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domenica 14 giugno 2009

L'ultima campanella


E siamo giunti alla lettera P. Anzi, alla triade. Quest'anno il miracolo è avvenuto, sono riuscita a spiegare P. P. P. ai miei studenti di quinta. "P" come "Programma", l'eterno incubo degli insegnanti. Stavolta concluso, e abbondantemente. Così la voce leggera, bolognese, sfilata e quasi bianca di Pasolini è risuonata nell'aula "Info 3" dell'Istituto tecnico ***, e la sua sagoma al tempo stesso aguzza e gentile, gli occhi protetti da lenti scure, le guance scavate, quasi erose, da chissà quale tormento adolescenziale o profondo, si è materializzata davanti ai miei alunni, soprattutto alle mie alunne. Le quali, alla visione di Comizi d'amore, non hanno potuto trattenere commenti spontanei, ironici, increduli, a volte impazienti. Come volessero parlare direttamente con lui. Termini come "gallismo" sono ormai decaduti nel vocabolario italiano, ma lo spirito no, quello è rimasto, trucemente amorale e già nebbioso, così immobile nell'Italia dove non si ammetteva il divorzio ma la copertura delle corna sì, e piuttosto che sacrificare la santità della famiglia meglio risolvere il tutto con una coltellata. Uomini del Sud, certo, ma pure signore bene preoccupate solo della forma, che sempre, in questi casi, è sostanza. Donne della Bassa emiliana che per le mie allieve "avranno come minimo sessant'anni" e io a spiegare che, al massimo, saranno state quarantenni. Provenienti da un'epoca di infinita pazienza e parti, ma proprio perché ancestrali, più dirette e immediate, ingenue e perciò indulgenti, dei loro uomini. E molti bambini, bambine anche. Si capiva, ha commentato una ragazza, che "Pier Paolo amava le donne". Era così, amava le donne, e si rivolgeva ai giovani da pari a pari. "Ma anche ai cantanti, ai calciatori?" mi ha domandato un'altra, stupita di vedere l'intellettuale in calzoncini corti nel rettangolo di gioco e alle prese con un imbarazzato Peppino di Capri. Signorine al ballo secondo cui gli "invertiti" da curare "se c'è rimedio, sennò pazienza", e le ragazze in sala che protestavano: "Ma non è mica una malattia!". Ignoravano che molti politici attuali, e la Chiesa, e la pubblicistica corrente, la considerano ancora tale. Peggio: secondo i signori appena citati, la "malattia" è tornata a essere un vizio, come si riteneva nei tempi più bui dell'Inquisizione. Lo ignoravano, i ragazzi; ora però lo sanno. Si regolino di conseguenza...


Così abbiamo potuto riflettere anche su quel pensiero di Moravia: "L'uomo religioso non si scandalizza mai". A differenza degli atei cattolici di ieri e di oggi, nel Paese che allegramente sta rinunciando alla libertà, e che alla croce di Cristo preferisce sempre più quella uncinata.
Questo concetto di "homo religiosus" ha lasciato i miei studenti un po' impicciati. Meno male. Affronteranno l'esame e si butteranno nella vita, combattere apertamente il sistema gli riuscirà estremamente arduo, di fatto impossibile, e molti di loro non ci proveranno nemmeno. L'unica speranza, lontana, flebile, fumigante, è aver consegnato almeno l'idea d'una realtà meno prevedibile, se non addirittura parallela, con cui il sistema non può né deve andar d'accordo; e chissà che, dopo la cena assieme, oltre i volti educati, ancora col diritto a un azzurro candore, il ricordo di un anno lontano si riaffacci, di un giorno in cui hanno sentito che "Tonino e Graziella si sposano" , e pensino che l'amore non è crudele sventatezza dei sensi, ma sentimento dolce e rivoluzionario.
In quarta, invece, mi hanno salutato in coro: Nel sole. L'avevamo, o meglio l'avevo, intonata nella gita scolastica a Roma, nel marzo scorso. Sono stata una prof rigorosa, esigente, allegra, canterina e... golosa. Sanno come viziarmi. In fondo, di loro sono anch'io un po' figlia.
Oggi una di loro verrà premiata. Ha vinto un concorso letterario. E' turca. La migliore nella mia materia. Italia multietnica, grazie a Dio.





                                     Daniela Tuscano



domenica 22 marzo 2009

I mali della scuola italiana

I MALI DELLA SCUOLA ITALIANA


 


Se possibile, vorrei riassumere in una sorta di compendio, non “manualistico” ma demistificante, quelli che, dal punto di vista di un insegnante, costituiscono i problemi più urgenti e assillanti che pregiudicano e condizionano molto negativamente la vita e il funzionamento della scuola pubblica italiana.


Probabilmente, nell’immaginario collettivo la scuola è recepita e considerata in modo fallace e distorto a causa di insulsi e banali clichè, ovvero sulla base di facili e comodi luoghi comuni estremamente diffusi tra le persone, ma che in effetti corrispondono a false leggende metropolitane che bisognerebbe provare a sfatare con argomentazioni razionali e persuasive.


 


Riforme e controriforme


 


In genere si ciarla molto degli annosi “mali” che opprimono la scuola italiana, ma le autorità istituzionali deputate a rispondere non si adoperano minimamente a risolvere le questioni in modo concreto ed incisivo, ma soprattutto corretto e tempestivo. In ambito politico, ogni tentativo di soluzione non può essere efficace se non è anche giusto e tempestivo: le ingiustizie  finiscono per diventare conseguenze peggiori delle cause. Per la serie “quando il rimedio è più nocivo del male”. In politica il decisionismo e l’efficientismo devono essere aggiustati e calibrati mediante criteri di equità e di equilibrio sociale, altrimenti rischiano di essere profondamente deleteri arrecando danni difficilmente riparabili, che inevitabilmente si sommano e si sovrappongono ai guai preesistenti.


Negli ultimi 15/20 anni i vari ministri che si sono avvicendati a capo del dicastero della Pubblica Istruzione (qualcuno ha persino deciso di derubricare l’aggettivo "Pubblica", tradendo in tal modo le proprie intenzioni) hanno provveduto solo a progettare e varare la propria ipotesi di “riforma scolastica” per apporre la propria firma, lasciando un segno (inevitabilmente infausto e negativo) nella storia.


Insomma, la scuola pubblica italiana è diventata una vera e propria cavia istituzionale, soggetta ai continui e reiterati esperimenti di riforme e controriforme che si sono rivelate assolutamente devastanti in quanto applicate in modo improvvido e sconsiderato.


 


“Fannulloni” e “supermanager”


 


Restando al livello delle alte sfere istituzionali notiamo come, periodicamente, si affacciano schiere di "zelanti" moralisti, predicatori e sputasentenze che, come tanti Soloni saccenti e presuntuosi, sono disposti a crocifiggere i presunti “lavativi” e “perditempo” che imperverserebbero nel comparto della Pubblica Amministrazione, quindi anche nel settore della scuola pubblica. Come se i "fannulloni" e lo "scarso rendimento" degli insegnanti fossero la principale causa dei mali che affliggono la scuola pubblica italiana. Nel contempo si vorrebbe far credere che in quella privata si lavora e si produce senza sosta e senza sprecare tempo e soldi: forse questo spiega le ragioni per cui i finanziamenti statali, invece di essere destinati alle scuole pubbliche vengono dirottati a vantaggio di quelle private?


Come non sembra essere un “infingardo pelandrone” il neoministro Renato Brunetta. Il quale, appena insediatosi al vertice del proprio dicastero istituzionale, evidentemente ossessionato dal mito stacanovista, si è prontamente attivato per promuovere una vasta e martellante campagna anti-fannulloni. Richiamandosi ad una teorizzazione (rivisitata) di Mao Tse Tung che ha influenzato ed ispirato la rivoluzione culturale cinese, il "neomaoista" Brunetta ha affermato in tono solenne che "bisogna colpirne uno per educarne cento". Bene.


Allora, si inizi a dare l’esempio al vertice dello "Stato-azienda", a partire proprio dai quadri dirigenti più elevati che hanno dimostrato di essere assolutamente inefficienti ed improduttivi. Se non addirittura fallimentari. Penso, tanto per citare il primo esempio che mi viene in mente, ai dirigenti pubblici che hanno affondato e rovinato la compagnia di bandiera dello Stato italiano, l'Alitalia.


Questi “solerti supermanager” ricevono uno stipendio annuo che si aggira intorno ai 500 mila euro, vale a dire oltre 1300 euro al giorno! Tale cifra è pari, se non superiore al salario mensile (non giornaliero) percepito da un insegnante qualsiasi o un operaio medio.


Lascio a voi giudicare (liberamente e onestamente) l’estrema iniquità e la sperequazione di questa forbice tra i redditi più alti e quelli più bassi. Un divario scandaloso che è destinato non a ridursi, ma ad allargarsi progressivamente. Come è già accaduto negli ultimi anni.


 


Dopo queste considerazioni preliminari, voglio provare ad esporre nel dettaglio le singole questioni problematiche da me ipotizzate. Sulle quali propongo di ragionare senza quelle ingombranti difficoltà generate da sciocche prevenzioni e rozzi pregiudizi mentali, come possono essere i soliti, vuoti e sterili discorsi ricorrenti nei bar e tra la gente. Si tratta di frasi fatte derivanti da grossolane persuasioni comuni che circolano diffusamente nell’opinione pubblica nazionale a proposito dei lavoratori statali.


 


I peggio pagati in Europa


 


Anzitutto, specie dopo la precedente riflessione, ritengo che il personale docente non sia adeguatamente “valorizzato”. Con tale espressione intendo riferirmi non solo allo scarso rilievo morale e al basso prestigio sociale che ormai la mentalità comune riconosce alla professione docente, bensì mi richiamo anche e soprattutto al temine “valore” inteso in senso marxiano, vale a dire sotto il profilo squisitamente economico-monetario. Insomma, occorre attingere al budget ministeriale per incrementare e migliorare gli emolumenti mensili assegnati agli insegnanti italiani, che risultano i peggio pagati in Europa. E non si tratta di un facile luogo comune.


Infatti, qualcuno mi spieghi come un insegnante che percepisce una retribuzione media che può aggirarsi intorno ai 1200 euro mensili al netto delle imposte trattenute alla fonte, può concedersi il "lusso" di pagare corsi di formazione e di aggiornamento professionale, come può permettersi di acquistare libri, materiali didattici e vari sussidi tecnologici quali cd multimediali, programmi ed altri componenti essenziali al normale funzionamento di un computer (si pensi solo ai costi delle stampanti, delle cartucce per l’inchiostro, ecc.), insomma tutto quanto occorre per informarsi ed aggiornarsi sul piano culturale e professionale.


Ho citato un caso abbastanza dozzinale ma emblematico, che tutti possono valutare facendo un calcolo matematico approssimativo, per far comprendere cosa significhi realmente, quante spese effettive comporti lo studio e l’aggiornamento in un campo professionale come l’insegnamento. Un impegno che non è solo assai difficile e faticoso sul piano mentale, ma è altresì oneroso sotto il profilo economico. Per cui non è più alla portata della maggioranza degli insegnanti italiani. I quali sono notoriamente i meno pagati in Europa.


 


Progettifici scolastici


 


Un altro problema molto serio avvertito (non solo) dal corpo docente, è senza dubbio quello delle cosiddette “attività aggiuntive” a carattere non obbligatorio, vale a dire gli impegni e le iniziative progettuali di tipo extra-curricolare. Mi riferisco in modo particolare ai progetti cosiddetti P.O.N. e P.O.R. finanziati con fondi e sovvenzioni di provenienza europea, nazionale e regionale.


Nel campo della didattica e dell’istruzione scolastica i criteri di quantità e qualità sono in genere difficilmente compatibili tra loro, nel senso che l’una esclude l’altra. In genere la quantità di tipo "industriale" rischia di inficiare e compromettere la qualità di un progetto. Ciò è vero a maggior ragione in un sistema scolastico-educativo, laddove i progetti sono prodotti in serie, praticamente standardizzati. In tal modo le singole istituzioni scolastiche rischiano di diventare vere e proprie "fabbriche di progetti", ossia “progettifici scolastici”. Con inevitabili ripercussioni negative sulla qualità e sul successo della formazione dei giovani.


Personalmente non sono contro i "progettifici" per rivendicazioni ideologiche astratte, schematiche e semplicistiche, ma per ragioni concrete legate alla mia esperienza diretta. Nulla mi impedirebbe di essere favorevole ai progetti di qualità, purché siano attuati sul serio, ma nel contempo sono cosciente che i casi virtuosi sono eccezioni molto rare. Invece, i "progettifici scolastici" si caratterizzano negativamente per vari motivi, anzitutto per una scarsa intelligenza creativa e un’insufficiente trasparenza non solo formale o procedurale, per un livello di inefficacia e inadeguatezza degli interventi, per un’esigua e debole rispondenza alle reali esigenze psicologiche, formative, culturali e sociali degli studenti, mentre obbediscono solo ad una logica affaristica e aziendalistica.


Per non parlare dei continui, imbarazzanti strappi alle regole, delle reiterate violazioni di norme e diritti sanciti dalla legge, delle frequenti scorrettezze commesse all'interno delle singole scuole, derivanti da invidie, gelosie e rivalità individualistiche, ovvero da altre meschinità e grettezze di origine piccolo-borghese.


 


Trasparenza e democrazia collegiale


 


Veniamo alla questione della scarsa trasparenza nella gestione politico-amministrativa ed economico-finanziaria delle scuole e al tema della democrazia collegiale che ormai versa in condizioni estremamente fragili, critiche e decadenti.


Dall’emanazione nel 1974 dei Decreti Delegati che istituirono varie forme e strumenti di democrazia collegiale nella scuola, la partecipazione alla vita e al funzionamento degli organi collegiali si è progressivamente ridimensionata e deteriorata, fino ad essere sancita solo sulla carta. Oggi il potere decisionale detenuto ed esercitato all’interno degli organi collegiali (Consigli di Istituto, Collegi dei docenti, Consigli di classe, interclasse e intersezione) esclude sempre più la maggior parte delle famiglie, degli studenti, del personale docente e non docente. In pratica l’esercizio del potere politico-decisionale nelle singole realtà scolastiche è riservato ad una ristretta cerchia oligarchica formata dal Dirigente scolastico e dai suoi più stretti e fidati collaboratori.


Esaminiamo il caso emblematico di un organo collegiale come il Collegio dei docenti.


Un tempo il Collegio dei docenti era la sede deputata a discutere gli argomenti più elevati, tematiche psico-pedagogiche e didattiche, per cui gli insegnanti, specialmente i colleghi più aperti, curiosi e motivati, culturalmente preparati e coscienti, avevano modo di confrontarsi e maturare sotto il profilo intellettuale e professionale.


Oggi i Collegi dei docenti sono stati ridotti a centri di ratifica puramente formale delle decisioni assunte dai Dirigenti scolastici e dai loro collaboratori. Tale avallo avviene in genere attraverso modalità procedurali assolutamente acritiche ed esautoranti, che negano ed umiliano la dignità e la sovranità dei Collegi stessi. 


In pratica i Collegi dei docenti (o, volendo ricorrere a una formula dissacrante ma efficace, intrisa di amaro e osceno sarcasmo, i "Collegi degli indecenti") sono diventati il luogo più alienante e passivizzante in cui al massimo si dibatte di questioni di ordine prettamente economico-finanziario, ma senza la necessaria e dovuta trasparenza informativa, ovvero senza fornire tutte le informazioni e i dati relativi al budget effettivo di spesa delle scuole. Insomma, i Collegi dei docenti avallano senza neanche conoscere fino in fondo l'oggetto reale sottoposto all'attenzione degli organi collegiali, vale a dire somme, fondi e finanziamenti, in alcuni casi cospicui, che vanno a beneficiare e sovvenzionare un'esigua minoranza di colleghi, coincidente quasi sempre con la ristretta cerchia composta dal cosiddetto "staff dirigenziale".


 


Dall’autonomia scolastica alla “controriforma Moratti”


 


Da oltre 15 anni la scuola pubblica italiana assiste ad un graduale e inarrestabile declino e indebolimento della democrazia partecipativa, in modo particolare dell’agibilità democratica e sindacale e degli spazi di libertà e legalità vigenti al suo interno.


Tale processo di logoramento e di involuzione in senso autoritario e antidemocratico, è dovuto ai colpi letali inferti, senza soluzione di continuità, dai governi sia di centro-sinistra che di centro-destra. Nel caso specifico, le principali responsabilità politiche di tale decadimento sono da rinvenire in due momenti storico-legislativi assai importanti e determinanti: l’istituzione della legge sulla cosiddetta “autonomia scolastica” e l’applicazione della legge n. 53/2003, meglio nota come "riforma Moratti".


Negli ultimi anni è stato possibile sperimentare come l’avvento della tanto decantata "autonomia scolastica" e l’attuazione della succitata "riforma Moratti", non hanno sortito  esiti apprezzabili in termini di apertura della scuola verso le reali esigenze del territorio.


La mera formulazione giuridica della "autonomia" non ha stimolato le singole scuole ad esercitare un ruolo davvero incisivo e trainante, di intervento critico-costruttivo e di promozione culturale rispetto al contesto socio-economico e politico di appartenenza.


In molti casi, le istituzioni scolastiche ribattezzate come "autonome", hanno assunto una posizione subalterna verso i centri di potere vigenti nelle realtà locali, e mi riferisco anzitutto alle Pubbliche Amministrazioni, assolutamente incapaci o restie a supportare finanziariamente un arricchimento della qualità dell’offerta formativa delle scuole.


A tutto ciò si aggiunga un progressivo imbarbarimento dei rapporti interpersonali, sindacali e politici tra i lavoratori della scuola, in quanto questa è diventata il teatrino di sempre più estese e laceranti conflittualità. Questi fenomeni di disgregazione sono una conseguenza prodotta proprio dalla tanto osannata "autonomia", nella misura in cui tale provvedimento normativo non ha generato un assetto organizzativo stabile, equo ed efficiente, ma in moltissimi casi ha generato solo confusione, contrasti, assenza di certezze, violazione di regole e diritti, sia sindacali che democratici, favorendo e incentivando comportamenti furbeschi, autoritari ed arroganti, esasperando uno spirito di arrivismo e di accesa competizione per scopi prettamente venali e carrieristici.


 


Dal “ciclone Moratti” all’“uragano Tremonti-Gelmini”


 


Per illustrare in modo chiaro ed efficace il mio punto di vista critico sull'azione “terapeutica” esercitata dal ministro Gelmini potrei ricorrere ad una metafora molto semplice ed eloquente: penso che la Gelmini stia operando come quel medico che per "rianimare" un paziente quasi agonizzante decide  di sferrargli il colpo letale.


Oggi la scuola è un organismo quasi cadaverizzato, ma non sarà certo la Gelmini, e tanto  meno il super-ministro Tremonti, a farla rinascere, specialmente con interventi di mera amputazione  chirurgica. Al massimo potranno far risorgere, dalle ceneri del passato dove è rimasto  sepolto per decenni, la figura (obsoleta) del "maestro unico".


Un anacronismo storico e metodologico-educativo che continua a sopravvivere nell’odierna società, malgrado l’abrogazione legislativa e il superamento da parte delle più aggiornate ed avanzate teorie nel campo psico-pedagogico e didattico.


Il “maestro unico” ha continuato ad esistere attraverso la televisione-spazzatura, nell’impero globale delle merci e dei consumi, nel pensiero unico dell’ideologia edonistica e consumistica trasmessa dalla pubblicità commerciale, nell’omologazione e nell’appiattimento culturale imposto alle giovani generazioni degli ultimi anni dal “Grande Fratello” televisivo, un potere economico-ideologico asceso stabilmente al governo della nazione. Un dominio totalitario che include ed oltrepassa il fenomeno del berlusconismo, avendolo assimilato ed inglobato nella propria sfera di influenza.


Il pensiero unico, oggi dominante, si è dunque diffuso in modo subdolo e capzioso, come un virus pernicioso ed insidioso, frutto di un crescente degrado culturale della società italiana (ed occidentale in genere), un degrado antropologico di cui il berlusconismo è solo uno degli effetti (il più evidente e clamoroso, forse) ma non la causa.


Le radici storiche di tale degrado affondano in un’epoca relativamente recente.


Le origini del degrado vanno ricercate più indietro nel tempo rispetto all’avvento di Berlusconi e dei suoi network televisivi privati. Vanno indagate in quella fase storica di transizione che sono stati gli anni ’60, gli anni del “boom” economico-consumistico, gli anni della scolarizzazione e dell’acculturazione (e dell’omologazione) di massa.


Anni intensi e convulsi, segnati da grandi mutamenti socio-culturali, economici e strutturali, anni in cui il “Potere occulto” del mercato e dei falsi bisogni indotti, di cui parlava Pier Paolo Pasolini nei suoi “Scritti corsari”, si imponeva in modo profondo  e duraturo, quasi definitivo, affossando la millenaria cultura contadina, una cultura statica ed immobile, in cui era rimasto chiuso ed immerso gran parte del popolo italiano.


Oggi questo degrado è come un’affezione tumorale causata da una contaminazione originaria risalente a diversi anni addietro, ma che esplode improvvisamente, degenerando in una metastasi cancerosa irreversibile e conducendo irrimediabilmente allo stadio terminale. L’ultimo stadio della società tardo-capitalista.


 


Lucio Garofalo

sabato 7 marzo 2009

Luca aveva 33 anni... ed era gay è non è stato cantato a San remo


Ora che le polemiche   suscitate   dalla  canzone  ( musicalmente  è buona  , soprattutto perchè ha   avuto  buon gioco  di farsi accompagnare  da  una   ,  da  quell poco  che  da  profano  ne  capisco  ,  bellissima   voce  femminile  )   di  povia Luca  era  gay  il cui testo :  secondo  l'autrice  di eka.iobloggo.com/ : << (...)  Secondo me c'è poco da dire/da lamentare: fa cagare, e non solo per il tema decisamente opinabile, poco e mal argomentato ( che si studi Freud, prima di citarlo in maniera errata) ed alquanto idiota (tizio era gay, adesso sta con lei...), sapientemente studiato per provocare tutto il marasma che si è portato dietro -per non parlare di Luxuria sempre in televisione, (....)  Fa cagare, punto. >> qui il   resto dell'articolo  in questione  )  , sono mature   per  parlare  " pacamente   "  (  per parafrasare  un  noto politiko italiano   che    ha  capito  dopo varie  batoste    di farsi da parte  )   di   tali argomenti   e  proporre  , vedi titolo , la storia    di un 'altro Luca  .
L'occasione  viene  da un post  riportato  Dall'altro nostro (   per   chi ha  anche  blogger  come   blog  principale  e solo  l'account  in splinder    ) blog  riporto  qui l'url  per chi non lo ricordasse o non  lo conoscesse  ancora  www.ulisse-compagnidistrada.blogspot.com pubblico questa  toccante  storia  riportata  dalla  cdv  (   sia   in  splinder  sia  in blogger  )  daniela  tuscano  .

<<


Riceviamo e volentieri pubblichiamo.



Cara Daniela,
Povia afferma che il "suo" Luca ex gay in realtà porta un altro nome, ora ha 58 anni, è sposato, ha una figlia e ha finalmente raggiunto felicità e benessere interiore.
Io invece voglio raccontarti d'un altro Luca. Che si chiamava proprio così, e la cui storia è un po' diversa da quella cantata a Sanremo.
Luca aveva 33 anni quando ci ha lasciati! Ma la sua energia è ancora dentro tutti coloro che l'hanno conosciuto. Come a me e a Matteo.

Io e Matteo siamo due volontari di una pubblica assistenza di Firenze, e ci venne chiesto se volevamo fare un servizio di assistenza domiciliare in una casa vicino a dove abitavamo noi. L'impegno era soltanto per due volte alla settimana e si trattava di preparare la cena, se lo sapevamo fare, oppure andare a fare la spesa, perché questa una viveva sola e non poteva uscire perché malata. Negli altri giorni altri volontari a svolgevano questo servizio, ma eravamo liberi di andare a trovarla ogni volta che volevamo.


Così io e Matteo accettammo; in fondo bastava organizzarci per chi dei due andava a comprare le cose mentre l'altro preparava la cena. Sarà la solita vecchina o vecchino solo senza famiglia, o con la famiglia che se ne fregava, pensammo. Dissi a Matteo: "Perché non facciamo un salto domenica sera a vedere un po' com'è la situazione? Così ci organizziamo di conseguenza". E così, la domenica, andammo all'indirizzo che ci avevano dato. Aprimmo con le chiavi forniteci dall'organizzazione in quanto il padrone di casa non sempre era in grado di alzarsi dal letto.
Ci trovammo in un piccolo salotto molto accogliente, con un gran divano che prendeva tutta la parete e dava di fronte alle finestre spalancate su un piccolo giardino molto ben curato. In un angolo, su una sedia a dondolo c'era un ragazzo molto giovane, con una sigaretta tra le dita, molto magro e pallido. Ci disse buonasera e io e Matteo ci guardammo un po' stupiti. Si presentò dicendo di chiamarsi Luca e che era lui il bisognoso di assistenza perché malato di Aids; se questo ci avesse creato problema, lui avrebbe capito e richiesto altre persone. Io, superato il primo momento d'imbarazzo, mi avvicinai e mi presentai e gli dissi che per quanto mi riguardavanon ci sarebbero stati problemi. Non ci furono neanche per Matteo. Così cominciò la nostra avventura con Luca. Cominciammo ad andare due volte, che poi diventarono tre, poi quattro, e tutte le domeniche sere restavamo a cena con lui. Divenne la nostra vita. E noi la sua. Non passava momento libero che non fossimo con Luca. Aveva lasciato i genitori a 20 anni per andarea vivere da solo con il suo compagno, ma tutto in gran segreto, perché i genitori rifiutavano totalmente l'idea di avere un figlio gay. Quando andavano a trovarlo, doveva cacciare di casa il compagno perché, se lo avessero visto in compagnia di un uomo, da solo in casa, sarebbe successo il finimondo.

Questo è durato per 10 anni, fino a quando il suo compagno è morto per Aids. Luca aveva contratto la malattia due anni prima che morisse il suo compagno, e per i tre anni che sono seguiti prima della sua morte, aveva tagliato i ponti con tutti. I genitori sono venuti a sapere che il loro figlio era gay e pure malato soltanto dopo la morte del partner, perché glielo aveva rivelato lui stesso. Da quel momento i genitori non erano più esistiti per Luca, e lui, di conseguenza, aveva cambiato serratura alla porta e annullato il contratto telefonico. Comunicava solo con il cellulare.
Quando ha cominciato a stare molto male si è rivolto alla nostra associazione per chiedere se poteva avere assistenza domiciliare. Così siamo entrati in gioco noi. Tra noi era nato un legame fortissimo, un'amicizia senza limiti. Matteo aveva due videoregistratori e ne portò uno a casa di Luca. Io ho circa 500 film, ogni volta gli facevamo scegliere tra generi diversi. Nei periodi in cui stava meglio e aveva voglia di uscire, lo portavamo al cinema, sua grande passione, in giro per la Toscana. Poi cucinavamo di tutto facendo un gran casino, e lui rideva come un matto.
Per l'unico Natale passato insieme, gli comprammo l'albero e anche il regalo. L'albero non lo aveva più fatto da quando era mancato il suo compagno. Trascorremmo insieme anche l'ultimo dell'anno. Anche di sesso parlavamo. Tra noi erano caduti tutti i muri. Eravamo diventati una famiglia. Ma cosa importante, eravamo riusciti a farlo sorridere di nuovo.


Diventammo anche la voce dello scandalo per gli inquilini. Quel via vai di uomini in quella casa. Se incrociavamo qualcuno, non ci salutavano o ci guardavano di traverso.
Poi venne aprile. Quella sera, quando arrivammo noi, lo trovammo a letto. Non riusciva neanche a parlare. Trovai il numero di telefono del medico e lo chiamai subito. Mi disse che si trattava d'una nuova crisi, di dargli quelle medicine di sempre e che, se Dio avesse voluto, si sarebberipreso. Non si riprese più. Quella notte noi rimanemmo lì. Io nel letto con lui, Matteo sul divano. Nella notte ci lasciò. Svegliai Matteo per avvisarlo. Lui chiamò il medico, che accorse subito. Poi di nuovo facemmo il nostro lavoro. Lavammo Luca, lo vestimmo e aspettammo che l'ambulanza lo portasse via. Solo quando si udì la sirena, quelli del primo piano chiesero cosa fosse successo. Per mia fortuna non avevo voglia di parlare, se no non so se sarei riuscito a controllarmi. Neanche Matteo rispose.
Dopo che l'ambulanza si fu allontanata, io e Matteo ci guardammo negli occhi gonfi per il pianto e per la notte insonne. E in quella, Matteo fece un gesto che, lì per lì, mi sorprese: in quel momento, nel giardino, davanti a quegli occhi curiosi e indifferenti, mi baciò. Matteo è eterosessuale e solo più tardi capii che quel bacio era per Luca, per provocazione a quella gente che per quei 7 mesi che noi eravamo stati lì, non si era mai presentata a chiedere se avesse bisogno di qualcosa.
Questa storia ci ha lasciato una grande ferita, che ha portato me e Matteo a non vederci quasi più. Io non faccio volontariato da quasi due anni. Matteo lo sento ogni tanto per telefono. Ci incontriamo il giorno del compleanno di Luca per andare insieme a messa. Non essendo parenti, non abbiamo saputo neanche dov'è sepolto, anche se forse dentro di noi, in realtà non lo vogliamo sapere.Preferiamo ricordarlo nella nostra intimità. Per Matteo è stata la prima esperienza con una persona sofferente che poi è morta. Per me, invece, la seconda. Il 2 gennaio del 1991 ho perso mia madre per leucemia.

                                                              Daniele Bausi
>>
Dovrei concludere  qui  ., ma datro che ci sono  ne  approfitto    per  rispondere   alla  grilo  a chi   mi scrive  (  nell'email  riportasta  sotto  i post  , o a quella di splinder  )  o  mi  sms    chiedendomi  e  scrivendomi :
1)   visto  che  parlate   di gay  , lesbiche  , siete per  caso gay  o lesbiche  ?
2) il  vostro sito  è  una  comunità   omosessuale  ?
3)   se  sei  etero  perchè  .......  ti schieri con quella  feccia  e  malati  ed  esibizionisti  bvedi le  loor  pagliacciate  di  gay  pride   e adesso lesbo pride  ? che voglionoisposarsi  ed  adottare bambini  non c'è più   religione  , roivinano la  famigflia  , ecc 
4)  e  altri commenti  neofascisti  e razzistici   che  mi viene  il disgusto   solo  a  ripeterlli e  a riportarli  .

Lo sò che  dovrei fare  come dante  non curarti di loro  , ma  certe cose  mi fanno vergognare   oltre che  (  come  mi  è sucesso   quando  ho visto  il film Philadelphia  del 1993, diretto da Jonathan Demme con Tom Hanks) piangere  nel vedere  che un uomo o  una donna  nel 21  secolo  sia  discriminagto per  le  sue scelte sessuali  .

Ecco le  mie risposte  .
1)    qui parlo per  me  ,  gli altri  non sò  se  vogliono possono replicare nei  commenti  , non lo sono  . E  se poi lo fossi  vi cambierebbe  qualcosa  ? 
2  )  ma  prima  d'aprire  quella  cloaca di boccca  ti sei accorto    d'aver   collegato bocca  con il  cervello  ?  l E’ stato anche dimostrato che una quota significativa di individui eterosessuali può manifestare dei comportamenti omosessuali in circostanze in cui l’accesso all’altro sesso è impedito o reso impossibile per le più varie ragioni (scuole, servizio militare, carceri, etc.).
E’ anche importante fare una istinzione tra l’orientamento sessuale omosessuale (il fatto cioè di avere preferenza esclusiva per una sessualità di tipo omosessuale) ed il comportamento omosessuale. Il comportamento omosessuale è infatti piuttosto comune nell’adolescenza, mentre la prevalenza dell’orientamento sessuale omosessuale nell’adulto è di circa il 7% nei maschi e di circa il 4% nelle femmine (anche se si ritiene che questi dati siano stimati per difetto).
In tutti i paesi europei l’omosessualità è considerata un comportamento assolutamente legale purché venga messa in atto da individui considerati in grado di intendere e di volere e consenzienti.
E per finire l’omosessualità è scomparsa da diversi anni anche dai manuali psichiatrici non essendo più considerata una malattia psichiatrica.Infatti    già  da  (  trovate la  copertina sotto  di un suo libro  )  Alfred Adler(1870 –1937) psichiatra e psicoanalista austriaco .
L’omosessualità non è una malattia".  Infatti  egli  : <<   (...)  . Nella fase dello sviluppo, il bambino affronta problemi e situazioni creando stratagemmi che ricava dalla propria esperienza e dal confronto con quelle degli altri, soluzioni che adotta come schemi del suo comportamento, ai quali si conformeranno da allora le sue risposte. Le ricerche della psicologia individuale hanno inoltre dimostrato che un bambino sarà tanto più perverso quanto più sarà accresciuto in lui il senso di inferiorità. Naturalmente sotto questa chiave anche l'educazione assume un senso di primaria importanza: un padre-tiranno, che offusca la personalità espressiva del figlio, può essere causa dell'insicurezza dello stesso, creando un grave senso di inferiorità, ed egli si oppone all'autorità del padre in modo nascosto, acquisendo le doti tipiche del perverso. Stessa cosa accade se la madre é forte e possessiva: il bambino avrà, un domani, un forte senso di scoraggiamento e quindi di repulsione verso la donna. La fuoriuscita dallo schema tradizionale fa sì che l'omosessuale sia scarsamente adattabile alla vita sociale, dove infatti egli è condannato ad essere considerato immorale. E' molto complicato curare l'individuo omosessuale perché si tratta di una nevrosi individuale costituita in età giovanile: é necessario estirparne l'omosessualità acquisita nell'infanzia, quindi rilevare in modo preciso la distanza dal partner sessuale, evidenziare l'aspetto dell'antisocialità ed infine sciogliere il senso di superiorità adottato per compensazione. L'omosessualità, come si diceva, é un fattore di educazione dell'infanzia. La vasta diffusione di questo fenomeno, normale nei tempi antichi come tutt'oggi in ogni classe sociale, fa ad Adler dedurre che l'omosessualità sia una perversione non curabile.>> (  tratto dalla sua biografia su   filosofico.net  )  Può sembrare assurdo doverlo ripetere nel 2006 ma l’Associazione Americana di Psicologia è stata costretta, nel corso di una settimana di convegni appositamente organizzati a New Orléans, a ribadire le posizioni stabilite ufficialmente nel lontano 1975.“L’omosessualità non è una scelta ma una condizione naturale, dunque non vi si può guarire” ha affermato l’Associazione degli Psicologi di fronte alle pressioni dei movimenti cosiddetti “ex-gay” come Exodus, secondo cui sarebbe possibile guarire dall’omosessualità abbracciando la fede religiosa. “Chi afferma il contrario - puntualizzano gli organizzatori - fa riferimento a pratiche religiose e non scientifiche, sul cui reale funzionamento non esistono prove scientifiche e che anzi possono essere fonte di discriminazione sociale.”Al convegno scientifico hanno trovato spazio anche associazioni come “Truth Wins Out”, che è da tempo impegnata nel portare alla luce le truffe e i raggiri che spesso stanno dietro ai presunti guaritori dal 'male' dell’omosessualita'.
3)  solo perchè  ......   con l'ano  e con la  bocca    non sono diversi da noi   .  Non sono malati   e tutti esisbizionisti , esperienza  personale  ( ne  ho conosciuto    e   alcuni li  frequento tutt'ora    ed altri non faccio nomi  per  privacy   e perchè  essere homosex  oggi     viene considerato oggi un tabù  e non mi và   ed0'essere  coresponsabile  d'averlo messo   alla  pubblica  gogna  , scrivono quoi  da  noi  ) .
Io  ho forti dubbi  sull'adozione   dei bambini a  coppie  gay e  Lesbiche    e non mi piace il matrimonio  omosessuiale   meglio  un pacs  o il solo matrimonio   laico in comune  )  .   i gay  pride  sarebbero delle    carnevalate   ( pagliacciate  non mi piace   come termine  )   se  non ci fosse  una cultura  (    sia  a destra , sopratu tto per  esperienza personaloe  e per  qule che vedo e sento  ,  sia   a sinistra  e ila  storia  di P.P.Pasolini lo dimostra  )  Poi  condivido  in parte   (  pnon  mi dilungo  , poer  non annoiarci   , ma sopratutto     perchè  chi mi legge   sa  cosa  condivido  d''esspo  ,  cmq    se  volete   sui  può approfondire  nei commenti   o  in  privato  )  quello che ha detto  nel discorso  di parlamentare   di cui riporto sotto la  prima parte Carmen Montón,  ministro del governo zapatero (  ha lo stesso ruolo di mara  Carfagna  )  che ha collaborato alla stesura della legge per il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso. É corrispondente alla "nostra" Mara Carfagna. durante  l'iter legisloativo   della  legge di Zapatero  suoi matrimoni omosex 




trovate buzzintercultura.blogspot.com/ più  precisamente  qui se   non avete  voglia  di   cercare  nel suo archivio  .

  con questo è tutto alla prossima 

mercoledì 10 dicembre 2008

LETTERINA DI NATALE

 


















 



LETTERINA DI NATALE







LETTERINA DI

NATALE


 dal blog di rossella drudi http://www.diteloame.splinder.com




"SFIDA AI DIRIGENTI DELLA

TELEVISIONE"








Molti lamentano i disagi dovuti alla

mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro







il "cattivo" nelle periferie "buone" (viste

con dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali

rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si

lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro.

Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture

periferiche dalle quali, appunto, fino a pochi anni fa, era assicurata una vita

propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura

miserabili.



Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha

fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un

modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie

culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano

imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava

ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli

imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono

rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza"

della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle

repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione?

Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione

delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni.



Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito

la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del

sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della

televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così

storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera

di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè,

come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova

industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma

pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un

edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente

estraneo alle scienze umane.



L’antecedente ideologia voluta e

imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti,

era formalmente l’unico fenomeno culturale che "omologava" gli italiani. Ora

esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale "omologatore" che

è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno

ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del

Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi

sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo

(e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina).



Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello

che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di

benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono

davvero in grado di realizzarlo?

No. O lo realizzano

materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a

realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o

addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i

sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si

vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello

popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con

un certo disprezzo spavaldo i "figli di papà", i piccoli borghesi, da cui si

dissociavano, anche quando erano costretti a servirli.

Adesso,

al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno

abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche

più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare

non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari umiliati

cancellano nella loro carta d'identità il termine del loro mestiere, per

sostituirlo con la qualifica di "studente". Naturalmente, da quando hanno

cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a

disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito

acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piecolo-borghese,

nell’adeguarsi al modello "televisivo" che, essendo la sua stessa classe a

creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e

infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono

sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere

tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancora

in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle

facoltà intellettuali e morali.

La responsabilità della

televisione in tutto questo è enorme. Non certe in quanto "mezzo tecnico", ma in

quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo

attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il

luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove

collocare. E attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in

concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati)

che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di

informazione al mondo. Un giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogan

mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il

fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di

scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi

mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non

solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata bruttata per sempre…





(Questo articolo non è stato scritto pochi giorni fa e

da un giornalista qualsiasi, ma è stato preso dal …)



Corriere Della Sera del 9

dicembre 1973.


(con questo titolo)

“Sfida ai dirigenti della televisione"



di: Pier Paolo Pasolini.



Sono passati ben 35

anni, ma le cose non sembrano diverse oggi, anzi, forse sono peggiorate. Babbo

Natale portaci un po’ di sana coscienza!



Chiudo con una

citazione del sommo P. P. P., e Buon Natale a tutti.



Baci dalla

sempre vostra, Rossella.



“Penso dei comunisti da salotto ciò che

penso del salotto. Merda”



Aggiungerei: che si "vendono" e vedono

in tv sempre di più oggi, ogni riferimento è puramente voluto!


(alcuni di loro poi, hanno anche sdoganato un reality sul quale fino a poco tempo fa avevano sputato sopra, solo il loro abbigliamento non cambia mai, pantaloni di velluto a costine (anni 68) atteggiamento da io so tutto e tu non  capisci niente. Che schifo! .... E poi si domandano come mai perdono  le elezioni, chiedetelo a tanti se non tutti  i disillusi di sinistra come me, magari siamo romantici idealisti, ma non coglioni! E la maggioranza ringrazia la vostra superbia narcisista che ci ha portati a questo!

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