16/10/17

donne che lottano e s'indignano veramente e donne che si lamewntano per quiestione di lana caprina



la prima storia è   avvenuta    a  Frosinone,  dove  l'arbitra sara sospende  a partita   per  insulti  sessisti 

Frosinone, insulti sessisti all'arbitra Sara. E lei sospende la partita
Sara Mainella, della sezione romana arbitri “Generoso Dattilo”, contestata durante il match Arpino-Itri   
                           di CLEMENTE PISTILLI



Il sessismo è arrivato a inquinare anche i campi di calcio. Ieri ad Arpino, piccolo Comune in provincia di Frosinone, una giovane che stava arbitrando una partita tra la squadra locale e la pontina Itri Calcio, è stata costretta a interrompere la gara a due minuti dalla fine. Sara Mainella, della sezione romana arbitri “Generoso Dattilo”, sarebbe stata pesantemente contestata con insulti a sfondo sessista.
La ragazza, oltre agli insulti, avrebbe subito un tentativo di aggressione da parte dei giocatori ospiti dopo aver decretato un’espulsione. La partita disputata ieri ad Arpino è stata una di quelle del campionato regionale di Promozione. Mainella è arbitro effettivo da oltre 6 anni. Un’esperienza che deve aver più volte portato la ragazza a confrontarsi con realtà dure, che per una donna lo sono anche di più. Ieri, però, quegli attacchi sembra siano andati oltre. Durante il match sarebbe stata oggetto di particolari insulti, esplosi nel momento in cui, quando le squadre si trovavano in una situazione di parità a due minuti al fischio finale, Mainella ha espulso un difensore dell’Itri.
Un altro giocatore della squadra ospite le si sarebbe avvicinato con fare minaccioso e, estratto un secondo cartellino rosso, la ragazza avrebbe avuto la percezione che rischiava di essere
 aggredita anche fisicamente. “Una brutta pagina di sport”, hanno commentato dall’Arpino. “Non vi era alcun problema e ancora non capiamo il perché l’arbitro sia letteralmente fuggita”, dicono tifosi dell’Itri. Mainella ha sospeso la gara e mandato tutti negli spogliatoi, dove si sono recati i carabinieri per assicurare che la situazione non degenerasse. Quanto accaduto diventerà oggetto di accertamenti da parte della giustizia sportiva.



la  seconda  è un mio post  fb   dove  critico   ed  esprimi   dubbio su l'intervento    di  Gianpiera Mancusi, Maria Chiara Gerardi, Antonella Petrullo, Liliana Cornetta e Ilenia Mancinelli, 
Da sinistra: Gianpiera, Maria Chiara, Antonella, Liliana e Ilenia



che scrivono dalla Lucania.lamentandosi  per  App  creata    per segnalare il percorso più sicuro per le donne.    per  un app su  la interessante ( nella maggior parte dei casi )    rubrica  invececoncita.blogautore.repubblica.it del  14\10\2017  



Care amiche femministe e non a volte non vi capisco proprio : << (...)  La risposta della società a questo problema, è molte volte, fatta di iniziative “bizzarre” che non mirano alla radice del problema ma incitano all’inasprimento delle differenze e girano per l’Italia per diffondere il verbo ( per esempio, l’autobus della libertà di genere). Nella nostra Lucania, è da poco nata una App per segnalare il percorso più sicuro per le donne. In quanto donne, in quanto lucane, troviamo che questa App sia molto offensiva".>>  Ora  << "Il problema nella violenza di genere, nella parità di genere, non sono le donne. Non siamo noi a doverci adeguare al mondo degli uomini. Non siamo noi a dover cambiare percorso, abitudini, modo di vestirci. Se accettassimo, invieremmo un pericoloso messaggio di vittoria a coloro che tentano con la violenza verbale e fisica di cambiarci. E no: noi, non vogliamo cambiare" >> . 
E' vero sarà un provvedimento banale che non mira alla radici del problema del femminicidio ma anzichè ringranziare perchè vi  si aiuta e si fa qualcosa che va incontro alle    richieste  della maggiorn parte    delle donne ed  ragazze   ed è un aiuto alle loro dsiderio di sicurezza di prendere un autobus , una strada , ecc la notte , Vi  si sente offese e vi  chiudete  : << non siano noi a doverci adeguare al mondo degli uomini >> . Vero   , ma  allora anche noi dovremo dire altrettanto e rifiutarci di adeguarci al mondo delle  di voi   donne . L'l'adeguamento dev'essere reciproco   sia   noi l vostro  sdia   voi al  nostro  e     trovare  un punto  d'incontro  .
concludo dando ragione al comento  di  

mafreni
Da donna anziana, da sempre libera e indipendente, che non ha mai vissuto la propria femminilità come un limite dico: <

15/10/17

La “Bela Rosin”: la Sposa Morganatica del 1° Re d’Italia che non divenne mai Regina

 ed  io  che credevo  che   la  canzone   la  La bella Gigogin  fosse solo   un canto patriottico italiano del XIX secolo ovvero del   nostro risorgimento   invece     leggendo     questo articolo    di  Giovanna Potenza su   http://www.vanillamagazine.it/ del  Ott 15, 2017  che  trovate  sotto     ho scoperto   alcuni retroscena   . Retroscena  che  già conoscevo  , ma    non del tutto  

La “Bela Rosin”: la Sposa Morganatica del 1° Re d’Italia che non divenne mai Regina

Rosa Vercellana – colei che era destinata a diventare la moglie morganatica del primo re d’Italia – inizialmente parve solo una delle tante bellezze del popolo che Vittorio Emanuele II era solito incontrare, magari al rientro da una battuta di caccia, nel corso di una sosta nei borghi del natio Piemonte. In occasioni del genere, al futuro sovrano piaceva mescolarsi alla gente e distribuire sigari e complimenti alle giovinette del luogo, vestite a festa con l’abito elegante riservato alla messa domenicale.
La “bela Rosin”, come verrà poi chiamata dai piemontesi, aveva solo 14 anni quando, nel 1847, attirò l’attenzione del principe ereditario del Regno di Sardegna, e la sua rigogliosa, precoce bellezza mediterranea, dai bei tratti regolari e dalla folta, superba capigliatura bruna, non passava di certo inosservata nelle zone vicine al castello di Racconigi dove si era trasferita al seguito del padre, che dirigeva il presidio militare della tenuta di caccia sabauda.




Ritratto della Bela Rosin:

Le  circostanze dell’incontro con Vittorio Emanuele risultano controverse, ciò che è certo però è che Rosa conquistò subito il cuore del Savoia, cui diede una figlia, Vittoria, l’anno seguente.
Nel Regno di Sardegna, l’intrattenere rapporti sessuali con ragazze di età inferiore ai 16 anni era un reato sanzionato con durezza; inoltre l’erede al trono, che aveva 27 anni al momento dell’incontro con la Rosin, era già sposato con l’austriaca Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena ed era padre di quattro figli.
Rosa Vercellana in una fotografia d’epoca, fonte Wikipedia:

Ciononostante l’unione dei due, basata evidentemente su di un sentimento autentico, durò tutta la vita, sfidando le differenze di rango sociale, le ostilità della corte e la frequenza delle avventure sentimentali allacciate da Vittorio Emanuele, avventure occasionali coronate da un numero davvero impressionante di figli illegittimi.
Ciononostante l’unione dei due, basata evidentemente su di un sentimento autentico, durò tutta la vita, sfidando le differenze di rango sociale, le ostilità della corte e la frequenza delle avventure sentimentali allacciate da Vittorio Emanuele, avventure occasionali coronate da un numero davvero impressionante di figli illegittimi.




Con i suoi modi schietti e con la sua rustica bellezza, infatti, la giovane era probabilmente molto più affine di quanto potesse a prima vista apparire alla sensibilità del sovrano, cresciuto in un ambiente affettivamente distaccato, le cui maniere spicce ed i modi bruschi e militareschi, uniti alla galanteria, avevano guadagnato da sempre le simpatie popolari.
Se i rampolli delle antiche famiglie imperiali dilapidavano infatti intere fortune nelle stazioni termali di mezza Europa con avventuriere che comparivano puntualmente nelle cronache scandalistiche della seconda metà dell’Ottocento, Vittorio Emanuele mantenne invece sempre un improbabile felice equilibrio tra la sua famiglia ufficiale e quella ufficiosa con la Vercellana, per i cui figli risultò sempre un padre affettuoso, presente e premuroso.
Il precario equilibrio parve venir meno in due occasioni: la prima fu quando la famiglia di lei sollecitò il sovrano ad assegnarle una liquidazione, affinchè potesse rifarsi una vita sposando un militare di carriera. La risposta non si fece attendere ed il malcapitato potenziale pretendente fu spedito in Sardegna, mentre la bela Rosin fu sistemata in fretta e furia a Torino, in modo che Vittorio 
 il letto a baldacchino di Villa Petraia, fonte Wikipedia:
Emanuele potesse farle visita non appena gli impegni glielo consentissero.
La seconda occasione si presentò quando la consorte morì, nel 1855, ed il sovrano si ritrovò a rivestire il ruolo di partito matrimoniale appetibile a molte dinastie europee.
Vittorio Emanuele era infatti ormai a capo di un piccolo stato, che tuttavia stava acquisendo un sempre maggiore prestigio internazionale a seguito del vittorioso coinvolgimento del Piemonte nella guerra di Crimea voluta dal Cavour.
Malgrado gli allettanti vantaggi di un’alleanza dinastica, il sabaudo si mostrò tuttavia sempre insensibile ad ogni proposta di contrarre nuove nozze, resistendo anche alle insistenze dei suoi consiglieri.
Nel 1858 il sovrano, nominò Rosina contessa di Mirafiori e di Fontanafredda, titolo che ella trasmise ai figli Vittoria ed Emanuele Alberto.
Nel 1863 la Rosin si trasferì in quella che fu sempre la residenza preferita dalla coppia, ovvero negli Appartamenti Reali di Borgo Castello, nell’attuale Parco regionale La Mandria, in cui Vittorio Emanuele, che aveva sempre preferito la caccia ed il rigore della vita militare alla vita di corte, trascorreva lunghi periodi in compagnia della Vercellana che era, peraltro, un’ottima cuoca, che sapeva prendere il compagno “per la gola” preparando gustosi manicaretti innaffiati dai corposi e nobili vini locali.
Solo qualche anno dopo, nel 1864, la Rosin seguì il re a Firenze, stabilendosi nella villa La Petraia. Nel 1869 il re si ammalò e, temendo di morire, la sposò con un matrimonio morganatico, ovvero con un’unione legale in cui né la sposa, né i figli nati dal matrimonio possono avanzare alcuna pretesa sui titoli e sulle proprietà del consorte. Il rito religioso si tenne il 18 ottobre di quell’anno, seguito anche dal rito civile, celebrato successivamente.

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La camera da letto di Villa Petraia:

Vittorio Emanuele spirò a 58 anni, nel 1878.


 
 La bela Rosina non divenne pertanto mai regina d’Italia
Nella seconda metà del XIX secolo, i Savoia erano diventati infatti l’unica dinastia ad imporsi nella penisola, attirandosi àsti ed inimicizie sia dagli ambienti romani – Vittorio Emanuele II aveva ricevuto la scomunica da Pio IX per la presa di Roma – sia da quelli aristocratici e repubblicani, pertanto un matrimonio “irregolare”, come quello con la Vercellana, avrebbe prestato il fianco ad acerrime critiche.
La contessa di Mirafiori, al secolo la bela Rosin, dovette quindi accontentarsi di trascorrere gli ultimi, pochi anni di vita in maniera defilata, a Pisa, dove morì nel 1885. Quegli anni d’altronde furono considerati da lei solo come un’inutile attesa della morte, dopo la perdita del proprio compagno di vita.
I Savoia vietarono che la Rosin fosse seppellita nel Pantheon, non essendo mai stata proclamata regina; per questo motivo, provocatoriamente, i figli fecero edificare a Torino Mirafiori Sud una copia del Pantheon in scala ridotta, quello che poi divenne famoso come il “Mausoleo della Bela Rosin”, che fu profanato nel 1943 da malviventi in cerca di preziosi.


Sotto, il “Mausoleo della Bela Rosin”, fonte immagine: Wikipedia



 il “Mausoleo della Bela Rosin”, fonte immagine: Wikipedia


Le spoglie della bela Rosin, mancata regina, ma certamente più cara e vicina al popolo di una vera sovrana, furono successivamente traslate nel 1972 nel Cimitero monumentale di Torino.
La sua popolarità tra la gente è testimoniata dalla canzone risorgimentale, forse a lei dedicata, dal titolo “La bella Gigogin”.




LA BELLA GIGOGIN musica di Paolo Giorza su versi anonimi dal concerto GARIBALDI L'EROE DEI DUE MONDI, 5 luglio 2008 Castello Cavour Santena, Coro Michele Novaro, direttore Maurizio Benedetti, pianista Carlo Matti, testi Giuseppe Vettori, attore Mario Brusa.




14/10/17

Apre la prima libreria a scampia nel cuore di Gomorra. “Spacciamo cultura” Scampia, il cugino del proprietario fu ucciso dai clan


"Spacciatori di libri", apre la Scugnizzeria, la prima libreria di Melito e Scampia

Chi  se ne frega    se  molti diranno : sei in   ritardo sulla notizia   , riporti una storia   vecchia , ecc certe storie  non hano e  non dovrebbero avere tempo .


Ce l’ha fatta. Dopo un anno di lavoro e messa a punto, curando ogni particolare giorno dopo giorno, Rosario Esposito La Rossa, apre la sua libreria. La prima che gestirà in prima persona l’editore di Marotta & Cafiero (nonché cavaliere del lavoro per “per atti di eroismo, e impegno nell'integrazione in favore dell'inclusione sociale”) e la prima nell’area di Melito e Scampia. L’indirizzo,documentato  da   Repubblica



 proprio nei primissimi giorni di lavori in corso, è Parco Prima Casa, via Circumvallazione Esterna 20 A.



Pubblicato il 24/09/2017
Ultima modifica il 25/09/2017 alle ore 18:39


CAMILLA CUPELLI

NAPOLI
«Macché droga, qui spacciamo solo cultura». È questa l’idea di Rosario Esposito La Rossa, classe ’88, primo libraio di Scampia, che ieri ha inaugurato la sua attività a pochi passi dalle Vele, i palazzoni popolari di Napoli al centro della serie Gomorra. Da queste parti l’ultima libreria aveva chiuso 40 anni fa.
Rosario Esposito La Rossa, classe ’88.
 Suo cugino fu vittima accidentale e innocente della camorra

In quella che è stata a lungo considerata la “piazza di spaccio” italiana, nella strada che divide Melito di Napoli da Scampia, sorge ora la Scugnizzeria. Dentro, libri per grandi e piccini con l’obiettivo di avvicinare i ragazzi del posto. Tra le formule più interessanti la “pizza letteraria” della Marotta&Cafiero, casa editrice ereditata dallo stesso Esposito La Rossa nel 2010. Una scatola di pizza d’asporto con tre libri dentro, «come i tre ingredienti della pizza, pomodoro, mozzarella e basilico», come si legge sulla confezione. «Vogliamo sfatare il vecchio mito che dice che con la cultura non si mangia: ci si mangia eccome» dice Rosario.
La gestione del locale è nelle mani di una famiglia allargata. Con lui il fratello Antonio, la moglie Maddalena Stornaiuolo, attrice e coordinatrice della scuola di recitazione che si terrà alla Scugnizzeria, ma anche tanti ragazzi incontrati lungo la strada che formano l’associazione Voci di Scampia.
La scelta del luogo non è casuale. «Questo quartiere ha bisogno di normalità – dice il libraio – e per noi una libreria è sintomo di questa normalità. Adesso per comprare un libro da Scampia bisogna fare 10 km e andare in centro, il nostro obiettivo vuole essere far venire la gente qui. La posizione è periferica, ma strategica». La libreria si trova infatti a metà tra due territori, Melito e Scampia, nel cuore della guerra di camorra che ha visto il clan degli Scissionisti e i Di Lauro fronteggiarsi in una faida tra la fine degli anni novanta e i primi duemila.
In questo contesto, il 6 novembre 2004 il cugino di Rosario Esposito La Rossa, Antonio Landieri, resta ucciso in un agguato. Vittima accidentale e innocente della camorra, in suo nome Rosario e Maddalena portano avanti il lavoro tra teatro, scuola di calcio ed editoria. Dieci anni fa decidono di disegnare, sul muro di cinta dello stadio che oggi porta il nome di Antonio Landieri, un murales di ventisette metri raffigurante il cugino. Oggi alle pareti della libreria è appesa la sua foto: «È la chiusura di un cerchio» commenta Rosario.
Per lui questa libreria è il punto d’arrivo di un percorso, «è un modo soprattutto per far conoscere “l’editoria terrona”» dice scherzando. «Favoriremo le case editrici del sud e apriremo “l’ospedale dei libri”. Si tratta di testi destinati al macero che recuperiamo e curiamo, anche dal punto di vista della legatura. Vogliamo combattere il principio dell’obsolescenza programmata rimettendoli in circolo. Lo facciamo fare direttamente ai ragazzi, che diventano così “chirurghi” dei libri». Nella libreria sono in vendita testi di ogni genere, «ma puntiamo soprattutto a far conoscere al territorio gli autori locali, quello che succede e si muove proprio qui». Ai ragazzi Esposito La Rossa consiglia di leggere I poveri non ci lasceranno dormire di Alex Zanotelli «perché a me ha cambiato la vita».
Il libro in vendita a cui è più affezionato? «Si può dire senza voce, un testo per bambini della casa editrice palermitana Glifo, che racconta di come trasmettere un sentimento senza usare parole». Ma l’oggetto più curioso tra gli scaffali è un altro: il profumo di carta. «Raccogliamo i fiori del gelso da carta, un albero della nostra zona, e produciamo un profumo: invece che abbattere l’albero per produrre materiale da stampa, ne estraiamo il profumo e lo vendiamo in una bottiglietta».
Rosario racconta con stupore il suo percorso: «Dieci anni fa non avrei mai pensato di diventare libraio, arrivo da una famiglia non proprio “letteraria” ma qui ogni volta che facciamo qualcosa di nuovo siamo pionieri per il territorio, ed è una cosa bellissima».



L’inaugurazione è avvenuta il 23 settembre , assieme a tutti i ragazzi dell’associazione Voci di Scampia (Vodisca), fondata da La Rossa e da Maddalena Stornaiuolo, coppia nel lavoro e per la vita. Il nome dell’esercizio? “Ovviamente, la Scugnizzeria - risponde La Rossa - ovvero la casa degli Scugnizzi: è uno spazio di 140 metri quadri, totalmente dedicato ai giovani del territorio”.
Sempre da http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/09/19/ s'apprende che Il luogo ha tanti obiettivi e vocazioni: “Innanzitutto - riprende Rosario - sarà una “Piazza di Spaccio di Libri” (un nome scelto non per caso, cambiando il senso di un termine a lungo usato in accezione negativa per queste szone, ndr), la prima enolibreria di Scampia e Melito, dove potranno essere acquistati libri, con un occhio speciale a quelli “terroni”, made in sud”. Non solo: spazio anche alla vendita di prodotti tipici: miele, vino, artigianato locale e cd musicali. I “pusher” di bontà dell’associazione Vodisca sono in già in fermento per le prossime attività. All’inaugurazione sarà presente anche l’onorevole Michela Rostan, della Commissione Periferie, che da sempre segue le attività dell’associazione e la nascita della “Scugnizzeria”.
Ci sarà anche anche Mina Welby, moglie di Piergiorgio, alla cui memoria è dedicata la sala del Laboratorio artigianale, ancora in costruzione. Tra i tanti progetti in prossima partenza c’è anche quello della Scuola di Recitazione di Maddalena Stornaiuolo: “Sarà aperta - spiega - al territorio, avrà prezzi popolari, e curerà laboratori, stage e workshop con con maestri del teatro italiano”. Ancora, la gestione della libreria, la cui età media non supera i 35 anni, è un vulcano di idee. Oltre ad essere uno spazio idoneo alla presentazione di libri a all’organizzazione di eventi o vere e proprie rappresentazioni
teatrali, alla Scugnizzeria sarà registrato il “Tg delle Buone Notizie”, un format dedicato a tutto il buono che accade in questa terra, spesso non raccontato. Non solo, ci sarà anche un’area insonorizzata per registrare audiolibri e i podcast. “Questo è un progetto a lungo termine - conclude La Rossa - avremo la possibilità di espanderci e dialogare col territorio quotidianamente. Una vera rivoluzione culturale per Scampia e Melito”.




La storia del fascista che salvò tutti gli ebrei che poteva. Solo perché era giusto



La storia del fascista che salvò tutti gli ebrei che poteva. Solo perché era giusto
da  http://www.huffingtonpost.it/  del 15/10/2015 10:13 CEST | Aggiornato 15/10/2016 11:12 CEST











Vittorio Pavoncello
Presidente della Federazione Italiana Maccabi


AGF



Si avvicina il 16 ottobre, una data imprescindibile per ciascun ebreo romano. La data della razzia, della deportazione di migliaia di ebrei italiani da parte dei tedeschi. Ogni anno le storie, nei ricordi di quelle poche persone ancora in vita, riprendono corpo, si rianimano.
Solitamente sono storie che si raccontano durante una cena di Shabbat, in occasioni particolari. Questa volta, invece, ne sono venuto a conoscenza in un modo insolito, una storia che mai avevo sentito, che mai era stata raccontata. Un incontro fortuito al lavoro, con una persona discreta, schiva, riservata, forse timida. Si finisce a parlare di ebrei, perché era lì che il mio interlocutore voleva arrivare.
"Mio nonno il 16 ottobre salvò molti ebrei", mi dice. Perché ne parla a me? Mi consegna un fogliettino con il nome del nonno, lo liquido, quasi bruscamente e torno alle mie cose. Dimentico questo episodio. Ogni tanto, però, svuoto le mie tasche dai mille fogliettini che le popolano. Esce fuori il biglietto con il nome e comincio a curiosare su Internet.
Qualcosa comincia ad uscire e mi imbatto in questa storia. Il 16 ottobre del 1943, un sabato piovoso, il ghetto di Roma è circondato dalle SS; decine di camion ne bloccano le uscite. Con in mano la lista degli ebrei da deportare, forse fornita dalla polizia fascista, casa per casa, comincia il rastrellamento.
Pochi giorni prima l'ufficio toponomastico del Comune di Roma, aveva cambiato, per alcuni edifici il numero civico. Fu così per la famiglia Limentani, a Via Sant'Elena, dietro Via Arenula. Quel giorno, il capofamiglia sente i rumori, si ricorda delle confessioni, non credute, di alcuni coinquilini e si affaccia.
Realizza che, nonostante le rassicurazioni di Kappler e i 50 chili d'oro, la deportazione degli ebrei è iniziata. Ordina alla moglie e alle sue tre figlie di indossare il loro migliore vestito e decidono di dividersi. Mamma e papà Limentani escono dal portone come nulla fosse e le ragazze dovranno andare in casa di un ingegnere che aveva promesso aiuto in caso di bisogno, pochi piani sotto al loro.
Una promessa fatta a troppe persone, perché, nella piccola casa dell'ingegnere, erano già nascosti altri ebrei. Non c'è posto per tutte e tre le sorelle Limentani, soltanto la piccola Giuliana riesce ad entrare. Intanto i nazisti si arrabbiano con l'anziano portiere che non comprende il tedesco, ottengono ciò che vogliono e si dirigono verso casa Limentani.
Mirella e Marina si sentono perdute, quando però, sul pianerottolo, si apre una porta. Un uomo, in camicia nera, le fa entrare nella sua casa. Ferdinando Natoni, un fascista duro e puro, un "fascista de fero", uno che non aveva in simpatia gli ebrei e con il quale la famiglia Limentani non aveva mai scambiato due parole. Arrivano i tedeschi e Natoni dice loro che quelle due ragazze sono figlie sue, cosa che non convince i militari.
Perché, si domandano i militari, quelle due ragazze sono vestite di tutto punto e gli altri componenti della famiglia sono ancora in pigiama? Natoni gli sventola davanti la tessera del Partito Fascista e i soldati battono in ritirata. Non contento il Natoni scende in strada, deciso a salvare quanti più ebrei gli è possibile. Ma le SS che erano in casa sua, vedendolo prodigarsi per liberare altri ebrei, hanno un ripensamento, realizzano che è troppo giovane per avere due figlie così grandi. Fra la disperazione dei famigliari, viene arrestato dai nazisti.
Solo il suo alto grado nella milizia fascista gli salva la vita, viene scagionato e rilasciato. Torna a casa e non trova le due ragazze che, nel frattempo, i genitori miracolosamente scampati alla retata, erano tornati a riprendersi. A fine guerra la famiglia Limentani si salvò e ogni 16 ottobre, per ricordare quel magnifico gesto, portavano doni alla casa del Natoni.
Per un parente stretto dei Limentani sembrava riduttivo che la gratitudine nei confronti di Natoni si esaurisse con dei semplici doni. Avrebbe voluto che questa storia fosse raccontata e che Ferdinando Natoni ricevesse il premio per tale coraggioso comportamento, essere riconosciuto come Giusto tra le Nazioni e ricevere la Medaglia dei Giusti. Cosa che puntualmente avvenne, nel novembre del 1994.
Proprio mentre l'allora Capo Rabbino di Roma, Elio Toaff, stava per consegnare la medaglia, Natoni gli disse: "Devo precisare che però al fascismo io ci credo ancora, sono e resto fascista e lo sarò per sempre!". Toaff gli sorrise e gli disse: "Dispiace soltanto di non avere, qui con me, due medaglie, una per lei e l'altra alle sue parole, per l'onestà che lei ha dimostrato nell'esprimerle". Il fascista Ferdinando Natoni, che non aveva esitato a mettere in pericolo la sua vita e quella dei suoi famigliari per salvare degli ebrei dalla deportazione, solo perché non lo riteneva giusto.
Non è importante l'appartenenza politica, il credo religioso. L'animo è importante, il cuore è importante, quello che ti fa fare le cose giuste solo se sei onesto, integro, coerente. Una bella storia, come quella di Romolo Balzani, il più famoso cantante romano di quel periodo, che donò alla Comunità ebraica di Roma, impegnata a raggiungere i famosi 50 chili d'oro, l'unica cosa di valore che il padre gli avesse lasciato.

Una storia di uomini di valore oltre qualsiasi steccato.  propri come dice  il commento  di


Salvatore Santoru ·
Università degli Studi di Sassari




Non è importante ciò in cui uno crede o le sue caratteristiche esteriori, ma le sue azioni. Purtroppo spesso e volentieri si legge la storia e la politica secondo i propri pregiudizi ideologici e non ci si concetra sulle persone. Questa storia dimostra come non mai il fatto che esistevano fascisti criminali e fascisti buoni,come questo Natoni o Perlasca così come esistevano antifascisti buoni come antifascisti criminali, e per quanto bisogna sempre tener presente che il fascismo fu un regime che indubbiamente fece dei danni (così come il socialismo reale nell'Europa e nel mondo), bisognerebbe al più presto abbandonare i soliti triti e ritriti odi ideologici che nostalgici del fascismo e cosiddetti antifascisti animano sempre e comunque pur di sviare dai reali problemi dell'Italia, che non avrebbe bisogno di guardare a un passato finito da un bel pezzo ma piuttosto di guardare al presente e al futuro














futuro

12/10/17

ma per poter morire con dignita' bisogna.s andare al'estero o andare in tribunale ?



in sottofondo
Breathless - Don't Just Disappear




"Qualcuno ha provato a convincermi che questa scelta poteva essere rimandata, che c'era ancora tempo. Li ringrazio per questo tentativo e per essermi stati vicini, ma il mio tempo è terminato". Loris Bertocco, di Fiesso d'Artico, è morto l'11 ottobre.




Era nato nel 1958 e da 40 anni era paralizzato a causa di un incidente, da 15 era cieco. Ha scelto l'eutanasia e in una lunga lettere che ha lasciato spiega la sua storia e le sue ragioni

da  http://nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2017/10/12/

Da 12 anni in stato vegetativo: "Un giudice liberi mia figlia Elisa"
Dopo Loris Bertocco che ha scelto il suicidio assistito in Svizzera ecco a Mestre la battaglia di un papà per la figlia da 12 anni in stato vegetativo

di Mitia Chiarin


MESTRE. Non ci sono solo le storie come quelle di Loris Bertocco e di quanti hanno scelto l'eutanasia in una clinica svizzera piuttosto di vivere una vita senza autonomia. Ci sono anche le storie di persone che vivono da anni in uno stato vegetativo, senza possibilità di risvegliarsi


Fine vita, "Serve una legge per aiutare Elisa a morire"Giuseppe "Pino" P. vive a Mestre ed è il padre di Elisa. Una giovane donna che oggi ha 46 anni e che da 12 anni versa in uno stato vegetativo persistente, irreversibile, e viene tenuta in vita con un sondino che le garantisce l'alimentazione e una cannula che le consente di respirare. "Serve una legge sul testamento biologico - dichiara Pino - il Parlamento prenda coscienza" (a cura di Damiano Mari).










Eutanasia, Englaro: "Un quarto di secolo per questa legge, ora siamo pronti" La legge sul biotestamento è stata approvata dalla Camera dei Deputati lo scorso 20 aprile, ed è attualmente in Commissione Sanità del Senato. Beppino Englaro, padre di Eluana, porta avanti da anni la sua battaglia per il fine vita e ancora oggi considera necessario che il paese abbia una legge sul tema. "Siamo stati due randagi che abbaiavano alla luna per quattro anni, noi eravamo già avanti e per noi era la strada più ovvia e naturale che Eluana potesse autodeterminarsi", ha detto Englaro al termine di una conferenza stampa sull'eutanasia alla Cameravideo di Martina Martelloni Ci sono anche storie come quelle di Elisa P. Nelle foto la vediamo bella e sorridente a 34 anni: ma oggi ha 46 anni e da 12 anni è in stato vegetativo: respira con una cannula, alimentata da un sondino in un letto dell'Antica Scuola dei Battuti di Mestre. A prendersi cura di lei in tutti questi anni è stato il padre Giuseppe, per tutti "Pino", che ha deciso di rivolgersi a un giudice per ottenere la possibilità di «ottenere un modo alternativo per un accompagnamento» di sua figlia a un fine vita dignitoso. «Non ho minimamente cambiato idea», ribadisce.


Biotestamento, Beppino Englaro a 'Tempo di libri': ''Proposta di legge molto valida, le cose si mettono bene''Beppino Englaro guarda con favore alla proposta di legge sul biotestamento in discussione alla Camera. Intervenuto a Tempo di Libri per presentare la sua pubblicazione "Vivere e morire con dignità", il papà di Eluana ha affermato: "Proposta di legge molto valida, le cose si mettono bene"di Francesco Gilioli

È un caso simile a quello di Eluana Englaro. Anche Elisa e suo padre attendono la legge che normi il fine vita e il testamento biologico. «Chi sceglie di andare in Svizzera per l'eutanasia, ha una sufficiente capacità di comprendere che la sua personale situazione è insostenibile. La situazione di mia figlia, invece, è diversissima. Elisa non ha alcuna possibilità di risveglio o di miglioramento e in assenza di una legge dovrò andare a chiedere aiuto a un giudice».

DJ Fabo: la scelta che divide l'ItaliaIn Svizzera per porre fine al dolore: la scelta di DJ Fabo fa discutere e pone nuovamente l'accento sul problema del fine vita in Italia. Un vuoto normativo che dura da anni e che, da Welby a Eluana Englaro,si ripropone puntalmente nel dibattito pubblico del nostro Paese


«Altri che hanno vicende simili la pensano diversamente. Sono scelte», spiega il padre della donna, che in questi mesi ha ottenuto l'assistenza dell'associazione Coscioni che gli fornisce assistenza legale. Oggi la difficoltà, spiega Giuseppe, è quella di organizzare i due esami a cui la figlia Elisa deve sottoporsi dopo la visita di un neurologo. Elettroencefalogramma e risonanza magnetica, necessari visto che gli ultimi sono stati eseguiti 12 anni fa quando la giovane, allora 35enne, rimase gravemente ferita in un incidente stradale assieme al fidanzato.Ma a quanto racconta l'uomo, difficili da organizzare anche a pagamento.Oggi Elisa è alimentata e idratata artificialmente. «Per una polmonite è stata trasferita al Policlinico San Marco e le sono stati somministrati farmaci, quindi non è solo alimentata e idratata. Serve sicuramente la nuova legge che però è bloccata al Senato», conclude il padre. «Ma a pochi mesi dalle elezioni politiche a chi interessa questa legge? Siamo in balìa della politica che non decide e anche di una Chiesa troppo rigida su questi temi», conclude

prima si scriveva sulle mille \ due milalire la speciale collezione di Antonio belmonte ed Super Mario Boni e il sogno che si avvera: sul parquet gioca con il figlio


Quando gli italiani scrivevano sulle mille lire: la speciale collezione di Antonio Belmonte 



Antonio Belmonte ha più di 300 banconote di vecchie lire su cui sono stati scritti pensieri di ogni tipo. Ci sono scritte sullo sport e sulla politica, dichiarazioni d'amore e barzellette. Nel video una selezione dei messaggi migliori (foto di Paolo Barlettani, video a cura di Yuri Rosati)





Super Mario Boni e il sogno che si avvera: sul parquet gioca con il figlio



Nella sua carriera nel basket, Mario Boni, ha centrato record, successi e grandi imprese. Ma nell'ultimo fine settimana ha coronato il suo sogno più grande: giocare in una partita ufficiale con il figlio Giacomo (video di Mario Moscadelli)


“Noi siamo incidenti in attesa di capitare” ("There There" by Radiohead ) il caso di Cristian Camba


  colonna  sonora 

per  conoscere  meglio la  vicenda  




Ringrazio l'amico compagno di viaggio il fotografico Mario Bianchi , ho parlato di lui su queste pagine qualche giorno fa , questa storia
L'immagine può contenere: albero, cielo, pianta, spazio all'aperto e natura
Cristian vive col suo cane in un camper, fermo lungo la strada che da Tempio porta ad Oschiri, tra la statua di una Madonna e l’inizio di un bosco del monte Limbara.Ha perso tutto dopo aver perso il lavoro. Di lavori ne ha fatti tanti. Mi ha fatto vedere il suo curriculum che inizia con : “ Ex paracadutista presso il 183°” e poi continua elencando 8 lavori diversi e finisce con i suoi desideri : “Disponibile a servizi di vigilanza/ Lavapiatti/ Facchinaggio”, nonostante le sue alte competenze nel settore informatico.Il suo cane è un Amstaff che Cristian ha curato e guarito dalle profonde ferite lasciate dalle torture. Belve umane lo avrebbero voluto cane da combattimento e non è stato facile fargli riconquistare la fiducia negli uomini: dopo anni di sofferenze ci sono voluti anni di cure.[ ne  trovate   nell'url  sopra,  da  cui  ho preso la  foto ,   la  vicenda  ] Ora il suo cane sta bene, ma mi ha guardato con occhi timorosi. Nel suo sguardo, sotto i segni lasciati dalla paura, ho colto fierezza e un’enorme potenza di volontà. Ho percepito chiaramente la luce di chi sa che deve fare nuovamente assegnamento sugli uomini come è inciso nel proprio DNA. Una languida nota di tristezza mi ha attraversato come accade quando la consapevolezza sale di un gradino e ti allarga il campo visivo di quel che basta per farti accorgere di chi sei tu e di quanto poco si possa fare per evadere dalle condizioni che ti rendono simile agli aguzzini di quel cane e a tutti gli altri uomini poco umani, anche se tu li combatti con forza. . Ho rivisto Cristian all’inaugurazione della sua mostra fotografica mentre, poco prima, stava appendendo le opere. Avevo già notato nei suoi occhi lampi simili ai bagliori che illuminano l’espressione del “Biondo”, così chiama affettuosamente il suo cane. Occhi spalancati come quelli di un bimbo in contrasto con la dimensione in cui tutto il resto è immerso. Cristian reggeva in alto sulla parete una sua fotografia dove le stelle nel cielo buio avevano lasciato ampie strisce di luce. Lunghe tracce luminose di un movimento impercettibile al nostro sguardo che lo strumento fotografico e la volontà di Cristian hanno svelato durante infinite nottate passate sul Monte Limbara. 

da  Gallura News 

Ho ancora impressa in me la sua immagine mentre con tutte e due le braccia tiene sollevata alla parete la sua foto del firmamento. Attendeva che qualcuno approvasse la posizione in cui appendere l’opera e la sua testa era girata a cercare risposte con quegli occhi spalancati che comunicano, che chiedono e sanno attendere. Ha guardato anche me, ma al momento che risposta potevo dare ad un titano con lo sguardo da bambino? 
Poi sono andato a fotografarlo dove attualmente vive. Sarebbe bastato fotografare i suoi occhi, ma non ho potuto evitare di includere tutti i particolari che raccontano la storia di Cristian. Il camper che gli è stato donato in cui vive. La fredda statua di pietra della Madonna, immobile gesto della fede umana. Il bosco del Limbara da cui Cristian entra per salire di notte a fotografare i misteri delle stelle. Il suo cane, amico fedele, salvato, curato e guarito dopo che le sevizie lo avevano ridotto ad una larva. La sua fotocamera, anch’essa salvata da una vendita per vivere del resto dell’attrezzatura professionale. Cristian Camba, colto nel gesto a lui abituale dello scrutare oltre, seguito dal convergere nello stesso punto visivo dello sguardo di Ronnie, il suo cane. La strada, dove Cristian è finito.

10/10/17

Non sapevo che le mie foto facessero tali effetti



Lo  so chje   chi si loda  s'imbroda ma  questo che trovate  sotto insieme  ad  un articolo   è  uno  dei  complimenti più belli   che  abbia mai  ( almeno fin ora )  ricevuto 

Mario   bianchi    (  trovate  sopra il  suo facebook  e    il sito     consigliato  vivamente  qui  una   panoramica   )      un mio  fotopgrafo  e  " antropologo  "  vedendo queste mie  foto  (  le  altre le trovate     su questo mio album fotografico   di facebook  )      scattate alla festa  di Sant'Efisio a  Cagliari  l'anno scorso   ha scritto 

Per Giuseppe Scano: terribile il lavoro del fotografo! Il fotografo taglia, seleziona, spia, non può che essere un feticista, non può che essere un "guardone".  Roland Barthes aggiunge in "La camera chiara"  che, interpretando le sue parole, è un "boia" che uccide l'attimo ad ogni scatto. Ed in più, giustamente sostiene, che la foto debba pungere! Se non contiene il "punctum", che punge e fa male penetrando sotto la nostra scorza, non è una foto interessante. Trovo nello sguardo di Giuseppe tutto ciò.




Ma con una componente che spiazza a causa del forte contrasto tra quanto arma il dito che tira il grilletto e il succo che trasuda dai suoi bersagli: la dolcezza. Una dolcezza dal retrogusto aspro, come accade per  i frutti più saporiti . Come accade per le più penetranti poesie.

 dalle pagine culturali   della  nuova  sardegna  del   2\10\2017


“A.Banda 2017”, tutte le immagini di un’isola

Inaugurata a Villaverde la rassegna che coinvolge oltre cinquanta fotografi della Sardegna

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VILLAVERDE. è stata inaugurata nei giorni scorsi a Villaverde la rassegna "A.Banda 2017. Fotografia in Sardegna", un’iniziativa dell’associazione Su Palatu_Fotografia. Si tratta di una rassegna espositiva che propone una serie di mostre, con centinaia di fotografie realizzate da 54 autori sardi che, tra giugno e agosto, sono state esposte in singoli eventi in centri diversi della Sardegna.
Ora il materiale fotografico presentato al pubblico durante questo periodo viene raccolto in una sola rassegna. Le fotografie sono esposte negli spazi del Consorzio Due Giare Move The Box, lungo le strade e nei locali del paese. In mostra i lavori di Donatella Altea, Pietro Basoccu, Tony Bulciolu, Alessandro Cani, Vittorio Cannas, Natalina Casu, Gianluca Chiai, Davide Cioncia, Luigi Corda, Francesca Corriga, Margherita Cossu, Antonio Crisponi con Andrea Pinna, Francesco Cubeddu, Tiziano Demuro, Pierluigi Dessì, Stefano Ferrando, Antonio Leonardo Figoni, Ignazio Figus, Giuseppe Firinu, Carlo Giglio, Rosi Giua, Fausto Ligios, Claudia Locci, Giorgio Locci, Danilo Loriga, Andrea Macis, Alberto Masala, Manuela Meloni, Giaime Meloni, Riccardo Melosu, Rosanna Mulas PiIia, Gigi Murru, Marco Navone, Marianna Ogana, Piero Pais, Franco Pampiro, Gabriele Pileri, Francesco Pintore, Ernst H. Piras, Gino Puddu, Francesca Randi, Alessandro Rosas, Silvia Sanna, Marco Sanna, Mario Saragato, Giuseppe Scano, Giusi Scanu, Salvatore Solinas, Alessandro Spiga, Michele Tamponi, Luca Tavera, Laura Tuveri, Immacolata Ziccanu e Silvia Zoroddu


L'immagine può contenere: 11 persone, persone che sorridono
dal marito di una dell'ìassociazione   la sardegna  vista  da vicino 
  dal catologo disponibile    free  online dell'edizionen A-banda  2017 http://www.supalatu.it/abanda/



GIUSEPPE SCANO
S.T., dal progetto “Li Conchi”, 2016
[stampa digitale fine art, cm 40 x 60, mostra a cura dell’Associazione La Sardegna Vista da Vicino]
Nato a Tempio Pausania nel 1976. Ha iniziato a fotografare con la pellicola, pur avendo poche basi. Successivamente è passato al digitale e grazie ai vari seminari svoltisi a cura dell’Associazione culturale “La Sardegna Vista da Vicino”, di cui fa parte, ha acquisito le nozioni per una fotografia più consapevole.
concludo rtipondendo a chi mi dice  che  :  scatto in automatico o con le impostazioni della macchina fotografica , e che non usi post produzione .
Vero a  volte    , dipende  dalla fretta o  in   casao  :  se  devo fotografare  :  un corteo ,  una  sfilata  o  altri eventi    in cui  non fai in tempo  a programmare  la  macchina, oppure sei di fretta =  o   dale    condizioni  di luce naturale   o  dei concerti     dificili da regolare  manualmente ,  ecc  allora  uso  le  impostazioni automatiche   o il semplice  automatico . Ma  non  è da questo      che si  riconosce  un   fotografo  e una  fotografia  ,  conta  dk  più il sogetto   , il modo  cui  ha  colto  l'attimo , ecc  . 
Per  la post  produzione  dipende     cosa  vuoi fare  o che effetti vuoi dare  alle  tue  foto  . Io    di recente  ,  grazie   alle lezini dell'associazione   sto scattando  in raw   e  a  colori , poi trasformo in bianco e nero   o  con altri filtri  o provo ad  aggiustare  quella  foto  venuto  troppo scura o troppo chiara 

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