curling, la medaglia d'oro maschile rimane un sogno non ancora realizzato. Infatti le previsioni di
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13.2.26
Milano-Cortina 2026 - il tabù dell'oro olimpico maschile ?
curling, la medaglia d'oro maschile rimane un sogno non ancora realizzato. Infatti le previsioni di
15.11.25
cosa è la morte ? Roberto Demontis medico legale : «Sfido ogni giorno i misteri della morte»
La morte è dunque un fenomeno complesso in quanto ha doverse sfaccetture in senso :
Biologico, come cessazione delle funzioni vitali. la morte è l’estinzione dell’individualità corporea: non tanto dei singoli elementi che compongono il corpo, quanto delle relazioni vitali tra organi e funzioni.La medicina ha ridefinito nel tempo i criteri di diagnosi di morte, soprattutto con l’avvento di tecniche come la rianimazione cardio-polmonare e i trapianti di organi.Oggi si distinguono concetti come morte cerebrale (cessazione irreversibile delle funzioni del cervello) e arresto cardiaco, che hanno implicazioni etiche e giuridiche.
Filosofico, come limite e possibilità ultima dell’esistenza.Nella filosofia antica, la morte era spesso vista come passaggio o dissoluzione in un ciclo cosmico di rigenerazione.In una prospettiva dualistica, l’uomo è corpo mortale e anima immortale: la morte riguarda solo la parte corporea.L’esistenzialismo (Heidegger in particolare) la interpreta come “situazione-limite”, la possibilità ultima che condiziona l’intera esistenza.Per molti pensatori, la morte non è solo fine, ma anche ciò che dà senso alla vita, perché ci obbliga a confrontarci con la finitezza
Sociale ed etico, come evento che richiede rituali, norme e riflessioni collettive.In sintesi \ altre parole, la morte non è solo la fine della vita, ma anche un orizzonte di senso che plasma il modo in cui viviamo, pensiamo e ci relazioniamo.Infatti la morte è anche un fatto sociale: ogni cultura ha rituali funerari che trasformano l’evento naturale in un processo simbolico e comunitario.In bioetica, la definizione di morte è stata ridiscussa con le nuove tecnologie mediche: condizioni come lo stato vegetativo mostrano come la vita biologica possa continuare senza coscienza.Questo apre dilemmi su cosa significhi davvero “essere vivi” e su chi abbia il diritto di decidere quando la vita è conclusa.
In altre parole, sintetizzando , la morte non è solo la fine della vita, ma anche un orizzonte di senso che plasma il modo in cui viviamo, pensiamo e ci relazioniamo.
dopo questo sproloquio \ spiegone ecc cosa ne pensa
unione sarda 15\11\2025
Roberto Demontis: «Sfido ogni giorno i misteri della morte»
La decisione è di fine anni Settanta: «Mi laureo in Medicina e poi faccio il medico legale», pensò l’adolescente cagliaritano Roberto Demontis. A dire il vero, non l’ha solo pensato: l’ha proprio fatto. Galeotto fu il telefilm “Quincy”: «Lo guardavo, mi appassionava come riuscisse a risolvere i casi di omicidio più complicati studiando la scena del delitto e il cadavere della vittima».
D’accordo, ma da adolescenti tutti pensiamo di fare il pompiere oppure il cantante, l’attore o il Papa. Lei si è immaginato fra i cadaveri, peraltro frutto di morti violente.
«Evidentemente sì, visto com’è andata. E non me ne sono mai pentito: la medicina legale è estremamente interessante, difficile e richiede molto rigore. E dà risposte, questo mi piace».
Cambiano i tempi, e con essi cambiano le “scuole di pensiero”: qualche decennio fa il medico legale era uno che «tagliava cadaveri» e la gente lo guardava con qualche brivido. Poi dagli Stati Uniti sono arrivate le serie tv in cui il coroner (il medico legale, appunto) era protagonista, risolveva i casi giudiziari più intricati e in qualche caso - come ad esempio il dottor Donald Mallard, serie tv Ncis - il personaggio del coroner è stato disegnato con i tratti del genio, coltissimo in tutti i settori e dotato di grande senso di umanità. «Ma quelli sono telefilm», ridacchia Roberto Demontis, 63 anni, cagliaritano, che il coroner («No, il medico legale», corregge lui) lo fa dal 1992. Sposato, tre figli, laureato a Cagliari, specializzato a Roma all’Università di Tor Vergata, dottorato in Criminalistica e master in Odontostomatologia forense, ora è direttore della struttura complessa di Medicina legale dove ha sei colleghi su cui contare e ha sede all’Oncologico Businco di Cagliari, quindi all’Arnas Brotzu. Però è un medico universitario, infatti insegna all’Ateneo cagliaritano. Ama ridere e scherzare, adora i momenti di leggerezza, ma spacca la sua vita in due: quando si lavora e quando non si lavora. Riuscendo a essere due persone simili, ma non le stesse. In poche parole, «in sala autopsie ci mando il dottor Demontis, mai Roberto». Tant’è vero che, una volta, gli capitò di fare la perizia necroscopica a un parente: «Lo feci senza pensarci. Lo feci e basta. Così come l’oncologo davanti al paziente bambino senza più speranza, anche il medico legale dev’essere impassibile».
Quanto interferiscono le emozioni, nel suo lavoro?
«Il giorno in cui mi coglierà un’emozione, smetterò di fare le autopsie e i sopralluoghi sulla scena del crimine».
Addirittura.
«Il principale segreto del nostro lavoro è non provarle proprio, le emozioni, perché conducono su piste sbagliate. Io analizzo, ho un corpo da intervistare con gli occhi, da osservare nel dettaglio, da leggere attraverso esami di laboratorio che richiedono tempo come ad esempio quello tossicologico. Devo studiare dove sono le ferite per ricostruire la dinamica del delitto, assegnare le posizioni di vittima e assassino nella scena del crimine, capire chi e che cosa ha ucciso una persona. E anche se è realmente un omicidio. A proposito: l’analisi del luogo del delitto è importante quanto l’autopsia, infatti chiedo sempre di poterla vedere prima che le forze dell’ordine e perfino la Scientifica della polizia o i Ris dei carabinieri possano modificarla. Ci sono dettagli decisivi, e il medico legale fa la sua indagine sulla base di parametri diversi da quelli utilizzati dagli investigatori».
I medici legali delle serie tv americane parlano con i cadaveri e sostengono che, in qualche modo, rispondano.
«Nei telefilm tutto si può fare, ma poi la vita vera è un’altra cosa. Non parlo con i morti ma è vero che in un certo senso loro lo fanno con me, ovviamente non con le parole. Osservandoli, scopro tante cose di loro in generale, a partire dalle malattie di cui soffrivano, e soprattutto come sono deceduti».
Ma ci saranno “pazienti” speciali. I bambini, ad esempio.
«No, nessuno può essere speciale. Io cerco tracce sempre, e sempre le seguo per scoprire la quantità massima di verità possibile. Il metodo non deve cambiare, a meno che non ci siano nuovi strumenti d’indagine forense: ca mbia solo chi ho sul tavolo e io mi concentro sul lavoro. Poi, ripulisco la mente e non ci penso più».
Ma ci sarà pure un caso che ricorda più di altri.
«Ovviamente sì, tutti ricordiamo le anomalie statistiche e le stranezze che troviamo nel nostro lavoro. Posso dire di quell’autopsia in cui ho visto una cosa nuova: l’assassino scuoiò il volto della vittima. Essendo un regolamento di conti fra criminali, il senso era: “Hai perso la faccia”. E poi un caso nell’Oristanese: un cadavere fatto a pezzi e sparso all’aperto. Passai quindici giorni a cercarli e raccoglierli. Ancora: mi accorsi, dall’esame della scena del crimine, che l’assassino era claudicante: lo indicavano le impronte. Ed era così, fu arrestato e condannato».
Quando un suo esame è stato decisivo per trovare il colpevole?
«I nostri esami lo sono spesso. Una volta, un caso che si stava per archiviare come suicidio è divenuto un’indagine per omicidio. In generale, il medico legale è spesso determinante».
E capita che il medico legale faccia prosciogliere un sospettato?
«Eccome: spesso troviamo gli assassini, in altri casi capiamo che il sospettato non è l’assassino».
Il suo primo caso?
«L’autopsia di un feto morto in utero».
Niente vi sarà risparmiato.
«È nelle cose: siamo medici legali».
Le donne non uccidono?
«Pochissimo, generalmente per difendersi da mariti o compagni violenti. Usano armi bianche, cioè lame».
Eliminano quelli che poi, se non lo fanno, le uccidono?
«In certi casi, sì».
Gli assassini sardi sono più o meno cattivi rispetto alla media?
«Il numero degli omicidi è stabile da una ventina d’anni. È cambiato il movente: prima era per punire l’abigeato, o per le faide, invece ora sono appunto più passionali, legati a tradimenti, senza differenze per il grado di crudeltà rispetto al resto d’Italia».
Tanti cervelli, in giro, sono rovinati da abusi di alcol e droghe, soprattutto nell’adolescenza.
«Vero, e questo ha un peso sugli omicidi: non controllano la violenza e i danni creati dalle sostanze in giovane età sono ben presenti per tutto il resto della vita».
Passiamo alle tristezze non dei morti, ma dei vivi. Lei è assessore alle Politiche sociali del Comune di Sinnai. Dove trova la forza?
«Mi realizzo quando riesco a compiere un progetto. Ad esempio, Sinnai è stato uno dei primi Comuni cardioprotetti, perché abbiamo fatto installare i defibrillatori in giro. Poi organizziamo corsi di primo soccorso ed è un mondo di vivi che mi aiuta a compensare quello dei morti. In Comune ho una buona squadra, e un’altra ce l’ho nella struttura complessa di Medicina legale».
Lei è credente. Trova mai Dio durante le autopsie?
«No, mai. Trovo indizi e prove, sono concentrato su quello perché è ciò che mi si richiede, quindi devo mantenere la freddezza. Devo affermare qualcosa solo quando trovo i riscontri e quindi sono focalizzato sulla ricerca».
Però, in un corpo martoriato dalla violenza, almeno Satana qualche volta l’avrà intravisto.
«Non ho di queste frequentazioni, nemmeno sul lavoro. L’ho detto: se un giorno mi ritrovassi a provare qualche emozione durante un’autopsia o l’analisi di una scena del crimine, quello sarà il mio ultimo giorno sul campo e lascerò lavorare solo la mia squadra. Fede, emozioni, per il medico legale sono sovrastrutture, dunque un lusso che non si può permettere. Solo le prove hanno diritto di parola, in questo lavoro dove l’ego si deve annullare. Poi spegni la luce nella sala e te ne vai, e a quel punto vivi tutte le emozioni che vuoi, ma con una regola: finita l’autopsia, io manco mi ricordo il volto della persona che avevo sul tavolo, con due vantaggi. Il primo è poter avere una vita totalmente al di fuori di questo, l’altro è di dare al pm o al giudice un supporto credibile e scientifico per trovare l’assassino. Quello giusto».
22.5.25
Annalisa e il suo singolo- Maschio sotto attacco della Lega: "Questa è una canzone blasfema"
30.3.25
la paura sulla sentenza della corte costituzionale riuguardo il caso #cappato di #LorenzonMoscon affetto da triplegia spastica dalla nascita. « Sono malato e dico no al suicidio assistito, ho paura che lo Stato mi uccida. Io non voglio morire»
| Lorenzon Moscon |
Nel 2019 la Corte Costituzionale aveva chiarito che l’aiuto al suicidio non costituisce reato solo se si verificano contemporaneamente quattro condizioni specifiche: il malato deve essere affetto da una patologia incurabile, capace di intendere e volere, sottoposto a sofferenze fisiche o psicologiche insostenibili e mantenuto in vita grazie a trattamenti di supporto vitale. Proprio quest’ultimo requisito – la dipendenza da cure salvavita – è oggi al centro del dibattito.
Lorenzo Moscon contro il fine vita Quindi .
Docente con laurea magistrale e attivista per la dignità del vivere, Lorenzo Moscon ha chiesto di essere ascoltato in aula per «far sentire anche una voce diversa da quella di Cappato», come ha dichiarato a La Verità. Secondo lui, il requisito del sostegno vitale deve restare: «Chi aiuta qualcuno a suicidarsi dovrebbe essere punito ma, se proprio si depenalizza l’aiuto al suicidio, almeno il fatto di ricevere un sostegno vitale deve restare una delle condizioni per potervi accedere».
Moscon teme che si stia aprendo la strada a decisioni prese da altri al posto del paziente, soprattutto quando non più cosciente: «Si stanno compiendo passi che potrebbero portare qualcuno – che sia il giudice, i medici, o entrambi – a esercitare uno ius vitae necisque che nessuno ha mai acquisito». A sostegno della sua preoccupazione, cita testimonianze di pazienti coscienti in stato non responsivo: «Ero terrorizzato perché sentivo i medici parlare di eutanasia e non potevo fare nulla». «L’estensione del suicidio assistito è un pendio scivoloso – aggiunge – che porta a coinvolgere categorie sempre più ampie. A un certo punto, temo che lo Stato o i medici decidano al nostro posto». E ricorda che «la libertà di vivere è la condizione necessaria per esercitare ogni altra libertà».
Già nel 2017, in una lettera pubblicata da Avvenire, Moscon aveva chiesto al Parlamento di non cedere alla logica eutanasica: «Ogni persona ha una dignità, una preziosità infinita che si fonda sulla capacità di amare, distinguere il bene dal male e apprezzare l’arte». Secondo lui, la richiesta di eutanasia nasce da solitudine e dolore, e trova risposta solo in relazioni autentiche e cure palliative applicate davvero, come prevede la legge 38/2010. Il suo messaggio è chiaro: «Io ho il desiderio di vivere una vita piena. E chi è amato – ve lo assicuro – non vuole morire».
Alcuni si chiederanno ma in italia c'è forse un obbligo di legge per il suicidio assistito ch bisogno c'è di gersti come quello di Cappato e della sentenza della corte costi.tuzionale ?
No in Italia non c'è una legge e solo accompagnare all'estero una persona che ha aveva fatto tale scelta era reato , poi messo indiscussione da diverse sentenze della coerte cvostituzionale . La legge deve farla il parlamento al di fuori di schieramenti di parte in questo caso odiosi con l'ausilio di esperti psicologi , medici specialisti in questo campo con l'aiuto delle varie esperienze di vita molto dolorose di pazienti vigili o aiutati con grandi sacrifici dai congiunti che soffrono anche loro per malattie dove non esiste un futuro di guarigione o vita decente.
Infatti per me una persona con tali problemi può scegliere di vivere come vuole anche sopportando le pessime condizioni di vita che un amaro destino può averti dato ma, altrettanto, lascia a chi vuol morire per non soffrire il diritto di farlo ...Non mi spiego la posizione e la paura di Lorenzo Moscon in quanto La scelta del suicidio assistito ( condivisibile o meno, chi siamo noi per giudicare saranno pure fatti suoi se uno\a persoina scegliere il suicidio assistito o l'eutanasia oppure vuole vivere consapevole delle sofferenze - ogni uno nella propria libertà e facoltà mentale deve poter decidere ) deve essere manifestata per iscritto dal paziente in grado di esprimersi, con "atto notarile" o dichiarazione equivalente autenticata. Nel caso del "paziente cosciente" in stato non responsivo, o chiunque altro, che NON ha manifestato la sua volontà in modo chiaro e documentato non può essere sottoposto a eutanasia da NESSUNO. Se così non fosse, sarebbe reale OMICIDIO.
1.1.25
Marco Mancuso: “Grazie ai social ho rotto il silenzio sul suicidio e una generazione fragile
Marco Mancuso: “Io sul cornicione, salvato da mia madre”. Virale il video del giovane consigliere PD

“Sì, è servito – risponde con forza e ci chiede subito di dargli del “tu” perché così parlare è più facile – La premessa è che io a vivo a Vercelli, città capoluogo, ma piccola, dove tutti si conoscono e c’è il terrore di infrangere il tabù della salute mentale all’interno delle mura della città e all’esterno; invece, il mio intervento pubblico ha rotto il muro del silenzio e si è innescata una catena di messa in comune della fragilità”.
Cosa è successo dopo la pubblicazione del video su Instagram? Cosa hanno scritto nei commenti?
“Ho due esami da preparare e ho bisogno di dormire, eppure da giorni non riesco a non leggere, rispondere e condividere i commenti social. Non sono un esperto e spesso non ho gli strumenti adatti per rispondere, mi sono arrivati messaggi molto forti e delicati al tempo stesso, ma la cosa più bella è che non conta, non devo essere io a dare risposte, perché c’è chi racconta e chi ascolta, chi condivide e le persone si rispondono l’un l’altra, si scrivono. Ma non solo sui social, un grande grazie lo devo anche all’eco che hanno dato i giornali…”.
Perché, che differenza c’è tra le visualizzazioni social e la notizia pubblicata dai giornali?
“Perché grazie ai giornali sono entrato in contatto e ho scoperto quelle generazioni che non stanno sui social, ho parlato con genitori che sono andati oltre lo spasmodico desiderio di apparire perfetti e di vedere i loro figli perfetti, e che hanno riconosciuto le proprie fragilità mettendole al servizio di tutti. Grazie ai giornali sono arrivato a chi non usa i social, ma anche loro si sono riconosciuti e si sono raccontati”.
Ma raccontarsi, soprattutto sui social, non può essere visto come una forma di esibizione di sé?
“Quando tenti il suicidio, e parlo per la mia esperienza, il nemico più grande è la solitudine, il buio, il silenzio. Sono ben cosciente che sono gli stessi social ad alimentare questo senso di solitudine, ognuno agisce per uno ed è più importante quello che racconti rispetto a quello che sei, io stesso racconto solo cose belle. Ma questa “catena tossica” può essere usata in positivo, ne ho avuto la prova. Raccontare le proprie fragilità può scardinare qualcosa che nella nostra generazione non è scontata, noi siamo la generazione delle prime volte…ma avere delle fragilità, parlare di salute mentale è anche per noi ancora un terreno minato. Parlare di salute mentale senza paura di essere giudicati è un passo enorme e se avviene sui social e sui giornali ecco che la potenza viene addirittura amplificata”.
A Vercelli che reazione c’è stata?
“Temevo la reazione della gente di Vercelli e invece c’è stata tanta solidarietà, si è creata una rete, ognuno ha raccontato di sé, dei propri figli, dei fratelli, dei nipoti: ognuno nella propria famiglia vive delle fragilità. Io grazie allo studio e alla passione per la politica ho trovato la mia strada, sono uscito dal buio; ma ognuno ha strade differenti da percorrere, l’unico denominatore comune è non aver paura di parlare di salute mentale. Bisogna creare una rete più forte della solitudine, a Vercelli come nelle piccole e grandi città di tutt’Italia”.
Alla fine, la mozione sul benessere psicologico in Comune è stata approvata?
"No. Io avevo preparato per bene il mio intervento, ci tenevo moltissimo, ma proprio quando ho capito che non sarebbe stato approvato mi è montata in corpo una rabbia incredibile, non ci potevo credere che ci fosse tanta disattenzione, che i consiglieri attorno a me non capissero che una loro decisione avrebbe potuto salvare delle vite; perciò, ho raccontato quello che io stesso avevo provato, la mia fragilità. Ora il sindaco e l'assessore hanno promesso di aiutarmi. Il 2 gennaio mi accampo in Comune, non mollo. L’eco mediatica è stata fortissima, ma ora bisogna concretizzare”.
Hai ringraziato tua madre, che ti ha salvato e ti ha preso praticamente per i capelli…
“Sì, ma il suo è stato un salvataggio fisico. Io vivo in una bellissima famiglia dove parliamo molto e ci raccontiamo tutto, dove i problemi cerchiamo di risolverli insieme. Quando sei adolescente e ti senti solo, bullizzato, incompreso non hai voglia di parlarne con tua madre, con i professori o con il preside, con cui invece dopo ho instaurato un bellissimo rapporto da rappresentate di istituto. Nessuno di loro ha gli strumenti, mia madre mi vuole bene e aveva capito il mio disagio, ma non aveva gli strumenti adatti per aiutarmi. Nelle scuole ci vogliono più psicologi”.zologo, due milioni di euro in più per il 2024. Via libera all’emendamento del Pd
Il tuo emendamento appunto chiedeva al Comune di intervenire per potenziare il servizio psicologico nelle scuole e all’università.
“La politica è disattenta, sorvola su questo tipo di situazioni, si vede nel consiglio comunale a Vercelli, in quello regionale, in Piemonte, e in Parlamento. Il Pd è riuscito ad aumentare il bonus psicologo, ma è ridicolo come l’aiuto psicologico debba essere ridotto a un bonus: se mi rompo un braccio vado in ospedale e mi curano, se tento il suicidio mi devo rivolgere a un privato. Io volevo che il Comune di Vercelli si rivolgesse all’azienda sanitaria per potenziare il sevizio psicologico nei licei. Nel mio liceo, per esempio, ci sono solo due psicologi per 1.500 studenti. Il Comune deve aiutare e supportare la cittadinanza a comprendere che la salute mentale è salute. Bisogna agire nelle scuole e nelle università”.
Perché è così importante agire nelle scuole?
“Perché la mia generazione non ha strumenti per chiedere aiuto, una persona che ha il buio attorno non ha forza di gridare. E, come dicevo prima, mia mamma si era accorta del mio disagio, ma non aveva gli strumenti per aiutarmi. Non deve essere lo studente a gridare, perché non ha la forza di farlo; io non mi fidavo di nessuno, temevo il giudizio degli alti altri, mi sentivo schiacciato e vessato. Davvero non possono esserci solo i social, ci vogliono le istituzioni perché siamo una generazione di persone rotte nell’anima”.
Oggi è 31 dicembre, la notte dell’ultimo dell’anno, è una notte di bilanci e progetti. Da tutta questa storia possiamo trarre, secondo te, un augurio?
“In questi dieci giorni abbiamo creato una rete pazzesca, ci siamo raccontati e uniti. Il mio augurio è che vorrei che tutto ciò proseguisse, che da questo video nato un po’ per rabbia imparassimo tutti a fare squadra in un mondo che tende alla solitudine, dove uno conta per uno”.
29.7.24
non macano le bufale omotrasfobiche ., Partono i «buuu» per Van de Velde in campo a Parigi, la contestazione per l’olandese condannato per stupro .,le ragazze israeliane co un gesto simbolico chiedono di liberare gli ostaggi
Le nuotatrici non hanno indossato dei costumi con la scritta «Not a dude?» a Parigi 2024

Le presunte foto della protesta contro i casi come quello di Lia Thomas risultano alterate
«Not a dude». Come a dire, «non sono un uomo». Questa è la scritta che secondo numerosi post sui social, condivisi mentre sono in corso le Olimpiadi di Parigi, sarebbe apparsa sul costume di alcune nuotatrici. Secondo chi condivide il contenuto, quella mostrata sarebbe una protesta con la quale le atlete prenderebbero posizione sulla controversia riguardante le nuotatrici transgender e la loro potenziale partecipazione ai giochi olimpici. In avvicinamento all’edizione parigina aveva suscitato attenzione il caso di Lia Thomas. La nuotatrice statunitense – che per l’occasione è stata oggetto di un fotomontaggio – non potrà partecipare in seguito a una decisione della Federazione Internazionale di Nuoto, la World Aquatics, la quale ha stabilito che qualunque atleta abbia e «attraversato qualsiasi momento della pubertà maschile» non può partecipare a competizioni femminili di alto livello. Come l’immagine di Lia Thomas con i genitali maschili, anche questa presunta protesta è in realtà frutto di fotomontaggi e foto alterate.
Per chi ha fretta: l''articlo di open la riassume cosi
Circolano diverse immagini in cui alcune nuotatrici sfoggiano, sul costume in concomitanza con il pube, la scritta «not a dude» – «non (sono) un uomo».
Si sostiene che sia una protesta contro le nuotatrici trans.
In alcuni casi si sostiene che la protesta abbia preso piede alle Olimpiadi di Parigi.Della protesta non c’è alcuna notizia.Tutte le foto usate sono state alterate.
Vediamo lo screenshot di uno dei post oggetto di verifica. Nella descrizione si legge:
Brave nuotatrici !

A condividere un contenuto simile su X è stato anche l’esponente della Lega Simone Pillon con la seguente descrizione.
Diverse nuotatrici olimpiche hanno indossato il costume con una scritta posizionata strategicamente a specificare che “Not a dude”, non sono un ragazzo. Belle, brave e ironiche. Apprezzo moltissimo Di questi tempi andrebbe resa obbligatoria, magari illuminata a led. Voi che dite?

Lo stesso contenuto circola anche su Facebook (qui un altro esempio), e sul sito Luce Pavese con la descrizione.
Come passare un messaggio sulla partecipazione di uomini alle gare femminili senza urlarlo.
“Not a dude” ovvero “non sono un ragazzo”.Queste sono le battaglie che vanno portate avanti!!!

La foto del 2018 senza scritte
Venendo all’immagine delle ragazze con il costume blu. Anche questa risulta alterata. Infatti, la foto, senza scritte «not a dude», è stata utilizzata come immagine di copertina dalla pagina Facebook Swimmer Without Faces – NZFAE nel 2018.

Infine, ricercano informazioni sulla presunta protesta, di questa non si trova traccia su nessuna testata online.
La strana nuotatrice con il costume arancione
In questo secondo caso, sono evidenti i segni tipici dell’intelligenza artificiale sulle mani della presunta nuotatrice. Una ricerca Google del suo viso o dell’immagine offre solo risultati sui social in cui gli utenti si complimentano per la decisione.

Si può affermare che l’immagine è stata quantomeno alterata digitalmente perché ne circola un’altra versione del 22 marzo 2024.

Si notano alcuni elementi che da un lato confermerebbero si tratti perlomeno dello stesso luogo, dall’altro differiscono in maniera da generare il sospetto fondato che nessuna delle due immagini sia una fotografia scattata e pubblicata senza alterazioni.

Le gambe delle “due” nuotatrici hanno lo stesso identico aspetto, «not a dude» compreso. Anche il luogo sembra lo stesso e nello steso momento, ma con differenze che non possono dipendere solo dal tempo trascorso tra i due presunti scatti. Perché l’oggetto in basso a sinistra cambia fantasia, essendo tutto rosso nella prima immagine, e un po’ rosso e un po’ rosa nella seconda? Il logo nel cartellone ha due forme diverse tra le due immagini, come mai? Si vede la gamba di un uomo con sopra il braccio nella stessa posizione, ma in una foto la gamba è ben delineata, nell’altra sembra trascinata. Potrebbe essere una foto venuta mossa. Ma allora perché la nuotatrice è perfettamente definita?
Conclusioni
Non è in corso una protesta delle nuotatrici, men che meno quelle che partecipano alle olimpiadi, contro le colleghe transgender. Le foto che lo dimostrerebbero sono in realtà immagini alterate.

Nel 2016 il pallavolista olandese era stato condannato a cinque anni di carcere, per la violenza sessuale su una 12enne quando lui aveva 19 anni
Pochi applausi e un bel po’ di fischi all’annuncio in campo dell’olandese Van de Velde, sceso sul campo di Beach volley sotto la Torre Eiffel con il compagno di squadra Immers contro la coppia di italiani Ranghieri-Carambula. Ben prima della sconfitta contro gli azzurri nella gara delle Olimpiadi, gli olandesi hanno dovuto affrontare i «buuu» di accoglienza del pubblico francese.
La condanna per violenza sessuale a 19 anni
Steven Van de Velde è l’atleta condannato nel 2016 in Gran Bretagna a quattro anni di carcere per aver stuprato una ragazzina che all’epoca dei fatti, nel 2014, aveva 12 anni e lui 19. I due si erano conosciuti su internet e poi l’olandese era volato da Amsterdam a Londra per incontrarla. Dopo la condanna aveva fatto un anno di prigione, poi era stato messo in libertà condizionata e aveva ripreso a fare sport, fino a guadagnarsi l’Olimpiade. Dove però, per evitare problemi a Parigi, aveva chiesto e ottenuto di non alloggiare al villaggio olimpico. Nel frattempo era stata lanciata una petizione online per chiedere al Cio la sua esclusione, che però non c’è stata.
La protesta olandese dopo i fischi
A fine gara Van de Velde ha preferito non parlare. Al suo posto è intervenuto un portavoce della squadra dei Paesi Bassi, John van Vliet, che ha provato a difenderlo: «La sua è una vicenda sicuramente molto più grande dello sport. Ma nel suo caso, abbiamo una persona che è stata condannata, che ha scontato la sua pena, che ha fatto tutto ciò che poteva per poter competere di nuovo». Seccato invece il compagno di squadra Immers: «Sì, quei fischi mi hanno dato molto fastidio. Giochiamo insieme da tre anni, lui è un ottimo ragazzo e non ho mai avuto problemi con lui. Anzi, per me è stato un esempio. Detto che comunque ha scontato la sua pena, il passato è passato, adesso basta perché questa storia potrebbe condizionarci qui alle Olimpiadi».
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non manca neppure la politica
La squadra olimpica israeliana non poteva indossare spille con nastro giallo per gli ostaggi durante le Olimpiadi di Parigi. Guardate che messaggio hanno portato




"Portateli a casa adesso!"
4.7.23
no al bavaglio del politicamente corretto
colonna sonora
la tua libertà - francesco Guccini *
ed provi ad usare il tuo spirito critico \ libero arbitrio - ti viene appiccicata l'etichetta di omofobo, di zenofobo, e ovviamente anche di retrogrado. E poco importa che tu non lo sia. Il tuo pensiero viene giudicato tale solo perché va controcorrente. E si ostina a farlo. La marea politicamente corretta sale. Armiamoci di libri per salvarci. Per comprendere ciò che sta accadendo attorno a noi. Per discernere la realtà. Per essere uomini. Veri. Completi. Per riprenderci la nostra integrità ed la nostra libertà decidendo cosa è giusto o sbagliato ed non siano gli altri a imporcelo .
1.9.22
Single shaming: perché essere single dopo i 40 anni è ancora motivo di "vergogna"
da repubblica
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Famiglia allargata: nuove tradizioni per dire "basta" ai tabù (alfemminile.com)
L'Italia è un Paese in cui sempre più spesso si sceglie una strada alternativa alla coppia. Secondo l'Istat, più del 33 per cento delle persone vive da solo, eppure c'è ancora chi pensa che le persone non sposate e senza figli siano incomplete o infelici. La storia di Daniela e i consigli della psicologa per liberarsi di uno stigma sociale
La storia di Daniela
“Non ho mai pensato che avere accanto un uomo potesse essere motivo di vanto, ma neanche di dovermi vergognare per non averne uno. Eppure, ancora oggi, il fatto che io sia single a 43 anni a molte persone non va proprio giù. Non parlo della pressione dei parenti, di mia madre soprattutto, che vedono nella mia vita senza marito e figli motivo di infelicità. Mi riferisco piuttosto ai miei coetanei e alle amiche, che guardano alla mia singletudine con imbarazzo, nonostante mi conoscano bene. Mi guardano con occhi compassionevoli, cosiderando 'proprio strano che una donna in gamba come me non abbia ancora un partner'. I più temerari mi propongono appuntamenti al buio per risolvere quello che per loro è un grave problema, cosa che per me non è. Anzi. A dirla tutta la mia vita mi piace così com’è: sono libera di decidere per me stessa e di cambiare i programmi anche all’ultimo; le amicizie non mi mancano e ho la mia indipendenza economica. Fino a due anni fa avevo una storia ma quando è finita ho deciso di prendermi del tempo da dedicare a me stessa. E ora ammetto, ci ho preso gusto ad essere single, e anche se per alcuni sono una zitella un po’ sfigata, vado dritta per la mia strada. Se incontrerò un uomo che mi piace, accoglierò l'amore e quel che verrà, ma cercarlo a tutti costi non è un obiettivo che voglio pormi. Vorrei che gli altri rispettassero questa mia scelta senza metterla in discussione o doverla sempre rimarcare come se fosse insana e inappropriata”.Di “single shaming” abbiamo discusso con Nicoletta Suppa, psicologa, psicoterapeuta e sessuologa, per partire dalla storia di Daniela e trarne conclusioni utili a molti.
Cos’è il single shaming?
“Letteralmente l'espressione vuol dire vergognarsi di essere single. È un fenomeno di natura sociale che spinge le persone a sentirsi in difetto per il proprio status sentimentale, poiché non è aderente alle aspettative sociali. Uno stigma che nasce da stereotipi ancora radicati nella nostra cultura basata sulla famiglia: si giudica negativamente chi a una certa età non si è sposato e non ha avuto figli, non avendo aderito alle fasi canoniche di una vita considerata “normale” e standardizzata. Il single shaming viene alimentato dall'atteggiamento e dalle domande delle persone che sul single riversano le aspettative dello stare in relazione. Le domande più frequenti rispecchiano un atteggiamento di attesa, come ad esempio: "Che aspetti a fidanzarti?". Le continue pressioni esterne fanno sentire il single inadeguato e inadempiente. Questo succede a maggior ragione quando la persona non vive in maniera del tutto serena la propria singletudine. Ma può generare comunque malessere anche a quei single che non hanno nessun disagio”.
Quali sono le cause di questo fenomeno?
“Sono sociali e culturali. Tutto si riduce alla considerazione che l'essere single è una fase di attesa tra una relazione e l'altra ma non sempre è così. Partendo da questo presupposto, molti considerano il single come qualcuno che è manchevole, che non è completo poiché non ha una relazione. Altri, per questioni culturali profondamente radicate in alcuni contesti, arrivano a pensare che single sia sinonimo di solitudine e di fallimento, perché se non si è in coppia non si ha ottenuto nulla nella vita. Per queste persone la realizzazione personale è strettamente legata alla coppia e alla famiglia”.
Perché ancora oggi si giudica negativamente chi non ha un partner?
“Si tende a pensare che chi non è in coppia è incapace di avere una relazione perché è problematico o troppo selettivo e non sarà mai felice. In questo modo si perde di vista l'elemento dell'individualità che invece può portare una persona a scegliere, in base a considerazioni personali, di essere single e di cercare la sua personale strada della felicità. Molte persone preferiscono ad esempio vivere al di fuori di una relazione stabile, perché non vogliono rinunciare ad una maggiore libertà o perché vogliono dedicarsi ad altri aspetti della propria vita come ad esempio il lavoro”.
Il single shaming colpisce più le donne?
“Sì, perché ancora esiste un doppio standard di valutazione: spesso gli uomini single non sono giudicati male, mentre le donne vengono stigmatizzate con il classico stereotipo della zitella. Resta viva l'idea che la realizzazione personale di una donna debba passare necessariamente per la costruzione di una famiglia, e diventare moglie e madre. È come se l'essere donna fosse meno importante del suo ruolo sociale.La conferma? Molte donne, una volta sposate e con i figli, sembrerebbero rinunciare a spazi personali e all'espressione della propria individualità. Al contrario, è comune una visione dell'uomo che si realizza anche al di là della famiglia, con il lavoro e non solo. Si giustifica l'uomo single che insegue le proprie passioni considerandole prioritarie rispetto ad una relazione stabile. Molte donne poi hanno assorbito questo modo di pensare e soffrono non tanto perché provano disagio, ma perché credono di non potersi affermare al di là dei ruoli di moglie e madre. In questo modo si perde di vista quella che è la priorità personale dell'individuo: il realizzarsi al di là dei ruoli sociali imposti”.
Perché non bisogna mai vergognarsi di essere single?
“Perché è una condizione che rende l'individuo comunque completo, capace di stare con sé stesso. Questo traguardo individuale non è scontato e può minare l'autostima. Cosa fare se accade? È bene chiedersi se siano gli altri a farci sentire così. Se non fosse per quelle continue domande o quei commenti fuori luogo, proveremmo imbarazzo? Se la risposta è no, il nostro problema non è la vergogna, ma il potere che stiamo dando agli altri di giudicare la nostra vita. Pur non essendo facile, sarebbe utile lavorare su sé stessi per essere più centrati e dare valore a ciò che siamo”.
Come si fa a neutralizzare il single shaming?
“Per far capire agli altri che non è una vergogna essere single, il primo passo è sentirsi in sintonia con la propria scelta e non provare nessun disagio a vivere così. Per sbaragliare chi non smette di fare domande sconvenienti sul perché siamo single, può essere efficace usare l'ironia, che serve a depotenziare il giudizio dell'altro. Con ironia si può rispondere ponendo dei confini con frasi come: "Perché ti preoccupi che io sia single? Hai mai pensato che non è poi così male?" Un'altra arma utile nei confronti del single shaming è quella di mostrare i lati positivi dell'essere single, che spesso chi è in coppia invidia, in modo sottile. Primo tra tutti la libertà di cui gode un single e la capacità di stare da solo. Teniamo sempre presente che il giudizio e la critica spesso nascono da un senso di frustrazione per la propria vita. Alcuni di coloro che disapprovano i single potrebbero anche invidiarli in fondo, poiché sono incastrati in relazioni non sempre felici e incapaci di prendersi le proprie libertà”.
21.4.22
Michele Campanella sfatò un tabù: fu il primo comunista della Liberazione a entrare nelle forze dell'ordine. L'omaggio di Genova ai 100 anni del "comandante Gino"
per approfondire
https://it.wikipedia.org/wiki/Polizia_partigiana
da https://www.ilsecoloxix.it/genova/2012/06/04/
Genova - Quella sporca dozzina. Dodici furono all’inizio i volontari, tutti di provata esperienza, cui il comando partigiano, nel settembre 1944, affidò un compito di particolare audacia: portare la guerriglia in città. Così nacque la squadra volante Severino, che in collaborazione con le Sap, le Squadre di azione patriottica attive dall’estate in ambito urbano, avrebbe dovuto costituire una pressante minaccia per tedeschi e fascisti con improvvise puntate in val Bisagno e nei quartieri periferici genovesi. Alla testa di quegli uomini vi era Michele Campanella, nome di battaglia “Gino”, destinato a divenire una delle figure di maggior rilievo della Resistenza nella VI Zona operativa, corrispondente a grandi linee con il territorio dell’attuale provincia genovese, e che nel dopoguerra sarà insignito della medaglia d’argento al valor militare e della Bronze Star Usa. Il comandante Gino è morto ieri a Monzuno, nel Bolognese, dove era andato a vivere i suoi ultimi anni. Le sue ceneri, come ha disposto nelle ultime volontà, saranno disperse nelle montagne dell’entroterra di Genova, teatro delle sue leggendarie imprese.in un periodo quello della guerra fredda soprattuttto in una delle fasi più acute cioè quella fra il 1945\50 i ruoli dele forze dell'ordine erano in mano agli ex fascisti o a i non comunisti ecco perchè la storia di Michele Campanella sfatò un tabù: fu il primo comunista della Liberazione a entrare nelle forze dell'ordine. L'omaggio di Genova ai 100 anni del "comandante Gino"
2.3.22
Il sacrificio di Giorgio e Toni, morti per amore cambiando la storia del costume d’Italia
Il 31 ottobre 1980, sotto le fronde di un albero in un agrumeto di Giarre, a mezzora da Catania, vengono trovati distesi vicini due corpi senza vita. Uno accanto all'altro, con le mani intrecciate ci sono Giorgio Agatino Giammona, 25 anni, e Antonio Galatola, detto Toni, 15 anni, gli ziti (i fidanzati), come li chiamavano in dialetto catanese, di Giarre. Accanto ai corpi viene trovato un biglietto che riporta poche parole, secondo le quali i ragazzi si sarebbero uccisi perché non potevano vivere liberamente il loro amore.
La storia del delitto di Giarre
Un crimine d'odio
Il ritrovamento di una pistola Bernardelli, calibro 7,65, sepolta sotto poche manciate di terra a pochi passi dall'albero, con tanto di sicura inserita, però, getta a mare la tesi del suicidio. A Giarre, paesello di poche anime tra il gigante Etna e il mare, viene invasa da frotte di giornalisti da tutta Italia. Per la stampa nazionale è chiaro che si tratta di un delitto a sfondo omofobico, un crimine d'odio, come lo chiameremo oggi; per la piccola comunità di Giarre, invece, è solo un fattaccio da dimenticare. "Se la sono cercata", dicono i più indulgenti, mentre per i più accaniti conservatori, tutta quella faccenda getta un'onta imperdonabile sulla reputazione dei cittadini. "Ora penseranno che a Giarre siamo tutti finocchi".
L'assassino di Giorgio e Toni
Il 3 novembre i giornali rivelano l'identità dell'assassino: colui che aveva fatto fuoco a sangue freddo sui due ragazzi, l'aguzzino dei fidanzati, è un bambino di 13 anni, il nipote di Giorgio, Francesco Messina. "O ci uccidi o ti uccidiamo noi", lo avrebbero minacciato i ragazzi e lui, Francesco, un ragazzino paffutello e lentiginoso che andava a lavorare tutti i giorni con i nonni in campagna, avrebbe premuto il grilletto. In cambio di quel ‘favore' le vittime gli avrebbero regalato un orologio. Una versione poco credibile per tutti, meno che per i carabinieri, che abbracciarono la strada del bambino killer.
E i colpevoli morali
Quando un giornalista de ‘L’Ora' di Palermo avvicina Franco per sentire dalla sua bocca cosa era successo quel giorno, il ragazzo crollò: "Non li ho uccisi io, ho detto così perché mi avevano dato schiaffi, mi sono fatto pure la pipì addosso". Il quotidiano diede la notizia dell'interrogatorio a suon di schiaffoni e minacce. "Dicevano che se non confessavo arrestavano il nonno Francesco "- aggiungerà il piccolo Franco, facendo finire i carabinieri al centro di una tempesta mediatica. Nemmeno il sostituto procuratore di Catania, Giuseppe Foti, a capo dell'inchiesta, credette a quella confessione che non aveva difficoltà a definire ‘estorta' eppure, quando il fascicolo d'indagine arrivò sulla sua scrivania, nonostante i convincimenti dichiarati alla stampa, Foti archiviò il caso. Nessun delitto d'onore a sfondo omosessuale: a Giarre non era successo un bel niente niente.
La memoria di Giorgio e Toni
Da allora, a prescindere da chi avesse premuto il grilletto, la responsabilità morale di quel duplice omicidio si abbatté come un macigno sulla comunità dell'entroterra catanese. Il delitto di Giarre non cambiò il nocciolo duro della società, che della storia dei fidanzati preferì dimenticarsi presto, ma smosse le coscienze più sensibili. Poco dopo nacque a Palermo il primo nucleo di Arcigay, ad opera di don Marco Bisceglie, sacerdote gay, e di un giovanissimo Nichi Vendola. Oggi Franco Messsina vive solo e in condizioni di degrado. A Giarre, dove per Toni e Giorgio non c'è nemmeno una targa, neanche il pino all'ombra del quale furono trovati i fidanzati esiste più. Si dice sia stato incenerito da un fulmine.
22.11.18
mancanza del senso del pudore parte II . confusione fra sensualità e volgarità
nostra signora dell'ipocrisia - Francesco Guccini
potrebbe essere utile
https://www.facebook.com/GiorgiaVezzoliVitaDaStreghe/
http://www.retedelledonne.org/mappatura/blog-di-donne-e-per-le-donne-altri/blog-su-temi-femminili
http://www.retedelledonne.org/mappatura/blog-di-donne-e-per-le-donne-altri/blog-su-temi-femminili/page2
http://www.retedelledonne.org/mappatura/blog-di-donne-e-per-le-donne-altri/blog-su-temi-femminili/page3
discutendo su fb del mio precedente post riguardante il senso del pudore oggi mi sono accorto che ha ragione questo commento:
******
un mio contatto fb quando risponde al mio post ri portato su fb https://bit.ly/2OSdThn Se metti una foto provocante sei sessista.
Ma se la trovi provocante sei bacchettone.
Non se ne esce.
ecco la mia risposta \ il mio pensiero in merito .
N.b
Ho preferito usare il blog siua perchè sono ancora legato al blog , sia perchè fb mi sembra inadatto per post tropo lunghi .
vero . il problema e che si vede la provocazione come qualcosa di negativo . Non si riesce più a distinguere sensualità e volgarità .
Per me è volgarità e quindi sessismo quando in questo caso mi riferisco alle foto alle immagini il corpo di una donna o pose provocante viene usata " decontestualizzata " in pubbblicità non attinenti ( biancheria intima , profumi , assorbenti , prodotti per l'igiene intima ) come quelle citante nel post citato prima . Oppure l'uso che se ne fa in certi programmi tv o in certe pubblicità vedere IL corpo delle donne di Loredana Zanardo
Per il resto è fuffa
Ora per spiegarmi meglio ed seguendo l'esempio di Giulietto chiesa e poi della Zanardi (n url ) che combatttono gli stereotipi di genere ed educano alla lettura delle imagine ho messo due tipi di foto
erotico \ sensuale il primo tipo
| account istragram di @danilo_loriga |

pubblicità sessiste e volgari a doppio senso


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