22/08/17

cazz boh adesso condividere criticamente sui social le cazzate di Salvini & company per denunciare e smontare le idiozie di salvini e company è essere sciaccalli o essere dalla loro parte ?

Nei  giorni scorsi  ho condiviso in maniera  critica questo post   vittimistico

Giuseppe Scano ha condiviso il post di Matteo Salvini.
16 h
che ne pensate ?
edia.
Questa non deve essere pubblicata: vogliono negare la realtà per controllare l’opinione pubblica.
Ipocriti e complici.
#iononmiarrendo #apriamogliocchi #stopterrorismo


Dunque riepiloghiamo: la Cia aveva avvertito i servizi spagnoli sul rischio di un attentato proprio alla Rambla. L'Isis già in febbraio aveva minacciato azioni…
BLOG.ILGIORNALE.IT

qui volevo mettere  in evidenza   come notare   sempre  da  un botta  e risposta  sulla mia bacheca





Tommaso Spartaco Ma non condivide sta monezza
Mi piace· Rispondi · 15 h



Giuseppe Scano Hai ragione . era una condivisione attiva cioè critica per discutere di come una foto ha ampia diffusione ed un altra viene ignorata . non volevo dare spazio alla cloaca salvinista
Mi piaceRispondi · 2· 9 h


insomma volevo   affrontare uan discussione sul problema e sull'uso dell'immagini e su quale sarebbe il confine fra speculazione \ sciacallaggio ed infornazione \ documentazione.
Fncl ( scusate ma quando ci vuole ci vuole ) a chi continua ad accussarmi senza conoscermi e : << ***** penso che fate schifo tutti e due >> non  sapendo  ( o peggio non  volendo )  distinguere   quando una  lo fa in maniera  attiva  /  critica   per provocare  un dibattito  o per  vedere  cosa  ne pensano   gli altri \ e   e  vedere  se  tutti (  cosa  che in rete e  non solo  , succede spesso )  hanno mandato il cervello all'ammasso  cioè hanno messo il tasto OFF  a pensieri diversi  da  quelli del mainstream  salv inista  \  malpancista  .
Concludendo   cosa  ne penso io  del post  di Salvini  ?
Chhe   sfa facendo prpaganda  ,  vittimismo  , in quanto  quella foto  è stata  diffusa  ampiamente  in rete  indipendentemente  dai siti  ufficiali  . Ma soprattuto  ha  ragione

Marco Puddu Contrapporre disgrazia a disgrazia per raccattare 4 voti dà l'idea della microstatura morale dell'elemento .

21/08/17

la differenza fra uno xenofobo razzista che piomba sulla folla con la sua auto in Virginia e l'Integralista che con un furgone fa la stessa cosa sulla Rambla a Barcellona.?

da Matteo Brugnoli 
L'immagine può contenere: auto e spazio all'apertoOra "i Trump" , sia quello originale che quelli sparsi per il mondo, dovrebbero spiegarci
Ve la dico io: NESSUNA.
Entrambe le azioni sono mosse dall'odio verso il prossimo, odio che viene alimentato da ideologie fanatiche estremiste promosse da chi protegge interessi economici e geopolitici.
Non abbiate paura del diverso ma temete chi vuole essere conforme a modelli imposti da altri, perchè è nella diversità che sta la bellezza.











Infatti    ha  ragione l'amica  re mio  contatto fb  




Rosa Alba Se continuiamo a seguire chi ci istiga all' odio generalizzato e strumentale saremo complici di chi vuole COMANDARE attraverso la divisione e la disumanizzazione. Dividi et impera. Io preferisco restare umana e ponderare ogni mia valutazione. Uso la mente e non le viscere, altrimenti produco solo...bip bip ERGO NON ASCOLTO SALVINI
Sono contro TUTTI I TERRORISMI, ANCHE QUELLI NAZIFASCISTI CHE HANNO COLPITO IN VIRGINIA E ALTROVE


facebok due pesi e due misure il caso di don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro e Ramin

IL fatto   che  mi accingo a riportare  mi riportare    mi ricorda  questo film 


video


da  http://iltirreno.gelocal.it/pistoia/cronaca/2017/08/20/

PISTOIA. Decine, centinaia, forse migliaia di messaggi: la pagina Facebook di don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro e Ramini, ieri è stata sottoposta ad un vero e proprio diluvio informatico. 

Don Biancalani si spiega: il razzismo nega il cristianesimo
Molti i messaggi di simpatia e solidarietà, ma tanti, a occhio la maggioranza, di insulti pesantissimi, minacce di morte e così via. Anche il leader leghista Matteo Salvini ha speso parole dure contro il parroco pistoiese.
REAZIONI:

Ma cosa è successo per scatenare un simile pandemonio? Semplice: che don Biancalani ha pubblicato alcune foto che ritraggono un gruppo di migranti ospitati nella parrocchia di Vicofaro mentre si recano alle piscine di Cantagrillo per una mattinata al fresco. Un viaggio che – spiega il sacerdote – costituiva un premio per loro, che avevano lavorato gratuitamente il giorno prima all’iniziativa benefica organizzata da una Onlus pistoiese, “Gli amici di Francesco”. «Tra l’altro quel viaggio – commenta don Biancalani – l’ho pagato con i miei soldi». Già le foto dei migranti che giocavano di fronte all’obiettivo parevano fatte apposta per titillare i razzisti da tastiera. Poi don Biancalani ha aggiunto, sulla sua pagina Facebook: “E oggi... piscina! Loro sono la mia patria, i razzisti e i fascisti i miei nemici!”.
a cosa è successo per scatenare un simile pandemonio? Semplice: che don Biancalani ha pubblicato alcune foto che ritraggono un gruppo di migranti ospitati nella parrocchia di Vicofaro mentre si recano alle piscine di Cantagrillo per una mattinata al fresco. Un viaggio che – spiega il sacerdote – costituiva un premio per loro, che avevano lavorato gratuitamente il giorno prima all’iniziativa benefica organizzata da una Onlus pistoiese, “Gli amici di Francesco”. «Tra l’altro quel viaggio – commenta don Biancalani – l’ho pagato con i miei soldi». Già le foto dei migranti che giocavano di fronte all’obiettivo parevano fatte apposta per titillare i razzisti da tastiera. Poi don Biancalani ha aggiunto, sulla sua pagina Facebook: “E oggi... piscina! Loro sono la mia patria, i razzisti e i fascisti i miei nemici!”.




Nel giro di poche ore sono iniziati a piovere messaggi sulla pagina del parroco, soprattutto critiche per aver utilizzato – lui, prete – parole come “nemici” riferiti ad altri esseri umani. Ma fin lì tutto abbastanza nella norma: don Biancalani alle polemiche è abituato, da quando – oltre un anno fa – ha chiesto e ottenuto dalla prefettura di poter accogliere dei migranti nelle sue due parrocchie, anche di fede islamica, insieme a don Andrea Carmignani parroco di Marliana. Questa scelta e il suo darsi da fare per gli immigrati con totale disponibilità, aiutandoli ad esempio a creare un laboratorio di cucito e un forno, ne ha fatto l’obiettivo ideale per tutti quelli che vedono come fumo negli occhi qualunque polirtica di accoglienza nei confronti dei migranti. Ma la vera svolta alla vicenda è arrivata ieri, quando il leader della Lega Matteo Salvini ha condiviso sulla sua pagina Facebook le foto dei migranti in piscina, commentando così: “Questo Massimo Biancalani, prete anti-leghista, anti-fascista e anti-italiano, fa il parroco a Pistoia. Non è un fake! Buon bagnetto”.





Questo Massimo Biancalani, prete anti-leghista, anti-fascista e anti-italiano, fa il parroco a Pistoia.
Non è un fake!
Buon bagnetto.

Nel giro di poco tempo migliaia di messaggi con insulti pesantissimi, allusioni e minacce sono arrivati alla pagina di don Biancalani, evidentemente stimolati dalla presa di posizione di Salvini.Nel frattempo Facebook era intervenuta bloccando il profilo del sacerdote, che ha rimosso le foto della gita in piscina e il suo commento sui “nemici”. Dopo di che il diluvio di offese ha continuato a dilagare ma don Biancalani, pur potendo, non risponde.«È increscioso quello che sta succedendo – dice – ma io ho sempre tenuto una pagina Facebook aperta a tutti e non mi sono mai posto dei problemi. È evidente che quello che sta succedendo ha ben poco di pistoiese. Io comunque continuo a pensare che il Vangelo ci chiede a tutti un atteggiamento di condivisione ed è quello che cerco di fare. E poi seguo quella massima che mi hanno sempre detto: male non fare, paura non avere»
 



Migranti, il parroco di Pistoia contro Salvini: "E' un furbo, questi ragazzi sono come miei figli"Gli insulti sui social e i tagli alle ruote delle bici "sono cose spiacevoli" ma "non mi fermeranno". Don Massimo Biancalani, parroco della chiesa di Santa Maria Maggiore alle porte di Pistoia, ospita da più di due anni una quindicina di migranti nella sua casa d'accoglienza. Le sue foto che ritraggono alcuni migranti fare il bagno in piscina durante una gita ha fatto il giro del web e ha scatenato numerose critiche alle quali si è unito anche il segretario della Lega Nord Matteo Salvini. "Mi sento come se me li avessero affidati - replica - e sono dispiaciuto per la violenza verbale apparsa sui social". "Salvini è un furbo - continua - perché coi suoi post tira fuori il peggio delle persone" Video di Andrea Lattanzi

l'ultima maglia di pele Il tesoro custodito da Jimmy: l'ultima maglia di Pelè e altre storie sportive



La prima storia è già ormai  storia . Ma a volte capita che che ritorni in auge a distanza di tempo, quarant'anni in questo caso , dal momento in cui è avvenuta .


 Infatti quarant'anni fa, il 28 agosto 1977, Pelé giocava la sua ultima partita ufficiale.                   Era la finale del campionato nordamericano: O Rei era il fiore all'occhiello dei Cosmos di New York, la squadra imbottita di mostri sacri – tra cui Beckenbauer e il nostro Giorgio Chinaglia – che avrebbe dovuto far scoppiare la passione per il soccer anche nei riluttanti Stati Uniti. Ma in quel match decisivo i supercampioni stentarono a imporsi sugli onesti pedatori dei Seattle Sounders; e Pelé non riuscì a segnare.
Merito anche del giovanissimo terzino che lo marcò: si chiamava Jimmy McAlister ( foto dell'epoca sotto e foto recente sotto  ) , aveva vent'anni ed entrò in campo solo perché i titolari erano infortunati. A fine partita Jimmy riuscì anche a portarsi a casa la sudatissima maglia numero 10 del giocatore più famoso della storia; da allora l'ha conservata gelosamente, senza mai metterla in vendita – e sì che varrebbe una fortuna – e senza nemmeno metterla in lavatrice...
A "quella sporca ultima maglia" è dedicato il servizio di copertina del numero del Venerdì di questa settimana ( foto   a sinistra    )  Dove Emanuela Audisio è andata a trovare Jimmy McAlister per farsi raccontare la sua finale da sogno («L'allenatore mi disse di bloccare Pelé anche a costo di mollargli un calcione», ricorda, «ma un tifoso non azzoppa il suo idolo» . sotto un estrattto dalla pagina online ( contiene degli estratti del settimanale , per il resto e per altri articoli la versione cartacea ) del settimale il venerdi di repubblica


SEATTLE.
Se ne andò per sempre dal campo, quarant’anni fa. Il 28 agosto 1977. Vincente, ma senza gol. Si liberò della sua maglia e la lanciò all’indietro, come a voler dire: stavolta è finita davvero
Aveva il numero 10 e il nome Pele. Gli dei non hanno bisogno dell’accento. Si alzarono molte braccia verso quell’eredità, anche se ancora nessuno sapeva che valeva quanto uno schizzo di Van Gogh. Jimmy aveva vent’anni, si attardò, era stanco, aveva marcato Pelé, non lo aveva fatto segnare, ma fece un ultimo scatto e afferrò quella che per l’America era solo una casacca sudata, ma per il resto del mondo una Sacra Sindone. Il numero 10 più famoso del mondo finì nelle mani del giocatore più sconosciuto del mondo. Una riserva, addirittura. C’erano 37 mila spettatori a Portland per la finale del Soccer Bowl, campionato nordamericano, Cosmos di New York contro Seattle Sounders. La squadra dei ricchi e famosi, di Pelé, Beckenbauer, Chinaglia, contro quella degli operai del pallone. I primi arrivarono allo stadio in limousine, gli altri in corriera, Pelé con le guardie del corpo. E alla fine i Cosmos ce la fecero: 2-1. Diventarono campioni.

 A segnare furono l’inglese Steve Hunt e l’italiano Giorgio Chinaglia, ma a essere portato in trionfo, mezzo nudo, fu O Rei, il grande seduttore, l’uomo dai tre Mondiali, dai mille gol, quello arrivato dal Brasile con una mission impossible: convertire l’America al soccer.
Quel ragazzo che quarant’anni fa prese la sua maglia ora ha 60 anni. Si chiama Jimmy McAlister,



 fa l’allenatore di calcio, perché è chiaro che se il destino ti consegna la bellezza, tu non puoi scartarla. Jim è l’ultimo uomo che ha marcato Pelé, 

che gli ha negato il gol, ma non se vanta. Sliding balls. «Giocai per caso, perché i due terzini davanti a me si erano infortunati. L’allenatore mi aveva detto: non dargli il tempo di girarsi, se riceve palla stagli appiccicato, anzi dagli pure un calcione, fagli sentire che ci sei, non lasciarti intimidire. Io una scarpata a Pelé? Mai e poi mai. Un tifoso non azzoppa il suo idolo. Del calcio brasiliano non sapevo niente, in tv allora non si vedeva, ma mai nessun calciatore si era guadagnato la copertina di Sports Illustrated, la bibbia dello sport Usa, e se non eri una star non ci finivi lì. Mi avessero riempito la testa di tattiche, mi avessero detto ecco come devi fermare laleggenda, sarei andato in confusione. Guadagnavo 1.800 dollari al mese, spiccioli. Pelé sei milioni per tre anni». Il suo non era un contratto da atleta, ma da performing artist, da professionista del palcoscenico. L’avvocato Norman Samnick, che lo ideò, aveva appena concluso quello di Dustin Hoffman per il film Tutti gli uomini del presidente, e per la firma si era dovuto anche scomodare il segretario di Stato, Henry Kissinger, altrimenti il Brasile non avrebbe lasciato andare quel patrimonio storico-sportivo dell’umanità. Nessun giocatore nero in America incassava così tanto, nemmeno i più famosi: il campione più pagato era O.J Simpson nel football Nfl, 700 mila dollari l’anno, seguito da Wilt Chamberlain, basket Nba, con 600 mila; anche Kareem Abdul Jabbar, la star dei Los Angeles Lakers, il più famoso gancio-cielo del mondo, nominato quell’anno miglior giocatore, era fermo a 600 mila. Per non parlare del dio del baseball, Hank Aaron, appena 200 mila dollari di stipendio, nonostante nel ’74 avesse battuto il record di Babe Ruth con 715 fuoricampo.
Ma Jim tutte queste cose non le sapeva. Era cresciuto giocando a pallone a scuola, in una comunità con molti scozzesi e irlandesi, a Seattle, sul Pacifico, patria di un altro Jimi (Hendrix) che suonava la chitarra in modo strano: «Avevo rispetto per Pelé, io ero un ragazzo di vent’anni che poteva a malapena permettersi un’auto, lui una celebrità, con lo stile del top-businessman, ai tempi il suo nome era più famoso della Coca-Cola. Va bene, non era più quello di una volta, ma nemmeno un patetico Buffalo Bill, si prendeva molta cura del suo corpo, cosa che qui non faceva nessuno, ed era sempre una forza fisica. Non dimenticherò mai gli occhi, vedeva tutto, intuiva i movimenti, la sua intelligenza in campo era fantastica. Io ero una giovane promessa del soccer, reclutata in un liceo di Seattle, uno dei pochi calciatori indigeni in una lega popolata di campioni stranieri, ero veloce, ma non statuario. Mi stampai su di lui, non gli dissi un parola, voglio dire nemmeno una parolaccia. Muto, gli augurai solo una buona partita, ma non era vero; mentre gli dicevo in bocca al lupo, dentro di me pensai: speriamo che non voglia finire in bellezza, che non si avvicini troppo alla porta, che non mi ridicolizzi rovinandomi la carriera. Avevo paura di finire io sul viale del tramonto, non lui: solo che io ero agli inizi, alla prima finale. Mi salvò l’incoscienza e la voglia di non farmelo scappare»... Continua sul Venerdì del 18 agosto



la seconda  un gesto    coraggiossimo  per  le cnseguenze  che  avrà  sulla   carriera   si sportivo  .  Uno  che    non  ci sta  alla regola    del




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 Negano minuto di silenzio per l'attentato di Barcellona: nuotatore non si tuffa dai blocchi

Ieri alle 11:34Aggiornato Ieri alle 12:49


E' successo ai Mondiali Masters di Budapest, con lo spagnolo Fernando Alvarez protagonista di questa particolare protesta dopo che il comitato aveva rifiutato la sua richiesta di eseguire un minuto di silenzio per le vittime di Barcellona: "Mi han detto che non si poteva perdere nemmeno un minuto, e così ho deciso di prendermelo da solo: certe cose valgono più di qualsiasi medaglia d'oro"
Una protesta dura, ma educata. Senza nessun tipo di violenza. Anzi. Una protesta che vale la pena essere sottolineata. Siamo ai Mondiali Masters di nuoto a Budapest (competizione aperta ad atleti con un'età uguale o superiore a 25 anni e divisi in categorie in base all'età, ndr) e anche lì gli atleti sono rimasti ovviamente sconvolti dagli attentati degli ultimi giorni, a cominciare da quello di Barcellona.

Così, il nuotatore spagnolo Fernando Alvarez chiede alla federazione un minuto di silenzio per ricordare le vittime della Rambla. Niente da fare. "Non c'è tempo", gli fanno sapere gli organizzatori. E così Fernando decide di prenderselo comunque quel minuto, decidendo di non tuffarsi dai blocchi di partenza mentre tutti i suoi avversari scattano in avanti alla caccia di una medaglia. Questa la sua testimonianza al quotidiano El Español.


" Avevo già nuotato venerdì nei 100m, poi i fatti di Barcellona hanno sconvolto un po' tutti e così venerdì ho deciso di mandare una mail al presidente visto che ne avevo ricevuta una da loro per partecipare alla festa di chiusura. Non ho ricevuto risposta. Così, prima della gara dei 200m, sono andato a parlare ancora con la direzione, ma mi han detto che non potevano farci nulla perché non si poteva perdere nemmeno un minuto visto lo schedule già prefissato della giornata. I fatti di Barcellona hanno colpito tutti, non solo noi spagnoli e credo sarebbe stato un buon gesto. E così quel minuto me lo sono preso comunque, fermo sul blocco mentre tutti si tuffavano. Non mi importa comunque, mi sento molto meglio così anche perché certe cose non valgono tutto l’oro del mondo..."




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