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13.4.26

Scala il Kilimangiaro in pantaloncini: "Il comfort è un assassino" Nel 2009 lo sportivo estremo Wim Hof ha compiuto un’impresa assurda: è arrivato a petto nudo e gambe scoperte sulla cima, schivando l’ibernazione



I miei diranno che è Maccu (folle ) come non dargli torto . Ma tale impresa è anche oggetto di studio  e. quindi vedere la cosa. cercando  di mettere da. parte i pregiudizi. e. con. una mente. aperta prima  in. modo da vedere in maniera. completa i fatti in questione.
Infatti Wim Hof ha scalato il Kilimangiaro in pantaloncini evitando l'ipotermia grazie al suo metodo che combina tecniche di respirazione, esposizione graduale al freddo e controllo mentale, innescando una forte termogenesi indotta dal grasso bruno. Questa pratica, secondo Hof, sfrutta la capacità del corpo di adattarsi alle basse temperature, superando il comfort moderno che considera un "assassino". Per ulteriori dettagli, potete leggere l'articolo riportato  sotto 






IL. Giornale. 11 aprile 2026 - 13:37
Paolo Lazzari
Scala il Kilimangiaro in pantaloncini: "Il comfort è un assassino" Nel 2009 lo sportivo estremo Wim Hof ha compiuto un’impresa assurda: è arrivato a petto nudo e gambe scoperte sulla cima, schivando l’ibernazione



Fermo immagine 



Il Kilimangiaro svetta come una divinità d'avorio sopra le pianure della Tanzania, un gigante di roccia e ghiaccio che osserva il mondo dai suoi cinquemilanovecentocinquanta metri di altitudine. Lassù, dove l’aria si fa sottile e il gelo morde con la ferocia di un predatore, la sopravvivenza è una questione di strati, tessuti tecnici e bombole di ossigeno. Eppure, in questo scenario estremo, d’un tratto appare un uomo che sovverte ogni legge della fisica e della prudenza. Si chiama Wim Hof, è olandese e, per tutti, oggi è Iceman, l’uomo del ghiaccio.
Siamo nel febbraio del 2009. Mentre le spedizioni tradizionali misurano i passi con meticolosa lentezza, concedendosi giorni di acclimatamento per evitare che i polmoni si arrendano alla quota, Wim Hof accelera. La sua divisa è assolutamente sprezzante: pantaloncini corti, scarpe leggere e una pelle nuda che accoglie la tempesta. Dove gli altri cercano rifugio nella lana e nelle piume, lui espone il torace al vento sferzante, trasformando il proprio corpo in una fornace biologica che ignora i limiti imposti dalla letteratura medica.
Il respiro come fuoco interiore
La scalata dura appena quarantotto ore. È un battito di ciglia rispetto alla settimana canonica richiesta per toccare la cima dell’Uhuru Peak. Hof ascende con una rapidità che lascia trasecolati gli esperti, guidato da una forza che risiede tutta nel ritmo del suo diaframma. Il segreto di questa impresa sta infatti nel suo speciale metodo, una combinazione quasi mistica di iperventilazione controllata e concentrazione mentale. Mentre sale, Wim esegue una danza invisibile con le proprie cellule. Un valzer salvifico. Il suo respiro è un mantice sacro che pompa ossigeno nel sangue, mantenendo il pH alcalino e impedendo al freddo di penetrare nel nucleo vitale.
"La natura è il mio maestro, il ghiaccio è il mio specchio"
Questa frase risuona tra le pareti di ghiaccio mentre Iceman prosegue la sua marcia solitaria verso il cielo. I ricercatori lo scrutano con sospetto, pronti a catalogare il fenomeno come un’anomalia genetica o, peggio ancora, come una sconsiderata prova di forza. Eppure, i dati liquidano ogni scetticismo. Hof mantiene la sua temperatura corporea costante, manipolando il sistema nervoso autonomo con la precisione di un orologiaio. La sua è una ribellione contro la fragilità umana, un invito a riscoprire capacità dormienti nel nostro Dna, sepolte da secoli di comfort eccessivo e riscaldamento centralizzato.
Oltre il limite della fisiologia
Raggiungere la vetta del Kilimangiaro in soli due giorni, spogliati di ogni protezione, rappresenta certamente una vittoria della volontà sulla materia. Quando arriva, si rivolge alla telecamera degli operatori che hanno seguito la sua impresa e afferma sicuro: “Il comfort è un assassino”. Le temperature scendono vertiginosamente sotto lo zero termico mano a mano che la quota aumenta, ma Hof sembra immergersi nel suo elemento naturale. Il gelo, anziché essere un nemico da combattere, diventa un alleato, un catalizzatore che risveglia energie primordiali. Così l’impresa di Hof mette a nudo l'inadeguatezza delle nostre granitiche certezze scientifiche. Il controllo cosciente della termogenesi è possibile.
L'impatto di questo exploit travalica i confini dell'alpinismo estremo. È una lezione di filosofia applicata alla biologia. Hof ci suggerisce che siamo molto più potenti di quanto ci permettano di credere. La sua pelle, violacea ma vibrante di vita, è il manifesto di una nuova era in cui l'uomo smette di essere vittima dell'ambiente per diventarne partecipe attraverso una consapevolezza estrema. Mentre i suoi compagni di viaggio faticano ad ogni respiro, lui si riflette nel ghiaccio, trovando nel vuoto dell'alta quota una pienezza interiore che pochi eletti hanno la fortuna di scorgere.




















L'eredità dell’uomo dei ghiacci

Questa scalata è il preludio ad una serie di studi accademici che
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confermeranno, anni dopo, la validità scientifica delle sue tecniche. Wim Hof non è un errore della natura, ma una promessa di ciò che potremmo diventare se solo avessimo il coraggio di abbracciare il freddo anziché temerlo.





TAGSALPINISMO
WIM HOF
SCALATORE
MONTAGNA

17.2.26

perchè la medaglia di Flora Tabanelli, è particolare rispetto a quella dei Brignione una gioia pura che va oltre la medaglia. Ritratto della 18enne sciatrice freestyle, bronzo nel Big Air alle Olimpiadi



non c'è solo uno staff medico d'eccellenza ( qui e nel mio  precedente  post ) e il gareggiare nonostante l'infortunio , ma 'è dietro tutta una storia particolare .Senza  togliere  niente  al merito  della  Brignione  Infatti 



 da Euro sport
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Flora Tabanelli, una gioia pura che va oltre la medaglia. Ritratto della 18enne sciatrice freestyle, bronzo nel Big Air alle Olimpiadi

MILANO-CORTINA 2026 - Quella di Flora Tabanelli è gioia pura, qualcosa che va ben al di là della medaglia olimpica. Senza il podio non sarebbe cambiato nulla: non nella sostanza, almeno. Una sostanza che racconta di libertà assoluta, creatività e di una selvatica forza primordiale.
Roland Fischnaller è un totem dello sport mondiale.

Un uomo fatto e finito, nel pieno della sua adultità, quella più completa, che non necessita di filtri, di spiegazioni, che non scende più a compromessi con ciò che non è davvero importante: sogni e figli.
È anche un uomo moderatamente ruvido, che decide quando parlare, e con chi farlo.
Ha imparato a proteggere il suo perimetro, come ogni capo branco che si rispetti, e il superfluo semplicemente non gli interessa.
Ha visto sette Giochi Olimpici, Roland.
Ha visto i Cinque Cerchi atterrare come un'astronave a Torino.
E non erano neppure i primi sotto cui ha gareggiato.
Ha visto lo Utah.
Poi il Canada.
Nel 2013, nell'estate precedente alle Olimpiadi di Sochi, ha inforcato la bicicletta e completato un vero e proprio pellegrinaggio a pedale.
Sedici giorni, otto Paesi attraversati a stantuffate, 3224 chilometri: dal suo garage fino a dove sarebbe sorto il Villaggio.
Un gesto estremo, di purificazione, dopo un dolore privato e potente.
Poi ha visto la Corea e ha visto le Olimpiadi del Covid, mascherato come tutti gli altri, con gli affetti lontani, anzi lontanissimi.
Infine, sospinto da quale forza lo sa soltanto lui, ha visto anche la seconda edizione dei Giochi di casa, questa volta a Livigno, a 45 anni suonati.
Serafico.
Intoccabile.
Inscalfibile.
Ha visto tutto, Roland Fischnaller.
Ma non aveva mai visto un Tabanelli.
Così, ieri pomeriggio, dopo aver già finito la sua settima esperienza olimpica da qualche giorno, Roland si è messo in macchina e ha raggiunto Livigno, in compagnia del figlio Florian, di anni 12. Fanno 500 chilometri tra andata e ritorno.
Tornante più, tornante meno.
500 chilometri di valichi, di passi, di neve e di ghiaccio.
Col sole a venire, col buio a tornare.
Basterebbe questo a raccontarvi che cosa ha fatto Flora ieri.
Perché il vero riconosce il vero.
La prima volta che ho parlato con Flora era troppo giovane per qualsiasi cosa.
Per guidare, per bere, forse persino per comprendere il "perché" intorno a lei iniziassero a muoversi tante forze diverse.
Tanti interessi.
Tante radici sotterranee che associavano con delicatezza il suo nome, la sua disciplina e i suoi risultati giovanili a questo preciso momento.
A queste due settimane.
A oggi, a ieri sera.
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Flora Tabanelli si esalta dopo la run che le vale il bronzo

Credit Foto Getty Images

Fantascienza pura, né più né meno, quattro anni fa.
E invece ora stiamo celebrando qualcosa che va ben al di là della medaglia olimpica, e che non sarebbe cambiato senza il podio.
Non nella sostanza, almeno.
Perché la sostanza è tutta racchiusa dentro una piccola fortezza di legno, grande quanto un rifugio montano, arroccato sulle rive del lago Scaffaiolo.
Mai ho conosciuto una famiglia così disinteressata al risultato.
E così attenta al processo.
Al come, prima del cosa.
In ogni cosa.
Irene, Miro e Flora, in rigoroso ordine d'età, sono cresciuti in un contesto fiabesco, come un'utopia medievale, con i piedi aggrappati alla terra nuda, specie se innevata, e le mani protese verso il cielo: nulla è irraggiungibile per loro.
Qualsiasi sport vi venga in mente, loro l'hanno praticato.
E ogni singolo allenatore che li abbia presi in carico, fosse anche solo per mezza stagione, ripete ossessivamente le stesse identiche parole incredule: è stato un privilegio.
Un privilegio.
Da anni chiedo a ogni atleta o artista che incontro quale sia la sua definizione di talento, e nella sintesi delle risposte mi sono fatto un'idea mia.
Idea che poi ho accartocciato in meno di 48 ore vissute al rifugio con i Tabanelli, nel senso dei Tabanelli al completo.
Libertà assoluta.
Creatività.
Una selvatica forza primordiale.
E insieme un'attenzione monacale per gli altri.
Tutti gli altri.
Ma partendo dall'interno.
Giravano per il paese in monociclo, tortorelle in migrazione perenne.
Artisti di strada.
Scalavano montagne con la presenza di spirito di un grande esploratore, e poi tornavano di corsa alla baita, per aiutare con le faccende e servire ai tavoli.
Macinavano migliaia di chilometri a settimana, per fare pattinaggio e poi sci, e poi ginnastica e poi pianoforte.
La loro maestra mi disse che Miro era inafferrabile: poca teoria, ma appena ascoltava una melodia la replicava all'istante, senza sforzo.
L'uscita dal grembo familiare è avvenuta poco alla volta, per sopraggiunta grandezza sportiva, ma non sarà mai del tutto completa, perché il cordone ombelicale è d'acciaio.
Gli ultimi 12 mesi, e ancor di più gli ultimi sei, li hanno proiettati in sfere di influenza sempre più distanti, sempre più artefatte, sempre più consumistiche.
La vittoria agli X Games, una cosa che ha commosso i freestyler di qualsiasi età.
Poi la giostra olimpica, con le aspettative, le attese di medaglia, la scoperta mediatica di Miro e Flora, a mezzo stampa, a mezzo social, a mezzo sponsor.
Un lentissimo avvicinarsi all'appuntamento più magnetico e crudele.
Tre run.
Tre salti.
Tre secondi ciascuno.
Nove secondi scarsi, più nove per l'eventuale finale.
Sfiorata per mezza rotazione da Miro.
Conclusa in gloria, col bronzo, da Flora.
Con il crociato rotto, completamente andato da tempo, e che verrà ricostruito quando finiranno le interviste.La differenza non esiste, perché a loro il risultato non interessa.

A loro interessa il processo.
E la simbiosi che li contraddistingue, come tribù nel suo complesso, è impossibile da penetrare.
Porosi al mondo e alle sue bellezze, impossibili da incrinare all'interno.
Se una catena è forte quanto il più debole dei suoi anelli, questa non si spezzerà mai.
Il podio di ieri non è il coronamento di niente.
È pura gioia.
Una gioia mai vista, chiedete a Roland.
Una volta, uno di loro, non importa chi, mi disse: sono gelosa del futuro.
L'unica gelosia che vale la pena provare.
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Flora Tabanelli: "Questo bronzo vale tutto l’oro del mondo. Ha un valore immenso"

Video credit: Eurosport


1.10.21

Alberto Cavasin dalla serie A( panchina d'oro con il lecce ) alla prima categoria con il Barisardo , Il mio lavoretto estivo? In malga a fare il pastore,


Dalla serie A al Barisardo: mi sento al Real Madrid
Alberto Cavasin allenava in serie A e ha conquistato la “panchina d’oro”. Ora ha accettato la proposta di una squadra dilettantistica in Prima Categoria. Ed è raggiante




 



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  credevo che la  bora  fosse  solo  un vento. Infatti sapevo che esso è   un vento catabatico di provenienza Est/Nord-Est, che soffia con particolare intensità specialmente verso l'Alto e Medio Adriatico e verso alcuni settori dell'Egeo in presenza di forti gradienti barici tra continente e mare.
Il termine deriva da Borea, personificazione del vento del nord nella mitologia greca. La bora conosciuta in Italia è quella di Trieste.e ...   quello    che   riporta   su 'esso l'Enciclopedia Treccani . Ma  non sapevo  la   che A Trieste un luogo inusuale:




 ci sono libri e oggetti, tra cui le corde per resistere alle raffiche. E poi 200 fiale raccolte nei luoghi del mondo ad alto impatto eolico

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Il mio lavoretto estivo? In malga a fare il pastore



La scelta controcorrente di Lorenzo e Alice: a 17 e 24 anni hanno passato le vacanze prendendosi cura delle greggi ad alta quota, nel cuore del Parco dello Stelvi








Egle Actis Alesina, “Quando smetto io finisce tutto”: bocciofila Tesoriera la bocciofila di Torino dove si mangia come a casa

 da  msn.it   Per mangiare delle acciughe al bagnetto rosso strepitose a Torino bisogna uscire dal centro e dirigersi a nord, alla bocciofil...