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08/05/17

Binario morto di © Daniela Tuscano

L'immagine può contenere: pianta e spazio all'aperto
Ferrante Aporti la conosco bene, è l'unica via milanese perennemente in bianco e nero. Un paradigma della città, per alcuni; benché Milano, al pari d'una maliarda un po' sdegnosa, sappia regalare, quando vuole, trilli d'azzurro. Ma Ferrante Aporti no. Conserva la sua ombra ferrigna, i sordidi magazzini, le gallerie tetre e infinite come ventri di balena. E la ferrovia. Essa pure periferica, binario sfumato fra ruderi d'erba. Da uno dei tralicci, ieri, un profugo maliano s'è legato una corda al collo ed è balzato nel vuoto, penzolando poi per interminabili minuti. Lunga sagoma nera sul nero delle pareti. L'ha fatto di domenica, a mezzogiorno, l'ora più viva e atroce. L'ha fatto in giorno di festa, nell'invidiata distrazione del desinare, perché lui, senza nome né documenti, non l'aspettava nessuno, nemmeno il centro d'accoglienza. S'è accomiatato da un retrobottega di stazione perché solo lì il peso del vivere gli è piovuto addosso, con echi di urla, sangue, bombe e sole implacabile. O semplicemente povertà, divenuta a un tratto miseria, e lui certo, ormai, d'aver perduto per sempre la sua dignità d'uomo. La solitudine non lascia scampo nel paese felice, che vedi bello e irraggiungibile. Per esserci devi sparire, e immergerti è l'unico grido. Solenne, sacrale, tuo
© Daniela Tuscano

18/05/14

[ post notturno ] Scampia, l’oasi di calcio in un deserto incompreso e IL LUNGO VIAGGIO Da Praga a Tempio in bici per rivedere un vecchio amico

non riuscendo a prendere  sonno  , mi  metto a cazzeggiare e in rete   e    trovo  queste  due storie

  la   prima storia    viene da   repubblica  online di qualche  giorno  fa  




NAPOLI - C’è un quartiere a Napoli che ha assunto l’immagine mediatica del potere della camorra. Si chiama Scampia, per molti è solo una periferia all’insegna del degrado e soprattutto un grande supermercato di droga a cielo aperto. In realtà Scampia è ben altro, è un cuore pulsante di solidarietà, impegno sociale, vitalità, partecipazione e voglia di riscatto. Non bisogna fermarsi alla superficie, alla crudeltà che fa notizia, alla sensazione di perdizione che questa periferia trasmette, quasi come se fosse un altro mondo, un quartiere fuori le mura di cinta della città di Napoli. Se ci s’immerge nella vita di Scampia, si notano varie oasi di resistenza al degrado,avamposti di una battaglia generale contro l’abbandono sociale. Tra quelle di maggior successo, c’è una che utilizza il calcio, lo sport più popolare, l’attività per eccellenza degli scugnizzi, per reagire alle prospettive di vita che sembra disegnare lo strapotere della camorra

 Si chiama Arci Scampia la creatura costruita da volontari, maestri di calcio, dirigenti che hanno intrapreso e vinto una sfida collettiva. Il factotum è Antonio Piccolo, in passato portiere con trascorsi in Serie D e nei campionati dilettantistici, oggi simbolo di questa splendida esperienza. Per tutti quelli che, quando pensano a Scampia, immaginano solo droga e violenza, consiglio un viaggio a Napoli con destinazione Via F.lli Cervi, 8. Troverete un centro magnifico con tre terreni di gioco in erba sintetica, un’area d’allenamento per i portieri e un campo di pallavolo. Ma com’è nata questa struttura? Qual è il suo percorso? Come ha acquisito il ruolo di oasi in un deserto incompreso?
Tutto è nato nel 1986, mentre la città di Napoli s’apprestava a godere le magie di Maradona, si lavorava all’idea di una scuola calcio a Scampia partendo da un circolo Arci. L’inizio dell’avventura è romantico, si comincia al “Monterosa”, un campetto in terra battuta realizzato con l’impegno di alcuni volontari che decidono di strappare una zona all’abbandono. La struttura non ha mura di cinta, reti che separano l’impianto. Al primo giorno al campo si presentano solo sette bambini, figli di amici di Antonio Piccolo, che aveva diffuso l’iniziativa in tutto il quartiere. C’è la paura di fallire, di spegnere il fuoco di quell’impresa molto prima che si riesca a realizzarla, a viverla. A Scampia, però, non si molla e gradualmente le soddisfazioni cominciano ad arrivare.
L’Arci Scampia s’iscrive al campionato Giovanissimi regionali ma, mentre s’allenava al “Monterosa”, giocava a Villaricca. Contemporaneamente l’impresa del “Monterosa” non s’arrestava, il terreno di gioco viene allargato, diventa regolamentare. In pochi mesi l’impianto nato dalla passione dei cittadini diventa un punto di riferimento, il luogo di ritrovo per il quartiere nel weekend.
Molto presto l’avventura al “Monterosa” arrivò, però, al capolinea, il campo polveroso servì per sistemare gli abitanti delle “Vele”. Allora l’Arci Scampia è costretta a ripartire, gli allenamenti si svolgono ai campi di calcetto G.P. mentre le gare agonistiche si disputano allo “Stornaiuolo” a Secondigliano. E’ una vita in salita quella dell’oasi in un deserto incompreso, una battaglia costante per restare in vita e svolgere un lavoro sociale che coinvolge sempre più bambini. Nel frattempo continuano le battaglie per lo stadio “Comunale” di Scampia, che sarà poi costruito nel 2008. Un’opera ancora da perfezionare poichè non c’è il manto erboso che darebbe lustro all’impianto.
L’Arci Scampia è una realtà ambiziosa e ha sempre creduto in un sogno: una struttura propria, un punto di riferimento che valorizzi il faticoso ma emozionante impegno quotidiano al fianco dei ragazzi del quartiere. Si tratta di un’attività diversa rispetto alle altre scuole calcio, c’è un’attenzione spiccata verso i valori dello sport e l’aspetto culturale; infatti, è un appuntamento annuale il tour al “Maggio dei Monumenti”.
Il calcio può sottrarre persone alle insidie della strada, insegnare comportamenti di vita, mettere sulla buona strada, l’Arci Scampia è la dimostrazione concreta di tutto ciò.
La battaglia per il centro sportivo dura molti anni ma ad un certo punto si apre lo spiraglio; la Dott.ssa Diletta Capissi mette in relazione la scuola calcio napoletana con la Fondazione Banco di Napoli, la prima istituzione a credere concretamente nell’iniziativa. Poi arriverà il contributo della Fondazione San Paolo di Torino e della Regione Campania. L’Arci Scampia presenta una richiesta per uno spazio abbandonato che gli viene assegnato. Tocca poi al loro impegno trasformarlo nell’”oro sociale” che rappresenta questa struttura dopo vari anni dalla sua apertura. Il centro di Via F.lli Cervi apre nel 2006 ma Antonio Piccolo e i suoi compagni d’avventura devono fare i conti con uno scempio vergognoso: cani randagi, atti vandalici e scene di degrado profondo. Chi si ferma è perduto e l’impegno dell’Arci Scampia continua, raddoppiando le forze per far crescere una realtà che coinvolge sempre più bambini.
La svolta arriva tra il 2008 e il 2010, con il progetto “Campioni nella vita” sostenuto dalla Fondazione Cannavaro-Ferrara e dalla Vodafone. Così il centro è potenziato e diventa il gioiello dei giorni nostri, un’imponente oasi in un deserto che resta incompreso ma che ha un punto di riferimento solido per il proprio riscatto. L’Arci Scampia continua a crescere, conta circa cinquecento ragazzi mantenendo i costi d’iscrizione bassi per conservare la sua grande anima sociale. C’è, però anche un grande lavoro tecnico, realizzato da circa quaranta collaboratori, molti volontari. Un laboratorio di calcio, come dimostrano i risultati sportivi, anche in questa stagione gli Allievi Regionali stanno disputando i play-off, e i tanti talenti costruiti con un rapporto consolidato con il Napoli. Allegra, in prestito al Pavia, e Izzo, in comproprietà con l’Avellino, sono i volti-simbolo di una splendida storia dal Sud. Un’avventura di periferia, un’oasi di un deserto incompreso che ha scelto il calcio per combattere una guerra con ignoranza e degrado al centro del proprio quartiere.



la  seconda   dalla  nuova  sardegna  del  16\05\2014  cronaca  di Olbia-  Tempio  

IL LUNGO VIAGGIO
Da Praga a Tempio in bici
per rivedere un vecchio amico

TEMPIO E’ arrivato da Jicin( Praga) a Tempio in bicicletta, per trovare un amico. Il protagonista della storia è Ivan Pirko, ingegnere in pensione di 72 anni, appassionato di lunghi viaggi in bicicletta. Stavolta “il giovanotto” ha compiuto il viaggio con un suo amico, Mirec Jiran di 70 anni. L’amico tempiese è invece il professor Augusto Carta, noto camperista, conosciuto a Praga nel 1989. Ivan Pirko ha al suo attivo una serie di primati, in bici, fra cui anche un titolo di campione del mondo over 50 nel 2010.(a.m.) 

27/10/12

Bella Mariposas di Salvatore Mereu anticipazioni \ SPOILER

  Era  da tempo , forse perchè  non c'era  nessun  film  che  m'attirasse  , quasi immemorabile che non andavop al cinema . Ebbene ieri sono andato  a vedere la prima di Bellas Mariposas il film diretto da Salvatore Mereu ispirato all'omonimo romanzo di Sergio Atzeni (  foto a  destra  )  pubblicato nel 1996 da Sellerio peraltro mai divenuto definitivo perché la morte ha colto Atzeni prima che potesse rivederlo.
 Il film presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia ha ricevuto il Premio Schermi di Qualità " per aver molto efficacemente, adottato il registro della commedia nell'affrontare il tema del degrado delle periferie e del disagio di adolescenti senza prospettive e senza l'appoggio della famiglia".
  Come  per il libro : << Anche se, occorro dirlo, il tono tanto volgare da risultare quasi offensivo e provocatorio è in parte addolcito da un’ironia di fondo non indifferente, a momenti strepitosa (grazie anche a un riuscito mix di italiano, peraltro volutamente malmenato da una grammatica e da una punteggiatura a dir poco carenti >>  ( da libriromanzi.blogspot.it/ )   che  insieme al  sardo-casteddaio, cioè la  variante  di cagliaritana  del campidanese  : << (....) Il cagliaritano (casteddaju) o campidanese comune o cittadino (parlato a Cagliari, e sulla fascia costiera del golfo da Quartu Sant'Elena, Sinnai, nel Campidano dai ceti più elevati e colti e in parte a Iglesias) è spesso adottato come modello di riferimento ed è base del campidanese letterario; tra le caratteristiche fonetiche d>r (giogadori>giogarori, meda>mera); La fascia costiera (escluse le città di Cagliari e Teulada) presenta per ipercorrezione il raddoppio di -l- e -n- (soli>solli, celu>cellu, luna>lunna, manu>mannu, cani>canni, pani>panni). >>  (  da http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_sarda_campidanese  ) . 
 Un film , bello , intenso , con influenze  Felliniane  e  Pasoliniane  , il film  più italiano  di Mereu   che  rispecchia   quanto diceva  Sergio Atzeni  :<< Sono cittadino sardo, italiano, europeo >> . 
Tale  film mostra le contraddizioni del presente - la bambina traviata e la puttana saggia, il marpione e il bulletto di periferia: un , blues struggente e grottesco affresco delle periferie, ma anche per adolescenti per la capacità di evocare quelle sensibilità estreme senza superficialità e effetti speciali, svelando l'atroce bellezza della vita.Un film che  << (...)  L'innocenza negata delle giovanissime protagoniste, Cate e Luna, "più che sorelle", cresciute nei rioni popolari della "città bianca" tra droga e criminalità più o meno organizzata, prostituzione e proposte indecenti, senza rinunciare ai propri sogni diventa metafora di una verità insostenibile, in cui s'insinua il mistero del divino o il gioco del caso che trasforma un omicidio rimescolando le carte del destino. Un film speciale - grazie all'apporto di attori giovanissimi che restituiscono quella freschezza e imperfezione che è propria della vita, in cui ciascuno recita la propria storia senza mai comprenderla a fondo se non troppo tardi né avere il tempo per fare le prove.(...) continua qui >> da   http://www.cagliaripad.it/  .
le  due protagoniste  foto del film tratto  www.filmtv.it
  Nei primi minuti  è tanto   per  i benpensanti  ed i puristi della lingua , evidente (  ma   se  riuscite  a  vincerla   ne  sarete  ricompensati   dalla bellezza  e poetica  del film  )   una  sensazione iniziale, di disgusto e fastidio, la  quale  viene  meno via  via  con  visione  come la  la lettura  del  racconto    tramutata in una sorta di allegra e disincantata partecipazione dello spettatore   Il film presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia ha ricevuto il Premio Schermi di Qualità " per aver molto efficacemente, adottato il registro della commedia nell'affrontare il tema del degrado delle periferie e del disagio di adolescenti senza prospettive e senza l'appoggio della famiglia".
Infatti   secondo http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/287236  )   : << mischia stavolta, rispettando i toni di Atzeni, realismo, grottesco, surreale e un tocco di magia (con Micaela Ramazzotti nei panni di una maga veggente). Si racconta senza filtri, in dialoghi che alternano sardo e italiano, ricchi di espressioni molto forti e termini in 'slang', l'impegnativa giornata dell'undicenne Cate (Sara Podda), indipendente e fiera, aspirante cantante famosa ("come Valerio Scanu e Marco Carta, sardi come noi" dice) che nel film parla direttamente al pubblico guardando verso la cinepresa, con l'amica del cuore Luna (Maya Mulas) le bellas mariposas, ('belle farfalle' del titolo) in una giornata di libertà lontano dalla periferia. Insieme vanno al mare, girovagano per Cagliari e tentano di salvare da un pericolo reale, Gigi, il ragazzino per cui Cate ha una cotta.
dalla  rete
Prende vita così un mondo colorato e violento, tra personaggi bizzarri, squallidi, o ancora con una propria innocenza. Cate mette in scena anche la sua famiglia, tra buoni e cattivi. Fra gli altri, una sorella che 'batte', rimasta incinta a 13 anni; un fratello eroinomane, uno aspirante calciatore e uno bullo violento, un 'babbo' falso invalido, bieco ed egoista, e una madre che si fa carico di tutto. Mereu ha trovato le due protagoniste (emozionatissime tanto da limitarsi a sorridere in conferenza stampa) facendo il casting in scuole cagliaritane dove spesso ha anche curato dei laboratori. Il fatto che il film (ancora senza distribuzione) sia in sardo non impensierisce Mereu  ( foto a  sinistra  ) : "Qui non ce n'è meno che in altri miei film. Però per il cinema fuori degli schemi gli spazi in sala sono sempre più ridotti". Ealla fine della proiezione scatta un'ovazione: dieci minuti di applausi.>> Mereu è   riuscito pur  << Puntando sulla recitazione di attori non professionisti ed esordienti, Mereu forse perde in credibilità recitativa ma guadagna in spontaneità, eliminando quell'alone di misuratezza o artificiosità che spesso accompagna le opere con protagonisti dei bambini o degli adolescenti. Sara Podda veste il personaggio di Cate della sfrontatezza necessaria per rendere naturale anche la più bieca situazione che le accade intorno. Le fa da spalla Maya Mulas, una Luna dal sorriso contagioso e dallo sguardo da bambina cresciuta troppo in fretta. Se meno preparati appaiono i ragazzi scelti per le parti maschili (Tonio e Gigi sono fisicamente poco credibili), a compensare arrivano gli esercizi di stile di Luciano Curreli, impegnato nel tragicomico e per certi versi grottesco ruolo del padre di Cate, e di Micaela Ramazzotti, presente per pochi minuti nei panni della conturbante e misteriosa coga Aleni, strega moderna di un mondo ancora troppo chiuso e tribale  >>  nel convergere sullo stesso tema: la linfa di leggerezza che le farfalle traggono dai palazzi / fiori di cemento. 


                                         promo tratto da  http://www.filmtv.it/film/53085/bellas-mariposas/


E sempre  dallo stesso  sito  c'è  la  bellissima recensione    (che  condivido in toto  ) e  che qui riporto senza  commenti  ed  aggiunte mie  Di Spaggy scritta il 06/09/2012 

Adattare per il grande schermo Bellas mariposas, il racconto di Sergio Atzeni, era un'operazione azzardata per varie ragioni. Bellas mariposas è sì un breve racconto di una cinquantina di pagina ma è carico di personaggi, eventi, ambienti e luoghi fortemente denotati. L'io narrante che coincide con il punto di vista della protagonista poteva essere un intralcio per chiunque, così come la scelta di Atzeni di scrivere la sua storia in sardo e senza punteggiatura.
Salvatore Mereu, armato di coraggio e forse anche di una buona dose di ostinazione, è invece riuscito nell'impresa di realizzare un film che, guardando verso il neorealismo, sfrutta il linguaggio visivo moderno (digitale e telecamera a spalla creano un ibrido tra finzione e documentario metropolitano) per collocarsi tra il cinema pasoliniano e quello felliniano. Non è ardito il paragone: raccontando della degradata vita di periferia e fornendo una panoramica della fauna che la popola, Mereu segue i suoi personaggi da vicino, entra nelle loro vite in punta di piedi e ne esce in maniera altrettanto delicata con un finale sospeso tra dimensione reale e onirica.
Sarebbe stato facile puntare sul lato pruriginoso del racconto e tentare la carta dello scandalo. Mereu invece sceglie la via della carezza, prende per mano il personaggio di Cate ed entra nella sua testa.
Con un gioco di rimandi metacinematografici, l'io narrante si trasforma in una continua interazione tra la protagonista e il pubblico, in una sorta di dialogo virtuale in cui si invita lo spettatore ad entrare in scena, sedersi ed ascoltare quello che Cate ha da narrare. Capita sovente che con lo sguardo fisso alla camera, Cate ponga domande a cui dopo cerca di dare risposta o allontani coloro che, invadendo l'inquadratura, la distraggono dal filo della narrazione (prima la sorella Luisella, sul finale anche l'amica/sorella Luna).
Trasferendo la storia ai giorni d'oggi, Mereu restituisce una Cagliari inedita e mai vista sullo schermo. Spiagge, quartieri e vie della città appaiono volutamente anonime, conferendo al racconto una dimensione universale. La periferia cagliaritana potrebbe benissimo essere quella milanese o quella romana: lo squallore e la miseria dei palazzoni di cemento popolari, abitati da famiglie disperate e disparate, non ha geolocalizzazione né forti connotazioni di carattere socioculturale. L'unica peculiarità è data dal fatto che i personaggi vivono le loro condizioni con assoluta normalità, senza farsi carico del dramma dei loro problemi. Droga, sesso tra adolescenti, microcriminalità e deviazione psicologica sono vissute con la spensieratezza dell'adolescenza di Cate. Anche l'omicidio e la morte di una persona vengono filtrati con lo sguardo di una ragazzina, ora intimorita dal perdere l'amore della sua vita ora invece indifferente, quasi contenta, che qualcuno lo faccia fuori dal momento che il "suo" Gigi è interessato a un'altra ragazza.
Nella periferia di Cate non c'è spazio per le leggi dello Stato, la cui presenza è assente, così come non c'è spazio per le leggi della morale: ci si prostituisce a 13 anni, si ottiene da mangiare facendo favoretti sessuali, ci si buca di eroina davanti alle sorelle, ci si lascia masturbare da una ragazzina fin troppo contenta di essere diventata l'oggetto delle pulsioni dell'intero quartiere.
Non c'è neanche speranza, se non quella di Cate di diventare un giorno cantante o di andare a vivere lontano con la sorella e l'amica una.
Ci sono solo due punti fermi: l'amicizia che permette di volare come belle farfalle e il credere nella Vergine Maria, colei che in un atto di carità regala la felliniana apparizione della coga Aleni, la veggente che prevede e soprattutto determina il corso degli eventi.