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14/06/17

In una mostra l'epopea della Strada delle 52 Gallerie sul Pasubio A Schio si ripercorre il secolo di storia della retrovia del fronte divenuta oggi meta del turismo escursionistic

la prima guerra  mondiale  non  fu  solo battaglie  , morti ma  anche retrovie   

In una mostra l'epopea della Strada delle Gallerie sul Pasubio

A Schio si ripercorre il secolo di storia della retrovia del fronte divenuta oggi meta del turismo escursionistico


SCHIO (Vicenza). La strada delle gallerie sul Pasubio compie quest’anno cento anni. È un’opera della guerra combattuta sulle nostre montagne, le Prealpi Vicentine, è nata con essa, densa della sua storia. Quando la percorriamo ogni passo ne porta le tracce e il ricordo
Inizia a Bocchetta Campiglia, a 1216 metri di altezza, e termina a 1980 metri a Porte del Pasubio, una sella, un passo. Durante la guerra lì eral’immediata retrovia del fronte: uno snodo di mulattiere, sentieri e camminamenti, il punto di arrivo di tutto un sistema di teleferiche, ma anche un affastellamento di case, baracche, ricoveri in caverna a formare una piccola città aggrappata alle rocce, che i soldati chiamavano “el Milanin del Pasube”.
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                    La 33a compagnia minatori a Bocchetta Campiglia. Archivio famiglia Zappa

A guerra appena finita il CAI di Schio scelse di costruire proprio lì, a Porte, il suo rifugio alpino, sui resti di una di quelle case, un gesto fortemente simbolico, di adozione della montagna da parte di una città e di tutti i paesi delle valli, una casa della guerra mantenuta viva per proteggerne la memoria. Inaugurato nel 1922, si chiamava rifugio Pasubio.Ampliato via via negli anni è oggi quello che conosciamo come il rifugio Papa. La strada delle gallerie vi arriva dopo un percorso di più di sei chilometri scavato interamente nella roccia, di cui due chilometri e trecento metri distribuiti in 52 gallerie.
Tre ore di cammino attraverso luoghi e scenari sempre mutevoli, di incantata bellezza. Fu costruita dalla 33a compagnia minatori del Genio in soli dieci mesi, e iniziando nel pieno di uno degli inverni più freddi e nevosi del secolo, a fine gennaio del 1917, quando il Pasubio era coperto da metri e metri di neve.Serviva a mettere in difesa i crinali della Bella Laita e di Forni Alti, l’unico tratto del fronte della montagna che rimaneva ancora pericolosamente scoperto, ma doveva anche aprire una nuova via di accesso a Porte del Pasubio.
All’uscita della 13a galleria. Archivio famiglia Zappa
uscita della 13a galleria. Archivio famiglia Zappa
Per riuscirci dovette inoltrarsi, o meglio inerpicarsi su un lato della montagna allora del tutto sconosciuto, ancora inesplorato, aspro, selvaggio, un groviglio di torrioni, dirupi, e strettissimi canaloni, un territorio di cui non c’erano perciò rilievi topografici e in cui non esisteva nessuna traccia di sentiero preesistente da seguire, che indicasse o suggerisse la via.«Si decise di innalzarsi man mano – scrisse il tenente Cassina, uno degli ufficiali protagonisti dell’impresa – e di condurre avanti contemporaneamente un sentiero, che permettesse di studiare il tracciato ulteriore della strada. Lo scopo principale che ci proponemmo innanzitutto – continua Cassina – fu quello di raggiungere la cresta della parete rocciosa che s’elevava a picco, di fronte a Bocchetta Campiglia. Poi, avremmo deciso il da farsi. Infatti noi sapevamo di dover raggiungere Forni Alti e il Passo di Fontana d’Oro, ma non avevamo la minima idea del come avremmo potuto arrivarci, perché la Bella Laita, che bisognava attraversare, era inaccessibile».È così che iniziò, cent’anni fa, l’epopea della costruzione della strada. Richiese ai soldati che vi presero parte, ma in particolar modo agli ufficiali, un coinvolgimento profondo. Fu per loro, se ci si può permettere di dire così parlando di un fatto della guerra, al tempo stesso un’impresa e un’avventura, del fare, dell’osare, della giovinezza.
In baracca_gara di fotografi. Da sinistra Ricci, Fuselli, un ufficiale non identificato, Ruffini
Lo si avverte a ogni passo della “memoria” del tenente Cassina, scritta appena finita la guerra e «fatta di ricordi freschissimi», che fa da filo conduttore alla grande mostra che quest’anno il CAI di Schio, con il Comune di Schio e l’Unione Montana dei Comuni del Pasubio e dell’Alto Vicentino dedicano alla strada.Le sue parole ci trasmettono il senso dell’ignoto, dell’esplorazione, dell’interrogare la montagna per cercare il passaggio, la sfida a trovare ogni volta la soluzione per forzarla con una strada. Ma anche la consapevolezza orgogliosa di essere diventati via via una squadra, che ha saputo darsi un metodo di lavoro forte, fondato sulla divisione e al tempo stesso condivisione dei compiti.
In baracca_gara di fotografi. Da sinistra Ricci, Fuselli, un ufficiale non identificato, Ruffini

Oggi, la strada delle gallerie, unica nel suo genere per come in essa sono venuti a unirsi storia, ingegno umano e grandiosità dei luoghi che attraversa, è divenuta una meta per migliaia e migliaia di escursionisti che vengono ogni anno a percorrerla da ogni parte d’Europa.Da opera della guerra è diventata un luogo della pace, una strada speciale, “un cammino”, cioè uno di quei percorsi che non sono più solo delle vie di accesso, degli itinerari per arrivare a dei luoghi, ma sono diventati dei luoghi essi stessi, una di quelle strade che sono allo stesso tempo percorso e meta, esperienze che racchiudono in sé il loro significato


La mostra a Palazzo Fogazzaro
La strada delle gallerie ha cent'anni, una grande mostra dedicata alla strada: aperta sino al 24 settembre. Curata da Claudio Rigon, è promossa dal CAI di Schio, assieme al Comune di Schio e all’Unione Montana dei Comuni del Pasubio e dell’Alto Vicentino.Ricostruisce e ripercorre tutta la storia della strada, la sua costruzione ma anche il dopo, a partire da quando, appena finita la guerra, cominciò a essere percorsa da chi saliva in visita al Pasubio e iniziò a diffondersi e ad affermarsi il suo mito.
Una mostra sulla strada delle Gallerie: parla il curatore Claudio RigonClaudio Rigon: la strada delle gallerie è un luogo amatissimo, non solo a Schio e dintorni. Una mostra a palazzo Fogazzaro ne racconta l'epopea, il curatore la racconta
L’esposizione è costruita soprattutto attraverso fotografie (quasi trecento il totale, integrate da documenti e oggetti), riunite per piccoli nuclei significativi capaci ognuno di raccontare un pezzetto di storia. È divisa in tre sezioni: ognuna ha un suo senso compiuto oltre che un suo specifico allestimento.La costruzione della strada è naturalmente il tema della prima sezione, la sua epopea ripercorsa attraverso le fotografie scattate dal tenente Zappa, che era al comando della 33a compagnia nella fase di avvio dei lavori, ma anche poi dai tenenti Ruffini, Ricci, Ortelli, dal sottotenente Cassina e da altri ufficiali protagonisti dell’impresa, e infine quelle raccolte dal capitano Picone, il nuovo comandante.Sono fotografie molto belle, dense e vere, uniche. Sono molte, più di un centinaio. Per la gran parte non sono mai state viste, o pubblicate. Le abbiamo ritrovate presso le famiglie degli ufficiali di allora, con cui abbiamo stabilito un contatto e anche un’amicizia. Alcune anche in archivi, spesso disperse e separate dalla loro storia: abbiamo esposto solo quelle di cui siamo riusciti a ricostruirne la storia. Una dopo l’altra ci riportano indietro nel tempo, a quei momenti e a quegli uomini, ci restituiscono il senso di quell’epopea.La seconda sezione indaga il primo affermarsi del mito. Lo fa riproponendo le fotografie fatte fra il 1922 e il 1925 da Mario Zuliani, un fotografo di Schio, e che furono pubblicate in un libretto edito dal CAI di Schio. Si intitolava appunto La strada della Prima Armata ed ebbe un ruolo importante nel farla conoscere e nel fondarne il mito.È un libretto, quello di Mario Zuliani, solo apparentemente semplice: le gallerie fotografate una di seguito all’altra, salendo. A volte un’entrata, a volte il tratto che separa due gallerie successive ripreso da un’uscita, altre volte un interno.Di tanto in tanto una visione d’insieme del percorso fatto. Sessantaquattro fotografie in tutto, qualcosa che poteva riuscire monotono e che invece restituisce l’esperienza dell’andare, del guardare, dell’essere lassù. Un’opera concettuale ante litteram. Infine la terza sezione che riguarda gli anni a seguire, fino ai nostri giorni. Le campagne di manutenzione, certi interventi, l’escursionismo di massa. E naturalmente i fotografi: per chiederci come sia cambiato, nel corso di cento anni, il modo di guardare, e di raccontare la strada. E quale significato abbia il fatto che le sue ultime rappresentazioni, quelle con cui si chiude la mostra, le si veda su schermi comandati da computer: da un lato la sua mappatura fatta con lo scanner laser, dall’altro il suo percorso in 3D.
INFORMAZIONI

Informazioni e prenotazioni
tel. 0445 691392 dal lunedì ore 9.00 – 13.00 e negli orari di apertura della mostra
cultura@comune.schio.vi.it

Orari di visita
Da mercoledì a domenica ore 10.00 – 19.00; lunedì e martedì chiuso. Aperture straordinarie 17 aprile, 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno

Biglietti
Il biglietto è personale e dà diritto a 2 visite
  • Intero € 5.00
  • Ridotto € 3.00  (giovani 13 – 25 anni, residenti nel comune di Schio, Soci CAI)
  • Scuole € 2.00 (2 accompagnatori gratuiti per ogni classe)
  • Gratuito per bambini e ragazzi fino ai 12 anni
Visite guidate
Tariffa comprensiva di biglietto d’ingresso, per gruppi: a persona € 7.00
Laboratori per bambini a tema: a persona € 6.00
(attivati con un minimo di 10 partecipanti). Durata complessiva 90 minuti

Per le scuole
Visita guidata interattiva per le scuole di ogni ordine e grado, differenziata per età e contenuto.
Durata complessiva di 1 ora.
Per studente € 3.50 (insegnanti e accompagnatori gratuita)
Laboratorio didattico per le scuole: laboratori con reperti e materiali fotografici inediti.
Durata complessiva di 1 ora.
Per classe € 70.00

Informazioni e prenotazioni:
Biosphaera: tel. 0445.1716489  gallerie100anni@biosphaera.it

Accesso e servizi per disabili
La mostra è completamente accessibile.

Visite guidate alla città
Sono previste, su prenotazione, visite turistiche a Schio e al suo patrimonio di archeologia industriale per i gruppi che volessero effettuare oltre alla visita alla mostra anche un percorso guidato alla città.

Come arrivare
In auto: autostrada A4 Milano-Venezia, A31 Valdastico, uscita Thiene-Schio, poi SS122 per Schio.
SS 46 del Pasubio da Vicenza-Costabissara-Motta-Isola Vicentina-Malo.
In treno e bus
Stazione di Schio, sulla linea Vicenza -Schio.

Parcheggio
Parcheggio interrato a pagamento in piazza Falcone e Borsellino, sul retro di Palazzo Fogazzaro
parcheggio adiacente alla Fabbrica Alta, via Pasubio 149, in parte a pagamento
parcheggio gratuito in via Milano, con passaggio pedonale attraverso la Stazione ferroviaria, 5 minuti a piedi (400 m). Palazzo Fogazzaro, Via Fratelli Pasini, 44, 36015 Schio VI
Per ulteriori informazioni: www.stradadellegallerie.it


 ufficiale non identificato, RuffinIn baracca_gara di fotografi. Da sinistra Ricci, Fuselli, un ufficiale non identificato, Ruffini










04/10/15

VOGLIAMO QUEI VOLTI © Daniela Tuscano


Questa è l'unica foto


 

 
reperibile sul web di uno dei 12 operatori uccisi a Kunduz. Non è trascritto il nome, né l'età. Somiglia a mio zio Aldo quando frequentava l'ateneo, i trent'anni non li aveva sicuramente raggiunti, come gli altri suoi amici.
L'Afghanistan è un Paese giovane e pullula di visi come questo. Limpidi, affacciati sul mondo. Con le loro belle e invincibili speranze. Un viso familiare perché dappertutto lo stesso. Il viso di chi crede, di chi ha fiducia in un domani felice e grandioso.
Si gettano allo sbaraglio, i giovani. Non sono saggi. E li chiamiamo sventati, generosi forse, ma in fondo inutili, e quel loro naturale prodigarsi per gli altri ci fa storcere la bocca. Tanto, fra poco matureranno. Fra poco "la vita" li temprerà, diventeranno come noi, scettici, umoristi.
A me invece pare che questo viso, e quelli rimasti ancora anonimi, fossero già assai maturi. Temprati, anche. Scettici e umoristi certo no. E meno male
Vogliamo quei volti non solo per piangere un efferato assassinio definito oscenamente "danno collaterale". Li vogliamo non solo per onorare, sia pur in maniera tardiva e inefficace, un sacrificio che la stampa d'Occidente continua a trascurare, preferendo occuparsi d'altre faccende e faccenduole, tanto si sa come vanno le cose da quelle parti lì. Da quelle parti lì le cose vanno come dovrebbero andare dappertutto, quando si tratta di giovani. Vogliamo quei volti perché, nonostante tutto, c'infondono coraggio. Perché sono esperti. Perché sanno. Perché in essi si scorge il midollo dell'umanità. Il futuro sarà su questa Terra, non su remoti pianeti come sentenzia qualche luminare, molto scettico e molto umorista, rivolgendosi naturalmente ai pochi privilegiati che potrebbero permettersi viaggi intergalattici. Il futuro sarà qui finché esisteranno questi volti, volti di tutti, per tutti, per ognuno.

Li ha spenti lo scetticismo della gerontocrazia. È questo il danno collaterale, l'accidente della storia. Non permettiamogli più di sovrastarci.
Abbiamo diritto a quei volti. Ne abbiamo distrutto i corpi, ancora una volta, noi saggi che non impariamo mai nulla. Ma i corpi dopo tre giorni, tre interminabili giorni, risorgono. E saranno lì a giudicarci.

© Daniela Tuscano

16/08/14

Pace of peace



Pace of Peace è un cartone animato, un piccolo cartone animato, con annesso documentario, La storia di Pop, che ne racconta la realizzazione.
Otto ragazzi israeliani della città di Raanana e otto palestinesi di Qalqilia, con i loro insegnanti e rispettivi Sindaci, hanno sfidato -- e sfidano -- occupazione e attentati, blitz e terrorismo. Insieme, con coraggio individuale e intelligenza collettiva, hanno cominciato a bonificare uno dei campi minati più pericolosi per il percorso di pace. Quello della comunicazione. Di parte. Spesso ridotta a propaganda. Sempre ignara delle ragioni dell'altro. Così questi ragazzi hanno voluto testimoniare personalmente la loro visione della pace.
E lo hanno fatto ideando insieme la storia ed i personaggi di Pace of Peace, assistiti da alcuni tra i migliori esperti del settore e relative case di produzione e studi di animazione. Pace of Peace è anche una canzone, colonna sonora del cartone, ideata e donata da due famose cantautrici, la palestinese Rim Banna e l'israeliana Noa.

17/02/09

Senza titolo 1277

Queste storie non sono vere, giornali e tv non ne parlano
e  anche su internet non si trova quasi niente.
Il grande fratello- quello vero -decide che è solo una favola
bella o brutta non importa  che illude e c'illude
che questi bambini sono solo comparse di un film senza distribuzione



Ero il re del mondo 
e tu la mia regina 
non ero entrato in niente
e niente era entrato in me
sognavo io e te nel mondo bianco splendente


Photobucket


poi sei arrivata tu 
vita
madre natura



 
hai fatto del tuo meglio per farmi nel sole  andare
nel mondo bianco e rosso -hai detto -
non ci potevo stare
un sole cosi' forte senza protezione
che neri, neri ci ha fatto diventare


 




Cos' è  questo mondo selvaggio
non è cosi' che l'avevo sognato


 

sì, in qualche modo me ne andrò in giro
quaranta kilometri al giorno per prendere l'acqua
e  a questo che serve la mia vita?

solo bambini come carne da macello?
organi da trapiantare?
un Kalaskinov in mano a quattro anni
è per questo che mi hanno messo al mondo?
un Africano sono io
uno nato nero per tua fortuna non sarai mai

ma mentre vivevo e respiravo

mi hai sussurato non c'è più niente da mangiare
mi sono perso e questa terra non ha più un nome
 con dittatori che ci fanno morire di fame

sei morta mamma che  mi tenevi vivo
chi sono io che sono arrivato fino a qui?

in questo accampamento trattato come un animale

mentre io sognavo di vivere e girare il mondo
 
in silenzio tu con tanti nomi mi hai ucciso
 
ma non ti perdono anche se non serve a niente
 
cuori freddi vedono e ascoltano il nostro calvario
-qualcuno dei potenti ci deve pensare-
sei bimbi come me ogni quattro secondi muoiono di fame
e non ha senso ripetere  ancora una volta questa storia
non è colpa vostra se noi crepiamo,


**********************************
Nel silenzio mediatico per interessi commerciali e industriali,
nel continente Africano è in corso la prima guerra mondiale Africana,
guerra paragonabile alla seconda guerra mondiale con stermini di intere popolazioni, colpevoli solo di appartenere all'etnia più sfortunata.
Bambini di 10 anni vengono rapiti e con un Kalaskinov in mano vengono messi a guardia degli accampamenti , dalla paura si abituano a non dormire piu'


Bambine di 12 anni rapite e stuprate per non restare in cinta vengono date in pasto alle truppe e mandate a rifornire le truppe attraversando campi minati.




 LETTURE










 

VIAGGIO ALLE RADICI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE AFRICANA 17/11/04



Jean Léonard Touadi (giornalista congolese )

CONGO
Ruanda Burundi
Le parole per conoscere

Editori Riuniti pp. 135, euro 9,00




Mercoledi' 17 Novembre 2004
“Da otto anni(ora 12 anni) (1996-2004), nella Repubblica democratica del Congo (RdC) si sta consumando la prima guerra mondiale africana nel silenzio dei grandi mezzi di comunicazione e nella cinica indifferenza della comunità internazionale”. Queste parole, che vanno dritte al cuore del problema, aprono un libro snello ma accurato e intelligente che, come indica il sottotitolo, punta a spiegare la complessa crisi della regione africana dei Grandi Laghi e i legami di causa-effetto che uniscono i destini di Congo, Ruanda e Burundi. . Touadi  permetteì anche al lettore più estraneo di avvicinarsi e approfondire le ragioni di una guerra che non ha mai “bucato lo schermo”. E così, oltre a fare conoscenza con i protagonisti della crisi, dal presidente post-genocidio del Ruanda, Paul Kagame, al successore di Mobutu alla guida dell’ex Zaire, Laurent-Désiré Kabila, e di suo figlio Joseph, l’attuale presidente della RdC, è possibile riportare alla luce le cause della crisi. Che da un lato rimandano indietro al momento dell’indipendenza e alla pessima gestione degli affari congolesi nei successivi trent’anni da parte di Mobutu, mentre dall’altro si legano a nodo doppio al genocidio del Ruanda del 1994. A fare da background e da terreno di cultura delle pretese dei contendenti, la corsa allo sfruttamento delle ricchezze del Congo e i contrapposti interessi di protettori d’eccezione, Francia e Stati Uniti, come spiegano bene le voci “materie prime” e “competizione franco-americana”.
Il quadro che emerge non sembra rassicurante. I paesi della regione si trovano in una fase molto critica e le sfide per il futuro sono tantissime. Il Burundi sta affrontando una difficile transizione. In Ruanda, il tutsi Kagame ha creato un regime autoritario sfruttando a proprio favore la difficile eredità del genocidio. Le regioni orientali del Congo, il Kivu e l’Ituri, sono ancora altamente instabili. C’è da affrontare il problema dei profughi, come anche quello della circolazione di un ingente numero di armi. “Purtroppo – sostiene Touadi – molto dipenderà da come si comporterà la comunità internazionale. Innanzitutto l’Onu, su cui pesano le responsabilità degli errori degli anni Sessanta e che ha preso impegni concreti sia in Burundi che in Congo. Bisognerà vedere se saprà mantenerli in modo coerente. L’altra grande incognita è costituita dal braccio di ferro tra gli interessi anglo-americani e quelli francesi. Non solo nella regione dei Grandi Laghi, ma anche in Angola e altrove. C’è poi la prospettiva interna: Kagame continua a pensare che il Kivu sia lo sbocco naturale del Ruanda, dove la questione demografica è un problema reale. Per risolvere tutti le questioni sul tappeto, a partire dalla sovrappopolazione di Ruanda e Burundi e passando per la gestione dei flussi di profughi, si potrebbe riattivare la comunità economica dei Grandi Laghi. Serve una soluzione globale ai problemi della regione, non è pensabile che ognuno faccia per sé, pestando i piedi al vicino. Questo può scatenare solo altre tensioni.”Il Congo presenta un punto di forza. È la sua società civile, una delle più vitali del continente, che ha un ruolo importante nella pacificazione del paese. “Durante gli ultimi anni di Mobutu lo stato era praticamente inesistente – ricorda Touadi. Questo ha scatenato la spontanea reazione della popolazione, che doveva trovare degli strumenti per la sopravvivenza, soprattutto economica. . Una società che si potrebbe definire “dell’indisciplina”, che si sta sviluppando anche in altri paesi martoriati, come Liberia e Sierra Leone: nel caos politico ed economico si assume l’indisciplina come struttura alla vita civile, ottimizzando l’anarchia. Può sembrare un paradosso, ma è un paradigma che può funzionare. “E aiuta a riscoprire i saperi basici dell’Africa – aggiunge Touadi. 

Recensione di Irene Panozzo


30/12/08

L'ultima dell'anno

 








Gerusalemme: il Monte degli Ulivi e la Valle di Giòsafat.

 

 

Senza il Gruppo Emmanuele non avrei mai visitato la Terra Santa: Israele. Se lo sapesse, papa Benedetto potrebbe accusare un colpo fatale. Lo vedremmo aggirarsi smarrito nei sacri palazzi, con lo sguardo sbilanciato e roteante di chi avverte sgretolarsi il suo mondo cristallino. Degli omosessuali credenti e, per di più, in pellegrinaggio:  il concretarsi, per lui, d'un mondo rovesciato, forse dell'Apocalisse prossima ventura. E io, al loro fianco, ancor più inspiegabile! Ma lo lascerei volentieri ai suoi impolverati fantasmi di eugenica spirituale. Gesù era il rifiutato e tra i suoi avi contava prostitute, trafficoni, in altre parole tipi sghembi. Il mito della "purezza" non è cristiano nella sua origine. Ma l'angolo di Dio è anche l'angolo più pagano.


  Presso il Muro della Spianata del Tempio, conosciuto come Muro del Pianto.


 

Assieme ai miei amici ho ripercorso, durante i mesi estivi, le tappe del cammino terreno di Cristo. I pellegrini sono rispettati dai tempi delle Crociate, ma in ogni sasso intriso, Hanif Kureishi avrebbe scritto sodomizzato" dalla religione, traspira non l'aura mistica del cielo, ma quella più carnale e smodata d'un doloroso e irrefrenabile odio. Per gli israeliani di religione ebraica, non eravamo che dei goìm: invisibili, eppure controllati - e non amati. I palestinesi, nel calore essudato e placato da inebrianti spremute di melograno, riempivano l'aria immota della loro allegra e vitale comunicativa, partenopei sotto un cielo orientale. Ma le loro abitazioni sono inghiottite in un pietrame aguzzo, senza nessuna speranza, dove l'umanità langue e il suicidio per Dio resta l'unica speranza di sentirsi vivi e non granuli d'anonima rena.
E la strana e ridotta schiera dei cristiani d'Israele, taciti, etiopi, biondi e mori, solitari, dove la sobrietà s'inerpicava nella tristezza dell'impotenza senza fine, come mi confidò Robert, orefice a Betlemme: "Qui si respira una tensione inestinguibile, e noi siamo soli e dimenticati. L'Europa non pensa a noi". Stranieri più di altri, nomadi dello spirito. Tutto come oggi, come allora.


       Una miserrima abitazione al confine coi Territori occupati: intorno, il nulla.

Il Muro impropriamente detto del Pianto - dove non si piange, si medita, dove dicono che gli uomini cullino la Bibbia come un fantolino e prorompano di lodi improvvise e sovrane; lo dicono, perché io, donna, ero relegata con le mie congeneri in un altro lato, il più angusto e ristretto, e qualcosa forse ci accomunava, reiette come siamo in ogni contrada - il Muro del Pianto (Muro della Spianata del Tempio) mi attirava inesorabilmente, ha spinto le mie mani dentro quelle rughe a forma di fessura, e non ho potuto che ricordare il salmo... che non nomino, perché non devo, non posso, non voglio. Se si tratta d'un dialogo con Dio, dev'essere unico e indivisibile: come durante l'agonia, quando tutto il resto viene cancellato.



"E' un Dio che è morto", del resto: proprio lì, nella sua culla. Vi muore ogni volta che si uccide e si crea una religione, vi muore quando un bisogno umano si sostituisce a lui, e suscita altre vittime.
Vi muore in questi giorni, e per quella madre che ha perso sei figlie, e che disperata accusa "Morisse un bimbo israeliano il mondo proverebbe un sussulto di sde-gno, ma per noi non accade nulla" nessuna parola potrà mai cancellare la potenza veridica e accusatoria di quelle parole. Non si tratta del bambino di gesso (D. Maria Turoldo) dei nostri statici presepi, decorati con neve di cotone, nemmeno immaginata, se non come impalpabile manna, negli stretti uadi della reale e aspra terra del redentore inosservato. Vi muore attraverso una croce, un cratere di razzi, un filo spinato, accanto agli inestinguibili sensi di colpa degli europei, alle fole sulla democrazia esportabile, ai tatticismi vani e inconsistenti. Vi muore per attestare al mondo che lì, in quel fazzoletto sperduto di polvere, in ogni angolo, è tuttavia presente, ma sta a noi, e solo a noi, farlo risorgere. Perché questo è il compito di Dio, e di qui passa, volente o nolente, la nostra dannata redenzione.






    Dopo i bombardamenti a Gaza: immagini che i mezzi di comunicazione non pubblicano.














 



 








05/12/08

6 dicembre Giornata Nazionale del Ricordo e dell'Azione sulla Violenza contro le Donne

Il 6 dicembre 1989 il 25enne Marc Lépin uccise 14 donne all'École Polytechnique di Montreal (Canada).

Cominciò entrando in un'aula, dove urlò alle donne presenti: "Siete un branco di femministe! Io odio le femministe!" .
Separò le 10 studentesse presenti dagli uomini, fece uscire gli uomini, quindi sparò sulle donne, uccidendone sei.
Poi uscì dall'aula, senza che nessuno osasse fermarlo, e proseguì, sparando e ferendo alcuni studenti e alcune studentesse.
Poi entrò nella mensa e sparò ad alcune donne presenti, uccidendone tre.
Salì al piano superiore e sparò ad un'altra donna e a due uomini.
Entrò in un'altra aula e sparò due caricatori sulle studentesse presenti.
Studenti e studentesse cercarono riparo sotto i banchi: lui perlustrò l'aula sparando alle donne rannicchiate, uccidendone quattro.
La prima studentessa a cui aveva sparato agonizzava sul pavimento: lui la uccise con un coltello.
Poi si sedette e si suicidò.
In totale aveva ucciso 14 donne e aveva ferito 13 studenti di entrambi i sessi.


Le donne uccise erano:

Geneviève Bergeron, 21 anni;
Hélène Colgan, 23 anni;
Nathalie Croteau, 23 anni;
Barbara Daigneault, 22 anni;
Anne-Marie Edward, 21 anni;
Maud Haviernick, 29 anni;
Barbara Maria Klucznik, 31 anni;
Maryse Laganière, 25 anni;
Maryse Leclair, 23 anni;
Anne-Marie Lemay, 22 anni;
Sonia Pelletier, 28 anni;
Michèle Richard, 21 anni;
Annie St-Arneault, 23 anni;
Annie Turcotte, 21 anni.


Nella tasca di Marc Lépin venne trovata una lettera in cui spiegava i motivi "politici" del suo gesto.
La lettera riportava anche una lista con 19 nomi di "femministe radicali", che non aveva avuto il tempo di "giustiziare" .
Si trattava di donne che lavoravano in ruoli non tradizionali: una donna pompiere, la donna a capo della polizia, donne impegnate in politica...

Dopo questo fatto il governo del Canada ha dichiarato il 6 dicembre Giornata Nazionale del Ricordo e dell'Azione sulla Violenza contro le Donne.
Sono nati anche diversi gruppi di uomini che si sono assunti la responsabilità di fermare la violenza degli uomini sulle donne.La Campagna del Fiocco Bianco (fiocco che si appuntano gli uomini che dichiarano di assumersi questa responsabilità ) è una delle iniziative nate in seguito a questo episodio.


Nei dieci anni successivi a questo massacro, le studentesse di ingegneria in Canada sono passate passate dal 13 al 19 per cento sul totale degli iscritti.


http://www.chebucto.ns.ca/CommunitySupport/Men4Change/memoriam.html





13/09/08

Tutti possiamo fare qualcosa

afghan children


Foto © Nasim Fekrat


Spesso alcuni di voi si sono rivolti a me per ottenere informazioni su come aiutare i bambini afghani, per inviare loro vestiti, scarpe e tutto quello di cui possono aver bisogno, soprattutto adesso che si stanno preparando ad affrontare i freddi e lunghi inverni che caratterizzano quella terra. Naturalmente ne ho parlato con Nasim e lui, insieme all’Associazione dei bloggers afghani, ha deciso di aprire una sottoscrizione denominata “Help Afghan Children” proprio finalizzata a raccogliere fondi per questo proposito. Negli ultimi anni hanno ricevuto materiale da ogni parte del mondo e ringraziano tutti per questo ma si sono resi conto che le spese doganali e di spedizione sono molto alte e poco convenienti. Meglio poter versare anche quei soldi per arricchire la somma utile a supportare il maggior numero di bambini possibile. Naturalmente chi avesse un canale privilegiato e più conveniente per la spedizione, ad esempio attraverso l’ISAF o qualche soldato di stanza in Afghanistan, può continuare ad inviare tutto il materiale che desidera. L’Associazione bloggers afghani assicura che i soldi verranno spesi bene (di questo possiamo essere sicuri visti i risultati concreti delle donazioni fatte per i blogging workshops organizzati dalla stessa associazione) ed a testimonianza dei risultati ottenuti provvederanno a fornire video e foto. Per contattarli e ricevere informazioni (in inglese) potete scrivere a info@afghanpenlog.com oppure a afghanpenlog@gmail.com, ma non esitate a contattare anche me (in italiano, se preferite )lapo72@gmail.com. Intanto ecco qui sotto il banner per le donazioni, per versare basta cliccare su "ChipIn"(chi volesse inserirlo nel proprio blog può copiare il codice cliccando su “copy” e aggiungerlo al template). Grazie a tutti, dimostriamo a queste creature che siamo capaci di portare amore, non solo armi.


24/08/08

Me, myself and the peace

Il mio primo post qui. L'inizio di una nuova avventura,certamente entusiasmante,come tutte le avventure che dividi con qualcuno,o come in questo caso con più persone,entusiasmante perchè ti permette di parlare di te stessa e di come vedi il mondo che ti circonda e confrontare tutto questo con gli altri. In un momento nel quale tante cose ci sono negate,credo che conservare ancora questa libertà sia fondamentale.
Inizio la mia storia di blogger qui su Compagnidiviaggio parlando di un simbolo: non è un simbolo a caso,chiunque lo conosce,ogni individuo l'ha incontrato,e più di una volta purtroppo ci si è scontrato contro: mi riferisco al simbolo della pace.
Nasce nel 1958,creato da Gerald Holtom,un artista britannico. Viene comunemente chiamato CND perchè nasce proprio per la Campagna del Disarmo Nucleare,ed è appunto l'unione della D di Disarm e N di Nuclear (secondo il codice nautico delle bandiere a mano). Per gli anni a venire,specie i '60 ed i '70 sarà simbolo senza pari di tutte le attività pacifiste ed antimilitariste.
Pacifisti,hippies e antimilitaristi di ogni tempo marceranno sotto questo simbolo,che nonostante il suo impatto mediatico non hai mai,purtroppo raggiunto i risultati sperati.
Oggi il simbolo della pace CND compie 50 anni. Ecco perchè ne voglio parlare. Neanche Holtom,il padre,avrebbe sperato per lui una simile fortuna. Ma la fortuna di questo simbolo rimane purtuttavia e disgraziatamente una fortuna di nicchia: presenza imprescindibile per tutti coloro che credono nella forza della non violenza,che auspicano la fine di ogni guerra e delle relative barbarie che vedono l'uomo come vittima e carnefice,non conterà mai per coloro che la pace la avrebbero dovuta garantire.
Milioni di uomini nel corse della storia hanno riposto fede nel significato profondo nascosto tra le linee essenziali di quel disegno,fede che ahimè,non è stata mai ripagata dai potenti della Terra: le guerre continuano a mietere vittime in ogni angolo del globo,ve ne sono di conosciute,come quella che strazia il Medioriente,e di taciute,come le guerre civili che da sempre dilaniano il volto dell'Africa.
Gli uomini continuano a morire,vengono mandati a morte in nome di altri simboli e altri ideali che infiammano gli animi,e che nulla regalano,se non una fine crudele e cruenta,oltre che l'avvicendarsi di giochi di potere sempre più oscuri. Quei simboli e quegli ideali non sono mai morti,ma hanno fatto molti morti.
E' inquietante pensare al fatto che parte dell'umanità pensa al simbolo della pace come a una ridicola ostentazione di fricchettoni senza speranza il cui unico scopo è quello di stordirsi di droghe: le persone che ironizzano sulla forza emblematica di quel simbolo dovrebbero forse fermarsi a pensare a quanto danno invece le cose nelle quali loro credono continui ad ingenerare nel mondo.
Il simbolo della pace non è solo il retaggio di ex sessantottini che non si rassegnano al tempo che passa: esso è intriso fino nel profondo di una verità della quale ognuno di noi dovrebbe prendere parte,affinchè l'umanità smetta di uccidere se stessa. Temiamo la fine del mondo: io temo che ce la stiamo procurando da soli.
Post utopico il mio,forse: ma anche un augurio,non solo a questo cinquantenne che non ha perso nulla del proprio smalto,ma anche a tutti coloro che,leggendo,avranno la curiosità di conoscere un pò la sua storia.
E quindi pace a tutti. E bentrovati.
Red Dalia.

11/07/08

NUCLEARE? UN VICOLO CIECO

- Non c'è stata solo la catastrofe di Cernobyl (Ucraina) del 26 aprile 1986, causa di decine di migliaia di tumori e leucemie negli anni successivi (più di 1000 morti per tumore solo tra i soldati russi mandati a tentare di decontaminare il sito); l'acqua "potabile" di 30 milioni di ucraini contaminata; 9 milioni di persone irradiate; il 66% degli adulti e il 45% dei bambini della Bielorussia (lo Stato più colpito) nelle regioni confinanti con l'Ucraina, ammalati alla tiroide; il raddoppio delle malformazioni congenite nelle zone contaminate (400 su 100.000 neonati, contro i 200 delle zone pulite); questi ed altri effetti sanitari tenuti segreti dall'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) in base ad un criminale accordo firmato nel 1959 con l'AIEA (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica)




- nel 1979 ad Harrisburg (Pennsilvania, Usa) nella centrale di ThreeMile Island si era sfiorata la stessa catastrofe, la "fusione del nocciolo" (descritta, allora, nel film "Sindrome Cinese")


- nel 2002 in un reattore dell'Ohio si è sfiorato il disastro come ad Harrisburg nel 1979



- nel 2004 all'impianto di ritrattamento di Sellafield (GB) c'è stata una fuga di soluzione acida del combustibile irragiato, rivelata solo dopo 8 mesi, quando ne erano già usciti 83.000 litri contenenti 160 kg di plutonio


- una serie impressionante di gravi incidenti nelle centrali del Giappone, il secondo paese al mondo come programmi nucleari: 7 morti e centinaia di contaminati gravi solo tra il 1995 e il 2005; dimenticato il gravissimo incidente di TokaiMura del 1999 (una reazione a catena fortunatamente arrestata prima di un'esplosione, ma due lavoratori muoiono, tre sono gravemente contaminati e altri 119 esposti a forti dosi di radiazioni; decine di migliaia di abitanti costretti a rimanere in casa per 24 ore) e pochissimo si è saputo del più grande impianto nucleare al mondo chiuso il 16.7.2007 per i danni causati da un terremoto di magnitudo 6.8.


- Non è assolutamente la stessa cosa avere le centrali nucleari vicino casa o a centinaia di chilometri

NON SI SA COME SMALTIRE LE SCORIE RADIOATTIVE


- 250.000 tonnellate di rifiuti altamente radioattivi, finora prodotti dalle centrali nucleari nel mondo sono tutti ancora in attesa di uno smaltimento definitivo;- In totale però i rifiuti nucleari radioattivi sono molti di più: solo in Europa, ogni anno, se ne producono 100mila tonnellate.


- Gli Usa hanno speso 8 miliardi di dollari dal 1990 ad oggi senza trovare la soluzione


- In Italia, nel 2005-07 il governo ha dato 674 milioni di euro alla Sogin che, dopo il ridicolo tentativo di Scanzano J. (zona sismica, come gran parte della penisola), non sa più dove mettere le "ecoballe" all'uranio- La radioattività del plutonio si dimezza in 24mila anni, rimane cioè altamente radioattivo per 200mila anni! L'uranio238 per milioni di anni..


IL NUCLEARE "DI NUOVA GENERAZIONE" HA GLI STESSI PROBLEMI





- Le centrali che il governo vorrebbe costruire in Italia nei prossimi 15 anni sono di "terza generazione" , dovrebbero avere una vita media superiore a quella delle centrali ora in funzione (II generazione) , senza però aver risolto né il problema delle scorie né quello della "sicurezza intrinseca" (lo spegnimento automatico quando c'è un incidente grave)

- Ci dicono che si tratta di un "ponte" verso una futuribile "quartagenerazione" che si promette sarà assolutamente sicura, non proliferante, con poche scorie e meno pericolose, consentirà di "bruciare" anche quelle attuali, garantirà quindi combustibile nucleare pulito per centinaia di anni.Tutto di là da venire però, perché i reattori di IV generazione sono previsti "dopo il 2030", come se fosse domani; e quanto "dopo"?


- Così, mentre si favoleggia delle meravigliose proprietà di reattori che non ci sono, si propone un colossale rilancio del nucleare basato su reattori che, anche se migliorati rispetto al passato, almeno finoal 2040 aggraverebbero ulteriormente tutti i problemi creati finora dal nucleare!


- Infatti l'Enel ha investito quasi 2 miliardi di euro per completare due reattori che ha acquista al 66% in Slovacchia, progettati sulla vecchia tecnologia sovietica (quella di Cernobyl) e addirittura privi di involucro esterno. All'obiezione sui rischi risponde "la probabilità di un impatto aereo su Mochovce è trascurabile" . Altro che sicuri.


IL NUCLEARE NON RISOLVE IL RISCALDAMENTO GLOBALE DA GAS SERRA


- La centrale nucleare emette poco gas serra, ma il ciclo completo sì: dall'estrazione del minerale, al suo "arricchimento, fino allo smaltimento delle scorie e smantellamento finale della centrale- Sono state già chiuse 117 centrali nucleari, in media dopo 22 annidi vita; molte altre si stanno esaurendo. Solo per mantenere lo stesso numero di 435 impianti attualmente in funzione (ipotizzando una loro vita media di 40 anni) dovrebbero essere avviate, entro il 2015, 70 nuove centrali (per un totale di 40mila MegaWatt): una ogni mese e mezzo! Poi, entro il 2025, se ne dovrebbero avviare altre 192 (per 168mila MW): una ogni18 giorni!


- Tutto questo per continuare a produrre solo il 6,5% dell'energia totale...


- l'ONU nel 2007 lo ha certificato, con il documento dei 3.000 scienziati dell'IPCC che studiano il riscaldamento globale:"Il nucleare non potrà fermare la febbre del pianeta"- Spiega l'economista Rifkin:" Per avere una riduzione di gas serra bisognerebbe costruire una centrale nucleare ogni 10 giorni (35 all'anno) per i prossimi 60 anni. Così, con 2.000 nuove centrali nucleari, si fornirebbe il 20% dell'energia totale. C'è qualcuno, sano di mente, che pensa si potrebbe procedere a questo ritmo?"


- Nessuno dei top manager dell'energia crede, invece, che le centrali dismesse nei prossimi anni saranno rimpiazzate per più della metà: il trend mondiale del nucleare è verso il basso.


CON L'URANIO RIMANE LA DIPENDENZA DALL'ESTERO


- L'Italia non ha petrolio, ma non ha neppure uranio; dovrebbe importarlo dai sei paesi dove si concentra l'80% della produzione: Russia, Niger, Namibia, Kazakistan, Australia, Canada.



- Stando agli studi dell'AIEA Agenzia Internazionale per l'energia Atomica, l'uranio dovrebbe cominciare a scarseggiare nel 2025-35. Ma dal 1991 non si estrae più abbastanza uranio per coprire il fabbisogno delle attuali 435 centrali sparse nel mondo. Come il petrolio ha raggiunto il suo "picco"(momento in cui quello che si consuma è più di ciò che si estrae): la differenza è colmata dalle scorte militari che, nel 2003, hanno soddisfatto metà della domanda di combustibile nucleare


- Anche se non venissero costruiti nuovi reattori, la produzione di uranio sarebbe insufficiente per rifornire quelli attuali


- Per questo, come per il petrolio, i prezzi saliranno sempre di più: dal 2001 ad oggi il prezzo dell'uranio si è moltiplicato per 10, passando da 7 dollari alla libbra (453 grammi) a più di 75 dollari nel 2007.


- Si può puntare sul plutonio, ma è ancora più pericoloso, è tra i materiali più tossici in assoluto e con esso è più facile costruire bombe atomiche


CHI PARLA DI "BASSI COSTI" DEL NUCLEARE TRUCCA I CONTI


- Il nucleare è fuori mercato: le stime ufficiali Usa del costo del kWh per i nuovi impianti che entreranno in funzione nel 2015 vedono il nucleare a6,3 cent per kWh contro i 5,5 del gas e i 5,6 del carbone. Per questo negli Usa, nonostante gli enormi incentivi stanziati da Bush ( tra cui c'è il contributo di 1,8 cent per kWh, oltre il doppio del differenzialedi 0,7 - 0,8 cent), nessuno ci investe e dal 1976 non è stata più ordinata nessuna centrale nucleare


- Gli unici due reattori in costruzione in Europa sono in Romania e in Finlandia. Qui, la società privata Avera lo costruisce perchè lo Stato finlandese paga (cioè, fa pagare ai contribuenti) lo smaltimento delle scorie e lo smantellamento finale della centrale, che costa come la sua costruzione. Inoltre lo stato garantisce l'acquisto per 60 anni di tutta l'energia elettrica prodotta dalla centrale: un affare senza alcun rischio per l'azienda francese


- La centrale finlandese, ordinata nel 1996, doveva entrare in funzione nel 2009, ma la data è slittata al 2011: 15 anni.


- Il suo costo doveva essere di 2,5 miliardi di euro, già corretto a3,2, ma le stime del costo finale superano i 4 miliardi: più di quattro volte il costo di una centrale a metano a ciclo combinato della stessa potenza (1600 MW).


- I ritardi della costruzione sono una costante dell'industria nucleare: negli Usa su 75 reattori i cui costi erano previsti in 45 miliardidi dollari (34 miliardi di euro), quelli effettivi sono risultati di 145 miliardi di dollari (110 miliardi di euro), tre volte il previsto.


- In Italia i tempi sarebbero ancora più lunghi e i costi più alti (un chilometro di Tav in Italia costa quattro volte che in Francia.): chi paga?


- L'Enel ha investito 1,88 miliardi di euro per il completamento di due centrali slovacche (per un totale di 880 MW) di cui ha acquistato il 66%di proprietà. Il costo (comprensivo della quota di capitale investito nellasocietà Slovenske Electrarne) è di 2.700 euro per kW di potenza, mentre una centrale a gas costa meno di 500 euro al kW. Chi paga?


NON E' VERO CHE "TUTTO IL MONDO VA VERSO IL NUCLEARE"


- Prima dell'Italia (uscita dalla follia nucleare col Referendum del1987) già l'Austria, con un Referendum nel 1978, aveva deciso di non metterein funzione la centrale che aveva costruito sul Danubio ad ovest di Vienna, ed è, come noi, libera dal nucleare.


- La Germania, nel 2000, ha deciso con legge di non investire più sul nucleare e di sostituire tutte le centrali con energia rinnovabile entroil 201(5); lo sta facendo puntando sul risparmio e sull'aumento del 2,5% annuo di energia rinnovabile (solare termico, fotovoltaico e a concentrazione, eolico, ecc.)


- La Svezia ha fatto la stessa scelta dopo il Referendum del 1980.


- La Spagna ha deciso di uscire dal nucleare, investendo moltissimo nel solare, con un Referendum nel 1983



- Negli Usa non si costruiscono più centrali nucleari da 32 anni


- Nell'Europa a 27 Stati, oggi ci sono 146 centrali; ben 31 in meno che trenta anni fa, quando erano 177; nei prossimi venti anni l'80% dovrebbe essere sostituito: lo sarà? In Germania, Belgio, Olanda, Spagna e Svezia no, e forse neppure altrove.


- I paesi che non hanno centrali nucleari e che hanno limitato la costruzione di nuovi impianti comprendono, oltre all'Italia, Australia, Austria, Danimarca, Grecia, Irlanda(il movimento di opposizione è riuscito aevitare l'attuazione del programma nucleare) e Norvegia. La Polonia ha interrotto la costruzione di una centrale,mentre Belgio, Germania, Olanda, Spagna, Svezia hanno deciso di non costruirne nuove o di abbandonare questo settore


- Solo 9 stati in tutto il mondo stanno investendo nel nucleare: India, Cina, Russia, Ucraina, Giappone (fino al prossimo terremoto?), Iran, Argentina, Romania e Finlandia


LE BOMBE NUCLEARI NASCONO ANCHE DALLE CENTRALI


- Le centrali nucleari sono nate dopo che gli Usa avevano costruito,col Progetto Manhattan, tra il 1940 e il 45, le bombe nucleari, utilizzate il 6 e 9 agosto 1945, provocando centinaia di migliaia di morti, al solo scopo di far capire alla"alleata" Unione Sovietica che avevano la bomba (Hiroshima), anzi più di una (Nagasaki).


- Perchè non sfruttare il calore di scarto derivante dalla produzione delle bombe? Sono nate così le 104 centrali americane e, subito dopo, le 31 sovietiche. Ma c'è un numero maggiore di reattori militari (con 130.000 bombe) e per la propulsione dei sommergibili


- Le stesse industrie producono i componenti delle centrali nuclearie delle bombe nucleari (le due principali sono General Electric e Westinghouse) : senza questa connessione. lautamente finanziata, l'industria energetica nucleare non avrebbe retto


- Poi si sono aggiunte le 57 centrali francesi che servivano al gen. De Gaulle per far nascere la "Force de frappe", la terza potenza nucleare, con le esplosioni nucleari nell'Africa "francese" e negli atolli del Pacifico, Mururoa e Fangataufa (193 esplosioni in atmosfera solo dal 1966 al 1974, con le ultime nel 1996)


- Alla Conferenza dell'ONU del 1980, l'allora presidente degli StatiUniti J.Carter afferma: "Qualsiasi ciclo di combustibile nucleare è intrinsecamente proliferante" cioè crea materia prima per bombe atomiche.Così si dividono gli Stati che possono avere il nucleare ( buoni) da quelli "canaglie", come Irak, Iran, Corea del Nord, che non possono averlo. Ma chi decide chi sono i "buoni"? I buoni stessi, naturalmente.


- Negli anni dal 1950 al 1990 sono state esplose a fini "sperimentali" circa 2000 bombe nucleari, con enormi dosi di radioattività senza protezione per la popolazione. Gli effetti ritardati appaiono oggi: lapopolazione statunitense soffre di un'epidemia di malattie legate alle radiazioni: mortalità infantile, cancri, leucemie, disturbi cardiaci, autismo, diabete, Parkinson, asma, ipotiroidismo in neonati, danni al sistema immunitario. Un bambino su 12 negli Usa è considerato disabile. Si calcola che l'esposizione a radiazioni ionizzanti abbia causato, tra il 1945e il 1996 negli Usa, un milione di decessi infantili.


- Fino al 1963 sono stati eseguiti ben 530 test (cioè esplosioni) nucleari in atmosfera, molti nel deserto del Nevada. Con quali effetti? Per esempio, sono morte di cancro 47 delle 220 persone che nel 1954 hanno partecipato alle riprese del film "Il conquistatore" e altre 44 si ammalarono di tumore: totale 91 su 220. Fra i 47 morti ci sono gli attori John Waine, Susan Hayward, Agnes Moorehead e Pedro Armendariz e il produttore Dick Powell. Il film fu girato a Saint George nello Utah; a Yucca(Nevada) a 300 Km di distanza, 11 mesi prima vi erano state alcune esplosioni atomiche "sperimentali" ; dopo queste esplosioni molti allevatori dello Utah trovarono morte molte delle loro pecore, con ustioni associabili alle radiazioni beta causate dalle esplosioni. Negli anni '70 e '80, nello Utah si è manifestata una incidenza eccezionalmente alta di cancro e leucemie.


INDUSTRIALI & AMICI POLITICI TEMONO LA DEMOCRAZIA ENERGETICA


- Il nucleare, come le grandi centrali termoelettriche a carbone, gas e olio combustibile, risponde ad un modello energetico centralizzato, controllato dai vertici economici e politici, con enormi investimenti iniziali e altrettanti, di tipo politico-militare, per difenderlo.- Invece quello basato sulle energie rinnovabili (solare termico e fotovoltaico, mini-idroelettrico, eolico a piccole dimensioni, biomasse locali) è un sistema distribuito, controllato dal basso; dove ogni comunità produce l'energia di cui ha bisogno e scambia con le comunità vicine il sovrappiù.- I politici di vecchio stampo (anche se si dichiarano "federalisti" ) preferiscono un mondo in cui anche l'energia (come l'economia e l'informazione) è controllata da un potere centrale.



Michele Boato






06/06/08

Memoria, speranze e futuro

PELLEROSSA E MERIDIONALI

Con questo articolo vorrei rievocare la memoria di alcune terribili esperienze storiche in cui sono stati consumati veri e propri eccidi di massa, troppo spesso dimenticati o ignorati dalla storiografia e dai mass-media ufficiali. Mi riferisco allo sterminio degli Indiani d’America e ai massacri perpetrati a danno dei “Pellerossa” del Sud Italia, vale a dire i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie.


Dopo la scoperta del Nuovo Mondo ad opera di Cristoforo Colombo nel 1492, quando giunsero i primi coloni europei, il continente nordamericano era popolato da circa un milione di Pellerossa raggruppati in 400 tribù e in circa 300 famiglie linguistiche. Quando i coloni bianchi penetrarono nelle sterminate praterie abitate dai Pellerossa, praticarono una caccia spietata ai bisonti, il cui numero calò rapidamente e drasticamente rischiando l’estinzione totale. I cacciatori bianchi contribuirono così allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali, da cui ricavavano cibo, pellicce ed altro ancora.



Ma la strage degli Indiani fu operata soprattutto dall’esercitocinematre_conquistawest statunitense che pur di espandersi all'interno del Nord America cacciò ingiustamente i nativi dalle loro terre attuando veri e propri massacri senza risparmiare donne e bambini. I Pellerossa vennero letteralmente annientati attraverso uno spietato genocidio. Oggi i Pellerossa non formano più una nazione, sono stati espropriati non solo della terra che abitavano, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti una parte di essi si è integrata completamente nella civiltà bianca, mentre un'altra parte vive reclusa in alcune centinaia di riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.



Un destino simile, anche se in momenti e con dinamiche diverse , accomuna i Pellerossa d'America e i Meridionali d'Italia. Questi furono chiamati “Briganti”, vennero trucidati, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266 mila morti e 498 mila condannati. Uomini, donne, bambini e anziani subirono la stessa sorte.

Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma noi Meridionali eravamo cittadini di uno Stato molto ricco. Il Piemonte dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra, per cui doveva rimpinguare le proprie finanze.

Il governo della monarchia sabauda, guidato dallo scaltro e cinico Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per poi asservirlo invadendone il territorio: il Regno delle Due Sicilie, lo Stato più civile e pacifico d'Europa. Nessuno venne in nostro soccorso.                        Soltanto alcuni fedeli mercenari Svizzeri rimasero a combattere fino all'ultimo sugli spalti di Gaeta, sino alla capitolazione.
















I vincitori furono spietati. Imposero tasse altissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (che invece era già facoltativo nel Regno delle Due Sicilie); si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, che insorsero. Ebbe così inizio la rivolta dei Briganti Meridionali.

Le leggi repressive furono simili a quelle emanate a scapito dei Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e di ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse popolari e contadine, deluse e tradite dalle false e ingannevoli promesse concesse dal pirata massone e mercenario Giuseppe Garibaldi.

Contrariamente partigianiad altre interpretazioni storico-meridionaliste, non intendo equiparare il fenomeno del Brigantaggio meridionale alla Resistenza partigiana del 1943-45. Per vari motivi, anzitutto per la semplice ragione che nel primo caso si è trattato di una vile aggressione militare, di una guerra di conquista violenta e sanguinosa (come è stata del resto anche la guerra tra fascisti e antifascisti), ma che ha avuto una durata molto più lunga (un intero decennio) dal 1860 al 1870. Una guerra civile che ha provocato eccidi spaventosi, massacri di massa in cui sono stati trucidati centinaia di migliaia di contadini e briganti meridionali, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero e proprio genocidio perpetrato a scapito delle popolazioni del Sud Italia.






Una guerra che si è conclusa tragicamente dando inizio al fenomeno dell’emigrazione di massa dei meridionali. Un esodo di proporzioni bibliche, paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi e presenti nel mondo ad ogni latitudine, in ogni angolo del pianeta, hanno messo radici ovunque, facendo la fortuna di numerose nazioni: Argentina, Venezuela, Uruguay, Stati Uniti d’America, Svizzera, Belgio, Germania, Australia, eccetera.


Ripeto. Se si vuole comparare la triste vicenda del Brigantaggio e della brutale repressione subita dal popolo meridionale, con altre esperienze storiche, credo che l’accostamento più giusto da suggerire sia appunto quello con i Pellerossa e con le guerre indiane combattute proprio nello stesso periodo storico, ossia verso la fine del XIX secolo.




Guerre feroci e sanguinose che hanno provocato una strage altrettanto raccapricciante, quella dei red indiannativi nordamericani. Un genocidio troppo spesso ignorato e dimenticato, come quello a danno delle popolazioni dell’Italia meridionale. Nel contempo condivido in parte il giudizio (forse troppo perentorio) rispetto al carattere anacronistico, retrivo e antiprogressista, delle ragioni politiche, storiche, sociali, che stanno alla base della strenua lotta combattuta dai briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è (quasi) sempre reazionario. Tuttavia, inviterei ad approfondire meglio le motivazioni e le spinte ideali che hanno animato la resistenza e la lotta di numerosi briganti contro i Piemontesi invasori. Non voglio annoiare i lettori con le cifre relative ai numerosi primati detenuti dalla monarchia borbonica e dal Regno delle Due Sicilie in vasti ambiti dell’economia, della sanità, dell’istruzione eccetera.




Né intendo in tal modo esternare sciocchi sentimenti di inutile nostalgia rispetto ad una società arcaica, di stampo dispotico e aristocratico-feudale, ossia ad un passato che fu prevalentemente di barbarie e oscurantismo, di ingiustizia ed oppressione, di sfruttamento e asservimento delle plebi rurali del nostro Meridione. Ma un dato è certo e inoppugnabile: la monarchia sabauda era molto più retriva, molto più rozza, ignorante e dispotica, meno illuminata di quella borbonica.

Il Regno delle Due Sicilie era indubbiamente molto più ricco, avanzato e sviluppato del Regno dei Savoia, tant’è vero che esso rappresentava un boccone assai invitante ed appetibile per tutte le maggiori potenze europee, Inghilterra e Francia in testa.








Tuttavia, questo è un argomento vasto e complesso che richiederebbe un approfondimento adeguato. Infine, concludo con una breve chiosa a proposito della tesi circa le presunte spinte progressiste incarnate dai processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dello Stato europeo oggi.




Non mi pare che tali processi abbiano garantito un reale, autentico borghezioprogresso sociale, morale e civile, ma hanno favorito e generato quasi esclusivamente uno sviluppo prettamente economico. Voglio dire che l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale ed ora a livello europeo, o addirittura globale, non coincide affatto con l’unificazione e con l’integrazione dei popoli e delle culture, siano esse locali, regionali o nazionali. Ovviamente, le forze autenticamente democratiche, progressiste e rivoluzionarie devono puntare a raggiungere il secondo traguardo.







P.S.: Riconoscete il famigerato "brigante padano" raffigurato nella caricatura a destra ?

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