Una canzone che parla di disabilità, amicizia e sostegno reciproco entra in aula e si trasforma in un percorso educativo strutturato. Accade tra il Quarto Circolo di Olbia e il Liceo Scientifico di Ozieri (indirizzo scienze umane), dove il brano “Dentro di te” del giovane cantautore Francesco Arcadu, in arte The Promise, è diventato il punto di partenza di un’esperienza di dialogo tra realtà scolastiche diverse. Ma il valore dell’iniziativa non si esaurisce nell’ascolto del brano. “Dentro di te” diventa infatti parte di un percorso educativo più ampio, in cui la musica si trasforma in occasione di crescita e confronto. «La scuola, nella sua essenza più profonda, è il luogo privilegiato nel quale si costruiscono ponti tra persone, storie e generazioni differenti», sottolinea la docente di sostegno del 4° circolo Rosella Cau, che ha accompagnato e valorizzato l’iniziativa. Un ponte nato quasi per caso, da una semplice condivisione, e diventato un percorso capace di annullare distanze geografiche e anagrafiche. Per Rosella Cau l’obiettivo è chiaro: «Trasformare un linguaggio vicino ai ragazzi, come il rap, in occasione di riflessione autentica. La musica è uno strumento potentissimo perché parla direttamente alle emozioni, ma il compito della scuola è quello di accompagnare quell’emozione verso la consapevolezza. Il testo è stato analizzato come una poesia contemporanea, scomposto, discusso, riletto insieme, diventando filo conduttore di un lavoro sul rispetto delle fragilità, sulle potenzialità di ciascuno e sul valore concreto della solidarietà». Non si è trattato solo di comprendere le parole, ma di interrogarsi sul loro significato nella vita quotidiana. «Educare – evidenzia ancora la docente – significa aiutare i ragazzi a riconoscere l’altro, a mettersi nei suoi panni, a capire che ogni fragilità può trasformarsi in una risorsa se sostenuta da una comunità attenta». In questa prospettiva, la classe diventa uno spazio in cui ciascuno può sentirsi visto e ascoltato, e dove la diversità non è un ostacolo ma un’occasione di crescita reciproca. «Non solo ascolto, dunque, ma consapevolezza. Non solo emozione, ma educazione. Le relazioni, gli affetti, l’amicizia non finiscono con la conclusione di un percorso scolastico – evidenzia ancora Rosella Cau – ma diventano più forti e consapevoli quando sono radicate nel nostro modo di pensare». È questo il messaggio che la scuola vuole consegnare agli alunni: la rete che si costruisce tra i banchi può diventare un paracadute capace di attutire le cadute della vita. Il 25 febbraio il Quarto Circolo ha ospitato l’autore del brano e la compagna che lo ha ispirato, coinvolgendo le classi quinte della sede di via Vignola in un momento di confronto. «Non una celebrazione, ma un’occasione per rileggere i cinque anni trascorsi insieme, interrogarsi su quanto ciascuno abbia saputo donare agli altri e rafforzare la convinzione che nessuno debba sentirsi solo. In questo senso, la musica è l’inizio di un cammino condiviso. Il vero protagonista è il percorso educativo che ne è scaturito: una scuola che costruisce ponti, che educa all’empatia e che insegna – prima ancora delle nozioni – il valore dell’inclusione».
Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
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2.3.26
Scuola e musica Olbia, quando il rap diventa inclusione: il brano “Dentro di te” del giovane cantautore Francesco Arcadu, in arte The Promise, che abbatte le distanze entra in classe
Una canzone che parla di disabilità, amicizia e sostegno reciproco entra in aula e si trasforma in un percorso educativo strutturato. Accade tra il Quarto Circolo di Olbia e il Liceo Scientifico di Ozieri (indirizzo scienze umane), dove il brano “Dentro di te” del giovane cantautore Francesco Arcadu, in arte The Promise, è diventato il punto di partenza di un’esperienza di dialogo tra realtà scolastiche diverse. Ma il valore dell’iniziativa non si esaurisce nell’ascolto del brano. “Dentro di te” diventa infatti parte di un percorso educativo più ampio, in cui la musica si trasforma in occasione di crescita e confronto. «La scuola, nella sua essenza più profonda, è il luogo privilegiato nel quale si costruiscono ponti tra persone, storie e generazioni differenti», sottolinea la docente di sostegno del 4° circolo Rosella Cau, che ha accompagnato e valorizzato l’iniziativa. Un ponte nato quasi per caso, da una semplice condivisione, e diventato un percorso capace di annullare distanze geografiche e anagrafiche. Per Rosella Cau l’obiettivo è chiaro: «Trasformare un linguaggio vicino ai ragazzi, come il rap, in occasione di riflessione autentica. La musica è uno strumento potentissimo perché parla direttamente alle emozioni, ma il compito della scuola è quello di accompagnare quell’emozione verso la consapevolezza. Il testo è stato analizzato come una poesia contemporanea, scomposto, discusso, riletto insieme, diventando filo conduttore di un lavoro sul rispetto delle fragilità, sulle potenzialità di ciascuno e sul valore concreto della solidarietà». Non si è trattato solo di comprendere le parole, ma di interrogarsi sul loro significato nella vita quotidiana. «Educare – evidenzia ancora la docente – significa aiutare i ragazzi a riconoscere l’altro, a mettersi nei suoi panni, a capire che ogni fragilità può trasformarsi in una risorsa se sostenuta da una comunità attenta». In questa prospettiva, la classe diventa uno spazio in cui ciascuno può sentirsi visto e ascoltato, e dove la diversità non è un ostacolo ma un’occasione di crescita reciproca. «Non solo ascolto, dunque, ma consapevolezza. Non solo emozione, ma educazione. Le relazioni, gli affetti, l’amicizia non finiscono con la conclusione di un percorso scolastico – evidenzia ancora Rosella Cau – ma diventano più forti e consapevoli quando sono radicate nel nostro modo di pensare». È questo il messaggio che la scuola vuole consegnare agli alunni: la rete che si costruisce tra i banchi può diventare un paracadute capace di attutire le cadute della vita. Il 25 febbraio il Quarto Circolo ha ospitato l’autore del brano e la compagna che lo ha ispirato, coinvolgendo le classi quinte della sede di via Vignola in un momento di confronto. «Non una celebrazione, ma un’occasione per rileggere i cinque anni trascorsi insieme, interrogarsi su quanto ciascuno abbia saputo donare agli altri e rafforzare la convinzione che nessuno debba sentirsi solo. In questo senso, la musica è l’inizio di un cammino condiviso. Il vero protagonista è il percorso educativo che ne è scaturito: una scuola che costruisce ponti, che educa all’empatia e che insegna – prima ancora delle nozioni – il valore dell’inclusione».
23.2.26
Il passo di L'eco del silenzio di Lorien Ashfort
Non serve sapere dove porta la strada.
A volte basta non restare fermi.
C’è un passo che non si vede da lontano,
non fa rumore,
non chiede forza.
È il passo di chi si alza comunque.
Di chi rallenta senza fermarsi.
Di chi va avanti anche quando
non sente entusiasmo,
ma resta.
Non è questione di arrivare.
È questione di continuare.
Oggi non serve altro.
Solo il passo che puoi fare.
#quaresima
17.1.26
Quando educare diventa lavoro condiviso
La scuola e la casa.
E sperano, senza dirlo,
che quei mondi si parlino.
La scuola porta strumenti, parole, domande.
La famiglia porta radici, presenza, silenzi condivisi.
Quando uno dei due resta solo,
l’altro non basta.
Non si cresce per delega.
Si cresce dentro relazioni che si riconoscono,
anche quando faticano.
I ragazzi non cercano perfezione.
Cercano coerenza.
Cercano adulti che sappiano dirsi:
“Qui non so, ma resto.”
Forse educare oggi
non significa scegliere chi ha ragione,
ma trovare lo spazio in cui nessuno si sottrae.
Perché quando scuola e famiglia smettono di parlarsi,
non si perde un metodo.
Si perde un appiglio.
E crescere, senza appigli,
fa più paura di qualsiasi errore.
L'Eco del Silenzio
6.1.26
La fatica di essere gentili di © L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort
5.1.26
Epifania A Betlemme arrivano i Magi, simbolo cristiano contro tutte le “distinzioni di razza”
Disse Roncalli: “A Betlemme cominciano a sparire le distinzioni: se ci sono preferenze sono per i piccoli, per i poveri, per i reietti: la democrazia in azione, non secondo le rabbiose pretenzioni dei figli del secolo, ma secondo il buono spirito nuovo che tutti accoglie in una sola famiglia, senza distinzioni di razza, di lingua, di interessi. Le piccole braccia di Gesù Bambino egualmente aperte verso i pastori ed i
Magi sono le stesse che dalla croce gridano a tutti il rispetto della vera eguaglianza o fraternità universale”. Questo episodio della biografia di Roncalli apre un capitolo del saggio di Antonio Musarra, che insegna Storia medievale alla Sapienza di Roma: I Magi e la Stella. Viaggio a Betlemme (il Mulino, 327 pagine, 30 euro).
Lo storico spiega poi che, nell’antica prassi della Chiesa, i pastori della Natività designavano gli ebrei e i Magi, appunto, rappresentavano popoli diversi, senza alcuna discriminazione. Oggi la festa dell’epifania evoca l’arrivo dei Re Magi alla Grotta di Betlemme e nella tradizione cristiana i Magi sono tre: i primi re pagani, se non astrologi o o maghi, che portarono in dono al Bambino appena nato oro, incenso e mirra. La tradizione indica anche i loro nomi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Compaiono in un solo racconto evangelico, quello di Matteo, e la loro esistenza rimane un rebus storico. In ogni caso la narrazione sui Magi si è arricchita nei secoli di vari significati allegorici: “simbolo delle tre ‘razze primigenie’ della terra” (dai tre figli di Noè); simbolo “dei tre continenti, dei tre stati del mondo (i sacerdoti, i guerrieri, i produttori)), dei momenti dell’esistenza umana (la giovinezza, la maturità, la vecchiaia)” e altro ancora.DAL VANGELO di Matteo: “Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: ‘Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo’”. Il libro di Musarra è uno splendido reportage da Betlemme, accuratissimo non solo dal punto di vista storico, laddove si prova davvero la sensazione di “trovarsi al centro del mondo”. E ancora: “Al di là delle improbabili rappresentazioni presepiali di casa nostra, ciò che ci si aspetta di trovare corrisponde a ciò che si trova: un luogo mistico, carico di secoli”.La palestinese Betlemme città di David e poi della nascita di Gesù: oggi ha ventimila abitanti e assomiglia a una città del Sud degli anni cinquanta. Ci sono meno di dieci chilometri tra la Porta di Giaffa della Città Vecchia di Gerusalemme e la Basilica della Natività di Betlemme. E ogni metro racchiude secoli di storia e religione: il reportage di Musarra emoziona e fa viaggiare chi lo legge.
Infatti secondo , da cui ho tratto l'immagine sopra a a sinistra ,L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort
23.9.25
La rinascita dopo il buio grazie alla poesia, alle cure e all’amore L’oristanese Michela Ladu, 44 anni, due anni fa era rimasta coinvolta in un gravissimo incidente stradale. Oggi ha scritto un libro
8.3.25
DIARIO DI BORDO SPECIALE 8 MARZO parte 1 ANNO Ⅲ .Storie didonne Silvia Baldussu, la pilota delle Poste «Non esistono lavori per solo uomini» Romana con radici nell'isola, 48 anni, due figli, è primo ufficiale su Bocing 737 ., Grazia Pinna in campo nel 1979: «Sono stata la prima ad arbitrare in Italia» ., I dimenticati dell’arte: storia di Luisa Giaconi ( 1870-1908 ), la poetessa silenziosa ., Cinque straordinarie donne per ragionare sull’8 marzo “Womeness” ocumentario in onda su Sky
Visto che è un po' difficile per me uomo, che pur combattendo anche interiormente il proprio sessimo \ maschilismo e riportando post contro ua cultura misogina e sessista perchè le done siano trattate meglio, parlare \ scrvere un pensiero compiuto e non retorico \ banale sulla giornata del 8 marzo che in realtà dovrebbe essere tutto l'anno non solo una giornata , raccontero delle storie prese dalla rete . Più precisamnte da la nuova sardegna e dalla già citata su queste pagine della rivista arttribune una piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea, nata nel 2011 grazie all’esperienza decennale nel campo dell’editoria, del giornalismo e delle nuove tecnologie..
«Se credi che il mio arbitraggio non vada bene, il fischietto prendilo tu». Grazia Pinna, 81 anni, natali a Carloforte e fiorentina d’adozione «per amore», quarantasei anni fa è diventata così la prima donna arbitro d’Italia. «Negli anni Settanta ero presidente della squadra che aveva appena disputato la partita di un torneo dilettantistico della Uisp. La provocazione del direttore di gara, seduto al tavolino del mio bar a Campi Bisenzio, non mi spaventò. Andai all’Unione italiana sport per tutti, mi iscrissi al corso per arbitri, e dopo un anno ero sul campo di Firenze a dirigere la mia prima partita, in mezzo agli uomini che quel giorno me ne dissero di tutti i colori».
Correva l’anno 1979, la notizia, per l’epoca, era sensazionale: «Arrivarono duecento giornalisti da tutta la provincia. Mi chiamavano l’arbitro col rossetto». Il primo fischio d’inizio partita, al femminile, fu quella domenica al “Barco” di Firenze, per Castello–Fiorenza. Divisa nera, pantaloncini che lasciavano ammirare le gambe più sexy della domenica, moneta verso il cielo, palla al centro: «Tutto è iniziato quando il direttore di gara di una partita dove giocava la mia squadra mi lanciò la sfida perché gli contestai un rigore. Mi disse “fallo tu visto che sei tanto brava”. E io non persi tempo». Grazia Pinna, che vive ancora a Firenze, al contrario della sorella gemella Vittoria che ha sempre vissuto a Cagliari, non nega di esserne stata molto orgogliosa: «La Figc non accettava donne, le porte erano chiuse, mentre alla Uisp si potevano fare i corsi». La prima volta in campo? «Una grande emozione, era un avvenimento per tutti, soprattutto per i giornalisti che si precipitarono allo stadio per scrivere di me. I primi minuti sono stati terribili, avevo paura di condizionare la partita, poi credo di essere entrata perfettamente nel ruolo».Non sono mancati pregiudizi e scorrettezze: «Uno spettatore mi insultò dicendomi che come donna potevo essere brava soltanto a letto. Mi girai, lo guardai dritto negli occhi e gli dissi “sì può darsi, ma certamente non con te”. L’ispettore mi disse che era vietato replicare al pubblico, però ormai era andata». Sotto la pioggia e sotto la neve, la bella Grazia non si tirava indietro: «Mai. Quando mi chiamavano ero sempre pronta a partire. Devo dire che sono stata sempre molto severa, anche se i giocatori non si sono mai lamentati. Piuttosto il pubblico sì, dagli spalti sentivo spesso borbottare». I cronisti sportivi erano tutti a bordo campo: «Quel giorno si dimenticarono di darmi penna e cartellino, dunque scordai di segnare il primo gol. La partita si concluse due a uno, ma io ero talmente stordita dall’emozione che non mi resi conto quale squadra vinse». “L’arbitro col fondotinta”, “l’arbitro col rossetto”: «I titoli dei giornali erano spesso così, io però non mi sono mai offesa, anzi, in partita portavo anche i gioielli».La passione per il calcio l’ha sempre avuta fin da ragazzina: «Il mio idolo era ovviamente il grande Gigi Riva, ma seguivo anche l’arbitraggio di Sergio Gonella. Io ho portato in campo la mia sensibilità, insegnando ai ragazzi la sportività di una stretta di mano a fine partita. E quando entravano in campo dicevo loro di salutare il pubblico». La celebrità le ha fatto arrivare lettere di ammiratori da tutto il mondo, oltre che dall’Italia: «Mi scrissero perfino dal Messico. Volevano sposarmi, ma anche se all’epoca ero vedova non mi interessava».Fra i corteggiatori avvocati e professori: «Qualcuno mi mandò il biglietto aereo per raggiungerlo». Le donne arbitro? «Se oggi sono importanti, anche a livello internazionale, forse un pochino lo devono al mio coraggio di indossare i pantaloncini corti e fischiare qualche rigore. Avrei voluto tanto arbitrare in Serie A, ma all’epoca le porte erano blindate, non ci volevano». Ora che le donne arbitro scendono in tutti i campi di Serie A e non solo e sono numerose anche in Sardegna, Grazia Pinna è felice: «Quando iniziai avevo 36 anni. Non vorrei essere presuntuosa, penso che sia un po’ anche merito mio: sono stata la prima in Italia».
(ilenia mura)
Cinque straordinarie donne per ragionare sull’8 marzo
“Womeness”, in onda in prima visione su Sky Arte sabato 8 marzo, è il docu-film che descrive cinque influenti donne del nostro tempo a partire dal tema del corpo, inteso come “catalizzatore di accadimenti”
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| Setsuko Klossowska de Rola con Yvonne Sci |
Sono la scrittrice Dacia Maraini, la politica e attivista per i diritti civili Emma Bonino, l’artista verbo visiva Tomaso Binga, la pittrice e scultrice giapponese (moglie del pittore Balthus) Setsuko Klossowska de Rola e la compositrice e cantante iraniana (in esilio) Sussan Deyhim le cinque protagoniste di Womeness, il docu-film in onda – in prima visione – su Sky Arte sabato 8 marzo. In occasione della Giornata internazionale dei diritti delle donne, Sky Arte propone dunque la terza opera scritta e diretta dall’attrice e regista Yvonne Sciò, che prosegue così il proprio itinerario alla scoperta dell’universo femminile.Su Sky Arte una prima visione al femminile per l’8 marzoLe voci scelte appartengono a quelle di “cinque donne autentiche, diverse per nazionalità, estrazione e vissuto, ma uguali nel sentire” spiega la regista, motivando la selezione compiuta per Womeness. “Mi piaceva, in particolare, l’idea che le loro parole, a distanza, fluissero in un unico filo conduttore del racconto. Da una parte Dacia Maraini, Tomaso Binga ed Emma Bonino raccontano sé stesse, la loro infanzia e
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| Emma Bonino con Yvonne Sciò |
In relazione, infine, alle due presenze internazionali, la regista afferma: “Sussan Deyhim, cantante e performer iraniana, mi racconta quei momenti drammatici della rivoluzione in Iran e dell’impossibilita di poter tornare nel suo Paese, in quanto donna ed artista, e apre al ricordo della sua collaborazione con Shirin Neshat e Richard Horowitz, suo compagno e Golden Globe awarded scomparso durante la post produzione del film.” Con Setsuko Klossowska de Rola, Sciò raggiunge Villa Medici, a Roma, alla ricerca delle tracce del tempo trascorso dall’artista in quella storica sede: “sono poi infinitamente grata a Setsuko di avermi regalato il racconto della sua vita e della sua rivoluzione silenziosa fatta da giovanissima seguendo in Italia, contro ogni pregiudizio, il pittore Balthus” conclude la regista.
4.2.24
non sapevo che le poesie fossero anche filosofia .Quel che resta di niente di Cristian porcino
non pensavo che con la filosofia si potesse fare poesia . Cristian Porcino Ferrara Attraverso ricercate metafore, Cristian A. Porcino Ferrara ci traghetta, come un navigato Caronte, attraverso i sentimenti umani. Anche in questo ventottesimo libro, nel viaggio tra le emozioni dell’anima ci accompagnano
musicisti come Mozart e Battiato, musa ispiratrice del nostro Autore, ma anche personaggi come Jung, Dante, Diogene, i Belletristi, la Bella e la Bestia, e figure come la madre dispensatrice d’amore, oppure la minuta nonna al balcone.In un altalenarsi di trepidazioni, smarrimenti, turbamenti, suggestioni, paure, amori, inquietudini, zone erogene ed ansie, Cristian A. Porcino Ferrara ci guida in questa danza Lakota che lo unisce – e ci unisce - al corpo pulsante da cui tutto ebbe origine.Infatti leggere i cobntenuti di questo libro di poesie , anche per chi ha letto i suoi preceentiu lavori e lo segue d'anni , è come immergersi in un caledoscopio di : emozioni , umori , odori di un universo variegato e complesso . Infatti << [...] Cristian.A. Porcino ferrara non insegue certezze ma ci donna piccole chicche brevi perle di sagezza che descrivono , a volte con lucida crudeltà e disillusa consapevolezza [...] ( introduzione di Stefano Benaglia ) esplora i nostri stati 'animo contradittori che coiascuno\a di noi prova o ha provato nel corso della vita e nella sua opera d'arte . Infatti tale caratteristica trova conferma nella pregebvole e bellissima nota critica della poliedrica Barbara Cavazzana che riporto integralmente sotto e vi consiglio di leggere28.10.23
a volte basta poco per smettere di elucubrare inutilmente ( farsi le seghe mentali )
Una risposta bellissima alla mia elucubruzazione / sega mentale : a che serve vivere se poi dobbiamo morire ?
7.3.23
«Caro Platone, noi donne non siamo mele dimezzate alla ricerca dell’altra metà» se devo essere una mela di Emma saponaro
https://open.spotify.com/playlist/4gccjUuGjF82khbJ1QMAgI?si=03f11af0fc724c2e
genere , di un romanzo che le riassume . Esso è il romanzo ( foto a destra ) Se devo essere una mela pubblicato da Les Flâneurs Edizioni, seconda prova di autrice di Emma Saponaro. Nel libro, in esergo, la dedica è « A chi ha sacrificato anni di vita per una cosa che credeva amore ». Un argomento difficile ma reso con estrema leggerezza e ironia dall’autrice, senza sottovalutare mai gli aspetti più complessi e duri.
Vivo l'attimo come fosse anni, grido al mondo che credo solo a me essere unica cosa, scorrono di buon senso nell'anima il tuo pensiero e la tua parola... Ma non voglio che tu abbia voglia di me solo di comodo goloso. Va.. Ma non ti ho mai detto che non è stato possibile mandarti a fan culo al momento giusto, ora lo è.
1.1.23
PABLO NERUDA Il primo giorno dell'anno
ringrazio l'amica Maria Patanè per aver segnalato nel suo post d'auguri questa poesia ,,
PABLO NERUDA Il primo giorno dell'anno
Veronica e Matilde sacrestane della basilica, due laureate tra arte e liturgia di Donatella Tiraboschi Tradizione rinnovata e tanto entusiasmo: «Santa Maria Maggiore, quanta bellezza»
da https://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/ del 11\3\2026 di Donatella Tiraboschi Tradizione rinnovata e tanto entusiasmo: «San...
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ecco come dicevo nel titolo perchè guarderò anche le paraolimpiadi .In attessa d'esse un nuovo sunto con aggiunte a qua...
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Come già accenbato dal titolo , inizialmente volevo dire Basta e smettere di parlare di Shoah!, e d'aderire \ c...
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iniziamo dall'ultima news che è quella più allarmante visti i crescenti casi di pedopornografia pornografia...

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