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06/03/17

La Germania oscura Derrick E l’Italia ride con gli ex Salò La tv pubblica cancella l’ispettore "nazista" Da noi i "repubblichini" hanno fatto storia e cultura



Libro consigliato Il voltagabbana (1963) autobiografico di Davide Lajolo in cui l'autore analizza le ragioni che lo portarono a schierarsi, dopo una giovinezza fascista, dalla parte della Resistenza.




in un regime che ha in mano ogni aspetto delle persone dalla nascita o alla morte è pressoché difficilissimo se non impossibile distinguere chi vi aderì per convinzione o per opportunismo e chi per un peccato di gioventù . Ora qualunque sia il motivo , io non me la sento , salvo che non abbia fatto crimini atroci ( genocidi di massa , violenze brutali , ecc ) , di condannare la scelta tanto da fare come è successo a Horst Tappert noto meglio come l'ispettore Derrik . 












Addio ispettore Derrick. Zdf, la tv pubblica tedesca, ha annunciato che il celebre telefilm poliziesco non farà più parte della loro programmazione. Motivo? A 19 anni Horst Tappert, l’attore protagonista della serie, ha fatto parte delle Waffen-SS, sanguinaria divisione dei soldati di Adolf Hitler. Troppo per la coscienza della Germania. Tappert, fortuna sua, non assisterà al misfatto, essendo morto nel 2008. Ma è da quando la notizia del suo arruolamento fra i soldati nazisti è venuta a galla, nel 2013, che per la sua anima non c’è più stata pace. Ora, una volta premesso che questo tipo di trattamento è riservato all’ispettore gentile ma non al film «Il tamburo di latta», che continuerà ad essere trasmesso dalla Zdf nonostante sia tratto dal bestseller di Günter Grass, premio Nobel della letteratura che fece parte della Wehrmacht, le forze armate tedesche, quello che occorrerebbe domandarsi è quanti nomi in Italia dovrebbero essere cancellati da tv, giornali e librerie se usassimo lo stesso metro di giudizio dei nostri amici tedeschi.


DA FO AD ALBERTAZZI

Nel nostro tollerante Paese, infatti, ci sono attori, scrittori, scienziati, poeti, filosofi e giornalisti che, grazie al cielo, continuano ad avere la visibilità che meritano nonostante siano stati seguaci di Benito Mussolini, seguendolo, a volte, fino alla edificazione della Repubblica di Salò. Prendiamo l’astrofisica Margherita Hack, morta nel 2013. Pochi anni fa ammise di aver giurato fedeltà al regime fascista perché voleva la medaglia vinta in atletica. Poi se ne pentì. «Fu un atto di viltà», disse, ma nessuno le ha mai strappato dal collo quel premio o si è mai sognato di levarle la cattedra universitaria. E che dire di Dario Fo, drammaturgo premio Nobel per la letteratura, che da decenni spadroneggia nei teatri italiani e pontifica sullo scibile umano senza che qualcuno gli rinfacci la sua militanza, come paracadutista, fra i Repubblichini. Lo stesso dicasi della leggenda del teatro Giorgio Albertazzi, tenente nella formazione «Tagliamento» di Salò. Se con l’avvento della Repubblica gli avessimo riservato il «servizio Derrick», la storia italiana avrebbe rinunciato al talento di uno dei suoi miti.


SENZA «SUPERCAZZOLA»

Il regime istaurato da Mussolini dopo il settembre del ’43 nel paesino del bresciano si avvaleva anche delle Brigate nere, un corpo paramilitare fascista in cui militò il grande Ugo Tognazzi. In buona sostanza, abbiamo rischiato di non vedere mai il conte Mascetti utilizzare la sua «supercazzola» col diligente vigile urbano. Allo stesso modo ci saremmo privati di Marcello Mastroianni, anche lui combattente nella Repubblica di Salò. Addio, dunque, alla sua indimenticabile faccia di fronte a una Sofia Loren che si spoglia in «Ieri, oggi, domani», adieu a «Divorzio all’italiana», tanti saluti a «Il bell’Antonio». E che dire di Raimondo Vianello e Walter Chiari, che fecero parte della X-Mas, corpo militare dei Repubblichini? Impossibile immaginare la televisione italiana senza «Casa Vianello» o l’imbranato Tarzan; inimmaginabile il nostro cinema senza il protagonista di «Bellissima», il capolavoro di Luchino Visconti con Anna Magnani, e senza il balbuziente signor Silence in «Falstaff», diretto da Orson Welles. Nella X-Mas, ad appena 17 anni, entrò anche Hugo Pratt, creatore di Corto Maltese, il più noto personaggio del fumetto italiano, forse mondiale. Rinunciarci per il suo passato a Salò? Neanche per sogno!


POETI E FILOSOFI

Di fede fascista fu anche il giornalista e scrittore Giorgio Bocca. In un’epica intervista concessa a Pietrangelo Buttafuoco nel lontano 1999 disse: «Noi il fascismo l’abbiamo rimosso perché ce ne ver-go-gna-va-mo. Ce ne ver-go-gna-va-mo. Io che ho vissuto la “gioventù fascista” tra gli antifascisti, mi vergognavo prima di tutto di fronte al me stesso di dopo, e poi davanti a chi faceva otto anni di prigione, mi vergognavo di fronte a quelli che, diversamente da me, non se l’erano cavata». Fortunatamente, noi italiani del Bocca in camicia nera non ci siamo vergognati. Meglio averlo avuto, per poterlo leggere, che non esserci vantati per averlo consegnato all’oblio cui d’ora in poi sarà destinato Derrick. E ci facciamo da soli l’elogio anche per non aver censurato Dino Buzzati, autore de «Il deserto dei tartari», che pure militò nella Repubblica sociale. Di ferrea fede mussoliniana fu anche il poeta Giuseppe Ungaretti, giunto a definirsi «fascista in eterno», non senza prima aver affermato, fra un documento e un appello a sostegno del regime, che «tutti gli italiani amano e venerano il loro Duce come un fratello maggiore». Eppure delle sue poesie continuiamo, sia gloria a Dio, a goderne liberamente. Così come di quelle del fascista Luigi Pirandello. Il filosofo Norberto Bobbio, che fu anche storico, giurista e politologo, da studente si iscrisse al Guf, l’organismo universitario fascista, e poi si tenne in tasca la tessera del partito. Per poter insegnare si rivolse, «con devota fascista osservanza», ai vertici del regime. Ciò avrebbe forse dovuto indurci a fare delle sue opere un bel falò? Il Signore ce ne scampi. Un Capo dello Stato partigiano, Sandro Pertini, lo nominò persino senatore a vita.


E MONTANELLI?

Il fascismo di Indro Montanelli, uno dei più grandi giornalisti italiani, non è mai stato un segreto. «Sono stato fascista, come tutte le persone della mia generazione – disse - non perdo occasione per ricordarlo, ma neanche di ripetere che non chiedo scusa a nessuno». E fu sempre Montanelli a scrivere che, «quando Mussolini ti guarda, non puoi che essere nudo dinanzi a Lui. Ma anche Lui sta, nudo, dinanzi a noi». Con la L, non a caso, maiuscola. Chi mai, potendo tornare indietro, cancellerebbe i suoi articoli per vendicarsi del suo passato? Decisamente fascista fu anche Eugenio Scalfari, che chiamava Giuseppe Bottai, intellettuale e gerarca del fascismo, «il mio Peppino». Se per caso avessimo voluto punirlo per tanto errato ardire, chi mai avrebbe potuto fondare «La Repubblica»? Infine Enzo Biagi. Come Montanelli collaborò a Primato, un periodico diretto proprio da Bottai, e alla rivista fascista Architrave. Fu Biagi a recensire «Suss l’ebreo», un film molto amato da Heinrich Himmler, l’«architetto» del genocidio degli ebrei, per la sua viscerale propaganda antisemita. Epurare Biagi per i suoi spiacevoli peccati? Meglio che rimanga solo una tenace tentazione 



tentazione.

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