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15/01/17

A Torino la squadra peggiore d’Italia: “Perdiamo, ma sempre con il sorriso”

proprio le parole di quest'inno sono adatte a questa vicenda da " sfigati " storie disney di paperino e paperoga . Altro che le grandi squadre di serie che ad ogni sconfitta trovano sempre una scusa o la devono far passare per vittima, questa squadra di sicuro sarà la migliore perchè accetta le sconfitte e dalle sconfitte si diventa i migliori, al contrario di chi vince sempre, perchè chi vince sempre spesso  non sa  rialzarsi



Inoltre  le  sconfitte  insegnano  come dice  una puntata  di un famoso cartone animato 




se  nel caso non riusciste  a vederlo lo trovate  qui  su http://www.dailymotion.com/it


A Torino la squadra peggiore d’Italia: “Perdiamo, ma sempre con il sorriso”
La Crocetta ha il record di ko e gol subiti su mille squadre di Terza Categoria. Ma il tecnico scommette sul primo successo: «Ci divertiamo e non molliamo neanche sotto 12-0»


                                 La formazione della Crocetta al debutto stagionale. 


Girarci attorno è inutile: «Siete la squadra peggiore d’Italia». Ma la notizia non sorprende lo spogliatoio. I calciatori della Crocetta, quartiere chic di Torino, fanno spallucce. «Davvero? Allora siamo i primi degli ultimi», sorride il presidente Stefano Armitano. La squadra, al primo anno in Terza Categoria, è in fondo alla classifica a zero punti. I numeri: 11 sconfitte, 82 gol subiti e 7 fatti (il capocannoniere del campionato, da solo, ne ha segnati il doppio). Nei 148 gironi dell’ultima serie dilettantistica - oltre mille squadre in tutta Italia - nessuno ha numeri simili. In realtà chi ha fatto peggio c’è: l’African Sport United, in provincia di Catania, è a -2, ma solo a causa di una penalità.
“Presto la prima vittoria”
Malgrado la classifica la Crocetta tira dritto con un entusiasmo ingiustificato dalla valanga di gol subiti. Ma chi ve lo fa fare? «Sembra strano, ma noi ci divertiamo, la nostra è una passionaccia. E presto arriveranno i primi punti», scommette il presidente, che ha fondato la società tre anni fa. La
a squadra è il trionfo della passione sconfinata per uno sport, il calcio, ormai ostaggio del business. Sudore e fatica in campetti di provincia, lontani anni luce dai miliardari cinesi che stanno razziando i campionati europei. Il volto sano di chi perde con il sorriso. «Noi ci autofinanziamo. In pratica paghiamo per prendere tutti quei gol», scherza il presidente. Ma non chiamateli Armata Brancaleone. «Partiamo sempre per vincere. Non molliamo mai, anche se siamo sotto 12-0», spiega il tecnico Sheptim Tereziu, con un passato da numero 10 nella serie A albanese. Il tecnico con un passato in A
Lo spogliatoio della Crocetta è un crocevia di storie incredibili. Trovi fianco a fianco uno studente 18enne e un imprenditore vicino ai 50. L’allenatore, classe ‘73, ha giocato nel campionato del suo Paese d’origine contro Bogdani e Tare, vecchie conoscenze del nostro campionato. Poi è arrivato a Torino per lavoro. Un giorno, al parco, il presidente del Crocetta lo vede palleggiare: «La palla non gli cadeva mai: gli ho subito proposto di unirsi a noi». Poi c’è Giovanni Bertolotto, difensore di 26 anni. Fino a tre anni fa era protagonista nella serie A di hockey su ghiaccio. Dopo alcuni screzi ha deciso di lasciare. «Mi mancava l’agonismo e la Crocetta mi ha dato una chance per ripartire».
150 Anni in tre
Saverio Fedele, 56 anni, è invece un dirigente-giocatore. Quarant’anni fa, quando ne aveva 16, doveva firmare per la Reggina. L’affare saltò e scelse di studiare: ora fa l’avvocato. Alla prima di campionato mancava il portiere ed è stato costretto a giocare in porta. Con lui altri due ultraquarantenni, tra cui il presidente-giocatore Armitano. «In difesa avevamo 150 anni in tre - racconta ridendo -. Probabilmente un record Guinness!». Lentamente la squadra è migliorata - ha perso l’ultima per 3-2 dopo essere stata in vantaggio - e grazie agli innesti del mercato invernale («Siete proprio sicuri di cosa state facendo?» ha domandato loro il tecnico) va a caccia della prima vittoria.
La vendetta dai “Pulcini” 
E poi la Crocetta punta sulle giovanili. I pulcini hanno vinto tutte le partite, un record in Piemonte. «Saranno loro, in un futuro non lontano, a vendicarci», scommette il presidente. 


«Saranno loro, in un futuro non lontano, a vendicarci», scommette il presidente.

04/11/12

Innocente



Voglio immaginarlo forte, Carmine. Di quella forza che solo gli insegnanti, i colleghi possono conoscere: quella forza fatta di sguardi, di costanza, di notti affaticate e piane, di voci appassionate e calde. Aeree, stellate. Perché così sicuramente doveva sentirsi Carmine di fronte ai suoi studenti: un albatro nei territori della conoscenza, e l'aula diventava emozione, pianeta. Carmine aveva tutta la sua vita lì e anche di più. Insegnante, artista della pazienza. I suoi erano sogni di radici. Perché senza la scuola non si vive, tutt'al più si esiste.Carmine non ha più r-esistito. Si è reciso la giugulare con un colpo netto, alcuni giorni fa, dopo la constatazione che in quell'aula non sarebbe più tornato, che era condannato a restare un precario per sempre, "ammettendo di essere fortunato", chiosava poi, amaro. Aveva appena conseguito la laurea specialistica: "E dovrei essere gioioso ma sono triste perché il ministro Profumo ci sta distruggendo il futuro". Con l'elevazione a 24 ore settimanali di servizio lui era tagliato fuori, addio supplenze annuali. I giornali raccontano che era passato a scuola a salutare i colleghi.Quel nodo in gola, quella minuscola bolla di silenzio che lo ha preso, fino a soffocarlo, proprio lì, nella gola, io la conosco bene. Io che, come lui, ho attraversato vent'anni di precariato, più fortunata solo perché, probabilmente, nata e vissuta al Nord. Hanno scritto, della sua, "vita precaria". No. Era una vita lacerata. Quella bolla è diventata gigante non solo per l'ultimo colpo, quello che lo ha ucciso. Lo è diventata perché la pazienza si era lisa, sfibrata, umiliata. Dopo anni di silenti sopportazioni sulla presunta pigrizia dei docenti, invettive sulla nobiltà del suo impegno, mentre nessuno, come noi, sa quanto appassionante e doloroso sia occuparsi di altri esseri umani, giovani, fiorenti, quelli che proseguiranno il nostro cammino. Cultura è coltivazione, è prosecuzione nell'orto dell'umanità. Un atto comunionale. Quando la comunione s'interrompe, la vita cessa di essere umana.Di quanta violenza è fatto questo disperato amore degli intellettuali! Una fine come Seneca: o, forse, flaubertiana, nel senso di scioccante e impudica e "illetterata". Non esiste alcuna letterarietà nello svenarsi, è qualcosa di convulso e barbaro e primordiale. Quel gesto ferino è stato compiuto proprio sull'organo che trasmetteva conoscenza. E' stato un assassinio della parola e dell'arte. Ha testimoniato la resa dell'umanità. Non son più io, non son più uomo.Pochi giorni fa lo pseudo-intellettuale Giuliano Ferrara, direttore del "Foglio", berciava in tv: "Dài, su! l'Italia è ricchissima, vanno tutti in Bmw, il Paese è pieno di champagne e caviale... Voglio sapere una cosa: perché non si suicida più nessuno? Forza! Suicidiamoci! Adesso sono 6 mesi che non si suicida più nessuno ... Esigo un suicidio al giorno! Anzi, due!".Dall'altra parte, il silenzio. Contemporaneamente a Carmine si è tolto la vita un operaio sardo, anch'egli cinquantenne, che aveva perso la moglie due anni fa in seguito a un tumore e che doveva badare ai due figli, anch'essi disoccupati. Non trovava lavoro da sei anni.Perdonatemi, avrà sicuramente pensato, non sono degno di fare il padre. Non ne posso più.No, Carmine, no, ancora ignoto lavoratore: non siete voi gli indegni. Se il moloc post-capitalista oggi è stato saziato, sappiate che non siete morti invano. Sembrano vuote parole, e forse lo sono; inadeguate, senz'altro. A voi le hanno tolte, e voi avete creduto di rimanere muti per sempre. Ma il vostro urlo silente le ha restituite a noi. I funerali di Carmine si svolgeranno oggi alle 13, nella Basilica di San Tammaro a Grumo Neviano. Se costoro si tacciono, grideranno le pietre.