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17/05/17

Donna accusa l'ex marito: Costretta a fare sesso davanti ai nostri figli Donna accusa l'ex marito: Costretta a fare sesso davanti ai nostri figli Pisa: denuncia choc in aula durante un processo per stalking. L’uomo deve rispondere anche di lesioni e maltrattamenti in famiglia


PISA. Un matrimonio avvelenato dai rancori. Che deflagra in querele incrociate e porta in aula un 50enne accusato di una sfilza di reati che vanno dai maltrattamenti in famiglia alla violenza sessuale, dalle lesioni personali alla violazione degli obblighi di assistenza. È una storia che risale al 2013 e che racconta di un rapporto al capolinea quella che ieri mattina in Tribunale ha visto come testimone il fratello della parte civile, una giovane marocchina che con l’imputato (omettiamo il nome per non rendere riconoscibile la parte offesa e i due figli minori, ndr) un commerciante 50enne della provincia, ha messo al mondo due figli.
L’uomo è difeso dall’avvocato Andrea Pieri e la donna dal legale Ilenia Flamma. Tra i due è in corso una separazione giudiziale che descrive in parallelo il disagio di un ménage svuotato di sentimenti e riempito di livore. Anche con eccessi degenerati in reati, secondo la Procura rappresentata in aula dal pm Paola Rizzo davanti al primo collegio (presidente Murano, a latere Poggi e Mirani). Uno in particolare, viene contestato al commerciante: aver obbligato la moglie a fare sesso davanti ai due figli piccoli. Un choc per la donna, un trauma per bambini.
La testimonianza di un marito violento: "Certi comportamenti visti da bambino hanno pesato"
Due anni di percorso all’associazione Lui di Livorno gli sono serviti per uscire dalla devastante spirale di botte e soprusi nei confronti della moglie. Una violenza "acquisita" da bambino: ecco il perché (intervista di Ilaria Bonuccelli) - L'ARTICOLO
«Dopo quell’episodio i bimbi sono stati male» ha ricordato in aula il fratello della donna, ormai ex cognato del 50enne sotto processo. La mamma dei due bimbi per un periodo era tornata in Marocco e in una delle querele presentate contro il marito lo accusava di non mandarle soldi, neanche per le figlie. La difesa ha, invece, ricordato che il commerciante aveva aiutato l’allora moglie ad aprire nel suo Paese un negozio che, però, aveva chiuso l’attività dopo neanche un mese.
Ma è quello che succedeva in casa il tema del processo. Secondo l’accusa prima ancora di avviare la causa di separazione, tra i coniugi c’erano stati scontri fisici. Liti degenerate in lesioni che la donna si fece medicare al pronto soccorso. E poi lo stalking e i maltrattamenti con botte e urla. E quell’approccio sessuale pesante, davanti ai figli. Dopo le denunce della moglie, l’imputato finì prima in carcere e poi ai domiciliari. Ora è libero, lontano dalla madre dei suoi figli. Che, in difficoltà economica, è anche sotto sfratto. Prossima udienza il 26 maggio per sentire diversi testi della parte civile.
Basta violenza sulle donne, "Firmo le petizione del Tirreno perché...": i messaggi dei lettori
Il Tirreno ha lanciato una petizione su Change.org per dire basta alla violenza sulle donne. Il messaggio è chiaro: firmiamo per sbloccare l'uso dei braccialetti elettronici anti-stalker. In migliaia hanno già firmato spiegando anche il perché: ecco una selezione dei messaggi - LO SPECIALE

01/04/17

care donne italiane prende esempio da queste due donne marocchine che Umiliate , picchiate e vittime di continui maltrattamenti. si sono ribnellate e hanno denunciato il loro partner

Care  donne  italiane    
che non vi ribellate  e subite  in silenzio  prende   esempio da loro 

MANTOVA

Umiliate e picchiate. Ragazze coraggio si ribellano agli ex 

Entrambe marocchine e vittime di continui maltrattamenti. Alle connazionali: «Svegliatevi e denunciate, siamo in Italia»
MANTOVA. Ghis non smette di piangere mentre Madia le sfiora la testa con una carezza. « Dai basta, non fare così. Una soluzione la troveremo, altrimenti ce ne andiamo via da Mantova ».Trentatré e trentuno anni, entrambe marocchine, in Italia da 9 e con un lavoro stabile: colf e badanti.Da alcuni mesi, però, la loro vita è diventata un inferno, per colpa dei rispettivi ex compagni, amici tra loro, alleati nel tormentare le due ragazze che hanno voluto troncare un rapporto fatto di prepotenze, botte e insulti.Ma ad un certo punto hanno detto basta. Stop con un passato che vogliono dimenticare e che le sta mettendo in enorme difficoltà anche sul lavoro, nella vita privata, nelle amicizie e nei rapporti con i vicini di casa.La settimana scorsa Ghis è finita al pronto soccorso (10 giorni di prognosi per calci e pugni) dopo che il suo ex aveva sfondato la porta di casa e l’aveva aggredita. A Madia, invece, l’ex ragazzo ha scagliato la bicicletta addosso in pieno centro e continua a tempestarla di telefonate.Due episodi deprecabili, gli ultimi di una lunga serie. La classica goccia che ha provocato la reazione.Entrambe si sono rivolte alle forze dell’ordine e ora chiederanno aiuto anche a Telefono Rosa. Hanno due figli piccoli a testa e qualcuno va già a scuola. «Temiamo anche per loro, perché i nostri due ex vanno a dire in giro cose molto spiacevoli e umilianti nei nostri confronti. Ci sentiamo osservate e giudicate solo perché abbiamo deciso di ribellarci a questa condizione inaccettabile».Una ribellione che passa attraverso una denuncia pubblica: «Ci rivolgiamo anche a tutte le nostre connazionali che vivono una brutta realtà come la nostra e che non trovano il coraggio di denunciare chi le maltratta. A loro diciamo di svegliarsi, di combattere, di lottare, perché anche noi donne marocchine abbiamo dei diritti. Siamo in Italia da 9 anni e finalmente abbiamo capito come funziona».Ghis e Madia raccontano che ormai non riescono più a lavorare con serenità, perché quando escono di casa si sentono seguite, sorvegliate e pedinate. «Ci hanno anche minacciate, perché vogliono tornare insieme a noi. Ma noi gli abbiamo spiegato che non si torna più indietro, che abbiamo commesso un errore una volta a scegliere le persone sbagliate e non vogliamo sbagliare ancora. Gli abbiamo anche detto che siamo in Italia e che non ci possono trattare come certi uomini trattano le donne marocchine nel nostro paese d’origine».Quello delle due ragazze è un appello pubblico mosso dalla disperazione: sanno che il loro gesto potrebbe anche provocare reazioni contrarie, «ma peggio di così – dicono – non può andare». E sono talmente scosse da aver già progettato di scappare da Mantova, dove tuttora vivono i loro due ex, perché la città ormai è diventata troppo piccola.Ferite fisiche e mentali. Ghis porta ancora sul corpo i segni dell’ultima aggressione di una settimana fa, Madia continua a ripetere che la sua è più che altro una sofferenza mentale, psicologica che le fa dire addirittura che forse avrebbe preferito «due sberle ed è finita lì» rispetto ad una persecuzione che dura da mesi e che le è entrata «nella testa e nell’anima».Segnalazioni alle forze dell’ordine ne avevano già fatte in passato e tra pochi giorni andranno hanno in questura per formalizzare l’ammonimento nei confronti dei due ex compagni.«Non abbiamo paura di quello che ci potrà succedere – concludono – perché ormai questa non è più vita. Ci sembra di impazzire, non è giusto, non abbiamo fatto nulla di male. Così come non hanno fatto nulla di male tutte quelle donne maltrattate e picchiate da mariti e fidanzati. Svegliatevi  Svegliatevi ragazze e ribellatevi, siamo in Italia».

ragazze e ribellatevi, siamo in Italia».

17/01/17

La misoginia diventa gruppo facebook: e la chiamavano parità e psicologici da salotti televisivi

ti potrebbe essere utile





analizziamo il  primo caso  e la prima parte del titolo 

Essi   --- come dice   l'amica   di blog  e  di facebook  Tina Galante    sulla  sua  bacheca  di facebook 


no condivise foto di ragazze di età che varia. E che potrebbero essere le loro madri, le loro sorelle, le loro figlie, le loro nipoti, le loro compagne. Foto rubate e che divengono fonte di indicibili ed orribili dichiarazioni. 


Infatti  [ per  il momento   solo verbale  e scritta  , ma  si  sa come spesso  accade   c'è il   forte  rischio  che si possa  passare  alle  vie  di  fatto    ] La violenza più perversa che diventa divertimento e modalità di incontro tra uomini che probabilmente non si conoscono ma che sono accomunati da un sentimento aggressivo e misogino e maschista da far rabbrividire. Cattiverie suggerite ed aggiudicate alle quali chi più ne ha più ne metta: come una gara a chi pensa ed esprime il più valido oltraggio alla Persona presa di mira. E fa paura, e fa rabbia.
E davanti a quelle spaventose conversazioni, vien da chiedersi dov'è il rispetto. Il rispetto, dov'è? E chi siete voi? Chi pensate di essere o chi volete sembrare quando inveite contro Volti e contro Corpi come se fosse l’atto più ovvio da compiere? E se fosse vostra sorella? Se fosse vostra madre o vostra figlia? Se fosse vostra nipote o la vostra compagna? Pensereste le stesse abominevoli cose? Le guardereste dall'alto del vostro sesso con la patologica presunzione di possederle e di utilizzarne ogni parte come se non fosse Persona? Suggerireste gli stessi trattamenti da riservare a Donne simili, molto simili alla Donna che vi ha messo al mondo?Anche i nomi che attribuite ai vostri gruppi sono impronunciabili, sono sporchi e sono volgari come lo sono le vostre intenzioni e le vostre mani e i vostri occhi. E mi chiedo se c’è qualcosa che vi emoziona, mi chiedo se vi fermate ogni tanto a guardare la luna, se correte mai contro il vento, se vi accade di sentirvi piccoli. Finiti. Umani. Semplicemente umani. Come lo sono le vostre vittime attraverso le quali cercate di elevarvi a chissà quale natura, a chissà quale realtà, a chissà quale possibilità.Come se la vita fosse di chi va distruggendola ad altre: a quelle altre che non hanno colpa e che devono essere libere di vestirsi come vogliono, di sorridere come vogliono senza rischiare di diventare vostri bersagli, vostre vittime e vostri tappeti su cui pulirsi bene le scarpe, prima di rientrare a casa e baciare la vostra madre, la vostra sorella, la vostra figlia, la vostra nipote, la vostra compagna.Gruppi facebook che tante Donne e numerose associazioni femminili [  e  non  ] stanno segnalando affinché si estinguano. Così come dovrebbe estinguersi tutto ciò che motiva, alimenta ed incoraggia atteggiamenti violenti ed oppressivi contro le Donne, contro la Donna.E la chiamavano parità. Ma non sarà parità fin quando una Donna non sarà libera di sorridere davanti ad una macchina fotografica senza essere definita nei modi peggiori e senza rischiare di subire e di soffrire quello di cui l’uomo è capace. E che crede gli spetta di diritto in quanto uomo, dimenticando di essere padre, fratello, figlio, nipote, compagno. Dimenticando di essere umano. Prima di tutto, umano.
  da http://www.ultimavoce.it/la-misoginia-diventa-gruppo-facebook-e-la-chiamavano/  eccetto le frasi in corsivo tra parentesi quadra  che  sono mie
In un commento  "non firmato"  all'articolo  questa vicenda mi ha colpito molto, voglio postare anche qui un commento che ho già postato ovunque si parlasse di questa storia.

se fossero ragazze a fare cose del genere non ci sarebbe alcuna sollevazione maschile, forse molti si sentirebbero onorati nel sapere che le ragazze pensano a loro mentre si masturbano, ma forse non sarebbero onorati nell’essere offesi e umiliati, ecco è questo che mi disgusta: non il fatto che questi si masturbino sulle loro conoscenti, la masturbazione è cosa normale (ma rubare immagini all’interessata, immagini che non erano per i tuoi occhi è infame, è violazione della privacy) ma l’umiliare, perchè “umiliamole”? Perchè le minacce di stupro? perchè disprezzi una bella ragazza che legittimamente ti suscita desiderio? Perchè preferisce sessualmente altri e non te? Solo questo? Allora sei uno sfigato, sei un perdente, sei tu da disprezzare non perchè “non scopi” o “non hai fortuna con le donne” ma perchè non accetti il fatto che una donna possa legittimamente desiderare sentimentalmente e sessualmente altri e non te.
Io sono maschio, sono eterosessuale, adoro il sesso, mi piacciono le belle ragazze, mi masturbo (ma non penso tanto alle mie conoscenti bensì alle scene di sesso in film e telefilm), e proprio perchè adoro il sesso detesto queste cose, questa non è lussuria, la lussuria è qualcosa di bello quando è consensuale , ricevere lo sperma, il sudore, gli umori della persona amata durante la passione sessuale è una cosa bella; qui non c’è nulla di bello, qui non c’è lussuria qui c’è solo volontà di umiliare le donne solo perchè non accetti i tuoi desideri sessuali e non sopporti che una ragazza ti dica no per un qualsiasi motivo


al secondo caso  quello  degli  psichiatri  \  psicologi   accademici    che   non hanno  il   contatto  con la realtà  e  sono  come   questi di questa  famosissima  ( talmente famosa  e  nota  che  mi vergogno   di  dire  qual'è ,  e \o  din mettere  il video    a  voi l'onore  di  riconoscerla  )  canzone  
( ....)
Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete,
un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate ! (..... )
Ma riporto questa  versione  alternativa  altrettanto valida


davanti  a  gente  che  fa   solo  da    scaricabarile     e parla  generalizzando  e  facendo  di   tutt'un  erba  un fascio  


i d'altro, perché dei giovani, di come vivono, di cosa vivono non ce ne importa nulla. Provate a trascorrere una mattina in un istituto tecnico e vedrete com'è l'inferno, passate una notte di sabato e contate i minorenni ubriachi, provate a vedere cosa c'è in un pomeriggio qualsiasi per un adolescente, nulla: genitori che lavorano e non pensano ad altro, il loro tempo connesso con chissà chi, nemmeno un prete per passeggiar… sono 25 anni che lo dico e lo scrivo, ma la gente è capace solo di scandalizzarsi per mezz'ora e poi torna nel proprio buco nero. troppo complicato assumersi una responsabilità, vero?

menomale c'è chi  gli  risponde    come si  dive
dal corriere  della sera  del  17\1\2017


LA LETTERA

«Non siamo tutti narcisi
Tanti ragazzi ci mettono
la voglia e il sudore»
Andrea, 20 anni, replica all’intervento di Antonio Polito: «C’è chi studia, lavora e aiuta in famiglia. Una gioventù che si è inventata nuove occupazioni; grazie a Internet, grazie alle start-up, grazie alla voglia di fare e alla fantasia»

di Andrea Chimenti


L’articolo di Antonio Polito
.


Buongiorno,
sono Andrea Chimenti, studente dell’università di Firenze e figlio di questa cultura narcisista come l’ha definita lei. Sarà l’ultima volta che estrapolo un concetto dal contesto del suo articolo; odio quando viene fatto da giornalisti e politici, sarei incoerente a farlo anch’io. Per questo vorrei focalizzarmi con lei sul totale. Mi dispiace ma lei di questa società moderna, di questi giovani, di questi ragazzi del nuovo millennio ha analizzato soltanto quello che risalta di più, e quello che risalta di più, in televisione, sui giornali e molto spesso sui media «tradizionali» è quello che ha descritto lei. Si è perso più di metà del mondo dei giovani italiani. Si è perso chi studia, chi lavora, chi aiuta in famiglia. Si è perso tutte quelle storie che non fanno numeri in televisione e sui giornali. Si è perso tutta quella gioventù che non trovando più le possibilità e i lavori che facevano i padri, si è inventata nuove occupazioni; grazie a Internet, grazie alle start-up, grazie alla voglia di fare e alla fantasia. Youtubers innovativi, sviluppatori di app, giovani agricoltori e giovani imprenditori nati grazie ai fondi Ue, ragazzi che affrontano studi innovativi, tutte queste persone, uomini e donne, sono dimenticate dai suoi discorsi.
Quello che le voglio dire è che il mondo narcisista che ha analizzato lei è solo una parte, e nemmeno così vasta, che ha creato questo mondo. Questo mondo ha creato anche molti che del narcisismo se ne fregano, e se ne fregano perché cresciuti da genitori capaci di fare i genitori, insegnanti che fanno gli insegnanti; e non da genitori che si permettono di fare gli insegnanti. Fare il genitore di un ragazzo di questo millennio è più difficile, perché come ha scritto lei il benessere si è abbassato, ma anche perché il mondo si evolve velocemente, il linguaggio, i media, la tecnologia. Infine, però, i principi sono gli stessi e se un genitore è capace di farli vedere e di trasmetterli, non importa del linguaggio, della tecnologia e di tutto il resto.
Si ricordi di vedere anche chi non viene mai raccontato e prenda le loro storie così da poter far vedere a quelli che ha descritto lei che in questo mondo l’unica cosa che conta è la voglia e il sudore, soprattutto il secondo. Non mi è piaciuto il suo articolo, troppo negativismo e nessuna propensione verso una soluzione o un riferimento da seguire. Un consiglio spassionato da un ragazzo di vent’anni: giornalisti e media in generale, raccontateci storie da cui poter imparare, raccontateci anche quello che secondo voi non va ma dateci sempre la parte positiva. Cercatela, c’ è sempre.



















13/06/16

FERRARA Picchiata e buttata a terra Passante interviene e evita altri guai . e da qui che dovrebbe iniziare la lotta contro il femminicidio



  Leggi anche  sullo stesso  argomento
http://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2016/06/le-storie-dei-figli-dele-vittime-dei.html








 


Picchiata e buttata a terra Passante evita altri guai
Le ha rubato anche le scarpe. L’episodio ieri pomeriggio in via Darsena, una 21enne finisce all’ospedale Il rapinatore messo in fuga da un uomo che gli ha urlato: non si menano le donne


FERRARA. Quelli che non si voltano dall’altra parte. È quanto successo anche ieri a Ferrara in via Darsena dove purtroppo si è registrato un altro episodio di aggressione verso una giovane donna, interrotto - e qui l’aspetto positivo di questa triste vicenda - dall’intervento di una persona estranea ai fatti che ha avuto la prontezza d’animo di reagire alla violenza e al sopruso, mettendo in fuga il rapinatore ed evitando che procurasse ulteriori danni alla ragazza che aveva aggredito per rubarle la borsa. Un plauso a Mirco Zanella, 38 anni, vigaranese. È lui stesso a raccontare il fatto, mentre fornisce spiegazioni e testimonianze ai carabinieri intervenuti su posto, allertati da una sua chiamata al 112.
«Stavo uscendo con l’auto dal parcheggio sotterraneo di Darsena City dopo aver fatto spesa all’Interspar - racconta Zanella - quando ho visto un uomo di colore che picchiava violentemente e trascinava a terra una ragazza anche lei dalla carnagione scura. Non sapevo se si trattava di una lite tra parenti o fidanzati, ma ugualmente ho avuto l’istinto di fermare la macchina, scendere di corsa e urlargli mentre mi avvicinavano: non si picchiano le donne».
Il provvidenziale arrivo del passante ha così messo in fuga il violento rapinatore, che ha smesso di infierire sulla ragazza ma si è allontanato scappando in direzione dei giardini di via Ticchioni con la borsa che le aveva sottratto.
«Era un uomo alto - dice - portava ciabatte infradito e pantaloni corti di colore verde - spiega ancora l’uomo ai carabinieri che mettono a verbale - è stato molto violento e appena mi ha visto è scappato via velocemente».
Seduta a terra, piangente, è rimasta lei, la vittima di questa nuova violenza sulle donne. È una ragazza nigeriana, di 21 anni, residente a Torino e che ieri si trovava a Ferrara perché doveva incontrarsi con un’amica che vive in città. Mentre l’aspettava si è imbattuto in questo rapinatore che l’ha vista sola e indifesa e ha approfittato per aggredirla e rapinarla. Parla a fatica l’italiano, riesce a scambiare informazioni necessarie in inglese. Ed è lì che ha raccontato il suo dramma, seduta piangente sul cordolo di un marciapiede, scalza, perché il bandito le ha rubato anche le scarpe.
Non ha più nulla perché le ha sottratto anche soldi e cellulare. Al personale del 118 intervenuto per medicarla, ha spiegato a cenni del dolore dappertutto, alla testa, dove ha preso dei pugni, alle gambe e alla braccia perché è stata strattonata e trascinata a terra, ha anche dei tagli alle caviglie provocati dall’asfalto. I sanitari hanno preferito portarla al pronto soccorso per una visita ulteriore.
Alle forze dell’ordine poi il compito di mettersi sulle tracce del bandito, in base ai dati forniti dal testimone, con Polizia e Guardia di Finanza che hanno aiutato i Carabinieri nelle indagini, alla ricerca anche di eventuali filmati registrati dalle telecamere di sorveglianza. Una nuova brutta pagina alla Gad.

  ha  ragione  ilfinale   del'articolo   <<   A bilancio comunque c’è la reazione alla violenza di un passante estraneo. Da qui bisogna ripartire. >>   e proprio   per  evitare  altri casi di femminicidio \  violenze  sulle donne   che  bisogna    fare  cosi  oltre  a fare , url dell'articolo ad  inizio post  , autocritica  e  guerriglia culturale    contro il  nostro modo  di considerare le  donne ovvero la nostra  cultura sessista  e maschilista  

15/09/13

violenza sulle sulle donne perdonare o non perdonare il primo schiaffo ? e rispondere come india ad uno strupro con la pena di morte ?

 dall'unione  sarda   d'oggi  cronaca  di OLBIA. Le testimonianze delle donne vittime degli ex compagni assistite al Centro antiviolenza

«Mai perdonare il primo schiaffo»

Un'imprenditrice: «Picchiata e derubata, per lui ero una schiava»

OLBIA «Perdonare uno schiaffo a un uomo è come farsi la prima pera: entri in un abisso dal quale rischi di non uscire più». Marta ha 43 anni, ha studiato, è una piccola imprenditrice. Sa usare bene le parole e oggi che ha fatto, e ancora sta facendo, una lunga terapia, sa anche analizzare quello che le è successo. Marta è una delle 200 donne seguite al Centro antiviolenza di Prospettiva donna. Vittima di violenza fisica, sessuale, psicologica ed anche economica. Lui, oltre alla dignità, era riuscito a portarle via parte della società e molto denaro. I processi sono ancora in corso ma il suo ex compagno è stato allontanato ed è fuori dalla Sardegna.
L'INCONTRO «Quando l'ho conosciuto avevo un'attività in un centro turistico, lavoravo bene e guadagnavo, ero single. L'ho conosciuto tramite amici, era un uomo che si sapeva vendere bene, anche nei rapporti sociali. Si presentava come una persona distinta, vestiva griffato, in realtà era un emerito truffatore. Lo guardavo e, istintivamente, non mi fidavo. Le mie amiche invece premevano, dicevano che mi dovevo sistemare, che era un bel tipo, affascinante. Lui era un grande manipolatore, diceva che mi avevano tarpato le ali e che avrei dovuto volare alto. Pian piano ho iniziato ad avvicinarmi, ci siamo frequentati un po', poi se ne è andato per sei mesi».
LA RELAZIONE «Ad un certo punto è tornato e io nel frattempo avevo aperto un secondo negozio. Fino a quel momento, non avevo mai lavorato con una banca. Contavo sui risparmi e sul mio lavoro, a piccoli passi. Lui mi diceva che noi sardi non combiniamo niente a livello imprenditoriale perché abbiamo questa mentalità. Così, mi ha convinto a farlo entrare in società, una snc. Siamo andati dal notaio, quando mi fermavo a chiedere spiegazioni, lui mi diceva di non far perdere tempo, che era tutto sotto controllo. Quando siamo tornati a casa, ho letto bene. Eravamo al cinquanta per cento e lui non aveva messo un euro. In caso di morte di uno di noi, il patrimonio sarebbe passato all'altro. Ho chiesto spiegazioni ed è arrivato il primo schiaffo. Ha fatto una scenata, dicendo che dovevo fidarmi di lui».
L'INFERNO «Da quel momento la mia vita, lentamente, è diventata un incubo. Diceva che con me ci voleva il bastone e la carota. Mi picchiava e poi chiedeva perdono. Prima una volta al mese, poi una volta ogni quindici giorni, alla fine tutti i giorni. Lo faceva per qualsiasi scemenza, anche per un piatto che secondo lui non andava bene, per una fattura che non si trovava. Ero diventata una schiava, a casa, in cucina sul lavoro. Io facevo tutto, lui maneggiava i soldi che ben presto sono spariti. Una volta siamo rientrati a casa, mi ha chiuso nello sgabuzzino e ha iniziato a prendermi a schiaffi. Ad ogni colpo sentivo come il cervello che si scuoteva nella scatola cranica. Più di una volta sono uscita con l'occhio nero, una volta con la gamba livida, dall'anca a sotto il ginocchio. Un giorno, eravamo in una spiaggia deserta e ha iniziato a tirarmi le pietre in testa, mi sono salvata tuffandomi in acqua».
LA DENUNCIA «Ad un certo punto ho deciso di denunciarlo,ma in realtà solo il 20 per cento di me voleva farlo. I carabinieri mi hanno aiutato molto, il maresciallo mi diceva lei ha bisogno di aiuto ma io ero confusa, nel delirio più totale, come se vivessi in un quadro astratto. Poi lo hanno arrrestato e il giudice gli ha dato gli arresti domiciliari. A casa mia e in azienda. Sono dovuto andare via io, dai miei genitori. Poi sono arrivata al Centro antiviolenza. Ho avuto l'assistenza legale ma soprattutto quella psicologica».
LA RINASCITA «Ora sono riuscita a riavere la mia azienda e sto cercando di riportare tutti i conti in ordine. La cosa più difficile però è ritrovare se stesse. Mi aveva detto talmente tante volte che ero una nullità che alla fine me ne ero convinta anch'io. Per ogni colpo ricevuto il tempo di guarigione aumenta, in modo esponenziale. Quando ti picchiano, entri in uno stato di dipendenza, in un rapporto tra vittima e carnefice che non capisci subito, solo quando te lo spiegano. Lui ti picchia e ti chiede perdono e tu ci vuoi credere, e più perdoni più entri in una spirale di dolore senza fine».
Caterina De Roberto

Il racconto di un'africana

I figli rubati: la punizione per chi si ribella

OLBIA La violenza non fa distinzione di colore o nazionalità. Ma per le straniere è ancora più dura. Perché sono sole, non conoscono la lingua e spesso devono fare i conti con un contesto sociale che si schiera dalla parte del marito.
Bambi, così si fa chiamare, ha 28 anni e viene da un paese africano. Ha un dolore difficile da raccontare: suo marito un giorno ha preso i due figli dalla casa della nonna materna e li ha portati via. È la punizione perché ha osato ribellarsi. Non ha più notizie di loro da un anno. La storia inizia nel 2011. «Sono arrivata qui per raggiungere mio marito. Era il marito che la mia famiglia aveva scelto per me». Fino a quel momento l'aveva visto poco, il tempo di mettere al mondo due bambini, uno è ancora neonato quando Bambi arriva in Italia. «Lo volevo raggiungere ma lui cercava di scoraggiarmi, non mi mandava i soldi per il viaggio, sono riuscita a risparmiare e sono arrivata lo stesso. Ma quando sono sbarcata dall'aereo, lui non c'era e il telefono era staccato». È il panico: Bambi non conosce la lingua e per lei Olbia è solo uno sconosciuto punto sulla carta geografica. Oltre al numero del marito, ha solo un altro contatto. «Lui non mi rispondeva. Ho scoperto che aveva un'altra moglie e altri figli e di me non ne voleva sapere». Bambi finisce a dormire per strada ed è qui che la incontra un'operatrice che si occupa di immigrati che la indirizza al Centro di Prospettiva donna. Era sola, terrorizzata e comunicava solo con qualche parola di inglese. «Loro mi hanno aiuata molto, ho imparato la lingua, studiato, trovato lavoro». Ma quando Bambi decide di chiedere il divorzio inizia la guerra. «Il marito - spiega Patrizia Desole, di Prospettiva Donna - in realtà voleva tenere due mogli, una al suo paese, l'altra qui. Sono iniziate le minacce, lo stalking. E con lui si è schierata la comunità». Mentre Bambi raccoglieva i soldi per tornare a vedere i bambini, lui la precede e li porta via. «Si à presentato a casa di mia madre, ha detto che li portava a fare una passeggiata e non li ha più riportati. Anche il Tribunale del mio paese mi ha dato ragione ma ormai da un anno non so dove sono. Oggi il più grande compie quattro anni».(c.d.r. )

La mia risposta   cade nel vento
 sul secondo fatto articolo trato dalla  nuova sardegna  d'oggi 

IL CASO 
India, contro l’orrore degli stupri la pena di morte non serve 
Siamo choccati per le macabre notizie dall’India: quattro ragazzi (idioti e sadici) hanno stuprato, facendola morire, una ragazza, e l’altro ieri sono stati condannati a morte. Saranno impiccati. Per le strade gli indiani esultano, specialmente le donne. Molti chiedono la pena di morte.Ma una scrittrice indiana avverte: «Attenzione, se scatta la condanna a morte, gli stupratori non lasceranno più una vittima viva, per timore che poi li denunci». Ieri piombava un’altra notizia dall’India, lugubre come le precedenti: una ragazza di 17 anni, innamorata di un coetaneo di classe sociale inferiore, è stata impiccata in casa dai fratelli. Eppure le pene per i delitti sulle donne sono appena state aumentate. E allora, aumentarle serve o non serve? Se c’è la pena di morte, l’uomo che sta per stuprare o uccidere una donna si ferma o non si ferma? La paura della morte cambia o non cambia il violentatore e l’assassino? Quasi tutti rispondono di no. Qui vorrei rispondere di sì. Non è vero che, se sa di morire, il criminale resta indifferente. Cambia, eccome. Per mostrare che lo stupratore-assassino non teme la morte, i fautori di questa tesi usano un film tratto da una storia vera, intitolato “Dead man walking”, che girò anche per l’Italia con grande scalpore. Si vede Sean Penn in prigione, l’accusa è di aver stuprato e ucciso una ragazzina in un bosco. Lui nega sempre. Arriva il giorno dell’esecuzione, lo prendono dalla cella e lo portano verso la camera dell’iniezione letale (da qui il titolo: “Uomo morto in marcia”, frase con cui i carcerieri si avviano per il lugubre tragitto), attraverso un oblò lo guardano i parenti della bambina morta, i giornalisti, il pubblico che ama queste cose. Il condannato alza gli occhi e dice: «Sì, l’ho uccisa io. Le ho fatto tutto quello che sapete, e molto di più». Chi lo piega fino a farlo confessare? La morte. Avrebbe confessato, senza la morte? Mai. Ha importanza morale la confessione? Certo: mostra la redenzione, il ritorno nell’umanità. E allora, è giusto condannare a morte? No, mai. C’è da rallegrarsi per i quattro ominastri perversi che saranno impiccati in India? No, c’è da vergognarsi. E se impiccheranno i fratelli che hanno ucciso la diciassettenne innamorata di un coetaneo povero, potremo dire che l’India migliora un po’? No, peggiora. Le donne temono che gli uomini non possano capire la mostruosità dello stupro. Lo stupro è un crimine che una donna può capire e giudicare e punire meglio di un uomo. Sì, è vero. Lo stupro è un crimine enorme (significa: fuori norma), e merita una pena enorme. Specialmente lo stupro con uccisione. C’è un’altra storia che risponde a questa esigenza, un altro film, intitolato. Il segreto dei suoi occhi. Un uomo amorale e asociale stupra e uccide una donna, ma dopo la condanna (siamo in Argentina, dittatura militare) si mette a collaborare con la polizia e torna libero. Il fidanzato della vittima lo scopre, lo cattura e lo chiude in un fienile, in un luogo dimenticato da Dio e dagli uomini. Segregato in uno sgabuzzino per decenni, lo stupratore-assassino diventa pazzo e implora il suo custode di ucciderlo, ma con la morte quello smetterebbe di soffrire e il custode questo non lo vuole, vuole che soffra per sempre, finché respira. Il senso è: l’ergastolo è più crudele della fucilazione. L’ergastolo basta, anzi avanza. La soluzione non è uccidere. E neanche condannare per sempre. Per le violenze sessuali con uccisione, le indiane chiedono la morte, le italiane l'ergastolo. Per dire no alle indiane, dobbiamo dire no alle italiane. Se siamo contro la pena di morte, dobbiamo essere anche contro l'ergastolo. Che cos’è l’ergastolo? È una morte che non ha fine.

 la seconda  è no  non si risponde  ad  un crimine odioso e turpe  con un altro crimine per  l'ergastolo idem bastano 30  anni senza (  almeno  per  i primi 20  senza benefici ) 

08/07/13

Ieri chiusura della kermesse del festival di Gavoi 2013 con Simonetta Agnello Hornby La letteratura insorge Stop al femminicidio

per  approfondire
da  la  nuova sardegna estate del  8\7\2013

di Fabio Canessa INVIATO A GAVOI 
Femminicidio. La parola ricorrente dell'ultima giornata del festival letterario di Gavoi è un termine brutto, nel suono e nel significato. Uno strano neologismo, brutale ma efficace che dà risalto a un problema che troppo spesso si è tentato e si tenta di dimenticare: la violenza domestica, quella subita dalle donne da padri, mariti, fidanzati, conoscenti. Spesso tra le mure di casa, luogo immaginato o che fa comodo immaginare sempre perfetto, felice. Ne parlano anche al festival Michela Murgia, che con Loredana Lipperini è autrice di "L'ho uccisa perché l'amavo. Falso!", e Simonetta Agnello Hornby (protagonista ieri sera dell'incontro che ha chiuso la decima edizione del festival organizzato dall'associazione l'Isola delle Storie) che quel male quasi tenuto nascosto o comunque sottovalutato l'ha voluto raccontare. Proprio "Il male che si deve raccontare" si intitola l'ultimo libro che l'autrice, siciliana di nascita e inglese d'adozione, ha scritto con il contributo di Marina Calloni. Libro dunque di denuncia, ma che si concentra anche sulle possibilità di cosa fare per diminuire i casi femminicidio, spesso preceduti da casi di violenza domestica, da molestie. L'esempio da seguire arriva dall'Inghilterra. Da una donna di colore entrata in Parlamento, Patricia Scotland, capace poi da ministro della Giustizia di lanciare un efficace piano d'azione contro la violenza domestica. Con i dati in diminuzione delle vittime che dimostrano il ruolo che possono avere le istituzioni.


 La domanda è ovviamente se anche in Italia sarà possibile. Al pessimismo di tanti Simonetta Agnello Hornby risponde con la speranza, necessaria, da alimentare con una politica di piccoli passi: «Partendo dal basso, da noi, dai piccoli paesi dove è più facile iniziare a muoversi- dice l'autrice-avvocato che racconta di come la sua professione e la sua voglia di raccontare storie scrivendo siano legate: «Parlo di ingiustizie, di quello che vedo, che conosco. Sui bambini o sulle donne. Ho sulla coscienza due clienti donne maltrattate che sono state uccise. Forse in quel momento potevo fare di più. Si dice spesso che sono problemi causati da un rapporto d'amore malsano, ma non è la parola giusta amore. Si dovrebbe dire potere, è quello che distrugge». Un impegno sia letterario sia più pratico per Simonetta Agnello Hornby
che scansa però la parola femminista: «Non mi piace, però noi donne siamo di più, viviamo di più, e credo che dobbiamo unirci per raggiungere degli obiettivi». Argomento doloroso, ma necessario da affrontare. La scrittrice siciliana però regala al pubblico di Gavoi non soltanto la sua conoscenza del fenomeno, anche la sua simpatia. Nessun moderatore, si rivolge direttamente alla gente, come sempre tanta presente a Sant'Antiocru. Elogia i sardi, la cultura dell'isola, Michela Murgia e il suo amico e conterraneo Andrea Camilleri che proprio la Sardegna ha voluto recentemente omaggiare con l'attribuzione della laurea honoris causa all'università di Cagliari.



29/03/12

Quaresimale

Fakra Younas, giovane pachistana, ex ballerina, alle spalle un'infanzia cancellata dalla madre prostituta e tossicodipendente e da un marito vecchio, aveva creduto di trovare un riscatto in un secondo matrimonio, ricco, felice, appassionato. Cancellato anche quello, ben presto, da una sequela di violenze, umiliazioni, stupri. Fakra si oppone, resiste: non ha che sé stessa, e si raccoglie ai quattro stracci della sua anima violata ma viva, solida, l'unica presenza reale, quasi fisica, in quel suo mondo cancellato. Il marito acculturato e facoltoso non tollera quella che considera lesa maestà: la "sua" donna ha osato ribellarsi, si è sciolta dalle sue catene. Le rovescia addosso un odio ancestrale, possente, che sembra provenire dai secoli, come direbbe Primo Levi. La cancella, ancora. Il volto con l'acido. Non la sopporta come persona, come entità slegata da quel guinzaglio muto al quale lui la pretende "naturalmente" confinata. La brucia col liquido. Abrasivo ossimoro. Fakra sopravvive, fugge, il suo volto azzerato diventa simbolo della bestialità del potere. Scrive anche un libro: Il volto cancellato è il logico titolo. Ma non basta. E' rimasto qualcosa d'incancellabile nella vita cancellata di Fakra, ed è quell'anima stuprata, che adesso è diventata fantasma, e grida, in un vorticoso salto all'indietro, reclama i suoi diritti di bambina mai sbocciata, e vuole tutto e tutti con sé per non finire inghiottita nel gorgo fatale dell'ossessione.

Poi, viene il giorno dell'abbandono. In un palazzone di Roma, dove si sente sola, insopportabilmente sola. Quel suo corpo cancellato è diventato catena. Peso. Lo getta letteralmente via, dalla finestra, come un rifiuto. E' un volo cencioso, un'anima singola non può che appartenere all'aria e lì ritorna.La marocchina Amina Filali è ancor più giovane di Fakra: solo sedicenne. E' stata abusata, picchiata e costretta a sposare il suo carnefice. Soffoca. Nel suo chiuso universo comprende che non può né deve tacere ma che, ancora, l'unica possibilità a lei concessa per urlare è tacere per sempre [l'articolo 475 del codice penale marocchino dà la possibilità allo stupratore di evitare il processo e il carcere sposando la sua vittima se questa è minorenne. Firma qui per chiederne l'abolizione, n.d.A.]. Lo fa. Tanto, quella non è vita. Non si tratta di suicidi, ma di omicidi per procura.Daniel Zamudio è un ragazzo cileno di 24 anni, ma dalle foto ne dimostra quattro di meno. Ha uno sguardo tenerissimo e notturno, d'una inerme consapevolezza. Di quel che gli riserverà il destino. Sguardo di croci, di desideri e sospiri. Sguardo indagatore di segrete e vellutate gioie. Sguardo adolescente. Non so se i suoi coetanei aggressori abbiano occhi. Fatico a immaginarli, nei neonazisti. Sono occhi, i loro, che non guardano, ma vedono: la curiosità chirurgica e gelida dei criminali torturatori di Salò. Torturatori di ragazzi anch'essi, sadici sezionatori di occhi. Senza gioia, peraltro, senza nemmeno godimento sensuale. Seviziano Daniel, colpevole di essere omosessuale, per sei ore. Come accadde sette anni fa a un altro ragazzo gay, Matthew Shepard. Gli staccano un orecchio, gli massacrano il cranio, gli incidono svastiche sul corpo agonizzante. Forse non si divertono abbastanza, forse sono annoiati. Alla fine lo massacrano di botte e lo lasciano lì esanime sul selciato. Come quel Nazareno in croce col quale si era deciso di farla finita, e allora tanto valeva una lancia nel costato. Daniel defunge dopo breve agonia e senza aver ripreso conoscenza. Del resto, era impossibile. E i crocifissi moderni non hanno resurrezione.

Altrove.
Nuova Delhi, India. Un giovane attivista tibetano, Ciampa Yeshj, 26 anni, muore dopo essersi dato fuoco per protesta contro la visita del leader cinese Hu Jintao, a capo di uno dei governi più tirannici del mondo, soprattutto verso la minoranza tibetana. Una dittatura con la quale il democratico Occidente, sensibile ai diritti umani, non ha scrupoli a intessere affari. A Bologna Giacomo, artigiano 58enne oberato dai debiti, compie lo stesso gesto davanti alla sede dell’Agenzia delle Entrate. Vittima d'un fascismo non meno spietato, quello del Mercato. Un ragazzo romeno cerca di soccorrerlo, ma senza successo. Lui glielo ripete, con ostinazione da martire perduto, prima di sprofondare nel buio: voglio morire. Nemmeno tanto per i soldi: per la vergogna. Chiede persino scusa del gesto di cui pure è convinto. Come annota acutamente Michele Serra ("Repubblica" di oggi), solo i galantuomini avvertono il peso del loro debito, solo gli onesti se ne lasciano travolgere, al contrario dell'evasore, che esibisce la propria filibusteria come un trofeo. E la lista non è conclusa. Contemporaneamente, a Verona, un operaio edile marocchino di 27 anni si brucia davanti al municipio di Verona. Non riceveva lo stipendio da quattro mesi.
Morti, tutte, che ardono. Quasi tutte accomunate dal fuoco: barbare, primitive, mattanze dell'ingiustizia, della discriminazione e del potere, politico ed economico. Solo all'apparenza maturate in contesti diversi, hanno in realtà un unico comun denominatore: la disumanizzazione. Ordalie, provocazioni, smembramenti, questi addii al calor bianco, quest'incenerimento grondante sangue, ci riporta al presente impassibile, ci rilascia alla pietra, all'urlo primordiale, spaventoso, immane. E colpevole. La lunga Quaresima sembra non aver fine.

17/03/12

ma le donne d'oggi lo sanno cosa vuol dire essere violentate e strupate ?^

IL   titolo  del post  d'oggi potrà sembrare  , ai miei  lettori  femminili , maschilista \  sessista  e  cinico  . In realtà è solo provocatorio  visti  i  fatti  di cronaca  che  andrete  a leggere  . Prima  di passare  al post  d'oggi  , però  vorrei fare  un ulteriore precisazione  non sto  generalizzando   perché :  1 ) credo che le  la maggior  parte  delle donne   lo sappia  benissimo   il significato  di tale  atto di  barbarie    , io mi riferisco alle  nuove generazioni sempre  più deboli   e senza  strumenti critici  \ punti di riferimento  in un  mare  in tempesta  che è  la vita    , 2)  a quelle donne che lo sanno   ma  per  paura   lo inventano    facendo  al lupo al lupo

Il primo fatto  è  questo  
 la  sorella  dell'ucciso  http://www.quotidianamente.net/cronaca/rapina-in-villa-difende-la-fidanzata-4-colpi-dai-banditi-20020.html  per  difendere  la sua fidanzata  dal tentativo di violenza   ha dichiarato  che lei   si  sarebbe lasciata  violentare  .

Il secondo fatto (  avvenuto  l'anno scorso  )  venutomi in mente  e di cui  ho trovato un video   sulla mia  bacheca  di fb è questo  

video

08/03/12

delitti passionali ? ma che razza di termine usano i media ?



stavo   facendo la raccolta   dela  carta  per  la differenziata  , quando  leggo  sul  vecchio  giornale    dell'ennesimo  omicidio   di  un uomo della propria  moglie   , e  in qui tutto  " normale  "  ( in senso  sarcastico ovviamente  )  visto che  : L'Onu: "In Italia è femminicidio, ogni 3 giorni una donna viene uccisa dal patner",  quello che mi  ha lasciato  stupefatto  ( oltre  che inc..... )  è  il titolo  : << ****  omicidio passionale ......  >> .


Ora  mi chiedo la  stessa cosa   che  si chiede  Mafalda,  la protagonista dell'omonima striscia a fumetti scritta e disegnata dall'argentino Joaquín Lavado, in arte Quino pubblicata dal 1964 al 1973, molto popolare in America Latina e in Europa in questa  immagine ,  presa  non ricordo   da  quale   bachecadei miei  compagnidistrada  facebookiani .
Qualcuno\a   mi sà  dare  una  risposta  

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