29/04/17

Roberta, mamma di Totò: "Vi raccontiamo l'autismo per sentirci meno soli

repubblica  del 29\4\2017

na pagina Facebook e un libro in cui spiega la quotidianità fra dolore, speranza e meraviglia: "Ci mettiamo a nudo per dare forza ad altre famiglie e combattere ignoranza e pregiudizi"
di MICOL LAVINIA LUNDARI





BOLOGNA - "Non mi sono mai vergognata di avere un figlio autistico, nonostante il dolore continuo. Stentavo a reggermi sulle gambe, ma la testa e le spalle non si sono mai piegate. Ho cercato ogni momento di tenere lo sguardo alto e ben proiettato verso il futuro". Quella di Roberta, Beppe e il piccolo Antonio, 4 anni, per tutti semplicemente Totò, è una storia di dolore, di sguardi e di futuro. Una famiglia di Comacchio felice come lo possono essere tutte le giovani coppie che desiderano ardentemente un figlio, che arriva e riempie di emozioni la vita. Ma un giorno fra i giocattoli di Totò si insinua uno spettro che Roberta conosce bene, per studi e lavoro. Ha un nome che genera sconforto e paura: autismo.
Roberta Buzzi coglie i sintomi prima di tutti, e in lei comincia a scavarsi una voragine. A preoccuparla sono gli sguardi di Totò che non si posano su di lei, il nome in cui il bimbo non si riconosce. Sono poi gli sguardi eloquenti di un'ostetrica e della pediatra che le lanciano definitivamente un macigno sul cuore: la certezza di aver capito bene.
Beppe e Totò in spiaggia


"Di fronte a una situazione così o ci muori o l'affronti", dice oggi con gli occhi che ridono Roberta, 34 anni. Il suo è un mondo dipinto di blu, il colore della lotta all'autismo: blu il braccialetto dell'Angsa (associazione nazionale genitori di soggetti autistici), blu il nastrino al polso, la matita per gli occhi e i riflessi madreperlati degli orecchini. E Roberta, assieme al compagno Beppe, questa situazione ha deciso di affrontarla di petto, di aggredire la vita e riempirla di stimoli per Totò. Ha vestito i panni di una mamma "guerriera", come le ha scritto un giorno Beppe. Una definizione che incontrando questa giovane donna così tenace risulta così vera da sembrare cucitale addosso.
Ma nulla è semplice e non lo è mai stato. La conferma che Antonio era un bimbo autistico è stata una bomba a mano buttata all'interno di una famiglia. Un dolore fortissimo, una nube costante di sensi di colpa e di domande che non troveranno mai una risposta, il rapporto di coppia seriamente minato da troppi silenzi, troppa fatica. Persino il desiderio di annullarsi, di fronte a quella strada tracciata che è molto più accidentata di quanto mai si potesse ipotizzare di fronte a una nuova vita. Oggi Roberta trova la forza di raccontare tutto, di mettersi a nudo. Lo fa tramite una pagina Facebook, "Vi Raccontiamo L'autismo RobertaBeppe", e un libro, "Dolceamaro" (edizioni Il Fiorino), già reperibile online e presto in molte librerie, anche a Bologna.
"Quando ho aperto la pagina Facebook, a ottobre scorso, non avevo l'intenzione di insegnare nulla a nessuno, anche perché ogni autismo è diverso e presuppone diversi percorsi. Io e Beppe l'abbiamo fatto perché crediamo nella condivisione come strumento per abbattere i pregiudizi, perché ci sono troppe famiglie nelle nostre condizioni senza risorse economiche ed emotive. Occorre avere il coraggio di chiedere aiuto". Un coraggio che a Roberta e Beppe all'inizio è mancato. L'istinto, subito dopo la diagnosi (Totò aveva meno di due anni), è stato quello di chiudersi a riccio, di lasciare il mondo fuori. Di smettere di frequentare il parco giochi, la ludoteca, di non affrontare gli sguardi interrogativi o di pietismo degli altri. Ma sarebbe stata una fuga dalla realtà senza via d'uscita e che non avrebbe lenito il dolore né costruito nulla di utile per Antonio.

La famiglia di Roberta
 
Nel libro Roberta ripercorre tutta la sua vicenda, che non è universale ma sicuramente molto simile al travaglio di altre famiglie. I dubbi, la drammatica certezza, il rincorrere e incastrare medici, terapie, percorsi psicoeducativi, affollando la quotidianità di scadenze cucite addosso a Totò. Racconta le sue ansie di mamma e anche la solitudine provata troppo a lungo, l'incapacità di parlarne apertamente persino con Beppe. E poi la rinascita, la consapevolezza che Totò poteva fare (e ha fatto) passi da gigante, la gioia di piccoli gesti attesi per mesi, come quello di uno sguardo che finalmente si posa o di un dito indice rivolto verso un oggetto.
"Questa è ormai la mia ragione di vita. Combatto per noi e per tutte le altre famiglie come la nostra". Una battaglia continua, spiega Roberta, contro un mix letale fatto di burocrazia, ignoranza e pregiudizi. Se Roberta ha deciso di raccontare la sua quotidianità (fra scivoli e tagli di capelli) sulla pagina Facebook è anche per cercare di rendere più comprensibile l'autismo a chi non l'ha mai intrecciato: così chi incontra Totò al parco sa che non è maleducazione o un capriccio il suo tentare di saltare la fila per essere il primo a scendere dallo scivolo: è il suo entusiasmo a guidarlo. Per lei è stato catartico il poter mettere nero su bianco sentimenti e speranze, ma si è interrogata se fosse giusto esporre in questo modo Totò, rischiare di etichettarlo per sempre come "il bimbo autistico di Comacchio". La speranza di Roberta e Beppe è che far conoscere l'autismo possa servire a renderlo meno spaventoso abbattendo così i pregiudizi che ancora resistono.
Roberta a testa in giù e il piccolo Totò

Su Facebook c'è una foto di Antonio che bacia la sua mamma mentre Roberta come una bimba penzola a testa in giù da una giostra. E' probabilmente la sintesi migliore del percorso verso la consapevolezza e la felicità di questa famiglia semplice ma determinata: ribaltare il punto di vista, scacciare la paura, guardare a quello che c'è di buono e meraviglioso e rimboccarsi le maniche perché si possa moltiplicare. Ridurre il dolore - che mai si cancellerà, ammette Roberta con franchezza - a un accidente che non si può eliminare, ma sovrastarlo di meraviglia per ogni piccolo grande progresso di Totò. E guardare alla vita con occhi nuovi.rigogliosi paesaggi inattesi dietro una curva.
"Quanto dolore a chiudere gli occhi. Per troppo tempo ho visto solo quel che non c'era e non ho visto quel che c'era", scrive Roberta online, felice oggi di poter dire che "il nostro bambino è sereno, ed è quello che speravamo". "Il dolore è stato ed è ancor oggi forte e non potrebbe essere diversamente, ma nonostante tutto mi sono sempre rifiutata
di pensare, anche per una sola volta, di pretendere che mio figlio fosse diverso da com'è, perché se fosse diverso non sarebbe più il mio piccolo Antonio". Un messaggio che Beppe e Roberta lanciano alle altre famiglie di bimbi autistici, perché "soltanto chi cammina con le tue stesse scarpe, conosce davvero come ci si sente su quella strada tortuosa e piena di avvallamenti e di insidie". Ma anche di rigogliosi paesaggi inattesi dietro una curva.





rigogliosi

28/04/17

elaborare il lutto aiutando gli altri ed amare la propria terra senza paura di allontanarsi

Perde la figlia e si dedica al ricamo, la storia di Lucia: «Così ho donato 40 mila euro al Cro»
L’iniziativa di una pensionata che ha raccolto i fondi per il centro oncologico di Aviano con i ricavati dei suoi lavori. «L’ho fatto in ricordo di mia figlia, scomparsa a 37 anni»
di Piero Cargnelutti



Con quelle mani segnate dall’ago e dal filo, in 12 anni di ricami solitari ha raccolto la ragguardevole cifra di 40 mila euro che ha donato al Cro di Aviano per la ricerca contro il cancro.
La storia è quella di Lucia Feregotto, 74enne di Gemona, che dal 2004 realizza merletti, pupazzi e creazioni artigianali in stoffa che vende nei mercatini o nell’ambito di diversi festeggiamenti, per raccogliere fondi che poi ha sempre messo a disposizione del Cro, con tanto di documentazione.
Quest’anno, con la vendita delle sue ultime creazioni, ha ricavato ulteriori proventi che le hanno consentito di raggiungere la cifra complessiva di 40 mila euro, e lunedì prossimo, in occasione dei festeggiamenti del primo maggio a Campagnola, consegnerà ufficialmente ai rappresentanti del Centro di Aviano, che hanno accettato di intervenire personalmente, il contributo con il quale raggiungerà quella fatidica cifra nel corso di un incontro che sarà realizzato grazie alla collaborazione del comitato di borgo.
Quella di Lucia è una storia che ha inizio in un momento difficile, ovvero la perdita improvvisa per una malattia incurabile della figlia Milly, mancata all’età di 37 anni. «Quando andai in pensione – racconta Lucia Feregotto –, poiché avevo più tempo a disposizione, cominciai a dedicarmi al cucito e alla creazione di abbellimenti in stoffa. Mia figlia Milly mi diceva spesso che quelle che realizzavo erano belle creazioni che meritavano di essere vendute, io le rispondevo che lo facevo per passione, e non mi interessava guadagnarci perché fortunatamente riuscivo a vivere con la mia pensione. Allora Milly si prese l’impegno di organizzare la mia prima bancarella, ma poi mancò improvvisamente».
Era il 2 settembre 2004 quando la figlia fu colpita da una malattia che se la portò via in una notte. Lucia reagì a quel duro colpo, portando a termine quello che Milly aveva cominciato, e decidendo di destinare tutto il ricavato alla ricerca contro il cancro. Cominciò quell’autunno alla sagra della Beata Vergine della Salute di Maniaglia e poi continuò tra mercatini e festeggiamenti vari, dove poteva organizzare il suo banchetto colorato: nel corso degli anni, tante persone l’hanno aiutata portandole stoffe e materiali che lei riciclava creando merletti e ricami e lavorando a mano sino a mezzanotte, dopo essersi assicurata che la sua abitazione fosse in ordine come fa un’ottima donna di casa.
In questi anni, neppure i cinque interventi in anestesia che ha subito l’hanno fermata: per lei la cosa importante era che ci fosse il nome di Milly in quella busta che ogni anno andava a consegnare di persona al Cro. «Ho sempre donato sino all’ultimo centesimo raccolto – dice Lucia – e non ho mai tenuto niente per me. Di certo non avrei mai pensato di arrivare a questa cifra. Ora
che ho raggiunto 40 mila euro continuerò a cucire, ma non so se riuscirò a partecipare a molti mercatini in futuro: sono tornata tante volte a casa con la gonna bagnata dalla pioggia e la mia età non se riuscirò a partecipare a molti mercatini in futuro: sono tornata tante volte a casa con la gonna bagnata dalla pioggia e la mia età non mi permette di affrontare facilmente le intemperie».




Il lontano Perù dei bimbi tra Lima e l’Amazzonia

La storia di Martina Uda, architetto che lavora a progetti di cooperazione Costruisce scuole per le bidonville e i villaggi dei nativi che abitano la foresta 
 di Enrico Carta






ORISTANO. L’altra parte del mondo non è solo un luogo geografico. Non è fatta solo di alberi diversi, di città che hanno nomi dal suono magari un po’ strano. L’altra parte del mondo è fatta di volti, modi di vivere, persone. È lontana, ma non per chi la vuole scoprire e fare propria. Non è solo lo spirito di avventura, ma anche la voglia di conoscenza e di mettersi in gioco ad aver spinto Martina Uda sino al Perù dell’immensa capitale Lima e delle vastissime propaggini della foresta amazzonica.
Architetto di 30 anni di Santa Giusta, ha fatto le valigie qualche tempo fa quando ancora era studentessa. «Dopo l’esperienza universitaria di Cagliari, ho proseguito gli studi con un master preso tra Alghero e la Cina. A quel punto ero pronta per il lavoro, però avevo il desiderio di fare un’esperienza nell’ambito della cooperazione». Facile? No, per niente. Il settore è povero e per un anno le risposte non sono arrivate. L’occasione però passa e chi la sa attendere viene ripagato. «Attraverso il servizio civile sono stata inserita nell’associazione peruviana Semillas fondata da Marta Maccaglia e a quel punto ho fatto i bagagli».
Era l’ottobre del 2015 e il Perù è diventata la terra di Martina Uda per undici mesi divisi a metà tra Lima e l’Amazzonia. «Il mio lavoro – racconta – si è svolto in due diverse fasi. La prima nel sobborgo di Huaycon, una bidonville simile alle più conosciute favelas brasiliane, ma con una densità di popolazione inferiore». È allora che, anche nel lontano Perù, spunta fuori l’architetto: «Mi sono occupata di attività di doposcuola con i bambini e tra queste c’erano proprio laboratori di architettura, naturalmente adattata allo spirito dei piccoli alunni e orientata allo sfruttamento delle potenzialità che anche una periferia di una città come Lima offre loro».
La compagnia di quattro donne si è poi spostata verso la foresta, quella terra mitica che porta il nome di Amazzonia e che rimanda indietro sino alle storie dei primi colonizzatori e all’instancabile amore per la propria terra dei nativi. «Lì il nostro lavoro è cambiato – spiega Martina Uda – perché le scuole in molti villaggi da loro abitati proprio non esistevano. Per progettarle e costruirle servono soldi e a questo, io e le mie compagne, ci siamo dedicate a lungo». Poi è iniziata la fase di costruzione, mai banale come si potrebbe pensare osservando tutto ciò con gli occhi da europei benestanti. «Il primo passo – prosegue – è quello di analizzare il luogo, studiarne le esigenze e capire se la nostra iniziativa è accolta con favore. Una volta superata questa fase si parte: loro prestano la manodopera per abbattere i costi di realizzazione e noi mettiamo a disposizione le nostre conoscenze. L’associazione ha costruito quattro scuole – racconta–. Io mi sono occupata della costruzione di una scuola elementare iniziata ad agosto del 2016. Si chiama Jerusalem de Minaro e ospita duecento bambini, una sala mensa e un locale per assemblee. È fatta
principalmente di legno ed è stata editifacata con un mix di tecniche moderne e tradizionali». Ora Martina Uda è pronta per il nuovo viaggio, quello che porta alla conclusione dell’opera. Ci si può chiedere perché e la risposta è di una semplicità imbarazzante: «Lascio il futuro lì. A loro».
«Amo la mia terra ma non ho paura di allontanarmi»
Si pensa che chi abbia la valigia sempre pronta abbia un legame non strettissimo con la propria terra, invece quella è una valutazione frettolosa. «Non mi spaventa affatto allontanarmi – afferma
Si pensa che chi abbia la valigia sempre pronta abbia un legame non strettissimo con la propria terra, invece quella è una valutazione frettolosa. «Non mi spaventa affatto allontanarmi – afferma Martina Uda – e infatti nell’attesa di concludere il progetto in Perù, cosa che avverrà in questi giorni, ho vissuto a Genova col mio ragazzo dove ho continuato a svolgere la libera professione. Eppure l’idea di avere un giorno la Sardegna come base per tutto ciò, è sempre presente». È un po’ come avere un’anima divisa in due: «Adoro le cose che faccio dall’altra parte del mondo però gli affetti sono qui in Sardegna, il cui maggior problema è la mancanza di coesione e di fare rete. Percepisco che ci sono tanti aspetti che le persone invidiano a noi sardi come il nostro stile di vita però siamo poco uniti e il campo lavorativo non fa eccezione. La strada che dobbiamo percorrere è quella del lavoro in studi associati, del co-working utilizzando il termine inglese». E intanto il Perù si riaffaccia nell’orizzonte di Martina Uda e dell’associazioneSemillas che sta portando avanti una raccolta fondi per regalare ai bimbi della scuola amazzonica un parco giochi in bambù. il progetto si chiama Parquebambu che ha anche una pagina Facebook, mentre l’aiuto all’associazione si può dare attraverso la pagina internet www.semillasperu.com










mi permette di affrontare facilmente le intemperie».

Essere costretti a vivere in carrozzina non è una sentenza di morte, è solo attraversare il mondo con un altro punto di vista, la storia di Luca Paiardi e Danilo Ragona

anche se molto spesso le storie riportate da concitra sono troppo zuccherose e melenese come d'altrond e quelle storie che parlano solo con il cuore o tropppo con il cuore e poco con la ment e , sono un ottimo spunto di riflessione , e soprattutto contribuiscono a far si che certe storie non siano solo ai margini  o   si parli  di  loro   solo quando   si h  successi olimpici  osi  è  Vip     come  Zanardi

Luca Paiardi e Danilo Ragona in una tappa del loro viaggio
Luca Paiardi e Danilo Ragona in una tappa del loro viaggio
Grazie alla segnalazione di Selene Baiano e Francesca Mariotti
Essere costretti a vivere in carrozzina non è una sentenza di morte, dicono questi due ragazzi: è solo attraversare il mondo con un altro punto di vista, più basso… Forse avete già sentito parlare della storia di Luca Paiardi e Danilo Ragona, due amici torinesi che da quasi vent’anni vivono in carrozzina.“Quasi vent’anni in piedi e quasi vent’anni seduti. Sappiamo bene com’era la vita prima e stiamo lavorando perché la vita oggi e la vita dopo sia sempre più facile, per tutti. Migliore”. Luca e Danilo hanno avuto un incidente che non avevano ancora compiuto vent’anni. Da allora sono in sedia a rotelle. Luca è diventato architetto, ha continuato a giocare a tennis e a suonare: è il bassista degli Stearica. Danilo è un progettista e designer che si dedica oggi molto alle tecnologie in sostegno della disabilità.
Per Luca Paiardi e Danilo Ragona lo sport è parte integrante del "viaggio"
Per Luca Paiardi e Danilo Ragona lo sport è parte integrante del "viaggio"
Da tre anni hanno fatto della loro vita un manifesto di intenti: sono loro stessi il progetto che vogliono realizzare. Girano l’Italia unendo sport, avventura, musica, solidarietà. Potete vederli nel loro sito. Quest’anno, il terzo, saranno fino a dicembre in viaggio dal Piemonte alla Basilicata passando per la Sardegna. Con una novità: vogliono arrivare in Spagna e forse in altri paesi d’Europa.Durante la scorsa edizione del viaggio avevano lanciato una raccolta di fondi per acquistare uno speciale furgone per Danilo Neri, rimasto tetraplegico a 17 anni. Il furgone è arrivato e Danilo si unirà a loro in una delle tappe: quella di luglio, a Sestriere. In ogni tappa c’è sempre un momento in cui si fa sport insieme agli altri e uno in cui si visitano le unità spinali del luogo. Le unità spinali sono il posto dove chi ha avuto un incidente può ricominciare a vivere.Lo sport è il compagno della riabilitazione. “Oggi però lo sport per noi è diventato soprattutto il nostro modo di raccontare che un’altra vita è possibile: ogni tipo di sport, anche estremo. L’esempio e la testimonianza che vogliamo dare a tutti coloro che si trovano nella nostra condizione è semplice. Se lo puoi pensare lo puoi fare”. Quest’anno l’obiettivo del loro viaggio è (anche) quello di comprare alcune carrozzine da donare alle più importanti unità spinali d’Italia.“La nostra associazione no profit si chiama B-free, sostiene e sviluppa progetti sull’eliminazione delle barriere architettoniche. Possiamo e vogliamo andare ovunque, la sola differenza è che noi vediamo il vostro e il nostro mondo da un angolo diverso. Seguiteci”. Se non di persona, che sarebbe meglio, anche su Facebook. ‘Viaggio Italia’. Seguiamoli.

27/04/17

LE CENERI DEI COPTI © Daniela Tuscano

LE CENERI DEI COPTI
Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Popolo e diadema
Di storia e di dolore
Solcano Pasque eterne 
Nei templi romiti

E li vedi, solenni come esodi
Varcare un'altra attesa,
Nuovi giorni senza gloria.

Son fatti di sogno
E abitano la terra,
Mai svuotati di pazienza.

Sono il sacrificio
Di Cristo ripetuto,
Col volto nero, perso,
I piedi sfatti e crudi.

Cammino, su resti di città 
In questo sfarinato grigio d'aprile 
Fra volti callidi, senza speme
E un tardo pensiero di cielo.
Incontro, col cuore
I fratelli e sorelle lontani.
Il loro martirio mi dà forza,
Voce d'insperato yobel;
Non si nasce perdonando,
Si umanizza praticando.

© Daniela Tuscano

nostalgia canaglia : milano dopo 84 anni l' ultimacorsa del tram 23 quanti ricordi va in pensione un pezzo di storia ed Gli adulti tornano bambini: i mondiali di nascondino nella città fantasma

Un tram storico, che per 84 anni ha collegato la zona di Lambrate al centro di Milano: adesso il Comune e Atm hanno deciso di mandarlo in pensione.



 L'intero tragitto del tram 23 sarà coperto dalla linea 19, che allungherà il suo percorso da Roserio a Lambrate, non fermandosi più a Cairoli. Gli affezionati del vecchio mezzo modello 'carrelli' raccontano durante l'ultimo viaggio del 23 la storia di Milano vista dal tram 


Gli adulti tornano bambini: i mondiali di nascondino nella città fantasma


Una città fantasma che torna alla vita e 400 adulti che si riscoprono bambini per un weekend: gli organizzatori del Nascondino World Championship hanno annunciato date e location dell'edizione 2017, l'ottava.



Dopo il successo riscosso lo scorso anno,il

affronto statale ai morti che ancora riemergono a 100 anni di distanza ai morti della greande guerra ( 1914- 1918 )


Così lo Stato sfregia il "milite ignoto": le ossa dimenticate in una scatola



Un femore, un cranio, le costole che raccontano e ricordano la storia di un ragazzo, morto al fronte nella Grande Guerra, sono stati ritrovati nel 2015 sulle Dolomiti tra la Marmolada e il Passo di San Pellegrino. Così lo Stato sfregia il "milite ignoto": le ossa dimenticate in una scatola


Le ossa erano state ritrovate da Livio Defrancesco in un canalone, dopo che un violento temporale aveva smosso le ghiaie. Dal femore recuperato sotto la Marmolada pare che il giovane soldato fosse molto alto per il suo tempo, intorno al metro e ottanta. Probabilmente cadde da un dirupo e si ruppe la testa. Nell'inverno del 1916 caddero 18 metri di neve sulle Dolomiti e i soldati rimasero a difendere le posizioni.


Ancora oggi quei resti sono rimasti in uno scatolone nella caserma della compagnia dei Carabinieri di Moena  nel  video sotto la vicenda     




Sia      che  si ritenga     giusta   o  secondaria  ( io somno  d'accordo  con quest'ulti o giudizio ormnai  sono passati cent'anni    chi sa  se  sono anche vivi   gli eredi  ,    l'importante  non è  piangerlo   davanti ad  un  tomba   ma dentro di te  )    come non dare  ragione    al'incipit  giustamente   sarcastico l'incipit dell'articolo su Repubblica   (   sotto   l'articolo    completo  ) di Paolo Rumiz, giornalista, scrittore e grande viaggiatore:
Attenti: se trovate un Caduto, rimettetelo subito sotto terra. Riconsegnate il corpo alle stelle alpine, alle primule, alla pace ritrovata dei luoghi dove ha combattuto. Altrimenti, se ne denuncerete la presenza secondo le procedure di legge, lo farete finire in qualche sottoscala o in uno scaffale.



È il destino del milite ignoto trovato nella primavera del 2015, a cent'anni esatti dall'inizio della Grande Guerra, sotto la Cima di Costabella in Dolomiti, tra la Marmolada e il Passo di San Pellegrino, dove Italiani e Austriaci si sono combattuti per due anni e mezzo in condizioni estreme. Ventidue mesi dopo il ritrovamento e trasferimento a valle, il cadavere è ancora lì, alla stazione dei Carabinieri di Moena, non si sa se in un sacco, una cassetta o una scatola, in attesa di un "Requiem" e di un camposanto dove riposare.
A Moena tutti hanno fatto il loro dovere. Il "recuperante", Livio Defrancesco, che ha trovato il corpo senza nome in fondo a un canalone dopo un violento temporale che aveva smosso le ghiaie sopra lo scheletro. Il magistrato che ha avviato la pratica. I Carabinieri, che hanno avvertito i loro superiori. La stampa locale e nazionale, che ha informato gli Italiani.
Non il ministero della Difesa, che attraverso l'apposito istituto interforze denominato "Onorcaduti", avrebbe dovuto occuparsi della sepoltura. Morale: i Cc di Moena vivono dal luglio del 2015 con in caserma un morto che nessuno vuole. Ci avranno fatto quasi l'abitudine, a quel mucchietto di femori, clavicole, costole e falangi, chiusi non si sa dove con probabile targhetta di cartone. Tutto questo a pochi chilometri dal cimitero militare di Santa Giuliana, a Vigo di Fassa, dove altri Caduti della Grande Guerra hanno trovato onorevole riposo, in una prateria con vista sui monti più belli del mondo.
E sì che, dal 2001, il comando di "Onorcaduti" è in mano a commissari scelti dall'arma dei Carabinieri, che alla tenenza di Moena avrebbero dovuto dare risposta immediata. Nell'ordine, i generali Bruno Scandone, Vittorio Barbato, Silvio Ghiselli e, ora, Rosario Aiosa, il quale si è trovato a fronteggiare le commemorazioni del centenario con mezzi inadeguati, in gran parte grazie all'aiuto volontario di associazioni combattentistiche e d'arma, a fronte di una situazione disastrosa, con ossari e cimiteri in pessime condizioni.
Se una civiltà si giudica dai suoi cimiteri, allora è possibile dire che con la nuova gestione sono finiti, anzi sepolti per sempre, i tempi in cui "Onorcaduti", nati nel 1919 con al comando nientemeno che il generale Armando Diaz, portarono a compimento la missione in posti come El Alamein e il fronte russo. Tempi in cui l'istituto fu trascinato dall'entusiasmo di figure mitiche, come i generali Umberto Ricagno e Ferruccio Brandi, o da superiori iper-attivi come Benito Gavazza, che nel 1990 avviò il rimpatrio dei Caduti sul fronte del Don.
Ma tu chi sei, alpino di Costabella? Sì, perché tu, soldato, morto certamente in azione sul canalone Ovest della montagna, col cranio spaccato da un masso a soli cinquanta metri dalle linee austriache, eri un alpino che andava all'assalto. Un alpino gigantesco per l'epoca, alto sul metro e ottantacinque. Lo dicono i tuoi femori. Dovevano conoscerti tutti, per la tua forza. Lo sappiamo con sicurezza in che compagnia stavi, perché su quel tratto di fronte c'eravate solo voi, ragazzi della 206.a, battaglione Val Cordevole, settimo reggimento.


L'ultimo affronto al milite ignoto: dimenticato in una scatola


Tu ignori, per fortuna, la miseria dei nostri tempi. Noi, invece, sappiamo qualcosa di te e dei tuoi compagni. Eravate tappi di un metro e sessanta di media, ma capaci di sopportare fatiche da bestie. Gente come Giacomo Dall'Osbel detto "Ross faghèr", faggio di pelo rosso, in grado di portare sulle spalle un quintale e mezzo in salita. O il vostro capitano, Arturo Andreoletti, immenso alpinista, che ebbe il fegato di mandare a quel paese il generale Peppino Garibaldi per gli ordini che dava, considerati suicidi.

Come l'assalto al Col di Lana, una vera tomba per gli Italiani. Sappiamo anche quando, presumibilmente, precipitasti in quel canalone: fu alla fine del tremendo inverno del 1916, in cui caddero, in Dolomiti, diciotto metri di neve.

L'ultimo affronto al milite ignoto: dimenticato in una scatola


Sono tutte cose che Livio Defrancesco sa bene. È da bambino che batte le sue montagne e oggi, con i materiali che ha trovato, ha aperto in casa propria uno dei più bei musei della guerra alpina. Si definisce un miracolato, per essere sopravvissuto a tre esplosioni, tra cui il botto micidiale di una bombarda. "I tre jolly della mia vita li ho già giocati", commenta rudemente, come chi ha già visto cosa c'è oltre la linea d'ombra.
"Ero sotto la cima di Costabella a fare manutenzione dei sentieri - racconta - e ho visto delle scarpe chiodate, tipiche di quella guerra in montagna. Le ho prese in mano e ho sentito che dietro venivano i piedi, la gamba, il corpo. Le ossa erano perfette, grandi più del normale. Accanto al corpo, un arpione per far sicurezza ai compagni, una gavetta e una bomba a mano. Niente piastrina di riconoscimento. L'elmetto era spezzato. Era stato chiaramente portato via da una valanga o da una frana".

L'ultimo affronto al milite ignoto: dimenticato in una scatola

Chissà se, attraverso questa denuncia, riusciremo a sapere il tuo nome, soldato di Costabella. "Gli alpini della 206.a compagnia non erano poi tanti, ed erano sicuramente bellunesi - commenta Mariolina Cattaneo, coordinatrice della rivista "L'Alpino" a Milano - se poi si pensa alla statura inconsueta dell'uomo e alla memoria leggendaria di quegli scontri, forse qualche parente o studioso della Grande Guerra si farà vivo per sciogliere l'enigma".


E chissà, a quel punto, che non requiescat in pace.🤔😟😐😔🛏️❤️✝️




26/04/17

la filosofia spiegata a mio figlio con il libro " Lettere a Sofia sulla felicità ”,

  dalla  rubrica  di concita  


Dalla Cina le lettere per Sofia



Raffale con la figlia Sofia

Questa storia ce la racconta Raffaele dalla Cina

Mi chiamo Raffaele Tamborrino e sono un avvocato pugliese che, da oltre 10 anni, vive e lavora in Cina, fornendo consulenza alle imprese europee che investono in questo Paese o hanno rapporti commerciali con le imprese cinesi. Per varie ragioni, negli ultimi due anni mia moglie e mia figlia Sofia si sono trasferite in Italia mentre io, per motivi di lavoro, continuo a risiedere a Shanghai (ma fortunatamente ho la possibilità di tornare frequentemente nel mio Paese).
L’interesse che, fin da ragazzo, nutro per la filosofia e l’etica, la lontananza dalla mia famiglia ed il desiderio di fornire a mia figlia insegnamenti che ritengo importanti per la sua crescita mi hanno ispirato la scrittura di un libro nel quale ho voluto descrivere, con un linguaggio semplice (sotto forma di lettere indirizzate alla piccola Sofia), gli insegnamenti di Socrate, Platone e Aristotele che sono ancora attuali ed utili per vivere felici.
Nasce così “Lettere a Sofia sulla felicità”, un racconto epistolare nel quale ho cercato di combinare, in ogni paragrafo, i consigli di un padre a sua figlia su come vivere una vita felice e saggia con la descrizione di un tema proposto da questi antichi filosofi (illustrato in modo facilmente comprensibile anche per chi non ha una formazione classica).
L’obiettivo è stato quello di presentare Socrate, Platone e Aristotele non come voci di un passato lontano ma come maestri di vita, i cui insegnamenti possono aiutarci ancora oggi a riflettere sul senso della vita e su come trascorrere un’esistenza serena (“una vita che non faccia di tali ricerche non è degna di essere vissuta”, ci direbbe Socrate).
La principale lezione che ho tratto, rileggendo i filosofi della Scuola di Atene, è che il comportamento migliore per poter vivere felici è quello di chi, agendo secondo il bene e secondo giustizia, favorisce una pacifica e costruttiva convivenza con gli altri, perché raramente è felice colui che si comporta in modo scorretto ed egoista, pur di emergere e prevaricare su tutti (non a caso, Aristotele sosteneva che “la giustizia è la più importante delle virtù: né la stella della sera, né la stella del mattino sono altrettanto degne di ammirazione”).
Un altro aspetto fondamentale che questi filosofi ci hanno trasmesso è l’importanza di coltivare la propria saggezza per poter vivere in modo consapevole e poter fare sempre scelte razionali; per questo motivo, come ci insegna Platone, “è necessario che ogni uomo cerchi di diventare il più sapiente possibile, pregando e supplicando padre, tutori e amici che ci rendano partecipi della loro sapienza, piuttosto che delle loro ricchezze”.
Il libro è arricchito da un saggio del professor Luciano Canfora che mi ha onorato fornendomi un contributo che aiuta il lettore a comprendere come nasce il mito di Atene.
Inoltre, la pubblicazione sostiene la campagna Unicef For Sofia, destinando gli utili derivanti dalla vendita del libro a progetti per la tutela dei bambini rifugiati nelle zone di guerra.

Raffaele Tamborrino

amore ( malato , all'improvviso , a distanza ) , eremiti, silenzio , diversità

  da  repubblica  del  26   aprile 2017



Processo Pietrantonio a Roma, Paduano: "Chiedo scusa ma non chiedo sconti di pena"
L'ex fidanzato e killer di Sara in aula per la prima volta. Presenti la madre e il padre della studentessa 22enne uccisa, il 29 maggio, lungo la Magliana

                                                     di GIUSEPPE SCARPA



"Chiedo scusa anche se so che non sarò perdonato. Ci tenevo a farlo di persona. Non chiedo sconti di pena". È venuto a processo, per la prima volta, a quasi un anno dall'omicidio. Ha detto questo Vincenzo Paduano, ex fidanzato e killer di Sara Di Pietrantonio. In aula c'erano la madre e il padre della studentessa 22enne uccisa, il 29 maggio, lungo una strada di periferia a Roma, dopo esser stata strangolata e poi data alle fiamme.
Gli avvocati del 27enne, che hanno discusso oggi, hanno spiegato che il "loro assistito ha confessato l'omicidio" hanno chiesto al giudice di valutare "le attenuanti generiche, senza le aggravanti (come la premeditazione e le attenuanti generiche, ndr)". I legali hanno poi proseguito dicendo che "Vincenzo non ha mai stalkizzato Sara" e che non sussiste "il reato di distruzione di cadavere, il corpo aveva solo delle ustioni".
Nella precedente udienza il pm Maria Gabriella Fazi aveva chiesto "l'ergastolo per Vincenzo Paduano". Da un lato ci sono i messaggi che minacciano vendette inviati all'ex per la nuova relazione sentimentale con un altro ragazzo, dall'altro le prove che Paduano, vigilantes di 27 anni, la seguisse ossessivamente, da almeno una settimana, e senza mai farsi vedere.
Con questo pacchetto di prove il pm Fazi aveva argomentato la sua richiesta di fronte al gup. Il pm aveva chieato che Paduano venisse condannato per tutti i reati di cui è accusato: omicidio volontario aggravato dalla premeditazione dai futili e abbietti motivi, dagli atti persecutori, e ancora stalking, incendio e occultamento di cadavere.
Per sette giorni Paduano si è nascosto e ha pedinato Sara. Gli investigatori hanno ricavato questo dato dal Gps. Il navigatore installato nell'auto del 28enne che era già servito per inchiodare il ragazzo il giorno del delitto.
Il Gps in sostanza aveva in memoria i percorsi compiuti da Paduano una settimana prima dell'omicidio. In giorni diversi Vincenzo sarebbe andato sotto casa di Sara, poi sotto quella del nuovo fidanzato della studentessa (Alessandro Giorgi), da un'amica dell'ex e ancora fuori dalla palestra e dall'Università frequentata dalla ragazza. Un'ossessione che si unisce alle minacce rivolte alla 22enne per averlo lasciato (da diversi mesi) ed aver iniziato una nuova relazione: "Ti rovino la vita a te e a lui (Giorgi, ndr), tu devi soffrire come stai facendo soffrire me", le diceva il 21 maggio. E ancora c'è il tentativo di incendiare l'auto di Alessandro, con una Molotov, alle 5 del mattino del 28 maggio. Ovvero 24 ore prima dell'assassinio.
E infine la stessa dinamica del delitto. Lui che esce dal suo posto di lavoro (vigilantes in orario notturno) lascia sulla sua scrivania il cellulare, individua Sara sotto casa di Alessandro poi anticipa con
la sua auto la strada che l'ex compie per rientrare a casa. In un tratto di via della Magliana, una strada periferica buia ed isolata, si apposta con la sua auto. A quel punto passa Sara a bordo della sua Toyota Aygo, la sperona, la fa scendere dalla macchina, una breve discussione, poi la strangola (5-minuti al massimo) e infine cerca di disfarsi del cadavere dandole fuoco con una tanica di benzina acquistata precedentemente. La sentenza è fissata per il 5 maggio.


Scialpi, la verità di quei tweet sul Pride In un’esclusiva a Pride Online il cantante lancia una riflessione su come emancipare la più importante manifestazione di orgoglio omosessuale


Scialpi, la verità di quei tweet sul Pride
Alcuni tweet dei giorni scorsi, a firma del cantante Scialpi, che invitavano a moderare alcuni atteggiamenti provocatori durante i Pride, hanno da un lato scatenato il risentimento da parte  degli attivisti organizzatori e di molti partecipanti, dall’altro  hanno invece aperto un serio dibattito sull’argomento.  La decisione dell’artista è scaturita da un episodio omofobico di cui è stato recentemente vittima a Roma,  il 28 marzo scorso. «Un ragazzo camminando per strada mi ha riconosciuto e ha detto “frocio” – racconta l’artista – sputandomi addosso».
I tweet di Scialpi sul Gay Pride
Combattere i nostri diritti senza culi al vento ma seri nelle sedi opportune #gaypride per fare un passo avanti
Credo che la gente si faccia meno pippe di quante ce ne facciamo noi (#gay) #gaypride
Fallo vedere alle coppie LGBT che vogliono dare il cognome ai propri figli e ancora non possono.
E’ arrivata l’ora di essere più moderati per ottenere più diritti.
Addio viva il #gaypride e viva il #culoalvento

Pride Online ha voluto approfondire la vicenda ascoltando dalla viva voce del cantante e del suo compagno, il manager Roberto Blasi, con cui è unito in matrimonio dal 2015, le ragioni di questi tweet, destinati sicuramente a dividere la comunità Lgbti sull’argomento, tra sostenitori di chi vuole un Pride più morigerato e oppositori che rivendicato a tutti gli effetti la libertà di espressione.
Ma prima facciamo un passo indietro, ripercorrendo le tappe dell’impegno pubblico del cantante sul tema dell’omosessualità. Il loro matrimonio, celebrato negli Usa – in Italia all’epoca non era ancora consentito – destò molto scalpore e l’evento guadagnò la copertina del settimanale Chi: «Non siamo più una coppia di fidanzati, siamo una famiglia . È importante per una persona poterlo dire, con fierezza e con amore e trovare così il proprio posto nel mondo. È una battaglia che abbiamo combattuto e, ufficializzando la nostra unione, abbiamo vinto, almeno lo spero. Abbiamo superato i pregiudizi e ci siamo esposti dal punto di vista mediatico»,  raccontò Scialpi in quel numero della rivista diretta da Alfonso Signorini. Negli Usa, grattacieli alle spalle, il cantante scriveva: «Non confuso ma felice!». Il 31 agosto di quell’anno con l’hashtag  #viaggiodinozze. scattò  un selfie  in aeroporto a New York con la didascalia che recitava: «Oggi torniamo da marito e marito».
Come abbiamo detto, nel 2015 il ddl Cirinnà era ancora in discussione in Parlamento: «Il nostro atteggiamento è stato ancora più forte perché ha anticipato l’approvazione della legge in Italia. Abbiamo osato dunque sfidare tutti quei politici italiani proprio perché volevamo che la legge entrasse in discussione alla Camera».
Al rientro in Italia la coppia partecipò al reality “Pechino Express“, l’adventure show di Raidue che li vide protagonisti lungo le strade del Sudamerica.
«L’orgoglio di essere gay per contrapporsi alla polizia che picchiava. Occorre riprendere il vero spirito del Pride quando andarono in scena le prime parate dell’orgoglio omosessuale che si sono poi svolte in molte città del mondo per rivendicare rispetto e diritti. Ricordando, soprattutto ai più giovani, quel 1969 a New York, con i moti dello Stonewall Inn e quel codice penale dello stato di New York, che puniva i gestori di locali che servivano persone gay visto come favoreggiamento dell’omosessualità, descritta come un crimine contro la natura. Le retate della polizia erano frequenti e i gestori finivano spesso al commissariato di polizia per violazione delle leggi dello Stato.
Dire che occorre essere più moderati al Gay Pride non significa attaccare la manifestazione, che resta assolutamente importante perché il senso è proprio quello di rievocare e onorare quel 28 giugno 1969, quando i frequentatori dei locali, le drag queen e i giovani della zona reagirono con la forza all’ennesimo raid della polizia e segnarono l’inizio della mobilitazione politica per il riconoscimento dei diritti dei gay. Significa dire che occorre alzare l’asticella qualitativa sul Gay Pride, in termini di comunicazione.
Non mi sembra di  affermare una eresia né tantomeno voler sminuire il significato di questa parata così importante per i motivi che ho ricordato. Credo che  combattere per i diritti con i culi al vento, prima ancora di averli conquistati questi diritti, possa rappresentare  un autogol. Prima raggiungiamo gli obiettivi concreti,  poi lasciamo spazio alle provocazioni, culi al vento compresi. Questa dei diritti è una partita troppo importante e, usando ancora una metafora calcistica, dovremmo essere più astuti usando una tattica diversa per le nostre rivendicazioni.
Sono sicuro che ormai  quelli con i cosiddetti culi al vento sono una minoranza, perché al corteo sfilano associazioni impegnate quotidianamente sul territorio contro discriminazioni e violenze o le famiglie arcobaleno che sostengono i figli omosessuali e i genitori nel percorso di accettazione, ma quella minoranza è presa di mira dai media che fanno a gara a pubblicare foto e immagini destinate poi a incidere negativamente sulla credibilità della manifestazione e ad essere strumentalizzate dai poteri forti con le classiche didascalie e commenti alla foto di uno che ha una bandiera rainbow  nel proprio culo: “Ma voi dareste vostro figlio in mano a uno così?”.
L’immagine della shampista, per rendere l’idea, che quando stacca dal lavoro corre al Gay Pride per indossare abiti provocatori,   è ormai obsoleta e ha rotto, scusate il termine, le palle a tanti gay che vogliono costruire il proprio percorso di vita rivendicando i diritti in altro modo. Il Pride in Italia deve un po’ emanciparsi e non essere solo radicato al concetto di esprimere la propria libertà sessuale,  ma orientato a raggiungere dei risultati importantissimi nella società civile che ancora sono lontani, dalla legge contro l’omofobia e quella delle adozioni”.
Vi faccio un esempio pratico: la manifestazione Svegliati Italia, dove io e Roberto abbiamo partecipato con grande entusiasmo e il nostro bacio immortalato dai giornali, è stato un bel messaggio alla società per non discriminare l’amore, è stata una mobilitazione esemplare dove tante persone si sono ritrovate nella piazza testimoniando con grande civiltà la propria identità sessuale per avere il giusto riconoscimento e il posto che merita in questa società. Queste sono le manifestazioni intelligenti che servono a dare forza, credibilità e rispetto a tutta la comunità Lgbti.
Credo difficile che restiamo credibili se restiamo ancorati alle vecchie modalità se vogliamo essere ascoltati e accolti. Poi ognuno agisca di propria coscienza e vada al Pride come meglio crede, ma mostrare al mondo l’omosessualità nel massimo della volgarità, con una bandiera conficcata nel culo, non mi pare un aiuto concreto a chi sta facendo un percorso di accettazione, famiglie comprese di figli omosessuali, con il rischio di rovinare il certosino lavoro di associazioni che ogni giorno si battono per i diritti di tutti. Non è la bandiera nel culo il simbolo della battaglia del movimento Lgbti nel contrasto alle discriminazioni e del riconoscimento pieno dei diritti».
Questa è l’opinione di uno come Scialpi che, per rivendicare con orgoglio il diritto all’amore e all’unione same-sex, ha messo a repentaglio anche la propria carriera: «Non ci ho rimesso solamente il lavoro, ma soprattutto ci ho messo la faccia, cosa che non ci ha messo mai nessuno in Italia rispetto a chi dice che ci sta vicino “con il cuore”».

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