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6.4.26

La speranza deve essere il motore del malato»





Se fossero destinati alla ricerca i 10 miliardi all anno (ogni anno )in piu' ( in piu!) che Giorgia si e impegnata a spendere in armi per servaggio a Trump , quanti malati di cancro potremmo salvare?  Idem.  come risponde. un mio. compaesano Meloniano 
Se fossero destinati alla ricerca i 20 miliardi all’anno [(ogni anno )in piu' ( in piu!)] di interessi sul debito che ci sono costati i Superbonus edilizi per il 4% spesso di non proprio non abbienti proprietari di ville, villette, castelli, quanti malati di cancro potremmo salvare…..
Invece “Giorgia” si è impegnata a spendere in armi, oltretutto per “servaggio a Trump” non per rendere l’Europa autonoma e indipendente e in grado quindi resistere ad un “criminale e fascista” amichetto di Trump…

«La speranza deve essere il motore del malato»

L’oncologo Giuseppe Curigliano: «Per prevenire oggi bisogna vivere più lentamente»

a Berlino, al congresso della European Society for Medical Oncology (Esmo), dove è stato eletto presidente

«Un malato non deve mai perdere la speranza. Mai. Sconfiggeremo il cancro e scopriremo il codice della vita. Ci vorranno cent’anni, ma già adesso abbiamo nuove cure». Parla Giuseppe Curigliano, presidente degli oncologi europei.

Giuseppe Curigliano, 58 anni a maggio, è il presidente degli oncologi europei, ordinario alla Statale e vicedirettore scientifico dell’ieo di Milano. Con lui il Corriere comincia una serie di interviste ai grandi medici, coloro che padroneggiano i segreti della longevità e della malattia, della vita e della morte.

Professor Curigliano, qual è il suo primo ricordo?

«Vivevo a Noranda, un centro siderurgico in Canada, pieno di italiani, polacchi, francesi che lavoravano come metalmeccanici. Tutti immigrati. Abitavamo in un seminterrato. Le finestre si alzavano spingendo verso l’alto. Quel giorno mi cadde la finestra sul braccio. Era il 1971. Mamma chiamò il pronto soccorso, arrivarono questi medici, verificarono che non mi fossi rotto nulla...».

Non sembra una scena della sanità italiana.

«In Canada i bambini hanno una grande importanza sociale. Vige lo ius soli. Per i canadesi è importante avere persone di prima generazione, nate lì».

Ma voi Curigliano siete calabresi.

«Calabresi di Monterosso, piccolo paese in provincia di Vibo. Generazioni di emigranti. Anche il padre di mio padre era emigrato in America. Quando feci un periodo di formazione a Harvard, mi chiesero di tenere una conferenza sulla mia ricerca. La prima slide che proiettai era la foto del nonno in uno studio fotografico di Boston, con il fucile in pugno».

Come si chiamava?

«Ovviamente Giuseppe, come me. Tornò dagli Usa a sessant’anni, con il gruzzolo per comprare un terreno e costruire la casa. Si sposò con Caterina, molto più giovane di lui. Mio padre Vincenzo nacque in Calabria. Ma alla fine degli anni 50 la vita era impossibile. Così partì per cercare lavoro in Canada, con mia madre Rosina. Sono cresciuto bilingue. Siamo tornati che avevo dieci anni».

Quando decise di fare il medico?

«Fin da bambino. Fu decisiva quell’esperienza al pronto soccorso: i camici, il trauma, lo stress, la guarigione. Giocavo al piccolo medico, cliccavi sull’organo e si accendeva la luce».

Laurea in medicina a Roma.

«Alla Cattolica che offriva borse di studi ed alloggio agli studenti meritevoli. Fu un’esperienza bellissima. La Roma a cavallo tra gli anni 80 e 90 era una città dinamica e tollerante, che migliorò ancora quando divennero sindaci Rutelli e Veltroni. Si parlava di tutto, e si sognava. La mia generazione ha sognato moltissimo».

Qual era il suo sogno?

«Aiutare i malati grazie a una conoscenza migliore del cancro, di cui non si sapeva quasi nulla. L’unica cura era la chemioterapia. Il mio professore di medicina interna, Gasbarrini, che ora ha due nipoti medici importanti, definiva l’oncologia la branca “ignorante” della medicina interna. L’unico vero oncologo era il chirurgo».

Così lei andò in America.

«A specializzarmi a Charleston, Sud Carolina, con Mariano La Via, italoamericano di origine napoletana, che si occupava di una tecnica nuova: la citofluorimetria».

Può tradurre?

«Un modo rivoluzionario di studiare le cellule tumorali. Fu

Il digiuno intermittente ha senso. L’AI è un grande alleato. Sarei obiettore di coscienza sull’eutanasia

una grande esperienza. Imparai il metodo scientifico: generare ipotesi, avere strumenti per confermarle, e traslarle nella pratica clinica».

Cioè?

«Fare in modo che la tua idea di laboratorio possa rispondere a un quesito clinico: di cosa ha bisogno il paziente? Come gestire, ad esempio, gli effetti collaterali di una terapia ormonale? Come trovare una soluzione ad un bisogno clinico? Come curare quando non esiste una terapia disponibile?».

Qual è la risposta esatta?

«Fare il meno possibile quando si può, ovvero il minimo indispensabile. Chirurgia conservativa o durata più breve per terapie mediche. Parlare ogni giorno con il paziente. Ascoltare la sua domanda di salute».

Nel 2003 Umberto Veronesi mi disse: «Nessun malato mi ha mai chiesto di morire. Tutti mi hanno sempre chiesto di guarire».

«Lo confermo in pieno. La prima domanda che fanno sempre è: cosa posso fare per sopravvivere?».

Ma quando non si può guarire, lei cosa risponde?

«Il paziente non deve mai perdere la speranza. Mai. Perché la speranza è il motore del malato. È ciò che gli consente di affrontare il percorso di cura».

Ripeto: ma quando non si può guarire?

«Bisogna fare tutto il possibile perché quella persona possa convivere con la malattia. Senza perdere mai la speranza che un giorno possa arrivare una scoperta scientifica che cambi la storia naturale di quella malattia».

Quando sarà quel giorno?

«Non lo so. Ma arriverà. Per tante altre malattie la risposta definitiva è arrivata. Se arrivasse anche per il cancro, diventeremmo quasi immortali. Scoprire la cura per il cancro potrebbe significare scoprire il codice della vita».

Perché?

«Perché, come diceva Oriana Fallaci, il cancro è un alieno che ti cresce nel corpo e vuole essere immortale».

Quando scopriremo la cura

definitiva?

«Temo non nei prossimi cento anni».

Allora continueremo a morire.

«Sempre meno. Perché molte nuove cure specifiche stanno nascendo».

Ci faccia un esempio.

«Con le tecnologie di oggi si può intercettare il cancro. Scoprirlo prima significa identificarlo in uno stadio precoce e guarirlo. Oggi utilizziamo la biopsia liquida, troviamo tracce del Dna tumorale nel sangue periferico. Oggi per vedere il tumore noi abbiamo la Tac, la Risonanza magnetica, la Pet con glucosio. Per la Pet inietti zucchero, la cellula tumorale se lo mangia, e si illumina. Ma lo zucchero è aspecifico, non riesce sempre ad identificare bene le cellule tumorali. Con le nuove tecnologie inietti peptìdi, piccoli frammenti di proteine che raggiungono selettivamente le cellule tumorali e le illuminano, ci permettono di capire dove sono. Si chiama diagnostica nucleare».

Fin qui la diagnostica. Ma la cura?

«Lo stesso peptìde che svela le cellule tumorali lo puoi caricare di più per ucciderle».

Come funziona?

«Il peptìde porta una piccola carica nucleare: sono piccole particelle che emettono radiazioni. È una cosa che avrà un grande futuro, già si usa per la prostata e i tumori neuro-endocrini, forme rare che colpiscono il polmone o il tratto gastrointestinale. Ed è una scoperta italiana, la si deve a un fisico nucleare torinese, Stefano Buono. Dicono che Steve Jobs sia venuto in Italia a chiedere una seconda opinione. Ora avremo l’accelerazione dell’intelligenza artificiale».

In che modo L’IA ci aiuterà? «Noi ragioniamo su tre dimensioni. L’analisi multidimensionale dell’ia elaborerà molti più dati e svilupperà algoritmi per conoscere meglio la malattia. Un’alleanza enorme».

Già la usate?

«Sì. Quando sequenziamo il genoma di un tumore, vengono fuori 70 o 80 mutazioni del Dna. Qual è la più importante? Qual è quella da bersagliare per prima? L’IA te lo dice. E ti suggerisce il farmaco».

Quali sono i suoi consigli per la prevenzione?

«Uno stile di vita sano. Più rallentato, meno stressante. Non a caso i più longevi sono nei paesini della Calabria e della Sardegna: ultracentenari che fanno sempre le stesse cose, sono metodici».

E poi?

«L’attività fisica. Almeno trenta minuti al giorno allungano la vita, riducono il rischio di tumori e il rischio cardiovascolare».

Perché?

«Perché il moto riduce lo stato infiammatorio del corpo e gli consente di recuperare il suo equilibrio. Stress, intossicazione alimentare, inquinamento ambientale sono tutti fattori di rischio. Poi servono gli screening».

Quali?

«Ricerca di sangue occulto nelle feci e colonscopia dopo i 50 anni. Per le donne, mammografia e Pap test ogni anno. Per gli uomini, visita urologica. Per grandi fumatori, Tac ad alta risoluzione, che scopre tu

mori ancora molto piccoli».

E i marker?

«Oggi ci sono marker che ti dicono se hai un tumore; domani ci saranno marker che ci segnalano un pericolo. La novità più interessante è la biopsia liquida: la ricerca del Dna di cellule tumorali nel sangue. Adesso serve a correggere la terapia per migliorare la possibilità di guarigione; in futuro ci permetterà di scoprire il cancro prima che si manifesti. Si chiama “interception”: intercetti la malattia».

E il cibo?

«È sbagliata l’idea che il cibo sia una cura. Certo, puoi usare vitamine, prodotti antiossidanti, ma devi farlo in modo scientifico, per ridurre gli effetti collaterali e farlo sempre nell’ambito di studi».

E per prevenire?

Veronesi ti guardava dritto negli occhi, ti faceva sentire importante e sapeva convincerti di poter cambiare il mondo

«Bisogna mangiare di meno. Penso che il digiuno intermittente abbia molto senso. Mio nonno saltava la cena, o mangiava molto poco e molto presto, ed è arrivato a quasi cento anni».

Perché funziona?

«Perché stimola il sistema immunitario e riduce l’infiammazione».

Cosa va evitato?

«Il fumo, eccedere con carni rosse, insaccati ed alcool».

Veronesi era vegetariano, ma un po’ di vino lo beveva.

«Anch’io lo bevo, ma non più di mezzo bicchiere a pasto. Al ristorante con mia moglie ordiniamo una bottiglia, ma non la beviamo mai tutta. Purtroppo l’alcol, in quantità importanti, è cancerogeno ed aumenta il rischio per i tumori del fegato e della mammella». I cibi da preferire? «Frutta, verdura. Una dieta ipocalorica, povera di calorie».

E il caffè?

«Quello si può bere. Anzi, due caffè al giorno abbassano il rischio ed accendono il cervello».

Il suo incontro con Veronesi

come andò?

«Dopo tre anni e mezzo negli Usa, tornai per fare il servizio militare a Cameri, in aeronautica. Stava nascendo l’ieo, l’istituto Europeo di Oncologia. Chiesi di fare un colloquio, c’erano due borse di studio disponibili. Così incontrai Veronesi, che per noi oncologi era una divinità in terra».

Cosa la colpì in lui?

«Che ti guardava sempre negli occhi. Non tanti hanno questa attenzione. Veronesi ti faceva sentire la persona più importante al mondo. Mi disse: “Tu devi venire a lavorare qui, nascerà un istituto nuovo, davvero internazionale”. E in effetti vennero primari da tutta Europa».

Chi arrivò?

«Dalla Francia Jean Yves Petit, uno dei migliori chirurgi plastici al mondo. Dall’irlanda Peter Boyle, il grande epidemiologo. Dalla Svizzera Aron Goldhirsch, ebreo nato in un campo di concentramento dove il padre era morto, apolide, cresciuto in Israele. Veronesi aveva questa capacità di convincerti che si poteva cambiare il mondo. Del resto a settant’anni aveva fondato un istituto, aveva cominciato una nuova vita».

Cosa pensa dell’eutanasia? «Credo che ogni paziente abbia il diritto di scegliere. Io sarei un obiettore di coscienza: se un paziente mi chiedesse di praticargli l’eutanasia, cercherei di fare di tutto per legarlo alla vita».

In che modo?

«Migliorando la sua condizione di vita. Alleviando il dolore fisico e la paura di morire. Serve quello che gli americani chiamano “human touch”. L’empatia. Dare sempre una speranza. Ci sono alcuni giovani oncologi che non vogliono vedere il paziente. Ma allora cosa fai il medico a fare? Non si può valutare tutto dalla cartella clinica. Non esiste solo la medicina scientifica, ma anche la medicina empatica».

Che ricordo ha di Oriana Fallaci?

«Una donna durissima. Piccolina, ma tutta d’un pezzo. Non amava vedere gente nella sua stanza: molti bussavano, per fare gli amiconi, ma lei aveva una malattia complessa, aveva gravi sintomi. Io ero l’ultimo arrivato. Lei ascoltava tanto, e amava anche raccontare: quando si tolse il velo davanti a Khomeini, quando si finse morta a Città del Messico sotto cumuli di cadaveri, e più prosaicamente quando Arafat sputacchiava mentre parlava. Quando la dimisero, le portavo le medicine a casa, aveva un appartamento nella parallela di via Solferino, si cercava di alleviarle le sue sofferenze. Era una personalità enorme: difficile tenerle testa».

Lei crede in Dio? «Sì».

Ha paura della morte?

«No. È soltanto l’inizio di una vita diversa».

Come immagina l’aldilà? «Un luogo dove potrò rincontrare tutte le persone che hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia vita: mio padre, mia madre, il professor Veronesi e il mio primario Aron Goldhirsch».



7.3.26

scelte di Enrico carbini

 Ogni scelta che facciamo, amicizie, lavoro, scuola, la nostra relazione con Dio, nasce da due possibili
radici:

  • essere visti
  • essere veri.

Nella società odierna, molti costruiscono la propria identità attorno allo sguardo degli altri. Funzionano finché ricevono conferme. Ma quando l’approvazione manca, crollano. È una vita appesa al giudizio esterno. Altri scelgono in base a una coerenza interna. Non sono indifferenti al riconoscimento. Nessuno lo è. Ma non ne dipendono totalmente. Se arriva, bene. Se non arriva, continuano.Il problema non è desiderare gratificazione. È umano.Il problema è farne la propria identità.  Ad esempio:

Se amo per essere ricambiato, appena l’amore altrui si raffredda mi svuoto.
Se amo perché riconosco un valore nell’altro, la mia identità non dipende solo dalla risposta. 

Nella nostra adorazione:

Se faccio il bene per sentirmi “bravo”, ho bisogno che qualcuno lo noti.
Se lo faccio per coerenza, la mia pace non dipende dall’eco.

La domanda allora non è: “Quello che faccio mi gratifica abbastanza?”

Ma: “Chi sono io quando nessuno applaude?”Se vediamo che, pur nella fatica, in un mondo con i valori al contrario, qualcosa dentro resta saldo, allora quella è una radice. E le radici non fanno rumore, ma tengono in piedi la vita.In fondo, vivere solo per il plauso è come vivere davanti a uno specchio.Vivere per coerenza è camminare anche quando lo specchio non c’è.Bellissimo è il pensiero di Gesù in  : Matteo 6:7:

“ Ma tu, quando preghi, entra nella tua stanza e, chiusa la porta, prega il Padre tuo che è nel segreto; allora il Padre tuo che vede in segreto ti ricompenserà”.


27.2.26

Benedetta, 18 anni «Io, malata rara, la ricerca è speranza» L’appello in vista della Giornata mondiale del 28 «Uniamo» raccoglie 200 associazioni di pazienti: «Bisogna investire per trovare farmaci e ausili»

non  sapevo      che il  28  febbraio     proprio  il giorno dei  miei  50  anni   fosse   Giornata mondiale di sensibilizzazione

Benedetta, 18 anni «Io, malata rara, la ricerca è speranza»

L’appello in vista della Giornata mondiale del 28 «Uniamo» raccoglie 200 associazioni di pazienti: «Bisogna investire per trovare farmaci e ausili»

Benedetta Piola, 18 anni, collabora con la radio del Gaslini, ospedale dove è in cura da quando aveva 4 anni

Convivere con una malattia rara significa vivere un doppio smarrimento: quello del senso di solitudine dovuto alla difficoltà di trovare altre persone con la stessa condizione (i malati rari sono circa due milioni in Italia e 300 milioni nel mondo per 6-8 mila patologie diverse) e quello dell’incertezza sul decorso dei sintomi e sulle terapie, a causa della scarsa conoscenza scientifica sulla malattia. «Il diritto alla cura - afferma Annalisa Scopinaro, presidente di Uniamo, la Federazione italiana malattie rare (che raggruppa oltre 200 associazioni di pazienti), alla vigilia della Giornata mondiale di sensibilizzazione, il 28 febbraio - è il diritto a una vita piena. Bisogna investire non solo nella ricerca di farmaci, ma anche nell’offerta di trattamenti riabilitativi continuativi, penso ad esempio alle sedute di psicomotricità, e ausili personalizzati, inclusi quelli digitali come i comunicatori oculari, per migliorare la qualità di vita delle persone che ad oggi non possono contare sulle terapie farmacologiche».

Solo per il cinque per cento delle malattie rare conosciute esistono infatti cure specifiche. «Spesso l’asl non passa i trattamenti o ci sono lunghe liste di attesa e la famiglia paga di tasca sua». L’appello a fare di più arriva anche da una paziente teenager, Benedetta Piola, 18 anni, ultimo anno del liceo scientifico Cassini di Genova:

«Ai giovani ricercatori chiedo di appassionarsi alle cause che sembrano perse, come le malattie rare, perché dietro ci sono persone che soffrono e una piccola scoperta può diventare una cura miracolosa che cambia il loro destino».

Al Gaslini

Benedetta non perde per un attimo il suo sorriso durante l’intervista. Il messaggio questa volta è rivolto alla società: «Non considerateci diversi, chi ha una malattia inguaribile ha bisogno di sentirsi accolto dagli altri». È finita la mattina a scuola, la ragazza, tolto lo zaino dalle spalle, indossa il futuro: «Voglio studiare medicina a Pavia dopo la maturità. Vedere i dottori impegnati a salvare i bambini mentre ero ricoverata all’ospedale Gaslini mi ha aiutato a dare un senso alla vita quando non potevo incontrare nessuno perché ero troppo debole».

Benedetta ha idee luminose e una sensibilità per la vita autentica. «La malattia - racconta - per me è stata un’opportunità. Mi sono scoperta curiosa di come funziona il corpo umano e, sperimentando sulla mia pelle la fragilità, ho imparato a stare al mondo oltre le apparenze e la frenesia, infatti ho scelto di non avere i social e di approfondire ogni cosa che mi interessa leggendo libri e guardando documentari». A quattro anni le hanno diagnosticato la sindrome linfoproliferativa autoimmune, una patologia rara in cui il sistema immunitario attacca alcune cellule dell’or

ganismo, rendendola più suscettibile alle infezioni. «Da allora - spiega - prendo l’antibiotico un giorno sì e uno no e altri farmaci ogni mattina e sera per il sangue, i dolori muscolari e i problemi respiratori dovuti alla malattia. Ho passato l’infanzia fuori e dentro l’ospedale, l’ultimo ricovero a 14 anni. Quando ero piccola non potevo giocare all’aperto con gli altri per non rischiare bronchiti e, durante il Covid, ho continuato la didattica a distanza anche quando i miei compagni erano tornati in classe. Ho vissuto momenti di ansia e tristezza, volevo godermi la vita ma le cose belle erano lontane da me».

La stanchezza è un altro sintomo con cui Benedetta Piola convive. «Mi viene il fiatone dopo una rampa di scale, prendo gli ascensori, ho bisogno del cuscino sotto la sedia e, non potendo sempre prendere i mezzi pubblici, uso spesso un taxi pagato dal Comune per andare a scuola. Oggi, però, sto meglio, mi stanno abbassando i dosaggi dei farmaci e al Gaslini ci torno solo per i controlli». L’esperienza con il dolore ha

Trasformazione «Esci dall’ospedale che sei diversa, le difficoltà quotidiane diventano più lievi»

agito in lei come una lente trasformativa: «Esci dall’ospedale che sei diversa: le difficoltà quotidiane diventano più lievi dopo aver visto coetanei con problemi di salute peggiori dei tuoi che sanno essere felici lo stesso; e gli ostacoli, anziché farti paura, sai che li puoi affrontare».

Benedetta collabora come volontaria con la radio del Gaslini, creata e diretta da don Roberto Fiscer. Un modo per esprimere la sua gratitudine per quanto ha ricevuto da quel luogo. L’indomani ha un compito in classe di letteratura, deve ripassare Pascoli, Leopardi e D’annunzio, ma i pensieri rincorrono i sogni e la sua vita è ancora tutta da disegnare: «Mi interessa capire i meccanismi del cervello e come si sviluppano i nostri comportamenti. Mi iscriverò alla specialità di neurologia o neuropsichiatria infantile».

29.1.24

ricerca a tutto tondo antidoto alle fake news

 E'  importante andare alla ricerca   non tanto  dellle  informazioni  che  avallano le  nostre tesi   quanto piuttosto  quele  che  le    cofuntano. Infatti se  si cercano elementi a  favore   di una teoria  è facile 

 trovarli o interpretarli come tali  . Mentre la validità  di un ipotesi  è tanto più  certa   quanto  più difficile è negarla  . E questo naturalmente  vale  in tutte le  scienze  e non solo . Infatti in quest senso  , anche alle  nozioni teoretiche  ,  ai ricordi  e  ai fatti ,bisogna  applicare  la stessa cura  che  si   riserva   ad esempio ai  reperti  archeologici   riupulendoli   dalle impurità   in cui  sono stati sepolti  per milleni .
-- cioè   dobbiamo fare  un processo  di sottrazione
----- esatto dobbiamo togliere  dalle nostre  congetture   ogni pregiudizio



 se  vogliamo  arrivare   alla  verità  .  Anche se  a  volte  non ci  arriveremo mai   perchè la  verità assoluta   non eiste  in  pratica  ma  esistono più e diverse  verità . Infatti è capitato  , come credo  a  tutti  voi  ,  d'acquisire nuovi    elementi e  di scoprire  che  la nostra ipotesi   razionale  o irrazionale  fosse sbagliata  .  Si può dire    ricollegando,mi a quello che dicevo prima  che ciò che noi  consideriamo verità sia  un costrutto provvisorio  .E per quanto un idea  ci possa sembrare buona  non bisogna mai  irrigidirsi ( soprattutto   quando  i fatti o  un altra  verttà   lala  rimettono indiscussione )  ma  accettare     che  possa  essere  confutata  e  messa indiscussione . Traendone unutile  elemento   di studio   e  d'indagine  innteriore  .Inoltre  avere la mente  aperta  non significa   abdicare  alla  razionalità   ed accettare il fatto che   spessimo   . Il sovranaturale e  il complottismo  sono  scorciatoie per   ciò che non comprendiamo  . 

3.7.21

Dalle ginestre la fibra più verde UNA FIBRA SIMILE AL LINO SI ESTRAE DALL’ARBUSTO. E CON GLI SCARTI? SI PRODUCONO BANCHI PER LE SCUOLE ALTRI PREGI: CRESCE CON POCA ACQUA E SENZA BISOGNO DI PESTICIDI

   da  gente   di questra  settimana 

ALLO STUDIO A sinistra, i rami della ginestra dai quali si estrae la fibra. Sotto, il professor Amerigo Beneduci dell’Università della Calabria (sotto) nel suo laboratorio, che ha studiato il tessuto ottenuto dall’arbusto. DAI CAMPI ALL’ATELIER A sinistra, la stilista Flavia Amato lavora su uno scampolo di tessuto sotto l’occhio della sua modella (anche nella pagina a fianco, in un ginestreto) che indossa la prima tuta prodotta con questa stoffa. Sotto, il materiale. (Foto Fotogramma/IPA).

Avolte per andare avanti bisogna tornare indietro, guardare al passato, ripescare vecchie idee. Come quella di ricavare fibre tessili dalle ginestre, trasformando una pianta spontanea in una risorsa per la moda, l’arredo e molto altro. Gli antichi romani lo facevano già, prima di loro i greci; resti di questo tipo di filato sono stati trovati durante gli scavi di Pompei. Oggi la palla è passata al Dipartimento di tecnologie chimiche dell’Università della Calabria, dove il professor Giuseppe Chidichimo e il suo team fanno ricerca in questo senso da almeno dieci anni.

«È iniziato tutto grazie a una collaborazione con il gruppo Fiat, che voleva usare stoffe alla ginestra per i sedili delle auto», racconta il docente. «A noi è stato chiesto di modernizzare l’antico processo di estrazione della fibra dall’arbusto e di renderlo industrializzabile». Più facile a dirsi che a farsi: mentre con il lino basta seccare i rametti e scuoterli per far staccare la parte fibrosa, la ginestra, dove la fibra è presente nelle cuticole delle vermene, cioè dei rami, è cespugliosa e più resistente, e richiede uno sforzo maggiore. «In passato la si metteva in ammollo nell’acqua per quindici giorni per provocare lo sfaldamento della parte interna, poi la si batteva con strumenti di legno: un metodo efficace, ma lento. Così come quello usato negli Anni 40 quando, in pieno regime fascista, smise di arrivare il cotone dall’America e si fece nuovamente ricorso all’arbusto locale, diffusissimo nelle regioni del Sud Italia: all’epoca si scoprì che per sciogliere le sostanze collanti che trattengono la fibra era utile immergere le piante in una soluzione sodata, la stessa dove si mettono le olive per renderle più dolci. Ma anche se la fase di macerazione si era evoluta, non così quella successiva, nella quale la fibra veniva strappata a mano dalle donne». Niente di replicabile su larga scala, insomma. «Con i nostri studi abbiamo fatto molti progressi, persino reso più ecologico il processo eliminando il bagno nel

la soluzione sodata, che abbiamo sostituito con un ciclo di disidratazione e reidratazione suggeritoci dai contadini. È ancora un work in progress, ma abbiamo già iniziato a coinvolgere le aziende».

Le prime a dimostrare interesse sono state quelle della filiera tessile: la Sunfil di Castrovillari, in provincia di Cosenza, ha messo a punto un macchinario apposito per la cardatura (la ginestra ha fibre lunghe, diverse da quelle di lino e canapa), il Linificio Canapificio Nazionale del gruppo Marzotto si è occupato dei filati, il tessuto finito è stato realizzato dalla Tessitura Enrico Sironi di Gallarate, infine l’atelier Malia Lab della stilista calabrese Flavia Amato ha cucito i primi capi, un trench e una tuta palazzo. «Temevamo che il tessuto risultasse ruvido al tatto, irritante per la pelle», ammette il professor Amerigo Beneduci, che con Chidichimo è tra i responsabili dell progetto. «Al contrario, quello che abbiamo ottenuto è morbido, fresco, estremamente versatile. Ricorda il lino ed è perfetto per la bella stagione».

Ma la ginestra ha anche altri vantaggi. «È una pianta che cresce spontaneamente e in maniera molto rapida», riprende Chidichimo. «Non ha bisogno di molta acqua e attecchisce sui terreni collinari, anche aridi, inservibili o quasi per l’agricoltura. Non ruba quindi spazio ad altre coltivazioni, anzi è utile contro gli incendi e, con le sue lunghe radici di 3-4 metri, previene le frane. Ed è pure bella da vedere: quando è in fiore crea una distesa gialla molto gradevole. Inoltre, a differenza del cotone, non ha bisogno di pesticidi inquinanti perché non viene attaccata dai parassiti». Ma quanta ne serve per fare un abito? «Se ipotizziamo di usare circa due chili di tessuto per capo, avremo bisogno di due chili e mezzo di fibra, che si estraggono da 25 chili di ginestra verde. Sembra tanto, ma un ettaro di ginestreto produce 25 tonnellate di arbusti, quindi mille vestiti».

Unico neo, sul vegetale appena tagliato la resa in fibra è piuttosto bassa, del 10-12 per cento. Ma anche in questo caso il problema è presto risolto: gli scarti, cioè la parte legnosa inadatta al tessile, non vengono buttati, ma trovano impiego nei settori più disparati, dalla bioedilizia all’arredo: «Noi li abbiamo forniti alla Sirianni, un’azienda di mobili per le scuole, che ne ha fatto banchi, cattedre e armadi», racconta Beneduci. Ma è anche possibile macinarli e ridurli a polveri vegetali, per integrarli in composti plastici e ridurre l’uso di derivati dal petrolio. Meglio di così!

21.1.15

incubi , fantasmi e il ruolo riparatore della modalità

  Musica   in sottofondo
 ti vengo a cercare  - Battiato   ( religiosa  )
 ti vengo a cercare  -  Csi  ( più laica  )
ma  la mia poreferita è questa   qua    che le unisce entrambe

 Proprio    queta  frase   :
Picchia duro. Riascoltata un anno dopo la registrazione della serata ci ha turbato. Abbiamo deciso di fermarla, trasformarla in un disco. Un disco eccessivo che non si può tenere nascosto né si può consumare a cuore leggero. Difficile da gestire.( (Giovanni Lindo Ferretti)
  ch  trovate nell'introduzione   della  prima edizione  dell'opera   La  terra ,la  guerra ,una
questione privata    cuioè   del concerto    dedicato alla memoria e all'opera di Beppe Fenoglio tenutosi il 5 ottobre 1996 ad Alba, nella chiesa di San Domenico  ( lo potete  vedere qui su youtube ) e la  rilettura    del bellissimo  ,  se  lo  hanno chimato  a Dylan Dog  un motivo  c'è  , romanzo  -fumetto   Stria  di Giovanni Simeoni 

Ecco la mia risposta ai  miei  fantasmi (  che   poi  sono quelli    che si nascondono  dentro  di noi  )
http://www.busonero.it/
cioè le mie colpe  alcune  d'esse diventate   indefiniti abissi    di vuoto  nella  memoria e  che  devono  ancora  risalire   altre  lo  fanno , ai miei  fantasmi    che  hanno un nome  ed  un volto . Il resto  è  , come   suggerisce  Il  tenente  \  colonello Spadaro  del romanzo di  Simeoni ,  il resto  è casualità  .
Ed  è proprio  grazie ad essa  e ad  al tempo   che  sono riuscito  a  ritrovare  e  recuperare  D.F e M.B  con la   prima è andata  benissimo  in quanto    lei   non ricordava  del nostro litigio ed  io che  volevo  oltre  a volerle  chiedere scusa  e riappacificarmi  ancora  mi tormentavo ( mi spiace  non parlarne  , ma  è  una wquestione troppo personale  o per  parafrasare   Fenoglio è  una questione privata   e non mi  va  di riaprire   vecchie ferite  )  ma  poi ... ho risolto e ....  be lo potete leggere dalllacorrispondenza   sotto   riportata 

  • Giuseppe Scano
    Grazie non
    Ops solo grazie . Il fatto é che non sono abituato ai tac screen
  • D F
    come stai? è una vita che non ci sentiamo, ti ricordi di me?
  • Giuseppe Scano
    Giuseppe Scano

    Certo . Discretamente . Sono laureato . Lavoro azienda da mio padre . Ho fatto una mostra con delle mie foto . E altre cose . Sé mi ridai la tua email o il tuo n di cellulare ti racconto . E tu cosa mi racconti
  • D.F

    lavoro x una cooperativa di pulizia industriale, sono tornata ad abitare con mia madre dopo la convivenza e ho un "bambino" pelosetto
  • Giuseppe Scano
    Giuseppe Scano

    Ora vado a a nanna che sono in piedi dalle 6 . Grazie della fiducia credevo fossi ancora arrabbiata x quella storia . Mi sei mancata . notte e grazie d'esistere . Quando vuoi sms il mio numero lo hai notte . Un abbraccio
  • D F

    non mi ricordo nemmeno perchè non ci sentivamo più
    buonanotte a presto
  • Giuseppe Scano
    Giuseppe Scano

    Meglio cosi non riapriamo vecchie ferite . L'importante che ci siamo ritrovati e i miei incubi e rimorsi siano finiti grazie al tuo aver  accettato  (   di avermi dato una seconda possibilità  )  il contatto . Notte compagna di strada
  • Giuseppe Scano
    Giuseppe Scano

    rieccoti i mio numero 3286849962 quando vuoi e ti serve aiuto io ci sono




    Con il secondo compagno di strada \ o di viaggio la colpa è stata di entrambi Mia in quanto Lui ( M.B ) rapressentante del gruppo https://www.facebook.com/ecumenici,qualche tempo aveva la madre , poi morta , in coma ed io stupido ( forse perchè credevo , visto l'ottimo dibattito tra i pro e i contro testamento biologico che c'era in qujel gruppo che lui fosse fra quei religiosi a favore del testamento biologico ) mi ero messo a fargli una battuta << spero che abbia fatto testamento biologico >> e mi ha scritto mandami anche a Fncl dicendomi ti cancelli tu o ti cancello io . Io polemizzai sul gruppo con frasi tipo << come predica il perdono , il rispetto , e poi mi cancella , ecc >> tanto da farmi escludere . Poi per qualche anno , fino al'anno scorso , riusci aleggere ciò che scriveva e scrivevano grazie a degli amici comuni ( poi o cancellati da fb o cancellatesi da db e o dai miei contatti ) . Ed ecco che incuriosito lo cercai sul primo account di fb ma niente , provai con il secondo account è lo trovato . ecco qui la nostra corrispondenza ( quella sui wzp , mi mordo le amni , l'ho rimossa e quindi non posso proporvela e mi ricordo solo il suo messaggio in cui mi diceva che mi aveva cancellato )



    IO
    Ciao Carissimo come va Fose ho scoperto l'origine di problema con l'account principale ( fb . tempo fa , avevamo avuto una discussione abbastanza accesa sul testamento bioogico e sulla volonta di rispettare i pazienti ormai giunti al capolinea che avessero fato tale scelta . Tu mi bloccasti , ma io nonostante non potevo ne comentare ne mettere mi piace ai tuoi interessanti post , ti ho seguito tramite un contatto comune . Poi avendomelo bruciato , un temporale ho dvovuto cambiare pc e reinstellare tutto ho scoperto che quella persona non era più fra i mie contatti . forse cmi ha cancellatolui o forse si è cancellato da fb o come succede lo cancellato fb Ed eccoci a qualache giorno fa , che ho ritrovato la tua pagina ., Non trovandoti dall'account principale , ma da quiello secondario di cui tu mi hai chiesto l'amicizia .
    Ora mi farebbe piacere , se vuoi che tu mi sblocchi e mi riconceda il contatto anche su quello principale .
    P.s se tutta questa vicenda ti dovesse dare fastidio o ti dovessi sentire ingannato puoi, non ne faro un dramma ( o almeno ci provo ) rimuovere dai tuoi contatti anche il mio account secondario e non accettare quanto ti chiedo . con la presente. Grazie omunque per aver attraversato la mia strada



    M. B su Wzp << ti ho rimosso>>


    fino alla sua cancellazione ( ma non bloccaggio )


    IO
    28 minuti fa
    http://youtu.be/RbI5CQ6X5rQ mi farebbe piacere riaverti come amico e rincominciare se ti va ?

    C.C.C.P. Curami
    youtu.be




    Ora  se   questo   tentativo se fallisce anche questo chi ... lo lascero perdere vorra dire che recuperare compagni di strada e    che il metodo  della casualità  non sempre  funziona  e rimette  tutto a posto  e  ci fa  tornare  a dormire sereni   .  Ma  pazienza  è  la vita  mica  tutto  può sempre  andare benme  , altrimenti sarebbe una  vitra monotona e piatta 



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