| « Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria » | |
(Lettera al Parlamento polacco)
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mercoledì 1 febbraio 2012
i veri eroi sono quelli che dopo il clamore passano nell'oblio il caso di Irena Sendler
venerdì 6 giugno 2008
Memoria, speranze e futuro


statunitense che pur di espandersi all'interno del Nord America cacciò ingiustamente i nativi dalle loro terre attuando veri e propri massacri senza risparmiare donne e bambini. I Pellerossa vennero letteralmente annientati attraverso uno spietato genocidio. Oggi i Pellerossa non formano più una nazione, sono stati espropriati non solo della terra che abitavano, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti una parte di essi si è integrata completamente nella civiltà bianca, mentre un'altra parte vive reclusa in alcune centinaia di riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.
Due Sicilie, lo Stato più civile e pacifico d'Europa. Nessuno venne in nostro soccorso. Soltanto alcuni fedeli mercenari Svizzeri rimasero a combattere fino all'ultimo sugli spalti di Gaeta, sino alla capitolazione.
Le leggi repressive furono simili a quelle emanate a scapito dei Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e di ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse popolari e contadine, deluse e tradite dalle false e ingannevoli promesse concesse dal pirata massone e mercenario Giuseppe Garibaldi.
Contrariamente
ad altre interpretazioni storico-meridionaliste, non intendo equiparare il fenomeno del Brigantaggio meridionale alla Resistenza partigiana del 1943-45. Per vari motivi, anzitutto per la semplice ragione che nel primo caso si è trattato di una vile aggressione militare, di una guerra di conquista violenta e sanguinosa (come è stata del resto anche la guerra tra fascisti e antifascisti), ma che ha avuto una durata molto più lunga (un intero decennio) dal 1860 al 1870. Una guerra civile che ha provocato eccidi spaventosi, massacri di massa in cui sono stati trucidati centinaia di migliaia di contadini e briganti meridionali, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero e proprio genocidio perpetrato a scapito delle popolazioni del Sud Italia.
Ripeto. Se si vuole comparare la triste vicenda del Brigantaggio e della brutale repressione subita dal popolo meridionale, con altre esperienze storiche, credo che l’accostamento più giusto da suggerire sia appunto quello con i Pellerossa e con le guerre indiane combattute proprio nello stesso periodo storico, ossia verso la fine del XIX secolo.
nativi nordamericani. Un genocidio troppo spesso ignorato e dimenticato, come quello a danno delle popolazioni dell’Italia meridionale. Nel contempo condivido in parte il giudizio (forse troppo perentorio) rispetto al carattere anacronistico, retrivo e antiprogressista, delle ragioni politiche, storiche, sociali, che stanno alla base della strenua lotta combattuta dai briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è (quasi) sempre reazionario. Tuttavia, inviterei ad approfondire meglio le motivazioni e le spinte ideali che hanno animato la resistenza e la lotta di numerosi briganti contro i Piemontesi invasori. Non voglio annoiare i lettori con le cifre relative ai numerosi primati detenuti dalla monarchia borbonica e dal Regno delle Due Sicilie in vasti ambiti dell’economia, della sanità, dell’istruzione eccetera.
oppressione, di sfruttamento e asservimento delle plebi rurali del nostro Meridione. Ma un dato è certo e inoppugnabile: la monarchia sabauda era molto più retriva, molto più rozza, ignorante e dispotica, meno illuminata di quella borbonica.
Tuttavia, questo è un argomento vasto e complesso che richiederebbe un approfondimento adeguato. Infine, concludo con una breve chiosa a proposito della tesi circa le presunte spinte progressiste incarnate dai processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dello Stato europeo oggi.
progresso sociale, morale e civile, ma hanno favorito e generato quasi esclusivamente uno sviluppo prettamente economico. Voglio dire che l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale ed ora a livello europeo, o addirittura globale, non coincide affatto con l’unificazione e con l’integrazione dei popoli e delle culture, siano esse locali, regionali o nazionali. Ovviamente, le forze autenticamente democratiche, progressiste e rivoluzionarie devono puntare a raggiungere il secondo traguardo.mercoledì 21 maggio 2008
pelegrinaggio a S.Anna di stazzema

mercoledì 11 luglio 2007
Senza titolo 1934
io nemmeno probabilmente, starei cantando.
Tu da che parte stai?
Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati,
o di chi li ha costruiti...rubando? (...)
Francesco de Gregori in " chi ruba nei supermercati " dall'album canzoni d'amore
riprendendo il post precedente rispondendo a chi mi chiede da ce parte stò e che ho il piedi in due staffe quando in realtà e credo che chi segue veramente lo abbia capitop io sto per usare uno slogan degli anni 1970\1980 : << nè con le br nè con lo stato >>
MALEDETTI VOI …
E non pensate mai, Signori miei, ad occhi che ti guardano e ti chiedono : “ Tu da che parte stai? Tu da che parte stai ?” Spero che sia la mia … E cosi Maledetti noi destinati al dolore antico e sempre vivo regalato da voi alle nostre vite! E maledette bombe senza nome che lasciate alla pioggia il compito di pulire e a noi il dovere di capire il perché …E quanto ancora voi, Signori del Potere, dovrete distruggere e noi ricostruire; Uccidere e non far risorgere; parlare e non capite ?! E vi chiedo se anche voi avete un cuore che piange e che ride come il mio o se, di tanto in tanto, ci parlate con Dio, quando la notte ascolta il suono dei vostri pensieri più lunghi… E così maledetti noi destinati al dolore antico e sempre vivo regalato da voi alle nostre vite! E maledette bombe senza nome che lasciate alla pioggia il compito di pulire e a noi il dovere di capire perchè …
" La giustizia è come una tela di ragno:trattiene gli insetti più piccoli,mentre grandi trafiggono la tela e restano liberi." (Solone)
ringranzio per il testo e la frase il blog splinder sudditopeggiore
la canzone del video si chiama "Maledetti voi" è di Luca Moro nipote dello statista ucciso dalle br [ ? ] . Essa fa parte del film "Piazza delle Cinque Lune" di Renzo Martinelli, dedicato all’assassinio dello statista democristiano (1979).
l'autore è stato ospite con questa canzone di Giovanni Anversa in una puntata di "Racconti di vita" ( Via Teulada, 66 tel. 06/3612201 – 3219086 fax 06/37514971 raccontidivita@rai.it ) dedicata alle "ferite" lasciate aperte da stragi e terrorismo. Domenica 4 maggio alle 12,30 su Raitre. nella puntata didomenica 4 maggio 2003 ore 12,30 Raitre
Sintesi della puntata
A cinque giorni dall’anniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, "Racconti di vita" ospita il nipote Luca con la canzone "Maledetti voi" che fa parte del film "Piazza delle Cinque Lune" di Renzo Martinelli, dedicato all’assassinio dello statista democristiano (1979). Oltre a Luca Moro, Giovanni Anversa ospiterà nello studio allestito al Teatro di Tor Bella Monaca, la madre di Luca e figlia di Aldo Moro, Maria Fida e Leopoldo Petri, fratello di Emanuele il poliziotto ucciso circa un mese fa sul diretto Roma-Firenze nel corso di un conflitto a fuoco con due brigatisti. Inoltre ci sara’ in studio Lorenzo Pinto, fratello di una vittima della strage di Piazza della Loggia a Brescia (1974). Nei filmati la testimonianza di una madre che ha perso l’unico figlio nella strage alla stazione di Bologna (1981) e quella della vedova del direttore sanitario del Policlinico di Milano ucciso dalle Brigate Rosse nel febbraio del 1981 .
concludo con due citazioni il primo è un verso di De Andrè : << Certo bisogna farne di strada [...] per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni. >> ., la seconda di Elisée Reclus : << Non esistono frontiere naturali nel senso dato loro dai patrioti. Tutti i limiti costruiti fra le nazioni sono opera dell’uomo e nulla impedirebbe che venissero spostati o cancellati. >>
a voi soprattutto ai nuovi decidere decidere da che parte stò
lunedì 9 luglio 2007
Senza titolo 1931
Ed ecco che cercando delle ulteriori news oltre a quelle che già conoscevo mi sono imbattuto in questo toccante e bellissimo video del gruppo i perduellio
uno dei due carabinieri rimasti illesi , uno era morto ed una altro era ferito , mentre Mara era seduta e con le mani alzate insomma,si sarebbe trattata di una vera e propria esecuzione ! ) ., ma è cosi triste e poi non riesco e chi mi segue con attenzione lo dovrebbe sapere odio la memoria condivisa .soprattutto quando essa è forzata indipendentemente che si tratti da destra e sinistra come afferma marco travaglio alla presentazione del libro di di cui parlavo all'inizio ( ecco dove trovare su youtube i video 1 2 ) Infatti come dice l'introduzione al video presa dl sito del gruppo sopracitato : << la storia è dei vincitori, e così vicende personali di singoli uomini e donne finiscono per essere associate in un unico grande calderone, giudicate e catalogate alla luce del presente, senza distinzioni di sorta . Magari oggi se la guerra fosse finita diversamente avremmo piazze intitolate ad Hitler ed a Mussolini e probabilmente non solo Pansa chiamerebbe banditi i partigiani . Se però ci scomodiamo per qualche attimo e ci addentriamo nella vita di singoli personaggi, di singoli uomini e donne appunto, rischiamo di trovarci di fronte a contraddizioni molto più pronunciate di quanto il comune sentire storico ci faccia apparire. E così leggendo le lettere che Mara Cagol, una delle fondatrici delle BR [ moglie di renato curcio ] spediva ai genitori mentre viveva in clandestinità, ritroviamo contenuti che poco si conciliano con l'idea che la storia si è fatta di lei e di altri. Poi se andiamo oltre e scopriamo anche che è stata uccisa da un colpo di pistola esplosole alle spalle da un poliziotto mentre era in ginocchio con le braccia alzate, tutto diventa ancora più confuso e meno scontato.>>

concludo ripondendo preventivamente a chi mi dirà che non ho rispetto e affendo i familiari delle vittime , che sono terorista , mentre ho cestinato e continuerò a farlo email in splinder e all'indirizzo di tiscali ( in quanto ne ho già accenato nell'introduzione di questo post oltre che nelle faq ed eventuali aggiornamenti e altri post del blog primna che dicidessi di inserire tale tag ) chi mi dice che sono a senso unico e di parte
1) chiedo scusa ma non era mi intenzione offenderli . Se nel caso lo ritenessero possono se iscritti a questo blog o a splinder replicare ( o se impossibilitati mandarmi il loro materiale o alto e lo pubblico io ) con storie dirette o indirette di persone uccise dal fanatismo rosso : << colpirne uno per educarne 100 >> ( uno slogan brigatista , se non ricordo male ) o commentando questo post segnalando link , libri , film , ecc
2) prima di parlare documentavi infatti come dicono gli yoyomundi , sui perduellio non ho trovato neiente , nelle note al testo dela canzone trovate sotto l'url del testo : << Abbiamo scritto e cantato questa canzone, affinché non si possano dimenticare tutte le vittime – consapevoli e inconsapevoli – del terrorismo.>> . Ma sopratutto in alcuni stralci tralci di una mail al direttore di PMNet scritta dal cantante degli Yo Yo Mundi, Paolo Enrico Archetti Maestri, in seguito alle polemiche scatenate dall'esecuzione di questa canzone durante una manifestazione a Brà.
« Ho scritto quella canzone nel 1994 e la stessa è stata pubblicata dalla allora Polygram (oggi Universal), per conto dell'etichetta Consorzio Produttori Indipendenti sul nostro fortunatissimo album "Bande Rumorose", registrato in diretta televisiva nel programma "Segnali di Fumo" negli studi di Videomusic (divenuta poi TMC2).
Sull'album quale commento per il testo, abbiamo voluto apporre una dedica precisa.
Mi preme sottolineare che noi siamo originari di Acqui Terme e viviamo a pochi chilomentri dal luogo dove avvennero i fatti tragici che portarono, oltre alla morte della Cagol, sia la liberazione di Vittorio Vallarino Gancia e sia la morte del carabiniere Giovanni D'Astolfo e il grave ferimento di altri due colleghi, e che quei fatti e anche tutte le storie, leggende, cronache e risvolti sono risuonati nella nostra memoria con una forza ancor maggiore, dato il particolare coinvolgimento emotivo di tutta la popolazione dell'acquese.
Riportiamo di seguito - a tal proposito - quanto scritto in un intervento di Luciana Ziruolo, sul Quaderno di Storia Contemporanea (numero 20, 1996) realizzato dall'Istituto per la Storia della Resistenza e della Storia Contemporanea in provincia di Alessandria:
"...una breve digressione, in realtà un'ulteriore riflessione sul "passaggio della memoria": non è un caso che, a distanza di vent'anni, una canzone "Chi ha portato quei fiori per Mara Cagol?" sia stata scritta e musicata dall'acquese Paolo Archetti Maestri. Nel 1975, appena ragazzino, deve essere rimasto particolarmente colpito dai fatti, recandone i segni, come alcuni di noi. La canzone potrebbe rientrare nel genere delle leggende metropolitane di questi ultimi anni, se non fosse che molti, ed io tra questi, hanno potuto constatare nel tempo la presenza di mazzi di fiori posti all'inizio del viottolo che conduce alla Cascina Spiotta (è questo il nome del luogo degli eventi luttuosi).
Un atto tragico e dolce al contempo che sarebbe certo caduto nell'oblio senza la volontà raccoglierlo, di serbarlo, di fermarlo in questo caso con le parole di una canzone.
Nella canzone ci sono parti di testo che chiariscono meglio di ogni possibile commento lo sconcerto di chi narra e si fa portavoce di una minima parte della vicenda - appunto l'atto di lasciare, forse per amore, delle rose in quel luogo".
Insomma per approfondire ancora di più il senso di quel testo, potremmo aggiungere che il protagonista della canzone è un giovane che si pone delle domande, certamente confuso da ciò che la tenera età non gli permette di capire nella sua completezza, ma con la straordinarietà di poter percepire diffusamente l'amore, il ricordo, la devastazione, la morte senza alcun giudizio o pregiudizio di sorta.
È indubbio che senza un'adeguata presentazione della canzone, il testo potesse essere frainteso altresì ci spiace che qualcuno - forse nella difficoltà di informarsi rispetto alla canzone di un gruppo come il nostro certamente conosciuto, ma non così celebre ! - possa aver creduto di avere a che fare con una canzone inneggiante al terrorismo (che non sia detto nemmeno per scherzo !!! ) . Paolo Enrico Archetti Maestri e Yo Yo Mundi >>
Curiosiità ed approfondimenti
- Il gruppo musicale Yo Yo Mundi ha dedicato una canzone a Margherita Cagol, intolata "Chi ha portato quei fiori per Mara Cagol ? ". è la n°10 del disco live del 1995 ristampato bande rumorose
- Anche il cantante Moltheni le ha dedicato un brano strumentale, "Gli occhi di Mara Cagol", all'inizio del suo album "Spledore terrore".
- Umberto Eco, invece, afferma che una volta scoperto che la moglie di Fra'Dolcino si chiamava "Margherita" come Margherita Cagol, morta più o meno in condizioni analoghe, l’ha espressamente citata nel suo Il nome della rosa, come strizzatina d'occhio al lettore: altrimenti non l'avrebbe nemmeno nominata.
domenica 20 maggio 2007
Senza titolo 1841
e media ( salvo pochi ) s'accodano dandone solo flash d'agenzie e poche righe in cronaca come questo caso
| Bruciata lapide di Valerio Verbano | Giovane di Autonomia Operaia ucciso 27 anni fa dai Nar | (ANSA) - ROMA, 19 MAG - Bruciata a Roma nel quartiere Montesacro la lapide, la corona di fiori e la bandiera che ricordano l'uccisione di Valerio Verbano. E' il giovane militante di Autonomia operaia, che 27 anni fa, fu ucciso, all'eta' di 18 anni, da un commando dei Nar, che lo attese nella sua abitazione, dove aveva immobilizzato i suoi genitori. A scoprirlo e' stata la mamma di Valerio, che oggi ha 83 anni e non ha ancora perso la speranza che gli assassini di suo figlio possano essere scoperti. |
20.05.07 - Rovigo:aggressione omofoba, 11 denunciati Nuovo, brutale, caso di bullismo antiomosessuale. Stavolta, dopo lo scherno e gli insulti, si è passati alla violenza fisica tanto che i carabinieri di Rovigo, a conclusione delle indagini hanno denunciato undici ragazzi per le violenze ai danni di un coetaneo
20.05.07 - Bologna: aggressioni e molestie all'Università “Spintonata e palpeggiata da un gruppo di Student Office” L’episodio denunciato alla polizia,è avvenuto dopo un diverbio al termine delle elezioni per l’ateneo.
20.05.07 - Trieste: aggressione fascista Nella notte tra venerdì 18 e sabato 19 maggio il presidio permanente per il diritto alla casa in piazza a Trieste è stato violentemente attaccato da una squadraccia fascista.Facciamo appello a tutt* coloro le/i quali hanno a cuore la libertà e la giustizia sociale a non sottovalutare l’episodio della notte scorsa e a vigilare contro ogni tentativo di impedire l’agibilità sociale e politica delle famiglie in lotta a Trieste.
19.05.07 - Roma, fuoco alla lapide di Verbano Fuoco alla lapide che ricorda Valerio Verbano, il diciottenne militante di Autonomia operaia, che 27 anni fa, fu ucciso da un commando dei Nar
elenco sempre in continuo aggiornamento di www.ecn.org/antifa/
Inoltre s'ignorano sia le reazioni come la destavazione per fortuna senza danni allle persone di una sede romana del gruppo xenofobo forza nuova o il " mal di pancia proveniente dal movimento ancora pacifiche come dimostra questo comunicato di un gruppo di sinistra pne e rose qui il testo
Cosa voglionoi che si ritorni agli anni 70\80 con i morti da ambo le parti ? fra cui anche gente che non c'entrava niente ?
sabato 19 maggio 2007
Senza titolo 1840
io non ho alcuna prova per essere certo al di là di ogni ragionevole dubbio della responsabilità del Commissario Calabresi nell’omicidio di
Pinelli ferroviere precipitato dalle finestre della Questura di Milano durante le indagini sulla bomba di Piazza Fontana, mentre le forze dell’ordine, sbagliandosi di grosso, seguivano la pista anarchica.
Sono invece certo che, fosse stato anche Calabresi stesso a spingere fuori dalla finestra Pinelli, questo non avrebbe autorizzato nessuno a farsi
giustizia da sé. Sono altrettanto sicuro,però, che quelle indagini le dirigeva proprio Calabresi e che offende qualsiasi intelligenza , credo anche quella dei familiari di calabresi la sola eventualità di dover prendere per vera la fantasmagorica tesi del malore attivo secondo la quale pinelli si sarebbe suicidato ma non avrebbe preso lo slancio necessario a giustificare una qualsiasi parabola di caduta compatibile con questa tesi perchè era praticamente svenuto nel momento in cui gettava da quella finestra .E sono abbastanza convinto che (quasi fosse la nemesi della “pista sbagliata” . nell’assassinio Calabresi c’entrino poco Sofri e i suoi sodali
Qualche giorno è giusto,è stato celebrato il ricordo di Calabresi:ma f credo si dovrebbe rendere omaggio a Pinelli .Ben fatto . Se fossi stato là, avrei applaudito anch’io, avrei applaudito alla vittima Ma non avrei potuto fare a meno di pensare che il medesimo applauso andrebbe attributato a Pinelli e anche a lui andrebbe resa giustizia perchè sono certo che il non far luce sul suo omicidio è stato un metodo subdolo ed inquietante per lasciare soli Calabresi e la sua famiglia .
>>
Infatti il Commisario Luigi Calabresi non potè difendersi dalla vigliacca e brutale campagna ( giusta o sbagliata che fosse ) d'odio del movimento ed in particolare del gruppo Lotta continua ---- poi diventato una lobby come dice il libro il tonto in cui parlava del vero o presunto ruolo di lotta continua nell'omicidio di mauro rostagno di Aldo ricci un libro censurato e fatto ritirare dal commercio per le pressioni di appartenenti a ex Lc qui ulteriori news su tale libro --- e dalle accuse vere o presunte di esponenti dela sinistra exstra parlamentare che trovate nelle note del libro anonimo e collettivo ( linkato sotto ) strage di stato , perchè fu ucciso qualche giorno prima del processo ijn cui era chiamato in causa sulla morte di Pinelli . E poi stava diventando scomodo anche per il sistema infatti stava indagando suigruppi eversivi di destra in Alto Adige legati a Gladio .
approfondimenti
contesto strategia della tensione e anni Piombo
dal libro contro inchiesta " strage di stato " della sinistra extraparlamentare ( libro no copy right e disponibile integralmente qui ) sulla a strage del 12\XII\1969 meglo nota di piazza fontana usato anche dalla magistratura nel 1988 per riaprire le inchieste da leggere con attenzione anche le note
- www.strano.net/stragi/tstragi/pfontana/cap2.htm come la pista anarchica sia falsa e deviante .
- www.strano.net/stragi/tstragi/pfontana/cap3.htm come i fasdisti s'infiltravano nel movimento
- www.strano.net/stragi/tstragi/pfontana/cap5 la strategia della tensione
- anni di piombo dossier della trasmissione rai la storia siamo noi
Calabresi
Pinelli
- retroscena sulla morte di Giuseppe Pinelli dal Cap IV 1 del libro citato prima
- biografia
mercoledì 11 ottobre 2006
Senza titolo 1475
Finalmente è ufficiale in questi giorni a a Roma si è svolta la cerimonia per il prestigioso riconoscimento Esso è Un’arte senza tempo unica nel suo genere coltivata ancora con grande passione in molti paesi del centro e del nord Sardegna Un canto concorde. La locuzione “a tenore” nel gergo dei cantori significa proprio questo: la voce solista che si fonde con quelle dei coristi ottenendo un tutto armonico di vibrazione profonda. Anche nella lingua di ogni giorno questo modo di dire si applica a qualsiasi azione - materiale o immateriale - compiuta con garbo e armonia, nella maniera migliore possibile.
Nella pratica del canto millenario definito dall’Unesco come patrimonio intangibile dell’umanità nel novembre del 2005 i protagonisti sono quattro. La voce solista che intona e guida la linea del canto (boghe) è accompagnata da tre coristi: mezzavoce (mesaoghe), basso (bassu) e contralto (contra). Non c’è nessuno che suoni, si tratta di sole voci umane senza l’ausilio di strumenti musicali di alcun genere.
Perché un coro a tenore venga considerato eccellente occorre che i quattro cantori siano tutti di ottimo livello, possibilmente inconfondibili rispetto ad altri esecutori. Ma non è sufficiente, ad esempio, che il solista sia una voce più unica che rara, occorre che i tre coristi siano in grado di fargli compagnia al meglio. Gli appassionati di canto a tenore ricorderanno un coro di Lodè di oltre trent’anni fa in cui il solista (Preteddu Nanu) era di valore assoluto ma i tre coristi, pur essendo di buona qualità, non erano adeguati a lui.
Ogni paese del centro e del nord Sardegna che coltiva quest’arte senza tempo ha elaborato un modo di cantare tutto proprio che lo rende unico nel suo genere: il tenore di Fonni non si può confondere con quello di Gavoi . Quello di Bitti canta in maniera diversa rispetto a Orune, Orgosolo ha un suo stile peculiare, Silanus altrettanto , in gallura ( dalle mie parti ) si usa il canto a tasgia e si potrebbe continuare a lungo. Nel corso dei secoli i vari cori hanno elaborato moduli musicali particolari (pensiamo alla melodia del canto “a sa lestra” di Orgosolo o ad alcune canzoni a ballo esclusive di Oliena).
Negli ultimi decenni il mondo dello spettacolo ha cercato di mettere le mani sul canto a tenore, ma i vari tentativi sono falliti più o meno miseramente. Oggi prevale la coscienza della tutela delle peculiarità, nonostante qualche tentazione residuale di appropriarsi indebitamente di ricchezze altrui da parte di alcuni (pochi, in verità) che includono nei loro repertori moduli esclusivi nati altrove.
Domina su tutto la grande passione, basata sul piacere del canto in sé, a prescindere dalla materialità dei sesterzi: uno spirito vitale che rende i cantori quasi immuni dalla stanchezza delle lunghe serate e può far proseguire il canto fino all’alba. A Bitti esiste una definizione particolare per le voci insonni degli esecutori che intonano il canto fra il morire della notte e il primo annuncio dell’aurora: “a s’arvorinu”, l’incerto chiarore del giorno che sta per nascere e fa sì che le voci siano stanche ma proprio per questo cariche di sofferenza senza tempo.
A tenore si può cantare davvero di tutto: elegie e inni sacri, lamenti funebri e canti di culla, mutos d’amore e di scherno, balli lenti e danze scatenate, la vita e la morte, la rugiada e la brina. I versi sono importanti allo stesso modo della melodia: il sacro rispetto del testo ha reso perenni nel ricordo dei vivi poeti come Peppino Mereu e Paulicu Mossa.
Secondo la nuova sardegna del 10\10\2006 le motivazioni sono :
<<
NUORO. Cerimonia solenne ieri pomeriggio a Roma, nella sala conferenze della sede di rappresentanza della Regione Sardegna, per la consacrazione ufficiale del canto a tenore dei pastori del centro della Barbagia quale patrimonio orale e intangibile dell’umanità. La Commissione nazionale italiana dell’Unesco, infatti, ha attribuito il riconoscimento formale all’amministrazione provinciale di Nuoro dell’unico “capolavoro” italiano tra i 43 proclamati in tutto il pianeta il 25 novembre 2005, a Parigi, dalla giuria internazionale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, l’Unesco appunto. A ricevere il prestigioso attestato dalle mani di Giovanni Puglisi, presidente della Commissione italiana Unesco, c’erano, ieri a Roma, il vice presidente della Provincia di Nuoro (nonché assessore alla Cultura) Peppino Paffi e l’assessore regionale alla Pubblica istruzione Elisabetta Pilia. Con loro c’erano poi Daniele Cossellu, mesuoche del gruppo a tenore Remunnu ’e Locu di Bitti, ora presidente dell’Associazione regionale Tenores, il sindaco di Ollolai Efisio Arbau e l’assessore all’Ambiente del Comune di Oliena Antonio Putzu. Alla cerimonia ha preso parte, inoltre, anche un sardo illustre di casa al Governo, Emidio Casula, sottosegretario alla Difesa. È lui che, assieme a Paffi e alla Pilia, ha preso il microfono per elogiare l’antico canto dei pastori dell’isola, dalle caratteristiche particolari e uniche. Non a caso la motivazione Unesco dice che «non esiste in altre parti del mondo un’espressione vocale, gutturale e polivocale, come quella dei pastori sardi». Parole solenni in una serata romana «davvero emozionante», è il commento a caldo del vicepresidente della Provincia di Nuoro. >>
Infatti essa è , come affermano vari studiosi e antropologi , una espressione unica al mondo .Infatti << [...] Il canto a tenore è uno dei più straordinari esempi di polifonia del Mediterraneo, per complessità, ricchezza timbrica e forza espressiva; le sue peculiarità ne fanno una realtà propriamente sarda, che non ha eguali nel resto del mondo. La sua origine è antichissima, come la sua funzione sociale di aggregazione e rafforzamento dei legami all’interno della comunità. Sono gli stessi interpreti di questa forma di canto ad accreditare l’ipotesi che esso trovi il suo nucleo originario nell’imitazione dei suoni della natura, gli unici suoni che il pastore, nei lunghi mesi di solitudine nei pascoli lontano dal paese, può ascoltare e analizzare fino al più impercettibile dettaglio. Soprattutto le vibrazioni e i timbri prodotti dai greggi di pecore sembrano ispirare il forte e caratteristico aspetto gutturale di questo canto; un elemento originario, che poi evolve in una rara raffinatezza fatta di melismi, complesse ritmiche ed emozionanti modulazioni.Il ruolo di questo canto all’interno della comunità era e continua ad essere di enorme importanza: la trasmissione esclusivamente orale della tecnica d’esecuzione e dei brani di poesia utilizzati rafforzava il legame fra le generazioni ed era un’occasione di traduzione espressiva di esperienze e caratteri individuali; l’apprendimento e la necessaria esercitazione costituivano un momento vivo d’incontro e confronto fra i giovani interpreti, e fra loro e l’occasionale pubblico; infine, l’esecuzione del canto durante i momenti più gioiosi e liturgici della vita della comunità dava ad esso quel carattere insieme sacro e festoso, dal quale risulta inseparabile. Non so che altro dire e chiudo qui in quanto non ho , visto che è da poco che mi sto appassionando a questo genere di musica le competenze mneccessarie per Spiegare cosa è il "Canto a Tenore", non è sicuramente un compito agevole, se l'interlocutore non ha conoscenze specifiche sull'argomento in questione, Consapevoli di questo, è ragionevole rivolgersi a chi, del Canto a Tenore è fortemente appassionato tanto da farne, con successo, oggetto di ricerca. Il prof. Andrea Deplano, di Dorgali, docente di Lingue e Letterature straniere che con la pubblicazione del libro Tenores, ha certamente messo a fuoco l'origine, la tecnica e la diffusione di questo meraviglioso canto che la Sardegna vanta. Proprio tra le righe di questo libro, troviamo quelle nozioni, che possono aiutare chi volesse tentare un approccio alla materia. Per questo abbiamo scelto alcuni brani dal libro del prof. Deplano, per portare a conoscenza dei navigatori di internet, il mondo misterioso e affascinante del canto a Tenore. Il Canto a Tenore, simbolo della musica sarda o polivocalità sarda per eccellenza, non è riuscito fino ad oggi ad articolare un proprio spazio. [.....] continua qui >> Per concludere segnalo per tutti\e coloro volessero approfondire tale argomento una serie di links
http://www.sardiniapoint.it/8381.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Canto_a_tenore
lunedì 9 ottobre 2006
Senza titolo 1470
venerdì 9 dicembre 2005
Senza titolo 1026
mercoledì 30 novembre 2005
Senza titolo 1010
Se non l'avete ancora fatto, mettete sul vostro blog il banner al documentario sull'uso del fosforo bianco a Falluja. Il codice html da inserire nel template è:
<a href="http://snipurl.com/jor0"
target="_blank" title="Falluja"><center><img
src="http://snipurl.com/kdd9"></center></a>
Guardatelo e fatelo vedere, perchè dubito che lo vedremo mai in TV... tutti devono vedere gli effetti dell' "esportazione della democrazia" compiuta dagli americani in nome della lotta al terrorismo... questo è terrorismo. Punto.
martedì 18 ottobre 2005
Senza titolo 899
La coerenza, in politica come nella vita, dovrebbe essere una cosa da perseguire sempre. Ascoltatevi questa dichiarazione rilasciata da Berlusconi a Bari nel settembre del 2000, a proposito della riforma elettorale che l'allora centro-sinistra propose di fare (e che poi non fece) e traetene le vostre considerazioni... a suo modo è sconcertante fino a che punto può arrivare la falsità e la faccia tosta di certi individui, che non hanno idee, tantomeno ideali, ma soltanto interessi.Per ascoltare il discorso CLICCA QUI
Sulle primarie dirò una cosa sola, semplice e limpida: gli elettori del centro-sinistra si sono scelti, fra 7 candidati, quello che li dovrà rappresentare come candidato premier alle prossime elezioni. Agli elettori del centro-destra, invece, questo diritto viene negato. Non solo: viene imposto un leader senza consultare nessuno, con l'arroganza del boss che non ammette critiche. C'è un uomo solo che dà ordini nel centro-destra, un uomo solo che comanda, uno solo che non permette che si discuta sul suo nome. Questo non è spirito democratico, è puro spirito autoritario.
lunedì 26 settembre 2005
Senza titolo 823
la nuova del 27\9\2005 Pagina 44 - Cultura e Spettacoli
La Barbagia apre le sue «Cortes» Sino a gennaio artigianato e gastronomia in mostra a Nuoro e in 24 paesi Bitti, Oliena e Orani le prime tappe di un lungo viaggio nella tradizione e nell’antica ospitalità
«Camminare tra le case di pietra dei centri storici, assistere alle lavorazioni artigiane, assaporare prodotti tipici dai sapori genuini, scoprire i segreti di una cultura millenaria nello splendido scenario di una natura incontaminata». Romolo Pisano, presidente della Camera di Commercio di Nuoro, illustra così la filosofia alla base di «Autunno in Barbagia», la manifestazione che da alcuni anni si propone come vetrina delle zone interne dell’isola e che attrae migliaia di visitatori ad ogni sua tappa. Venticinque i centri della provincia di Nuoro, capoluogo compreso, che da settembre sino a metà gennaio propongono al pubblico un’offerta che ha nella nota ospitalità barbaricina il suo punto forte. «Autunno in Barbagia» è nata per riunire le manifestazioni dal nome «Cortes Apertas» che da diversi anni l’Aspen, l’azienda speciale della Camera di Commercio, organizza in collaborazione cone le varie amministrazioni comunali. A queste da quest’anno si aggiunge la seconda edizione di «Mastros in Santu Predu» (18-19-20 novembre), dedicata ad artisti e artigiani del quartiere più antico di Nuoro, ma anche la tradizionale Sagra della castagne e delle nocciole di Aritzo (28-29-30 ottobre), o «La montagna produce» di Desulo (dal 31 ottobre al 2 novembre).
«Autunno in Barbagia» si è aperta ai primi di settembre con le «Cortes» di Bitti, Oliena (una delle più suggestive), e poi Orotelli e Orani, che si è chiusa proprio domenica scorsa. I prossimi appuntamenti sono in programma a Sarule e Ollolai (dal 30 settembre al 2 ottobre), dove si svolgeranno le «Cortes Apertas». A Tonara, il 1° e il 2 ottobre tocca invece alla sagra «Sonaggias e turrones, teruddas e taggeris». L’appuntamento successivo è a Gavoi (dal 7 al 9 ottobre) con «Ospitalità nel Cuore della Barbagia», cui segue Osidda (dal 14 al 16 ottobre) con le «Dommos Antigas». Il 15 e il 16 ottobre ci si sposta a Lollove, l’unica frazione di Nuoro, un borgo di pastori che conserva intatte, forse un caso unico nell’isola, le abitazioni tradizionali. La manifestazione ha per titolo «Vivilollove». Poi è di scena Orgosolo (21-22-23 ottobre) con «Gustos e Nuscos», e Belvì, negli stessi giorni con «Giochi e sapori in Barbagia». A Sorgono, il 22 e il 23 ottobre si svolge «Sa Innenna». Ottobre chiude con la sagra di Aritzo e le «Cortes Apertas» di Dorgali (28-29-30). Tra fine ottobre e inizio novembre Desulo ospita «La Montagna Produce», vetrina dei prodotti del Gennargentu che ogni anno richiama migliaia di visitatori. «Tappas a Mamoiada» e l’appuntamento dal 4 al 6 novembre, mentre a Ovodda (dall’11 al 13 novembre) le «Cortes Apertas» diventano «Ungrones de bidda». Un discorso a parte merita «Mastros in Santu Predu», la manifestazione che dal 18 al 20 novembre si svolge a Nuoro, dove non era mai stata realizzata una «Cortes Apertas». Due anni fa, in modo spontaneo e senza alcuna sponsorizzazione pubblica, un gruppo di artisti e artigiani del quartiere San Pietro, il nucleo storico della città, aveva dato vita a un percorso, «Le vie di San Pietro», che per un’intera giornata attirasse i visitatori nelle loro botteghe. L’iniziativa ebbe successo e l’anno dopo diventò «Mastros in San Predu», curata dall’associazione Traccas con la collaborazione dell’Aspen. Quest’anno è alla sua seconda edizione. «Autunno in Barbagia» prosegue ad Atzara (26-27 novembre), poi a Olzai (2-3-4 dicembre), Fonni (9-10-11 dicembre), Orune (17-18 dicembre), Tiana (16-17-18 dicembre), e si conclude a Teti (16-17 genanaio 2006). (p.me.)
dalla nuova sardegna del 26\9\2005
Pagina 5 - Sardegna
A Nule gli artigiani custodi della storia e dell’economia
Per il sindaco è un paese povero ma nella capitale sarda del tappeto decine di persone producono e vendono
Per il sindaco, Angelo Crabolu, ingegnere, capo di una giunta di centro destra, «Nule è un paese povero». Può darsi che abbia ragione perché tra Barbagia e Goceano sono poche - o del tutto inesistenti - le isole di vero benessere economico (e sociale). Però in questo paese di granito e molti gerani sui balconi, ai piedi del castello «Santu Lesèi» (Sant’Eliseo), in un territorio dominato da quaranta siti archeologici, non ci sono possessori di panfili e di jet ma un patrimonio belante di ventimila pecore che però rappresentano una cifra superiore ai due milioni di euro. Tra i 1550 abitanti (meno di 400 i nuclei familiari) non ci sono gioiellieri né industriali, ma di questi ultimi è tutta la Sardegna a non poter tracciare identikit.
In quest’altra capitale sarda del tappeto - tra boschi, pascoli, sorgenti e rocce d’incanto - diverse decine di artigiani producono bene e vendono. Non c’è casa senza telaio, con o senza partita Iva. Ma soprattutto, c’è un’azienda, la «Tessile Crabòlu» che è riuscita nel miracolo di rivitalizzare un capannone quasi a mille metri sul livello del mare, nell’altipiano che porta a Bitti, zona archeologica di «Romanzesu». Per raggranellare miliardi a gogò dalla Regione era sorto alla fine degli anni Settanta, quando qualcuno - non ancora scottato dai cloni dei Nino Rovelli e brigate varie - credeva che bastasse un anonimo signore della Brianza a creare sviluppo tra i nuraghi. Nacque la Betatex, ci avrebbero dovuto lavorare cento ragazze soprattutto di Bitti ma erano state solennemente buggerate. Imprenditori da codice penale. Volevano lavorare nell’altipiano di San Giovanni la lana che arrivava addirittura dal Camerun. Fu un fallimento totale. Fino a quando sono emersi alcuni capitani coraggiosi locali. Cognome doc, Crabolu, che più sardo e bucolico non si può. I Crabolu di Nule acquistano lo stabilimento con i macchinari semimarci e arrugginiti. E gli ridanno vita. Sono loro a realizzare il sogno industriale, di trasformazione su larga scala dei prodotti locali. Creando l’unica azienda che utilizza la lana sarda, quella delle tosature delle pecore, raccolta in tutta la Sardegma, dal Sulcis alla Gallura. E da qui la lana esce in tappeti con lavorazione di pregio. Tra i clienti Porto Raphael di Perugia e altri bei nomi del bon ton tessile italiano e degli States. Un miracolo. Perché oggi a San Giovanni trovate montagne di sacchi di lana sarda che qui viene selezionata, pulita, filata in matasse o in rocche. Ci lavorano 18 persone di Nule e Bitti. Con professioni e macchine che ricordano la prima fase della rivoluzione industriale inglese. Ci sono i tessitori: Giovanni Pietro e Giuseppe Manca, Gianfranco Mellino, Davide Cancellu e Luca Sechi. Con loro i cardatori: Antonio Mellino (noto «Dentone») e Giuseppe Cossu. I filatori sono Mario e Giuseppe Manca, Antonello Bella e Mario Farre. Angelo Scanu, sassarese, è ritorcitore, prepara le rocche che poi vanno a finire sui telai. Biagio Masala è aspatore, segue alle macchine il confezionamento delle matasse. E poi il terzetto dei roccatori con Andrea Coratza, Gianfranco Mellino e Angelo Scanu. Macchinari computerizzati, quasi tutti nuovi. Se a San Giovanni si lavorano le lane (tra i 15 e i 18 mila quintali), in paese ci sono i laboratori. In mani femminili naturalmente. Qui vengono rifiniti i tappeti in cotone e in lana, tovaglie, tende, centrini, copriletto, tutto quanto è necessario e tutto quanto i clienti richiedono. Col lavoro manuale e creativo di Maria Antonietta Zoroddu (“madre di due figlie disoccupate”), Lucia Masala (altre due figlie, ancora a scuola), Maria Rita Manca e Manuela Mellinu. Due lavorano part time: Antonio Dessena e Simone Zoroddu. Il fatturato? Il 4 per cento in Sardegna, il resto tra Italia e mondo. Tutto avviene a Nule paese da export dove la lavorazione del tappeto tradizionale è nel dna di ogni ragazza che nasce sotto Punta Ameddaris. Continua a essere una grande tessitrice la madre dei Crabolu, Pietrina Cocco, 76 anni che aveva imparato “da zia Gavina”. C’è anche un decisivo innesto continentale. Il marito di Pietrina è Benedetto Crabolu, noto Initeddu, pastore di pecore nella solitudine delle campagne di Taspìle. Con la seconda guerra mondiale finisce in Grecia, sta per essere deportato in un campo di concentramento dei tedeschi, riesce a scappare dal treno in compagnia del suo tenente, bellunese. Initeddu resta quasi alla macchia perché qui, in Alta Italia, i tedeschi non perdonano. Fino a quando il tenente riesce a trovargli un lavoro clandestino in una filanda di Belluno. Initeddu vede i processi di lavorazione e giura che appena rientrato in Sardegna creerà a Nule un’azienda simile. Detto fatto. Initeddu e Pietrina si sposano il 22 agosto del 1953. Nel’64 nasce il primo laboratorio con personale di famiglia. «Ma facevamo solo la filatura», ricorda la signora Pietrina. La svolta è degli anni Ottanta. La Betatex va in malora. Subentrano i figli di Initeddu. Vanno in giro per fiere in Italia e all’estero, vanno a vedere aziende tessili in Italia e all’estero fino a quando la «Tessile Crabolu» decolla. Festa grande a San Giovanni. Dove oggi Giuseppe Luigi Crabolu, 47 anni, è presidente e amministratore unico con i fratelli soci: Biagio di 45 anni, direttore commerciale e Angelo, 41 anni (sindaco del paese).
I punti di forza ?
«Usare prodotti locali, sicuri, facciamo noi la raccolta ovile per ovile. Abbiamo tecnici di alto livello, veramente professionali e affiatati, fanno gioco di squadra. Rispettiamo la tradizione facendo un prodotto sicuramente industriale ma di alta qualità. E la clientela è affezionata», dice Biagio. E i punti di debolezza? «Quelli di tutte le zone interne della Sardegna: la difficoltà dei trasporti, l’alto costo dell’energia, l’Adsl è un miraggio. Ma ci misuriamo con negozi che apprezzano la qualità: che è la nostra forza». Tappeti industriali e tappeti tradizionali. Le tessitrici attive sono oltre cinquanta ma quelle in regola con le leggi sono appena cinque: la cooperativa Madonna del Rimedio, collegata all’Isola che qui ha creato un buon nucleo di tessitrici rispettose della tradizione senza tralasciare gli effetti positivi delle nuove tecnologie. Ci sono Giovanna Chessa e Giovanna Maria Campus che propongono pezzi di pregio, hanno una clientela scelta, raffinata. Ghitta Dore ha una bella casa a «Su tronu» dove mostra tutti i suoi lavori con i colori caldi del tappeto di Nule. Ha una bottega museo Pina Crasta, ha l’arte e il commercio nel sangue, sulla porta d’ingresso trovate il suo nome in ceramica e in ceramica c’è anche il numero di telefono di casa e il cellulare. Lavora spesso con le sorelle Maria e Lucia. Di lei parlano le riviste specializzate. «Nei miei tappeti - dice - ci sono i miei sogni, i miei desideri, tutti i desideri, e li realizzo con la tecnica delle dita storte, sos poddighes trotos». Su Traveller le hanno fatto raccontare la tecnica di s’ambisue, la sanguisuga, «una sorta di patchwork di grande effetto cromatico». Da Pina Crasta ieri c’erano molti turisti. Decisamente incantati Giovanni Grieco di Rionero in Volture (Basilicata) dipendente di un’azienda telefonica e Saturnino Norcini, bancario genovese. Arrivavano dalle Terme di Benetutti in compagnia di due amici sardi, Lorenzo de Martin di Villagrande e Franco Loddo di Muravera. 
Ma non di soli tappeti vive Nule. L’artigianato garantisce reddito a diverse famiglie. Eugenio Bitti e il figlio Giampiero mandano avanti una bottega da falegnami e il lavoro, come capita ovunque a tutti i bravi «maestri del legno», non manca. Antonello Mellino si ingegna con creazioni in ferro battuto, Antonio Giuseppe Manca si industria con l’alluminio. Tre le imprese edili con Francesco Cocco, Giuseppe Manca e Marco Pintori. Due calzolai moderni, Giuseppe Dore e Franco Campus con clientela affezionata sparsa in tutta la Sardegna. Giuseppina Leoni ha un calzificio che sforna calze in lana sarda per pastori, per trekking, per cacciatori. E c’è una piccola azienda, la «M.N», Manifattura Nulese, dove dal polipropilene si produce «filo tecnico», cioè filo per corde, cinture di sicurezza per le macchine e per mille altri usi. La materia prima si poteva comprare a Ottana, adesso giunge da Oltretirreno. Il titolare è Giovanni Crabolu.
Anche l’agroalimentare comincia a ritagliarsi fette e nicchie di mercato ancora modeste ma promettenti. Tre i panifici mandati avanti da Francesco Mellino, Alfredo Mellino e Mario Mela con i fratelli. Due i negozi di pasta alimentare fresca (Marina Coloru e Silvana Zoroddu) e altri due di dolci tipici (Angelo Mellino e Maria Luisa Cocco). Da un anno è attivo il «Consorzio del formaggio dell’altipiano di Nule» per produrre un pecorino che è già riconosciuto «prodotto tipico» ora in attesa del Dop, denominazione di origine protetta. È un formaggio assolutamente eccellente, ottimo sapore, buona la pasta, bello l’aspetto. Sono già attivi quattro laboratori artigianali di trasformazione, non sono minicaseifici ma vere e proprie aziende che seguono metodi tradizionali di lavorazione proprio per conservare una tipicità che non deve andare dispersa. Questo consorzio (presidente Giuseppe Crabolu) coinvolge un po’ tutto il paese, dai Manca (Giuseppe, Rosalia, Andrea) a Maria Maddalena Mellino, Antonio Dettori, Giuseppe Dessena, Antonio Dore e Piero Mulas. È una attività che può prosperare soprattutto se alla bontà del prodotto si affiancherà un sistema agile ed efficiente di commercializzazione. Le pecore sono poco più di ventimila, un numero sufficiente per consentire agganci anche con la grande distribuzione specializzata. «Ma va spezzato l’isolamento della campagna, sono necessarie strade di penetrazione agraria agevoli», dice l’assessore all’Agricoltura Salvatore Mellino. Hanno da fare anche gli altri assessori. Ornella Manca, ragioniera in cerca di lavoro, ha la responsabilità del Bilancio, Giuseppe Luigi Mellino - dipendente del ministero di Giustizia - la delega per i servizi sociali, Raimondo Satta - ingegnere - è ai servizi generali. C’è tanto «sommerso». Ma Nule potrebbe produrre molto di più se anche le altre istituzioni capissero quali e quante sono le risorse dei paesi della Sardegna di dentro, dei paesi - dice il sindaco - «senza santi in paradiso». Perché Nule «è parte del Goceano ma ai suoi margini, è parte del Monte Acuto ma - ha scritto Giovanni Michele Cossu - ai margini del Monte Acuto, non fa parte della Barbagia ma confina con essa, tanto vicina da averne subìto gli influssi». Le carte da giocare non mancano. L’economia del tappeto confezionato casa per casa, quella dei prodotti alimentari, l’artigianato avrebbero maggiore fatturato se esistesse una calamita che sapesse attirare più visitatori. Forse bisogna specializzarsi di più, rischiare di più. Qualche esempio positivo Nule lo ha dato. Sono attesi gli emulatori.
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Un tesoro di tessuti e ricami nella mostra di Casa Garau

Per due settimane a Thiesi, nell’antica abitazione al centro del paese, in esposizione indumenti e abiti di gala risalenti al periodo tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento
THIESI. Se l’abito non fa il monaco, certamente è uno specchio rivelatore - e neppure troppo segreto - dei percorsi storico-culturali di una comunità distinta fra molte come quella di Thiesi. Per due settimane la casa Garau - un palazzotto nobiliare del centro storico, edificato quattro secoli fa in quella che attualmente si chiama via Vittorio Emanuele, rione «Sos Cavaglieris» - ha ospitato una mostra di indumenti e abiti di gala thiesini risalenti a un periodo tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. All’interno di questa casa antica «tutto sembra paralizzato - hanno scritto gli organizzatori della Pro Loco nella presentazione -, senza dimensione temporale, come se la maga cattiva abbia disteso il velo del sonno su tutto». La maga buona, invece, è Giovanna Chesseddu, un’insegnante di lettere dagli occhi chiari e dall’eloquenza naturale, che le si esalta ancora di più quando parla in sardo, per l’uso straordinario che riesce a far della lingua resistenziale: limbazu lichitu, parlata di estrema eleganza. Con Salvatore Ferrandu e Stefano Ruiu, Giovanna è l’anima dell’iniziativa messa in moto dalla Pro Loco.Negli anni Sessanta i proprietari hanno abbandonato Thiesi», ricorda Ferrandu, ex-sindaco del paese oltre che insegnante e animatore dei maggiori eventi culturali. «Ma la figlia ritorna sempre, da noi, e si prende cura della casa. Teresina Garau ci ha dato la possibilità di esporre e ha esposto anche lei. Guarda che roba! Ha conservato perfino le scatole dei magazzini Printemps di Parigi. Qui c’è un tesoro. Fra un anno si potrà aprire per far visitare anche la casa, con i mobili, l’arredamento». Il professor Ferrandu conosce tutto a menadito: «Questi pezzi sono del 1900: una mantella-scialle, corsetti con il vitino cosiddetto da vespa, ornamenti vari tipo le piume da inserire nei cappellini, borse, borsette e borsellini. Ogni pezzo va esposto con grazia. Quest’altro è un prendisole del 1800.Teresina è la depositaria di tutti i ricordi familiari, dunque della nostra comunità intera». Anche Giovanna-maga-buona si è documentata alla perfezione: «Questa è una cuffia della belle époque», inizia a mostrare. «Ed ecco sas bértulas, le bisacce con l’albero della vita, lo stesso disegno che ritroviamo poi nelle camicie. La mostra racconta l’abbigliamento a Thiesi, tutto: il feriale e il festivo. Eravamo partiti dall’idea del solo vestire quotidiano, ma il materiale era poco. Abbiamo fatto venire qui Gian Mario Demartis, etnografo della Sovrintendenza, per evitare de nàrrere calchi machine, di dire sciocchezze. Soprattutto per le datazioni. Questi coritos, giubbonetti, come li chiama l’Angius, hanno gli stessi disegni delle bisacce e delle camicie che puoi vedere esposte, una simbologia comune: figurava praticamente in tutti i capi». In sardo logudorese la camicia maschile si chiama bentone e il sostantivo è di genere maschile, per l’appunto. Ite sun custos bentones, Juanna? «Queste camicie», risponde la professoressa, «sono un rifacimento di quelle più antiche, senza colletto». Nel periodo spagnolo - aggiunge Salvatore Ferrandu - «questa tipologia ha preso piede, come camicia più importante, la Sardegna aveva il simbolo protettivo dell’albero della vita: non contava solo la bellezza dell’indumento, ma l’albero serviva anche a proteggere chi lo indossava. Simboli apotropaici, come dicono i dotti». Vengono poi le gonne, che a Thiesi si chiamano bunneddas quando sono di fattura ordinaria e tùnigas quando si tratta di pezzi importanti. Spiega Giovanna Chesseddu: «Questa è la gonna gialla d’orbace, per il lutto». Come, un lutto tinto di giallo? «Sì, alla fine dell’Ottocento il lutto esterno era di quel colore», precisa. «Il fazzoletto-copricapo, su mucaloru, nel lutto serviva anche a nascondere il volto. Ma non c’era la civetteria del nodo, il fazzoletto veniva tenuto insieme da una spilla che nascondeva anche il petto. Sa tùniga groga era poverissima, molto adatta per esternare il dolore dal momento che non ostentava nulla. Quest’altra era una gonna di gala, forse. C’è un abito di una donna ricca del 1880. Lo studioso Gian Mario Mario Demartis, che se ne intende, dice che tutta questa ricchezza non si ritrova in altri centri. Roba antica e moderna e abbigliamento di transizione. Nel primo decennio del secolo scorso abbiamo scialli alla veneziana e scialli ottocenteschi, perché qui c’era gente che vestiva all’antica e contemporaneamente altra gente che vestiva a sa tzivile, secondo criteri moderni».
Incorniciata su una parete, una foto di Don Enrico, «il capostipite dei Garau che un bel giorno vendette tutti i suoi possedimenti ad Arbus e comprò a Thiesi: terre e case dai feudatari», come racconta Salvatore Ferrandu. Si gira per le sale. Giovanna Chesseddu mostra su gabaneddu frunidu, il pastrano d’orbace ricamato in nero e foderato perché doveva essere comodo. Qui di ricostruito non c’è quasi nulla. Queste sono gonne di una che è morta al suo terzo o quarto parto, nel 1898: le sue gonne mostrano elementi di transizione come il ricamo a punto raso, importato a Thiesi dalle suore».
Si possono ammirare altri coritos, di fidanzate vicine alle nozze. «Ce n’è uno - spiega ancora Giovanna Chesseddu - usato dalla moglie del poeta improvvisatore Andria Nìnniri il giorno del matrimonio. Non è vero che il costume fosse uguale, le varianti dipendevano, sì, dalle possibilità economiche, ma anche dall’abilità nel ricamo di questa o quella donna thiesina». Su una sovracoperta da letto matrimoniale (sa fàuna) in lino tessuto al telaio c’è una scritta: «Viva Gesù Nostro Amore e Maria Nostra Speranza dopo Gesù, donna Giovanna Livesi nata Gutierrez anno Domini 1764». La parola nata «è scritta con due t», osserva un visitatore. Un altro risponde: «No ti nd’ispantes, non meravigliarti: ancora oggi ci sono personaggi importanti, anche se non nobili, che con l’italiano hanno parecchie difficoltà». E fa il nome di un notissimo uomo politico. Chissà chi lo sa, avrebbe detto Febo Conti. Un’altra sovracoperta in lino reca la data del 1883, più avanti si può ammirare un reggiseno da giovinetta nubile, ma già predisposto - da un apposito bottone anteriore - per il tempo tempodell’allattamento. «Vivo bene questo impegno - confida Giovanna -. Ci siamo stancati, abbiamo anche litigato, ma ci serviva fare uscire queste perle dalle casse, far conoscere alla gente ciò che aveva in casa. Personalmente, è un piacere, oltre che un dovere nei confronti del paese. Anche noi abbiamo diritto al bello. Il costume di Thiesi non è quello che presentano i gruppi folk, tutti precisini ma sempre identici a sé stessi». Parla Stefano Ruiu, che ha il doppio impegno della mostra e della tesi di laurea in filologia romanza sui poeti di Thiesi: «Una bella esperienza - dice - anche se mi dispiace non aver potuto dedicarle tutto il tempo che avrei voluto, ma grazie a Giovanna e anche a Salvatore...». Dal fondo della sala una voce lo interrompe: «Come, anche? Salvatore può essere tutto, fuorché un’anche. Vogliamo scherzare»? Il Salvatore in questione è Ferrandu, che interviene: «Loro due, Giovanna e Stefano, erano già in sintonia, io sono entrato dopo». L’onore dei grandi è l’umiltà.
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Il fascino dell’abito di gala
La descrizione dell’abate Vittorio Angius nel 1846
THIESI. Quel cronista memorabile che risponde al nome dell’abate Vittorio Angius nell’anno di grazia 1846 scriveva così del costume di Thiesi: «Le donne del popolo seguono l’antica moda e amano il colore giallo nella gonnella di panno (sa tùniga groga), dal quale sono nei paesi vicini riconosciute fanciulle o donne di Thiesi. Il petto copresi in parte da un busto di velluto o di altra stoffa di color arbitrario e un giubbonetto (su coritu) con le maniche, nell’inverno». Questo nell’o
rdinaria amministrazione dell’uso. Per le solennità, ovviamente, il discorso cambia e l’abate-cronista-storico lo documenta perfino nei dettagli. «Quando sono in gala - distingue il curatore del dizionario del Casalis - allora le gonnelle gialle cedono a quelle di scarlatto (sas tùnigas rujas) - il busto di velluto a quello di broccato in oro od in argento; lo scarlatto serve anche di giubbone, nelle cui maniche pendono e suonano sei od otto grossi bottoni sferici di filigrana d’argento o d’oro con molti anelli, bei pendini pendinie collane di corallo incastrate nell’oro o nell’argento che si posano sul mezzo petto nudo, sopra i bottoni d’oro o d’argento, che chiudono la camicia ricamata sulle mammelle».Ausonio Spano, in una poesia intitolata «Sa thiesina» ricorda Giovanna Chesseddu, dice che le nostre antenate avevano scoperto assai presto sas artes de sas signorinas, le arti delle damigelle. Arriva l’ora dei primi bilanci. La mostra ha raggiunto quota mille e trecento presenze documentate dalle firme nel registro apposito. Ma si calcola che un numero di visitatori oscillante tra il quindici e il venti per cento non abbia firmato. «Noi siamo contenti, la gente è addirittura meravigliata», commenta ancora Giovanna. «Chi conosceva queste cose ha avuto modo di ricordarle e di rifletterci sopra, chi non le conosceva ha imparato qualcosa di nuovo». Le fa eco Stefano Ruju: «La collaborazione dei nostri compaesani è stata buona. La popolazione ha risposto molto bene: quando la gente vede un interessamento vero e capisce che tutto questo può servire alla comunità collabora volentieri. All’inizio, magari, c’è stata una qualche titubanza, poi abbiamo avuto una risposta piena». Ma il bello - o il brutto, a seconda dei punti di vista - deve ancora venire.
Annuncia Giovanna Chesseddu: «Occorrerà documentare tutto questo fervore di iniziative con una pubblicazione che rimanga negli anni a testimoniare un patrimonio di valore fuori dal comune. Speriamo di essere all’altezza». Intanto, sempre per iniziativa della Pro Loco e del suo presidente Juanne Uneddu, sta per essere pubblicata una raccolta di versi di Juanne Antoni Cossu, poeta thiesino vissuto tra il 1897 e il 1972, dal titolo «Chentu poesias», con contributi di Salvatore Tola, Tonino Rubattu, Stefano Ruju, Giovanna Chesseddu e Angela Cossu, la figlia del poeta. E non sarà sicuramente dimenticato un altro artista di virtù elevata, il grande cantore estemporaneo Antoni Piredda, nato a Thiesi nel 1905 e morto a Sassari nel 1984.Tiu Piredda è stato uno degli estemporanei di maggior talento nella storia della poesia cantata in piazza, protagonista di ardite battaglie in versi con i più famosi cantadores logudoresi: Barore Tucone, Barore Sassu, Remundu Piras e Peppe Sozu in testa. Un onore che il paese renderà volentieri a chi ha fatto conoscere il nome di Thiesi nei più lontani villaggi della montagna sarda: un guerriero sui palchi, una persona amabile fuori dagli agoni poetici, un uomo vero.

(ANSA) - ROMA, 19 MAG - Bruciata a Roma nel quartiere Montesacro la lapide, la corona di fiori e la bandiera che ricordano l'uccisione di Valerio Verbano. E' il giovane militante di Autonomia operaia, che 27 anni fa, fu ucciso, all'eta' di 18 anni, da un commando dei Nar, che lo attese nella sua abitazione, dove aveva immobilizzato i suoi genitori. A scoprirlo e' stata la mamma di Valerio, che oggi ha 83 anni e non ha ancora perso la speranza che gli assassini di suo figlio possano essere scoperti.