Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
21.11.24
qualche giorno fa è stato approvato il ddl che dichiara la GPA «reato universale». Ora sì che eviteremo sfruttamento e mercimonio...
La mia posizione sulla GPA è nota ab illo tempore, mi ha provocato già diverse discussioni, anzi, no, insulti, accuse (di non essere davvero una femminista, per esempio, da chi, evidentemente, pensa di detenere il copyright, e di poter distribuire patenti, come una sorta di motorizzazione per femminismi), e persino condanne ed epurazioni social, con un certo invasamento e senza nemmeno possibilità d'appello; anche per questo, non ne parlo da molto tempo.
Pure con l'avvento dell'abominevole disegno di legge che parla di «reato universale» del governo Meloni, ne ho parlato poco
E, forse, farei bene a continuare così.
Ma, invece, oggi no: oggi ribadisco di nuovo quello che già dissi precedentemente su queste pagine che, quando si parla della GPA e la si vuole per forza definire "utero in affitto", non volendo capire, o facendo finta di non sapere, che è utero in affitto quando c'è mercificazione, sopraffazione e ricatto sociali, di classe, ma non è sempre così, perché ci sono casi nei quali, è, appunto, una scelta libera, e, quindi, è giusto definirla "gestazione per altri, altre, altrə", ed è giusto, ma, soprattutto, sarebbe utile, che è ciò che più conta, che venga realmente conosciuta e compresa, e regolamentata, in modo da rendere la sua attuazione etica, il più etica possibile, e non impedirla; anche perché, se non accade questo, non è che non si farà più, continuerà a farsi nel modo meno etico possibile, e la mercificazione e lo sfruttamento e il ricatto sociale nei confronti di una donna saranno solo resi più semplici; regolamentare è l'unico modo per controllare e per limitare gli abusi, normare e legittimare, e non impedire generalmente in base a discorsi pretestuosi, arroganti, miopi, di gente che non vuole ascoltare davvero l'altra, l'altrə, l'altro, e, spesso, pure moralistici. È solo regolamentandola, ponendo criteri e limiti chiari e definiti, tracciando delle linee cristalline, che puoi tenere sotto controllo e avere reale contezza di qualcosa. È un po' come per l'aborto (non sto dicendo che i due fenomeni sono sovrapponibili, né identici, ma solo che questo elemento è il medesimo): non è che quando non c'era una legge che lo legittimava e lo regolamentava, non avvenisse (perché se una persona ne ha bisogno, sente di doverlo fare, vuole farlo, lo fa comunque, è questo il punto, questo non si può impedire): avveniva comunque, ma clandestinamente, su un tavolo e con grucce non sterilizzati, avendo molto spesso, come conseguenza, la morte delle donne che vi ricorrevano.
Comprendere, legittimare, legalizzare e regolamentare un fenomeno serve sempre, soprattutto, per avere la possibilità di tenere sotto controllo qualcosa che già e comunque accade, e senza norme e legittimazione nella sua forma peggiore e/o più dannosa, pericolosa, per tentare di evitare il più possibile le forme di abuso, per limitare i danni.
E aggiungo che i femminismi, in particolare il transfemminismo intersezionale, per meritare davvero di essere considerati tali, per avere realmente una ragion d'essere, per avere un'utilità e sperare veramente di essere agenti di cambiamento, di rivoluzione, devono rifuggire qualunque semplificazione, ogni manicheismo, l'approccio moralista, giudicante, normativo ed escludente, e i giudizi e i pre-giudizi facili, la negazione e/o il rifiuto aprioristico di ciò che esiste attorno solo perché non ha che fare direttamente con noi e fatichiamo a comprenderlo, le banalizzazioni, in favore, invece, della complessità, dell'ascolto, della capacità di comprensione, dell'inclusione, della varietà di istanze, di proposte, di vissuti, dell'apertura mentale, della propensione alla conoscenza effettiva e profonda di qualcosa o qualcuno prima di decidere di assumere un posizione radicale e di esprimerci su quel qualcosa o qualcuno, che ci permetta di escludere con ragionevole sicurezza di essere realmente nelle condizioni di farlo, e della propensione all'accettazione delle differenze e prima ancora del fatto che queste esistano, che è bello, giusto, sano che sia così, e che non si può e non si deve pretendere che ciò che è adatto a/libera/fa star bene noi, sia necessariamente rappresentato dalle stesse cose che fanno per/liberano/fanno star bene altre donne, e, più in generale, altre persone.
E da transfemminista intersezionale, e da anticapitalista convinta e radicale, mi permetto di ricordare che il problema è sempre il capitalismo, è sempre che ci siano ricchi sempre più ricchi, che, in una società come questa, possono fare ciò che vogliono, e poveri, povere, poverə sempre più poveri, povere, poverə, che, invece, sin troppo spesso, quasi sempre, si ritrovano a non avere reale possibilità di scelta, e a subire quelle altrui.
Per cui, è su questo che, se davvero si volesse fare qualcosa per evitare lo sfruttamento e gli abusi dei primi ai danni deə secondə, le politiche dovrebbero puntare, e legiferare. Ed è su questo che le sedicenti femministe, specie se anche sedicenti intersezionali e anticapitaliste, dovrebbero far sentire la loro voce.
E non sulla criminalizzazione della GPA in sé e per sé, in quanto tale, con tanto di plauso per l'«invito» alla delazione da parte dei medici alle istituzioni.
Perché, se «il corpo è mio e decido io», posso decidere di non fare figli ma anche di portare avanti una gravidanza per un'altra donna — amica, sorella, cognata, collega, compagna di lotte, pure semplice buona conoscente —, o altra persona, a me più o meno cara, che non può (ricordate, per dire, Phoebe che, nella serie tv Friends, negli anni '90, sceglieva di portare avanti una gravidanza per il fratello e la cognata ? )
E, in questo, non c'è alcuna mercificazione, né sfruttamento, c'è solo libertà di scelta (condivisibile o meno, ma tant'è; e, se non condividi, semplicemente, non lo fai, esattamente come per l'interruzione di gravidanza, o per il sex work, ma non ti permetti di arrogarti il diritto, che non hai, di dire a un'altra donna cosa deve fare o non fare ).
La mercificazione e lo sfruttamento sono possibili solo laddove c'è un divario di risorse e di mezzi, laddove vige il capitalismo, laddove tutto ruota intorno al profitto dei soliti pochi e alla subordinazione di tutte le altre, tuttə lə altrə, tutti gli altri.
Allora, se volete davvero sconfiggere mercificazioni, sfruttamento, abusi dovuti a questo, oltre, chiaramente, nella fattispecie del discorso specifico, a rendere più semplici, fattibili, meno assurdamente burocratizzate e costose le adozioni, è di anticapitalismo che dovete parlare. E, guarda caso, io, a molte e molti di voi, che, ora, sento ergersi ridicolmente a paladini e difensori «delle donne», di questo non ho mai sentito parlare.
Abbiate il coraggio di mettere al centro del discorso politico la lotta di classe e la lotta alle ingiustizie sociali. Il sovvertimento della società capitalistica. E pure l'anticolonialismo, l'eterno sfruttamento di certi Paesi e di chi li abita (guarda caso sempre occidentali) nei confronti di altri e di chi qui è nato, nata, natə e vive (sempre gli stessi, sempre quelli).
Altrimenti, è solo fuffa ipocrita, liberticida, reazionaria, moralista, autoritarista. Altro che femminismo.
17.4.24
30.3.24
Diario di bordo n 40 ANNO II . La figlia non gli dà un nipote e lui lo fa concepire a una madre surrogata ., Il limite al numero di studenti nelle classi c'è già, il nuovo codice della strada, i problemi della ricerca con ChatGpt
La figlia non gli dà un nipote e lui lo fa concepire a una madre surrogata
Il nuovo codice della strada



Mercoledì scorso la Camera dei deputati ha dato il via libera al nuovo codice della strada. In fase di scrittura da mesi, le modifiche sono state fortemente volute dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini. Il testo, che passa ora in esame al Senato, contiene una delega al governo per la scrittura del nuovo codice, oltre a disposizioni da votare in sede parlamentare. La versione approvata dai deputati è stata fortemente contestata da esperti, attivisti e Comuni. Infatti, il nuovo codice ha come obiettivo quello di incrementare la sicurezza sulle strade, e fin qui va bene ma lo fa principalmente inasprendo le pene, ostacolando la mobilità attiva e senza agire sulla velocità dei veicoli a motore, la principale causa insime all'uso scriteriato al volante di cellulari , delle vittime della strada, che diventa più difficile da limitare e controllare. per approfondire
Cosa cambia col nuovo codice della strada
Perché il nuovo codice della strada è contestato
Come funziona l’alcolock, il sistema per impedire la guida in stato di ebbrezza
Una città per anziani è una città per tutti?


Il tema della sicurezza stradale è strettamente legato a quello dell’aspettativa di vita. Basti pensare che la scarsa sicurezza delle strade italiane costituisce la prima causa di morte nella fascia tra 15 e 29 anni. Un dato che, assieme ad altri, evidenzia la necessità di ripensare il tessuto urbano e il funzionamento delle città. Secondo numerosi esperti, cartina tornasole del benessere dei cittadini sono gli anziani, primi a soffrire quando le cose funzionano male e primi a trarre beneficio quando le cose funzionano bene. Come cambiare, dunque, i centri urbani ? Un suggerimento: «A misura di anziano».
«Una città per anziani è una città per tutti»
Le quote di stranieri nelle classi invocate da Salvini ci sono già



Salvini non è solo responsabile dell’impulso per la riforma del codice della strada, ma anche per aver pronunciato una frase che nelle ultime ore ha fatto parecchio discutere. Sull’onda delle polemiche per la scuola di Pioltello, che ha deciso di chiudere per il giorno finale del Ramadan, il ministro ha invocato a gran voce un limite alla percentuale di alunni stranieri nelle classi. Limite che però esiste già.Infatti
Scuola, il «tetto» agli alunni stranieri esiste già ed è nato per favorire l'integrazione. Ecco come funziona
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Pur essendo antisionista non sono d'accordo . va bene condannare la politica dello stato d'israele ma non l'intero popolo e la sua cultura in quanto l'ebraismo non è solo sionismo
La Normale di Pisa contro il bando di collaborazione accademica con Israele

Nel frattempo, anche la Normale di Pisa si è aggiunta all’Università di Torino nel rigettare il bando Maeci Italia-Israele. L’ateneo ha comunicato che la decisione del Senato accademico è stata presa alla luce della risoluzione Onu. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, infatti, per la prima volta, ha approvato una risoluzione che chiede il cessate il fuoco a Gaza, dove ormai la popolazione vive da settimane senza acqua potabile, cibo e servizi essenziali a causa dell’assedio messo in atto da Israele.
Anche la Normale di Pisa chiede lo stop al bando con Israele. Le critiche dal ministero: «Gli atenei non possono schierarsi o entrare in guerra»
L'Onu chiede il cessate il fuoco a Gaza per la prima volta, Usa si astengono. La reazione di Netanyahu contro Washington
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Il mondo accademico ha problemi con ChatGPT



Guardando a un lato più prettamente accademico, il mondo dell’Università si trova a fare i conti in maniera sempre più concreta con l’intelligenza artificiale generativa, e in particolare con i modelli di linguaggio in grado di generare testi a volte indistinguibili da quelli scritti dagli esseri umani, che spesso non sono esenti da violazioni di copyright, plagi e inesattezze. A scoppiare, questa settimana, è stato il caso della Svezia, dove nel 2023, i casi di sospetto plagio dovuti all’AI sono stati 223. Infatti in
Svezia, 82 studenti sospesi per aver usato l'intelligenza artificiale durante gli esami: «Proibirla è assurdo, servono regole»
Intelligenza artificiale che viene utilizzata anche nella scrittura di articoli accademici pubblicati su prestigiose riviste scientifiche. L’AI è una tecnologia utile per i ricercatori in moltissime maniere, ma spesso le riviste richiedono che il suo uso venga dichiarato esplicitamente. Così non hanno fatto alcuni studiosi cinesi, dimenticandosi di smussare una parte di testo che tradiva un netto copia e incolla che non ci si aspetterebbe di trovare su una rinomata rivista scientifica. Al di là della svista, la vicenda sembra mettere in luce un altro fenomeno: la costante pressione a cui i ricercatori sono sottoposti per fare sì che pubblichino il maggior numero possibile di articoli, ad inevitabile detrimento della qualità e dell’accuratezza di questi ultimi. Ma o soo nelle università ecco L'articolo dei ricercatori cinesi scritto con ChatGPT. Beffata la rivista scientifica: «Dobbiamo capire cos'è successo»
Arrivano le videolezioni di Spotify



Nel mondo dell’istruzione, intanto, è pronto a lanciarsi anche Spotify. Il gigante dello streaming musicale, infatti, dopomi podcast è in procinto di aggiungere una nuova sezione alle categorie presenti sulla piattaforma. Quella dei videocorsi.Quindi Non solo musica, su Spotify arrivano le video-lezioni: dove e come funzionerà
Se sei arrivato fino a qui, grazie per il tempo che ci hai dedicato. Ti aspettiamo per le prossime puntate e… ricorda che ci trovi anche su Instagram, Thread, linkedin, Twitter, facebook
31.1.24
Un bebè al posto dei gemelli: la coppia chiede alla madre surrogata l'aborto ma poi ipocritamente cambia idea quando lei lo mette al mondo e lo vuole crescere da sola
Questà è la storia presa dall'avvenire del 30 gennaio 2024 di una mamma in affitto americana che si rifiuta di sopprimere il "prodotto non desiderato", salvandogli la vita. E dando una lezione a chi pensava fosse solo un oggetto da comprare.
Francesco Ognibene
Volevano due gemelli, ma nel suo grembo di bambini ce n’era solo uno. E i “genitori committenti”, insoddisfatti della differenza tra ordinazione e prodotto finito, le hanno chiesto di abortire. È una storia drammatica ma a (parziale) lieto fine quella di “Heathyr”, nome scelto da una giovane americana per offrirsi su TikTok come madre surrogata, in tasca il contratto con un’agenzia specializzata.

7.8.23
GPA, libertà o mercificazione del corpo? Una prospettiva femminista. Intervista a Valentina Pazè
credo che da antiproibizionista ed libertario dopo aver letto l'articolo sotto rireso debba rivedere le mie posizioni espressepiù volte precedentemente sul blog ( in particolare qui ) di voler normare la pratica . Resto solo contrario sul reato interazionale proposto da questo governo da https://www.pressenza.com/it/2023/08
GPA, libertà o mercificazione del corpo? Una prospettiva femminista. Intervista a Valentina Pazè

In questi giorni la Gestazione per altri (GPA) è ritornata d’attualità. Sebbene il proibizionismo della destra non sia una soluzione, il lassismo sulla GPA non può esserlo altrettanto in quanto esempio lampante di come, nelle democrazie neoliberali occidentali, sia sempre più preponderante l’affermazione del biocapitalismo, della mercificazione totale della vita. Negli anni il dibattito etico, bioetico e politico sul tema ha visto molta divisione interna nella sinistra, nel movimento LGBTQ e nel femminismo. Dopo decenni di lotte femministe a ribadire che la donna non è un utero che sforna bambini per lo Stato, che la maternità è una possibilità non obbligatoria, un sentimento non egoistico, non legato ai propri geni e alla consanguineità, ma a una relazione di scelta di parentela, di crescita e affetto reciproco, oggi ci troviamo a medicalizzare, per l’ennesima volta, il corpo delle donne e i nostri sentimenti con il rischio di nutrire economicamente le ‘cliniche della fertilità’, normalizzare l’idea della “maternità in vendita”, aprendo involontariamente a pratiche che si avvicinano alla vendita di organi (dal 2014, per esempio, stanno nascendo i primi bambini da utero trapiantato da ‘donatrice’ vivente).
Di questo ne parliamo con Valentina Pazé, docente di Filosofia politica e Teoria dei diritti umani presso il Dipartimento di Culture, politica e società dell’Università degli Studi di Torino che si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunità, comunitarismo, multiculturalismo, teorie antiche e moderne dei diritti e della democrazia, del populismo, del pensiero politico di Norberto Bobbio e del rapporto tra genere e biologia. Quest’anno ha pubblicato il libro “Libertà in vendita. Il corpo fra scelta e mercato” (Bollati Boringieri, 2023) che affronta le questioni delicate della prostituzione, della maternità surrogata e del velo islamico nella prospettiva del rapporto tra scelte libere e dignità della persona.
In questi giorni, la destra ha riportato la GPA al centro del dibattito. Si tratta di un tema scottante per la società o una mossa propagandistica?
Le ragioni per cui la destra ha fatto della lotta senza quartiere della Gpa una bandiera sono facilmente intuibili. Per un verso, che cosa c’è di meglio, per chi sta disattendendo tutte le promesse elettorali (a partire dal blocco dell’immigrazione) che distogliere l’attenzione dal suo concreto operato agitando una questione più che altro simbolica (visto che la Gpa è già vietata nel nostro ordinamento) ma di forte impatto emotivo, su cui una sinistra balbettante e in stato confusionale sembra non avere nulla da dire? La contraddizione, naturalmente, è stridente, perché la destra ultra-liberista che demonizza la Gpa in nome del rifiuto della mercificazione del corpo femminile non è affatto preoccupata di porre un freno alla mercificazione della salute, dell’istruzione, del lavoro… Per altri versi, la battaglia contro la Gpa si presta ad essere declinata in chiave tradizionalistica, come difesa della famiglia “naturale” e rifiuto dell’omogenitorialità, tutti temi cari alla destra.
In Italia, mentre la destra sta monopolizzando il dibattito di opposizione alla GPA, la sinistra radicale, i movimenti femministi e il movimento LGBTQ+ sono molto divisi su questo tema al loro interno. In Europa invece quasi tutta la sinistra e il femminismo sono contrari GPA. Perché questa differenza?
Al di là della polarizzazione generata dal fatto di avere l’estrema destra al governo, la confusione del PD su questo tema rispecchia la più generale confusione che regna in un partito dall’identità incerta, tuttora senza bussola, che fino a pochi mesi fa brandiva l’agenda ultra-liberista di Draghi e oggi in molti suoi esponenti fa fatica perfino a distinguere il principio di autodeterminazione sul proprio corpo (che va garantito anche contro le pressioni del mercato) dal principio dell’autonomia negoziale. Per la sinistra-sinistra il discorso è più complesso. Per un verso mi sembra che mostri una certa subalternità nei confronti della cultura “radicale” (del Partito Radicale italiano, intendo), che ha da sempre coniugato liberalismo e libertarismo con una buona dose di liberismo economico. Non a caso il ddl che porta la firma dell’associazione Coscioni, riesumato dall’emendamento Magi al progetto di legge discusso di recente in parlamento, prevede che a rendersi disponibile per una Gpa “solidale” possa essere anche una donna che al momento della stipula del contratto è disoccupata o lavoratrice precaria. Un grosso ruolo ha poi giocato nel nostro paese – inutile nasconderlo – la scelta di Nichi Vendola e del suo compagno di avere un figlio ricorrendo a una madre surrogata californiana: una scelta personale, ma anche politica, per il modo in cui è stata pubblicizzata, esibita, rivendicata, che ha contribuito a diffondere l’idea che quella per la legalizzazione della Gpa sia una battaglia “di sinistra”, in difesa dei diritti LGBTQ+ (un unicum in Europa, come ricordavi). Quando, tra l’altro, la Gpa interessa quasi esclusivamente i gay, non le lesbiche.
Molti di coloro che sono a favore della Gpa sostengono che essa sia in fondo una pratica “altruistica”. Secondo lei è una motivazione accettabile?
Quella della Gpa “altruistica” o “solidale” è una bella favola a cui qualcuno (portatore di corposi interessi) vuole farci credere e a cui molti altri, e altre, hanno apparentemente un gran bisogno di credere, per ricomporre in un tutto coerente, desideri, valori, principi, tra loro in forte tensione. Mi diceva un amico gay, di sicura fede progressista: “se ci sono donne disponibili ad aiutare i gay ad avere figli, perché negare loro la possibilità di compiere un atto di generosità?”. Ma il problema è che queste donne non ci sono. Non, per lo meno, in un numero sufficiente a soddisfare una domanda crescente di servizi riproduttivi (non solo per coppie gay), che solo il mercato è in grado di soddisfare. Non a caso, nei paesi in cui è prevista la GPA “altruistica”, le donne si offrono per fare figli per altri solo quando il “rimborso-spese” si attesta su cifre paragonabili a quelle della GPA commerciale. Un discorso analogo vale per la “donazione” degli ovociti: se il rimborso non è cospicuo, le donatrici latitano… Di fatto, là dove esiste, nel mondo (nell’Unione europea in soli quattro Stati: Cipro, Grecia, Macedonia del nord, Portogallo), a prestarsi a questo genere di altruismo sono donne di ceto medio-basso, e di scarso livello di istruzione. Chi oggi difende convintamente la versione solidale della Gpa sarebbe più credibile se proponesse tra i requisiti per diventare madri surrogate il possesso di un contratto di lavoro stabile e di una buona retribuzione. Assisteremmo allora finalmente all’edificante spettacolo di donne medico, docenti universitarie, avvocate, manager, disposte a interrompere generosamente la loro carriera per donare un figlio alle coppie infertili? Temo di no. Nella divisione globale del lavoro, queste donne sono, e rimarranno, semmai, le potenziali acquirenti dei servizi riproduttivi altrui. Alcune multinazionali fin d’ora suggeriscono alle loro impiegate di rimandare la maternità, congelando i propri ovuli. In futuro, là dove la GPA venisse ovunque legalizzata e culturalmente accettata, le donne in carriera potranno permettersi di esternalizzare la stessa gravidanza, accollandone il peso, e i rischi, alle donne povere e alle straniere.
Nel suo libro “Libertà in vendita”, pone l’accento su come la libertà nell’epoca del neoliberismo e delle democrazie di mercato, sia un tema contraddittorio e fallace. Con la GPA, anche l’intimità, sessuale e riproduttiva, rischia di diventare una merce tra le altre? Davvero siamo liberi? E se sì, di quale libertà parliamo?
Libertà è una bella parola, che può significare molte cose. Nella sua accezione più semplice, e più immediata, consiste nella possibilità di fare tutto ciò che vogliamo, in assenza di obblighi e divieti. Non è difficile accorgersi, tuttavia, che una simile libertà “selvaggia” (la libertà dello stato di natura di Hobbes, in cui ciascuno ha “diritto a tutto”, anche “al corpo di un altro”) si traduce nella libertà del lupo di predare l’agnello. Perché ciò non accada, è necessario limitare la libertà del forte, in funzione della difesa del debole. Concetti semplici, che sono all’origine di norme come l’art. 36 della nostra Costituzione che, vietando ai lavoratori di rinunciare alle ferie e al riposo settimanale, rende effettiva la loro libertà di scelta, in contesti asimmetrici, in cui non basta il principio del consenso informato a tutelare le parti deboli del rapporto contrattuale. In base allo stesso principio la Carta di Nizza vieta, all’art. 3, di fare del corpo umano, o delle sue parti, fonte di lucro.
Alcune femministe hanno definito questa pratica come una colonizzazione patriarcale sul corpo femminile[1], una tecno-rapina da parte delle nuove tecnologie riproduttive, nate dal grembo dello sviluppo indefinito dell’attuale società industriale, dipendente dal mercato globale neoliberista dove tutto diventa merce. Quale piega sta prendendo la libertà delle donne alla luce delle nuove tecnologie riproduttive?
E’ paradossale assistere oggi al ritorno delle parole d’ordine del femminismo degli anni Settanta, con un significato sensibilmente diverso da quello originario. “L’utero è mio e lo gestisco io” era uno slogan che serviva a rivendicare il diritto di autodeterminazione delle donne. In relazione all’aborto, sembrava assodato che l’ultima parola dovesse spettare alla donna, non certo al padre che, pure, ha contribuito alla procreazione dal punto di vista genetico. Oggi i contratti che regolamentano la GPA, per lo meno quelli che trasferiscono fin da subito la genitorialità ai committenti (come prevede il ddl Coscioni), mettono in dubbio questo principio. Anche quando è riconosciuto formalmente alla donna il diritto di abortire, o di non abortire (nei casi, non infrequenti, in cui siano consigliabili interventi di “riduzione embrionale”), ci sono le pressioni delle agenzie e dei “genitori intenzionali” (che hanno talvolta fornito, in tutto o in parte, il materiale genetico). E ci sono i condizionamenti economici. Non bisogna poi dimenticare che stiamo parlando di gravidanze fortemente medicalizzate, in cui ogni fase è soggetta a controlli e supervisione, medica e psicologica. Dopo la firma del contratto, di autonomia per le donne ne rimane poca. E l’ultima parola, in caso di controversie sulla genitorialità del nuovo nato, spetta ai giudici, non a colei che ha portato avanti la gravidanza e partorito. Come tutto ciò possa essere compatibile con la retorica sull’autodeterminazione delle donne è per me un mistero.
In Italia, gran parte del femminismo liberale sostiene che la GPA sarebbe un “diritto”. É possibile parlare di diritto quando la sua applicazione coinvolge necessariamente l’uso di soggetti terzi? La riproduzione è un “diritto” o una “possibilità”?
Anche in tema di diritti, esiste oggi una grande confusione. Si dimentica che a ogni diritto corrisponde un dovere altrui, che nel caso di un ipotetico “diritto alla GPA” consisterebbe nell’obbligo, in capo a una donna, di mettere a disposizione il proprio corpo per consentire ad altri di diventare genitori. Il linguaggio dei diritti, tra l’altro, non ha niente a che vedere con quello del dono. Un diritto si esige; un dono no. Ma si dimentica anche, in secondo luogo, che non tutti i diritti possono essere messi sullo stesso piano. I diritti fondamentali, riconosciuti universalmente da norme giuridiche, in genere di rango costituzionale, non sono la stessa cosa dei diritti patrimoniali, che sorgono su base contrattuale e spettano singolarmente a qualcuno, ad esclusione di tutti gli altri. In base alla gerarchia delle fonti stabilita dalla nostra Costituzione, la legge prevale sui contratti, i diritti fondamentali prevalgono sui diritti patrimoniali. Riconoscere validità giuridica ai contratti di Gpa, aventi per oggetto beni personali indisponibili come le parti del corpo umano e gli status legati alla filiazione, significa sovvertire questa gerarchia, stabilendo che il diritto (patrimoniale) dei clienti a ottenere la prestazione concordata prevale sul diritto (fondamentale) delle donne a decidere sul proprio corpo, al riparo da condizionamenti economici, conservando fino all’ultimo la possibilità di riconoscere il figlio che hanno partorito.
La sociologa ecofemminista Laura Corradi ha definito la GPA come una pratica classista che è definita da privilegi economici e geopolitici, ovvero un qualcosa di cui può disporre solo la popolazione bianca occidentale ricca a discapito di altre donne del Sud del Mondo, che hanno minori mezzi economici, status ed educazione. Cosa ne pensa?
Oggi è senz’altro così: donne e uomini ricchi, per lo più occidentali, usufruiscono dei servizi di donne povere del sud del mondo, o anche del nord, tenendo conto che la nozione di povertà è relativa e che a una donna del “ceto medio” negli Stati Uniti i 10.000 dollari guadagnati con la Gpa possono risultare molto comodi per pagare l’assicurazione sanitaria o per mandare un figlio all’università. E tuttavia è impressionante constatare come vi sia, anche a sinistra, chi decide di chiudere gli occhi di fronte a questo fenomeno. L’approvazione, a Cuba, di un nuovo Codice di famiglia, che apre a una forma di Gpa “solidale” riservata a persone unite da legami familiari o amicali, può essere salutata come una conquista di civiltà solo da chi decida deliberatamente di ignorare che cos’è Cuba, oggi, in quale abisso di miseria viva gran parte della sua popolazione dopo decenni di sanzioni economiche. E come sarà agevole per un ricco turista occidentale diventare “amico” di una donna cubana per avere accesso alla sua capacità riproduttiva.
Inoltre la questione riguarda anche il tema della salute delle donne: i problemi di salute materno-infantili correlati all’uso di tecnologie riproduttive e le implicazioni etiche, biologiche e psicosociali connesse. Studi scientifici parlano dell’elevato numero di aborti spontanei e dei danni del bombardamento ormonale che ricevono le gestanti…
Sì, certo. Paradossalmente la versione originaria della GPA (quella “tradizionale”), in cui la gestante era anche la madre genetica del bambino, comportava meno rischi per la salute della donna di quella odierna, che prevede la scomposizione del processo riproduttivo in un maggior numero di soggetti: una donna che offre l’ovocita, un uomo che fornisce lo sperma e un’altra donna nel cui utero viene impiantato l’embrione prodotto attraverso le tecniche della fecondazione in vitro. Questo genere di gravidanza, esito di un’ovodonazione, è esposto a una probabilità di fallimenti e di complicanze, anche gravi, molto superiori a quelle di una gravidanza fisiologica.
Cosa si potrebbe fare concretamente per colmare il desiderio di genitorialità in molte persone (etero ed omosessuali) senza dover ricorrere alla surrogazione di gravidanza?
Intanto non è detto che tutti i desideri debbano, e possano, essere soddisfatti. Posso desiderare moltissimo di avere un partner, ma non riuscire a trovarlo. Posso desiderare un figlio, ma non essere in grado di averlo, per ragioni che attengono alla fisiologia della riproduzione umana. Detto questo, il desiderio di accudire e crescere i nuovi nati può essere soddisfatto anche in modi diversi dalla genitorialità biologica: attraverso l’adozione (che andrebbe aperta anche alle coppie gay) e l’affidamento. O anche attraverso accordi davvero solidali – non mediati da contratti – con amici o parenti felici di condividere le gioie e le fatiche della genitorialità con persone a cui sono legati da vincoli di affetto e amicizia.
[1] Interessante sul tema è stato l’intervento della deputata Luana Zanella, storica femminista ed ecologista, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra https://www.youtube.com/watch?v=A3UxJBTjpKM https://www.youtube.com/watch?v=sFq7TVmlxAE
20.6.23
Gestazione per altri Non utero in affitto Debora e Michele: "Noi, eterosessuali e cattolici, discriminati da questo governo"
"Vorrei un figlio perché la vita è fatta per essere proseguita e non per morire con noi". Le parole di Debora Lucani, consulente fiscale di 37 anni, quasi commuovono il marito, Michele
Belloli, consulente bancario di 48 anni. Sposati in chiesa da ormai 12 anni, sono originari di Parma ma vivono a Marina di Carrara. "Dopo il matrimonio mi è stata diagnosticata un'endometriosi al quarto stadio", spiega Debora, "e mi è stata fortemente sconsigliata una gravidanza". Di qui l'idea di provare con l'adozione che fra burocrazia e gli intoppi dovuti alla pandemia si è rivelata un percorso a ostacoli."Abbiamo cominciato a informarci negli Stati Uniti e Canada sulla gestazione per altri solidale,", dice Michele, "in cui deve esserci la massima volontà della gestante a donare il proprio utero a una coppia, senza alcuna commercializzazione". Le uniche spese ammesse all'interno di questa pratica sarebbero quelle per eventuali costi sanitari sulla gestante ed eventuali rimborsi per mancati introiti lavorativi. "Ecco perché ci rifiutiamo di parlare di utero in affitto e troviamo che vietare senza normare una cosa che farebbe il bene di tante coppie sia un atto populistico".
L'inizio dell'iter per riconoscere la gpa come reato universale alla Camera fa riflettere la coppia. "Il nostro desiderio di un figlio resta inalterato ma vedremo come fare", dice Debora, che rincara: "Questa pratica è svolta per lo più da coppie eterosessuali ma qui la si affianca agli omosessuali per colpirli ancora di più. Non mi spiego come sia possibile. Con questa legge se facessimo nostro figlio all'estero rischieremmo due anni di carcere. Vogliono proteggere i bambini ma alla fine gli complicano la vita".
Di Andrea Lattanzi
4.6.23
6.5.23
la storia di una coppia omosessuale ha scelto l'affido e non ha ricorso alla maternità surrogata
Stanno insieme da 19 anni e l'utero in affitto non fa per loro. Non immaginavano che anche una coppia dello stesso sesso potesse dare disponibilità all'affido e anche al termine del percorso formativo sotto sotto pensavano che i servizi avrebbero sempre preferito una coppia eterosessuale. Invece da quattro anni Enrico e Samuele hanno in affido due fratelli, che oggi hanno 9 e 14 anni. «Non è facile, ma le loro risate ci ripagano di tutto. Il cuore ti batte in modo diverso»
Quel giorno di autunno, quando suonò il cellulare, Enrico e Samuele non credevano che stesse succedendo davvero. Avevano fatto tutto il percorso formativo con il Centro affidi di Pistoia, ma quei mesi di attesa li stavano vivendo con i piedi di piombo, senza permettere che i sogni si prendessero troppo spazio. «Il nostro mood era quello di restare con i piedi per terra. “Ok abbimo fatto il percorso ma forse ci hanno detto che andavamo bene come coppia affidataria solo per essere politically correct”: ci dicevamo questo l’uno l’altro. Sotto sotto pensavamo che quando gli operatori avrebbero dovuto scegliere davvero tra noi e una coppia eterosessuale, avrebbero comunque scelto gli altri. Invece non è andata così», racconta Samuele.
Enrico ha 46 anni, Samuele 38. Vivono in provincia di Pistoia e stanno insieme da diciannove anni: «Mai subito un attacco o una discriminazione per la nostra omosessualità o per la nostra relazione», dicono. Si sono sposati nel giugno 2018 e dall’autunno successivo hanno in affido due fratelli, un maschio e una femmina, che oggi hanno 9 e 14 anni. Prima di essere affidati a loro, i due bambini stavano insieme alla mamma in una casa-famiglia.
«La prima volta che la parola “affido” è entrata nella nostra coppia è stato durante una chiacchierata con un’amica, che ha detto: “ma perché non prendete un bimbo in affido?”. Noi non sapevamo nemmeno che una coppia dello stesso sesso potesse dare disponibilità all’affidamento familiare», dice Enrico. «Ci si era interrogati sulla paternità e sull’ipotesi dell’utero in affitto, ma non rientra nel nostro modo di vedere le cose e la vita, nei nostri valori. L’affido invece… ci ha subito intrigati. Ne abbiamo iniziato a parlare tanto fra noi, ci siamo informati, abbiamo contattato il Centro affidi della nostra provincia e abbiamo fatto un anno e mezzo di formazione e di colloqui. Alla fine quello che ti si scolpisce in testa è che lo scopo dell’affido è il rientro dei bimbi nella loro famiglia di origine. Se invece guardi all’affido come “ultima spiaggia” per avere un figlio… sei fuori strada».
Qui entra in gioco un altro elemento casuale, «che poi forse tanto casuale non è», sottolinea Samuele. «Amici e parenti ci dicevano “ma poi, quando arriverà il giorno in cui ve li toglieranno perché i bambini torneranno dai loro genitori, che succede?”. È una domanda che ci facevamo anche noi: è una prospettiva che un po’ spaventa. Però io avevo conosciuto da vicino una storia di affido: l’ex fidanzata di mio fratello da piccola era stata in affido. Ho “toccato” il legame che lei, anche da grande, aveva con la famiglia affidataria, il bene che quella famiglia le ha fatto, la relazione che hanno mantenuto e questo mi ha fatto dire “sì”, mi ha convinto. Alla fine non ci ha mosso tanto il desiderio di avere un figlio nostro ma il desiderio di aiutare un bambino», racconta Samuele.
Torniamo quindi alla telefonata del Centro affidi. È l’autunno 2018, Enrico e Samuele sono insieme in auto quando squilla il cellulare. La proposta del Centro affidi riguarda un bambino di 5 anni. Samuele ed Enrico incontrano gli operetori del Centro affidi e accolgono l'abbinamento. Per la sorella del piccolo i servizi avevano individuato un’altra famiglia. «Poi un giorno ci richiamano e ci dicono che se noi eravamo d’accordo, i bambini possono stare insieme. Noi abbiamo entrambi fratelli, sappiamo cosa significa questo legame… abbiamo dato immediatamente disponibilità per entrambi, non potevamo certo essere noi a separarli». A questo punto Samuele ed Enrico iniziano il percorso di avvicinamento ai due bambini, in casa famiglia: per due mesi vanno in comunità due volte a settimana, presentandosi come “amici”. Stanno con tutti i bambini, giocano, li mettono a letto. I servizi e gli educatori della casa famiglia intanto fanno un lavoro enorme con le fiabe per far comprendere ai bambini cosa significhi amare un altro uomo. Si parla con i bambini, si scoprono le carte del progetto di affido. Qualche uscita, qualche serata, poi qualche weekend. A inizio gennaio 2019 i due fratelli entrano stabilmente in casa di Enrico e Samuele. «Né i bambini nè i loro genitori hanno mai mosso un’obiezione al fatto che l’affido fosse ad una coppia dello stesso sesso. Temevamo che i due papà avrebbero potuto magari avere dei dubbi, invece no. I ragazzi non sono mai tornati a casa raccontandoci episodi negativi in questo senso: anche a scuola gli insegnanti sono stati molto bravi, sia alle elementari che in prima media siamo andati a aprare in classe delle famiglie come la nostra», racconta Enrico.
«Ancora oggi a volte noi pensiamo di non essere in grado. L’affido è proprio un’esperienza in cui le persone che accogli ti insegnano tantissimo. I ragazzi ma anche i loro genitori. Con la mamma dei bambini abbiamo un buon rapporto, la prima volta che l’abbiamo incontrata le abbiamo proprio detto “noi non siamo qui per portarti via i bambini, ma per darti un supporto con loro», afferma Samuele. I primi tempi non sono stati facilissimi, «anzi direi che è stato un trauma sia per noi che per loro, non è tutto rose e fiori, è come se avessimo partorito due figli già grandi», dice Enrico. «Eravamo abituati ai nostri spazi e ritmi e ci siamo trovati a dormire in quattro in un lettone, a fare cose che non eravamo preparati a fare o che non sapevamo come fare. Da un giorno all’altro ti cambia il modo di pensare, di cucinare, di dormire. Io ero uno che se mi spostavi in giardino mentre dormivo, non me ne rendevo conto: adesso mi sveglio appena i ragazzi respirano in modo diverso», aggiunge Samuele. «Sorridevamo quando ci dicevano che quello di genitori è il mestiere più difficile del mondo, ora invece capiamo. La sera quando i ragazzi dormono tantissime volte ci chiediamo se abbiamo fatto bene o male a dire o a fare quella determinata cosa… Facile non è, ma ci mettiamo tutto l’amore possibile. Si sbaglia e ci si arrabbia, siamo abbastanza rigidi, ma quando i ragazzi ridono ci ripagano di tutto».
I due ragazzini, oggi, chiamano “babbo” Enrico e Samuele. «La prima volta, non sai quando abbiamo pianto», confidano. Perché farlo? Enrico non ha dubbi: «Perché il cuore ti batte in maniera diversa».
5.4.23
MATERNITÀ SURROGATA: IL DIBATTITO È TRASVERSALE, LE LIBERTÀ SONO DI TUTTI CONVERGENZE IMPREVISTE
- Il Fatto Quotidiano
VERONICA GENTILI N.C.
L’inedito asse sulla maternità surrogata tra Irene Montero, ministra spagnola delle Pari Opportunità appartenente alle file di Podemos, ed Eugenia Roccella, ministra italiana della Famiglia in quota Fratelli d’italia, racconta bene quanto controverso sia il tema che sta occupando il dibattito pubblico in
questi giorni. “Nella gestazione per altri non ci sono soltanto i desideri di genitorialità, le aspirazioni e i progetti della coppia committente. Ci sono persone concrete. Ci sono donne usate come strumento per funzioni riproduttive, con i loro diritti inalienabili annullati o sospesi dentro procedure contrattuali. Ci sono bambini esposti a una pratica che determina incertezze sul loro status e, quindi, sulla loro identità nella società”: se le contrarietà della Roccella includono sia lo sfruttamento del corpo femminile che il supposto trauma provocato ai nascituri, quelle dell’esponente della sinistra iberica si concentrano su quella che viene considerata ‘una forma di violenza contro le donne’. Entrambe ritengono che la soluzione più efficace per risolvere la questione sia rendere la maternità surrogata reato universale, ovvero perseguire anche chi vi ricorre all’estero. Sul fronte opposto invece, ovvero tra coloro che pensano che il modo migliore per affrontare le derive economiciste della gestazione per altri sia regolamentarla, impedendo la mercificazione del corpo femminile, ci sono tanto Cuca Gamarra, numero due del Partito Popular (il tema, ha dichiarato, “merita un dibattito profondo e sereno, perché tocca molte questioni morali, etiche e religiose”) quanto Marco Cappato e l’associazione Luca Coscioni che hanno anche presentato una proposta di legge (questo il punto centrale: “Trattare invece allo stesso modo, da un punto di vista legislativo, la decima gravidanza per altri di fatto imposta a una donna che versa in condizioni di miseria, e la prima ed unica gravidanza per altri scelta da una donna benestante che è già madre non è un modo per ridurre le discriminazioni, ma per aumentarle). Queste inusuali sinergie tra ‘diversi’ raccontano quanto la materia non sia catalogabile nell’archivio delle ideologie, ma mostrano anche la differenza tra chi vuole imporre a tutti il proprio modo di sentire e chi si applica per trovare un sistema per non penalizzare nessuno. In ambiti così sfumati e complessi le soluzioni dogmatiche non sono mai auspicabili.Voto:
22.4.22
la demagogica proposta della meloni sulla gestazione per altri \ maternità surrogata . come eliminarla senza reprimere
Un'altra scelta sbagliata della destra ed, ahimè, di @forza_italia, l'adozione del testo base per rendere "reato universale" la gestazione per altri, per vietare cioè agli italiani di poterne usufruire laddove essa è legale. Una pretesa discriminatoria, antigiuridica, illiberale!
— Elio Vito 🇮🇹🇪🇺🇺🇸🏳️🌈🍁🌍 (@elio_vito) April 21, 2022
va regolamentata anche se non è semplice ( almeno da quel poco che capisco di cose femminili ) La gravidanza
implica una tale complessità di scelte ed aspetti che non si possono normare o è difficile farlo perchè : proibendola si porta chi vuole farne uso etero o gay all'estero oltre a criminalizzare chi ne fa uso dove questa è legale ( alti costi ) o illegale ( bassi costi ) o nella clandestinità creando situazioni bruttissime come quella che è successa mesi fa in cui una coppia ha abbandonato una bambina fatta nascere con la maternità surrogata .
Caro direttore,la maternità surrogata, detta “gestazione per altri” (Gpa) o «utero in affitto», vietata in Italia dalla Legge 40 del 2004, ma praticata in diversi Stati, è la messa a disposizione del corpo delle donne per far nascere bambini da consegnare ai loro committenti. Lungi dall’essere un atto individuale, un dono, è una pratica realizzata su scala industriale da imprese di riproduzione umana, in un sistema organizzato di cliniche, medici, avvocati e agenzie di marketing e di intermediazione. In tale sistema, le donne sono mezzi di produzione: la gravidanza e il parto diventano procedure dotate di un valore d’uso e di un valore di scambio in un mercato globalizzatoNella tragedia della guerra scatenata da Vladimir Putin contro l’Ucraina, abbiamo assistito – e le cronache di “Avvenire” lo hanno testimoniato – a una tragedia ancora più disumana: decine di neonati, frutto di maternità surrogata, lasciati in uno scantinato, accuditi con amore da poche coraggiose assistenti rimaste con loro. Altre decine nascono ogni giorno, nonostante l’impossibilità di essere consegnati come previsto da contratto (l’Ucraina è leader mondiale nell’export di tale “prodotto”). Sono le agghiaccianti conseguenze della mercificazione della vita. Non possiamo rimanere a guardare i video e le foto. Dobbiamo moltiplicare il nostro impegno per l’abolizione universale della maternità surrogata. [...] segue qui sul portale msn.com/it-it/oppure nell'articolo : << Sì all'abolizione universale della maternità surrogata >> di avvenire
resto del parere che : non è punendo chi sceglie di farla all'estero soprattutto se fatta in strutture ed in paesi dove essa è legale che si elina . Ma tale risultato si può ottenere in altri modi . Come ? 1) rendendo meno faranginosa l e snele le leggi sull'adozione nazionale , magari riducend il periodo d'affido . Potenziando quelle dei bambini abbandonati o non riconosciuti alla nascita ., 2) permettendo l'adozione ai singoli ed ai Gay .
14.11.21
Bimba di 15 mesi abbandonata in Ucraina, parla la donna che doveva essere sua madre: “Non la sentivo mia”
https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2021/11/la-storia-della-bambina-nata-in-ucraina.html

12.11.21
La storia della bambina nata in Ucraina dopo una maternità surrogata e abbandonata dai genitori italiani per poi essere adottata
una storia toccante e straziante.
Puntuale come le zanzare a luglio, Giorgia Meloni non ha trovato di meglio da fare che sciacallare su questa storia per la sua battaglia alla maternità surrogata. Che è a prescindere indipendentemente dall'essere pro o contro un tema complesso, delicato, e che tutto merita meno di essere banalizzato con questa falciloneria populista. Come se la storia intima e individuale di una coppia potesse essere usata come la mannaia contro quello che chiama da alcuni demagogicamente “utero in affitto”. Giù le
mi abbevero al femminismo , ma .... il caso Yasmina Pani Censurata dalle femministe perché ho osato criticarledaaa
per i miei post sui femminicidi mi hanno accusato d'essere effeminato e a favore della nazi femministe , ec c . Fors...

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