domenica 19 luglio 2009
Fra i nastrini di un cantiere
lunedì 27 aprile 2009
il gabbiano

Si erano conosciuti , una sera d’estate durante una festa sulla spiaggia.
Lei era sola , il marito l’aveva lasciata per un’altra e nonostante fosse
ancora scossa da quell’evento aveva deciso di reagire e prendersi una boccata di vita,
perché la vita non finiva lì davanti alla banchina del porto mentre una nave prendeva il largo
portandosi via una parte di lei , la vita continuava e lei era ancora troppo bella e giovane per rinunciarci.
Lui era rimasto colpito dal suo sguardo dolce e malinconico , era un turista come tanti in quella calda estate e non conosceva nessuno che potesse presentargliela, così rimase per un po’ a guardarla mentre era seduta al tavolo del baretto sulla spiaggia a sorseggiare un long drink circondata dal fumo di una sigaretta.
Lei si era accorta di quegli occhi che la scrutavano erano occhi chiari , luminosi e molto fascinosi e abbozzo un mezzo sorriso senza guardarlo, poi prese il bicchiere , si alzò e scese i tre gradini di legno che la separavano dalla spiaggia , si tolse i saldali e si incamminò fino alla riva.
Per Lui fu come un invito e con discrezione poco dopo le si avvicinò portandosi a un passo da lei
Sentiva il suo respiro sulle spalle nude , il cuore le batteva a mille, quello sconosciuto stava per infrangere i suoi silenzi , la sua solitudine , una luce nuova le illuminava il viso sotto il riflesso di una luna complice, finchè lui non le parlò avvicinandosi al suo orecchio , le parole che udì , non le diedero la forza di muoversi e girarsi di scatto come sarebbe stato normale , restò lì ,immobile ad ascoltare la sua voce.
Dentro una conchiglia
cerco la tua voce
portata da un’onda del mare
La sento come una carezza
sulla pelle salata
a ridarle freschezza
come un bacio
su labbra assetate
da questa arsura
Si apre la conchiglia
e mi mostra il tuo cuore
batte in fretta
nell’attesa del sogno
e alzo gli occhi verso l’orizzonte
involando i pensieri
mentre il sole dipinge il cielo
col mio sangue
e la luna già alta
mi sbianca il viso
In ginocchio sulla sabbia
stringo la conchiglia al cuore
e chiudo gli occhi
inalando salsedine
che brucia l’anima
e stordisce i sensi
ubriacandomi di te.
Era sveglia, non stava sognando , per la prima volta in vita sua , un uomo le aveva sussurrato irresistibili parole d’amore che mai nessuno aveva pronunciato per lei .
Mille pensieri in un nanosecondo passarono per la sua mente ,un elenco interminabile di cose che non aveva mai avuto , che mai aveva provato e adesso aveva poco tempo per decidere se rinunciare ancora o tuffarsi in quel mare calmo che dolcemente l’abbracciava .
Ma non fece in tempo a finire i suoi pensieri che le sue labbra si ritrovarono sulla bocca di quello sconosciuto in un bacio pieno di passione .
L’alba li ritrovò abbracciati sulla spiaggia come due perle nella stessa conchiglia che un sole indiscreto cominciava a schiudere.
continua
mercoledì 22 aprile 2009
Riflessi
Le abbiamo vissute, o soltanto attraversate. E già le rimpiangiamo. Le lunghe, liquide marine delle primavere mediterranee ci accarezzano spavalde e assonnate, percorrenti come rivoli, sfumate come orizzonti. E i lidi assorbono una mestizia d'attesa, solcati da sbiaditi giochi infantili. Qua e là s'arresta un pino, assorto per un sentiero diruto, contro muri non ancora roventi.****
L'avvocato è astigiano. Verosimilmente, compose Una giornata al mare appoggiato ai parapetti della riviera ligure, ma le atmosfere da lui descritte mi evocano piuttosto pallori adriatici. O, ancora, le sagome dolcemente sgraziate di zerbinotti romani. Un sole scucito nella rena, fuliggine e speranza, caracollanti felicità d'un'Italia speranzosa e negletta.
Poi, come in un passo di danza, tutto si perde nel cielo lontano.
domenica 18 gennaio 2009
La crisi di Giulio
C'era la crisi e la crisi piano piano crea silenzio, tanto silenzio. A volte Giulio scendeva in strada a passeggiare un po' e si rendeva conto che nessuno aveva più voglia di stare in giro. Risparmiavano, anche sui passi. Giulio però non ci stava, non voleva arrendersi alla crisi. Giulio arrotolò con le mani la carta del fornaio, quella stessa carta in cui erano state avvolte le sue due ciabattine di semola, la arrotolò a mo' di megafono. Uscì per strada e, parlando nel megafono, attento a non strozzarsi con qualche briciola sopravvissuta alla sua fame, invitò i suoi compaesani ad uscire dalle case, li invitò a partecipare a una specie di festa in strada. Da principio non ricevette risposta poi qualcuno si degnò di mettere dei passi fino alla finestra e, chi in malo modo chi più gentilmente ma con aria scostante, declinarono tutti l'invito. Sconsolato Giulio torno a casa. Mentre avanzava nell'ingresso udì il trillo fastidioso e insistente del telefono. Andò a rispondere con l'espressione stanca. Si sentiva tradito dal paese, dalla gente con cui fino a quel giorno aveva condiviso sorrisi, giornate, cene e banchetti. L'avevano preso a persiane in faccia.
"Pronto?"
Dall'altra parte del telefono Giulio distinse chiaramente un singulto.
"Giu..Giuu..Giuulioo, scusami se ti disturbo a quest'ora..."
"..."
Giulio non aveva ancora ben chiaro con chi stava parlando, aveva solo capito che era il preambolo ad una cattiva notizia.
"Giulio, sono la zia... ascolta, non esiste un modo migliore per dirlo... zio è morto. "
SDENG. Giulio percepì nella testa il suono metallico equivalente a quello di una badilata e si sedette tramortito in terra. Aveva ancora l'orecchio attaccato al ricevitore del telefono quando si rese conto che la zia continuava a parlare.
"Zia, zia, scusa... mi dispiace, ma come... stai?" Per un attimo si stava lasciando sfuggire un 'Come è successo?' ma mentre lo pronunciava si sentì un verme, uno di quelli cresciuti con Porta a Porta e la fastidiosa voce di Vespa che nelle orecchie ripeteva: "Sì, ma quanti morti? Quanti feriti? Cosa è accaduto?". Decisamente indelicato. La zia naturalmente riprese a parlare, sembrava un fiume, sembrava che nessuno glel'avesse chiesto prima di suo nipote. Le parole galoppavano, l'una dietro all'altra, veloci, precise, ordinate, sembrava che stesse leggendo invece si sfogava. E Giulio reggeva l'urto della sofferenza altrui, pazientemente, quasi fosse la sua vocazione, ascoltava. Avrebbe voluto fare di più ma in gola sentiva crescere un groppo che gli impediva di deglutire senza provare una fitta allo stomaco. Sentiva il magone allargarsi a tutta la pancia, crescergli dentro e poi salire su fino a condensarsi in pesanti lacrime. Gli restarono sull'uscio degli occhi, non vennero giù, almeno quel giorno, se ne restarono lì a rammentargli che le cose non andavano bene. Quando chiuse quella strana telefonata senza saper cosa dire, senza aver il coraggio di riattaccare per primo, si accasciò. Perse tutte le forze.
Mi girava la testa, con gli occhi lucidi continuavo a cercare di mettere a fuoco le mani che si tormentavano cercando una risposta. La risposta al perché tutto mi andasse così male, la risposta al perché proprio a me, la risposta alla tristezza, al senso di colpa che provavo nell'esatto istante in cui pensavo alla mia tristezza e non a quella della zia, la risposta ai miei stentati tentativi di dialogo al telefono. La testa si faceva sempre più pesante e avevo bisogno di respirare a pieni polmoni. Così uscii in strada e una volta in strada sentii chiara la necessità di correre e mentre correvo mi fu immediato chiudere gli occhi, allargare le braccia e lasciare che dalla mia bocca uscisse un suono rauco e persistente. Continuai a urlare con la stessa intensità per tutta la mia corsa, anche quando incespicavo, anche quando andai a sbattere contro il lampione, anche allora, non mi fermai che un attimo per accorgermi che piangevo e ripresi a fuggire dalle responsabilità, dalla crisi, dalle crisi.
lunedì 29 dicembre 2008
Fools in love
No, forse non si può cominciare così. Partiamo dal principio.
Sei stravaccato sul tuo divano. Sì, hai capito bene, stravaccato. Non sistemato elegantemente come un lord o come potrebbe stare Queen Elizabeth nei suoi palazzi in Inghilterra quando decide di farsi una siesta, no. Sei messo tutto storto, hai addosso ancora le scarpe, per non parlare del resto del vestiario che ormai ha ben poco di presentabile tutto stropicciato com'è ora. Sì, insomma sei rimasto folgorato da quell'ultimo stralcio di quell'inutile telefilm romantico alla tv e non hai saputo resistere, neanche il tempo di metterti in pantofole, di mettere su le robe per la casa, ti sei trovato buttato sul divano adagiato come deve sentirsi una busta nel bidone della spazzatura. Ma il divano è la tua culla per quando le cose vanno male e il tuo trampolino per quando invece vanno così bene da aver una pazza voglia di saltar giù dai palazzi. La realtà è che sei solo in casa, sei single come si dice ora, come dicono tutti neanche ti stessero facendo un complimento. Che poi mentre lo dicono sorridono e non si capisce perché dovrebbero. Cosa vi sorridete? Pigliate per il culo? "Ah sei single? Beato te!" Beato me? Ma cosa ci perdi allora a lasciare il tuo tipo e andartene a stare da sola? Mah... valli a capire, maledetti ipocriti. Gente troppo abituata a lamentarsi di tutto, persino del sapore dell'aria che respira, per accorgersi di tutto quello che hanno, di quello che rubano agli altri quando gli passano accanto, quando solo fanno un diniego, quando soltanto accennano un gesto che tradisca insoddisfazione. Sei solo e allora? Non c'è mica bisogno che ci siano tipi che stiano necessariamente lì a ricordartelo. A quello ci pensi già da solo per metà della giornata. Insomma sei lì sul tuo maledetto divano, simbolo di tutto quello che manca nella tua vita, qualcuno con cui esultare, piangere, incazzarti, litigare e poi far pace, qualcuno addirittura da amare. E invece te la prendi con lui che poverino è, per definizione, inanimato e invece gli tocca stare lì ad ascoltare tutte le tue paturnie, i tuoi problemi, veri o presunti. Quindi sul divano. Senza una coperta, solo cuscini, l'arredamento prevede così. Gettato con nelle pupille il riflesso delle immagini della tv. Fotogrammi di un amore vero solo sulla pellicola, solo sullo schermo eppure così simile a quelli che vedi per strada, a quelli delle vite degli altri, quelli che non sono single. Nei tuoi occhi al buio si vedono rimbalzare tutte le inquadrature e nelle orecchie ti risuonano le parole, ne assapori il suono, ne senti il gusto, quasi sogni a "orecchie aperte". Se solo accadesse a te, per una volta, a te. È un attimo. Afferri in mano il telefono. Tanto lo sai a memoria, l'unica cosa che non ti è servito far sforzi per ricordare. Misteri della mente. Componi il suo numero ripetendo ogni numero come se facesse parte di una particolare litania. Un rito che bisogna compiere mentre sei in ginocchio sul divano con un cuscino infilato tra una coscia e la chiappa, che se cominci a pensare come ci è finito ti vengono i brividi. Hai in mano il telefono e meccanicamente lo hai portato all'orecchio e sincronizzi il tuo ritmico respirare al tu tu del segnale del telefono. È libero. E poi. E poi nessuno risponde.
giovedì 11 dicembre 2008
Allo specchio
martedì 5 agosto 2008
Furti gastrici
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lunedì 16 giugno 2008
Parco giochi della mia infanzia
Parco giochi della mia infanzia, quando hai perso le stagioni? Quando i tuoi prati, oasi alate d'un circoscritto paradiso, hanno smesso di risuonare di voci tinnanti? Dove l'erba ha assorbito muta il cilestrino colore di garruli giochi? Eravamo uno sciame, allora, figli svettanti d'un futuro assolato. La bicicletta e gli schettini, il rapido vortice di pantaloni scampanati, beatamente implumi e frondosi, tra boom e austerity. La certezza d'una vacanza al mare, e tuttinpiedi davanti alla maestra. Qualcuno già nutriva un pensiero nascosto, un sottile e inquieto rigo musicale tra i risvolti delle casacche a quadri. Il saggio di danza, e ragazzine sparute più che aggraziate. Le lezioni di judo per i maschi, poi qua e là, circondati da un'ebollizione di generi, scompigliati fra barbe lunghe, camicioni colorati, e già qualche tocco di trucco su guance ruvide, si assaporava il fermento d'una porta arcana, d'una primavera sovvertita. Ma nessuno ci cancellava il sorriso. Niente poteva turbare il nostro coraggio fresco e lacustre.domenica 8 giugno 2008
Ballare sul mondo(Dedicato all'ultimo giorno di scuola)
re bella e libera.Vorresti cacciare e insieme lasciarti sedurre da quel suono arcano e vibrante, come un'eco perenne. In un angolo, dopo aver condiviso la festa, ti apparterai ascosamente. Non ti hanno nominato il più bello della scuola, né la più attraente delle compagne, eppure sai di esserlo, e resta in te un ardore inespresso, un interrogativo trepidante. Ti attira e ti stordisce quell'uscio a metà. Il solco del mondo fuori. Quando non ti sarà più permessa l'indulgenza verso gli altri, e ti renderanno spietato verso il tuo corpo e la tua mente.
lunedì 2 giugno 2008
Mondo a due ruote
, semplice e schietto. E le magliette campeggiavano dai balconi elevati, recando la scritta "91° Giro d'Italia". La Storia attraversava le strade provinciali di anonimi agglomerati. Ieri è toccato proprio a noi, a Bresso.Daniela Tuscano
lunedì 28 gennaio 2008
UNA DOMANDA MOLTO IMPORTANTE-APPELLO
Una domanda importante...
Mesi fa lessi su Tuttosport,di una tourneè o comunque di un viaggio in Sud America di una Nazionale italiana anni 60/70 e di un calciatore sconosciuto e forse senza squadra che in una partita di allenamento (forse e dico forse,in Venezuela..) con gli Azzurri aveva umiliato la mitica difesa,segnando più di un gol e rivelandosi da solo imprendibile per i nostri e vincendo tutti i dribbling.Alla fine del primo tempo il fantomatico giocatore non scese più in campo e ciò fece molto felici i nostri.Questa "storia" vera è stata riportata da un giornalista italiano che incontrò,molti anni dopo,questo "campione celato" su di un aereo.Il giornalista a tutta prima non credette a quest'uomo,pensando ad una sparata,ma tempo dopo incontrò l'ormai-già-in-pensione-capitano (di cui non ricordo il nome!) e quest'ultimo gli disse che era tutto vero e che per lungo tempo la Nazionale e la Federazione tacquero a proposito di questo umiliante segreto : la mitica difesa italiana incapace di fermare,anche solo per poche volte,uno sconosciuto calciatore.
Allora volevo chiedere al mondo il nome di questo calciatore (il racconto è stato pubblicato da Tuttospor appunto)e di quale Nazionale si tratta!Se non sapete rispondermi indicatemidove andare e come fare per ottenere queste informazioni.
Per favore,documentatevi e rispondete numerosi perchè per me questa informazione è importante!
Grazie!
Brian Mercury
martedì 27 novembre 2007
Senza titolo 2324

venerdì 19 ottobre 2007
Singapore
Sarà per questo che la vegetazione è così rigogliosa e l’aria così carica di umidità. A volte ci si dimentica di vivere in su un’ isola, sembra più di vivere in una foresta tropicale senza uscita.
A Singapore c’è sempre gente di passaggio con valige che stanno per essere fatte o disfatte.
Singapore è simile al bellissimo fiore di una pianta carnivora, alla quale è sempre meglio non avvicinarsi troppo.
Singapore è per anime erranti, senza nazionalità.
C’è gente che proviene da ogni angolo del mondo che lavora nell’albergo che dirigo. Un guazzabuglio, di diletti, cadenze, tradizioni, colori. Ogni anno mi dico che è l’ultimo poi sempre li al mio posto a controllare allo specchio se sono in ordine.
Il mio albergo non è tra i migliori ma è dignitoso. Ammetto ce ne sono di meglio e se io fossi un turista in vacanza non lo sceglierei ma infondo lo amo e un giorno mi mancherà.
La pioggia cadeva lenta e io cercavo un angolo tranquillo per riposarmi un po’.
Nuovi ospiti arrivavano e nuovi ospiti partivano.
Sembrava una serata tranquilla. I baristi scherzavano tra di loro e questo non succedeva mai quando c’era folla. L’albergo non era un granchè ma i nostri barman erano i migliori dell’isola e molti si infiltravano da noi anche senza essere ospiti. Io lasciavo fare, lasciavo sempre fare quando mi costava troppa fatica intervenire.
E poi perché? Era un segno che le cose andavano bene.
Mi sedetti e tamburellai le dita, non ero nervoso ne avevo niente da fare oltre a far passare il tempo. Alle mie spalle al piano c’era qualcuno che suonava.
“Cosa le preparo?” mi chiese uno dei barman. Non mi ricordavo il suo nome. Era uno dei nuovi. L’aveva assunto il mio vice, e anche in queste cose non mi intromettevo spesso. Molti non duravano che una stagione e poi finivano negli alberghi più ricercati.
Avrei tanto voluto una birra.
“Un Singapore”.
Vidi in azione lo shaker e continuai a tamburellare tenendo il tempo della musica in sottofondo. Il barman versò in un bicchiere pieno di ghiaccio e aggiunse la soda. Gli feci cenno di non decorarlo.
“Conosci il barman Ngiam Tong Boon?” chiesi e il ragazzo scosse la testa. E già come poteva conoscerlo il vecchio Boon. Faceva furore nel 1910.
Sorrisi e sorseggiai il mio “Singapore” come se fosse stato il primo della mia vita.