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10/02/17

Norma Cossetto emblema della sofferenza femminile nell'Istria e Graziano Udovisi, italiano di Pola, l'ultimo superstite delle foibe istriane, scampato per miracolo alla morte nel 1945

Con questo post  e  i link  riportati  sotto   si conclude  per  quest'anno  il mio 10 febbraio o  giorno del ricordo

 Per lo stesso motivo espresso nei post  precedenti  sempre  dedicato  al giorno del ricordo   racconto la storia  di  Norma  Cossetto (   trovate  sopra  in cima    i link  da  cui  ho appreso  news ) e l'intervista del 2006 fatta    da  famiglia  Cristina   a Graziano Udovisi, italiano di Pola, l'ultimo superstite delle foibe istriane, scampato per miracolo alla morte nel 1945: «Fui bollato come collaborazionista e sono finito in galera per due anni. Non hanno guardato se avevo combattuto per salvare i miei connazionali e le nostre famiglie. Sono stato umiliato»
Lo so che qualcuno potrà dire : ma come racconti la storia di fascisti ? e contraddittorie specie la prima piena di ombre, proprio perché, in possesso di poca documentazione e solo sulla base d testimonianze di parte, la cui vicenda risente dell'influsso negativo dei pochi elementi disponibili ?
Per  quanto riguarda  la  prima   rispondo  con accenni alla sua storia  . 
 Certo  Il padre, Giuseppe Cossetto, era un dirigente locale del Partito Nazionale Fascista: ricoprì a lungo l'incarico di segretario politico del Fascio locale e di commissario governativo delle Casse Rurali. Inoltre fu anche podestà di Visinada. Nel 1943 era ufficiale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e in seguito ai fatti dell'8 settembre fu trasferito presso il Comando della Milizia di Trieste[1].(  dalla  voce  Norma  Cossetto   di   Wikipedia  )  .Ma  cosa  importa   non è detto che per forza un figlio ( figlia in questo caso ) debba essere delle stesse idee politiche \ culturali dei propri genitori . Inoltre l'ipotesi di Giacomo Scotti (che non cita alcuna fonte in merito), secondo la quale al primo arresto rifiutò di rinnegare la sua adesione al fascismo, non sarebbe confermata  .  E poi   anche  se    fosse  stata fascista  ( (   in  maniera  autonoma    cioè non influenzata   dai genitori o   perchè da  essi  influenzata  ))    visto  che  aveva aderito  ai  Gruppi Universitari Fascisti   cosa  cambia  ?  sempre  un abuso della sua persona     una  volta   catturata . Sia  che   fosse  fascista   o perchè come le donne uccise  durante  la  guerra  civile  Colpevoli spesso di essere mogli, madri, sorelle o figlie di persone ritenute condannabili dal regime, molte donne in quegli anni vennero catturate al posto dei loro congiunti, usate come ostaggi o per scontare vendette personali. (  da  http://www.enciclopediadelledonne.it)   è  stata  commessa  su  di lei  e  sul suo  corpo   una  serie  indicibile  di violenze  e  brutalità . Infatti  <<  La sua vicenda è lo spunto per riflettere sulla brutalità della guerra, che annulla la dignità di qualsiasi essere umano o comunità. Nessuno può considerarsi al riparo da violenza e terrore, quando il meccanismo dell'odio è in pieno funzionamento.>>  (  "  bugiardino  "  del libro 'Foibe rosse', di Frediano Sessi  Collana: Gli specchi della memoria Anno edizione: 2007  Pagine: 149 p. , ill. , Brossura EAN: 9788831791472   )



























Norma Cossetto, talvolta menzionata erroneamente come Norma Corsetto ( Visinada17 maggio 1920 – Antignana, 4 \ 5 ottobre 1943),
la  storia   di   Graziano Udovisi   mi porta a  rispondere  la  domanda  che    sicuramente  mi verrà   sicuramente  fatta    come mai hai scelto  il suo caso  ?
non esiste  un  motivo  specifico per  cui   ho scelto   tali casi . Forse  perchè  sui   massacri delle foibe  termine  con cui  s'indica  indicano  gli eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia,avvenuti durante la seconda guerra mondiale ad iniziare  dal 1942\3  1945   e nell'immediato secondo dopoguerra.
IL loro caso   sono quelli  che    credo  mi sono rimasti  più  impressi   per i  motivi  di cui  ho parlato  nelle  righe precedenti e  perchè furono le prime   notizie  che  senti su tali atrocità nei racconti   che mi facevano degli amici di mio nonno paterno   alcuni esuli  da quelle  zone   e  lessi   dai  suoi libri  fascisti  .
 Non riuscendo  a trovare  altre parole  su  tale evento  drammatico 😈😔😪  lascio  le  parole   all'articolo  che ho letto   (  e    riportato  integralmente    per  paura   essendo  dell'anno  scorso   scomparisse e magari  non fosse  più disponibile   nel mare   magnum  che  è internet  )   http://notizie.tiscali.it/


Spesso mi sorprendo al cospetto delle nuove generazioni che ignorano la Storia, che non l’amano come dovrebbe essere amata. Ho sempre dovuto reprimere un brivido di intimo rifiuto leggendo quel “la storia non è magistra di niente che ci riguardi” con cui Montale sembra ammonire che nell’esercizio della memoria ci si rifugia forse più per devozione che per la ricerca della verità
Norma Cossetto
da http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/norma-cossetto/
Ma si può chiedere ancora alla Storia di insegnarci qualcosa ? A volte credo,  come  La stessa  Laura  Venezia  ,  che i più giovani se ne discostino perché sembra che nel ricordare il passato non ci sia nulla che si avvicini alla quotidianità. Eppure, nelle mie solitarie scorribande attraverso la rete, alle ricerca  di storie   sula  giornata  del 10  febbraio  mi imbatto più volte nella figura di una donna, Norma Cossetto ,che prima di essere ricordata come un’eroina era soprattutto una ragazza, che poi sarebbe diventata l’emblema della sofferenza femminile nell'Istria e nella Venezia Giulia in quella manciata di anni che va dal 1943 al 1945.
Perché la Storia, e in modo particolare il ricordo del massacro delle foibe  e  dell'esodo  che  n'è  seguito   che cade ogni anno il 10 di Febbraio, insegna soprattutto questo: che a volte nella vita possono contare più alcuni giorni o mesi piuttosto che tanti anni. Così fu per la giovane Norma, studentessa universitaria istriana, della quale restano i ricordi dei coetanei, soprattutto la memoria della sorella Licia da  cui apprendiamo   che : Norma era una ragazza che amava lo sport e la filosofia (si laureò in lettere e divenne insegnante), parlava bene le lingue straniere, studiava pianoforte e canto. Nel 1943 comincia a raccogliere del materiale per la sua tesi di laurea sul territorio istriano così ricco di bauxite e intitolata appunto “La terra rossa”. La sua vita di ragazza normale termina nel Settembre dello stesso anno, quando un gruppo di partigiani titini irrompe in casa Cossetto; Norma viene arrestata e, opponendo un netto rifiuto alla possibilità di collaborare con il Movimento Popolare di Liberazione, viene seviziata, torturata e poi gettata nella foiba di Villa Surani.




Adesso la   storia  di Graziano Udovisi  raccontata  da



Alberto Laggia  Alberto Laggia alberto.laggia@stpauls.it



“Sopravvissuto e umiliato”: questo è il titolo con cui usciva nel febbraio del 2006   su  Famiglia Cristiana l’intervista all’unico sopravvissuto delle foibe istirane, Graziano Udovisi  (  morto  nel 2010 ) Milite nella Milizia Territoriale fascista specializzata nella lotta senza quartiere ai partigiani che aveva deciso di raccontare, dopo tanti anni, la sua terribile storia di “infoibato”, salvatosi per puro caso. Nel 2010 è morto all’età di 84 anni. Raccontò la sua storia nel libro-testimonianza “Sopravvissuto alle foibe”.
Lo sfogo è di chi per troppi anni ha dovuto tacere: ”Bisogna che si sappia come un italiano è stato trattato. Dopo tutto quello che ci è accaduto, nel 1945 il Tribunale di Trieste, che era sotto il Governo alleato, mi ha bollato come collaborazionista e sono finito in galera per due anni. Non hanno guardato se avevo combattuto per salvare i miei connazionali e le nostre famiglie. Sono stato umiliato”.
L'esperienza della prigione, dopo l'esodo nel '45, non l'aveva ancora raccontata a nessuno, Graziano Udovisi, ottantenne istriano di Pola, l'unico superstite italiano alla tragedia delle foibe ancora vivo. Stringendosi al pugno con orgoglio la statuetta dell"'Oscar Tv 2005" ricevuto al galà televisivo in cui si premiava Il cuore nel pozzo, fiction sulle foibe trasmessa dalla Rai all'inizio dello scorso anno, Udovisi, ex-maestro elementare che da molti anni vive a Reggio Emilia, racconta ancora una volta tra le lacrime la sua terribile esperienza di "infoibato".
Non è da molti anni che ha trovato il coraggio di far memoria pubblica della sua vicenda personale. D'altra parte non è da molto che è stata vinta la cosiddetta "congiura del silenzio" attorno alle stragi compiute dai partigiani titini nell'autunno del '43 in Istria e poi nel '45 soprattutto a Trieste e a Gorizia. È solo dal 2005 che in Italia si commemorano nel "Giorno del ricordo" (il 1O febbraio) i morti delle foibe e i profughi dell'esodo istriano, alcune migliaia i primi, quasi 300.000 i secondi.
L'8 settembre del '43, il diciottenne Udovisi, neodiplomato alle magistrali, figlio di un macellaio istriano e di una triestina, stava passeggiando per le strade di Pola quando apprese della firma dell'armistizio. La guerra era finita. “Per l'Italia era una benedizione, ma per noi una maledizione. Fin da subito le notizie dell'occupazione da parte dei partigiani slavi di alcune città istriane erano accompagnate da voci di atrocità perpetrate sui nostri connazionali, soldati e civili”, racconta Udovisi.
“Ma di foibe ancora non si parlava. Fu a metà di ottobre che le voci diventarono tragiche certezze. Partecipai alla prima ricognizione fatta a Vines, in una grossa fenditura rocciosa del terreno dove si sospettava fosse finito il padre di un ragazzo di Albona. Ne usciva un odore nauseabondo”. Quella di Vines era una delle centinaia di profonde cavità naturali di cui è traforata tutta l'Istria (foiba è un latinismo che significa proprio "buco", "fossa"), e i vigili del fuoco di Pola vi estrassero i primi cadaveri. “Il primo corpo a essere recuperato fu quello del l'autista italiano della Questura. Alla seconda ricognizione si trovarono altri due corpi, legati tra di loro da un cavo d'acciaio. In pochi giorni furono rinvenute 84 salme a profondità diverse, fino a 150 metri”. Vines passerà alla storia come la prima foiba.
Nelle mani dei partigiani slavi
“Fu quell'orrore che mi convinse ad arruolarmi nel secondo reggimento della Milizia difesa territoriale (Mdt) che Libero Sauro stava costituendo per fronteggiare le truppe di Tito”. E si arriva al 1945. Pochi giorni dopo il 25 aprile, il sottotenente Udovisi, sciolto il presidio, decise di consegnarsi al comando dei partigiani slavi che erano entrati in Pola. “Venni subito imprigionato e ammanettato con del filo di ferro. Il primo trasferimento a piedi fu a Dignano, a 10 km da Pola. Durante gli interrogatori mi ruppero i timpani facendomi esplodere dei colpi di fucile vicinissimo alla testa”, racconta mostrandoci gli apparecchi nelle orecchie necessari per udire. “Proseguimmo fino al borgo detto di Pozzo Littorio, ai piedi di Albona. Venimmo rinchiusi nella palestra di una scuola dove stavano altri giovani soprattutto italiani, che erano costretti a correre a testa bassa e a schiantarsi contro la parete. Fatti rinvenire a secchi d'acqua e calci, dovevano ripetere la corsa. La notte del 12 maggio siamo arrivati a Fianona. Ci hanno spogliato di tutto, lasciando ci solo i pantaloni, e rinchiuso in una stanzetta di quattro metri per tre, in trenta, privi di cibo. Disidratati, imploravamo dell'acqua e ci hanno allungato un fiasco pieno d’urina”.
Alla sera del giorno dopo hanno iniziato a torturare l'ufficiale italiano con una verga di fil di ferro piegato in cima, a mo' d'uncino. Una donna tra gli aguzzini lo colpisce col calcio di una pistola, fratturandogli la mascella. “Quindi ci le gano in sei, l'ultimo dei quali era a terra svenuto e viene trascinato con il filo di ferro legato al collo. Ci portano fuori e ci trascinano fin davanti alla foiba. Mentre legano un grosso sasso all'ultimo del nostro gruppo, mi metto a pregare”, continua in lacrime. E mentre i cinque slavi iniziano a sparare col mitra, Udovisi si getta nel buco. Quel gesto disperato sarà la sua salvezza, “perché dopo un salto di 15-20 metri, o uno spuntone di roccia o un colpo di mitraglia spezza il filo di ferro che ci univa tutti in questo assurdo connubio. Sono finito sott'acqua e una mano s'è liberata permettendomi di risalire in superficie e tirare per i capelli un compagno che era vicino a me. I partigiani, però, hanno iniziato a sparare e a tirare un paio di granate che per fortuna ci hanno solo ferito di striscio”. Fermi tra gli anfratti per lunghe ore, i due sono risaliti la sera successiva e, sempre procedendo di notte, Udovisi in quattro giorni è riuscito a tornare a Pala allo stremo delle forze. «Erano otto giorni che non mangiavo. Alla porta di casa mia sorella mi ha aperto, ma senza riconoscermi».
Il sopravvissuto istriano ha conosciuto, subito dopo, il dramma dell'esodo e l'infamia del carcere. Non è più tornato nella sua "amatissima" terra, non ha più avvicinato una foiba. È rimasto in vita, ma la foiba gli ha inghiottito l'esistenza. Se la memoria di queste stragi è riemersa dall'abisso dell'oblio lo deve anche alla sua dolente voce.
La sola colpa di Norma  e Graziano  , come di tante altre donne e uomini uccisi  ed alcuni sopravvissuti   gettati nelle foibe, fu quella di attraversare il mondo e la Storia in uno dei suoi momenti più tragici, soprattutto in uno dei territori più divisi e tormentati in quella terra rossa tra Italia, Slovenia e Croazia ovvero il confine orientale  di cui si può ancora trovare una traccia in qualche sbiadito dagherrotipo dell’epoca. Il 10 Febbraio, così vicino al giorno del ricordo della Shoah, va celebrato ,ovviamente  senza metterle sullo stesso piano   vista la  loro diversità  anche se  uniti  dall'aberrazione umana proprio per non dimenticare la terra rossa come il sangue.>>
Concocordo  con  http://www.wumingfoundation.com  (   per  l'articolo   vedi  url  inizio post  ) << Quindi i I morti saranno forse «tutti uguali» (qualunque cosa significhi), ma sono diverse – a volte opposte e inconciliabili – le cause per cui si muore. Se non si riconosce questo, l’uguaglianza tra i morti è solo una supercazzola per difendere un sistema basato sulla disuguaglianza tra i vivi.  >>
Viviamo --  sempre  dall'articolo   di http://notizie.tiscali.it -- il tempo della velocità, delle connessioni rapide e della solitudine più profonda. Un tempo che si addice poco alla memoria e alla lentezza, e che è tanto più inquietante perché assomiglia alle foibe, quegli inghiottitoi carsici che furono il buco nero di tante vite di italiani. Ricordare è necessario. La Storia ci dice che non possiamo fare niente di più giusto.


con   queste parole  concludo  il post  d'oggi  alla  prossima ......

29/01/16

Bari, su eBay dopo 70 anni la lettera d'amore del soldato dalla prigionia



a chi mi dice che pubblico solo storie del nord e del centro nord e che ho dimenticato il "mio "sud e la mia sardegna ecco un storia del sud 

da http://bari.repubblica.it/cronaca del 28 gennaio 2016
Bari, su eBay dopo 70 anni la lettera d'amore del soldato dalla prigionia: "Forza, tra un po' passa"La lettera è stata venduta qualche giorno fa su eBay e i nipoti di Pietro Catalano, che l'aveva inviata alla moglie dall'Egitto il 14 settembre 1945, cercano ora l'acquirente per poterla avere
di ANNA PURICELLA


Una lettera d’amore indirizzata alla moglie. Datata 14 settembre 1945 e spedita dall’Egitto: campo di prigionia inglese 312. Pietro Catalano era un soldato originario di Ruvo di Puglia, in provincia di Bari, prigioniero durante la Seconda guerra mondiale. Scriveva alla sua Maria che lo aspettava. Ma la lettera non è mai arrivata. È finita a Oxford e poi dopo più di settant’anni su eBay. A scoprirla per prima è stata un’utente di Facebook che navigava sul portale di annunci alla ricerca di cartoline antiche di Ruvo e si è imbattuta in quell’oggetto mai consegnato al destinatario.
Ha postato l’annuncio sul gruppo “Sei di Ruvo se…” e le ha risposto Daniela Bombino: Pietro Catalano - o meglio, Pierino - era suo nonno. Ma è arrivata troppo tardi: la lettera è stata venduta per poco meno di dieci euro. La guerra era finita da qualche giorno, quel 14 settembre, ma il soldato era ancora in Egitto. Alla sua amata chiedeva notizie di casa (“Hai detto che gli zii sono venuti. Beati loro! E Rocchino e babbo come stanno?”), ma si premurava anche della vita di Maria. Pierino voleva ricevere da lei lettere più lunghe: “Come mai non hai scritto il foglio intero nella lettera con la foto? Solo metà. Scrivi a lungo e più spesso”. Evitare che la moglie venisse sfruttata: “Non voglio assolutamente che ti mettessi a fare qualsiasi servizio che riguardi la bottega e cerca di scegliere quando devi andare per evitare seccature”.



E soprattutto non vedeva l’ora di riabbracciarla: “Non ne posso più di viverti lontano ma ora siamo per ritrovarci, per riaverci. Coraggio ancora un po’. Passerà anche questo periodo che certo è il più duro ma pensa poi dopo: quanta ruggine andrà via!”. E in effetti i due si sono ritrovati: “Mio nonno tornò a Ruvo, certo – racconta ora la nipote, che si dice “piacevolmente sconvolta” per il ritrovamento – È morto qui vent'anni fa”. La lettera è autentica: “Ho riconosciuto la sua grafia facendo il confronto con un’altra lettera che aveva scritto a mia madre anni fa. E poi tornavano troppe cose, dall’indirizzo sulla busta alle persone cui faceva riferimento, a partire da Rocchino, il fratello di mia nonna”.
Purtroppo, però, il sogno di una vita coniugale serena e lunga non si è concretizzato. “Mia nonna morì nel 1946 – continua Bombino
– praticamente un anno dopo il rientro del nonno. Io non l’ho conosciuta, mia mamma aveva pochi anni quando è successo”. Quello che resta sono i ricordi. Daniela e la sua famiglia stanno provando a mettersi in contatto con l’acquirente della lettera. “Ho scritto al venditore, che per motivi di privacy non ha potuto fornirmi i dati di chi l’ha acquistata. Mi ha promesso però che cercherà di parlargli per spiegare la situazione”.

24/03/15

quando si dice morir contento La storia del soldato Stefanelli: il corpo trovato grazie a un articolo del Tirreno. Era in un ossario in Polonia, il fratello è riuscito a riportarlo a casa prima di morire

   da  http://iltirreno.gelocal.it/pontedera/cronaca/  del 17 \3\2015


Dino, dato per disperso ora ha una tomba a Volterra
La storia del soldato Stefanelli: il corpo trovato grazie a un articolo del Tirreno. Era in un ossario in Polonia, il fratello è riuscito a riportarlo a casa prima di morire di Rino Bucci







                                       Una foto di Dino Stefanelli prima della partenza per la guerra

VOLTERRA. La guerra che strappa un figlio ad una madre, il tempo che passa e non lascia speranza, un uomo che prima di morire realizza il suo ultimo desiderio e in una giornata d’ottobre seppellisce in patria il fratello. Sembra la trama di un bellissimo film, invece, è la parabola di una famiglia di Volterra che dopo circa settant’anni è riuscita a regalare un giusto finale ad una vicenda drammatica.
Dino Stefanelli aveva venti anni quando morì, forse di stenti magari di malattia, nel campo di concentramento tedesco di Drewitz. Di lì a qualche mese i russi avrebbero liberato quella nazione flagellata dalla guerra e i prigionieri nei campi di concentramento.
A Drewitz, Dino Stefanelli era arrivato da prigioniero militare. Classe 1923, aveva lasciato la madre Maria Pietrosi, il padre Luigi e il fratello Gino a Volterra. Si era vestito da soldato semplice e non aveva più fatto ritorno sul Colle. Morto il 16 febbraio 1943 e dato, in un primo momento, per disperso.
«La lettera arrivò a mia nonna - racconta la nipote Ortensia Stefanelli, 52 anni e residente a Montopoli - alla vigili di Pasqua del 1943. Fece sprofondare mia nonna nello sconforto». La donna, per tutta la vita, ha custodito insieme al ricordo del figlio maggiore partito in guerra anche un piccolo altare con la sua foto. «Spesso pregava davanti a quell’altarino. E anche mio padre ha sempre cercato e mai abbandonato il ricordo di mio zio», racconta Ortensia.
Ufficialmente, Dino è rimasto negli elenchi degli scomparsi per diversi anni. Non a caso la sua foto si trova ancora a Volterra nel milite ignoto di porta a Selci. «Diversi anni fa, ero una bambina - continua Ortensia - arrivò una lettera col timbro dello Stato dove si metteva definitivamente un punto alle ambiguità». E lo status di Dino Stefanelli passò da disperso a deceduto in guerra. In realtà, per la famiglia fu una formalità anche se rimase forte il desiderio di riportare la salma a casa.
«La svolta è arrivata qualche anno fa - racconta Ortensia - proprio sul Tirreno leggemmo del database “Dimenticati dalla Stato” e ci mettemmo in contatto con il suo ideatore Roberto Zamboni. Grazie al suo aiuto siamo riusciti a rintracciare il luogo di sepoltura di mio zio. Era in un ossario vicino Varsavia. Mio padre era entusiasta».
I contatti con il ministero della Difesa per il rimpatrio dei resti di Dino Stefanelli sono iniziati nel febbraio del 2014. «L’unico ostacolo - racconta la donna - era la sepoltura. Dovevamo verificare se mio zio fosse stato sepolto in un ossario comune e da solo. Quando abbiamo scoperto che i suoi resti non erano in un ossario comune abbiamoattivato tutte le procedure per riprendercelo e riportarlo in Italia a spese nostre».
Il 17 ottobre scorso all’aeroporto di Bologna è atterrato un volo da Varsavia con le spoglie del soldato volterranno morto 70 prima in Polonia. In prima fila, c’era Gino il fratello più giovane di quattro anni, i suoi figli Ortensia e David insieme ad altri partenti.
«Dopo qualche giorno abbiamo seppellito mio zio a casa sua, a Volterra - racconta Ortensia - insieme agli amministratori e ad un prete che ci hanno accolti. E’ stato un momento bellissimo, una giornata da ricordare e che ci ha uniti». Dopo due mesi, Gino il fratello minore di quel soldato si è addormentato per sempre, con la leggerezza nel cuore di aver riportato a casa quel parente che conobbe per soli venti anni.