Visualizzazione post con etichetta no allomofobia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta no allomofobia. Mostra tutti i post

lunedì 11 maggio 2009

Diversa preghiera

In un modo o nell'altro, sempre a Cristo si torna. Correva il fatidico '79, l'alba del riflusso, anni terribili, come osservatori più adulti continuano a ripetere, ma io ero solo una ragazzina, barcamenata tra sogni colorati, puri e libertari, impegno e Renato Zero. E il "Fuori". Ne avevo notata qualche copia a casa di strambi amici, sempre conosciuti all'insaputa dei genitori, capelli lunghi, aria periferica, pomeriggi trascorsi a fantasticare di lotte e pace trangugiando cioccolata. Wojtyla, appena eletto, aveva quasi subito attaccato gli omosessuali: "moralmente disonesti", due parole terribili, una condanna senz'appello. Non capivo cosa significassero, se non per il sordo fragore che emettevano, ma so che quegli strambi amici non mi sembravano disonesti, anzi mi stavano simpatici e certo non ne provavo alcun timore.



Il "Fuori" riprodusse la copertina qui a fianco nel dicembre '79: un trucibaldo Giovanni Paolo II inchiodava alla croce un altro Gesù alla Guido Reni (ma si avvertiva pure un'eco della Deposizione con prelato di Manzù), iconografia ben nota, perennemente scandalosa, se si pensa che, in quello stesso periodo, "L'Espresso" ne pubblicava una analoga: solo che al posto del seducente giovanotto nudo stava una ragazza incinta e, in quel caso, il maglio della censura si esercitò senza remissione: un Cristo femmina, allora come oggi, continua a sembrare la più infame delle bestemmie. Persino peggiore d'un "sodomita".



Il "Fuori" gravitava nell'area radicale, ma per rappresentare il martirio dell'omosessuale non aveva trovato un'immagine più potente di lui, del Cristo. Gli omosessuali credenti, dal canto loro, esistevano. Quelli che conobbi io lo erano quasi tutti, con una fede più viva di quella, abitudinaria e tiepida, di tanti assopiti "regolari". Leggevano e scrivevano su quei fogli. Dove, sennò?



Oggi esistono ancora. Organizzano veglie, anche nelle chiese. Anche in quelle cattoliche. Tanto è cambiato, tanto è rimasto pietrificato. Il successore del pontefice polacco è, se possibile, ancor più accanito verso di loro; con un'intransigenza pervicace e medievale (proprio in questi giorni, in Terra Santa, ha dichiarato di voler stipulare un patto coi musulmani "in difesa della morale tradizionale" e, considerata la sua ossessione, sappiamo bene cosa leggere in tale formula).



Il "giorno del ricordo" è, per gli omosessuali credenti, il 17 maggio; tuttavia a Milano si comincia domani sera. Ed è riandando a quei pomeriggi di cioccolata, ingenuità e amicizia che pubblico il loro appello (sottoscritto anche da Tempi di Fraternità, il mensile di cui sono redattrice, e a cui hanno aderito gli umanisti), sempre con una calda emozione.



Daniela Tuscano





Risiera di San Sabba (Trieste): la lapide che ricorda le vittime omosessuali del nazifascismo.





Stanno per cominciare le veglie di preghiera in ricordo delle vittime dell’omofobia che si svolgeranno da lunedì 11 a domenica 17 maggio 2009, giornata mondiale per la lotta all’omofobia, in 17 città italiane, da Milano a Palermo, per lanciare un messaggio forte alle nostre Chiese e alla nostra società e per infrangere il muro di silenzio e d'imbarazzo che permane, su questo tema, nella nostra società e nelle nostre chiese.Le veglie, giunte alla loro terza edizione, quest’anno vedranno coinvolti ben quaranta tra gruppi, comunità e associazioni nazionali, tra cui segnaliamo Noi siamo chiesa (Nsc), la Rete Fede e Omosessualità (REFO), l’Associazione di genitori e amici di omosessuali (Agedo) e la Federazione Giovanile Evangelica Italiana (FGEI) oltre a credenti di diverse confessioni (cattolici, valdesi, metodisti, battisti e veterocattolici) che si ritroveranno in tante chiese evangeliche, ed anche in alcune chiese cattoliche, per pregare pubblicamente insieme a tanti laici, pastori e sacerdoti perché “chi ha paura non è perfetto nell’amore” (I Giovanni 4,18).Segnaliamo inoltre che, alla vigilia delle veglie, il gruppo Guado di Milano ha lanciato insieme al portale ecumenico "Il Dialogo" e con il mensile "Tempi di Fraternità" un Appello affinché “le chiese delle nostre città, le chiese che ci hanno generato alla Fede, sappiano levare sempre con forza la loro voce di condanna tutte le volte in cui una persona omosessuale viene aggredita, viene insultata, viene discriminata, viene esclusa per la sua specifica diversità”. L’Appello che può essere sottoscritto in internet all’indirizzo http://www.ildialogo.org/omoses/Omofobia_1240838169.htm, ha avuto tra i primi firmatari numerosi laici, sacerdoti, pastori evangelici, responsabili di gruppi e associazioni laiche e cristiane.Per maggiori informazioni sulla veglia e le iniziative collaterali potete visitare http://www.gionata.org/in-veglia/2009.html o scrivere a gionatanews@gmail.com


martedì 2 dicembre 2008

Il NO del Vaticano alla depenalizzazione dei comportamenti omosessuali è contro lo spirito di accoglienza e di carità

Comunicato stampa

Il portavoce nazionale di “Noi Siamo Chiesa” Vittorio Bellavite ha rilasciato la seguente dichiarazione:

“Dopo il fantasma “eutanasia”, che ha innescato la campagna della CEI sul caso Englaro, ora è il fantasma “matrimonio omo” ad allontanare il Vaticano dal buonsenso e dalla carità cristiana e a fargli assumere una posizione odiosa e incomprensibile come quella di osteggiare la depenalizzazione universale dell’omosessualità, proposta all’ONU dalla Francia con il consenso di tutti i paesi dell’Unione Europea. Per chiarezza nella definizione delle responsabilità, mi sembra impensabile che una tale linea non sia diretta espressione di una decisone di Benedetto XVI, di cui l’arcivescovo Celestino Migliore è un semplice portavoce.


Mi chiedo se questa è la messa in pratica, all’oggi, delle tanto conclamate e sollecitate “radici cristiane” dell’Europa; mi chiedo perché si dicono cose di cui la Chiesa si dovrà pentire in un futuro, magari non troppo lontano.

Con Vito Mancuso (“Corriere della sera” di oggi 2 dicembre) mi sembra che “la Chiesa rischia di essere poco cattolica, poco accogliente, non cattolica, cioè non universale, in fin dei conti, poco cristiana”.

Ora “Noi Siamo Chiesa” e, in generale, i cattolici “del dissenso” o “critici” sperano che si esprimano con chiarezza e ad alta voce, individualmente o mediante le tante associazioni, i molti credenti che si trovano a disagio di fronte a questa presa di posizione, che è estranea ad una autentica sensibilità evangelica, oltre che molto dannosa dal punto di vista pastorale.”

Roma, 2 dicembre 2008



Vittorio Bellavite

Via Vallazze 95

20131 Milano (Italy)




mercoledì 30 luglio 2008

censura mediatica perchè gay Alan Rogers il 4000 soldato morto in Iraq

Che strano paese gli Usa  patria   dei diritti civili   e  dele  battaglie pert i diritti umani   , oltre che  della    contro  cultura   per i diritti  dei Gay  e  non solo ,   pattia  di bigotti e conservatori   come testimonia questa news 







Bufera mediatica negli Usa sull'eredità morale del maggiore Alan Rogers, (  foto in basso  a  destra  ) il militare di carriera morto il 27 gennaio in Iraq dopo essere saltato in aria su una mina mentre era in servizio di pattuglia a Baghdad. Per il Pentagono è un eroe, un patriota modello, per gli attivisti omosessuali è invece il primo soldato gay a morire in guerra, un simbolo contro l'omofobia nell'esercito.Del caso in America se ne sono occupati tutte le testate più importanti. Secondo il prestigioso settimanale "New Yorker", la vicenda potrebbe cancellare definitivamente la politica di "non chiedere per non dire" varata dall'amministrazione Clinton negli anni '90 per i militari gay in divisa. Ma non tutti la pensano a questo modo. Sull'apertura ufficiale delle porte dell'esercito ai gay, osteggiata dal Pentagono e da McCain e fortemente voluta da Obama, l'opinione pubblica è divisa e negli Usa la questione tiene banco.Dopo la morte in Iraq, il maggiore Alan Rogers fu sepolto con tutti gli onori del caso e definito come "un ufficiale di grandissimo talento". In quell'occasione nessuno menzionò invece il suo orientamento sessuale, che il soldato, in osservanza delle regole non scritte della caserma, non confidò mai ai suoi commilitoni. Nel dare la notizia della tragica scomparsa in Iraq, anche il Washington Post e la National Public Radio sorvolarono sull'omosessualità del militare, concentrando la loro attenzione sul suo eroismo e sulla sua carriera esemplare. Un silenzio che non è piaciuto agli attivisti gay, che del maggiore hanno fatto subito un'icona della battaglia omosessuale contro la politica del "Don't ask don't tell"."Quando Rogers morì il Pentagono si è accollato l'eredità morale da chi sta cercando di strumentalizzarla politicamente", scrive il settimanale New Yorker. Gli fa eco il colonnello Mike Hardy, l'ufficiale incaricato di seguire il dossier Rogers dopo la morte. "Non aveva preso nessuna iniziativa per essere ricordato come soldato gay", ha spiegato il militare. La realtà invece è assai più complicata e il caso si è trasformato in un tormentone.Poco prima di morire il maggiore aveva deciso di lasciare le forze armate per poter vivere da gay alla luce del sole. "Era un omosessuale che aveva sottoscritto in pieno i valori dell'esercito ma che aveva scoperto che alla resa dei conti questi valori non funzionavano per lui come persona'', ha dichiarato un amico al settimanale, alimentando le polemiche attorno alla vicenda. La rivista The Washington Blade ha accusato il Pentagono di "voler tenere un soldato gay nell'armadio mentre lui voleva che la sua storia fosse raccontata".

Slideshow

Loading...