Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
Cerca nel blog
18.1.26
Violenza ostetrica, Giorgia: “Costretta ad andare in bagno con la porta aperta mentre un portantino mi fissava”
6.10.25
Non tutta la scienza nasce dal dolore. Ma parte della sua storia è scritta sul corpo di chi non ha potuto scegliere. di Elisa Lapenna
Il suo nome era Anarcha. Un nome che la polvere della storia ha cercato di nascondere. Un nome che oggi merita di tornare alla luce, carico di rispetto, di dolore, di verità. Anarcha era solo una ragazza. Diciassette anni. Un’età che dovrebbe profumare di sogni, non di catene.Ma per lei, il mondo era una prigione. Era schiava. Quando arrivò il momento di partorire, lo fece da sola. Senza mani che la accarezzassero.Senza parole che la rassicurassero.Senza nessuna dignità. Il parto la lacerò nel corpo e nell’anima. Avrebbe avuto bisogno di cure, di conforto, di umanità.Ma le fu negato tutto. Fu portata da un medico. Non per salvarla, ma per essere usata.Il suo nome era J. Marion Sims.Un nome celebrato dai libri, dalle statue, dalla medicina ufficiale.“Il padre della ginecologia moderna”, lo chiamano ancora.Ma dietro quel titolo si nasconde un orrore.Un orrore fatto di bisturi, di sangue, di grida soffocate.Sims non vide in Anarcha una persona.Vedeva solo un corpo.Un corpo da sezionare, da sperimentare, da sfruttare.Le praticò più di trenta interventi chirurgici.Trenta.Senza anestesia.Perché lui credeva — o voleva credere — che le donne nere “non sentissero dolore come le bianche”.Trenta volte il suo corpo fu violato.Trenta urla.Trenta ferite.E nessuno che ascoltasse.Anarcha gridava. Piangeva. Resisteva.Ma era una schiava. E il dolore di una schiava, per molti, non valeva nulla.Intanto, la medicina avanzava.Le sue sofferenze diventavano scienza.Il suo corpo, un manuale vivente.Sims, un eroe.A lui: statue, onorificenze, nomi incisi nella pietra.A lei: l’oblio.Eppure, il suo corpo ha parlato.Anche se nessuno voleva ascoltarlo.Il suo sacrificio ha lasciato un’impronta.Profonda. Indelebile.Oggi possiamo fare ciò che ieri è stato negato:Restituirle il nome.La voce.La memoria.Anarcha non fu solo una vittima.Fu una giovane donna con sogni negati, con la forza di sopportare l’insopportabile.Una vita spezzata, usata, dimenticata.Ma non più.Oggi, ricordarla non è solo un gesto di giustizia.È un dovere.Perché la medicina che cura non può più permettersi di ignorare il dolore che l’ha costruita.Perché senza memoria, il progresso è solo una menzogna elegante.Ricordiamo Anarcha.Non come un caso clinico. Ma come una donna.Non come uno strumento. Ma come una storia.Una storia che ci guarda dritto negli occhi e ci chiede:“Che cosa state costruendo, se dimenticate da dove venite?”E forse, proprio lì, tra le sue ferite mai curate,possiamo ritrovare un pezzo della nostra umanità perduta.
16.4.23
La storia di Giuseppe Cabras: il 95enne che proiettava i film nel cinema di Selargius ., Partorisce con cuore e polmoni schiacciati da un tumore: mamma e piccolo stanno bene
La storia di Giuseppe Cabras: il 95enne che proiettava i film nel cinema di SelargiusAppesa al chiodo l’uniforme militare, a 20 anni ha iniziato a lavorare nelle sale cinematografiche
Giuseppe Cabras, ieri e oggi (foto Serreli)Tutto è iniziato negli anni Quaranta. C’era da aprire il cinema Astoria, nella via Rossini, a Selargius, vicino alla torre della Piazza. Serviva un operatore patentato, uno insomma addetto alle proiezioni ma anche all’acquisto dei film. Un uomo con “patente” e di fiducia. Giuseppe Cabras, allora 20enne, oggi 95enne, questo patentino l’aveva conseguito dopo aver fatto il militare, superando un esame mica facile con una giuria composta anche da un vigile del fuoco, visto che le pellicole, allora, erano a forte rischio incendio. All’appuntamento con i proprietari si presentarono i cinque. La scelta cadde su Giuseppe Cabras. Non se ne sono di certo pentiti. Lui non solo proiettava i film ma andava in bici a Cagliari anche a comprarli e pure a pagare. Stipendio 28mila lire mensili.
«L’ho fatto per 16 anni – racconta Cabras con orgoglio –. Allora le sale cinematografiche facevano il pienone soprattutto nei giorni festivi. Io proiettavo dalle 14 all’una del giorno successivo. Sceglievo anche i film: li compravo io su incarico dei proprietari della sala cinematografica, i fratelli Rundeddu, titolari di una grande falegnameria. Mi spostavo con una bici con una cabinetta destinata proprio alla custodia delle pellicole. E in bici andavo anche i banca a versare gli incassi. Durante la proiezione capitava anche di spostarmi in un altro locale cinematografico, a Quartucciu, a poche centinaia di metri di distanza. Succedeva nelle emergenze. Io ero sempre pronto con la bicicletta, mio unico mezzo di locomozione. Dormivo al cinema in una branda. Raramente rientravo a casa. Selargius era allora collegato a Settimo da una strada sterrata. I guasti più frequenti? La rottura della pellicola. In un attimo facevo la riparazione usando l’acetone. La proiezione riprendeva quasi subito, limitando al massimo i disagi e a volte anche il rumoreggiare degli spettatori. Succedeva anche questo. Bei tempi».
«Un lavoro faticoso ma gratificate – racconta oggi l’operatore di Settimo San Pietro –. Ci è capitato di avere in una giornata anche 1200 spettatori paganti: I film più gettonati? quello con Charlot, Gary Cooper, Anna Magnani, Gina Lollobrigida. Allora non si parlava ancora di porno. Mi sono immedesimati nella storia del film “Paradiso” di Tornatore. Il pubblico? Frequentavano intere famiglie, ragazzi, fidanzatini: tutti insomma. Allora non c’era la Tv e le sale cagliaritane erano lontane». Dopo 16 anni, Giuseppe Cabras cambia mestiere. Gestisce un bar della allora via Nuova a Settimo e poi se lo costruisce in periferia: una sfida, visto che allora, li, c’erano ancora terreni coltivati. Oggi è la via San Salvatore. Il bar dello sport, di proprietà di Efisio Deiana, lo gestisce sino al 1994, prima di trasferirsi nella via San Salvatore dove reaizza e apre il Bar dello sport, oggi Gil bar, gestito dalla figlia Paola.
Lui, signor Giuseppe, fa ora la vita da pensionato: la solita sgambatura giornaliera nelle campagne di Settimo dopo aver lasciato la bici. È stato poi uno storico donatore di sangue, super premiato da Avis con la croce d’oro. «Un nostro orgoglio – dice di lui il sindaco Gigi Puddu: il signor Giuseppe è ancora un esempio per tutti: di donazioni ne ha fatto addirittura 180, con chiamate di emergenza anche dagli ospedali».
Raffaele Serreli
.......
Partorisce con cuore e polmoni schiacciati da un tumore: mamma e piccolo stanno bene La massa è stata rimossa al termine della gravidanza. L’intervento era stato posticipato perché molto invasivo e pericoloso
Operazione chirurgica (foto Ansa)È riuscita a portare a termine la gravidanza, dando alla luce il suo piccolo, nonostante un tumore – grosso quanto un melone – le schiacciasse cuore e polmoni. La rimozione della massa però era troppo rischiosa, tanto da essere posticipata. Ma nonostante l’ostacolo il parto è andato bene. Protagonista dell’impresa a lieto fine una giovane mamma torinese di 22 anni che alla fine, dopo qualche mese dalla nascita del piccolo, si è sottoposta a un lungo e delicatissimo intervento per l'esportazione del tumore.
L’operazione, durata ben 6 ore, è stata eseguita alle Molinette della Città della Salute di Torino.
La diagnosi di tumore era arrivata quattro anni fa: un sarcoma del torace, diffuso alle ossa, curato per due anni con cicli di chemioterapia e radioterapia che hanno eliminato le metastasi ma non quel
macigno sul cuore, la cui rimozione era altamente sconsigliata perché troppo vicino a organi vitali. Con il tempo però la ragazza non riusciva più a vivere normalmente, perennemente affaticata e dolorante. E la “missione salva-vita” dei chirurghi si è resa necessaria.
L’esito dell’operazione è stato buono, con l’esportazione del tumore e il ripristino della piena funzionalità del polmone sinistro. Ora mamma e figlioletto stanno bene, pronti a godersi questo nuovo capitolo della loro nuova vita, insieme.
24.6.17
Paura in Clinica ostetrica, bimbo salvato in extremis
Il professor Erich Cosmi era fuori servizio ed è stato richiamato in ospedale «Ho dovuto buttare via il vestito nuovo, ma è bello aver salvato una vita»
di Enrico Ferro
PADOVA. Miracolo in sala parto della Clinica ostetrica. Un bambino del peso di 4 chili e mezzo, giunto ormai alla quarantunesima settimana, è stato salvato in extremis da una delle più gravi emergenze in ambito ostetrico: la distocia di spalla. Il travaglio della madre, una profuga di origini nigeriane, era terminato. La testa era uscita ma il resto del corpo era rimasto incastrato a causa delle spalle troppo larghe. Erich Cosmi, professore associato, ( foto sotto al centro )
presente in clinica ma non inserito nel turno di sala parto, è accorso e con una manovra è riuscito a salvare il bambino. «Ho dovuto buttare un vestito appena comprato ma ho salvato una vita. Questa è la nostra missione», conferma il medico.È successo giovedì tra le 11.30 e mezzogiorno e l’iter seguito prima di arrivare all’emergenza sarà esaminato attentamente per capire se è stato compiuto qualche errore.
La donna in gravidanza era ormai giunta alla quarantunesima settimana e già da tempo nella sua cartella clinica si faceva riferimento alle dimensioni importanti del feto. Un professore della Clinica ha indotto il travaglio, allontanandosi però subito dopo per la fine del turno di lavoro. Sono subentrati poi altri due colleghi ma la situazione è rapidamente precipitata nel momento in cui il feto è rimasto incastrato.
La distocia di spalla è un’emergenza ostetrica in cui la fuoriuscita delle spalle necessita di particolari manovre di assistenza dopo che sono stati effettuati delicati tentativi di trazione della testa verso il basso.
Cosmi è stato chiamato anche se non di turno in sala parto proprio per la sua competenza di fronte a simili urgenze. Intorno a lui c’erano colleghi e infermieri con il fiato sospeso. Fortunatamente la situazione si è risolta nel giro di pochi minuti.Il bambino ora è ricoverato in Patologia neonatale, è intubato ma sta bene.
e.ferro@mattinopadova.it
Ora da profano , anche se pro nipote e cugino di medici , mi chiedo Ma non potevano fare un cesareo visto che sapevano quanto pesava ? Infatti , sempre da profano Perché arrivare a quel punto di possibile non ritorno... magari un cesareo programmato sarebbe stato auspicabile !! Comunque Bravissimo il giovane medico ! propongo come
8.7.14
l'incredibile storia di Odón, ingegnere di Buenos Aires che ha brevettato un sistema per aiutare i parti difficili ispirato al trucco per tirare fuori il tappo caduto nella bottiglia
3.1.13
Stringe dito a medico che la fa nascere Foto scattata e postata poi dal padre fa impazzirre il web .
-
Come già accenbato dal titolo , inizialmente volevo dire Basta e smettere di parlare di Shoah!, e d'aderire \ c...
-
iniziamo dall'ultima news che è quella più allarmante visti i crescenti casi di pedopornografia pornografia...
-
Ascoltando questo video messom da un mio utente \ compagno di viaggio di sulla mia bacheca di facebook . ho decso di ...



