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giovedì 8 settembre 2011

Un vescovo-madre

Dopo nove anni di episcopato, il card. Tettamanzi lascia la Cattedra ambrosiana





A Bresso, dietro il Parco Rivolta, al confine con la strada, si trova uno spazio vuoto, in marmo bianco, circondato da un cancelletto. Un rettangolo dalle linee severe eppur addolcite dalle dimensioni domestiche, dal colore stesso, candido, certo, ma tenue, e leggermente venato di rosa. È un limite sospeso, che presto sarà occupato da un monumento. Ai caduti? alle donne del Risorgimento? Ancora lo ignoriamo.






Tettamanzi festeggiato dai fedeli della Valbiandino. Sotto: con Madre Maria Vittoria Longhitano, parroca della Chiesa veterocattolica ambrosiana; in basso: in mezzo ai Rom del Triboniano.






Mentre, ieri, costeggiavo quell’opera in divenire, ricordavo l’ingresso a Milano del cardinale Tettamanzi, la difficile eredità che si accingeva a raccogliere. Ricordo quella partenza a piedi da Renate, la sua città natale, immersa nella Brianza lussureggiante e devota: terra di parroci, di oratori, di processioni. All’epoca, il prelato aveva già sessantotto anni e mi venne spontaneo compiangerlo un po’: “Poveretto, che fatica”. Ma non alludevo solo al disagio fisico. Era il peso morale che, in realtà, mi spaventava. Tettamanzi arrivava a dirigere la diocesi più grande d’Europa, retta fino ad allora dal “monumento” Carlo Maria Martini. So che quest’ultimo non amerebbe esser definito così; l’aura sepolcrale e fredda che comunemente associamo a tale vocabolo non rende giustizia a un principe della Chiesa dimostratosi pastore attento e solerte, vivo, “prossimo”. Eppure, pensando a Martini, viene quasi spontaneo. Nel senso migliore. Lo era per il tratto solenne, asciutto, grave e lieve della persona e dell’apostolato. Per il misticismo lombardo ed essenziale, lui nato ad Alessandria. Ripenso a Martini e vedo una marcia trionfale. Guardo Tettamanzi e lo associo al trotterellare un po’ ansioso del curato di campagna, che chiede permesso quando varca la soglia di casa. Una presenza familiare, anche troppo. Al punto, quasi, di non badarvi. Ma senza la quale ci si sente persi. Perché quella presenza lavora, è indispensabile. Se, come hanno scritto nel loro saluto i preti bressesi, il vescovo è anche madre, Tettamanzi è stato sicuramente una madre: operosa, ma discreta. Una che c’è sempre stata, e che al momento giusto appare come un’epifania. Tettamanzi e la fatica. Un’altra caratteristica che lo associa alle madri. Non solo gli toccava subentrare a Martini. Ma entrava in una Milano livida, frastornata, rancorosa e impaurita. A ridosso dell’11 settembre. Il senso dell’accoglienza nei confronti dello straniero, tipicamente meneghino, si era eclissato. L’altro, il diverso era ormai solo un nemico, di un’altra razza, addirittura d’una diversa umanità o – ciò ch’è peggio – di nessuna. La politica alimentava questo ritorno alla barbarie, anzi, lo ergeva a valore; altri brianzoli, di corta veduta e di fragile fede, brandivano crocifissi di legno per bastonare i crocifissi della società. E qualche vescovo, nemmeno tanto copertamente, li benediceva.


Erano i tempi dello scontro di civiltà, di Oriana Fallaci che dalla terza pagina del “Corriere” scagliava truculente invettive contro il nemico islamico. E qualcuna ne toccò proprio a lui, al nuovo arcivescovo, appena questi individui, che non mancavano di professarsi ad ogni occasione atei devoti (un assurdo logico prima che linguistico), realizzarono che non stava dalla loro parte.

Il parroco di campagna, erede d’una lunga tradizione di solido cattolicesimo, iniziò subito con la ricerca del dialogo con i musulmani e gli immigrati in genere. Innanzi tutto, con Dio. Tettamanzi era ed è uomo di preghiera, un mistico anch’egli, non di folgoranti lumi, ma della quotidianità, come la protagonista della dramma perduta. Ma non per questo meno profondo e, oseremmo dire, voraginoso. La preghiera è azione e Tettamanzi l’aveva compreso bene. La preghiera gli permise di vedere non in un’astratta entità, ma nella vita di ognuno, il volto di Dio. Fermo nella fede, non temeva quella degli altri, che anzi sentiva parte integrante della propria. Fu solo, disperatamente solo. Lo amavano le associazioni, non solo cattoliche; lo stimavano e vi erano affezionati i credenti di altre fedi e confessioni: penso non solo ai protestanti, ma pure alla piccola e nuova (per Milano) realtà veterocattolica, la cui presbitera è stata ricevuta in diverse occasioni dall’arcivescovo e ha concelebrato con altri ministri nel corso della settimana per l’unità dei cristiani. Ma la politica trionfante e aggressiva, e i potenti fondamentalisti lombardi, nutrivano per lui un odio inestinguibile. Cristianisti ringhiosi e sguaiati giunsero ad appioppargli l’epiteto, per loro sommamente ingiurioso, di “imam” quando auspicò la costruzione d’una moschea e d’un centro culturale islamico. La giunta comunale del tempo, dietro i sorrisi di circostanza, si guardò bene dall’ascoltarlo. In anni di sgomberi di campi rom, egli era lì, in mezzo a loro, a celebrare la Messa di Natale. Poi venne il caso Englaro. E nuove solitudini e amarezze per il nostro cardinale. Egli non approvava la decisione del papà di Eluana. Ma non gli uscì una parola di condanna nell’omelia ch’egli dedicò, pastoralmente, al senso dell’esistenza umana, e al termine della quale esortò, ancora una volta, alla preghiera. O meglio, alla contemplazione. Al tabernacolo. Ai cristianisti, analfabeti dei più elementari dettami del Vangelo, parve una posizione rinunciataria; e ignoravano che solo la dimensione contemplativa della vita (come, non casualmente, s’intitolava la prima lettera pastorale del predecessore Martini) può permettere ai nostri atti un respiro vasto, un segno che si configge e resta cristallino: roccia, guida.

Tettamanzi era un moralista, curava la pastorale familiare. Come un altro grande lombardo, Angelo Roncalli divenuto poi Giovanni XXIII, aveva in mente le riunioni umane delle sue valli, i padri, le madri, i nonni e la numerosa prole. L’amava; e, per questo, vedeva la famiglia includente. Lui, che considerava il divorzio una grande ferita per la società ancor prima che per la persona, fu il primo a pubblicare una toccante lettera indirizzata a chi aveva perduto quella felicità. E a chi, come pastore, avrebbe dovuto accoglierlo. I divorziati risposati – amava ripetere – non devono sentirsi fuori della Chiesa. In fatto di dottrina era intransigente, ma se le parrocchie hanno cominciato una pastorale per le famiglie disunite, lo si deve soprattutto a lui.

La felice intuizione della Chiesa “famiglia cellula della società” per Tettamanzi non rimase lettera morta o, peggio, occasione per inefficaci e perbenistici strali contro gli “irregolari”. Capì che la famiglia non poteva esser difesa solo a parole. Che molte si disfacevano, o non si componevano proprio, per una crisi sociale che si allungava nel nostro “ricco” mondo. Mentre qualche governante allegrone assicurava per l’Italia fiumi di latte e montagne di marzapane, Tettamanzi nel 2008 scriveva: “In questo Natale già segnato dalle prime ondate di una grave crisi economica, un interrogativo mi tormenta: io, come Arcivescovo di Milano, cosa posso fare? Noi, come Chiesa ambrosiana, cosa possiamo fare?”. Io-Noi. Se Martini si trovò ad operare in tempi di edonismo nascente, a Tettamanzi toccò un’altra fatica, quella di fronteggiare l’egotismo deflagrato, ormai in agonia, e perciò ancor più feroce e invasivo. L’Io, anzi l’Ego tanto celebrato, non poteva esistere senza il Noi, privo cioè di relazione. “Non è bene che l’uomo sia solo”: non per sé, ma nemmeno per il mondo ch’egli ha costruito a sua immagine. E l’uomo diuturno fu colto, questa volta, dall’illuminazione rovente, quel Fondo Famiglia-Lavoro che, destinato a famiglie e singoli colpiti dalla crisi economica, ha finora messo a disposizione quasi tredici milioni di euro e che continuerà a operare fino al 31 dicembre prossimo.

Due giorni fa, l’ultimo affondo: sulla questione morale. “In politica – ha denunciato – dai tempi di Tangentopoli non è cambiato nulla”. Troppo, decisamente, per certe orecchie foderate. “Non vedono l’ora che arrivi ‘quel’ giorno, i grandi elettori meneghini del centrodestra – ha scritto qualche mese fa una rivista on line. – aspettano con ansia il pensionamento, per raggiunti limiti d’età, di un vescovo mai vissuto come la propria guida spirituale. Mugugnarono quando Dionigi Tettamanzi aprì il Duomo, durante una messa dell’Epifania, alle comunità straniere in nome della multiculturalità, si irrigidirono quando prese le difese delle associazioni laiche e cristiane a sostegno dei diritti civili delle popolazioni romanì contro gli sgomberi e non nascondono tutta la loro irritazione ogni volta che il porporato alza la voce contro il degrado della politica”. Ora “quel” giorno è arrivato, Tettamanzi verrà sostituito dal vescovo ciellino Scola. Ma non ci s’illuda: la lezione di Tettamanzi non andrà perduta, perché s’innerva nella grande tradizione ambrosiana, di Ambrogio, di Carlo Borromeo, il quale, come si sa, fece un po’ di tutto: dalle scuole per ragazze povere ed ex-prostitute, alle case per l’infanzia, agli ospizi per i poveri. E bastonò i potenti.


Io, comunque, preferisco associarlo a un vescovo ancor più remoto, che già nel nome, con lui, condivideva la sollecitudine e la fatica: Materno, oggi ricordato da una chiesa e una piazza in Lambrate, periferia della città, angolo della storia. Respiro di Dio.



sabato 30 aprile 2011

Wojtyla senza miti



Dunque domani, con gran clamore, proprio nel giorno della festa del lavoro, o piuttosto della mancanza di lavoro (secondo le ultime stime, il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è volato al 28,6% e molti 40-50enni licenziati non verranno più riassunti, la sicurezza è tornata a essere un fastidio per i "padroni" interessati al solo profitto e le conquiste sociali minate dalle fondamenta), il Vaticano ha deciso di canonizzare Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II. Un uomo che, fra l'altro, fu operaio. Fra i pochi prìncipi della Chiesa che ha voluto sottolineare una continuità, e non una contrapposizione, tra i due eventi è da menzionare, al solito, l'arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, che ha organizzato veglie per il lavoro in tutta la diocesi (nel capoluogo, il rito si è svolto il 28 aprile scorso, presso la chiesa "Regina Pacis" di via Kant) e ha attivato da alcuni mesi l'inizativa Adotta una famiglia, per testimoniare solidarietà fattiva a famiglie o singoli che hanno perduto l'impiego a causa dell'attuale crisi economico-sociale [donazioni a partire dai 5 € in su: C/C 16730 Banca Popolare di Milano, oppure bonifico IBAN IT6L0558432620000000016730 indicando Adotta una famiglia; maggiori info www.santinazaroecelsobresso.it].




Assisteremo al tripudio della papolatria da parte di potenti normalmente poco interessati alle faccende dello Spirito e del tutto disinteressati ai diritti umani, soprattutto di quei disperati anonimi cui il Vangelo assicurava avrebbero ereditato la terra. E che, invece, verranno additati come reietti ed empi in questi anni bui, frettolosi, sciapi, manichei. Infantili, ma senza ingenuità. Il cristianesimo non ha riconquistato l'Europa e, per uscire dal suo stato di minorità umana prima che spirituale, l'Italia ha di fronte a sé una strada tutta da percorrere.Se don Farinella tratteggia un duro ritratto del prossimo beato e Noi Siamo Chiesa (anch'essa assai critica verso l'operato del papa polacco, cfr. qui) propone di celebrare piuttosto un martire dimenticato dalla Chiesa militante e trionfalistica, mons. Romero, io mi limiterò a riproporre un testo che redassi nel 2005, pubblicato col titolo Il nostro Wojtyla, che considero in gran parte ancora valido. Purtroppo, posso solo segnalare il link perché la piattaforma che ospita questo blog non mi permette più certe operazioni di copia-incolla. Credo pertanto che un mio trasferimento "virtuale" sia prossimo. Nel frattempo, mi scuso coi lettori per il disagio. http://danielatuscano.wordpress.com/2005/04/15/il-nostro-wojtyla/





lunedì 4 aprile 2011

Principe timido

Ecco cosa succede quando si vuol recensire De Gregori: non si sa da che parte iniziare. Dannazione, le sue canzoni sono tutte belle.

Simile modo d'imprecare ricorre nel lessico dell'artista. E sembra d'udirvi uno stridore, un frizzo d'ira compressa, un tentativo di slegarsi, di togliersi di dosso una patina d'aurorale levità. Le sue origini aristocratiche, forse. Ho scelto un De Gregori ai primordi. Privo di barba. Con un'aria nebulosa da cherubino slungagnato, in un paesaggio più simile alla Bassa che alle campagne laziali. Ha un sentore di pioggia. E' un cowboy di periferia.

De Gregori è il Novecento e il suo contrario. Basterebbe un brano a confermarlo: I muscoli del capitano (tratto da uno dei suoi capolavori, il più che evocativo
Titanic).

Voce atona, s'è detto di lui. Esile come filo di lana, monotona, persino un po' svogliata, nasale, monocorde. Ne siamo sicuri?

Ne I muscoli del capitano, la voce di Francesco è semplicemente perfetta.
Epica, diremmo. Manifesta una sorta d'illune stupore, malinconia e scetticismo tipico degli degli esclusi dalla storia. Che assistono silenti all'avanzare sicuro e splendente del capitano vittorioso, emblema d'un'umanità superiore, scagliata come turbine verso radiose giornate. "I signori, si sa, hanno tutti un po' del matto" (A. Manzoni). Ed Edward Smith, il comandante del Titanic, moderno Ulisse dai baffi a manubrio, perde immediatamente la goffaggine ottocentesca per dar spazio a un monumento futurista e marinettiano, che "si leva l'ancora dai pantaloni e la getta nelle onde". E la voce di Francesco veramente vola: ci par quasi di vederla compiere una giravolta e accompagnare le braccia nerborute del superuomo. Dominio sui mari e sulla terra, su uno sfondo art nouveau che riechieggia danze, sicurezza, scintillii, guerre lampo, poesie, e il procedere muto di milioni di schiavi. Ma nel silenzio della notte, o meglio, quando quest'ultima si sperde, avanza un bagliore freddo, che tutto riduce, per lasciar spazio a una pietrificata timidezza. Tutto è concluso.

De Gregori ha celebrato la semplicità del genio (Pablo), l'atrocità della guerra (Generale , il pezzo preferito da mio padre), o l'elegia d'un paese fastoso e grottesco (Viva l'Italia) da osservatore interno, ma schivo e dimesso, improvvisandosi di volta in volta soldato, operaio, impiegato, studente. Adottando un lessico accuratissimo e al tempo stesso scevro da intellettualismi - dei quali, pure, è stato agli inizi accusato -. De Gregori è un viaggiatore. Un avventuriero gracile e indefesso, un po' brigante un po' giocoliere, in bilico su pezzi di vetro. "E, se devo esser ricordato, spero di esserlo per Buffalo Bill". Uno dei suoi pezzi più giustamente celebri. Non stupisce quest'affinità con l'uomo delle vaste praterie innevate, poco dissimili, in fondo, dai cascinali di campagna, dove si trascorrevano pomeriggi interi, in inverno, a leggere le avventure di Tex Willer.

Una delle prime registrazioni di Buffalo Bill. Alla chitarra, Ivan Graziani.

Pomeriggi che ritornano in
Diamante, il brano scritto per Zucchero. Con un video ben studiato: ambientazione bertolucciana, la sapida e grassa provincia padana, il sesso tra filari di pioppi e saliceti, castagne e peccato. E ancora militari, divise grigioverdi, foglie calpestate, nebbie. Aria tumida. Fertilità familiare. Il romano De Gregori, cavaliere pallido, sembrava trovarsi così a suo agio nella guazza emiliana.

Ed ecco la femminilità. Totale, densa, piena, scandagliata e assaporata fino a stordirsene. Il suo proclama d'amore più intenso e definitivo è stato l'inno per una "diversa": La donna cannone, dedicata (e regalata) a Mia Martini, protagonista dell'altrettanto intensa Mimì sarà . Spesso mi son chiesta cos'avessero in comune un raffinato corsivista come De Gregori con la figlia sgangherata d'un professore di lettere calabrese, scura, limacciosa, destinata a soccombere, e forse a immolarsi, in nome di quel disadattamento, di quell'andar sempre in direzione ostinata e contraria. La fatica, probabilmente. La tenerezza, sentimento tremebondo e ambiguo.


Ma Roma non manca; non può mancare. De Gregori non riesce mai a mostrarla totalmente sguaiata. Resta pur sempre un principe timido. E' Roma, senz'altro, La leva calcistica della classe '68; ma è, nel contempo, Zanzibar, Tunisi, o Harlem. E' la fine della guerra, è ricostruzione. Un paio di ginocchia puntute. Non oltrepassiamo quella soglia. Pasolini resta dietro l'angolo. Osserva. Francesco ne è consapevole, ma si arresta al prima. A un paio di guance sbaffate di terra.

Oggi il "principe" compie sessant'anni. Abbandonate le evoluzioni liceali dei primordi, si è fatto ancor più evanescente e riservato. Credo gli piaccia molto ridere in compagnia. D'una moglie mai vista e di due gemelli ormai adulti, e altrettanto invisibili. Mai un uomo pubblico è stato tanto privato.

E, se forse non è lecito attendersi le folgoranti intuizioni d'un tempo, percepiamo che può regalarci ancora qualche diamante grezzo, o frutto selvatico, ormai dimenticato dagli uomini. Così
Volavola è diventato strenna poetica. I vasci strascicati e lascivi delle ruvide terre abruzzesi sono un tocco appena accennato, un sorriso in punta di pennello. Saggezza indulgente. Tranquilla. Buona.

mercoledì 30 marzo 2011

L'alieno


...e di nuovo arriva il buio, lo sgomento, il tedio di giornate sfatte, ceree, anguste. Giornate irrisolte, così pesantemente vuote, in cui ci si sente inani, come un orologio sbilenco.

Giornate in cui constati che non può migliorar nulla. Giornate disgustate, dove ti lasci travolgere dall'ubbia. Perché ingiustizia e prepotenza ti assediano oltre ogni tollerabilità.

Poi ti càpita di sfogliare un giornale e d'incrociare lo sguardo di lui: un musetto rincagnato, una curiosità inespressiva d'uccello, spumeggiato dai primordi della terra. E d'incerte acque.

Nato su una zattera della disperazione, tra Italia e Africa, tra Eritrea ed Etiopia, fuggite a loro volta dalla Libia dilaniata e dilaniante verso gli ospiti neri. L'hanno chiamato Yeabsera, dono di Dio. Internazionale, di tutti, come di tutti è il dolore, ma anche la gioia. Ci spiazza, quel bambino, perché davanti ai suoi occhi si crea un immediato vuoto; non lo spleen, ma un calore sospeso, un fiato, un silenzio d'ovatta.

E sappiamo tutto. Non viviamo in tiepide case. Intorno querimonie, lagnanze, dolore e, ancora, voci naturali di giustizia. Su cui menti rapaci sono pronte a speculare. Ma un bambino è sempre un miracolo imprevisto. Un atto contro natura (Ungaretti) nel momento in cui pretende, prim'ancora del pensiero, il suo diritto al mondo. Al resto, attorno, per un istante almeno, non vogliamo pensare. Lasciateci ancora di fronte a quel fiat. A quell'"io sono" così disarmante e severo nella sua totale, sgombra innocenza.

Morning has broken di Cat Stevens (Youssef Islam)





sabato 12 febbraio 2011

Ma che piazze d'Egitto!


In una Milano quasi primaverile gli umanisti si sono uniti agli amici egiziani in festa per le dimissioni di Mubarak. "Rispetteremo i trattati", è l'assicurazione rivolta a Israele dal governo provvisorio. Eppure, mai come in questi momenti, euforici certo, ma non meno reali, si avverte un'inebriante sensazione di spossata felicità; quella felicità che proviamo dopo una lunga, dolorosa, spesso frustrante fatica; una felicità fisica e contagiosa, che ripaga delle sofferenze. Una felicità che segue una vittoria conquistata a caro prezzo, e da soli; "dal basso", come usa dire. "La caduta di Mubarak segna una straordinatia vittoria di popolo - commenta Emanuela Fumagalli di Mondo Senza Guerre (a sinistra nella foto, col cartello giallo). - In diciotto giorni di mobilitazione nonviolenta, resistendo ad aggressioni di ogni tipo, gli egiziani sono riusciti a liberarsi di un dittatore che li opprimeva da trent'anni. Il coraggio e la perseveranza dimostrati dai manifestanti sono un esempio che ci auguriamo altri popoli seguano. E non solo nel mondo arabo. Certo - ammette - la transizione verso una vera democrazia e un cambiamento profondo non sarà facile, e il popolo egiziano dovrà restare vigile e pronto a nuove mobilitazioni, ma da oggi nessuno potrà più affermare che una rivoluzione nonviolenta è impossibile".

"Rivoluzione" è una parola risuonata spesso durante la manifestazione; ma accompagnata da un aggettivo; un colore: bianca. "La nostra rivoluzione bianca", ha scandito più volte un giovane, a sottolineare il carattere assolutamente pacifico d'una protesta che è costata trecento vittime ma ha raggiunto il suo primo, importante obiettivo. E tuttavia, ciò che si è maggiormente invocato, ciò di cui anche dalla piazza italiana viene ripetuto come esigenza non più rinviabile, è un altro vocabolo: democrazia. Forse perché di rivoluzioni abortite questo popolo ne ha subìte troppe, e ora si anela a una normalità compiuta, matura, da paese "adulto". "Quelle dell'Iraq, dell'Afghanistan e dell'Iran sono finte democrazie - si è sgolato un altro ragazzo dai microfoni di un improvvisato furgone pavesato a festa - sono regimi che hanno ingannato e terrorizzato il popolo. Noi non siamo come loro, non vogliamo essere come loro", e ha puntato il dito contro la timidezza delle diplomazie occidentali, incapaci di cogliere la differenza. D'altro canto, gli slogan si sono distinti per una grande positività e propositività: in un'atmosfera di giubilo cordiale e accogliente, siamo stati invitati a unirci ai balli e ai canti della comunità egiziana. Forte e convinta la partecipazione femminile, come attestato da queste immagini. Anche se quella che considero maggiormente significativa è un dipinto, l'enorme pannello a olio che ha accompagnato il corteo fino alla conclusione, in Stazione Centrale. Un dipinto espressionista e naif, che ricorda certe tele sudamericane; un'opera laica e sacra (più che religiosa) al tempo stesso, come ci ha spiegato un amico: "La donna è l'Egitto ["Misr" in arabo, n.d.A.] , ed è nuda perché spogliata di tutti i suoi beni. Ma poi siamo arrivati noi, col nostro sangue, di musulmani e di cristiani, e l'abbiamo coperta con la nostra bandiera. Pian piano, la rivestiremo tutta". Questa donna nuda e casta, povera e solenne, scarmigliata ed elegante, nel portamento e nei misurati gesti, ci pare oggi la perfetta metafora dell'Egitto in marcia, di tutte le sue anime, una spiritualità della nazione originale e inedita, un corpo femminile e simbolico, strappato al Sultano, che chiede solo d'incarnarsi veramente.

Poco più lontano, al teatro Dal Verme (...), l'ultrà cattolico, vergine e devoto Roberto Formigoni, in prima fila al Family Day e strenuo crociato delle "radici cristiane d'Europa", nonché baluardo impenetrabile contro le depravate coppie di fatto, applaudiva i Ferrara, gli Ostellino, i Sallusti; i quali, in una manifestazione parallela denominata in modo immaginifico In mutande ma vivi, hanno difeso con inesausta veemenza il diritto delle donne a prostituirsi per il Sultano. L'altro. Il nostro. Che però, essendo liberale, marca la differenza. Chissà, forse l'espressione tirata di Formigoni denota un soffuso disagio, ben rintuzzato, del resto, dal piatto di lenticchie puttaneggiato col potere. Non abbiamo molto da commentare: ognuno ha le piazze che si merita.

domenica 9 gennaio 2011

Bella e perduta

"Guarda Nissa". Così mi spiegava nonna Santina ogni volta che a Sanremo, al termine di corso Imperatrice, c'imbattevamo nel monumento a Garibaldi. Non si trattava d'un refuso, "Nissa" era proprio l'antico nome della città che aveva dato i natali all'eroe, e che l'aveva inscritto nel destino: all'anagrafe del 1807 Peppino Garibaldi era infatti stato registrato come cittadino francese, per un complicato rito di cessioni e riacquisizioni attorno alle località portuali e frontaliere. Già straniero in patria, quindi, colui che sarebbe entrato nel mito, anzi, nell'agiografia civile e civica, uno dei rari "santi laici" del nostro Paese. Non poteva, d'altronde, andar diversamente per chi sarebbe stato definito "eroe dei Due Mondi". Ma avrò modo in seguito di analizzare più approfonditamente la sua figura. Adesso, a pochi giorni dall'inizio delle celebrazioni per il 150° dell'Unità d'Italia, voglio soffermarmi su quel monumento, capolavoro Art nouveau realizzato nel 1908 da Leonardo Bistolfi. Che Garibaldi "guardasse Nissa" non mi sentivo di metterlo in discussione; mia nonna ne era troppo convinta, e lo pronunciava con quel tono di ruvida reverenza tipica dei liguri. Ciò nonostante a me pareva che gli occhi fossero rivolti piuttosto a est, sulla spianata baia sanremese di cui, nel 1860, Garibaldi era divenuto cittadino onorario, e più in generale sulla penisola italiana, ormai quasi compiuta, e abbracciata con un sospiro smagato. C'è una gravità rodiniana nel monumento di Bistolfi, che ritrae un Garibaldi ormai anziano, ancor ritto e fiero, ma realistico e quasi espressionista nelle massicce e tozze gambe da marinaio, elevato e però già sofferente, artritico, remoto. Ai suoi piedi, i grossi piedi, sei bassorilievi scandiscono i momenti più alti della sua vicenda umana e nazionale; l'eroe non vi compare mai, sostituito dai compagni d'armi o piuttosto da quelle divinità femminili e decadenti che avrebbero abbellito l'arte ufficiale del giovane Stato italiano, nato monarchia contro la volontà di Peppino. La maestria di Bistolfi ha saputo cogliere l'intimità dell'uomo d'azione, la corporeità e la ricchezza del suo pensiero, quel rammarico per chi e cosa avremmo potuto diventare, e non siamo stati, mirabilmente spiegato da Piero Gobetti. Garibaldi il marinaio, il mazziniano "eretico" ("La mia idea di democrazia diverge da quella di Mazzini, essendo io socialista", ebbe a dire al termine della sua vita, nel corso di una delle numerose schermaglie politiche che contrapposero i due uomini), il massone, il libertador ma anche l'operaio per Antonio Meucci, Garibaldi mitizzato all'inverosimile in quel capolavoro di blasfemia popolare che recitava: "Figli d'Italia, se asciugar volete/di Venezia e di Roma il lungo pianto/poco v'importi se non canta il prete:/queste son le candele e questo è il santo". E l'epigrafe compariva sotto una stampa dove l'eroe era raffigurato su un altare, con tanto di aureola, e contornato da ceri-baionette. Troppo? Decisamente troppo. Ma vi facevano da contrappunto il massacro di Bronte e quel racconto, atroce e bestiale, di Luigi Pirandello, L'altro figlio, dove per colpa dei soldati di "Canebardo" a una madre in gramaglie nere spettava una sorte spaventosa... Unici graffi terrosi che quel mondo primordiale e assetato di viscerale giustizia subirà, scaraventato fuori da qualsiasi storia, condannato a una fissità plebea e furibonda.

Il monumento pare ancora sospirare, adesso. Chissà se avrebbe immaginato gli sberleffi dei leghisti e, prima ancora, dei ciellini, eredi di quei seguaci di Pio IX che l'eroe definì "un metro cubo di letame"? Già, perché a precedere la penosa paccottiglia padana sono venuti i meeting di Rimini in cui si cercava di riscrivere il Risorgimento rivalutando il brigantaggio in quanto "popolare e cristiano" ("il brigante Gasparone ama la mamma e la religgione"), con la stessa virulenza del reazionario Principe di Canosa. E confinando Garibaldi tra i terroristi atei e senzadio.

Il gesto provocatorio della signora Lucia Massarotto che per anni, a Venezia, ha esibito il tricolore sfidando i raduni leghisti.

Si aspettava tutto questo, Garibaldi? Secondo me sì. O almeno lo immaginava. Quel melanconico monumento testimonia la sofferenza d'un uomo che lottò, sì, per amore, un amore maturo (anziano), perciò deluso e imperfetto, largo, come quel suo sguardo verso oriente, protratto sulla lunga e sterminata penisola aurea e tremenda, donna infedele, amante mediocre, ma unica e irrinunciabile.







sabato 8 gennaio 2011

Il pittore della musica

Io ho conosciuto tardi Ziggy Stardust, nel senso che i primi scatti di David Robert Jones in arte Bowie non furono quelli dell'androgino e sublime ragno spaziale dal linguaggio complicato e allusivo, bensì la lunare marionetta di Heroes, dalla copertina essenziale e rétro, anni '40. Ma bastava: evocava Marlene Dietrich anche se ignoravo si trattasse del secondo album della "trilogia berlinese". Arrivava accompagnato da un gran chiasso, di voci, di rumors, nelle aule scolastiche sorgevano interminabili discussioni sui suoi dischi, portati di nascosto (e con gran fatica, vista la dimensione) da un compagno che conosceva a memoria tutti i suoi brani. E che pochi giorni dopo si presentò con il lp precedente, quel Low dalla sfacciata copertina arancione e il cui titolo mi sedusse per il suono, la brevità e l'intraducibilità: in Italia un album non avrebbe mai potuto chiamarsi Basso, o Profondo. Low era semplicemente Low e i colori vivaci non smorzavano un clima freddo, anzi, glaciale e spietato; erano spennellate di Munch, o dei fauves; eppure Low rimandava pure a qualcosa di serico e fumogeno, decaduto. Insomma, tiepido. Celestiale. E fu subito amore per Sound and Vision, un'incompiutezza geniale, dalla grammatica futurista, assolutamente priva di metrica, ancorché di logica: solo introduzione, con la voce che si affacciava timida e sballata nella parte finale, soffogata dai suoni (e visioni). E all'apparenza, del tutto accessoria, ininfluente. Un trionfo di tecnologia, l'assorbimento dell'uomo nella macchina. Eppure vi pulsavano tentacoli di vita imperiosi e potenti. Già elaborati dai monumentali e "anonimi" Pink Floyd. Dietro c'era Eno e anche in quel caso ero ignara di tutto. Eno lo avrei racchiappato, o meglio divorato, soltanto a 16-17 anni, anch'egli a ritroso: prima My life in a bush of ghosts, il frutto maturo; poi le radici, Before and after science, Another green world. Ma per tornare a Bowie, Ziggy mi apparve solo in seguito, e scattò il tripudio per la studiata raffinatezza di quello che pensavo un aristocratico dandy e invece proveniva da famiglia proletaria, con fratellastro pazzo, poi morto suicida. Ah, ecco, all'origine era rock'n'roll. E il rock'n'roll di Ziggy era davvero insuperabile. Una scatola visiva. Bowie era una proprio una macchina, una di quelle escavatrici - o centrifughe - che maciullano e condensano tutto. Ricco di citazioni e auto-citazioni. Da Lindsay Kemp (quello di Flowers, soprattutto, ma anche del sulfureo Sebastiane) ai Who, e naturalmente a Lester Bowie da cui prese il nome. E qui, lungi dall'artificio e dalle glaciazioni, eravamo davvero al calor bianco.

1972: David Bowie/Ziggy, 64 anni oggi, in una tipica posa.


L'intero linguaggio dell'arte e dell'espressività umana ne risultava stravolto e i confini esplodevano, rinsaldandosi poi in un bislacco mosaico inatteso e spaventevole. Così accadeva che il protagonista del Budda delle periferie di Hanif Kureishi si prendesse una solenne scuffia per il vaporoso amico nordico che si presentava a casa sua con le gambe infinite sugli stivali a fiore. Non solo fremiti d'adolescente, ma piuttosto risvegli di cacce ancestrali, rivalse di colonizzati, giochi d'istinto con impagabili prede. Kureishi avrebbe ammesso molto più tardi che per quella figura di amico si era ispirato a Bowie.
Già troppo attore nel viso per essere un grande anche nel cinema, Bowie, nella sua voracità così succulenta, conservava però un fondo ("low", appunto) troppo oscuro, sublime, tedesco - berlinese - per avvincermi del tutto. Era un gentiluomo, l'avrei visto passeggiare in Riviera alla fine dell'Ottocento assieme alla moglie (la prima, Angie) e sarebbe stato un pittore, avrebbe realizzato tele squisite dai colori rovesciati, ma come un alieno, sempre a qualche centimetro dal suolo, il suolo mattinale e cattolico delle terre italiane. Io avevo bisogno di lucori, fratellanza e mestizie, in cui dolcemente cullarmi.

venerdì 24 dicembre 2010

La notte del Natale

Sono diventati familiari a tutti gli occhi miti, domestici di Yara Gambirasio. Quel suo naso ancora da modellare, la pelle lucida, oleosa d'adolescente antica. Si avverte quasi, dalle immagini, l'aroma di talco e compostezza. Una certa malinconica gravezza, quasi un inconscio presentimento. E lo sguardo velato d'inspiegabile e tremula fiducia. Yara, lo sappiamo, è stata inghiottita nel nulla a settecento metri da casa sua. Da quasi un mese.
La ferma dignità della famiglia di fronte allo sciacallaggio dei media - il cui cinismo comunque non si è mai arrestato -, il rispetto quasi sacrale di quella piccola Brembate nelle cui nebbie Yara s'è persa, la compostezza religiosa dei suoi compagni di classe, che scrivono direttamente ai rapitori di rilasciarla almeno a Natale, non alterano il lacerto della domanda di Dostoevskij e, prima di lui, di Giobbe, davanti al dolore innocente.
I fortunatamente pochi razzisti e leghisti che hanno esultato di gioia feroce quando si era, erroneamente, identificato l'aguzzino della piccola con un immigrato marocchino, rivelatosi poi del tutto estraneo alla vicenda, le loro scomposte strida, vengono anch'esse risucchiate in questo cupo mistero. Mistero di vite nascenti, femminili, diverse; vite di bambini, anzi di bambine-criste, sacrificate all'assurdo moloch dell'egoismo.
Lo ripetiamo, lo urliamo, lo imploriamo: restituitela, chiunque voi siate, almeno a Natale. Almeno.
A sud, lontana, in deserte piagge, un'altra Yara è svanita nel silenzio. Una bimba rom della cui sorte pochi si angustiano, così come della piccola Cameyi Mosammet dispersa ormai dalla scorsa estate. Finire in un indecifrabile gorgo, senza quasi aver lasciato traccia su questa terra. Tutte donne, tutte ragazze, stroncate in origine. In parte le cause di questa mancanza sono state da me già individuate. E nulla sembra arrestare questa marea bruna che avanza, spessa e lutulenta...
E da ultimo: giorni fa avevamo sperato di festeggiare un Natale persiano. Quando era riemerso sui giornali, tumefatto, stracco, enfiato, con una vaga aria india, il volto di Sakineh Ashtiani. Ma si trattava dell'ultima, sciagurata beffa sulla scarcerazione... Ci eravamo illusi fosse stata graziata; un'ennesima, cinica bugia per deridere, umiliare, ricattare una donna e, attraverso lei, un intero sistema politico e financo economico. La sua pelle in cambio del nucleare, s'è detto. Incredibile quanto i ringhiosi potenti della terra temano un'insignificante donna.
Bambine e donne immerse in un'aura senza tempo tinta. Non splende per loro alcuna cometa. Ma abbiamo il dovere, l'obbligo di sperare, se non sarà domani, diteci che sarà comunque presto, presto.

venerdì 3 dicembre 2010

Peso


Questo è Michael e io lo trovo bellissimo.

Non è retorica. Lo trovo bellissimo, angosciante, difficile, insopportabilmente umano.Suo padre ha chiesto di condividere la sua immagine oggi, nella Giornata internazionale della Disabilità. Lo faccio molto volentieri [per info e aiuti, qui].

Michael è umano perché greve, imprevisto, imprevedibile, diverso. Sì, diverso da tutte le nostre normalità in serie, amorfe o, al contrario, proteiformi: ma sempre dello stesso vuoto. Lui resta là, nella rozza fatica d'un rantolo, per conquistarsi il diritto di svelare quel pezzo di muro, quel soffitto inesplorato di cucina, per stupirsi.

Michael ricorda quanto siamo indifesi, quanto lo diventeremo, quanto lo siamo già nell'anima.

E per questo lo ringraziamo.

martedì 24 novembre 2009

Maggiorenni senza te

A Freddie Mercury

Vitalità? Tanta. Frenesia? Ancor di più. Innocenza? Forse. Ma un'innocenza ambigua, sfuggente e arcana come il San Giovanni di Leonardo. Quindi, magari, in ultima analisi. Non tanto innocente. Ma nel contempo bella, forte, barocca, icona dei nostri tempi sommossi. Eccessiva, sicuramente. Eri tu, Freddie, quello delle tutine sgargianti, perché così mi apparisti, in un televisore ancora in bianco e nero, malgrado fossi l'emblema dei colori. Colori forti, senza contrasti, aggressivi, perché simbolo di un'età svagheggiante, neopagana e divertita. Un uomo sexy, finalmente, che non temeva la fisicità; e che del suo corpo aveva fatto il veicolo per trasmettere, semplicemente, gioia e piacere. Dicevi che i Queen erano i Cecil B. De Mille del rock, per me eravate il liberty eclettico d'una stagione dove queste commistioni erano possibili. Dove il cielo sembrava raggiungibile, anzi, si era steso sulla terra con la sua fantasmagoria di astri. E noi potevamo srotolarci sopra, allegri e spensierati.

Il messaggero degli dèi, col suo agglomerato di citazioni (allucinazioni?) pittoriche, letterarie, cinematografiche e più smaccatamente pop (News of the world, che contrasto: nome d'una rivista e livida copertina alla Fritz Lang!), aveva in realtà un compito prometeico: portare il fuoco agli uomini. Tu ce ne hai regalato veramente tanto. Lo hai reso vulnerabile, e noi fiammanti. Eri inglese? Armeno? Persiano? Rock? Disco? Classico? Etero o gay? Oh, che noia, avresti tagliato corto, e lo dicesti anche. "Definirmi? Tutti commenterebbero: pure Freddie che si dichiara, per avere un po' di titoli sui giornali". Eh no, malgrado tutto non eri proprio uomo da titoli urlati. Perché soffrivi il peso d'un universo rotante che contenevi tuo malgrado. Avevi tante cose da dire e da cantare ancora, è vero; ma chissà come ti saresti trovato qui e ora, in questi anni, non più semplici ma facili, troppo cinici per la malizia e l'ambiguità. Forse, per te, non ci sarebbe stato più spazio. Non è tempo d'artisti, questo.

Ma, sparendo, ci hai costretti a un risveglio penoso. Siamo stati obbligati a crescere senza il tuo aiuto. Senza la tua compagnia, i tuoi giochi. Che, come tutti i giochi, sottendevano un cupo rimpianto. Una tragica melodia. Ma di piccole, carnali tragedie è trapunto il cammino umano. Rimasti così, in preda a fantasmi amorfi, diventati adulti senza esser stati grandi, ci siamo sentiti privare dell'aria. Come bimbi in un campo giochi vuoto. In periferie grigie della nostra debole fantasia. Però la tua musica, quella è rimasta, quella c'infonde ancora rabbia, e voglia di mandare al diavolo l'ingiustizia che ti ha strappato a noi. L'ingiustizia, l'ingiustizia. Questo sentimento è ancora, pertinace, uno sguardo oltre la periferia, oltre il vuoto di quel campo. E' un grido di riappropriazione. Tu eri eccezionale, insostituibile. Ma ci hai insegnato che ciascuno di noi può esserlo, e rinunciare a questa speranza, allora sì, sarebbe tradirti e dimenticarti per sempre.

lunedì 2 novembre 2009

Sul limitare

"Sono nata il 21 a primavera". E sullo straziante inganno di ieri, il crepuscolo di ieri, Alda Merini ha lasciato questo mondo. Perché ieri novembre ha voluto sorridere, inondando di sole la campagna lombarda. Non sembrava, non era, l'estate fredda dei morti, ma un tocco di rinascita. Questo clima così bislacco, che ormai muta pelle, e dipinge inquieti arcobaleni. E invece, semplicemente, lo spirito le stava preparando una casa degna. Una casa felice: debordante, come la felicità troppo invadente per quel fragile corpo. Quanto doveva arrabbiarsi, Alda Merini, nel sentir descrivere i matti come individui tristi. Lei lo era diventata, matta, dopo il primo parto, gravata dall'eccesso di vita che sentiva scoppiarle dentro. Il suo sguardo, infatti, non era né mesto né dolente. Era uno sguardo di gloria, di vette, di alture. Uno sguardo di viandante, di note orientali. Alda Merini ha segnato il limite di Dio. La vetta l'aveva ormai raggiunta, col passo cadenzato e placidamente sicuro. Dio stesso le aveva addobbato quel giorno. Aveva fatto confezionare per lei ingressi di Scritture sacre: l'eunuco redento di Isaia, il padrone di casa che invita storpi, ciechi, mendicanti, folli. Alda Merini ha affascinato i più grandi poeti, da Penna a Pasolini (anch'egli scomparso, o meglio rapinato, un 2 novembre di 34 anni fa), e non si negava agli artisti d'oggi: per lei hanno scritto Roberto Vecchioni e Giovanni Nuti, per lei ha cantato Milva. E nei ricordi di Cosimo, infermiere al San Paolo di Milano e una delle ultime persone ad averla vista viva, Alda era "una donna simpatica, solare, aperta alle battute". E confessava di essere innamorata di Renato Zero, "ah, che bell'uomo, - sospirava, - le sue canzoni sono davvero poesie".
Era il Dio dei diversi che aveva sempre cantato, impossibilitata a costringerlo dentro un rito, poiché Egli stesso era rito. Era il Dio escluso e degli esclusi, che in quel fatale giorno, in quello ieri, le lastricava la strada dorata delle nuvole di grano, degli anni miti. Ma era, anche, il Dio impotente di fronte al dramma dell'umanità. Ben consapevole della tragedia che il suo troppo amore, la sua squassante gelosia, avrebbe prodotto in noi, poveri naufraghi terrestri. Destinati, d'improvviso, a piagge vaste e deserte. Perché senza Alda Merini saremmo stati davvero tutti più orfani, defraudati.

Dio incatenato dal nostro destino di finitezza, che lui pure ha prodotto, è lo stesso Dio della leggenda ebraica, turbato dalle preghiere del suo popolo per l'imminente morte di Mosè, il primo dei suoi viandanti: "'O Signore e Dio nostro, noi amiamo il corpo puro e santo di Mosè e ti supplichiamo di lasciarlo in vita'. Allora Dio portò Mosè su un monte alto, lo fece distendere a terra, gli susurrò di chiudere gli occhi e, in quell'istante, accostò le labbra alle sue, e gli rapì l'anima. Poi Dio pianse'". Anche oggi, sul limitare dei santi e dei morti, il cielo si è oscurato. Dio ha trasportato Alda nella sua primavera, e oggi le sue lacrime ci domandano perdono per averla nascosta ai nostri sguardi.

domenica 25 ottobre 2009

Carlo delle città


Don Gnocchi era l'infanzia. Non l'infanzia mutilata, lacera e macilenta. L'infanzia, e basta. La mia, innanzi tutto, perché la sua figura mi ha accompagnata fin dai testi scolastici. Perché la via a lui dedicata, a Bresso, sorge sul limitare della grande metropoli, nella periferia ancora disadorna, brulla e ingrigita. Perché le immagini che lo ritraggono, già circonfuso di un'aura sfuggente, hanno qualcosa di fanciullesco. Lo sguardo. Completamente libero, trasparente, senza sopraccigli, sconfinato sulla fronte spaziosa e infinita.
L'infanzia dunque, e, conseguentemente, l'interezza. Nulla di dolciastro, di patetico, di limitato nell'operosità di questo prete lombardo, sottile come un giunco. Se oggi siamo giunti alla consapevolezza che il bambino è persona completa e intatta, lo dobbiamo in gran parte a lui. Non si limitava ad accogliere, come testimonia Vincenzo Russo che, prima di diventare uno stimato professionista, è stato ospite del sacerdote. Lui voleva davvero che gli ultimi fossero i primi; non soltanto spiritualmente, ma effettivamente. Quel termine, "mutilatini", mi ha sempre impressionata, perché il diminutivo non riusciva ad attenuare l'immane tragedia d'una realtà che nulla concedeva al lezioso o al libresco. Quel termine ci diceva: esiste il dolore innocente, esistono individui sfregiati da un odio insensato e brutale, esistono e il loro grido si perde nel silenzio, anche in quello di Dio. E quindi non solo gli storpiati dalla guerra, ma gli svantaggiati di ogni tipo, disabili, emarginati. Bambini. Si torna sempre lì. Il bambino è l'emarginato per eccellenza, anche quando cresce forte, accudito e sano. Perché è basso, indifeso, barcollante. Ed ecco il motivo per cui pure noi, figli o ex-figli del benessere, non fatichiamo a identificarci in quelle fotografie d'infanti stecchiti, di calzoni corti cui spuntano incerti arti di cerbiatto, o rami d'inverno. E' la nostra vita che biascica, che spunta nuda e sola in un mondo impietoso.
Don Carlo ha dimostrato che per loro, per noi, in quell'istante più isolato della nostra vita, c'è qualcosa. Dio? Il rispetto, innanzi tutto. Rammenta don Giovanni Barbareschi, prete partigiano, incarcerato per la sua attività antifascista, per anni stretto collaboratore del card. Martini: "Una delle frasi più belle che don Gnocchi mi disse prima di morire? 'Il primo atto di fede che un essere umano deve fare non è in Dio ma nella sua libertà di uomo, perché anche la libertà di uomo è un atto di fede'. E qui è tutto don Carlo".
Don Barbareschi rievoca le ultime ore di vita di Carlo Gnocchi alla comunità comunità pastorale San Martino in Lambrate - SS. Nome di Maria.
Ho voluto intitolare questo ricordo "Carlo delle città", non solo "dei mutilatini" o "dei bambini", proprio per questo suo essere "tutto" a partire dal "niente". Dalla città, vuota. La città teatro di guerre, sia materiali, sia interiori: le guerre dell'incomunicabilità, dell'angoscia e della solitudine. La città come luogo dell'assenza di Dio. La città disposta a tributare un omaggio formale ai profeti che la solcano, ma che ignora le concrete domande dei figli (oggi, le mamme della scuola intestata a don Carlo diserteranno la cerimonia di beatificazione, prevista per le ore 10 in Duomo, in segno di protesta contro i tagli del Ministero, che ha lasciato a casa 15 delle 60 maestre provocando seri disagi agli alunni, disabili gravi). Carlo, nome fatale per gli ambrosiani, non venga dunque vanificato su un altare, ma continui a percorrere queste vie. Se vogliamo che le nostre Ninive d'oggi conoscano ancora un respiro di speranza.

domenica 18 ottobre 2009

19 ottobre: anniversario di Aldo Capitini, filosofo religioso, ideatore delle marce per la pace

(Calendario Liturgico: COMMEMORAZIONE, colore liturgico del Tempo)

Aldo Capitini nacque a Perugia il 23 dicembre 1899 da una famiglia della piccola borghesia: suo padre era un impiegato comunale. Conseguito un diploma tecnico, la sua sensibilità ben presto lo porta come autodidatta agli studi classici e umanistici fino a sostenere gli esami liceali ed ottenerne il diploma. Si iscriverà alla Normale di Pisa dove conseguirà la Laurea in Lettere e Filosofia; nella stessa Università lavorerà come Segretario Economo. Con l'avvento della dittatura fascista ed il suo rifiuto di iscriversi al Partito Fascista, Capitini perde il lavoro e per mantenersi deve dare lezioni private. L'atteggiamento alquanto accondiscendente della Chiesa Cattolica Romana verso la dittatura, lo porta ad interessarsi anche dell'ambito religioso, di cui auspica una Riforma che, come nel sociale, vede possibile con il metodo della nonviolenza indicato da Gandhi; inizia in quel periodo la sua adesione anche al vegetarianesimo. Per le sue idee democratiche e antiautoritarie, conosce per due volte il carcere sotto il fascismo. Nel dopoguerra darà vita ad iniziative volte alla partecipazione democratica e in aperta contestazione delle Istituzioni sia Civili che Religiose di carattere autoritario; questo atteggiamento di onestà intellettuale gli costerà l'isolamento sia civile che religioso. Scrive di Capitini il suo amico Norberto Bobbio: "La ragione per cui, in Capitini, la battaglia contro la Chiesa e la battaglia contro lo Stato si confondono, si sovrappongono, è che il nemico è sempre lo stesso: il potere che viene dall'alto, anche se viene là con la coercizione spirituale, qua con la coazione fisica". Aldo Capitini, quest'uomo mite e onesto, professore di Pedagogia all'Università di Perugia, porterà avanti le sue idee anche con importanti scritti come La Compresenza dei Morti e dei Viventi, Vita Religiosa, Religione Aperta. Morirà il 19 ottobre 1968; sulla sua tomba la scritta: "Libero pensatore".


UFFICIO DI SESTA: sal 1 e 8

Preghiera Propria (monaci arancioni)

Signore nostro Dio, nella vita e nelle opere del filosofo Aldo Capitini, noi abbiamo l'esempio e l'insegnamento di un uomo che ci addita la via della nonviolenza che è rispetto delle creature che tu hai voluto. Questo uomo ci indica la via della mitezza e della pace che è profonda comunione con l'esistente, e del Servizio che non è mai esercizio di potere. Donaci sempre di capire che tutto ciò che è potere e violenza non viene da te; tu che nel Logos ci hai ricordato che la religione è per l'uomo e non l'uomo per la religione. Per Cristo, nostro Signore. - Amen.


(grazie a Ronny Rik)

sabato 19 settembre 2009

ITALIANI e italiani

La morte è sempre dolorosa. Ancor più se ti sorprende giovane, nel pieno delle forze. E a maggior ragione quando è insensata (pur se, finora, non sono riuscita a trovare un vero senso a qualsiasi morte). I nostri sei parà, vittime di un crudele attentato a Kabul, erano giovani, erano "solidi professionisti" (M. Serra), consapevoli del loro destino.

Li rispetto, ma provo disagio quando OGNI GIORNO muoiono (e non in "missioni di pace") quattro operai sul lavoro e nessuno ne parla. Quando c'è chi perde quel lavoro e lo grida dai tetti, e in tv ci rabboniscono con fandonie sulla crisi "ormai alle nostre spalle". Quando ai precari incatenati sui provveditorati, e alcuni sono tali da vent'anni, giungono irrisioni e sputi, e nessuno ne parla. Quando ascolto un ministro affermare "noi non intendevamo esportare la democrazia" mentre invece era proprio questa la missione "salvifica" di cui si erano riempito la bocca Bush e i suoi vassalli, coi risultati che si sono visti. I talebani ci sono ancora, più forti di prima, Osama non è mai stato catturato, l'"economia" principale del Paese è data dal traffico d'oppio e non mi pare che i "nostri" l'abbiano fermato e/o garantito una maggior sicurezza alla popolazione, soprattutto femminile, di quei luoghi. E nessuno dice mai, oltretutto, che la maggior parte delle vittime di quell'assurdo conflitto sono civili, in particolare bambini. Se realmente si vuole aiutare quel paese, occorre ripensare a centottanta gradi alle "missioni". Non dico nemmeno di andarcene. Ma dico che, così com'è stata concepita, la missione è FALLITA ed è inutile fingere di non rendersene conto. "La chiamano missione di pace - denuncia un pulpito insospettabile come quello di Gioacchino Illiano, vescovo di Nocera Superiore, il paese di uno dei caduti - ma è una guerra vera e propria, per cui il governo dovrebbe assicurare maggiore tutela a questi ragazzi".



mercoledì 9 settembre 2009

Non siamo tutti uguali (parte seconda)

Proprio nel giorno contro la violenza sulle donne, Lubna Ahmed Hussein ha vinto la sua battaglia: è libera, e non dovrà nemmeno pagare la multa (ci ha pensato il sindacato giornalisti). Ma lei insiste, vuole andare al carcere per deferire il suo caso alla Corte costituzionale. Una grande vittoria, seguita purtroppo da notizie tristi. I media stanno celebrando con solenni epitaffi (molto maggiori di quelli dedicati a Teresa Strada e al compleanno di Emergency) la morte di Mike Bongiorno, avvenuta ieri all'età di ottantacinque anni. Per carità, ha scritto la storia della tv (nel bene e nel male). Riposi in pace. Il fatto è che negli stessi istanti, nella Casa circondariale di Pavia, moriva a 41 anni Sami Mbarka Ben Gargi, oscuro tunisino dai trascorsi tutt'altro che gloriosi. Un "nessuno" deceduto per fame, dopo una protesta durata oltre un mese. Protestava la sua innocenza, evitando di toccare cibo e di bere acqua. Non un'associazione "per la vita" si è levata a sua difesa, nessun Giuliano Ferrara ha portato bottiglie d'acqua fuori della prigione. Così Sami è morto. Il direttore del carcere ha dichiarato, con un laconico e significativo anacoluto: "Un soggetto, già privo della sua libertà, non puoi privarlo della facoltà di poter decidere e quindi di autodeterminarsi". In questo pessimo italiano si potrebbe parafrasare la famosa formula "il carcere rende liberi", come rendeva liberi, e sempre da quella cosa chiamata vita, i soggetti d'un altro carcere di tanti anni fa. E poi, era solo un tunisino.

Aria di Daniele Silvestri



mercoledì 19 agosto 2009

Il cuore dell'America, le viscere del maschio

Grazie a lei avevamo scoperto Hemingway, Spoon River, e - per quanto mi concerne - la beat generation (fantastico il suo Beat Yippie Hippie), soprattutto Ginsberg. La vidi una volta sola, proprio assieme al suo amato poeta, ai Magazzini Generali a Milano: ultima volta anche per lui, era il 1996 e Allen morì di lì a poco. Adesso anche Fernanda Pivano non c'è più.
Che irritazione, in questi giorni, le fanfaluche dei reduci pentiti di Woodstock, Arlo Guthrie diventato repubblicano, i vecchi ex-spinellati trasformatisi in banchieri, le riviste finto-trasgressive, i sermoncini dei militanti che scuotendo i ricci grigi e cadenti gorgogliano che no, era tutto finto, un sogno, un'illusione (del resto lo aveva predetto persino il ben più autorevole genitore di Arlo, Woody...). Fernanda era, in tal senso, fuori del tempo e della commercializzazione. Rileggetevi l'introduzione a Jukebox all'idrogeno di Ginsberg, e capirete perché quest'ultimo era un vero artista e la generazione "battuta" un fenomeno ben più imprendibile, e profondo, e tragico, della speculazione degenerativa degli organizzatori di tour negli stadi. Il mondo "battuto" era un mondo sconfitto e alla rovescia, che necessariamente doveva venir rovesciato, catapultato, suicidato (e non pochi lo misero in pratica, in effetti). Fernanda aveva afferrato i palpiti di un cuore escoriato e in rovina, i fremiti d'una decadenza forse perdente e disperata, ma al tempo stesso capace di lanciare un ultimo, stramazzato urlo (howl) verso un ordine impassibile e immutabile. Per questa vocazione alla sconfitta tale decadenza è stata mitizzata e strumentalizzata, elevando l'auto-annientamento a pratica seducente e seduttiva. Fernanda l'aveva compreso, e non smetteva di spiegarlo, alla gente, nelle scuole.
Nel giorno in cui scopare la Pivano, si svolgono le convulse elezioni in Afghanistan. Sotto tiro, come sempre, le donne, e le rivoluzionarie di Rawa furono facili profetesse quando denunciarono la truffa del "moderato" governo Karzai (quello che, per accattivarsi - senza successo - le simpatie di quei simpaticoni degli "studenti" talebani, ha permesso lo stupro in famiglia). C'è legame tra le due vicende? C'è, nella misura in cui la Pivano ha scoperto il volto d'una società svanente e inaudita, anarchica, disperatamente gaudiosa, e la ferrigna chiusura dell'ordine eccessivo che è solo il paradigma del desiderio nascosto di (quasi) ogni uomo. La donna muta, fantasmatica, inesistente. Pronta solo a servire. Nella sua bella intervista Cohn-Bendit ha sostenuto che "tutti gli italiani aspirano a diventare [di fatto] piccoli califfi". In verità, sotto sotto, la maggior parte degli uomini coltiva il sogno del piccolo talebano, di cui i tirannelli di ogni latitudine e credo sono le puntuali riedizioni.Non ci sarà pace né pacificazione, noi non la daremo, fin quando il piccolo e grande talebano non sarà sconfitto nelle menti e nelle viscere. Noi non siamo, non vogliamo più essere una generazione sconfitta e battuta. Non ci avrete.


ULTIM'ORA - 1: malgrado le minacce talebane, vota la maggioranza degli afgani. Almeno ciò risulta da fonti occidentali. E poco c'importa, ora, sapere chi dei due pavoni ha effettivamente vinto (Karzai o Abdullah). Correvano anche due donne, senza ovviamente alcuna chance di affermazione, ma presentarsi alle elezioni in un Paese come quello è a dir poco eroico. "Ormai non abbiamo più paura", ha però commentato una di loro. Persino al terrore si sopravvive. Una lezione anche per noi: quando ho visto immagini di donne afgane che, uscendo dal seggio, mostravano trionfanti il loro dito intinto di blu, mi sono commossa. A proposito: oggi (22 agosto) inizia il Ramadan. Auguri a tutti i veri musulmani (pertanto, non agli integralisti).

ULTIM'ORA - 2: altre due ragazze (tra cui una minorenne) violentate nei pressi di Roma. La furia maschile non si arresta. Anzi: non li arrestano proprio.

martedì 30 giugno 2009

Presenti!...







Anche la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza era al Pride genovese del 27 giugno. Lascio parlare queste belle immagini, rinnovando i miei complimenti ai ragazzi che hanno allestito un carro festoso e approfittato di quest'occasione per ribadire il loro (nostro) bisogno di una società più solidale, equa, rispettosa.




domenica 14 giugno 2009

L'ultima campanella

E siamo giunti alla lettera P. Anzi, alla triade. Quest'anno il miracolo è avvenuto, sono riuscita a spiegare P. P. P. ai miei studenti di quinta. "P" come "Programma", l'eterno incubo degli insegnanti. Stavolta concluso, e abbondantemente. Così la voce leggera, bolognese, sfilata e quasi bianca di Pasolini è risuonata nell'aula "Info 3" dell'Istituto tecnico ***, e la sua sagoma al tempo stesso aguzza e gentile, gli occhi protetti da lenti scure, le guance scavate, quasi erose, da chissà quale tormento adolescenziale o profondo, si è materializzata davanti ai miei alunni, soprattutto alle mie alunne. Le quali, alla visione di Comizi d'amore, non hanno potuto trattenere commenti spontanei, ironici, increduli, a volte impazienti. Come volessero parlare direttamente con lui. Termini come "gallismo" sono ormai decaduti nel vocabolario italiano, ma lo spirito no, quello è rimasto, trucemente amorale e già nebbioso, così immobile nell'Italia dove non si ammetteva il divorzio ma la copertura delle corna sì, e piuttosto che sacrificare la santità della famiglia meglio risolvere il tutto con una coltellata. Uomini del Sud, certo, ma pure signore bene preoccupate solo della forma, che sempre, in questi casi, è sostanza. Donne della Bassa emiliana che per le mie allieve "avranno come minimo sessant'anni" e io a spiegare che, al massimo, saranno state quarantenni. Provenienti da un'epoca di infinita pazienza e parti, ma proprio perché ancestrali, più dirette e immediate, ingenue e perciò indulgenti, dei loro uomini. E molti bambini, bambine anche. Si capiva, ha commentato una ragazza, che "Pier Paolo amava le donne". Era così, amava le donne, e si rivolgeva ai giovani da pari a pari. "Ma anche ai cantanti, ai calciatori?" mi ha domandato un'altra, stupita di vedere l'intellettuale in calzoncini corti nel rettangolo di gioco e alle prese con un imbarazzato Peppino di Capri. Signorine al ballo secondo cui gli "invertiti" da curare "se c'è rimedio, sennò pazienza", e le ragazze in sala che protestavano: "Ma non è mica una malattia!". Ignoravano che molti politici attuali, e la Chiesa, e la pubblicistica corrente, la considerano ancora tale. Peggio: secondo i signori appena citati, la "malattia" è tornata a essere un vizio, come si riteneva nei tempi più bui dell'Inquisizione. Lo ignoravano, i ragazzi; ora però lo sanno. Si regolino di conseguenza...
Così abbiamo potuto riflettere anche su quel pensiero di Moravia: "L'uomo religioso non si scandalizza mai". A differenza degli atei cattolici di ieri e di oggi, nel Paese che allegramente sta rinunciando alla libertà, e che alla croce di Cristo preferisce sempre più quella uncinata.
Questo concetto di "homo religiosus" ha lasciato i miei studenti un po' impicciati. Meno male. Affronteranno l'esame e si butteranno nella vita, combattere apertamente il sistema gli riuscirà estremamente arduo, di fatto impossibile, e molti di loro non ci proveranno nemmeno. L'unica speranza, lontana, flebile, fumigante, è aver consegnato almeno l'idea d'una realtà meno prevedibile, se non addirittura parallela, con cui il sistema non può né deve andar d'accordo; e chissà che, dopo la cena assieme, oltre i volti educati, ancora col diritto a un azzurro candore, il ricordo di un anno lontano si riaffacci, di un giorno in cui hanno sentito che "Tonino e Graziella si sposano" , e pensino che l'amore non è crudele sventatezza dei sensi, ma sentimento dolce e rivoluzionario.
In quarta, invece, mi hanno salutato in coro: Nel sole. L'avevamo, o meglio l'avevo, intonata nella gita scolastica a Roma, nel marzo scorso. Sono stata una prof rigorosa, esigente, allegra, canterina e... golosa. Sanno come viziarmi. In fondo, di loro sono anch'io un po' figlia.
Oggi una di loro verrà premiata. Ha vinto un concorso letterario. E' turca. La migliore nella mia materia. Italia multietnica, grazie a Dio.


martedì 9 giugno 2009

Obama per la pace in Medio Oriente, contro gli insediamenti


Riceviamo e volentieri pubblichiamo.


Cari amici,

Obama sta chiedendo con forza al governo di destra di Israele di fermare gli insediamenti, che stanno distruggendo le speranze di pace -- diamo vita ad un coro globale di voci per aiutarlo a sovrastare l'agguerrita opposizione in Israele e negli Usa.

Le cartine della Cisgiordania mostrano come i Palestinesi siano ormai confinati in parti molto ridotte della loro terra: Il Presidente Obama ha appena tenuto un discorso straordinario in Egitto, nel quale si è impegnato personalmente a costruire la pace nel Medio Oriente. La sua prima mossa è stata sorprendentemente di sfidare il nuovo governo di destra di Israele, alleato americano mettendolo sotto pressione per far cessare la politica autolesionistica degli insediamenti (colonie illegali sul territorio riconosciuto dagli Usa e dal mondo come palestinese). Questo è un raro momento di crisi e di opportunità. L'ardita strategia di Obama deve fare i conti con forti resistenze, e avrà bisogno di aiuto da tutto il mondo nei prossimi giorni e settimane per rafforzare le sue intenzioni. Iniziamo subito con un coro globale di voci a supporto dell'affermazione di Obama che gli insediamenti nei territori occupati devono finire. Faremo pubblicare il numero delle firme su importanti giornali in Israele e a Washington (dove ci sono tentativi di alienare a Obama il supporto del Congresso Usa).

C'è ampio consenso sul fatto che gli insediamenti siano un impedimento importante al raggiungimento della pace, un punto di vista condiviso anche da una maggioranza silenziosa di Israeliani. In combinazione con una rete di barriere e posti di blocco queste colonie ormai tappezzano la Cisgiordania, occupando il territorio e obbligando i Palestinesi a vivere come prigionieri in enclavi sempre più piccole. Fino a che questo tema non sarà affrontato sembra impossibile costruire sia un vero stato paestinese che un pace durevole, di qualsiasi sorta Per gli stati arabi che cercano di impegnarsi ad aiutare la pace il fermare gli insediamenti è un test fondamentale per la credibilità di Israele. Dobbiamo chiedere anche alle altre parti in causa di fare passi audaci. Se riusciamo ad aiutare Obama a mantenere questa linea sugli insediamenti, a far cambiare strada alla politica israeliana e a incoraggiare i Palestinesi e altri stati arabi a offrire una mano tesa, un nuovo inizio per il Medio Oriente diventa possibile. Ma nulla di tutto questo potrà accadere senza un movimento di opinione globale che agisca e supporti il processo.

Leggi le parole di Obama, aggiungi la tua firma e fai girare la voce ora:


Con speranza e determinazione,


Paul, Raluca, Ricken, Brett, Paula, Graziela, Rajeev, Iain, Taren, Milena, Luis, Alice e tutto il team Avaaz

sabato 23 maggio 2009

Laggiù

Mia madre ricorda sempre che Porta Venezia, a Milano, era mèta di pellegrinaggio per lei e per tutta la famiglia. Abitavano poco lontano, in Corso Buenos Aires, in un palazzone liberty scrostato. Ci erano finiti chissà come, forse rifugiati, sbadati dell'arte come tutti i disperati di quegli anni lontani. I fregi curvilinei non potevano interessarli, l'importante era un solido tetto, e l'avevano occupato, come topi spauriti. Quel palazzone ottocentesco aveva conosciuto anni migliori. Ma decadeva in un destino d'oblio: niente ascensore, soprattutto niente bagno. E così, la domenica mattina, tutti in fila verso Porta Venezia, con sapone, panni e asciugamani: "Laggiù c'era un diurno", ha spiegato la mamma. "Laggiù" è oggi una vestigia, una nicchia, una strana edicola sacra: il diurno è scomparso da tempo, lasciando di fronte a sé un vasto spazio di desolazione, in cui s'ammassano spente storie irresolute. Decisamente poco raccomandabile, avventurarsi da quelle parti. A qualsiasi ora del giorno.

Non è nemmeno marginalità, ma usura. Anime sperse, condannate al grigio del bitume. Passano come ombre, non si materializzano mai. Sono nullità temute, prive persino di tragicità. Infondono semmai un cupo e confuso disagio, e le lacrime salgono senza saper perché. E' la coscienza che stride e sfugge, che viene rapinata a quelle esistenze dozzinali, perdenti già dalla nascita. Nel loculo dimenticato, anzi mai scoperto, due anni fa è sorto un ritratto. "Laggiù", nella cornice scioccamente pretenziosa, una mattina qualcuno ha trovato un'icona ferma e al tempo stesso palpitante: un Cristo senza occhi, che spande nero dappertutto. Uno sguardo buio come quelle esistenze impalpabili, nato in un nascondimento diruto. Se ne accorsero persino alcuni giornalisti del Tg Regionale, che lanciarono un appello per ritrovare l'autore di quell'insolito affresco. Ma non si presentò mai. Al punto che si diffuse la convinzione che, come il Cristo di San Giovanni in Laterano, non fosse stato "dipinto da mani d'uomo".

Il Cristo è sempre al suo posto, e t'accoglie con severa e penetrante dolcezza all'uscita della metropolitana. Emerge tra bancarelle di chincaglieria dozzinale, negozietti equivoci, spazzi d'erba gualcita ed ex-cinemini porno. "Laggiù", dove non te lo aspetti, nel mezzo d'una città sì pagana, ma senza gloria; fra ombre mute, prive di fascino e colore. Grigio.
L'ho scelto come corollario del video d'uno stupendo brano di Renato Zero, uno degli esordi: Salvami. Che racconta ciò che non si osa, perché sconciamente inutile: il giovane di cui Renato parla vende il suo corpo sulla stessa strada bituminosa, perché non c'è posto, per lui, nell'albergo della vita lumescente. Renato aveva sicuramente davanti agli occhi la desolazione infuocata del selciato romano, non l'umore freddo degli stambugi del Nord; ma nulla cambia, in fondo; siamo sempre in un "laggiù", sempre in mezzo a cartacce, marginalità e preistoria. Fissità. Il mondo atemporale della plebe. Quelli per cui è sempre così, e nulla mai cambierà.

Quelli che li chiamano "rassegnati". Quelli che il paradiso non osano nemmeno sperarlo, perché non sanno cosa sia. Quelli che non possiedono la fantasia dello spirito.

Renato (ma, prima di lui, Pasolini) ha osato svelare al mondo che costoro aspirano a essere salvati. Che dal loro "laggiù" fatto di sguardi orizzontali vorrebbero non risorgere, ma veder finalmente l'aurora. Un inizio vero. Il Cristo del "laggiù" è allora il Cristo per loro. Quindi per tutti. Il Cristo che il mondo altro non si aspetta. Il Cristo che a quell'invocazione "Salvami" ha già risposto, con lo stesso occhio fraternamente accostato, ma in qualche modo arcano e superno. Anche laggiù, nella materia bruta della metropoli e dei nostri cuori rattrappiti. Non esistono chiese. Forse è vero, forse è troppo umano per essere sbocciato da mani d'uomo.



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