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giovedì 11 dicembre 2008

Allo specchio


Come un reporter d’assalto mi lancio nella mia ultima inchiesta.

Se è vero che certi popoli hanno tendenze “naturali” o “culturali” particolari quali tendenze ha il popolo italiano? Per farlo ho pensato fosse utile indagare fra chi a suo tempo ci ha “accolti” come immigrati e si è potuto fare un’idea di “noi” come noi ce la stiamo “facendo” di chi arriva nel nostro paese. Ovviamente non potendo andare indietro nel tempo e non potendo andare neanche negli Stati Uniti mi sono accontentato di infiltrarmi in una enclave di studenti americani a Firenze per ascoltare cosa dice il loro “buon senso” a proposito.

Pensavo di essere seduto ad un bancone di un pub invece mi sembrava di stare davanti ad uno specchio, uno di quelli che ti deformano fino a renderti irriconoscibile. John dopo un paio di birre perde ogni freno inibitore e comincia a raccontarmi un aneddoto.

-          Un avvocato americano aveva appena finito il suo intervento come ospite al corso che sta frequentando qui in Italia quando un avvocato italiano gli si è avvicinato chiedendogli se era vero che negli USA quando una persona cade inciampando su un marciapiede può far causa al proprietario chiedendogli un mucchio di soldi.

           Quando gli fu detto che era vero, questo si girò per parlare rapidamente con il collega italiano. Quando ebbero finito l’avvocato americano chiese loro se stessero pensando di andare negli States per praticare legge.

           “No, no” rispose uno dei due. “Vogliamo andare in America e cadere su un marciapiede”.

Devo riconoscerlo. John è spiritoso e le barzellette le sa raccontare proprio bene. Quando gli dico che anche a me sarebbe sempre piaciuto andare negli States magari anche per restarci mi chiede stupito se mi chiamo Tony.

-          Che c’entra?

-          Come non lo sai? Non sai perché tutti gli italo-americani si chiamano Tony?

-          No.

-          Perché quando salivano sulla nave per l’America gli stampavo To N.Y. sulla fronte!

John si sta facendo delle grasse risate. Rido con lui anche se questa non l’ho trovata molto divertente. Che si crede, che me ne andrei a New York su di una nave con la valigia legata con lo spago?!

Non migliora di molto la situazione quando poco dopo cerca di rimediare dicendomi che secondo lui non avrei avuto bisogno di emigrare.

-          Non sei un criminologo?

-          Si, cioè quasi.

-          Allora avrai sicuramente più lavoro qua in Italia.

-          Perché?

-          Non sei molto aggiornato eh? In Germania ha fatto scalpore il nuovo brevetto di una macchina speciale, che permette di acciuffare ladri in soli 5 minuti. Installata negli USA, ha fatto prendere 1000 ladri in 5 minuti. Installata in Giappone, ha fatto prendere 6000 ladri in 5 minuti. Installata in Italia, e' stata rubata in 5 minuti.

-          Buona questa John! Ma occhio al portafoglio che il posto è affollato e io sono un criminologo non un poliziotto.

-          Non ti preoccupare, ho preso le mie precauzioni, so che non tradiresti mai un tuo connazionale.

-          Che vuoi dire?

-          Non te la prendere, non è una cosa personale, ma lo sai cosa si dice degli italiani no?

-          No John non lo so, ma se è un’altra delle tue barzellette non lo voglio sapere.

-          Non è una barzelletta, è la verità.

-          Cosa?

-          Il motivo per cui gli italiani odiano i Testimoni di Geova…

-          Sarebbe?

-          Li odiano perché odiano TUTTI i testimoni.

Ho come l’impressione che mi stia dando del ladro o del mafioso. Poi penso solo che abbia bevuto un po’ troppo. E poi se me la fossi presa sarei passato per un permaloso e la mia missione sarebbe andata a farsi benedire. Cosi ho cercato di cambiare discorso. Gli ho chiesto cosa pensasse del prossimo G8 che si sarebbe tenuto in Sardegna. Mi ha espresso i suoi dubbi su un G8 organizzato da Berlusconi ricordandomi che il precedente non giocava certo a suo favore. Dice di non capire perché abbiano organizzato un nuovo G8 in Italia dopo che a Genova erano state confermate le previsioni di ogni persona di buon senso.

-          Vuoi dire che sapevi già che sarebbe stato quell’inferno.

-          Ovvio.

-          Come facevi scusa?

-          Lo sanno tutti. Nel paradiso europeo i poliziotti sono inglesi, i meccanici tedeschi, i cuochi francesi, gli amanti italiani e tutto è organizzato dagli svizzeri. Nell’Inferno europeo invece i poliziotti sono tedeschi, i meccanici francesi, i cuochi inglesi, gli amanti svizzeri e tutto è organizzato dagli italiani.

-          Ah ah. Non è che tu abbia dei timori per la vita di Obama?

-          Perché avete intenzione di uccidere anche lui?

-          Come ANCHE lui? Chi avremmo ucciso?

-          Non sai chi ha ucciso Kennedy?

-          Lee Oswald?

-          No. Duecento tiratori di “precisione” italiani.

Disorganizzati e imprecisi dunque. Quando ha visto la mia espressione di disappunto cerca però di rimediare dicendomi che sa che non siamo tutti uguali, sa che io non sono il tipico ragazzo italiano.

-          Da cosa lo deduci?

-          Dalla tua capigliatura.

-          Che fai sfotti? Io non ho una capigliatura!

-          Appunto. Lo sai cosa dice un barbiere a un italiano?

-          No, cosa dice?

-          Vuoi un taglio di capelli o devo solo cambiarti l’olio?

-          Ah ah. Parli te che fino a ieri avevi un presidente che sembrava una scimmia.

-          A proposito.  Se Tarzan e Jane fossero italiani cosa sarebbe Cita?

-         

-          La meno pelosa dei tre!

A questo punto decido che ne ho abbastanza. Sia della birra, sia di John, sia delle barzellette sugli italiani. Di materiale ne ho già raccolto abbastanza. C’aveva proprio ragione il Benigni. Bisognava fermarlo Colombo.

 

 

venerdì 26 settembre 2008

RISORGIMENTO E REVISIONISMO






A proposito di Porta Pia
di Franco Cardini - 24/09/2008

Fonte: Identità Europea [scheda fonte]






Credo che in questo paese si debba ancora imparare a discutere e magari a polemizzare: ma con serenità e, possibilmente, anche con qualche argomento che vada al di là delle pillole di conformismo e di politically correct.


Non riesco per esempio a capire perché nella nostra opinione pubblica e nei relativi mass media si debba sempre e per forza gridare allo scandalo ogni volta che qualcuno azzarda pareri dietro i quali sia sospettabile la presenza di di tesi o anche solo di proposte che appena appena escano dai solchi ben collaudati delle idées données e delle Verità Inconfutabili garantite dai manuali di scuola media e ripetute dai poligrafi travestiti da ricercatori che impestano le nostre librerie con best sellers regolarmente scopiazzati da vecchi libri di storia. Quelli col Barbarossa cattivo e i lombardi buoni, col Radetzky feroce e i bravi Tamburini Sardi, col “Mamma li Turchi” e col meno-male-che-c’è-stata-Lepanto. Insomma, con la storia detta, ripetuta, collaudata e ribadita sul metro di quei geniali maĩtres-à-penser che molti decenni or sono, mossi a pietà degli studenti pigri, redassero i manualetti noti come “Bignami”. E, se ci si oppone al Bignami, ci si becca la condanna secca come una mannaia: “revisionisti!”.


Ora, premesso che “revisionismo” è parola che dalla storia della politica sé Internazionale” per poi dilagare nel mondo della semistoria e della pseudostoria, è necessario sia chiaro che il lavoro degli   storici, intendo di  quelli veri, consiste sempre e inevitabilmente, in gran parte, nella revisione delle tesi e delle letture dei fatti quali gli sono state confidate da chi ha lavorato prima di lui. Non esiste quindi nessuna pagina di storia che sia stata scritta una volta sola e per sempre. La storia è una fatica di Sisifo.


Ecco perché è stata obiettivamente ridicola, al di là di qualunque posizione si voglia difendere, la polemica scatenata dall’orazione del generale Antonio Torre che, commemorando ufficialmente il 20 settembre scorso il 138° anniversario della Breccia di Porta Pia, si è particolarmente soffermato sui 19 caduti dell’esercito pontificio sorvolando su quelli italiani; e che il sindaco di Roma Gianni Alemanno non abbia dal canto suo provveduto a rimediare alla gaffe dell’alto ufficiale: sempre che – ha commentato qualcuno – solo di gaffe si sia trattato e non, orrore, di “scelta di campo” o peggio, raccapriccio, di “revisionismo”.


Ora, va da sé che in una sede ufficiale e paludata, per sua natura retorica e convenzionale, come quella di una commemorazione pubblica, non è mai il caso di lasciarsi andare a discussioni storiografiche: il che del resto non era senza dubbio nelle intenzioni e forse nemmeno nelle possibilità obiettive del generale Torre, che fa il militare e non lo storico.


Quel che però non mi meraviglia  affatto – ormai so da tempo che cos’è l’Italia -, ma comunque continua a indignarmi, è la desolante piattezza del coro, praticamente unanime, di giornalisti, di politici e perfino (e ciò m’è dispiaciuto) di qualche storico serio: tutti allineati e coperti nello stigmatizzare il silenzio di Alemanno o comunque la sua scarsa energia nel difendere, a scanso di equivoci, la tesi ufficiale della quale egli, in quanto sindaco, viene considerato una specie di garante e di custode (e a dire il vero non se ne capisce il perché).


Insomma. Perché mai non si dovrebbe cominciar a dire che in realtà la storia del nostro Risorgimento, così come si svolse tra 1848 e 1870, non andò affatto come andò perché non avrebbe mai potuto andare altrimenti; e tanto meno che non andò per nulla nel migliore dei modi possibili? E, badate, qui ucronia e fantastoria non c’entrano per niente. Il dogma che la storia non si possa scrivere “al condizionale”, “con i se e con i ma”, è una fesseria che nessuno storico serio – a parte un manipolo di paleostoricisti convinti – non dice più da molto tempo. E non sono io ad affermarlo: bensì uno dei più grandi studiosi viventi, David S. Landes.


La discussione non è affatto oziosa: e tanto meno lo sarebbe al livello politico, se non vivessimo in un paese dominato, fra le altre cose, da una disinvolta schizofrenia e da un’impudica ostentazione d’incoerenze. Vorrei proprio che qualcuno mi spiegasse perché, nei nostri manuali scolastici, continua tuttora a trionfare una visione del Risorgimento degna del libro Cuore e delle Maestrine dalla Penna Rossa – alcuni epigoni delle quali sembrano oggi sedere sugli scranni del governo – mentre quel governo stesso si regge con l’appoggio determinante d’una forza, la Lega Nord, che se fosse un po’ meno bécera dovrebbe pur sviluppare, appunto nel quadro di quanto essa stessa sostiene, anche un serio discorso critico sulle scelte che condussero al processo d’unità nazionale, sui metodi che furono adottati per conseguirle, sulle conseguenze a cui condussero. Perché la soluzione unitaria e centralista, voluta dalla monarchia sabauda che mirava all’espansionismo del suo potere dinastico e dai dottrinari “neogiacobini” che seguivano Mazzini e Garibaldi (e una parte dei quali sacrificò al dogma dell’ “unità indivisibile” i suoi stessi ideali repubblicani), non solo per lungo tempo non era stata l’unica possibile, ma era stata quella considerata, anche a livello internazionale, la più avventuristica e pericolosa.


L’unità proclamata nel 1861 e coronata dalla presa di Roma del 1870 andava direttamente contro un millennio di storia italiana, ch’è e sempre stata per sua natura policentrica, municipalistica, regionale e cittadina; e i capi degli stati italiani preunitari, a cominciare dal papa,  si erano tutti – sia pur in diversa misura – adattati ad accettare una formula di unità federale, su un modello non lontano da quello che (essa sì in coerenza con al sua storia) fu adottata dalla Germania proprio in quello stesso 1870. E in tale senso, anche se con accentuazioni diverse, si erano espressi gli ingegni migliori e più equilibrati del nostro Risorgimento, dal Gioberti al D’Azeglio al Cattaneo.


Ma il governo piemontese, guidato dal Cavour e dai suoi successori, scelse – fino a un certo punto in accordo con Napoleone III, poi addirittura senza e contro di lui – la politica delle provocazioni, dei colpi di mano e dell’alternanza di menzogne e di atti di violenza per giungere, contro il diritto e la legittimità internazionali, alla violazione patente dei diritti dello stato pontificio. Che oggi tutti, anche senza sapere di che cosa si trattava, si sbracciano a qualificare di “corrotto”, di “incapace”, di “antistorico”, mentre la realtà del tempo non presenta per nulla tale quadro. Né si capisce perché si continui a far finta di non ricordare che la presa di Roma poté compiersi, proditoriamente da parte italiana, non appena, in conseguenza della sconfitta di Sedan, la protezione dell’imperatore dei francesi a Pio IX venne meno. O perché molti abbiano rimproverato il generale Torre per il suo omaggio – da soldato, se non altro – agli zuavi e in genere ai volontari che accorsero soprattutto dalla Francia a difendere il papa che aveva tutto il diritto a non venire attaccato su quel territorio che egli legittimamente governava.


E sarebbe poi stata con certezza peggiore, per esempio, un’Italia federale, di quanto sia stata l’Italietta unitaria che determinò la questione del Mezzogiorno, provocò scandali finanziari gravissimi a ripetizione, inventò infamie fiscali come la “tassa sul macinato” ch’era una vera e propria tassa sulla miseria, coniò “leggi internazionali” e massacrò contadini siciliani (Bronte) e operai (i cannoni ad “alzo zero” del Bava Beccaris, decorato dal “Re Buono”), fu incapace di rimediare al flusso continuo di poveracci che abbandonavano il paese per disperazione e si dimenticò del destino degli emigrati,  infine ci gettò inutilmente – e con opportunistica furbizia – nel grande macello della prima guerra mondiale, da cui sarebbero  appunto usciti i tanto detestati comunismo e fascismo? Aveva davvero proprio tutti i torti, l’ “infame” Franti?


Così è, se vi pare. Perché non proviamo a discuterne pacatamente, invece di stracciarci le vesti ogni volta che qualcuno prova a commettere l’indicibile peccato consistente di cercar di rimetterci in moto le meningi? E chiamatelo, se volete, “Revisionismo”.








dal sito: http://www.ariannaeditrice.it

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