi e, a questo punto, al suo interno può entrare solo una persona per paziente in tutto il giorno. San Siro resta sempre illuminato, ma scompaiono gli spettatori e…le sue luci stridono sempre di più con il buio che si prospetta per l’arrivo del misterioso virus.

La situazione precipita, il Centro vieta qualsiasi visita; medici, infermieri, tutte le persone giunte dall’esterno devono dotarsi di mascherina e guanti. Anche a noi degenti è vietato uscire fuori dalla Struttura; la sensazione è di essere in tempo di guerra, anzi peggio, perché dobbiamo tenere la distanza anche tra di noi. Quindi, anche socialmente ci sentiamo soli. Anche Milano comincia a fermarsi poiché il suggerimento del Premier Conte è “Stare a casa”. Il piazzale di fronte all’Ospedale comincia a svuotarsi, mentre prima pullulava di auto e di gente. La mia compagna di camera, milanese, mi dice che il figlio tassista ormai sta a casa per mancanza di clienti. Anche altri suoi concittadini, in contatto con parenti e amici, mi dicono che la città si è svuotata; noto nelle loro parole angoscia e smarrimento nel descrivere una visione del tutto inconsueta della loro città così attiva e laboriosa. Infatti Milano, con la chiusura della maggior parte dei negozi e attività, è sempre più spettrale: un paradosso per la capitale dell’economia italiana.A me, intanto, comunicano le dimissioni, e prenoto il primo volo per la Sardegna. Lo trovo e sono contenta di tornare a casa.  In Ospedale c’è panico: il personale riferisce di persone care decedute; il bar all’interno della struttura chiude; le infermiere passano per il controllo e la temperatura dei pazienti due volte al giorno; gli addetti alle pulizie passano e ripassano per disinfettare…compare un’angoscia palpabile che assorbo anch’io.  Come se non bastasse mi arriva dall’aeroporto il messaggio che…il mio volo è stato annullato! Anzi, sono stati annullati i voli di tutta la settimana. E il mio cellulare, improvvisamente, non dà più segni di vita!! Cosa può capitarmi ancora?!? Erano 40 anni che non facevo visita a Milano, e quand’è che mi viene in mente di tornarci? Ma sì… al tempo del coronavirus!! Devo attingere a tutte le mie nozioni di psicologia per restare calma e, con molta ironia e con un fondo di speranzosa verità, chiedo al Primario del reparto di procurarmi il numero di telefono di Berlusconi perché possa, col suo aereo privato, portarmi in Sardegna…in fondo siamo vicini di casa. Il Primario mi risponde, con altrettanta ironia, che potrei approfittare del Centro Velico della Maddalena per tornare in Sardegna… a barca a vela! Comunque sono nervosa…voglio il mio cellulare!! Ne ordino un altro, ma tarda ad arrivare…allora ne ordino un altro ancora da Amazon. Dato il mio carattere estroverso ed esplosivo, tutto l’ospedale viene a conoscenza della mia situazione e trovo conforto in ognuno dei suoi componenti, che fanno a gara per darmi un aiuto.Intanto, le restrizioni aumentano in modo esponenziale e anche in camera da pranzo veniamo allontanati sempre di più l’uno dall’altro, e qualcuno è costretto a mangiare da solo in camera. Penso che, probabilmente, non saremo contagiati dal coronavirus ma, sicuramente, soffriremo di depressione. Ma anche in questo caso bisogna rilevarne, sarcasticamente, l’aspetto positivo: ci sarà tanto lavoro da fare per psicologi, psicoterapeuti, psichiatri…La mia situazione comincia a diventare incandescente, anche se dall’ospedale fanno di tutto per cercarmi una soluzione per il rientro. Ma invano, e io mi sento prigioniera a Milano. l’Assistente Sociale dell’ospedale si attiva per contattare  la regione Lombardia. Ma io sono dell’avviso che si debbano sfruttare tutte le possibilità e le chiedo di chiamare anche la Farnesina. Voglio tornare a casa! L’ultima possibilità sarebbe attraversare a nuoto il Mar Tirreno…ma la vedo dura!!E’ passato un altro giorno e l’emergenza in Lombardia si fa sempre più pressante. All’ospedale cercano frettolosamente di dimettere i pazienti e di riconvertire i medici in altri ruoli. Una neurologa è furibonda perché la vogliono trasferire anche in cardiologia. In tutti i reparti regna il caos organizzativo, mentre noi pazienti siamo terrorizzati dalle voci che si rincorrono per la presenza di malati di coronavirus all’interno del Centro.Voglio tornare a casa! L’Assistente telefona alla Presidenza della Regione Sardegna ma non ottiene risposta, e prende in considerazione la possibilità di chiamare anche il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Nel pieno della disperazione, mi faccio prestare un cellulare per telefonare ad Antonio; è l’ultimo grido d’aiuto, e lui l’accoglie alla grande. Infatti mi fa prendere contatto con un Consigliere Regionale sardo e mi suggerisce la possibilità di una nave in partenza da Livorno. Da allora, tutto diventa più semplice perché il Don Gnocchi entra in sincronia con il Consiglio Regionale Sardo e si attiva per organizzarmi il viaggio da Milano a Livorno . Quasi contemporaneamente, vedo un gruppo d’infermieri esultare ed uno correre verso di me…finalmente è arrivato uno dei cellulari! Tutti mi fanno festa e mi danno un aiuto per supplire alle mie carenze tecnologiche e informatiche, dato che non saprei come fare per farlo funzionare. E’ un venerdi fortunato e l’Assistente mi chiede qualche giorno per poter organizzare il viaggio. Nel frattempo, altri amici vengono dimessi e li saluto con nostalgia…il reparto si svuota sempre di più, forse per accogliere malati di coronavirus. Il terrore s’impossessa di noi. Mi viene in mente lo scenario descritto dal Manzoni nei Promessi sposi riguardo la peste del 1600 (anche perché sto pure a Milano!) e penso a quante persone come Lucia, Renzo, Agnese, Don Abbondio, Don Rodrigo, il Griso, e tanti altri stanno affrontando, con lo stesso sentimento, questo terribile periodo. Io tiro, comunque, un sospiro di sollievo poiché la partenza è stata programmata per martedì.IL VIAGGIO FINALE. L’infermiera, del turno di notte, mi sveglia alla 4,30. Mi sento tramortita, ma quando arriva Nicoletta (l’Assistente Sociale che mi accompagna) sono pronta per la partenza. Il medico, come da prassi, mi misura temperatura e pressione e mi consegna il foglio delle dimissioni. Partiamo. Durante il tragitto osservo Milano, città fantasma completamente spoglia. La saluto con un pizzico di nostalgia, poiché mi ha ospitata per quasi 2 mesi. La lasciamo per immetterci nell’autostrada, dove il traffico è insolito; non si scorgono auto ma file di camion, TIR e furgoncini. Passiamo vicini a Lodi… Parma… Pisa e, finalmente, eccoci a Livorno. Veniamo fermati dalla Polizia e, saputo che dovevo imbarcarmi, chiedono i documenti e mi misurano la temperatura. Ci allontaniamo per un breve tratto e veniamo nuovamente fermati da una pattuglia: ci richiedono i documenti. La nave, bellissima e imponente, sta ormai di fronte a noi ma…veniamo per l’ennesima volta fermati dalla Polizia, stavolta in compagnia di un medico. Quest’ultimo mi misura ancora la temperatura. E allora il mio senso dell’umorismo prevale, condiviso dal medico, nel constatare come nel giro di poche ore il mio “grado di calore” sia stato misurato per ben 3 volte! Finalmente è possibile entrare all’interno della nave Grimaldi; la delegazione del Don Gnocchi mi saluta e mi lascia nelle mani dell’Assistenza. Mi ritrovo in un salotto meraviglioso, ma completamente vuoto, con l’equipaggio che mi chiede notizie di ciò che avviene sulla terra ferma, come se  queste persone fossero in un piccolo pianeta distante e non li riguardasse.
IL personale dell’assistenza non mi perde di vista un attimo e tutti, compreso il Commissario, sono estremamente gentili con me. Provo a telefonare, ma mi avvertono che in mare non c’è connessione. Pazienza, proverò più tardi.
Durante il lungo tragitto osservo il Mar Tirreno, e mi sembra così vasto, anche troppo, perché mi separa dalla mia Sardegna. Manca, ormai, circa mezz’ora per l’attracco e posso finalmente telefonare anche ad Antonio. Mi sgrida perché avrei dovuto farlo prima, dato che avrebbe dovuto avvertire la protezione Civile del mio arrivo. Ma erano secoli che non viaggiavo con la nave, e non sapevo della mancanza di connessione in alto mare. Finalmente attracchiamo, e l’Assistente della Grimaldi mi lascia con la Protezione Civile di Tempio. Non prima che un altro blocco della Polizia m’avesse di nuovo misurato la temperatura!! Con questa sono 4 volte nel giro di una giornata. Arriviamo in città, e i solerti e gentili ragazzi che mi accompagnano mi lasciano (finalmente!) a casa. Sono già le 22 e sono esausta. Con un filo di voce telefono ad Antonio per avvertirlo del mio arrivo.Ma perché volevo picchiare Antonio? Devo invece ringraziarlo, di cuore, perché il suo intervento è stato determinante affinchè io potessi tornare a casa. Quindi grazie ad Antonio; a Nicoletta e tutto il personale del Don Gnocchi; all’Assistenza e l’equipaggio della Grimaldi; ai ragazzi della Protezione Civile. Infine grazie a Roberto, Salvina e, in particolare, ad Adriana che mi ha permesso di ritrovare una casa confortevole e funzionale.