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07/03/20

Alba Donati la poetessa e la libreria rinata dopo l'incendio nel paesino di montagna; "Grazie a donazioni e crowfunding" ed La figlia di Borsellino : “Perché sto aiutando un assassino di papà”




  Continuando  come   ho accennato     nel  post  precedente       riguardante  l'8 marzo   ecco per  tale      data   altre due storie  due    che  possono sembrare  agli antipodi ma  che  in realtà  non lo sono se  leggete    se  rileggete  il precedente post     : 1)  una poetessa  che  fa nascere  e  poi  ricrea dopo la  distruzione     per  un incendio  una  libreria  in u paese di montagna di  200  anime  in somma un pese dimenticato da  dio e  dagli uomini   :, 2)  la  solidarietà   dela  figlia  di Paolo Borsellino    verso la  famiglia   di uno   del gruppo che uccise il padre  .

Iniziamo  .  La  prima  parla  di  una libreria  trovate   la storia   per esteso   in questi due  articoli   del sito https://libreriamo.it/libri :


Si chiama "Sopra la penna", la mini libreria che la poetessa toscana Alba Donati ha aperto nel borgo toscano di Lucignana
 

Aprire una libreria in un piccolo borgo toscano. “Fare come Juliette Binoche con la cioccolata al peperoncino”, così aveva scritto Alba Donati nel post che ha poi dato vita a una vera e propria campagna crowdfunding. Protagonisti questa volta non sono il cioccolato né antichi intrugli Maya, bensì i libri. La nostra Juliette Binoche si chiama Alba Donati, è una poetessa raffinata e ha appena realizzato un sogno: aprire una libreria nel suo villaggio natale, Lucignana.
Il sogno della poetessa di Lucignana è diventato realtà. Si chiama “Sopra la penna” ed è un mini cottage letterario. Piccolo, caldo e accogliente, un luogo magico immerso nella natura impervia dell’Appennino Toscano, da cui si apre una vista che toglie il fiato. Silenzio, libri e un piccolo giardino segreto. Sono questi gli ingredienti che rendono questo luogo un angolo di rara bellezza e suggestione. Qui non troverete l’ultimo libro di Fabio Volo, ma soltanto quelle opere letterarie in grado di cambiarti un po’ la vita. 
Poi  poi  andata     distrutta  da  un incendio


  Ed  ora    essa  è  rinata 


da  repubblica  del  5\3\2020  


Toscana, la poetessa e la libreria rinata dopo l'incendio nel paesino di montagna; "Grazie a donazioni e crowfunding"
Alba Donati racconta il grande abbraccio: gli aiuti della gente, le case editrici e una signora speciale che un giorno le regala i libri della mamma scrittrice e un bonifico


                                   DI LAURA MONTANARI

Certe ripartenze hanno bisogno di simboli e di coraggio. La libreria Sopra la Penna di Lucignana è una di queste. Riaprirà il 21 marzo, primo giorno di primavera, nell’aria leggera dei monti della Garfagnana e rimettendo in vetrina un libro che la rappresenta: Alice nel paese delle meraviglie.

 «Sì, ma un pezzo unico, con la copertina annerita dal fuoco» dice Alba Donati. Perché le ferite mica si dimenticano. È cominciata, questa piccola libreria, come un desiderio della poetessa e scrittrice, presidente del Gabinetto Vieusseux, ma è diventata, attraverso un paio di crowdfunding, un sogno collettivo di tutti quelli innamorati delle sfide impossibili: la libreria nel paese con meno di duecento abitanti, un niente sulla carta geografica, nemmeno un puntino. Una libreria che pareva morta tra le fiamme di un incendio scoppiato pochi mesi dopo la sua nascita, adesso grazie alla solidarietà rinasce e raddoppia: «Stiamo per comperare una casa abbandonata che è proprio accanto a Sopra la Penna: lì io e Pierpaolo Orlando, presidente della scuola di scrittura Fenysia, pensiamo di ampliare gli spazi, aprire una caffetteria e, all’ultimo piano, un albergo diffuso, residenze per traduttori o stanze per chi vuole fermarsi una notte dopo un corso di scrittura, di poesia o soltanto per stare in un bel posto a leggere».
Rimettiamo indietro le lancette, ricominciamo dal fuoco di quella mattina.
«Ero paralizzata. Non riuscivo nemmeno a piangere. Ero lì a casa a Lucignana, a due passi dalla libreria. Ero a letto, stavo leggendo Motel life di Willy Walutin, era così cupo... Ho sentito la voce di una mia amica, Alessandra, che dalla strada mi gridava: “Alba, brucia la libreria”».
Era il 30 gennaio, avevate aperto sì e no da due mesi. Fiamme accidentali o dolose?
«Ho sempre detto accidentali perché in effetti chi se ne intende mi dice che sono partite dall’interno e all’interno non c’era nessuno. Però poi qualche dubbio mi è venuto: una mattina ho trovato fuori una vanga che di solito era nello sgabuzzino degli attrezzi e una zolla di terra buttata all’aria. Pareva un dispetto. E poi c’era stato il precedente...»
I vasi di fiori fatti rotolare per il pendio. Ma chi può avercela con lei o con la libreria?
«Voglio pensare che sia stato un incendio accidentale. In paese mi vogliono bene, ci sono tante persone che mi aiutano a portare avanti questo progetto».

Va bene, l’incendio è passato. E adesso?

«Adesso siamo pronti a ripartire, sono successe tante cose bellissime».

Dica la prima.

«Non mi sono mai sentita sola in tutta questa storia, le sembra poco?».

Chi l’ha aiutata?

«Le persone di Lucignana a spegnere l’incendio e a ripulire i locali. Nessuno ha mai pensato nemmeno per un momento che fosse finita. Abbiamo offerto i libri bruciati in cambio di piccole donazioni, in tanti mi hanno chiesto di riaprire un crowfunding e così ho fatto. Ma voglio raccontare una cosa speciale. La mattina dopo le fiamme si è presentata una signora, con l’aria da ragazza, con una macchina piena di libri: mi ha raccontato che li stava portando a Lucca a un mercatino, ma poi aveva letto della libreria bruciata e ha deviato il percorso e me li ha regalati. Erano i libri della sua mamma, scrittrice americana, morta pochi giorni prima. Mi ha chiesto: e adesso come fai? Quanto ti ci vuole per ripartire, 10 mila euro? Ho detto sì, probabilmente sì. E lei: “Te li do io”. Non ci credi? La sera avevo già su whatsapp i codici del versamento».

Sembra una favola.

«Invece è accaduto davvero. Con la sottoscrizione in rete ho raccolto altri 8mila euro, poi ci sono state donazioni di aziende della Lucchesia. Un aiuto importante destinato alla ricostruzione è arrivato dalla Giunti e dall’ad Martino Montanarini. Molte case editrici (Giunti, La Nave di Teseo, Adelphi, Einaudi, Neri Pozza, Guanda, Mondadori, Garzanti, Bompiani, Pacini Fazzi) mi hanno regalato dei libri per ripartire. All’interno ne avevo 600 e la maggior parte sono stati distrutti... Poi Davide Bonini, un artigiano di Chifenti mi ha regalato un cancello in ferro battuto fatto a mano che non mi sarei mai potuta permettere, è meraviglioso, sembra la porta per entrare in un altro tempo».

Su Facebook lei ha lanciato un post: ditemi che libro vi piacerebbe trovare ...

«Sì perché tutto questo è nato insieme a chi legge, a chi scrive, c’è stata una partecipazione così ampia che andremo avanti assieme. Non posso dimenticare Barbara, Rosita, Tiziana e Donatella che nei giorni dopo l’incendio mi hanno aiutato tanto. E le associazioni che si sono mobilitate per raccogliere fondi: da Colibrì di Ghivizzano, all’Inter Club di Capannori, alla Fondazione Ricci».

Il ministro Franceschini le ha promesso di venire a Lucignana?

«Sì, dopo l’emergenza sanitaria ovviamente. Non so ancora di preciso quando faremo la festa di inaugurazione, il 21 riapriamo poi si vedrà».
Perché le librerie chiudono e lei ne apre una in un paese piccolissimo?
«Per dare un servizio, un’occasione a chi vive nei paesi che lentamente si spopolano. Faremo corsi per i bambini e terremo le porte aperte a chi arriva».

da https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/03/06/news



La figlia di Borsellino : “Perché sto aiutando un assassino di papà”
Fabio Tranchina e la sua compagna hanno gravi difficoltà economiche Lui è l’ex autista del boss Graviano e oggi collabora con la giustizia


                                         DI SALVO PALAZZOLO

PALERMO 
Durante una pausa dell’ultimo processo per le bombe del 1992, sono rimasti a parlare per quasi un’ora. Da una parte Fabio Tranchina, l’ex autista del boss Giuseppe Graviano che ha curato i preparativi della strage di via d’Amelio e oggi collabora con la giustizia, dall’altro la figlia del procuratore aggiunto Paolo Borsellino, che il 19 luglio fu ucciso con cinque poliziotti della scorta. «Tranchina mi ha parlato del suo dolore – spiega oggi Fiammetta – mi ha raccontato la sua gioventù difficile a Brancaccio, mi ha giurato in lacrime che non sapeva cosa doveva accadere in via d’Amelio. Mi ha raccontato soprattutto della sua voglia di cambiare vita, e delle difficoltà enormi che sta incontrando». In quel momento – era quasi un anno fa, nell’aula bunker di Firenze - Fiammetta Borsellino decise che avrebbe aiutato quell’uomo in lacrime.
Questa è la storia di una figlia che non smette di cercare la verità sulla morte del padre: «Le liturgie di certa antimafia nei giorni delle commemorazioni stanno diventando insopportabili – dice – io voglio capire cosa è accaduto veramente». Questa

l'8 marzo non è solo mimose ed non dovrebbe essere solo una data ma dovrebbe essere sempre . la storia di Annalisa Malara colei che ha scoperto il coronavirus in Italia

Il mio  8 marzo  sono storie   come    questa   di Annalisa Malara, 38 anni, anestesista di Cremona, è il medico dell'ospedale di Codogno che ha cambiato la vita di tutti con un'idea folle: intuire che Mattia era stato attaccato dal coronavirus.

il medico anestesista che, a Codogno, ha capito per prima il focolaio italiano della malattia, individuando il coronavirus nel paziente 1  italiano   che era stato ricoverato all’ospedale di Codogno con una polmonite leggera ma resistente alle terapie. In poche ore lui si è trasformato nel paziente 1 in Italia e lei ha scoperto di essere il medico che ha individuato il focolaio italiano. Grazie alla sua 'pazzia clinica', il nostro Paese e il resto del continente hanno avuto il tempo per tentare di rallentare (  ? )  l'epidemia. Per gli straordinari medici anonimi dei piccoli ospedali di provincia, la storia di Annalisa e di Mattia è una rivincita insperata: un grande riscatto.
Infatti 

06/03/20

i metodi alternativi non sempre sono bufale e complottismo Puglia, tra i resilienti della Xylella: "Salviamo gli ulivi curando la terra e senza fare strage elle piante di ulivo "

DI COSA STIANO PARLANDO 




















Infatti  come  già  dicevo  dal  titolo  :  « Non sembra rispecchiare i canoni della corretta divulgazione », ma   contiene  un fondo di verità    « il  recente   docufilm dal titolo Legno Vivo, frutto di un progetto indipendente finanziato anche con libere donazioni. Dopo la presentazione a Roma  » ----secondo   questo  articolo  di Anna Rita Longo  su https://oggiscienza.it/2020/02/03/ ---- « vengono regolarmente organizzate delle proiezioni in Puglia e in altre regioni, animando un intenso dibattito che è di recente stato ripreso dalla stampa nazionale.
Le tesi sostenute  dal documentario  : « non rappresentano una novità nel campo delle cosiddette “teorie alternative” alla “verità ufficiale” sul caso Xylella fastidiosa. Il nucleo di fondo è rappresentato dalla messa in dubbio dei dati scientifici emersi nel corso degli anni attraverso l’attività dei ricercatori che studiano l’epidemia. Secondo gli autori, il disseccamento rapido dell’olivo non sarebbe dovuto principalmente a Xylella fastidiosa, che sarebbe presente solo in una minoranza sparuta delle piante coinvolte. L’epidemia viene indicata con la denominazione, caduta in disuso in ambito scientifico, di CoDiRO (Complesso del disseccamento rapido dell’olivo), che la fa apparire come un problema multifattoriale. La principale causa viene individuata nella gestione dell’agricoltura moderna, che avrebbe impoverito i terreni e messo in pericolo la salute delle persone e la sopravvivenza degli oliveti monumentali, attraverso l’uso massiccio di agrofarmaci potenzialmente molto pericolosi. All’origine di tutto ci sarebbe un torbido intreccio di interessi con motivazioni sostanzialmente economiche, che troverebbe un avallo nelle affermazioni degli scienziati, presentate come poco fondate. [...  continua qui sul  sito  ] »

Infatti   , mentre  ancora    si potrà discutere  ed   indagare   sulla  diffusione    e su modo  di   contagio della malattia   da  Xyiella ,   grazie  alle  vecchie  tecniche   e   a quelle   cosiddette  alternative    alle cure   industriali ,    si  sta     come dice  questo articolo    a  contenerne  la diffusione  



  da  repubblica  04 Marzo 2020

Francesco D’Urso coltiva olivi in Salento. A Grottaglie, in provincia di Taranto, porta avanti un’azienda agricola oramai secolare: «È da cinque generazioni che facciamo questo mestiere. Abbiamo 250 ettari di terreni, 40 mila alberi», racconta. Di una cosa è convinto: «La pianta è come una persona, se sta bene produce di più e meglio». Per questo motivo ha deciso di proteggere le sue piante dal rischio che vengano contagiate da Xylella, il batterio killer degli olivi salentini che imperversa dal 2013. In che modo? Utilizzando un concime fogliare a base di zinco, rame e acido citrico, consentito in agricoltura biologica, e curando il terreno e la pianta, ricorrendo ad arature dolci e regolari e potature frequenti. Il protocollo, suggerito dal ricercatore Marco Scortichini del Centro di Ricerca per l’Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura (CREA) di Roma, sta dando risultati promettenti: «Io lo faccio da tre anni: l’azienda accanto alla mia sta tagliando le piante, le mie rendono bene», racconta D’Urso.



L’olivicoltore di Grottaglie non è solo: in totale sono circa trenta i produttori che, tra le province di Lecce, Taranto e Brindisi (per un totale di circa 400 ettari), si sono opposti all’abbattimento degli olivi, la soluzione decisa dall’Unione europea per bloccare l’epidemia di Xylella fastidiosa. Chiamiamoli pure produttori resilienti: pur consapevoli che finora per non è stata trovata cura al batterio, hanno intrapreso una strada diversa dal taglio: «In questo momento, ciò che si può fare è cercare di far convivere nel modo migliore la pianta e l’ospite indesiderato», spiega Francesco Sottile, agronomo dell’Università di Palermo.


Di metodo non ce n’è uno soltanto, ma tutti condividono la cura di terreno e pianta secondo l’approccio agroecologico, cercando di rendere dura la vita all’insetto che trasmette Xylella, la cicalina sputacchina. Francesco De Giuseppe, che con il padre gestisce un’azienda a Otranto, nel leccese, sta testando diverse tecniche. «Abbiamo circa mille piante, divise su diversi appezzamenti, per un totale di una decina di ettari», spiega. In alcuni campi ha adottato un protocollo a base di biostimolanti, in altri sta usando lo stesso concime fogliare di D’Urso, mentre in altri ancora cerca di lavorare «solo a livello organico, senza irrorare alcuna sostanza ed effettuando solo una buona potatura». Un mix di tecniche, iniziate un anno e mezzo fa, tutte finalizzate a raggiungere lo stesso obiettivo, cioè arginare il disseccamento degli olivi. Gli effetti, assicura De Giuseppe, ci sono: «Tra le campagne dove abbiamo applicato le tecniche e i terreni dove non abbiamo fatto niente la differenza si vede. I disseccamenti, in ogni caso, non si bloccano all’improvviso, ma rallentano».
Niente miracoli, insomma, ma ottimi segnali. Molti produttori hanno infatti ricominciato a raccogliere le olive e a portarle in frantoio, con una resa che oscilla tra i 40 e i 60 quintali a ettaro. Olio buono, di qualità: se fino a una ventina di anni fa dal Salento proveniva soprattutto il lampante, l’olio d’oliva di minor qualità, grazie al lavoro di squadra la produzione è andata affinandosi. Lo testimonia il fatto che, anche nell’edizione di quest’anno delle Guide agli extravergini (in uscita nelle prossime settimane e dove vengono recensiti i migliori oli d’Italia), ci sono sei aziende del leccese, in piena zona rossa da emergenza Xylella. Ostinazione verso un cambio di mentalità che sta dando risultati interessanti anche dal punto di vista del riconoscimento economico dell’olio che può affrontare a testa alta un mercato di qualità. Dal tacco d’Italia, insomma, arriva una speranza, al punto che da questa esperienza potrebbe nascere una Comunità Slow Food di olivicoltori resilienti che producono un olio extravergine.
Un modo per stare al fianco dei produttori che si sono rimboccati le maniche. Un impegno che ha consentito anche di salvare piante secolari e assicurare la biodiversità dell’area, minacciata dal taglio indiscriminato. È anche dalla caparbietà dei produttori che, in futuro, potranno nascere nuovi metodi per combattere il batterio killer: «Magari tra un anno o due troveremo un trattamento ancora più efficace. L’importante è sottolineare la volontà di resistere degli agricoltori che hanno smentito chi, nel 2013, non vedeva altra soluzione oltre al taglio delle piante», chiarisce Gianluigi Cesari, ricercatore dell’Istituto Agronomico Mediterraneo, in passato membro della Task Force della Regione Puglia su Xylella.                                                                       

14/04/19

Laura da Nuoro, dopo le lacrime il riscatto: isolata a scuola, brilla in passerella Oggi ringrazia quelle compagne che, ghettizzandola, l'hanno resa più forte.

unione  sarda  14\4\2019  08:51, aggiornato alle 09:08
LA STORIA
Laura da Nuoro, dopo le lacrime il riscatto: isolata a scuola, brilla in passerella
Oggi ringrazia quelle compagne che, ghettizzandola, l'hanno resa più forte. E punta a Miss Italia 2019

                                                        Laura Chironi



Nel suo vissuto è impresso il marchio della sofferenza. Ma anche il segno del riscatto, che le irradia il viso di un candore infantile. Laura Chironi è nata a Nuoro, ha 19 anni, frequenta il quinto anno del liceo scientifico Fermi e il 10 maggio parteciperà a Cagliari a una delle selezioni che sanciranno quali reginette di bellezza si contenderanno la finale regionale sarda, trampolino di lancio per l'edizione 2019 di Miss Italia. Da bambina esclusa in classe dalle compagne a ragazza ambiziosa e solare: ha da poco compiuto i primi timidi passi come modella, entrando a far parte dell'agenzia cagliaritana Venus Dea e ritagliandosi il ruolo di una tra le più promettenti aspiranti mannequin sarde di grido.
FASHION E PISCINA - "Sono sempre stata attratta - dice - dalle sfilate di moda. Il mio primo ricordo è quello di quando, bambina di cinque anni, sbirciavo di nascosto mia madre mentre si truccava e sceglieva che scarpe calzare. I capi di vestiario, i prodotti di bellezza e i semplici accessori divennero ben presto i simboli del fascino e della classe". Il faro però è sempre stato lo studio. "La cultura è fondamentale: ho dedicato tantissimo tempo all'apprendimento. Mi iscriverò in una facoltà attinente alla mia passione scientifica: il ballottaggio è tra astrofisica e ingegneria biomedica". Altra indomita passione, lo sport. "Ho praticato nuoto per dieci anni. È uno sport che induce a un continuo confronto con sé stessi, aiutando a gettare il cuore oltre l'ostacolo. Per due anni poi ho fatto l'arbitro di calcio. Un'esperienza indimenticabile che mi ha educato al continuo confronto con il prossimo e all'importanza di far rispettare le regole". L'anno scorso da studentessa di Intercultura ha trascorso un anno in Messico. "È stata un'avventura totalmente formativa. Immergendomi in una mentalità divergente da quella europea, ho imparato a osservare il mondo senza pregiudizi, riconoscendo alle diversità un inestimabile valore istruttivo".

20/01/19

Il regalo del fotografo Salgado ai ragazzi di Binario 49, una mostra con le sue foto inediteBinario49 ha condiviso una foto. 2 h · Già è tutto vero ! La realtà, se si vuole, è un sogno meraviglioso.


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Inizialmente ero  incredulo ,  credevo  fosse  una   bufala  \ fake news    perchè  è rarissimo (   ed  questo  è uno dei rarissimi casi  )    in  cui  fotografi  professionisti   e  altamente  quotati  come  Salgado       regali    ad  un locale  appena  aperto   un anteprima  nazionale  di una  mostra    , per  lo   più  con foto inedite  . Ma   poi  leggendo   un post        trovato  sulla pagina    facebook  del locale in questione  Scopro   che  ciò'  È tutto vero. 

Ecco    quindi   La storia dei ragazzi di provincia che convincono @sebastiaosalgadoofficial a portare una sua mostra, inedita in Italia, in via Turri a Reggio Emilia è reale. È in arrivo una nuova esposizione a Binario49 e Spazio Gerra, organizzata da Casa D’Altri con il nostro Team e con il contributo del @comunedireggioemilia



Ora    va bene ed è  comprensibile    che   Repubblica (    trovate  sotto   un mio  tentativo   di  riportane  una  foto     con l mio cellulare  )   non pende più  sold pubblici e  si basa  sugli abbonamennti dei  lettori  ,  ma  almeno  gli articoli  più  importanti  potrebbe  metterli   o  free     oppure   far  pagare lo  quell'articolo e non costringerti  ad  abbonarti  all'intero  giornale  

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  Un post  che  sarebbe rimasto  incompleto  ,   visto  che  gogle  riportava   solo  l'articolo  a  pagamento  di repubblica  ,  ma  per  fortuna ho  avuto l'intuizione  di   cercare  su  fb     (  di vui  trovate  la  foto  a  centro )    la  pagina  del  locale che  mi  ha permesso di trovare





questo articolo  di  https://www.reggiosera.it/2019/01/



Il regalo di Salgado ai ragazzi di Binario 49, una mostra con le sue foto inedite

Sarà inaugurata il 9 febbraio nel locale di via Turri e nello spazio Gerra: cento scatti mai visti dei suoi viaggi in quel continente. Il grande fotografo: "Chi lavora controcorrente deve essere aiutato"
REGGIO EMILIA – Una mostra in prima nazionale, il 9 febbraio, a Binario 49, del grande fotografo brasiliano Sebastião Salgado, inedita per l’Italia. Si chiamerà Africa (nella foto un’immagine della mostra “Africa” (Etiopia 1985). Foto Sebastião Salgado / Amazonas Images) ed è stata regalata dall’artista che si è innamorato del progetto dei tre giovani reggiani, Claudio Melioli, Alessandro Patroncini e Khadija Lamami, che hanno scommesso sull’apertura di un caffè letterario in via Turri, nel cuore del quartiere più multetnico e problematico della nostra città.
Non è un caso che Salgado abbia scelto questi ragazzi. Proprio una riproduzione gigantesca della affollatissima stazione di Bombay, presa da una foto scattata da Salgado, è appesa al muro di Binario 49, a ricordare che, in fondo, tutti questi posti sono uguali: luoghi di scambio, brulicanti di umanità. E Claudio Melioli, ricercatore astrofisico e ceramista, ha lavorato per dieci anni in Brasile come operatore sociale e come astronomo.
Claudio ha pensato che le cose impossibili sono, forse, le uniche che si possono realizzare e, tramite suoi amici brasiliani, ha iniziato a cercare Salgado fino a che, una domenica mattina, il grande fotografo lo ha chiamato e gli ha detto: “Sono Salgado, so che mi state cercando. Cosa posso fare per voi?”. Dopo la conversazione telefonica ha deciso di regalare una mostra a Binario 49. Si chiamerà Africa: cento foto originali, il riassunto di trent’anni di viaggi in quel continente. La mostra è talmente grande che non starà tutta a Binario 49, ma verrà suddivisa fra via Turri e lo Spazio Gerra.
Binario
Salgado proverà a venire per l’inaugurazione se ce la farà, dato che ha subito un’operazione per un tendine rotto durante i suoi sopralluoghi nella foresta amazzonica. Ci sarà sicuramente il figlio Juliano, autore delle sequenze di quello che, assieme a Wim Wenders, è diventato il film “Il Sale della tera”.
Ha detto il grande fotografo in un’intervista a Repubblica: “E’ il mio regalo a questi amici mai visti. Quello che sta succedendo ai nostri due Paesi è molto simile. Qui la vittoria di Bolsonaro è una minaccia per gli indios, i neri, la povera gente. Da voi crescono la paura e l’ostilità verso i migranti. Chi lavora controcorrente deve essere aiutato”.