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20/02/17

Kurt Cobain, 50 anni da antistar: Non poteva salvarsi ?


  colonna sonora indeciso  fra    due  canzoni dei doors  due  pezzi da  90  del  rock  

Il 20 febbraio il leader dei Nirvana avrebbe festeggiato il mezzo secolo. Ma la sua eredità resta scritta nelle canzoni e non nella baraonda mediatica che continua a girare intorno al suo nome


Ha ragione Frances Bean Cobain quando dice che degli anni 90 non gliene frega niente. Non gliene sarebbe fregato niente nemmeno a suo padre Kurt, che il 20 febbraio avrebbe compiuto 50 anni. Tutto il rumore che sentiva intorno era solo fastidio. In Serve the servants, una delle canzoni guida dell’album In utero, aveva già espresso la sua insofferenza per i riflettori sempre puntati addosso: “La rabbia giovanile ha pagato bene / ora mi annoio e sono vecchio”.
Alla fine, tutto quel baraccone mediatico che si muoveva intorno a lui, al suo legame con Courtney Love e alla cosiddetta scena di Seattle lo aveva sfiancato. Cobain non somigliava a nessuno, non era parte di nessuna scena. Amava profondamente la musica, ma non possedeva l’epica eroica di Eddie Vedder e dei suoi Pearl Jam o il gusto sarcastico e strafottente dei Tad. L’eroina per lui non era un ornamento rock’n’roll: aveva iniziato a prenderla perché era l’unico modo per non sentire i dolori strazianti provocati dalla sua ulcera. Per poter dormire. 
Figuriamoci quanto gliene sarebbe fregato delle idiozie sul ‘club dei 27’, sulla maledizione del rock’n’roll e su tutte quelle storie su cui è costruita tanta letteratura musicale. La sua tossicodipendenza non aveva niente di estetico e la sua vera preoccupazione era quella di non tradire lo spirito degli esordi, di non cadere nella piscina dorata dello star system.
 

Video


“A suo modo, Kurt Cobain ha tentato di mostrarci come vivere – ha scritto Donna Gaines all’indomani del suicidio - pregava per il razzista, l’omofobico, il misogino. Ma lui non era Gesù e non poteva salvarci”. Forse davvero Cobain è stato il John Lennon degli anni 90, ma non ha saputo sopportare il peso della sua immagine. Semplicemente perché non lo voleva. Nei mesi precedenti al suicidio aveva mandato segnali di malessere profondo: voleva dare a In utero un titolo impossibile da equivocare come I hate myself and I want to die e si era fatto anche
fotografare con un pistola in bocca. Il suo disagio di antistar si percepiva in ogni istante.
Se davvero ha lasciato un testamento forse bisogna cercarlo tra le pieghe delle sue ultime canzoni. Come in All apologies, dove tante domande vengono lasciate in sospeso: era lui a pretendere le scuse dei mass media? O voleva scusarsi con la piccola Frances? O si scusava col mondo per il suo prossimo addio ? 
Non è un caso che nella versione unplugged di quel brano, registrata nel novembre del 1993, pochi mesi prima del suicidio, la frase “all in all is all we are” diventò “all alone is all we are”. Dopo la sua morte, Courtney Love disse che non sapeva cos’altro avrebbe potuto fare per aiutarlo. Non aveva funzionato niente: l’amore, la piccola Frances, la terapia. “Lo stomaco ‘bruciante e nauseante’ di Kurt era il suo cuore sanguinante”, ha scritto Donna Gaines. 

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Frances Bean ha ragione sugli anni 90. Non è l’analisi di un decennio che può spiegarle suo padre. Né tantomeno le fandonie sui 27enni maledetti. Kurt era la rappresentazione del dolore, la voce della disperazione. Starà vicino a Billie Holiday, a Edith Piaf, a Janis, a Amy Winehouse, a Jeff Buckley. Tutte voci solitarie, assolute, capitate per caso nel loro tempo ma contundenti, straziate, eterne. E speriamo che almeno abbia trovato un po’ di silenzio: quaggiù il rumore si era fatto assordante .

  sempre  di repubblica   oltre  i die  link sotto  riportati  

E'' vero che  mi  "Ci manca. Ci manca la sua voce roca e vellutata al tempo stesso", dice Pier Paolo Capovilla  il cantante del Teatro degli Orrori in questa intervista   . Ma  non concordo  almeno completamente     ---  altrimenti    come si spiegano le morti   di Joplin , Morrison , Hendrix  ----  
quando dice    <<  il rock ti dà voglia di combattere, di resistere. Ti fornisce una cultura dell'emancipazione. Altro che suicidio! Meglio imbracciare un basso elettrico">>
Guardando   le  sue  foto e  i suoi video   ho rivisto me stesso ragazzo e mi è servito a capire molte cose della mia generazione   ( ed  anche  di  com'ero  )   , la cosiddetta generazione X.  Infatti   Non si è trattato di influenza artistica, ma di un'identificazione", dice lo scrittore  (  qui  maggiori dettagli  )     Non suo  fans  Tommaso Pincio, scrittore, romano,nel  suo romanzo "Un amore dell'altro mondo" ha fatto discutere in quanto   nel chiacchericcio  e  dei vari bla  .. bla  .. dei  fans e  dei media    racconta  La vita di Kurt Cobainattraverso gli occhi di un amico immaginario.


14/04/12

lo schifo resta la bellezza muore . 5 aprile, triste giorno per il grunge



a volte fra lavoro e cazzeggio mi sfuggono news importanti .Ma va beh non sempre si può stare dietro a tutto o per rimanere in musica :<< Secondo voi ma chi me lo fa fare di stare ad ascoltare chiunque ha un tiramento? Ovvio, il medico dice "sei depresso", nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento. >> ( una famosissima canzone di Guccini non riporto il titolo perchè è talmente famosa e stra nota che anche mia nipote che ha 6 anni la conosce )


da http://fabiocaironi.wordpress.com/

5 aprile, triste giorno per il grunge



Sono morti entrambi il 5 aprile. Entrambi sono stati grandi alferi del grunge, e sono scomparsi al termine di un percorso di autodistruzione, spia di un profondo malessere. Kurt Cobain e Layne Staley, rispettivamente leader di Nirvana e Alice in Chains, condivisero i successi in vita, e il giorno della morte.
Cobain se ne andò nel 1994, Staley otto anni più tardi, nel 2002. Paladini di un movimento, il grunge, che non morì con Cobain e con Staley, anche se perse quella spinta propulsiva che lo aveva visto trionfare sul mondo. Il grunge è visto con molta nostalgia dai trentenni di oggi, che allora furono adolescenti e trovarono in quei riff rabbiosi e nei testi profondi e a volte strazianti un’istantanea della loro condizione. Quella musica veniva da Seattle, quasi dall’altra parte del mondo, eppure era terribilmente vicina ed attuale.

Giorno tragico, il 5 aprile. Mentre terminavo di scrivere questo post ho letto della morte di Jim Marshall, fondatore dell’omonimo amplificatore che ha rivoluzionato il modo di fare musica, creando i presupposti per la nascita del rock.


Poi  stà a